Welch la Rossa e la speranza

Il loro ultimo How Big, How Blue, How Beautiful era stato uno dei migliori album del 2015. I Florence + The Machine quest’anno sono tornati con un nuovo lavoro intitolato High As Hope. Niente più bianco e nero in copertina e lo sguardo di Florence Welch è un più sereno ma non troppo. Tutto lascia presagire che le atmosfere di questo album saranno diverse dal suo predecessore. Quarto disco per il gruppo britannico, capitanato da un ormai iconica Florence Welch e da Isabella “Machine” Summers, che ha segnato come pochi altri il panorama musicale degli ultimi dieci anni. Le aspettativa per un nuovo album sono sempre alte quando si parla di questa band e High As Hope non fa eccezione considerando l’ottimo successo del capitolo precedente. Ebbene, non resta che ascoltarlo, sapendo che mi stupirò una volta di più della voce di questa ragazza.

Florence Welch
Florence Welch

Si inizia con la poetica June. Un classico brano dei Florence + The Machine, dove la voce della Welch regge il timone della canzone. Lentamente si sale di tono, sfociando nella consueta epicità della band. Cos’altro chiedere? “I hear your heart beating in your chest / The world slows till there’s nothing left / Skyscrapers look on like great, unblinking giants / In those heavy days in June / When love became an act of defiance“. Il singolo Hunger è funziona come un orologio. Tutto procede nella direzione giusta. Positività e un pizzico di malinconia sono gli ingredienti di questo album e questo brano ne incarna al meglio le caratteristiche, “At seventeen, I started to starve myself / I thought that love was a kind of emptiness / And at least I understood then the hunger I felt / And I didn’t have to call it loneliness“. South London Forever una riflessione sulla vita, potente e lucente. Florence Welch dismette per un attimo i panni di cantautrice poliedrica per rifugiarsi in quelli più intimi e personali. Il risultato è come sempre ottimo, “And we’re just children wanting children of our own / I want a space to watch things grow / But did I dream too big? / Do I have to let it go? / What if one day there is no such thing as snow? / Oh God, what do I know?“. Il brano più interessante, perché differente dal resto dell’album, è senza dubbio Big God. La musica lascia spazio a tutta la forza espressiva della Welch. Tutta la forza e il tormento dell’amore emergono dal suo canto libero. Da ascoltare, “You need a big god / Big enough to hold your love / You need a big god / Big enough to fill you up“. Sky Full Of Song riprende le prime sonorità del gruppo. Melodie sognanti e tristemente dolci prendono forma poco a poco, trasmettendo un senso di beatitudine non affatto facile da evocare, “Grab me by my ankles, I’ve been flying for too long / I couldn’t hide from the thunder in a sky full of song / And I want you so badly but you could be anyone / I couldn’t hide from the thunder in a sky full of song“. La successiva Grace è guidata dal suono di un pianoforte e vede la Welch elevarsi al livello di cantante confidenziale, senza rinunciare alla distintiva potenza della sua voce, “I’m sorry I ruined your birthday you had turned 18 / And the sunshine hit me and I was behaving strangely / All the walls were melting and there were mermaids everywhere / Hearts flew from my hands and I could see people’s feelings“. Patricia ricalca ancora le sonorità del passato della band. Tanta energia e un ritornello orecchiabile, marchio di fabbrica inconfondibile. Florence Welch dimostra di non aver perso affatto lo smalto qualche hanno fa, “Drink too much coffee and think of you often / In a city where reality has long been forgotten / Are you afraid? ‘Cause I’m terrified / But you remind me that it’s such a wonderful thing to love“. 100 Years è un magnetico pezzo pop dove la voce della Welch guida le danze. Il resto della band la segue ma appare evanescente, in secondo piano, come spesso è accaduto in questo album, “Then it’s just too much, I cannot get you close enough / A hundred arms, a hundred years, you can always find me here / And lord, don’t let me break this, let me hold it lightly / Give me arms to pray with instead of ones that hold too tightly“. The End Of Love è una ballata accompagnata dalle note del pianoforte. Il coro nel ritornello è pura energia, esaltazione di un brano pop di razza, “And in a moment of joy and fury I threw myself / In the balcony like my grandmother so many years before me / I’ve always been in love with you / Could you tell it from the moment that I met you?“. La conclusiva No Choir cattura l’attenzione con il suo inizio a cappella per poi lasciarsi andare ad un sound leggero e sognante. Il canto potente della Welch da corpo ad una musica impalpabile, “There will be no grand choirs to sing / No chorus could come in / About two people sitting doing nothing / But I must confess / I did it all for myself / I gathered you here / To hide from some vast unnameable fear“.

Con High As Hope i Florence + The Machine non si prendono il rischio di alzare ulteriormente l’asticella della loro carriera. Danno una mano di colore al suo monocromatico predecessore e rispolverano, in parte, il sound degli esordi. Florence Welch si prende la scena, come sempre, ma questa volta non è lei a prevalere sulla band. Piuttosto è “la macchina” ha fare un passo indietro, lasciando che la carismatica rossa si possa muovere liberamente. High As Hope è in definitiva un album che soddisfa le attese ma che lascia intendere la volontà di non forzare troppo la mano come successe con Ceremonials nel 2011. Florence Welch si riconferma una delle donne più carismatiche e di talento del scena musicale internazionale e questo album dimostra che non ha bisogno di un accompagnamento epico per emergere. High As Hope non ferma i Florence + The Machine e rilancia la sfida per il prossimo futuro.

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