Era una domenica

Tra le uscite di questa estate, ha catturato la mia attenzione, più delle altre, il debutto della cantautrice inglese Annie Eve. L’album è intolato Sunday ’91, un chiaro riferimento al suo anno di nascita. Inizialmente avevo ascoltato distrattamente alcune cazoni del precedente EP e non ero rimasto particolarmente impressionato. Ho voluto aspettare l’uscita dall’album per poter giudicare questa promessa della musica cantautorale. Viene paragonata a Laura Marling, Bon Iver e Keaton Henson ma a mio parere tra questi tre l’unico con il quale posso trovare delle affinità è Bon Iver. La giovane età di Annie non può competere con la maturità del buon Jusitin Vernon ma già si intravedono delle buone fondamenta.

Annie Eve
Annie Eve

L’album si apre con Animal nella quale Annie Eve ci mostra subito le sue caratteristiche. La sua voce sembra sempre trascinarsi stancamente su un sottofondo rock. Il risultato è orecchiabile e efficace. La successiva Bodyweight ha sonorità più pop e Annie ci cattura in un mondo scuro e fumoso, quasi in contrasto con la sua voce che non tradisce la sua giovane età, creando una delle canzoni più belle dell’album. Anche August non ha nulla da invidiare alla precedente. Questa volta le sonorità sono più folk e anche l’atmosfera è più luminosa e felice ma Annie Eve non può evitare di dare sempre un’aurea malinconica ad ogni sua canzone. Bedtime prova qualcosa di nuovo rispetto a quanto sentito finora ma non si tratta di un cambio drastico ma piuttosto di un tentativo di trasmettere in modo più efficacie quel senso di smarrimento giocando con le tracce vocali sovrapposte. Con Ropes ritroviamo una Annie Eve a cavallo tra folk e pop. Una bella canzone che si accende nel finale, forse non brilla di originalità ma si lascia ascoltare volentieri trattandosi di una delle più immediate. Dark Room ritorna sui passi della precedente August. Di fatto questo brano non aggiunge niente di quanto fatto sentire finora se non confermare la capacità di songwriting di questa cantautrice. Crisis, come da titolo, è una canzone che trasmette disagio senza insistere eccessivamente sulle tonalità scure e cupe. Si tratta, a mio parere, di una delle canzoni più mature di questo album. Kid Meet World è la più delicata ascoltata finora. Nel finale si arricchisce con una bella esplosione rock. La successiva Creature è un’altra di quelle canzoni che anticipano quella maturità che Annie Eve conquisterà con gli anni. Una canzone che sembra trascinarsi stancamente come la voce della Eve ma capace di ritrovare vita grazie alla chitarra. Basement, come ha sottolineato la stessa Annie Eve, è il pezzo più recente dell’album. Ha un’anima più rock e meno cantautorale, e messo alla fine dell’album, potrebbe indicare la futura strada.

Sunday ’91 è un album che potrebbe risultare noioso date le atmosfere cupe e malinconiche che lo compongono ma l’orecchiabilità di buona parte delle canzoni permette all’ascoltatore di non premere stop prima della fine. Annie Eve con questo esordio dimostra di saperci fare e ha anche il coraggio di uscire dal coro, provando a combinare un aspetto esteriore punk-rock ad uno interiore più cantautorale a metà strada tra il folk e il pop-rock. In sostanza è un buon esordio che lascia un po’ la sensazione che Annie avrebbe potuto fare di più, lasciandosi trasportare dalle emozioni piuttosto che interpretarle. Sono sicuro che Annie Eve ha altre frecce nel suo arco e saprà sfruttarle meglio in futuro ma per ora questo Sunday ’91 è l’album ideale per questo autunno. Qui sotto il video di Ropes, forse non la canzone più rappresentativa ma è comunque un bel video e questo è abbastanza.

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Onda di marea

Dopo nemmeno un anno dall’uscita del loro secondo album, gli Snowmine, sono già pronti a tornare con un nuovo album. Il nuovo lavoro della band americana è anticipata dal nuovo singolo Tidal Wave. Non c’è ancora una data ufficiale per l’uscita dell’album ma non mi sorprenderebbe se dovesse arrivare prima della fine di questo album. La mia attenzione verso gli Snowmine si è riaccesa questo Febbraio con il loro ottimo Dialects e mi ha preso alla sprovvista questa nuova uscita. Ascoltando Tidal Wave si intuisce che la band a voluto cambiare rispetto al passato proponendo qualcosa di più accessibile e luminoso. Come loro stessi hanno dichiarato il prossimo album sarà ispirato dal giorno e non dalla notte come il precedente, cercando di trasmettere le atmosfere dei loro concerti.

Ai primi ascolti questo Tidal Wave non mi sembrava tanto lontano dalle sonorità che caratterizzavano Dialects ma effettivamente un cambiamento c’è e si sente. Questi Snowmine non mi dispiacciono affatto perchè nonostante abbiano proposto qualcosa di diverso rispetto alla loro ultima produzione, non hanno perso la loro identità, anzi, hanno dimostrato di non avere limiti in quello che fanno.

Baudelaire nel pomeriggio

Senza alcun dubbio le canzoni tristi mi affascinano di più di quelle allegre e sono del parere che fare una bella canzone triste sia più difficile che farne una altrettanto bella ma allegra. Ecco perchè non ho esitato ad ascoltare Aldous Harding. Questa ragazza, (perchè è una ragazza, a dispetto del nome d’arte) che all’anagrafe fa Hannah Harding, ha creato una canzone parecchio triste ma di straordinaria bellezza. Anche chi di solito non sopporta questo genere di canzoni, ascoltando Stop Your Tears si troverà imbambolato con tutta l’attenzione rivolta alla voce della Harding. A me è successo. Anche riascoltandola più volte il risultato è sempre lo stesso, mitigato forse dall’effetto sorpresa che si va perdendo. Una volta rapiti da questa cazone non si può fare a meno di ascoltare l’album d’esordio della cantautrice neozelandese Aldous Harding.

Aldous Harding
Aldous Harding

Stop Your Tears apre l’album nel migliore dei modi. Una canzone toccante come poche, dal significato oscuro, tanto triste da strappare qualche lacrima nonostante il titolo. La voce della Harding va dritta al cuore, senza paura. Un piccolo capolavoro che vale l’intero album, “I will never marry my love / I will die waiting for the bells / Death, come pull me underwater / I have nothing left to fear from hell“. La successiva Hunter è più luminosa e ricca. La Harding sembra rincuorare l’ascoltatore, quasi a voler farsi perdonare la tristezza trasmessa in precedenza. Riuscendoci, “He’s a hunter, he’s a good man / Be brave when he brings you nothing home. / He’s a hunter, he’s a good man / Be brave when he brings you nothing home“. Two Bitten Hearts anticipa quello che sarà poi fondamentalmente il proseguio dell’album. Lunghe canzoni lente e caratterizzate dalla voce sussurrata della Harding. Forse eccessivamente lunga, con i suoi quasi sei minuti mezzo, per il genere di canzone, “I stayed till morning / I hung the cloak on the wall while you were sleeping / You cried ‘Will you teach me  / So we can be two bitten hearts sleeping’“. Titus Groan riprende le sonorità di Hunter e la cantautrice neozelandese ci riporta in un mondo poetico pervaso sempre da un’immancabile tristezza di fondo, “Behind this house there lives a boy / I hear him cry at night / He sits alone and waits for sunrise“. Beast spezza in due l’album con un incalzante (e inquitante) folk d’altri tempi. Una bella canzone, tra le più orecchiabili e brevi di questo album, “Why breed a boy for his meat / To teach the child cruel rituals or ruin to repeat? / Why leave a heart in the heat / Till the marble bath that held the truth lies broken at your feet?“. La successiva No Peace riprende da dove era finita Two Bitten Hearts ma lo fa con più convinzione e ispirazione. La Harding cattura con la sua voce e ci culla in una nebbiosa atmosfera, sempre un po’ inquieta e sconosciuta, “I live in a small pale house / A moment’s march from the beach / My day is growing near / And here I find no peace at all“. Merriweather è una bella canzone dallo stampo classico e nostalgico. Ha un fascino particolare e sfuggente. Una vera “canzone di una volta” che fa leva sui ricordi, nata per essere una bella canzone, “He watches over the roses that bloom in my soul / And all through the garden his name does grow / The one that I lost is under the dust / And deeper he’s buried, as he learns of our love“. Small Bones Of Courage cavalca l’onda di Stop Your Tears passando di nuovo i sei minuti come Two Bitten Hearts. Questa volta però il risultato è migliore e più vario costringendoci ad ascoltare con attenzione Aldous Harding, dandoci la sensazione che ci stia rivelando qualcosa di importante, “There is a train that moves through the valley / Its path is crooked and tied / We’re told we are but travellers upon its hellish ride / But the coal will not burn longer than we will eat“. Titus Alone ripropone la precedente Titus Groan senza differenze apprezzabili ad un primo ascolto ma chiudendo di fatto l’album. Una traccia bonus è disponibile nella versione digitale, intitolata Algust Row che non si discosta molto da quanto ascoltato finora se non per la sua vena poetica più positiva. Rimane inspiegato il perchè sia rimasta fuori dall’album.

Aldous Harding è un album che richiede una buona dose di attenzione per comprenderlo ed entrare in sintonia con la sua autrice. Hannah Harding è un personaggio particolare che sembra trasparire dalle sue canzoni nonostatante le loro sonorità classiche del folk cantautorale. Sonorità che sembravano cadute in disuso ma che ultimamente stanno tornando alla ribalta e la Harding potrebbe diventarne la principale esponente. Personalmente ho trovato questo album davvero affascinante ma al di sotto delle aspettative se penso alla bellezza dell’iniziale Stop Your Tears. Forse metterla all’inizio non è stata una scelta saggia. Le nove canzoni che la seguono non sono alla sua altezza ma ciò non significa che questo non sia un bell’album. Un album consigliato a chi si vuole perdere nelle canzoni e non ha paura di quelle tristi. Sconsigliato a chi si annoia subito e ha il sonno facile. Tutti però dovrebbero ascoltare almeno una volta Stop Your Tears.

Mi ritorni in mente, ep. 21

Ecco un’altra uscita da appuntare sul calendario di questo mese. Ottobre si sta rivelando ricco di uscite interessanti. Primo in ordine di tempo, la versione Deluxe di Aventine di Agnes Obel il 6 e Rachel Sermanni con Live in Dawson City il 13. La cantautrice scozzese ha anche finito di registrare il nuovo album che vedrà la luce il prossimo anno a distanza di tre anni dal precedente Under Mountains. Il 20 è il turno dei To Kill A King che pubblicheranno un EP, intitolato Exit, Pursued By A Bear contenente cinque canzoni inedite che anticiperanno molto probabilmente un nuovo album in uscita nel 2015. La settimana successiva, il 27, mi sono segnato un interessante debutto folk della giovane cantautrice Kelly Oliver, intitolato This Land. Il giorno successivo ci saranno ben due uscite, l’atteso Fumes di Lily & Madeleine e Blood I Bled EP delle The Staves.

Se sarà un Ottobre ricco, si prevede un 2015 altrettanto carico di nuove uscite. Amy MacDonald ha cantato un nuova canzone, in occasione del concerto a favore dell’indipendenza della Scozia, intitolata The Leap Of Faith, già la seconda di quest’anno. Sarebbe molto strano non ascoltare il suo quarto album il prossimo anno. Anche gli Editors si chiuderanno in studio in Scozia per preparare il quinto lavoro a detta loro più dance dei precedenti ma senza snaturare le caratteristiche della band. Speriamo bene.

Intanto mi ascolto questa nuova Oh, My Love dei To Kill A King che segna una svolta rock dai toni scuri per la band inglese. Un gradito ritorno per una delle più piacevoli scoperte dello scorso anno.