Mi ritorni in mente, ep. 45

Questa rubrica si sta trasformando in un buon modo per farvi conoscere qualche uscita dello scorso anno e che non ho riportato in questo blog. La musica e gli artisti sono per me un po’ come le ciliegie, una tira l’altra e più ascolto, esploro e conosco e più mi ritrovo sommerso da titoli, nomi, album ecc. La cosa mi piace e le nuove uscite scandiscono le mie settimane. E poi ci sono giornate come oggi che mi dedico a qualche acquisto (sì, io gli album li compro ancora) e così finisco per aggiungere altra musica più o meno nuova alla mia collezione. Gli album e le canzoni passano uno dopo l’altro nelle mie orecchie e spesso più velocemente di quanto riesca a scriverne su questo blog. Ma non voglio lasciare indietro nessuno e questa è una buona occasione per recuperare senza troppo impegno.

Attratto fin da subito dal singolo Desdemona non ho potuto resistere ad continuare l’ascolto delle canzoni della giovane cantautrice americana Andrea von Kampen. Il suo EP intitolato per l’appunto Desdemona è una raccolta di cinque canzoni dalle sonorità folk americane sulle quali spicca la title track. Si passa dalla più fresca e spensierata Two Stupid Kids alla ballate romantiche come Let Me Down Easy. Voce morbida e un’ottima abilità nello scrivere canzoni, come dimostrato in Dink’s Song, sono le caratteristiche principali, nonché i punti di forza, di Andrea von Kampen. Non mi resta che aspettare il suo album d’esordio, la forma sotto la quale preferisco ascoltare un nuovo artista.

Il mondo ti sta cercando

Sono passati tre anni dal sorprendente debutto di Aldous Harding (Baudelaire nel pomeriggio) e lo scorso Maggio, la cantautrice neozelandese, al secolo Hanna Claynails Harding ha dato alla luce il seguito intitolato Party. Un album atteso, non tanto per cercare conferma del suo talento, ma più per la curiosità di conoscere quale fosse la strada intrapresa. Le sue performance eccentriche e allucinate, hanno plasmato l’immagine di una cantautrice libera da vincoli stilistici e questo suo Party è il risultato di una crescita artistica importante.

Aldous Harding
Aldous Harding

L’apertura con Blend ci guida nell’inquieto mondo della Harding. La sua voce distorta sembra voler confondere l’ascoltatore. Una canzone essenziale che fin dal primo ascolto attira l’attenzione, trascinandoci dolcemente ma senza via di scampo, “Hey, man / I really need you back again / The years are plenty / Somewhere / I have a watercolour you did / I saw you walking on the sand / In Thailand“. Il pianoforte di Imagining My Man è uno strumento musicale quanto la voce della Harding. Si trasforma e si fa profonda, quasi ad imitare quella di un uomo, creando una delle canzoni più belle dei questo album. Quella malinconia, quel malessere del suo esordio sembrano intatti, “I hope one dream will get that when we’re / Lucky to be given the chance / I do not have the answer / But I don’t have the wish to go back“. Living The Classics è un richiamo alle sonorità folk degli esordio. Aldous Harding richiama alla memoria piccoli desideri e volontà, usando quasi esclusivamente la voce. Un piccolo gioiellino di semplicità e magia, “Can’t fight the feeling / Gonna make it / I won’t stop turning / ‘Til I’m twisted / Come find me / Drag me back to hell / Living the classics“. La title track Party è un ritorno a quel folk del primo album, malinconico e triste. La Harding tira fuori la sua voce più innocente, quasi irreale ma di forte impatto. La sua essenza potrebbe essere racchiusa qui, in questa canzone, “I was as happy as I will ever be / Believe in me / I will never break from you / If there is a party, will you wait for me?“. Sincera e confidenziale, è così che appare la splendida I’m So Sorry. La Harding si trasforma ancora, cambia pelle, alla ricerca di un’espressività sempre migliore. Un brano ipnotico, “My body, grateful / Never really knew how to write / My body, grateful / I never knew how to write“. Quasi a contrastare quanto ascoltato finora, Horizon, apre scenari sconfinati e complessi. Una canzone oscura, affascinante. Un fascino magnetico, veicolato dalla performance sopra le righe della Harding. Basta un pianoforte appena accennato per mettere in piedi, con l’uso prezioso della voce, una delle canzoni più carismatiche dell’album, “I broke my neck / Dancing to the edge of the world, babe / My mouth is wet, don’t you forget it / Don’t you lose me / Here is your princess / And here is your horizon / Here is your princess / And here is your horizon“. Si sentono gli echi della musica di Agnes Obel in questa, What If Birds Aren’t Singing They’re Screaming. Un brano che trasmette un senso profondo di tristezza, nonostante la melodia morbida del pianoforte, “I got high, I thought I saw an angel / But it was just a ghost heaving under his cloak / What if birds aren’t singing they’re screaming / What if birds aren’t singing they’re screaming“. The World Is Looking For You è un’altra delicata poesia nello stile della Harding. Tutto è etereo, leggero, la voce della Harding è sommessa. Inimitabile, “There is no end to the madness I feel / There is no end to the madness I feel / Yes, you found me / Yes, you love me but will you stay? / Yes, you found me / Yes, you love me but will you stay?“. L’ultima Swell Does The Skull è una canzone dal fascino misterioso d’altri tempi. Una canzone che avrebbe potuto far parte del disco d’esordio senza problemi. Ad arricchire il brano anche la voce unica di Perfume Genius (aka Mike Hadreas), “He comes home, out of the rain / I take his coat, and his walking cane / He can feel that I hold him tight / The day’s over / We belong by the fireside“.

Party vede abbandonare, almeno in parte, le sonorità folk di quattro anni fa, abbracciando un stile più vicino al cantautorato moderno. Aldous Harding appare libera di esprimersi, meticolosa nella ricerca della voce perfetta per ogni canzone. Questa ragazza è un’artista che si esprime al di là della sua musica, attraverso un’espressività data dal corpo e dalle espressioni del suo volto. Che sia tutto studiato a tavolino o frutto del suo cuore, questo solo il tempo sarà in grado di definirlo. L’unica cosa certa è che Aldous Harding ha fatto un altro album di rara intensità, forse a volte volutamente veicolata da un distacco più che apparente ma dal richiamo magnetico.

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Lacrime salate

Fin dalle prime note del singolo Motorcycle si intuisce che la cantautrice californiana Jade Jackson sta facendo sul serio. Perchè Gilded, pubblicato lo scorso Maggio, nonostante lo si potrebbe considerare un esordio, è in realtà la realizzazione di sogno, un nuovo inizio dopo qualche pubblicazione uscita in sordina. Una casa discografica come la Anti e un produttore come Mike Ness (leader dei Social Distortion) sono sufficienti a far alzare l’attenzione ma anche le attese. Io, all’oscuro di tutto questo ma già vittima di Motorcycle, mi sono lasciato conquistare da Jade Jackson e il suo Gilded.

Jade Jackson
Jade Jackson

Aden apre l’album anticipando le sonorità dell’album. La voce ruvida della Jackson ci introduce in un’atmosfera tanto cara al country rock americano. Tra le chitarre si snoda una storia d’amore tormentata che ben si addice allo stile personale della cantautrice, “I’m alone / ‘Cause my baby, he’s gone / Ain’t no place feels like home to me / Aden, please / Don’t make me move on / I’ve never loved anyone“. La successiva Back When è malinconica e profonda. Una delle canzoni più emozionanti di questo album, che trasmette un senso di nostalgia, una consapevolezza che quei tempi non torneranno più, “I wanna go back to the post office / Sort through the thrown away mail / Back when we’d climb up on the roof of / The old town jail / Back when we smiled, we were beamin’ / And when we cried, we wailed“. Bridges è una preghiera a Dio cantata inizialmente con un filo di voce ma continua in un crescendo disperato. Questa è la miglior prova di talento di questo album, dove Jade Jackson mostra le sue carte, “Lord when will my lessons be learned? / Let me walk o’er the bridges I’ve burned / Lord when will my tides turn? / Let me walk o’er the bridges I’ve burned“. La vibrante Finish Line è una straordinaria ballata country. C’è voglia di riscatto in questa canzone, una sintesi dello spirito americano veicolato dalla sua canzone più immediata e orecchiabile, “I saw the way they looked and I heard them laugh / They couldn’t wait to talk until I turned my back / Well I won’t be that bitter taste in their mouths / So I ain’t never going back to your family’s house“. Troubled End si potrebbe definire una murder ballad e mette in luce una Jackson diversa ma perfettamente a suo agio. La sua voce si fa più calda e suadente, rivelandosi più versatile di quanto non sembri, “He took one look at her / And knew she was the one / She didn’t know her troubled end / Had just begun“. Decisamente più rock di quanto fatto sentire finora è Good Time Gone. Jade Jackson indossa i panni di cattiva ragazza e le calzano a pennello. Ottimo diversivo, “We stopped at the willow / Outside the gate / At the time well / It didn’t seem late / The devil makes three, whisky makes four / Jack then Jim, Evan Williams then the floor“. Salt To Sugar è un’altra ballata dalle atmosfere intense dove la voce della Jackson è una preghiera. Un’interpretazione emozionante al di là del testo e della musica, “And I can’t go back / I’ve gone too far / Got in a wreck and totaled my car / And I can’t escape / Or either go on / The rails on the bridge were a little too strong“. No Guarantees è segnata dai tormenti dell’amore. Una canzone che suona come un inno giovane, un inno di libertà e passione, “It’s not hard to be unfaithful / Ah, the things a heart is capable of / It’s not hard being unstable / ‘Cause there’s no guarantees in love / There are no guarantees in love“. Tutto il fascino di questo album si potrebbe racchiudere nella sola Motorcycle. Un giro di chitarra che evoca lente cavalcate in sella ad una moto, la voce della Jackson è ruvida quanto basta. Un mix perfetto, “I gotta move / Like the waters in the river / Where the lakes and the ocean mix / Please understand / I feel my boot heels sink in quick sand / Baby every time we kiss / So I must go / And I can’t move slow“. La title track Gilded è la canzone più poetica di questo album. Un ritornello che ti viene voglia di cantarlo appena lo senti. Una boccata di aria fresca, in piena libertà, “Yeah, you took those young days from me / Unlatched the cage, set the wild bird free / Then your silver tongue gilded her wings / Sent her flying to fall beneath“. Chiude l’album il country rock di Better Off. Un’energica canzone che riaccende l’album prima delle ultime note, consapevoli di ricominciare dall’inizio un’altra volta, “I realize / That you can’t comprehend / If I don’t make it now / I’ll lose myself again / Why are you not trying to / Mend these broken wings? / I need somebody who’ll / Smile when I sing“.

Per Jade Jackson non è un semplice esordio questo Gilded, lo stesso vale per chi ascolta. Si percepisce uno stile ben delineato, forse ancora da raffinare ma Jade Jackson è sicura di sé. Lo può essere solo chi ha alle spalle tante canzoni che vanno a costruire una solida base su cui fondare un album come questo. Gilded mostra tutto il potenziale di un’artista che può solo migliorare ed essere in grado di muoversi a piacere tra country e rock, rimanendo ancorata alla tradizione americana e al caldo sole della California. Ascoltare Motorcycle è un buon modo per cominciare questo viaggio in compagnia di Jade.

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Cattive abitudini

Lo scorso anno incappai nella bionda cantautrice americana Logan Brill (Ape regina) e fui sorpreso dall’energia delle sue canzoni. Ma ciò che più mi sorprende è come, a distanza di un anno, il suo album Shuteye fatichi ad uscire dalla mia personale classifica degli ascolti. Segno che Logan Brill è risuscita nella non facile impresa di fare un album sempre piacevole da ascoltare e riascoltare. Perché fermarsi a Shuteye quando alla mia collezione mancava il suo album d’esordio? Ecco dunque Walking Wires, pubblicato nel 2013 che va completare la discografia di Logan Brill e a soddisfare la mia curiosità. Almeno per il momento.

Logan Brill
Logan Brill

No Such Thing As Ghosts apre l’album all’insegna delle atmosfere country che sono degnamente interpretate della Brill. La musica e i ritornello suonano familiari ma la sua voce dà un’energia particolare alla canzone. Segue l’accattivante country rock di Month Of Bad Habits. Un brano perfetto come singolo, con una Logan Brill a suo agio tra il suono delle chitarre. Un’anticipazione delle sonorità dell’album Shuteye. La canzone che preferisco di questo album è la successiva Scars. Una bella ballata arricchita dall’intensa interpretazione della Brill sempre in grado di trasmettere energia e allo stesso tempo essere delicata ed emozionante, “‘Cause your love is like a loaded gun. Should’ve put it down before you hurt someone. And if I survive this broken heart, soon you’ll be another scar“. Nobody’s Crying è un’altra bella canzone con un ritornello che ha tutto il sapore del country americano dell’originale di Patty Griffin. Sincerità è la parola d’ordine in canzoni come queste e Logan Brill è sincera. Lei sfodera la voce e ti viene voglia di cantare a squarcia gola. Rewind è una bella cover dell’originale di Paolo Nutini. La voce ruvida del cantautore scozzese è sostituita da quella morbida e pulita della Brill. Il risultato è sorprendente, con quel retrogusto americano in più, “I’m not sleeping at night. But I’m going from bar to bar. Why can’t we just rewind? Why can’t we just rewind? Why can’t we just rewind?“. Seven Year Rain è un’altra canzone che ricalca tutti i tratti caratteristici della musica della Brill. Un mix di malinconia e romanticismo che scaldano il cuore, con melodie collaudate ma di sicuro effetto, “Can’t stop the pain, can’t change the truth. Can’t take the shame of being here not loving you. Too tired to swim, too weak to crawl. And if you need someone to blame say it’s my fault. Call it love, ain’t no such thing. And I’m tired of this seven year rain“. Ne’er Do Wells è una cover di una canzone di Audra Mae. Una versione molto simile all’originale, con un piglio più rock. Una cover che dimostra tutta la bravura di questa cantautrice, “Ne’er do wells and woe be gones Show your face for we were wrong Ne’er do wells and woe be gones Feel no shame it won’t be long“. In canzoni come Write It On Your Heart viene fuori tutto il cuore della Brill. Una canzone di spiccata sensibilità e dolcezza. Un piacere per le orecchie che scaccia via i pensieri negativi. Tricks Of The Trade è un altra cover di una bella canzone di Paolo Nutini. Una versione più country ma molto ben fatta e rispettosa dell’originale. Chiude l’album Fall Off The Face Of The Earth che incarna tutta la bellezza delle ballate nelle corde di Logan Brill. Una canzone poetica che arricchisce questo album di un altro piccolo gioiello.

Logan Brill in questo Walking Wires si muove tra i nomi di Patty Griffin, Audra Mae, Paolo Nutini, Chris Stapleton e Andrew Combs, riuscendo nell’impresa di dare una propria impronta personale ad ogni canzone. Al di là dei singoli brani, questo album si ascolta piacevolmente, dall’inizio alla fine,  grazie all’interpretazione sempre sincera e spontanea di Logan Brill. La sua voce è il mezzo perfetto per veicolare un’emozione, una sensazione, spesso un po’ malinconica ma sempre positiva. Insomma se volete ascoltare un album rassicurante e familiare, Walking Wires è quello che fa per voi e il successivo Shuteye come sua naturale conseguenza.

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Il più bel fiore

Mi piace ascoltare musica e questo blog è qui a dimostrarlo. La cosa più bella non è solo ascoltare ma soprattutto scoprire e sperimentare. Questo mi porta alla ricerca di una sorta di purezza musicale, una bellezza primordiale perduta ma sempre tenuta in vita da artisti volenterosi e appassionati. Un esempio perfetto di questo genere di artista è Lindsay Straw, cantautrice e musicista americana che da anni porta avanti la tradizione irlandese e scozzese. Accompagnata dai quei musicisti che con lei formavano la band The Ivy Leaf, Lindsay Straw pubblica il suo secondo album intitolato The Fairest Flower Of Womankind. Una raccolta di canzoni tradizionali tutte da scoprire, dove la figura femminile è protagonista, che attraverso il canto hanno attraversato la storia per giungere fino alle nostre orecchie.

Lindsay Straw
Lindsay Straw

The Forester è una splendida ballata conosciuta anche con il titolo di The Knight and the Shepherd’s Daughter. Lo stile della Straw cattura l’attenzione dell’ascoltatore, raccontandoci di una storia nella quale una donna trova giustizia. Da ascoltare, “‘I’m a forester in this wood and you’re the same design, / It’s the mantle of your maidenhead, bonny lassie, will be mine.’ / He took her by the milk-white hand and he laid her on the ground, / And when he had the will of her, he let her up again. / Singing di-dee-eye-oh, sing fa-la-doh, sing di-dee-eye-oh, ah-yay“. The Maid Of The Shore ha il fascino delle ballate di mare. Protagonista una donna che inganna l’uomo che la voleva con sé. L’essenzialità nella musica di questa canzone riporta a quella bellezza che solo le canzoni tradizionali sanno far emergere con la loro poesia, “‘Oh, thank you, oh, thank you, this young maid,’ she cried, / ‘That’s just what I’ve been waiting for, oh. / For I’ve grown so weary of my maidenhead, / As I walked all alone on my rocky old shore, / And walked all alone on my shore.’“. The Female Rambling Sailor ci racconta la triste storia di Rebecca Young, che fingendosi un uomo, riesce a diventare un marinaio. La donna muore a causa di un incidente o forse viene uccisa a causa del suo sesso, “From stem to stern she freely goes, / she braves all dangers, fears no foes, / And soon you’ll hear of the overthrow / of the female rambling sailor“. Basket Of Eggs racconta la storia di una donna che ha accettato di allevare un bambino che due marinai avevano inconsapevolmente ricevuto da una donna in un cestino. Lindsay Straw incanta solo con la voce, “One of these sailors, he picked up the basket; / ‘There’s eggs in the basket, please take care; / And if by chance you should outwalk me, / At the halfway house, please leave them there.’“. La ballata di Fair Annie, racconta la storia di Annie che scopre che la sposa dell’uomo che ama è sua sorella. Una storia dove i destini di due donne s’incontrano, “‘Who was your father, Fair Annie, do you know who your mother was?’ / ‘King Easter was my father dear, the queen my mother was.’ / ‘The queen my mother was also, my father King Easter, too, / So it shall not be for lack of gold that your love shall part from you.’“. La successiva Geordie è una delle tante versioni di una ballata che in Italia è stata tradotta e cantata da Fabrizio De André. Le due storie sono diverse, anche come ambientazione, ma il tema di fondo è lo stesso: una donna disposta a tutto pur di salvare il suo amato Geordie, “There was a battle in the north, and nobles there were many, / And they have killed Sir Charlie Hay, and laid the blame on Geordie“. Young Beichan è composta da due tracce, e racconta la storia di un giovane prigioniero di un re straniero, in questo caso è turco. La figlia del re libera il giovane inglese che promette di sposarla. Anni dopo, fedele alla promessa, sposa la figlia del re nonostante fosse promesso sposo ad un’altra donna, “‘Take home your daughter, madam,’ says he, ‘with all my lands to be her fee; / For I must marry my truest love that gave me life and liberty.’“. Una donna viene sedotta da un cavaliere straniero che la deruba e tenta di ucciderla. Ma la donna si difende e uccide il cavaliere, vendicando la morte delle sue precedenti vittime, “Lie there, lie there, you false-hearted man, / Lie there instead of me. / For six pretty maidens have you drowned here, / But the seventh has drowned thee, drowned thee; / The seventh has drowned thee“. The Crafty Maid’s Policy/Fingal’s Cave (strathspey)/Sheepskins & Beeswax (reel) è una ballata nella quale una donna si prende gioco di tre gentiluomini, con un finale strumentale molto bello, “Come listen awhile and I’ll sing you a song, / Of three merry gentlemen riding along. / They met a fair maid and to her did say, / ‘We’re afraid this cold morning will do you some harm“. In William Taylor, la giovane Sarah Jane si imbarca fingendosi un uomo per cercare il suo amato. Il capitano della nave scopre l’inganno e le rivela che William Taylor si è sposato con un’altra donna e gli dice dove trovarlo. Sarah Jane uccide William e il capitano gli affida il comando, “On the ship there was a battle, / She fought there with all the rest; / Her jacket burst her silver buttons, / There appeared her snow white breast, oh, / There appeared her snow white breast“. Sweet Lovely Joan è la storia di un donna che, con l’inganno, deruba un cavaliere e scappa per sposare il suo vero amore, “Oh, noble knight, pray you forbear, / I cannot marry you, I swear; / For on tomorrow I’m to wed, / My own, my own, true love instead“. Chiude l’album Blow Away The Morning Dew che vede protagonista ancora una volta una donna che si fa valere nei confronti di un pretendente, “Oh, it’s aye, the dewy morning, blow the winds aye-oh, / Blow the winds of a dew morning, how sweet the winds do blow“.

The Fairest Flower Of Womankind è una sorta di concept album, sulla rivincita delle donne nelle canzoni tradizionali. Lindsay Straw fa un grande lavoro di ricerca e mette insieme tredici storie che, a metà tra fantasia e realtà, ancora appassionano e fanno riflettere. Il tempo passa ma queste ballate conservano un fascino del tutto particolare, così lontane per come si presentano ma ancora attuali nei loro messaggio. Ascoltare questo album è qualcosa di speciale, per le sue melodie e la sua poesia, interpretate magistralmente dalla Straw e la sua band. Ho voluto fare un po’ di ricerche per poter scrivere questo post, perché queste canzoni lo meritavano per la storia che portano con loro. Se volete approfondire, ho consultato questo interessante sito The Traditional Ballad nel quale troverete tutte le canzoni di questo album (e moltissime altre) e da dove ho tratto le informazioni sulle storie che racchiude.

 

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Son salite anche le nespole

Per scoprire nuova musica leggo regolarmente siti e blog che danno spazio a band che sono agli esordi o che appartengono al quel panorama indipendente lontano dai riflettori. Tra gli artisti che più mi hanno incuriosito si è aggiunta di recente la band inglese The Medlars. La loro Heart Of A Home è una di quelle canzoni che ti cattura subito al primo ascolto e non riesci più a smettere di ascoltarla. Ho percepito un senso di mistero e fascino dietro alla voce del leader Jimmy Grayburn e l’accompagnamento della sua band. Tutto questo è bastato per desiderare l’omonimo mini album d’esordio, uscito lo scorso 5 Maggio.

The Medlars
The Medlars

L’iniziale Heart Of The Home è una canzone a sfondo ambientalista dalle sonorità vagamente psichedeliche. La voce Grayburn è carismatica e va a completare alla perfezione l’accompagnamento musicale della sua band. Da ascoltare, “Dig deep into the Earth / Dig as deep as you can / Drill through the rocks of the Earth / Dig deep every man / Dig deep for the gold / Rip the Earth right back / Sprays out multi-coloured / Ancient and black“. La successiva è la bucolica Fly The Wheel che contrasta con la precedente. Più luminosa ma allo stesso tempo nostalgica, si rifà al folk americano tra banjo e violini. Vi conquisterà se il precedente brano non dovesse farlo, “Past the tilling of the clay red earth / The black earth and the brown / Out the dales and into the glens / England’s ribbons unwound“. Ancora più americana e country, la bella The Old Eagle che loda la gioia che la musica porta con sé. Le immagini di una serata tra amici e tanta buona musica, prendono forma davanti a noi. Un ritornello da cantare tutti insieme in coro, “Crisps and the candles, / The beer and the banjos. / Ode to the lamp light / With music through the late night. / We’re all in the pub to sing. / So let it ring!“. Last Train è una ballata guidata dal suono inconfondibile del banjo che porta con sé la sua nostalgia. Lasciarsi trasportare dalla melodia e dalla voce di Grayburn è l’unica cosa da fare, “There’s champagne and there’s brandy / The driver tips his hat / He’s had two glasses of the stuff / Before we reach Symonds Yat“. La successiva The Roundhouse è la più eterea dell’album. C’è un fascino teatrale nella musica e nella performance, che cresce man mano si prosegue nell’ascolto. Un’ottima prova corale, una dimostrazione di cura nei dettagli, “We walked through the dark dark wood / The path that we took climbed so high / The embers of the fire floated past the maple leafs / Up to join the stars to brighten the sky“. C’è ancora spazio per The Crag, una ballata d’altri tempi. Un corno solitario dà il suo prezioso contributo, duettando con Grayburn, sempre convincente e profondo, “The crag on the coast, an outcrop of land / Looks out on the sea / And everyday it’s touched by the waves / That wear it continuously / But the crag has the coast to guard its back / And keep it company“.

The Medlars con questo debutto provano a farsi spazio nello sconfinato panorama folk britannico. Hanno tutte le carte in regola per riuscire ad emergere grazie ad un’originalità che trova i suoi fondamenti nella tradizione locale ed americana. Il moderno concetto di musica folk viene espresso al meglio da Jimmy Grayburn e la sua band, che lo accompagna in questa avventura. Un’avventura che inizia con questo esordio di ottima fattura, sia per i testi che per la musica. Ad ogni ascolto si percepisce una sfumatura in più, un tocco personale, sfuggito all’ascolto precedente. The Medlars è un debutto di quelli che fanno drizzare le antenne. La sola Heart Of A Home dovrebbe bastare a convincervi, così come è successo a me.

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Crocevia

C’è ancora tempo per scoprire musica nuova andandola a cercare tra gli album dell’anno passato. Io ascolto e mi segno, metto in wishlist, qualsiasi cosa mi incuriosisca. Poi quando è il momento vado a recuperare qualche album tra questi. Bound è stato pubblicato lo scorso novembre ed è il frutto della collaborazione di due artiste di stanza a Glasgow, Jenn Butterwoth e Laura-Beth Salter. Entrambe attive da tempo nella scena folk britannica, hanno deciso di unire le forze e le capacità in questo progetto. Jenn alla chitarra e Laura-Beth al mandolino, formano una coppia dalle caratteristiche interessanti che, fin dalle prime note di questo album di esordio insieme, invoglia all’ascolto e alla scoperta della loro musica.

Jenn & Laura-Beth
Jenn & Laura-Beth

Si comincia con Let The Sun Shine Down On Me / Than Hall’s e si tratta di riarrangiamento di una classico di Jean Ritchie ma con la musica originale della Salter. Il mandolino ha un suono unico e riconoscibile che dà sempre nuova vita alle canzoni quando è ben sfruttato, come in questo caso. Lo stesso vale per la strumentale Shine. Un brano luminoso e carico di buone sensazioni. Un perfetto sottofondo per questa primavera che volge all’estate, che ha il potere che scacciare i pensieri. Da ascoltare. The Braver One richiama le sonorità di un folk più contemporaneo e carico di significato. Chitarra e mandolino si mescolano alla perfezione creando un’atmosfera scura e forte. La successiva Wings On My Heels è una cover di una canzone di Boo Hewerdine. Una bella canzone dai tratti pop allietati dalla voce cristallina della Butterworth. La strumentale 1,2,3,4 / Joseph Salter’s è un altro brano strumentale diviso in due parti, la prima scritta dalla Butterwoth e la seconda dalla Salter. Entrambe orecchiabili, che traggono ispirazione dalla tradizione ma con un interessante piglio moderno, veloce e tirato. Una delle canzoni che preferisco di questo album è sicuramente The Great Divide. Si tratta di un cover della cantautrice americana Kate Wolf, cantata dalla Salter e sempre accompagnata dalla chitarra acustica e dal mandolino, i due strumenti musicali caratteristici del duo. Rispetto al brano originale, questo accompagnamento, dà alla canzone un impronta più british e meno americana ma sua la purezza e la poesia si conservano intatte. Apple At The Crossroads / Elzwick’s Farewell è uno brano strumentale composto in due parti, la prima è del musicista scozzese Calum MacCrimmon, la seconda è una musica tradizionale. Segue a ruota, If I Had A Lover / The Belle Of The Ball, una canzone del cantautore scozzese Bert Jansch, arricchita dalla musica originale della Butterworth. Un’ottima reinterpretazione che esprime al meglio il talento di queste due ragazze, unite dalla passione per la musica. There Is A Time è anche questa una cover di un classico dei The Dillards, band bluegrass americana. Jenn & Laura-Beth rallentano il ritmo e la portano nei territori del folk dall’altra parte dell’oceano. Quasi un’altra canzone, rinata sotto una nuova forma. Hasse’s A / 32 Bars Of Filth è un altro brano strumentale, sempre in due parti. La prima degli svedesi Väsen e a seguire un pezzo scritto da Luke Plumb dei Shooglenifty. Chiude l’album Come To Jesus, cover della cantautrice americana Mindy Smith. Le sonorità country dell’originale vengono rimpiazzate da quelle più folk del duo. Il risultato però è un buon mix tra le due, dimostrando ancora una volta la bravura di queste due artiste.

Bound è lo straordinario prodotto della collaborazione tra due artiste che propongono una serie di canzoni completamente rivisitate, intervallate da brani strumentali originali e non. Ogni scelta di questo album, dimostra la grande ricerca musicale che questo duo ha saputo fare in Bound. Jenn Butterwoth e Laura-Beth Salter hanno dato alla luce un coinvolgente viaggio nella musica folk, mescolando con attenzione modernità e tradizione. Una collaborazione, questa, che spero non rimanga isolata, non solo per il piacere di ascoltare la loro musica ma anche per scoprire nuovi artisti e nuove canzoni, come è successo con questo album.

 

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