Taxi notturno

All’incirca un anno fa ascoltai il primo album degli Augustines, Rise Ye Sunken Ships del 2011, quando già era stato pubblicato il secondo intitolato Augustines. Anche in quell’occasione non mancai di sottolineare le curiosità rigurdanti il loro nome. Infatti il loro primo album fu pubblicato con sotto il nome We Are Augustines, scelto per evitare l’omonimia con un’altra band, e conteneva il brano Augustine. Poi il gruppo a deciso di prendere il nome Augustines e pubblicare l’album Augustines. Curioso, no? Ed eccomi ad aver ascoltato proprio questo album dopo le ottime impressioni del precedente. Le sfide per Billy McCarthy e compagni non mancavano. Rise Ye Sunken Ships era carico di rabbia ed energia, due fattori che non è facile replicare due volte allo stesso modo. Ci saranno riusciti? La risposta è in questo album.

Augustines
Augustines

L’inizio è affidato a Intro (I Touch Imaginary Hands) che ci conduce dolcemente (e brevemente) nel ruvido mondo degli Augustines, “Slumped in a taxi cab / Never heard a word that driver said / Cause things only sink in so deeply and it’s too late“. Con la successiva Cruel City si inizia a fare sul serio. Ritmata, energica rappresenta bene lo stile di questo gruppo che non rinuncia mai alla ricerca della melodia anche nei brani più rock. La voce di Billy McCarthy gioca sempre un ruolo fondamentale e in questa canzone non fa eccezione, “C’mon now cruel city with money eyes / C’mon now cruel city don’t turn away / C’mon now cruel city with money eyes / C’mon now cruel city hey / Goodbye now cruel city hey“. Sembra uscire dal precedente album, Nothing To Lose But Your Head, gli ingredienti restano gli stessi, forse anche troppo, “Have you ever lost someone / Screamed Holy Mary down the hall / Or cried against a steering wheel / And hated every mirror you ever saw, / Have you reached out in a cold cold night, / Waved goodbye into headlights, or known you were wrong your whole life“. Segue Weary Eyes, pop rock americano di ampio respiro dalle atmosfere malinconiche. Una bella canzone che si fa apprezzare col tempo, “Cold sneaks into your bones when winter comes to break your heart, / And all the tree lined streets don’t mean anything when your world is freezing and covered in ice weary eyes“. Don’t You Look Back è ancora un’altra canzone piena di energia e sana rabbia. Gli Augustins si riconoscono da canzoni come questa, “We go up then down again / This’ll be the end / Up then down again / They’ll all drink themselves to death / Then we go up then down again / They won’t see my face again / I’m gonna get on out / Alright“. Walkabout è una lunga ballata, triste ma con un briciolo di speranza. Uno dei testi più belli mai scritti dal gruppo, “Into the arms of the sea / Where my tired head carried me / I walked out into the breeze / To be quiet with the storms inside“. La successiva Kid You’re On Your Own riprende curiosamente un frase dell’intro. Forse ha sottolineare che l’album è un viaggio in città con un taxi, un viaggio carico di pensieri, “Dashboard Jesus in a taxi cab / Never heard a word the driver said / Your in the backseat hanging on by a thread / The sun goes down but don’t come back up again“. This Ain’t Me è forse la canzone di questo album che arriva più tardi. Ai primi ascolti scappa via senza troppo rumore poi cresce rimanendo in testa, “They always leave just as fast as they came, / I always shot em just as fast as I’d aim / Sometimes people just fade on / I tried to fix us but I just got stuck / I can change I can change I can change“. Now You Are Free è un esempio di quella strana voglia degli americani di trasformare una canzone in un inno. Il risultato non è male anche se un po’ scontato, “Stay help take these shadows off me / Stay here all night / Nothing’s easy or comes soft ya know / When something’s gone that’s / So phenomenal / If I’m wrong then it’s alright“. The Avenue è un’altra bella ballata perfetta per una passeggiata notturna in città, “I wanna ride / Down the avenue / With nothing to hide / With nothing to prove / I’m through“. Highway 1 Interlude è un brano strumentale che ci accompagna verso la fine dell’album, verso Hold Onto Anything. L’ultima non poteva che essere una sorta di marcia in quello stile Augustines che ormani abbiamo imparato a riconoscere, “In my mind, it’s still summertime / With fireflies and endless skies / I’m afraid that I / I’ll wait there / I’ll wait there the rest of my life“.

Gli Augustines non sono certo un band alle prime armi. McCarthy e Sanderson suonavano sotto il nome di Pela prima di fondare questo gruppo e si sente nell’impronta che sanno dare alle loro canzoni. Rispetto al primo album è inevitabilmente andato perso quel bisogno di sfogare la rabbia covata dopo tristi eventi. L’energia è stata quindi concentrata per rappresentare un disagio, un’alienazione frutto delle moderne metropoli. La voce unica e l’interpretazione di McCarthy sono i mezzo perfetto per passare il messaggio. Il rock degli Augustines è un rock metropolitano, notturno, a volte pessimista ma mai senza speranza. Un buon album da ascoltare senza nessuna pretesa, forse a tratti un po’ eccessivo ma comunque genuino e sincero.

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