Chiama pure chi ti pare

We Are Augustines o semplicemente Augustines? La seconda. Pare che il cambio sia definitivo. Però questo Rise Ye Sunken Ships del 2011 vide la luce sotto il nome di We Are Augustines. La band decise di cambiare nome per non creare confusione con un’altra band, per poi, in tempi recenti ripensarci e tornare Augustines. Questo Rise Ye Sunken Ships è l’album desordio di questa band americana che confezionò qualche canzone sotto il nome di Pela qualche anno prima. Sono arrivato a loro grazie ai suggerimenti di Spotify, che ringrazio. Il gruppo, che ora si fa chiamare Augustines, ha pubbilicato di recente il suo secondo album Augustines (ma allora lo fanno apposta!) ma mi sembrava più corretto partire dal loro esordio.

Augustines
Augustines

Si comincia con la convincente Chapel Song nella quale si può apprezzare la disperazione che esce dalla voce di Billy McCarthy, “There goes my girl, into the chapel / Now she’s walking down the aisle / And it feels just like a mile / And I shake, shake, shake like a leaf“. La successiva Augustines si propone come inno della band e le caratteristiche ci sono tutte. La melodia è irresistibile e il ritornello altrettanto, “Fell asleep with a cigarette / To the flicker of a TV set / No one saw you wave your white flag“. Una marcia epica e oscura è Headlong Into The Abyss, un crescendo costruito per la voce intensa del leader McCarthy, una canzone “di pancia”, “Well call the police, go ahead call your shrink / Call whoever you want but I won’t stop the car / Well call the police, go ahead call your priest / Call whoever you want, call in the National Guard!“. Segue la splendida Book Of James, distorta, carica di energia ma sempre con un occhio di rigurdo per la melodia, “He stood there in his boots unable to move / And i came here to tell you that i love you“. East Los Angeles è una ballata in linea con lo stile americano ma con una, ormai, immancabile interpretazione accorata, “On a hot summer day / We laughed in the Polaroid / Counted all the ways, / To slow down our time machine“. Gli ingredienti sono sempre quelli ma non stancano. Juarez è un altra bella canzone, un ritornello che rimane in testa senza essere banale, cantata da una voce che, a questo punto, avrete imparato a conscere, “Lord I see red and it’s storming in my head / I got cathedrals in my ears and I think my Daddy’s dead“. Un rock più classico per Philadelphia (The City Of Brotherly Love), energico, potente, strozzato e amaro, “It’s the same people / Just different faces / All lost in a fog / And we could disappear just as easy“. Senza respiro la successiva New Drink For The Old Drunk. Il ritmo non cala mai e ti verrebbe voglia di suonare la batteria tanto per provare a vedere che succede, “Would you try? / Could you buy a new drink for the old drunk / It’s no crime to resign misery with a bottle“. Gli Augustine hanno altri colpi in canna e non si fermano, tirano il fiato e attaccano con Patton State Hospital, “You can try to fix them / But your sea legs just went seasick / Walking with rubber bands / And waking with empty hands”. Strange Days è probabilmente la canzone più spensierata dell’album, quasi divertente ma divertente non è e spensierata nemmeno, “She’s gone, gone / She ain’t never comin’ back again / So I got to turn the page“. Gli Augustines fermano la macchina dopo un lungo e intenso viaggio, tirano il freno a mano e si fermano a guardare dal finestrino. Il ritmo cala, di parecchio, rispetto al resto dell’album ma ci vuole. Barrel Of Leaves è una bella ballata che distende i nervi e ci fa scoprire una vena poetica e dolce del gruppo, rimasta un po’ nascosta finora, “When you fall from the sky / I’ll bring you barrels of leaves / But it would never soften your fall / Or ever help you at all“. The Instrumental, come da titolo, un pezzo strumentale che non ti aspetti da una band come gli Augustines.

Questo album è una sorpresa. Ogni canzone è in bilico tra un rock sfrontato e un folk americano energico ed espressivo. Rabbia, rivalsa, gioa, bellezza, dolore, c’è un po’ di tutto nonostante la voce di McCharty sia a tratti monodimensionale. La sua interpretazione disperata e soffocata, mai soffocante, fa da filo conduttore ad ogni canzone di questo album della band americana. Voce sporca ma musica pulita, mi verrebbe da dire. L’attenzione alla melodia è fondamentale per contrastare la voce del leader. Nascono così canzoni dure e spigolose ma anche dolci e morbide. Un album di speranza, a partire dal titolo, non troppo ottimista ma nemmeno troppo nel senso opposto. Un album che conserva l’animo buono del rock, che forse appartiene ad un’altra epoca.

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