Quello che è rimasto fuori

Non molto tempo fa, proprio all’inizio di quest’anno, ho avuto modo di ascoltare quanto di buono realizzato da Lana Del Rey nel suo album Born To Die. Ne ho scritto su questo blog, esprimendo il mio apprezzamento nei suoi confronti ma con qualche dubbio riguardo al suo stentato rappare o come dir si voglia. Sostengo che più starà lontana da quel genere e più ne gioverà in originalità. Curiosamente già cominciando dai tre brani pubblicati nella versione deluxe di Born To Die, Lana si muove negli ambienti che conosce bene e che gli sono più consoni. O perlomeno sono più consoni alle mie orecchie. Ascoltare i b-sides degli album o le bonus track delle versioni deluxe, a mio parere, da un’idea più chiara di cosa preferisce fare un artista. Le canzoni contenute nell’album di studio sono scelte tra quelle scritte e registrate, sia dell’artista in questione e sia da chi gli sta intorno e guarda il lato strettamente economico dell’opera (produttore, discografici, ecc…). La musica hip-hop va per la maggiore, soprattutto oltreoceano, e se, come Lana Del Rey, hai anche solo un parvenza di saperci fare con questo è normale che chi vuole da te il guadagno migliore, sia intenzionato a portati su questa strada piuttosto che un’altra. Soprattutto se per l’altra strada passano in pochi. Personalmente non so se alla nostra Lana piace o meno fare r’nb, o quello che è, ma ciò che si può ascoltare fuori da Born To Die appare ben diverso. In attesa del secondo album, Lana Del Rey pubblica un’edizione speciale del primo che contiene tre tracce bonus già pubblicate e altri nove brani che si possono raccogliere sotto il nome di Paradise EP.

Lana Del Rey
Lana Del Rey

Si comincia con la prima delle tre bonus track di Born To Die dal titolo Without You che risulta piuttosto insignificante così come la successiva Lolita. Decisamente meglio è Lucky Ones dove troviamo una Lana Del Rey insolitamente dolce ma sempre un po’ maliziosa tanto per non smentire il personaggio, “Every now and then, the stars align / Boy and girl meet by the great design / Could it be that you and me are the lucky ones?“. A questo punto Born To Die si può considerare completo ed è proprio ora, con Paradise EP, che Lana Del Rey cala qualche asso che conferma quanto di buono sa fare la ragazza. Ride è il singolo di apertura e non riserva nulla di nuovo ma è proprio questo il punto. Lana Del Rey deve confermare il suo stile, le sue canzoni e la sua immagine e con Ride lo fa e personalmente ne sono contento. Le atmosfere, la voce profonda e ambientazioni tipicamente americane “I hear the birds on the summer breeze, I drive fast / I am alone in the night“. Idem per American che però non costruisce niente di interessante nè di nuovo salvandosi grazie a qualche guizzo nel ritornello, “You make me crazy / You make me wild / Just like a baby /Spin me around like a child“. Poi Lana afferma che “My pussy tastes like pepsi cola / My eyes are wide like cherry pies” in Cola, nella quale canta in modo dismesso non molto lontano dalla norma ma il pezzo funziona. Body Electric è il brano più suggestivo e oscuro di Paradise EP. Un testo visionario e curioso è alla base della sua riuscita e questa volta volta Lana Del Rey fa centro, “Elvis is my daddy, Marilyn’s my mother, / Jesus is my bestest friend“. Riesce alla perfezione la cover di Blue Velvet e la canzone si adatta perfettamente all’immagine vintage della Del Rey. A seguire la ricercata e ancora una volta oscura Gods & Monsters che non si allontana di molto dal ormai consolidato Del Rey-style ma che riesce a convincere ancora una volta, “In the land of Gods and Monsters, / I was an Angel. / Living in the garden of evil“. Inizia con Yayo la coppia di canzoni più fumose e ipnotiche dell’album. In questo caso forse esagera un po’ e la sua lughezza possono strappare qualche sbadiglio ai poco avvezzi a questo genere di cose. Nel caso vi foste addormentati vi risveglierete dal vociare in lontananza di bambini che giocano all’aria aperta e delle note celestiali. Si tratta dell’intro di Bel Air, a mio avviso uno dei pezzi migliori dell’album. Anche qui l’atmosfera è ipnotica ma in questo caso la melodia e la voce angelica di Lana Del Rey compongono un quadro estivo in attesa di qualcosa che forse non verrà mai, “Roses, Bel Air, take me there, / I’ve been waiting to meet you, / Palm trees, in the light, / I can see, late at night, / Darling I’m willing to greet you“. Per chiudere, è già in circolazione da qualche tempo anche il singolo Burning Desire, nel quale Lana Del Rey torna ad essere sensuale anche se la canzone non riesce ad esserlo altrettanto.

Quello che si può ascoltare al di fuori di Born To Die non spiega per quale motivo queste canzoni ne siano rimaste fuori a favore di altre poco convincenti ma forse più commerciali. Da notare che in questo guppo mancano tutte quelle sfumature hip-hop e r’n’b che stonavano nel precedente lavoro. Che sia questo il vero volto di Lana Del Rey? Si da il caso che stia preparando un altro album dalle atmosfere dark e la risposta alla domanda si potrebbe trovare proprio lì. Intanto Lana si conferma nella sua ambiguità e falsa innocenza che non concede spazio ad un’ostentata, quanto facile, sensualità che rimane nascosta nella voce distaccata ma profonda della sua inteprete. Questa versione di Born To Die è un’evidente trovata commerciale ma ci permette di ascoltare qualcosa che, a mio parere, è superiore ad una parte dell’album d’origine. Il suo stile unico può affascinare e annoiare allo stesso tempo. Non sempre ascolto volentieri Lana Del Rey ma talvolta chiama e io rispondo.

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