Mi ritorni in mente, ep. 43

C’è una canzone che recentemente mi è tornata in mente. Ricordavo il nome del cantautore, Wax Mannequin, manichino di cera, moniker sotto il quale si nasconde il canadese Chris Adeney. Ma sopratutto ricordavo il video. Wax Mannequin cantava con una candela accesa in testa e la cera rossa gli colava intorno alla testa. Di per sé piuttosto curioso ma se ci aggiungiamo un’espressività fuori dalle righe, ecco che diventa difficile scordarsi un video così.

Lo stile di Wax Mannequin è difficile da inquadrare ma questa Beware del 2012 è un bella ballata folk. La sua carriera inizia nel 2000 e ha all’attivo sei album, questa canzone è estratta dal suo ultimo album No Safe Home.

Beware, beware
Take heed, take care
You’ve pumped our paper news
To sharp and shape our views

Forte e chiaro

Come la scorsa settimana, anche oggi ho scelto di scrivere di un EP rimasto in attesa troppo a lungo. Mi riferisco a Where I Belong della cantautrice inglese Lucy Kitt uscito nel 2012. La ragazza sta lavorando al suo album d’esordio e mi sembra corretto scrivere prima di questo EP, che già dai primi ascolti mi ha fatto una buona impressione. Le vacanze sono alle porte, almeno per me, e dedicherò più tempo agli ultimi album che ho portato a casa, tornando così alle mie recensioni di album, che in genere preferisco scivere. In realtà, ultimamente, ho qualche album di troppo da ascoltare e, il consueto ordine d’ascolto, si è un po’ inceppato. Spero nelle prossime settimane di smaltire la coda. Intanto riascolto, con piacere Lucy Kitt, che mi ha tenuto compagnia mesi orsono.

Lucy Kitt
Lucy Kitt

Apre la title track Where I Belong, folkeggiante e fresca canzone che ci fa cogliere subito l’influenza country folk della Kitt. La chitarra traccia la melodia e la sue voce dolce fa il resto. Niente di più semplice, tutto qui. La successiva Right Or Wrong troviamo anche il suono di un’armonica, che come sempre crea un’atmosfera malinconica e solitaria. Anche questa volta tutto è semplice e orecchiabile, facile innamorarsene. Con Travel On, Lucy Kitt, trova melodie dal sapore più country, riusciendo a sfornare uno dei brani migliori di questo EP, convincendo per capacità e talento. Da ascoltare. Così come la bella Laurel Canyon, soleggiata come un’oziosa domenica. Facile da canticchiare, con una dolce melodia di chitarra. Ancora una canzone semplice ma sempre efficace. Loud And Clear ha un piglio più allegro e spensierato. Lucy Kitt sà tirare fuori dal cilindro sempre canzoni piacevoli senza cambiare il suo stile. Nulla di nuovo sotto il sole ma c’è qualcosa che mi tiene attaccato a queste canzoni. Sono familiari e confortanti. Chiude l’EP un’altra deliziosa canzone intitolata Eagle. C’è quanche goccia di pop nell’aria, quello buono, dal sapore genuino. Lucy Kitt fa ancora centro.

Where I Belong è un EP di sei canzoni che hanno tutta l’anima delle canzoni cantate dal vivo. Una produzione scarna, quasi casalinga, che accentua la semplice bellezza di questi brani. Un EP che si ascolta tutto d’un fiato ma che come tutti questi mezzi album lascia, all’ascoltatore, la voglia di avere qualcosa in più. A questo punto non resta che aspettare un album vero e tirare le somme. Lucy Kitt si presenta bene e sono sicuro che gli amanti del country folk cantautorale apprezzeranno questo Where I Belong e tutte le altre canzoni che potete trovare nell’etere digitale. Ora che lo spuntato dalla lista, posso dedicarmi all’ascolto di nuove uscite con più serenità, sapendo che il mio dovere l’ho fatto, facendovi conoscere Lucy Kitt.

Promessa mantenuta

Ho aspettato un anno prima di ascoltare un altro album di Brandi Carlile. A dire la verità non mi sono nemmeno accorto che sia passato un anno. The Firewatcher’s Daughter è finito dritto tra i miei preferiti del 2015 ma la discografia in mio possesso della cantutrice americana non era completa. Sono corso ai ripari, nemmeno tanto in fretta visto che è passato un anno, e ho ascoltato la quarta fatica di Brandi Carlile, Bear Creek del 2012. Per una volta sapevo cosa aspettarmi e sarebbe stata una delusione non trovarci la Carlile di sempre. Ora posso dire di non essere stato deluso.

Brandi Carlile
Brandi Carlile

Brandi Carlile inizia con la bella Hard Way Home che ricalca tutte le sue caratteristiche. Un country folk orecchiabile e trascinante, sorretto dalla voce sempre perfetta della cantautrice. Meglio di così non si può iniziare, “Oooh, follow my tracks / See all the times I should have turned back / Oooh, I wept alone / I know what it means to be on my own / Oooh, the things I have known / Looks like I’m taking the hard way home“. Segue Raise Hell, blues rock vibrante dove trova sfogo tutta l’energia della Carlile, che in questa versione mi piace e saprà ripetersi nell’album successivo, “I found myself an omen and I tattoed on a sign / I set my mind to wandering and I walk a broken line. / You have a mind to keep me quiet / And although you can try, / Better men have hit their knees / And bigger men have died“. Ma le ballate malinconiche non mancano, Save Part Of Yourself ne è la conferma. Ci sono sempre i gemelli Hanseroth ad accompagnarla e ha dare qualcosa di unico e riconoscibile alle sue canzoni, “I remember you and me / Lost and young and dumb and free / And unaware of years to come / Just a whisper in the dark / On the pavement in the park / You taught me how to love someone“. That Wasn’t Me è una ballata soul, profonda ed intensa. La voce della Carlile sa esprimere sfumature senza orpelli, arriva dritta e pulita al cuore. Un po’ graffiata quando vuole ma anche calda e confortante, “Tell me, did I go on a tangent? / Did I lie through my teeth? / Did I cause you to stumble on your feet? / Did I bring shame on my family? / Did it show when I was weak? / Whatever you’ve seen, that wasn’t me / That wasn’t me, oh that wasn’t me“. Una scapagnata folk dalle atmosfere bucoliche e nostalgiche in Keep Your Heart Young. Un ritornello da cantare in coro, una canzone semplice ed efficace. Brava Brandi, “You gotta keep your heart young / Sometimes you don’t die quick / Just like you wished you’d done / The love is a loaded gun / You’ve gotta keep your heart young / You can’t take back what you have done / You gotta keep your heart young“. La successiva 100 è un pulsante pop folk malinconico e romantico. Una delle canzoni più belle della cantautrice americana, “I always think about you / And I have to close my eyes / If I live to be one hundred / Will I ever cross your mind“. Un’altra bella ballata con A Promise To Keep. Brandi tira fuori tutta la sua dolcezza e quella vena di tristezza che tocca le corde giuste. Un altro gioiellino da conservare gelosamente, “I still talk to you in my sleep / I don’t say much cause the hurt runs too deep / I gave you the moon and the stars to keep / but you gave them back to me“. I’ll Still Be There non è da meno, non si può essere giunti a questo punto dell’album e non amare quest’artista, che qui si diverte a giocare con la voce, “It breaks my heart, but now you know / That the broken binds are an open door / And if it all disappears / I promise you I’ll still be there“. Un pianoforte per What Did I Ever Come Here For? che scioglie il cuore. Ho finito le parole, “I knew right then that I’d return / To where I was before / And I was so tired of being away / That I just couldn’t stay anymore / What did I ever come here for?“. Heart’s Content è una canzoncina leggera e un po’ zuccherosa. Riesce tutto alla Carlile, lo ha dimostrato in passato e lo dimostra tuttora, “Here’s you and me / And in between / We draw a line / But we can’t see / Where it’s been / We scratch our heads / And race against / The heart’s content“. Ecco che attacca con Rise Again. Un po’ di rock dal sapore americano non fa mai male, anzi. C’è anche un bell’assolo finale, “Now I’m dreaming to myself / With a tear behind my eye / For a shelter is my mind / In the quiet of the night“. Ma non è finita perchè c’è ancora il bel country di In The Morrow. Le parole scivolano via morbide su una melodia da canticchiare, “In the morrow I’ll be gone / I gave it everything I had for so long / Save your sorrow for your song / Don’t we always find a way to carry on“. Si finisce con l’eterea Just Kids. Quasi sette minuti nei quali si prova a tornare indietro nel tempo a quando eravamo bambini. Quasi ci riesce, “Were we just kids, just starting out / Didn’t we know then love was about / Were we just fooling, playing around / Were we ever gonna get out of this town“.

Brandi Carlile è sempre Brandi Carlile. C’è qualcosa di speciale nella sua musica e nella sua voce che non vorrei cambiasse mai. Questo è forse il suo album più intimo e personale che ho sentito finora. Mi manca solo l’esordio per completare la sua discografia. Ma ora mi voglio godere queste tredici canzoni. Se già conoscete Brandi Carlile allora questo Bear Creek vi piacerà, altrimenti è l’occasione per conoscerla. Scoprirete un’artista unica che migliora con il tempo e non vi deluerà mai.

Siamo al sicuro

Poco meno di un anno fa mi dedicai all’ascolto di quello che è stato considerato uno dei migliori album del 2014 ovvero Burn Your Fire For No Witness della cantautrice americana Angel Olsen. Prima di un eventuale nuovo album per il prossimo anno, ho voluto ascoltare il suo LP d’esordio intitolato Half Way Home del 2012. Avevo letto di un cambio di sonorità tra il primo e il secondo lavoro e quindi non sapevo cosa aspettarmi esattamente ma è stato meglio così. Half Way Home non è poi così diverso dal suo successore ma un cambiamento c’è. Ciò che è rimasto inalterato è il talento della Olsen e la sua voce espressiva e emotiva.

AngelOlsen
Angel Olsen

Apre le (tristi) danze la bella Acrobat, una semplice chitarra fa da sfondo alla voce intensa della Olsen. Non si fa fatica ad entrare in sintonia con lei e con il suo mondo, malinconico e affascinante, “You are the crazy acrobat / You are the witch, I am your cat / I want to be a bit like you. I hope you don’t mind / If I do“. Più movimentata la successiva The Waiting dove la voce della Olsen è più potente ma sempre vibrante, dimostrazione di un talento destinato a non passare inosservato, “Well, I’m lost in my thoughts / They tumbled ahead / Over and over again / Yeah, it’s true / Just take a look at what’s been done to me / I wasted time to ponder / Here I am, oh, Alice in wonder“. Safe In The Womb è una lunga ballata nella quale lasciarsi trasportare dall’intensa interpretazione della cantautrice americana. Angel Olsen è racchiusa in canzoni come questa, scolpite dalla sua voce unica, “Deep in the nest of an endless dream / When a stranger thought becomes of me / It can slowly turn my blood / Just as the rings around our ever burning sun / Eventually wilt a once freshly blooming bud“. Da brividi la successiva Lonely Universe. Si sente il folk americano, veicolo di emozioni vivide. La migliore canzone dell’album, da ascoltare interamente nei suoi sette minuti abbondanti, “Goodbye sweet mother earth / Without you now I’m a lonely universe / You won’t always understand / When you’ve truly loved someone / Until after they’ve gone“. Con Can’t Wait Until Tomorrow ritroviamo una Olsen solitaria e confidenziale. Questa volta non si dilunga e va dritta all’obiettivo. Un brano che alleggerisce l’ascolto delle due precedenti e ravviva l’attenzione, “Oh, I don’t care if I spend my whole life away / I’m gonna try to give to you all of the love that I’ve been shown before / Can’t wait until tomorrow so that I can know you more / So that I can know you more“. Always Half Strange è ancora una volta intensa ma sempre essenziale e mai sopra le righe. La Olsen sa toccare le corde giuste e dosa bene voce e musica per non incorrere in sgradevoli eccessi, “Always love / Like no other love / Like none i’ve known before / Well I saw the way you looked at that woman / I saw the way you looked at that woman / I saw / I was looking, too“. You Are Song è più cupa delle precedenti e la Olsen non gioca troppo con la voce. Un folk intimo e confidenziale ma allo stesso tempo capace di apparire distaccato. Una prova d’autore, “It is true at times one can see I am strong / I am not at home, yet I know where I belong / I am silence now, but I am always song / Can you hear me? / I thought this time last year I’d be dead / It’s quite strange the thoughts that pop into your head“. Un po’ di luce con Miranda, un’altra ballata sulla quale c’è poco da aggiungere. Quando Angel Olsen si mette a fare cose del genere non resta che ascoltare in religioso silenzio, “Don’t sand too close to me, darling / Keep your hands where I can see / Don’t you know you’re wanted in fifty states? / I love you, dear, but it’s not up to me / And it’s never been quite been, you see“. Si continua con The Sky Opened Up che anticipa le sonorità del secondo album. Una voce che incanta come non mai e sembra incapace di fermarsi, si finisce per esserne rapiti. Troppo facile Angel, troppo facile, “No one will ever be you for yourself / Even if the world is ready to help / If you give it some time / Out of the stranger you may find / Someone that hears what you mean / Someone that hears what you mean“. Un pop d’altri tempi da vita a Free, che ci mostra una Olsen meno malinconica e più positiva. Una canzone che da un po’ di colore ad un album altrimenti in bianco e nero, “Free! Love, nothing can come between / All I want is to believe / That there’s no harm, it’s what we need / There’s no harm, it’s what we need / There’s no harm, it’s what we need“. Chiude Tiniest Seed ennesima ballata americana dal sapore dolce e famigliare. L’ultimo caloroso saluto prima di congedarci da questo album, “When did the time become / Something that I feel? / And now as I disappear / Someone else becomes real / As real as the smallest star / Borne into a child / It’s known that the tiniest seed / Is both simple and wild“.

Half Way Home non lascia scampo. Angel Olsen è emozionante così come lo sarà nel successivo Burn Your Fire For No Witness. Nonostante qualche EP alle spalle questo si può considerare un esordio a tutti gli effetti ed è davvero incredibile la vena creativa di quest’artista. Angel Olsen non può lasciare indifferenti, proverete compassione per lei e la sua anima tormentata. Sono contento di aver ritrovato la Olsen che avevo lasciato e ora so di potermi fidare di lei in futuro. Come notai in occasione della mia precedente recensione, anche in questo caso l’album rende al meglio se ascoltato per intero, come rivivere un viaggio e non semplicemente rivedere una serie di istantanee in ordine sparso.

Quattro sorelle e un gufo

Non è passato molto tempo da quando ho ascoltato per la prima volta questo gruppo di sorelle americane ma ora posso dare un’opinione più precisa riguardo alla loro musica. Per farlo ho ascoltato il loro album d’esordio (o quanto meno di maggior successo) intitolato SHEL del 2012, omonimo del gruppo nonchè acronimo dei loro nomi, Sarah, Hannah, Eva e Liza. Ero rimasto piacevolmente sorpreso dalla versione live della loro Lost At Sea che ho voluto approfondire la loro conoscenza. Posso affermare che ciò che ho trovato nell’album è perfettamente in linea con questo brano. Non nascondo che avevo qualche perpelssità riguardo a quello che avrei potuto trovarci, ma le SHEL si sono dimostrate coraggiose in alcuni frangenti, salvandosi così da passaggi a vuoto o banalità che il loro pop folk fiabesco potrebbe comportare.

SHEL
SHEL

Si comincia con Paint My Life che ci introduce nel colorato mondo delle sorelle Holbrook, fatto di violini e mandolini. Tutto è così armonioso e delicato che non si può fare altro che lasciarsi trasportare, “Is this my real life, or some wounded fool’s fantasy / I remember a colorful light, it once belonged to me / Until I painted my heart in white lies / They seemed so harmless at the time“. Like Minded Fool è più triste ma ugualmente eterea. Una canzone breve di soli due minuti, dove si concentra tutta l’emotività di questo gruppo, “Go tell my friends I’m leaving town / They’ll help me find a place where memories won’t bring me down / The days when only silence ruled / When every word I said made me sound like a fool“. Freckles ci illumina con un frizzante folk dal sapore più britannico che americano. Un’atmosfera scanzonata e colorata raggiunge le nostre orecchie, strappandoci un sorriso. Qui le SHEL danno dimostrazione di essere delle brave musiciste ma il meglio deve ancora venire, “I thought love would be so easy / Like pulling petals off a daisy / It’s the feelings we can’t help that bring us shame / I know I’d be alright if you felt the same“. The Man Who Was The Circus mescola classica, pop e folk in una sola canzone, evocativa di atmosfere circensi. Come in un musical, di soli cinque minuti, il gruppo ci trascina nel mondo dolceamaro del circo, dove i pagliacci piangono ma lo spettacolo deve andare avanti. Una delle migliori canzoni dell’album, un piccolo gioiellino di poesia, “And all the clowns gather round / Wiping off their smiles as the tears drip down / The man who was the circus is gone / Still the show must go on“. La successiva Lost At Sea richiama il folk celtico, epico e magico. Basta questa canzone per incuriosire l’ascoltatore, che viene catturato da un turbinio di immagini. Anche questa volta le quattro sorelle danno prova di tutto il loro talento, “Love like a music box lost at sea / Sing sweet melodies both wild and free / Here the waves come; they’ll take me far away / Love the world will take, and love the world will change“. The Wise Old Owl è gioca con il suono della parole e con la voce. Ci ritroveremo a canticchiare il ritornello del vecchio gufo in una frazione di secondo. Forse ci sentiremo un po’ stupidi ma è così che funziona, “My dreams have had their price, look up at the sky tonight / Shards of glass from my slipper make the stars in the Dipper / I know you see them nightly, do recall you held me tightly / Once upon a time, once upon a time“. Vinyl Memories ci fa rivivere atmosfere vintage e malinconiche, sempre delicate come la voce di Eva Holbrook. Un’altra canzone piacevole da ascoltare e foriera di belle sensazioni, “My hope is just a torn cable / All my friends are enemies / The world spins and keeps repeating / All the worst of history / Now I must believe“. Segue a ruota una cover di un brano dei Led Zeppelin intitolato The Battle Of Evermore. Una buona cover più folk dell’originale ma nulla di eccezionale. Stained ripresenta gli stessi ingredienti delle precedenti canzoni ma c’è più energia. Inattaccabile il fascino del violino e del mandolino messi assieme, praticamente sempre presenti nella loro musica, “Hold a rose to the flame / Like a coward you delight in my pain / Tell me why’d you call my name / Your love left my heart stained / I don’t sleep at night“. On My Way è una bella canzone pop accattivante e orecchiabile. Le quattro sorelle danno il meglio in questo tipo di canzoni, “Come on child, stop your sleeping / Walk all day, sing all night, come on over the rise / Come on child, time you’re leaving / Walk all day, sing all night, come on over the rise“. Segue Tuscany brano esclusivamente strumentale dedicato alla nostra bella regione… o almeno credo. When The Dragon Came Down è un bel brano in quello stile che ormai conosciamo bene. Forse rimane un po’ anonimo essendo preceduto da altri brani piuttosto simili ma è comunque altrettanto piacevole, “Oh is she really gone / I lost my queen along with my crown / When the Dragon came down / Oh deep within my sleep / Awakened by the sound of her scream / The Dragon came down like a dream“. Chiude l’album la bella The Lastest And Greatest Blueberry Rubberband che a partire dal titolo si rivela curiosa. Tanti “uh-uh” e buon umore, sintetizzano il mondo delle SHEL, colorato, un po’ malinconico ma anche allegro e leggero, “Magic flies by like a crimson butterfly / Flickers of a memory in the twinkle of an eye / Jellybeans that make you hop high above the silver moon / Find your way back down to earth, just ride a red balloon“.

Se fosse un film, questo album starebbe sotto la categoria “per famiglie”. Sarah, Hannah, Eva e Liza non si lanciano in chissà quali seri progetti musicali e artistici ma il loro intento è quello di proporre buona musica per tutte le orecchie. Ma non si tratta di un prodotto superficiale. Le ragazze mescolano pop, folk e classica senza paura e, strano ma vero, appaiono immuni all’influenza dello stile americano. Sembrano infatti prendere ispirazione dalla musica del vecchio continente piuttosto che dal nuovo ma l’immagine del gruppo è, per certi versi, marcatamente americana. Queste quattro sorelle possono solo crescere e questo album da prova delle loro solide basi. SHEL non è un album perfetto, soprattutto per le troppe somiglianze tra i brani, che tendono ad appiattire i tre quarti d’ora di ascolto. Un’album che rappresenta un buon passatempo, curioso e senza particolari pretese ma nel quale si possono trovare spunti interessanti per aprirsi verso altri scenari musicali.

Mi ritorni in mente, ep. 30

Seguo su Youtube il canale WhisperingBobTV che offre spesso buoni spunti per qualche ascolto nuovo di musica folk. Tra gli ultimi video pubblicati, ha attirato la mia attenzione il video riportato qui sotto. Si tratta delle sorelle Holbrook del Colorado unite sotto il nome di SHEL, acronimo delle loro iniziali, Sarah, Hannah, Eva e Liza. Finora hanno pubblicato un solo album omonimo del gruppo nel 2012 ma il sophomore album è dietro l’angolo. Per quanto ho potuto ascoltare spizzicando qua e là qualche canzone, la loro musica si pone a cavallo tra pop e folk, con un piglio piuttosto commerciale. Questa esibizione live mi ha convinto di più della versione di studio ma ci vuole ben altro per fermarmi. Credo proprio che ascolterò il loro album nelle prossime settimane. Anche solo per soddisfare la mia curiosità.

Sembrano piuttosto conosciute e apprezzate al di là dell’oceano ma io fino a qualche giorno non sapevo nemmeno esistessero. Se in questa calda estate non avete niente di particolarmente interessante da ascoltare, queste SHEL costituiscono un piacevole ascolto per tenere impegnate le orecchie.

Uno di noi

La scorsa estate mi ero dedicato all’ascolto del secondo album del cantautore inglese Keaton Henson, intitolato Birthdays ed ora è stato il turno del precedente Dear…, ovvero il suo esordio, del quale la prima pubblicazione è del 2010. L’album è il frutto del lavoro di un allora ventiduenne Henson e colpisce particolarmente quanto talento aveva e ha il ragazzo. Rispetto al precedente ascolto ho avuto meno difficoltà ad immergermi nel suo mondo che in questo esordio è ancora più intimo e fragile. Mentre in Birthdays c’è qualche sfogo rock, in Dear… il cantautore è più introverso ma capace di trasmettere un senso di inadeguatezza come pochi altri riescono a fare. L’immagine di Keaton Henson, con questo album, si presentava al mondo come un giovane poeta sognatore e tormentato, deluso dalla vita ma con quel po’ di energia sufficiente per tenere duro. Oggi le cose non sono cambiate più di tanto ma forse in buon Keaton non è più tanto insicuro come un tempo.

Keaton Henson
Keaton Henson

Dopo una breve introduzione intitolata Prologue, si comincia con You Don’t Know How Lucky You Are nella quale ritrovo tutta la poesia di Keaton Henson e la sua voce incerta e tesa. Non si può fare a meno di immaginarselo sono chino sulla sua chitarra, “You don’t like to be touched, / Let alone kissed / Does he know where your lips begin? / Do you know / Who you are? / Do you laugh, / Just to think / What I lack?“. Tutta la sua debolezza e fragilità vengono fuori in Charon. Keaton ammette di non essere Ercole e avrà due monete sugli occhi per pagare Caronte. Triste, “And there’ll be coins on my eyes / There’ll be coins on my eyes / To pay Charon / Before I let you near my son“. Triste ma bellissima, la breve storia di Oliver Dalston Browning che segna uno dei punti più alti di questo album. La chitarra e la voce di Keaton ci cullano con una dolce melodia, “She was engaged to be a bride / With eyes so true, he could have cried, oh / She watched him cry on his knees / ‘Dear Ollie, please let me be,’ oh“. Sarah Minor è un amore finito ma non una banale canzone d’amore. Una poesia di un ragazzo poco più che ventenne. Un altro gioiello di questo album, “Love, young love, I hope you are well / At least we now both have a story to tell / Young love, I feel you know me better than most / In spite of real distance, we’ll always be close / In spite of real distance, we’ll always be close“. Un po’ rabbia si intravede in Small Hands. Un altro amore finito (lo stesso?) ma questa volta la voce è disperata più veloce, quasi si volesse rincorrerre ciò che è stato perduto, “Miss you terribly already / Miss the space between your eyelids, / Where I’d stare through awkward sentences / And void through awkward silence / Miss your teeth when they chatter, / When we smoked out in my garden / When we couldn’t sleep for all the heat, / Soft talk began to harden“. Flesh And Bone è uno scorcio dell’album che verrà. Ancora una dichiarazione di debolezza che non si rende necessaria sentendolo cantare. Keaton Henson si sta esponendo per noi. Abbiatene pietà, “And my body’s weak / I feel my heart giving up on me / I’m worried it might just be / My body’s weak / Feel my lungs giving up on me / I’m worried it might just be / Something my soul needs / Something my soul needs / Something my soul needs“. Nests è una confessione di un’amore non corrisposto o forse mai dichiarato. Una canzone apparentemente più allegra delle altre ma che in verità non lo è affatto, “Oh mama, she broke my head / It’s been four years and it does not end / And oh mama, I cannot cry / Mama, she is with another guy / Mama, she is with another guy“. Forse lo è la successiva Not That You’d Even Notice. Una canzone corale e, per certi versi, trascinante. Finalmente si può sentire un Henson più positivo e anche il nostro animo si risolleva un po’, “And I’ll leave you, Marie / With your bags at your feet / And your frame dropped to your knees / I think we’ll be even then, don’t you agree? / I think we’ll be even then, don’t you agree? / Yeah, I think we’ll be even then, don’t you agree?“. Anche Party Song è un’anticipazione del futuro Keaton ma anche questa volta c’è poco da stare allegri. La sua voce,quasi impalpabile e sfuggente, è accompagnata da una chitarra avvolgente e malinconica, “I’m sorry, / Can’t make your party / I’ll be busy burning / And I’m afraid / I’d kill your lover / While your back was turned / Oh“. Due tracce bonus seguono quest’ultima. C’è  To Your Health che è in linea con le altre ascoltate finora, “Make mine a pain in the neck / Here’s to you, you old wreck / And mine is a thorn in the side / Drink up, so we can both finally die“. About Sophie è un’altro ascolto piacevole, nel quale si può scorgere un po’ meno tristezza che in precedenza, “Her car’s like a sauna made mostly of smoke / And it glides back to hers, most late nights like a ghost / And nothing is said unless it needs to be / I’ll watch a movie, she’ll fall asleep“.

Questo esordio di Keaton Henson non è tanto lontano dal successivo Birthdays ma è più intimo e sofferente. In generale, la musica di Henson non è per chi è insofferente alla canzoni tristi. La sincerità che traspare dai suoi testi è incredibilmente intensa, tanto da spingerci a provare compassione per il povero Keaton. Dear… è un album che può essere difficile da ascoltare se non gli si concede la giusta attenzione. Bisogna aspettare che la sua musica e le sue parole giungano naturalmente a noi. Keaton Henson è un poeta dei nostri tempi, che canta la debolezza e l’incertezza delle nuove generazioni (ci sono anch’io) perse nel presente e in viaggio verso un futuro confuso. Tutto questo lo fa dal basso, perchè Henson è uno di noi e non una rock star qualunque che predica ciò che non conosce dall’alto della sua posizione.