Una colomba in bocca

Joseph Lyons è un giovane cantautore inglese che a vederlo, con quei capelli lunghi e quell’espressione un po’ così, sembra uscito da qualche band metallara o gruppo grunge. Infatti Lyons non nega di essere cresciuto con quella musica ma celandosi sotto il nome di Eaves è autore di canzoni di tutt’altro tenore. Quando lo scorso Novembre era incappato in una versione live di As Old As The Grave per qualche motivo, nonostante un iniziale interesse, avevo accantonato Eaves da qualche parte. Ad Aprile di quest’anno è uscito il suo album d’esordio What Green Feels Like e, memore di quell’ascolto, mi sono buttato dritto su questo disco. Una curiosità: sulla copertina appare in bella vista il nome Eaves ma nascosto tra gli oggetti vari che ci sono nella foto, messo in evidenza da una lente d’ingrandimento, c’è la scritta Lyons e subito sotto J. Lyons.

Eaves
Eaves

Pylons è il singolo d’apertura. Subito si fa largo la chitarra suonata in quel particolare modo che gli inglesi chiamano fingerpicking. La voce calda di Lyons ci porta verso un pop rock carico di sana rabbia alternato a momenti di pop cantautorale. Dove In Your Mouth è l’ultima canzone che Eaves ha scritto per l’album e si possono chiaramente sentire le influenze grunge nella musica. Ci sono quelle melodie cadenti tipiche di questo genere ma Eaves le sfrutta in un contesto più cantautorale ma ugualmente espressivo soprattuto alzando i decibel. Spin è un più vicino al folk pop ma anche questo brano ha quell’animo rock che traspare dalle sue melodie. Una canzone tra le più belle e intense di questo album, “Those conversations as you pass them by / They are mono-colored whilst your handshake screams / Now nobody knows what lies between / It never came much when you tried“. La successiva As Old As The Grave è più complessa e meno lineare delle precedenti. La voce di Eaves sale e scende in una danza oscura e piovosa. Una canzone magica e affascinante difficile da associare ai ventitrè anni del suo interprete e autore. Ma la realtà è questa e non si può far altro che ammirarne il talento, “You lay yourself down a bullet to the brain / And all world’s words can’t tell you that you’re sane / You lay yourself down a bullet to the brain / And all world’s words can’t tell you that you’re sane“. Sotto tutti gli aspetti la successiva Timber non è da meno. Una malinconica ballata pop, piano e voce, dove ancora una volta risalgono prepontenti melodie grunge che “sporcano” la sua anima pop. Un’altra prova di maturità superata a pieni voti. Hom-A-Gum è uno dei brani più lunghi dell’album, ben oltre i sette minuti, ma Eaves regge egregiamente per tutta la sua durata. La sua scrittura è salda su i suoi principi e viene porata avanti con un senso di necessità straordinario. Alone In My Mind è una triste canzone nella quale si risente, più chiramente, quel fingerpicking che caratterizza la musica di Joseph Lyons. La sua voce è fondamentale per dare a questo pezzo più profondità e intensità di quanto non faccia la musica. Purge è la canzone più ambiziosa di What Green Feels Like. Nel suoi quasi nove minuti, Eaves spazia da atmosfere cantautorali ad altre più rock, sfiorando il prog rock nel finale. Purge è una sorta di riassunto, neanche tanto breve, di quello che si è potuto sentire in precedenza in questo album. Forse la sua durata è un po’ eccessiva e rischia di allontanare l’ascoltatore sempre di più con il passare dei minuti. Chiude l’album Creature Carousel e anche in questa occasione Eaves non si risparmia. Una canzone matura come le precedenti ma non altrettanto originale e affascinante. Perfetta però, come conclusione di questa lunga chiaccherata con Joseph Lyons.

What Green Feels Like nonostante sia composto da solo nove canzoni, supera i cinquanta minuti totali con solo due brani al di sotto dei quattro. Personalmente non sono un fan delle canzoni lunghe soprattutto se non hanno motivo di esserlo. Eaves sfrutta molto bene i minuti a disposizione, eccetto che nelle due occasioni finali. La durata dei brani è l’unico difetto che si può imputare a questo brillante esordio. Per me è stata una sorpresa e leggendo qualche recensione ho scoperto di non essere l’unico. Joseph Lyons dimostra, come molti cantautori della sua generazione, una maturità artistica foriera di buone senzazioni per il futuro. Un cantautore da tenere sott’occhio perchè potrebbe dare il via ad un nuovo filone del genere, nel quale il rock più duro e maledetto è fonte d’ispirazione per altri generi, pop e folk in primis. Se volete essere partecipi della nascita di una nuova stella della musica inglese d’autore What Green Feels Like è quello che fa per voi.

Futuro prossimo

Questo mese ci sono state parecchie novità musicali che anticipano altrettanti album in uscita quest’estate o più avanti in autunno. In particolare ci sono tre nuove canzoni che mi hanno sorpeso. Rachel Sermanni ha finalmente annunciato il suo secondo album in maniera definitiva a distanza di tre anni dal precedente Under Mountains. Inizialmente era previsto per Febbraio (con tanto di pre-order) poi il dietro front. Forse Aprile, anzi no, Maggio (con pre-order). Falso allarme. Silenzio. Ora la data è il 10 Luglio (con pre-order, di nuovo) e dovrebbe essere quella definitiva. Nel frattempo è anche cambiata la copertina che ora riporta uno dei disegni della stessa Sermanni. Anche la Sermanni, dopo Laura Marling, sfodera la chirarra elettica e tira fuori Tractor, il primo singolo tratto da Tied To The Moon. Una Sermanni diversa e più pop ma comunque riconoscibile. Sono piacevolmente sorperso dal cambio di direzione ma sono anche sicuro di ritrovare qualche bella ballata folk all’interno dell’album.

Anche Lucy Rose è pronta a pubblicare il suo secondo album intitolato Work It Out previsto per il 6 Luglio. Dopo aver espresso dubbi sul suo primo singolo Our Eyes, la cantautrice inglese ha diffuso un’altra canzone intitolata Like An Arrow. Questa Lucy Rose mi piace di più. Like An Arrow è un’evoluzione del precedente Like I Used To del 2012. Lucy ha messo ha segno un punto a suo favore e sono più fiducioso riguardo questo album.

Questa settimana è stato il turno di Gabrielle Aplin che ritorna in grande stile con Light Up The Dark. Il singolo è già di dominio pubblico mentre per l’album c’è da aspettare fino al 18 Settembre. Il suo ultimo album English Rain pubblicato nel 2013 ha avuto un bel successo e anche a me è piaciuto molto. Anche lei ha deciso di cambiare direzione. Non resiste al fascino della chitarra elettrica e mette insieme un brano pop rock molto piacevole. La sua voce è sempre graziosa e misurata in contrasto con lo sfondo musicale. Non vedo l’ora di ascoltare Light Up The Dark e apprezzare meglio l’avvenuta maturità di questa giovane cantautrice.

Anche la canadese Béatrice Martin aka Cœur de pirate ha annunciato il suo terzo album. Uscirà il 28 Agosto e s’intitolera Roses. Il singolo che l’anticipa è stato rilasciato in due versioni Carry On, in lingua inglese, e Oublie-Moi, in francese. Da quanto dichiarato del Béatrice stessa e da quanto è possibile sentire, Roses non sarà molto diverso dal suo predecessore Blonde del 2011. Quindi non resta che aspettare per ascoltare un altro bell’album di Cœur de pirate. Io personalmente continuo a preferirla quando canta in francese e non è ancora ben chiaro se questo album sarà completamente in questa lingua oppure no.

Il prossimo mese non mancano nuove uscite. Subito il 1 Giugno il nuovo dei Florence + The Machine, How Big How Blue How Beautiful e poi in 23, il secondo di Kacey Musgraves intitolato Pageant Material. Sicuramente in aggiunta salterà fuori qualcos’altro e qualcosa mi sono già segnato, ad esempio il nuovo di Kelly Oliver anticipato dal singolo Jericho e Heavy Weather di Billie Marten. C’è da aspettare ancora un po’ per il nuovo degli Editors che molto probabilmente uscirà ad Ottobre. Pochi e frammentari i rumors che rigurdano rispettivamente il quarto e sesto album di Amy Macdonald e dei Wintersleep. La cantaurice scozzese ha dichiarato di aver terminato la scrittura delle nuove canzoni e adesso si sta godendo la vita in attesa del prossimo tour. La sua casa discografica avrebbe voluto avere l’album prima dell’estate ma Amy ha detto che è impossibile e a noi fans non resta che sperare per questo autunno. Anche i Wintersleep sono pronti ma mancano le prove di un’imminente uscita. Tempo fa sembrava pronti a rivelare almeno il singolo a Febbraio, salvo poi rimangiarsi tutto e ripiegare su un generico autunno. Questa è un po’ la situazione che mi aspetta per i prossimi mesi. Il 2015 si prevedeva ricco di uscite e novità, e così sarà.

Uno di noi

La scorsa estate mi ero dedicato all’ascolto del secondo album del cantautore inglese Keaton Henson, intitolato Birthdays ed ora è stato il turno del precedente Dear…, ovvero il suo esordio, del quale la prima pubblicazione è del 2010. L’album è il frutto del lavoro di un allora ventiduenne Henson e colpisce particolarmente quanto talento aveva e ha il ragazzo. Rispetto al precedente ascolto ho avuto meno difficoltà ad immergermi nel suo mondo che in questo esordio è ancora più intimo e fragile. Mentre in Birthdays c’è qualche sfogo rock, in Dear… il cantautore è più introverso ma capace di trasmettere un senso di inadeguatezza come pochi altri riescono a fare. L’immagine di Keaton Henson, con questo album, si presentava al mondo come un giovane poeta sognatore e tormentato, deluso dalla vita ma con quel po’ di energia sufficiente per tenere duro. Oggi le cose non sono cambiate più di tanto ma forse in buon Keaton non è più tanto insicuro come un tempo.

Keaton Henson
Keaton Henson

Dopo una breve introduzione intitolata Prologue, si comincia con You Don’t Know How Lucky You Are nella quale ritrovo tutta la poesia di Keaton Henson e la sua voce incerta e tesa. Non si può fare a meno di immaginarselo sono chino sulla sua chitarra, “You don’t like to be touched, / Let alone kissed / Does he know where your lips begin? / Do you know / Who you are? / Do you laugh, / Just to think / What I lack?“. Tutta la sua debolezza e fragilità vengono fuori in Charon. Keaton ammette di non essere Ercole e avrà due monete sugli occhi per pagare Caronte. Triste, “And there’ll be coins on my eyes / There’ll be coins on my eyes / To pay Charon / Before I let you near my son“. Triste ma bellissima, la breve storia di Oliver Dalston Browning che segna uno dei punti più alti di questo album. La chitarra e la voce di Keaton ci cullano con una dolce melodia, “She was engaged to be a bride / With eyes so true, he could have cried, oh / She watched him cry on his knees / ‘Dear Ollie, please let me be,’ oh“. Sarah Minor è un amore finito ma non una banale canzone d’amore. Una poesia di un ragazzo poco più che ventenne. Un altro gioiello di questo album, “Love, young love, I hope you are well / At least we now both have a story to tell / Young love, I feel you know me better than most / In spite of real distance, we’ll always be close / In spite of real distance, we’ll always be close“. Un po’ rabbia si intravede in Small Hands. Un altro amore finito (lo stesso?) ma questa volta la voce è disperata più veloce, quasi si volesse rincorrerre ciò che è stato perduto, “Miss you terribly already / Miss the space between your eyelids, / Where I’d stare through awkward sentences / And void through awkward silence / Miss your teeth when they chatter, / When we smoked out in my garden / When we couldn’t sleep for all the heat, / Soft talk began to harden“. Flesh And Bone è uno scorcio dell’album che verrà. Ancora una dichiarazione di debolezza che non si rende necessaria sentendolo cantare. Keaton Henson si sta esponendo per noi. Abbiatene pietà, “And my body’s weak / I feel my heart giving up on me / I’m worried it might just be / My body’s weak / Feel my lungs giving up on me / I’m worried it might just be / Something my soul needs / Something my soul needs / Something my soul needs“. Nests è una confessione di un’amore non corrisposto o forse mai dichiarato. Una canzone apparentemente più allegra delle altre ma che in verità non lo è affatto, “Oh mama, she broke my head / It’s been four years and it does not end / And oh mama, I cannot cry / Mama, she is with another guy / Mama, she is with another guy“. Forse lo è la successiva Not That You’d Even Notice. Una canzone corale e, per certi versi, trascinante. Finalmente si può sentire un Henson più positivo e anche il nostro animo si risolleva un po’, “And I’ll leave you, Marie / With your bags at your feet / And your frame dropped to your knees / I think we’ll be even then, don’t you agree? / I think we’ll be even then, don’t you agree? / Yeah, I think we’ll be even then, don’t you agree?“. Anche Party Song è un’anticipazione del futuro Keaton ma anche questa volta c’è poco da stare allegri. La sua voce,quasi impalpabile e sfuggente, è accompagnata da una chitarra avvolgente e malinconica, “I’m sorry, / Can’t make your party / I’ll be busy burning / And I’m afraid / I’d kill your lover / While your back was turned / Oh“. Due tracce bonus seguono quest’ultima. C’è  To Your Health che è in linea con le altre ascoltate finora, “Make mine a pain in the neck / Here’s to you, you old wreck / And mine is a thorn in the side / Drink up, so we can both finally die“. About Sophie è un’altro ascolto piacevole, nel quale si può scorgere un po’ meno tristezza che in precedenza, “Her car’s like a sauna made mostly of smoke / And it glides back to hers, most late nights like a ghost / And nothing is said unless it needs to be / I’ll watch a movie, she’ll fall asleep“.

Questo esordio di Keaton Henson non è tanto lontano dal successivo Birthdays ma è più intimo e sofferente. In generale, la musica di Henson non è per chi è insofferente alla canzoni tristi. La sincerità che traspare dai suoi testi è incredibilmente intensa, tanto da spingerci a provare compassione per il povero Keaton. Dear… è un album che può essere difficile da ascoltare se non gli si concede la giusta attenzione. Bisogna aspettare che la sua musica e le sue parole giungano naturalmente a noi. Keaton Henson è un poeta dei nostri tempi, che canta la debolezza e l’incertezza delle nuove generazioni (ci sono anch’io) perse nel presente e in viaggio verso un futuro confuso. Tutto questo lo fa dal basso, perchè Henson è uno di noi e non una rock star qualunque che predica ciò che non conosce dall’alto della sua posizione.

 

Corvus frugilegus

Sono passati diversi anni da quando ho ascoltato per la prima volta questo album. Per qualche motivo lo abbandonai quasi subito e finì in quel luogo chiamato dimenticatoio. Ogni tanto mi risuonava in testa il singolo Rooks ma solo recentemente ho ripreso in mano l’album Rook dei texani Shearwater. Il gruppo si è formato nel 2001 dall’idea di due componenti degli Okkervil River, Jonathan Meiburg e Will Sheff. Il successo arriva nel 2006 con il quarto album Palo Santo. La band cambia formazione nel corso degli anni e attualmente della formazione originale sono rimasti solo Meiburg e Kimberly Burke. L’album Rook, del 2008, è il quinto della loro produzione che ad oggi ne conta nove, con il decimo in arrivo. Riscoprire questo album è stata una rinnovata sorpresa. Questa musica è migliore di quella che ricordavo e probabilmente nel 2008 non ero pronto. A causa di un mio difetto ora, sono “costretto” ad ascoltarmi altri album degli Shearwater, ripercorrendo la loro lunga carriera.

Shearwater
Shearwater

Subito Meiburg ci ammalia con la sua voce in On The Death Of The Waters che espolde di un epico rock come un mare in tempesta. Non si può aprire meglio un album come questo, “From the wreck of the ark / to the fading day of our star / the light races / the light drags / the moon rises / the moon sags / over the rolling waves / and your hands on the balcony“. La successiva Rooks (quasi omonima dell’album) è semplicemente meravigliosa. La melodia è evocativa e misteriosa, il testo altrettanto. La multiforme voce di Meiburg crea un’atmosfera unica. Da ascoltare, “When the rooks were laid in piles / by the sides of the road, / they were crashing into the aerials, / hanging from the laundry lines“. Leviathan, Bound è epica e triste. Storia di un cacciatore e la sua mitica preda. Un altra canzone che non passa inascoltata, “The hollow light / is still on the fields / where the winter has warmed / and the snows have drained away / and the hunter’s cry / is still on the air / as the bullet flies home / but the heart that’s pierced with it  /still is racing / still is racing, alone“. Home Life è la più lunga dell’album, ben oltre i sette minuti ma la sua poesia è così piacevole che vorremmo che durasse un po’ di più. Un’altra bella canzone, “She carried you down to the edge / of the dark river and said: / Though the water is wide, / you will never grow tired / You are bound to your life / like a mother and child“. La successiva Lost Boys è triste ma non rinuncia a quelle sonorità epiche tipiche del gruppo, “My winged children, all / will fly over the mountain wall / to the lid of the sky, / and slice its belly full wide / with their warm knives“. Con Century Eyes esplode un indie rock galoppante spezzando in due l’album. Gli Shearwater danno prova di avere nelle loro corde anche il rock. Ben venga, “You were not the first to arrive, / and will not be the last to survive, / as the pigs and the oxen we bound to the wheel / tear it off, tear it off!“. I ritmi ritornano lenti con l’eterea I Was A Cloud. La voce di Meiburg è nascosta, parte integrante della musica che l’accompagna. Una canzone sfuggente e impalpabile come una nuvola, appunto, “I was a cloud, / I was a cloud looking down; / Your frantic waving did not provoke feeling. / But this little one / Steady your wings, now, sparrow“. La successiva South Col è l’unico pezzo strumentale dell’album, un affascinante insieme di suoni che il gruppo descrive attraverso una frase di Rene Dollot : “The lunar landscapes of the Hindu Kush, as if borrowed from prehistory, seem still to wait for the arrival of the animal world, or perhaps to announce its end“. The Snow Leopard è un ritorno alle sonorità di inizio album. Ancora tracce di indie rock mescolate all’immancabile magia della voce di Meiburg. Insieme a Rooks è la canzone più rappresentativa dell’album, “Well, I’ve had enough, / wasting my body, my life / I’ll come away, come away from the shallows“. Chiude The Hunter’s Star. Se gli Shearwater avevano iniziato nel miglore dei modi anche la fine è all’altezza. Poetica e melodiosa, non si può chiedere di più, “Only now would you long / for the ancient boughs, / the moon, overlapping the long white clouds / and the home life of a love / who will never return again“. Un’altra versione dell’album contiene anche la breve North Col, più folk delle canzoni precedenti ma ugualmente affascinante, “Each stray reminder of your home life / is hung on the wind that pulls away from you / as the walls of the mountains in the cold light / glow red, in an echo of the flares on high / in the vault of the night“.

Un album da ascoltare tutto d’un fiato, condensato in nemmeno quaranta minuti. Un album che richiama se stesso più volte, come se alla base ci sia un’ispirazione comune, un’idea. La musica degli Shearwater è magica e misteriosa pur non abusando mai di quel tono epico nella voce Jonathan Meiburg. Inizialmente credevo che questa band fosse inglese e quando ho scoperto che sono texani sono rimasto sorpreso. Le immagini e le atmosfere della loro musica sembrano uscire dai malinconici paesaggi britannici, più che dal caldo sud degli Stati Uniti. Forse gli Shearwater hanno scoperto la ricetta segreta per farci viaggiare così tanto lontano da casa. Sono contento di aver riscoperto questa band. Qui sotto una bella versione acustica di Rooks.

Mi ritorni in mente, ep. 27

Nei giorni scorsi i britannici Editors hanno rivelato una nuova canzone che anticipa il loro quinto album. Il titolo è No Harm e ancora una volta Tom Smith e soci hanno saputo sorprendere. Il singolo è stato trovato da un fan, dopo una sorta di caccia al tesoro, in una compilation della PIAS, nella quale era presente come traccia nascosta. Dopo i primi due album, gli Editors, hanno continuato a ricercare sempre qualcosa di nuovo. Questa No Harm sembra uscire dal loro terzo disco, In This Light And On This Evening, dopo che l’ultimo The Weight Of Your Love ci aveva mostrato degli Editors più pop-rock e orecchiabili. Un ritorno a sonorità più complesse e scure, che a mio parere vuole esprimere un nuovo inizio per la band. L’addio di Chris Urbanowicz a metà delle lavorazioni di The Weight Of Your Love aveva costretto il resto del gruppo a rimettere mano alle canzoni, allungando così la distanza tra i due album a quattro anni. Forse la semplicità e l’immediatezza del quarto album è il risultato di una rielaborazione avvenuta in tempi brevi. Ecco che The Weight Of Your Love è risultato un album piacevole ma un mezzo passo indietro nell’evoluzione del gruppo.

Questo quinto lavoro ha permesso agli Editors si ripartire da zero con la nuova formazione e No Harm è il risultato. Sinceramente la canzone non mi dispiace e con questa la smetteranno di paragonarli agli U2 (anche se qualcuno già ha iniziato a paragonarli ai Radiohead).  No Harm è solo un assaggio e aspetterò l’album prima di giudicare l’ennesima svolta del gruppo. Gli Editors hanno un posto speciale nella mia musica e questo brano ha risvegliato il mio interesse verso di loro.