Ancora un attimo

Ultimamente mi sta capitando spesso. Vengo a conoscenza di un nuovo gruppo o un nuovo artista, che fino a quel momento ha pubblicato solo qualche canzone in altrettanti EP,  e mi ritrovo ad ascoltare subito dopo l’album d’esordio. Si può dire che è andata così anche nel caso dei London Grammar. Il loro è anche un caso da manuale. Infatti If You Wait (strano non l’abbiano intitolato semplicemente London Grammar) si presenta come una raccolta di canzoni già pubblicate in precedenza insieme ad altri inediti. Nonostante questo If You Wait è stato un album piuttosto atteso che doveva dimostrare che i tre ragazzi non si erano semplicemente fermati alle quasi-hit tratte dai loro EP. E hanno superato la prova.

London Grammar
London Grammar

L’album si apre con Hey Now che arriva direttamente dalla profondità della voce della leader Hannah Reid. Musica essenziale ha sostegno della voce della Reid, i London Grammar sono questo e non è poco come potrebbe sembrare, Hey Now ne è un’ottima dimostrazione, “Hey now, letters burning by my bed for you / Hey now, I can feel my instincts here for you“. Si continua con Stay Awake che ricalca la precedente, “Stay awake with me / You know I can’t just let you be”. Shyer propone qualcosa in più dal punto di vista musicale ma la Reid non cambia registro, nell’insieme è però una buona canzone, “I’m feeling shyer / And the world gets darker / Hold yourself a little higher / Breach that gap just through them“. Il pezzo forte resta Wasting My Young Years. La voce di Hannah Reid è più che mai emozionante e la musica che l’accompagna potrebbe perfino non esserci, “I’m wasting my young years / It doesn’t matter here / I’m chasing more ideas / It doesn’t matter here“. Sights dopo più ascolti svela un’anima dolce e malinconica più evidente che nel resto dell’album, “Wonder will you / Turn into winter lights / Keeping your strength / Lightning gets dark at night“. La canzone che può competere per la più bella è sicuramente il singolo Strong, “Excuse me for a while, / Turn a blind eye with a stare caught right in the middle / Have you wondered for a while”. Nightcall ribadisce la capacità della band di creare immagini notturne e supplicanti, un piccolo gioiellino, “There’s something inside you / It’s hard to explain / There’s something inside you boy / And you’re still the same“. La canzone più accattivante è indubbiamente Metal & Dust, lo dimostra la quantità di remix. La Reid colpisce a ritmo con il ritorello, “We argue, we don’t fight / Stay awake in the middle of the night / Stay awake in the middle of the night“. Interlude come da titolo vuole essere una canzone di rottura e lo è attraverso le atmosfere distese che fino ad ora abbiamo solo assaggiato, “Close your hand and run to the moon / Close your hand and run to the moon moon“. Flickers propone qualcosa di più rock anche se caratterizzato dalla ormai nota andatura dei London Grammar, “And every time I go bed / An image of you flickers in my head“. La traccia omonima dell’album chiude in bellezza e mette in mostra (come se ce ne fosse ancora bisogno) la voce di Hannah Reid, “And can you give me / Everything everything everything? / ‘Cause I can’t give you anything“.

In definitiva If You Wait aggiunge poco a quanto di buono ha fatto questo gruppo emergente. Sono stati paragonati a The xx per la musica e Hannah Reid a Florence Welch per la voce ovvero a due gruppi anglosassoni di maggiore interesse degli ultimi anni. I London Grammar hanno colto le caratteristiche di successo dei queste band per realizzare qualcosa di nuovo. Sono un giovane gruppo che è stato capace di mettere insieme un album più che convincente a metà strada tra la musica mainstream e qualcosa di più indie e meno orecchiabile, particolare che fa storecere il naso a chi si aspettava qualcosa di pià accessibile. Mi unisco anche io al coro di chi considera i London Grammar un gruppo con un futuro luminoso davanti a loro. Aspetto solo di ascoltare un album pensato dall’inizio alla fine per capire se hanno cartucce buone da sparare. Sono sicuro che ne hanno ancora.

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Mi ritorni in mente, ep. 8

Questa volta è un po’ diverso. Rooks degli Shearwater non mi è tornata in mente in modo spontaneo. Stavo ascoltando un po’ di musica su Spotify (bella invenzione) e il modo più comodo per scoprire nuova musica è avviare la radio basata su un artista a scelta. La radio non fa altro che pescare nell’enorme archivio di Spotify tutti gli artisti che in qualche modo somigliano a quello che abbiamo scelto. Se una canzone ci piace clicchiamo sul pollicione all’insù e la radio selezionerà nuovi brani in base alle nostre scelte. Se riteniamo che una canzone non c’entri nulla con quanto vogliamo ascoltare c’è anche il pollicione all’ingiù. Avevo avviato la radio basata sui Wintersleep quando è iniziata una canzone degli Okkervil River. Questo gruppo già lo conoscevo ma non ho mai approfondito la sua musica. Pollicione all’insù e subito a cercare più informazioni sugli Okkervil River. Leggendo qua e là, gli Okkervil River mi hanno convinto e mi sono ripromesso di ascolatre un loro album prima o poi. Ma cosa c’entrano gli Shearwater? C’entrano, c’entrano. Un paio di membri degli Okkervil River,  Jonathan Meiburg e Will Sheff hanno fondato gli Shearwater per fare un certo tipo di musica che non si addiceva al folk rock della band originaria. Poi gli Shearwater sono diventati un vero e proprio progetto parallelo che continua ancora oggi anche se uno dei due membri originali, Will Sheff, ha salutato tutti mentre l’altro, Jonathan Meiburg, ha lasciato gli Okkervil River. Curioso. Ecco spiegato perchè mi è tornata in mente Rooks.

Avevo ascoltato l’album Rook, quasi omonimo di questa canzone, diversi anni fa apprezzandone qualche canzone. Poi me ne sono quasi completamente dimenticato. Ero convito che si trattasse di una band anglosassone e invece sono texani. Non cambia nulla. Devo ascoltare di nuovo Rook perchè non vorrei essermi perso qualcosa.

Capitani, clessidre e fantasmi

Più volte ho sentito parlare bene di Laura Marling, la ragazza prodigio del folk e della sua piccola rivoluzione del genere. In passato avevo già avuto modo di ascoltare qualche sua canzone senza restarne impressionato. Ultimamente la mia curiosità verso il folk internazionale mi ha spinto ad approfondire la musica di Laura Marling. La prima cosa che ho notato è che sicuramente la giovane cantautrice inglese è una sorta di capostipite della nuova  generazione di “songwiters”. Indubbiamente gode di numerosi tentativi di imitazione ma in qualche modo lei rimane unica. Sono voluto partire quindi dall’album d’esordio Alas, I Cannot Swim del 2008, scritto da una diciottenne Marling. Ancora una volta ho dovuto ricredermi riguardo ai clichè della musica folk perchè ancora una volta a proporla è un’artista dall’indiscutibile talento e dall’ispirazione invidiabile.

Laura Marling
Laura Marling

L’inizio di Alas, I Cannot Swim è affidato a Ghosts che dimostra le capacità di scrivere canzoni della Marling e mette in mostra le numerose sfumature della sua voce, “Lover, please do not / Fall to your knees / It’s not / Like I believe in / Everlasting love“. Segue una delle canzoni più accorate dell’album, Old Stone nella quale la voce è più profonda e i toni più epici e malinconici, “Old stone, / Ten thousand years and you’re still on your own. / Don’t you love, / But you love it that way“. Voce e chitarra per Tap At My Window che è tra le canzoni più belle di questo album. Questa volta la voce di Laura Marling è più dolce e si ha l’impressione di non avere di fronte un’adolescente all’esordio, “And Mother, I blame you. / Therein trying to be you again / For I have become you, / And I know every part of the game“. La successiva Marling è un po’ più ruffiana e “sulle sue” in Failure, Don’t cry child, you’ve got so much more to live for / Don’t cry child, you’ve got something I would die for“. Finora il folk è stato solo una venatura fra le note ma You’re no God è decisamente più folk delle precedenti a favore di un’orecchiabilità maggiore e una velocità paragonabile solo a Ghosts, Mom thinks that you’re sad and that you’re living alone, / And your friends think if you’re sad, / You should call them more“. Cross Your Finger non si allontana dalla precedente ma ci aggiunge un po’ di ritmo creando probabilmente la canzone più pop dell’album non che una tra le più riuscite, “Cross your fingers hold your toes, we’re all going to die when the building blows, / Cross your fingers hold your toes, we’re all going to die when the building blows“. Spezza in due l’album il breve gioiellino puramente folk You Crawled Out Of The Sea. Successivamente la Marling presenta qualcosa di più oscuro, My Manic And I, nel quale mette in mostra tutta la sua abilità nello scrivere canzoni, “The veins of which have broken me down / And I don’t believe him / Morning is mocking me“. Tinte scure anche anche per Night Terror che graffia con uno splendido assolo di violino, “I’ll run back and shake him tightly / And scream: if they want him, then they’re gonna have to fight me!“. La Marling racconta la storia di un capitano e la clessidra, The Captain And The Hourglass, in perfetto stile folk, “He’ll tick tick tick tick tick tick tick away. / Another second lost with every fallen grain“. Shine suona come un intenso appello, “I need shine, I need shine, I need shine. / Step away from my light, I need shine” a tu per tu con l’ascoltatore. Chiude l’album Your Only Doll (Dora) che nulla aggiunge e nulla toglie a quanto sentito finora, se non fosse che all’interno di questa traccia è nascosta Alas, I Cannot Swim che da il titolo all’album.

Per me Laura Marling è stata una sorpresa. Pensavo che la sua musica fosse più pesante da “digerire” e invece è venuta fuori una musica molto piacevole anche se piuttosto triste. Anche nelle canzoni che appaiono più allegre, la voce della Marling non le rende mai zuccherate e banali. Quello che rappresenta Laura Marling è una nuova generazione di cantautori folk che oggigiorno nascono come i funghi e nonostante lei sia tra le più giovani, rappresenta comunque un modello al quale ispirarsi. Anche se a volte viene accusata di essere un po’ supponenente e perennemente imbronciata, ma fa parte de gioco. Questo è il suo primo album e non so se oggi Laura Marling è cambiata ma mi pare di intuire che sia rimasta piuttosto coerente con sè stessa. In definitiva Laura Marling conquista un posticino tra la mia musica preferita e siamo ancora all’inizio.

Ritorno dal passato

Ho letto questo libro solo perchè è stato pubblicizzato molto prima dell’estate. Incuriosito ho acquistato anche io, come hanno fatto in molti evidentemente, Lui è tornato di Timur Vermes. L’idea di base è originale, Adolf Hitler si ritrova a Berlino nell’estate 2011. Solo questo è abbastanza per solleticare la fantasia. Cosa fara? Capirà la situazione? Cosa dirà? Vermes scrive in prima persona, come se fosse Hitler a scrivere e questo trucchetto è semplice ma funziona. Il mondo moderno visto con i suoi occhi è incredibilmente confusionario e privo di ideali. Hitler si adatta facilmente alle nuove tecnologie e alla vita di oggi ma non capisce (o fa finta di non capire) che il nazismo è finito, criminalizzato e respinto da tutti. Hitler si sente chiamato dalla Provvidenza per la seconda volta, la sua missione è salvare di nuovo la Germania. Deve però partire da zero come fece allora. Ogni mezzo per arrivare al popolo tedesco è buono. Televisione. giornali e youtube vengono sfruttati per avere più visibilità possibile. Hitler è pronto a rimettere in piedi il suo partito e far tornare grande la Germania. Qual’è il problema? Non viene preso sul serio. Naturalmente tutti credono sia un sosia, un artista perfettamente calato nel personaggio. Va in televisione come comico e piace a tutti (o quasi) per le cose strampalate che dice. Hitler è sempre serio e convinto delle sue idee ma non si accorge che in realtà il pubblico ride del suo personaggio. Fuori dagli schemi, senza peli sulla lingua. Usa un linguaggio superato e altisonante che non fa altro che farlo sembrare ancora di più una messinscena. Ogni tanto Hitler. nel libro, inizia a fare delle considerazioni riguardo la politica e la società attuale. Critica tutto e tutti e non vede l’ora di rimettere un po’ di ordine. La cosa sorprendente è che a volte, riguardo all’Unione Europea e lo stato in cui versa la democrazia, ci si ritrova d’accordo con lui. Ovviamente Vermes modella le opinioni di Hitler rigurdo l’attualità in base alle idee espresse nei suoi libri e di quanti lo hanno conosciuto e non potremo mai sapere quali sarebbero state le sue vere reazioni. Vermes giustifica le sue scelte in una lunga e interessante appendice alla fine del romanzo corredata da qualche aneddoto e curiosità. Nonostante sia un libro fantastico e comico non è assolutamente leggero e privo di fondamento. Il materiale col quale Vermes si è documentato sulla vita e la personalità del Führer è insolito per un libro di questo genere. Anche se Lui è tornato è stato criticato per aver reso Hitler un innocuo pagliaccio è stato anche apprezzatto proprio per la capacità di analisi della situazione attuale che ha dato al personaggio. Personalmete la penso allo stesso modo. Mi ha sorpreso anche il fatto che in fondo le necessitè e i problemi del mondo di Hitler non sono poi tanto diversi da quelli di oggi. La mollezza e la mancanza di ideali e di valori dei politici di oggi si scontra con l’irreprensibilità e le idee chiare del Führer, le idee fin troppo assurde e spesso paradossali che tutti conosciamo. L’Hitler di Vermes è ovviamente fuori dal mondo ma capace di leggere la situazione in modo straordinario. Bisogna tenere presente che tutto il romanzo è stato scritto in prima persona da Hitler e quindi qualche passaggio non altezza dl Führer è stato corretto e rimaneggiato per non incorrere in brutte figure! In definitiva un libro divertente (a anche se qualche riferimento satirico alla politica e alla tv tedesca si perde, ahimè) e allo stesso tempo amaro. Un libro che ti fa vedere con occhi estranei ma non neutrali il mondo di oggi e un po’ spaventa. Un libro consigliato, un libro che potrebbe essere un punto di partenza per approfondire la storia contemporanea.