Mi ritorni in mente, ep. 19

Un anno e più è passato dall’uscita dell’album d’esordio di Gabrielle Aplin. Ascolto ancora oggi English Rain con piacere e devo ammettere che mi piace più di allora. Una canzone però si ripropone spesso nella mia testa e questa canzone è Take Me Away, bonus track dell’album in questione. Trovo che questo brano sia uno dei migliori della giovane cantautrice inglese. Una canzone semplice e sincera, riproposta di recente da questo video realizzato durante le registrazioni dell’album d’esordio. Spero che la Aplin torni il prossimo anno con un nuovo album. Il 2015 si prospetta ricco di nuove uscite per me, anche perchè questo si è rivelato un po’ magro.

Anche se a dire il vero un’uscita che mi riguardava c’è stata. Si tratta di Ultraviolence di Lana Del Rey, artista della quale avevo già scritto su questo blog nel Gennaio dello scorso anno. Non mi era affatto dispiaciuta, l’ho sempre considerata “a simple prop to occupy my time” (cit.) e niente di più. Questo suo secondo album non è che lo attendessi con la bava alla bocca e infatti mi sono deciso solo ora ad ascoltarlo. L’estate non ha portato novità particolarmente interessanti e allora rieccoci con Lana Del Rey. In aggiunta già, che c’ero, mi sono impossessato di Birthdays di Keaton Henson, Magnolia EP di Wilsen e Native Dreamer Kin delle Joseph. Tutti ascolti “alla cieca” e vada come vada. Questa estate ho dovuto riempirla con un po’ di nuova musica e mi dedicherò all’ascolto di questi album non prima di passare per i Patch & The Giant, Bille Marten e Laura Marling. Così mi preparo per le nuove uscite dell’autunno (forse qualcosa anche in Agosto e Settembre potrebbe arrivare), per il quale, voci di corridoio, è previsto il nuovo di Florence + The Machine. Vabbè, ora non pensiamoci, mi sono fatto una bella scorta per le prossime settimane. Ora però faccio un passo indietro e ritorno ad ascoltare Gabrielle Aplin.

Take me away from the demons in my brain
Take me out to the world
Take me out into the day
And let me find
My peace of mind

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Una tantum

È difficile parlare di un artista come Justin Vernon. Soprattutto per uno come me che di musica conosce quello che conosce. Perchè il signor Vernon, noto anche con il nome di Bon Iver, è un artista che, fin dal primo album, For Emma, Forever Ago, a conquistato un ruolo centrale nel panorama della musica indipendente, diventando una sorta di guru. Evidentemente le etichette gli vanno strette e lui se ne sbarazzato subito collaborando con diversi artisti (alcuni dei quali anche discutibili). Questo dimostra che nonostante Bon Iver sia stato innalzato al livello di una qualisiasi pop star, lui continua a fare ciò che vuole anche se a qualcuno non va. Innegabile è il fascino che la musica è il personaggio sanno trasmettere, un fascino vero e assolutamente non artificiale. So che ci sono delle tormentate vicende personali dietro questo For Emma, Forever Ago ma non so esattamente quali e, a dire la verità non mi interessano nemmeno. Ho voluto ascoltare questo album senza ulteriori condizionamenti, partendo da zero.

Bon Iver
Bon Iver

Flume è scelta per aprire l’album ed è facile rimanere affascinati dall’uso della voce di Justin Vernon e da quella chitarra che non ci abbandona. Questa canzone, come altre di questo album, sembrano sospese a metà ma quasi si può toccarle, “Only love is all maroon / Lapping lakes like leery loons  / Leaving rope burns, reddish ruse“. Lump Sum sì apre con un soave coro che lascia poi il posto ad un ritmo che culla la voce, più calda che in precedenza, “My mile could not pump the plumb / In my arbor ‘till my ardor trumped / Every inner inertia / Lump sum“. La successiva Skinny Love è il cavallo di battaglia di Bon Iver, nonchè una delle canzoni con più cover degli ultimi anni. L’intensità e l’interpretazione della canzone sono senza pari, storia di un amore tormentato, “I told you to be patient / I told you to be fine / And I told you to be balanced / And I told you to be kind“. The Wolves (Act I and Act II) suona quasi come un dolce lamento che non lascia indifferenti, “And the story’s all over / In the morning, I’ll call you / Can’t you find a clue / When your eyes are all painted Sinatra blue“. Blindesided è un’altra bella canzone dallo stile unico di Bon Iver, che cresce pian piano sempre con un immancabile dolcezza e malinconia, “I come through the window / I’m crippled and slow / For the agony I’d rather know / ‘Cause blindsided / I am blindsided“. Creature Fear non si discosta di molto da quanto sentito finora ma giunti a questo punto non si può fare a meno di scoprire cosa ha in serbo ancora per noi il buon Vernon, “Tear on tail on / Take all on the wind on / The soft bloody nose / Sign another floor“. La fine di Creature Fear è l’inizio di Team, unico brano strumentale dell’album che anticipa la straordinaria For Emma. Qui Bon Iver si accende e canta qualcosa di più vivo e intenso, un respiro profondo e vitale , “I toured a light / So many foreign roads / For Emma, forever ago“. Chiude re:stacks un canzone emozionante e unica. Questa è forse la canzone che più rappresenta l’anima di Bon Iver e il suo messaggio, un susseguirsi di immagini al limite del visionario, “On your back with your racks as the stacks are your load / In the back and the racks and the stacks of your load / In the back with your racks and you’re un-stacking your load“. Ma la canzone che più mi ha convinto ad ascolatre Bon Iver è senza dubbio la bellissima Wisconsin, in questo album come bonus track. Ne avevo già parlato su questo blog poco tempo fa e non posso che confermare le mie prime impressioni. Semplicemente emozionante, “You ride in the park and you’re peeking / Piss pools in your seat / She’s standing inside but you surely repeat / Oh God don’t leave me here“.

Un album che è quasi d’obbligo ascoltare almeno una volta. Bon Iver è in grado di regalare emozioni autentiche con canzoni espressive e sincere. Un viaggio in altri mondi, interiori e immateriali. Dalle sue canzoni traspare un commistione di sensazioni e immagini che non serve conoscere l’inglese per percepirle. Forse non a tutti può piacere questo genere di musica ma provarci è quasi d’obbligo. Un vero artista, uno scultore della musica che ci lascia materialmente toccare le sue canzoni. Si percepisce chiaramente tutta la sua predisposizone a non limitarsi ad un genere ma cercare quello più indicato e funzionale per trasmettere un’emozione più vicina possibile alla sua causa originale.

Diciannove

Ho fatto altri due passi in direzione della Torre. Ho letto altri due libri della serie de La Torre Nera di Stephen King ovvero La Sfera Del Buio e I Lupi Del Calla. ll primo è un lungo flashback sulla storia di Roland Deschain e Susan Delgado. Una storia sfortunata colma di magia, mistero, tradimenti. Questa storia segna l’inzio del viaggio del pistolero verso la Torre. Conosciamo meglio i compagni di Roland (il suo primo ka-tet), Cuthbert Allgood e Alain Jones che sfideranno i temibili Grandi Cacciatori della Bara per salvare loro stessi e la bella Susan. Se credete che la storia raccontata di Roland abbia un finale scontato, vi sbagliate. Roland racconta questa storia al resto del ka-tet composto dall’ex tossicodipendete Eddie Dean, sua “moglie” Susannah Holmes, la Signora Delle Ombre, il giovane Jake Chambers e il suo bimbolo Oy. Il bimbolo è un animaletto un po’ cane un po’ procione dotato di sufficiente intelligenza per ripetere quanlche parola e capire il suo padrone. Oy ha avuto un ruolo importante per salvare Jake dal misterioso Andrew “Tick Tock” Quick in Terre Desolate. Dopo il racconto il ka-tet fa la conoscenza di Randall Flagg nel castello di Oz (sì, di Oz) e iniziano a temere il Re Rosso. Per ora, anche dopo il quinto libro, si sa poco del Re Rosso ma sarà sicuramente un personaggio chiave nei prossimi due romanzi.

I Lupi Del Calla racconta la storia del villaggio di Calla Bryn Sturgis che viene periodicamente preso d’assalto dai Lupi, un gruppo di misteriose creature provenienti da un misterioso luogo chiamato Rombo di Tuono. Il folken, guidato da Padre Callahan, chiede aiuto ai pistoleri per salvare i loro figli dai Lupi. La maggioranza dei bambini del villaggio ha un gemello. Da anni però un dei due gemelli viene rapito dai Lupi e alcuni di essi tornano indietro “guasti”. Mentre i pistoleri studiano un modo per sconfiggere i Lupi, fanno la conoscenza di Padre Donald Callahan, detto Pere Callahan, già protagonista del romanzo di King, Le Notti di Salem e viene approfondita la storia di Calvin Torre (già accennato nei precedenti libri). Tutto si intreccia in viaggi spazio-temporali, sfere magiche, robot fantascentifici e antiche leggende. Faremo la conoscenza dell’enigmatico robot Andy Il Messaggero e Molte Altre Funzioni e scopriremo la vera identità dei Lupi. Scopriremo che Stephen King può avere un ruolo importante all’interno di un suo stesso romanzo. Scopiremo il terribile segreto di Susannah.

Un libro più bello dell’altro. Un viaggio in bilico tra realtà e fantasia. Coincidenze e citazioni ovunque. Un viaggio nella mente di King. Tutto è diciannove. Un numero che ricorre spesso nei nomi dei personaggi e dei luoghi. Un numero scritto sempre sulla prima pagina di ogni libro. Perchè tutto è diciannove.

Pere Callahan
Pere Callahan

Mi ritorni in mente, ep. 18

Nonostante questo EP risalga a più di un anno fa solo negli ultimi tempi ho avuto modo di ascoltarlo. Per ora questo The Boatswain’s Refuge l’ho ascoltato una manciata di volte ma molte di più il singolo Daniel. Sì, perchè non è semplice ascoltare una sola volta questa canzone degli inglesi Patch & The Giant, un gruppo folk dalle sonorità particolari. Immaginate di trovarvi su una nave di pirati che attaccano a far festa, probabilmente sul palco troverete proprio i Patch & The Giant. Conquistano subito con la loro semplicità e la loro musica diretta e caratteristica. Sono divertenti ma capacia anche di fare delle belle ballate.

Questi sono davvero degli sconosciuti. Una chicca. Per ora vi consiglio l’ascolto di Daniel. Provateci ad ascoltarlo una sola volta, se ci riuscite.