Il peso del mondo

Quando si tratta di cantautori, non so resistere alle voci profonde, baritonali. Come potevo, dunque, non concedere un ascolto a Louis Brennan? Cantautore di origini irlandesi al suo esordio con Dead Capital, Louis Brennan ha impiegato davvero poco per convincermi. Un aspetto da cantautore ribelle che con la sua voce sembra voler esprimere un senso di disagio (ricordando quella di Leonard Cohen). Di solito la mia attenzione ricade più spesso sulle voci femminili ma ultimamente mi capita sempre più spesso di trovare cantautori interessanti che, nonostante la giovane età, raggiungono livelli di espressività davvero notevoli. Insomma, non ho perso tempo e ho fatto mio questo album, addentrandomi nel tormentato animo dei Brennan.

Louis Brennan
Louis Brennan

L’album si apre con Airport Hotel. Subito si percepisce la centralità della voce di Brennan, che cresce di intensità con la canzone. Il testo è schietto, poco spazio ai giochi di parole, l’accompagnamento essenziale ma sorprendente. Da ascoltare, “On the bed at the airport hotel / You were curled up like a question mark / I buttoned my collar / My tie like a noose / As you emptied out the mini bar“. La successiva Bit Part Actor racconta il male di vivere di un uomo che ha perso la voglia di andare avanti. Brennan si dimostra un cantautore sincero, che non si risparmia e mette a nudo la sua anima, “And I am tired of listening / To the sound of your laughter / Let me deliver my lines and leave / Like a bit part actor / Pacing in the wings / Waiting for a cue / But no one ever comes / To usher you in / In the end it is down to you“. The Culture Of Resistance è una canzone sull’apatia che pervade la società moderna. Brennan si rivolge, con fare indifferente, a Jeremy Corbyn, ipotetico destinatario di riflessioni dure e nichiliste. Un testo che non si può fraintendere e nel quale non si intravede nessuna speranza, “Oh Jeremy / Mendacity’s the perfume of your peers / Ideology is bankrupt / It is decades in arrears / And there is no manifesto, no / Just the catalyst of fears / For an imperial monopoly / As it slowly disappears“. La monotonia della vita di tutti i giorni, che va svuotandosi sempre di più è il tema di London. A dispetto di una musica che richiama il classico rock americano, il testo è ancora una volta spietato, “But on the 277 I am starting to cry / With my head in my hands I am wondering why / I get up in the morning go to bed at night / When nothing ever happens in between“. Get On Top è una solitaria ballata dedicata ad un’amante. Qualche riflessione sull’amore e sulla giovinezza alleggeriscono i sentimenti, fin qui disperati, delle canzoni precedenti. Il finale strumentale contribuisce alla causa, “Let’s pretend we’re strangers / Like we just met in a bar / Undressing on the stairs / All tooth and nail and recency / Who cares for common decency / We know who we really are“. Con Silence, Louis Brenann torna a riflettere sulla società di oggi. La vacuità dei social network e l’ipocrisia sembrano invadere ogni aspetto della vita, “And there’s no future here / Amidst the waves of mediocrity / The uniform appearance / Of alternative consumer choice / When I open my mouth / There is only one voice“. Selfish Lover è un’altra cruda riflessione sulla vita. Una vita al limite, tra alcol e droghe, che tentano invano di colmare un vuoto più profondo. Luis Brennan non ci risparmia parole scomode e si esprime senza filtri, “Oh amazing grace / You left the most bitter taste / What a terrible waste / To pray for one that can’t be saved“. The Narrative Of Self Defeat è una bella canzone, un folk americano, che ci mostra un Brennan meno schietto e più poetico. La ricerca delle parole giuste sembra essere in questo caso più centrale che in precedenza, “It’s the oldest conceit / The narrative of self defeat / Washing the feet / Of every Mary you meet / Carrying that cross / A monument to what you’ve lost / C’mon Boss / Why don’t you give me a break?“. La successiva I Walk Away From A Glittering Career è autobiografica e affronta il rifiuto di seguire una carriera luminosa. Brennan ha scelto di rifiutare le opportunità che la vita gli ha offerto, cercando la libertà, “I walked away from a glittering career / Left my bourgeois affectations / On the baggage carousel / Of an Airport / In a distant destination / I wanted very badly to be free / Of the western existential malady“. Home Sweet Home è una malinconica ballata d’altri tempi. Si tratta del brano più luminoso dell’album, non allegro, solo più luminoso. Un coro di voci maschili amplifica il ritornello, quasi un coro di pazzi, “Oh home sweet home / How could you be so cruel / The culture of blame / The patriot game / And old men in cassocks / To keep down the masses / With guilt and and shame“.

Dead Capital non è un album leggero. Louis Brennan prende a molto cuore temi che non lo riguardano direttamente. La politica, la società, le convenzioni si trasformano in preoccupazioni concrete, fino a diventare personali. Li affronta senza peli sulla lingua, in un linguaggio che a volte può apparire sconveniente, eccessivo. Riferimenti espliciti al sesso, alla droga e all’alcol non mancano e scuotono la coscienza. Louis Brennan sembra quel genere di artisti che sentono il peso del mondo sulle loro spalle, un peso troppo grande da affrontare da soli. Scrivere canzoni è un buon modo per condividerlo e alleviare così il proprio fardello. Forse è inutile o forse no. Dead Capital è un album che non guarda all’intrattenimento ma alla trasmissione di un messaggio. Non c’è speranza nelle sue parole ma solo la consapevolezza che resistere è inutile ma bisogna provarci.

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Pugni chiusi

Anche se a me sono sembrati di meno, sono passati tre anni dall’ultimo In Dream, quinto album della band britannica Editors. Il gruppo guidato dal carismatico Tom Smith è tornato quest’anno con la sesta fatica intitolata Violence. Quando si affronta un loro nuovo album bisogna sempre prepararsi a trovarci dentro qualcosa di diverso dai precedenti. Gli Editors sono sempre stati in precario equilibrio tra una band da stadio e il gruppo alternativo poco mainstream. Se da una parte è un bene, il non essersi piegati a facili hit alla Coldplay, dall’altra Smith e soci sono spesso tenuti poco in considerazione quando si citano le migliori band degli anni ’00. Questo Violence è dunque l’ennesimo ritorno che dal quale non sai cosa aspettarti. O forse lo sai già.

Editors
Editors

Cold apre l’album, affidandosi alle sonorità tipiche della band, nella quale ritroviamo l’elettronica che torna a concedere spazio alle chitarre. Un brano pop rock dalle tinte scure e non può essere altrimenti quando si ha che fare con gli Editors, “It’s a lonely life, a long and lonely life / Stay with me and / Be a ghost tonight, be a ghost tonight / But don’t you be so cold“. Se c’è una canzone che avrei voluto sentir fare da anni a questo gruppo, questa potrebbe essere proprio Halleluia (So Low). Testo criptico ma soprattutto un piglio energico e distorto. Finalmente la band di Tom Smith ritrova la scossa giusta, esprimendosi in una delle migliori canzoni di questo album, “You sold me a second hand joke / Young man, where there’s fire there’s smoke / Your mouth is fire and smoke / Just don’t leave this old dog to go lame / This life requires another name“. La title track Violence permette al gruppo di tirare fuori di nuovo i synth e tornare ai sui standard volutamente più epici. Oltre sei minuti di canzone nella quale la tensione è costante senza picchi. Un finale strumentale arricchisce e completa il tutto, “Baby we’re nothing but violence / Desperate, so desperate and fearless / Mess me around until my heart breaks / I just need to feel it / Baby we’re nothing but violence / Desperate, so desperate and fearless / Desperate and fearless“. Darkness At The Door è un vibrante rock che da un po’ di luce all’album. Un ritorno prepotente delle chitarre scorre come sangue nelle vene della musica degli Editors. Un altro gran pezzo da ascoltare, “This old town still gets out of line / Darkness at the door to greet me / This old town still gets out of line / Darkness at the door to greet me“. Nothingness si affida alla voce magnetica di Smith, ricalcando le orme del precedente album. Gli Editors nuotano in acque sicure ma riescono comunque a mantenere alta l’attenzione dell’ascoltatore, “I’m not mining for gold / But insecurity / Fooled by a trick of the light / Are you there? / I’m not breaking the mould / I wouldn’t fill it / Hold my life in your hands / If you dare“. Il singolo Magazine è un’invettiva verso i potenti corretti. Ancora una volta la band di Birmingham dimostra di avere tanta energia da mettere in musica, mescolando con attenzione degli ingredienti, “Now talk the loudest with a clenched fist / Top of a hit list, gag a witness / It takes a fat lip to run a tight ship / Just talk the loudest with a clenched fist“. Nonostante sia da diversi anni che circola questa canzone, No Sound But The Wind, non era mai stata pubblicata in un album. Originariamente scritta per la colonna sonora per un film della saga di Twilight, trova finalmente il suo posto in questo album. Una ballata romantica al pianoforte che mancava da un po’ nella loro musica, “Help me to carry the fire / We will keep it alight together / Help me to carry the fire / It will light our way forever“. Counting Spooks ci riporta ai fasti di In This Light And On This Evening anche se meno oscura e opprimente. Un ritornello che spicca sul sottofondo musicale, che nel finale si trasforma in un ritmo disco, “It’s getting late / The skyline’s a state / This city’s tired like we are / We’re holding it together / Counting spooks forever / I’m just so tired of numbers“. Chiude l’album, Belong, dove gli Editors sfoderano un lato più poetico e solitario. Un aspetto inedito e poco sfruttato dalla band. Un brano allietato da un accompagnamento orchestrale, interrotto dai riff elettrici delle chitarre, “In this room / A wilderness / You’re the calm / In that dress / Circling birds / Spits of rain / Rest your head / On the windowpane“.

In Violence (in copertina le prime due lettere VI compongono il numero sei romano, ad indicare il sesto album) gli Editors sembrano fare pace con sé stessi. Limitandosi a proporre solo nove canzoni, sono riuscita a conciliare le diverse anime dei loro album precedenti. Non hanno rinunciato né alle chitarre né ai synth, dando così uniformità all’intero lavoro non solo al suo interno ma anche rapportato con il resto della loro produzione. Tom Smith e la sua band sono tornati con grande energia in quello che sembra essere una sorta di album di transizione dove la strada da intraprendere non è ancora stata decisa. Quando si parla degli Editors non si sa mai se ne troveranno una, ma non è detto che questo sia una cosa negativa. Violence si tratta, a mio parere, dell’album più convincente della band dai tempi di In This Light And On This Evening e fa ben sperare per il futuro di questo gruppo da sempre messo alla prova da pubblico e critica.

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Mi ritorni in mente, ep. 50

Piccola pausa prima di riprendere con le consuete recensioni e per l’occasione vado a ripescare una canzone tratta da un EP uscito lo scorso anno. L’artista in questione è Sophie Morgan, giovane cantautrice inglese, al debutto lo scorso anno con Annie, composto da quattro canzoni. Voce morbida e innocente che richiama alla memoria le sonorità tipiche che del cantautorato pop inglese. Tra queste quattro canzoni spiccano l’originale Hey Annie e la cover di una canzone dei The Waterboys intitolata The Whole Of The Moon. Tutto l’EP viagga sulla stessa lunghezza d’onda, lasciandoci la curiosità di scoprire qualche sfumatura in più nella sua musica magari in un prossimo album.

Mentre io mi preparo alle nuove uscite del mese di marzo, non sono poche e anche piuttosto interessanti, vi lascio ascoltare Hey Annie.

Quando la pioggia non cade

Solo guardando la copertina di By The Way, I Forgive You si può intuire molto del nuovo album di Brandi Carlile. Il suo volto in primo piano, dipinto dall’amico Scott Avett, emerge dal buio alle sue spalle. Per la prima volta la copertina di album della cantautrice americana è così oscura e personale. Il suo sesto album si presenta, fin dal primo sguardo, come qualcosa di diverso. Dopo l’album di transizione del 2015, intitolato The Firewatcher’s Daughter, Brandi Carlile è tornata quest’anno con un album importante che potrebbe segnare una tappa, ma anche un traguardo, della sua carriera che la vede sul palco da più di dieci anni.

Brandi Carlile
Brandi Carlile

Every Time I Hear That Song ci riporta alle toccanti canzoni che rendono quest’artista speciale e unica. Si sente fin da subito un piglio più maturo, come se qualcosa fosse scattato dentro di lei, rompendo qualsiasi barriera tra la sua musica e la sua anima, “By the way, I forgive you / After all, maybe I should thank you / For giving me what I’ve found / Cause without you around / I’ve been doing just fine / Except for any time I hear that song“. Il singolo The Joke amplifica questa sensazione, grazie al suo inizio dimesso. La musica e la voce crescono insieme fino ad esplodere in un finale epico. Un testo bellissimo che ci invita a non arrenderci di fronte alle ingiustizie della società di oggi, “Let ‘em laugh while they can / Let ‘em spin, let ‘em scatter in the wind / I have been to the movies, I’ve seen how it ends / And the joke’s on them“. Con Hold Out Your Hand, si passa ad un folk rock che oscilla tra momenti veloci e tirati ad altri più distesi e liberatori. Una Carlile inedita, carica di energia, che sporca la sua voce per tirare fuori quel qualcosa in più, “When the rain don’t fall and the river don’t run / And the wind takes orders from the blazing sun / The devil don’t break with a fiery snake / And you handled about goddamn much as you can take / The devil don’t take a break“. La successiva è una dolce canzone dedicata alla figlia Evangeline, intitolata The Mother. Brandi Carlile sfodera tutta sua sensibilità per esprimere la gioia di essere madre e vedere la propria vita stravolta mentre il mondo intorno al loro continua ad essere quello di sempre, “She’s fair and she is quiet, Lord, she doesn’t look like me / She made me love the morning, she’s a holiday at sea / The New York streets are as busy as they always used to be / But I am the mother of Evangeline“. La successiva Whatever You Do rappresenta bene il filo conduttore di questo album. Una canzone sulle difficoltà della vita e dell’amore, cantata con quella voce emozionante alla quale non si può rimanere indifferenti, “There’s a road left behind me that I would rather not speak of / And a hard one ahead of me too / I love you, whatever you do / But I got a life to live too“. Fulton County Jane Doe è dedicata ad una donna senza nome trovata agonizzate ad Atlanta e morta pochi giorni dopo in ospedale. Dal 1988 questa donna è rimasta senza nome, “We came into this life with nothing / And all we’re taking is a name / That’s why I’ve written you this song / This is for Fulton County Jane“. Sugartooth racconta la triste storia di un ragazzo consumato dalla droga, nella quale cerca di affogare il proprio incomprensibile dolore. Una delle migliori canzoni che Brandi Carlile abbia mai scritto (con la complicità dei fratelli Hanseroth) sia dal punto di vista del testo che della musica. Da ascoltare, “He wanted to be a better man / But life kicked him down like an old tin can / He would give you the shirt on his back / If not for a sugartooth“. Most Of All ritorna sulle sonorità più care alla Carlile. Racconta attraverso ricordi e sensazioni tutto ciò che di bello lega una famiglia nel corso del tempo, facendolo sempre con la straordinaria sensibilità che la contraddistingue, “I haven’t seen my father in some time / But his face is always staring back at me / His heavy hands hang at the ends of my arms / And my colors change like the sea“. Brandi Carlile non è mai rimasta indifferente alle emozioni che il tempo che passa lascia dietro di sé e Harder To Forgive ne è un altro esempio. Ancora una canzone splendida, interpretata magnificamente, “I love the songs I hated when I was young / Because they take me back where I come from / When every broken heart seemed like the end / When everyone was someone different then“. Perfetta conclusione di questo album, la bella Party Of One. Sopra un pianoforte si poggia la voce della Carlile, che appare stanca ma ancora viva. Una canzone intensa e riflessiva, “Oh your constant overthinking and your secretive drinking / Are making you more and more alone / And girl, you can slam the door behind you / It ain’t ever gonna close / Because when you’re home, you’re already home“.

Quello che ha fatto Brandi Carlile in questo By The Way, I Forgive You è non assecondare la volontà di ricondurre la sua musica ad un genere o stile. Alla cantautrice americana, per la verità, le sono sempre andate strette le etichette ma in qualche modo ricadeva sempre all’interno di qualche definizione vicina al country. In questo album invece ha fatto tabula rasa di qualsiasi legame ai generi musicali a lei associati, anche affidandosi spesso ad accompagnamenti orchestrali. Ha ripreso il controllo della sua musica, sostenuta sempre dai gemelli Hanseroth, e così facendo ha rinvigorito sé stessa e il suo essere cantautrice. L’album è carico di temi maturi e malinconici. Non c’è posto in By The Way, I Forgive You per una gioia spensierata ma solo per gratitudine e speranza. Non si tratta di un album “triste” ma semplicemente di un album che va ad esplorare le difficoltà della vita e le piccole grandi emozioni che sa riservare.

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