Non mi giudicate – 2016

Eccomi dunque ancora una volta a fare i conti con il tempo che passa. Un altro giro intorno al sole tra le pagine di questo blog se ne andato. Come ho fatto lo scorso anno, premio gli album e gli artisti che più hanno lasciato il segno nel 2016. Naturalmente le mie scelte si limitano a ciò che ho potuto ascoltare quest’anno, per ognuna di esse troverete la recensione dell’album su questo blog. Quest’anno, rispetto al precedente, ho ascoltato un bel numero di EP e così ho aggiunto una categoria tutta dedicata a loro. Un’altra novità è dettata dal maggiore spazio che ha trovato il country nella mia musica, così ho aggiunto un posto anche per questo genere americano. Quest’anno non è stato affatto facile scegliere e ho dovuto escludere qualcuno ma poco importa. In fin dei conti questo 2016 è stato un anno ricco di musica e ha volte mi sono ritrovato sommerso di cose da ascoltare. Il tutto per merito mio, si capisce.

  • Most Valuable Player: Agnes Obel
    Questa cantautrice rimane una delle più affascinanti degli ultimi anni. Il suo terzo album Citizen Of Glass è uno dei più belli di quest’anno. Un ritorno ispirato e magico, caratterizzato da tutto ciò che rende unica quest’artista. Imperdibile.
    Agnes Obel – Stretch your Eyes
  • Most Valuable Album: Jet Plane And Oxbow
    Johnatan Meiburg torna nella sua forma migliore con un disco carico e intenso. Le sonorità anni ’80 rilanciano gli Shearwater, un gruppo che non è mai troppo tardi scoprire. Vivamente consigliato per la sua qualità.
    Shearwater – Jet Plane And Oxbow
  • Best Pop Album: Keep It Together
    Lily & Madeleine virano su sonorità più pop ma riescono a non perdere la bussola. Le due ragazze di Indianapolis crescono a vista d’occhio, staccandosi sempre di più dai loro modelli e trovando una strada più personale. Ben fatto.
    Lily & Madeleine – Westfield
  • Best Folk Album: Between River And Railway
    Quando si parla di folk, si parla di tradizione. Nel caso di Claire Hasting è quella scozzese. Tra inediti e classici, questa giovane cantautrice ci porta nella sua terra con semplicità e una bella voce. Da tenere d’occhio per il futuro.
    Claire Hastings – The House At Rosehill
  • Best Country Album: Honest Life
    Courtney Marie Andrews nonostante la giovane età è già da tempo nel country che conta. Questo album però ha qualcosa di speciale, per maturità e ispirazione. Carico di sentimenti e malinconia, Honest Life è un must per gli appasionati del genere.
    Courtney Marie Andrews – How Quickly Your Heart Mends
  • Best Singer/Songwriter Album: Angel Olsen
    Difficile inquadrare questa artista americana in un genere musicale. Quello che è sicuro è che è una cantautrice. Ecco perchè non si può fare a meno di mettela al primo posto. Il suo MY WOMAN è un gioiellino anche se ha diviso critica e fan.
    Angel Olsen – Shut Up Kiss Me
  • Rookie of the Year: Billie Marten
    Con Writing Of Blues And Yellows fa il suo esordio la giovanissima cantautrice inglese Billie Marten. Il suo folk pop delicato e sognante è il suo punto di forza. Aspettavo da tempo questo esordio e questo album si è rivelato al di sopra di ogni aspettativa.
    Billie Marten – Milk & Honey
  • Sixth Man of the Year: Bon Iver
    Certo, mettere uno come Justin Vernon in panchina non è mai una buona idea ma è successo. Lui si è fatto trovare pronto con l’enigmatico 22, A Million, che provoca reazioni contrastanti. A me è piaciuto e tanto basta. Un’esperienza da fare.
    Bon Iver – 29 #Strafford APTS
  • Defensive Player of the Year:  Keaton Henson
    Come dire, Keaton Henson è Keaton Henson. Chi è più “difensivo” di lui.? Con il nuovo Kindly Now prova a buttare giù quella barriera tra lui e l’ascoltatore. Ci riesce con la consueta sensibilità e tristezza. Da ascoltare in totale solitudine.
    Keaton Henson – Alright
  • Most Improved Player: Kelly Oliver
    Dopo l’ottimo This Land, la cantautrice folk inglese compie un ulteriore passo avanti nella sua crescita artistica. L’album Bedlam è un concentrato di ballate folk senza tempo che traggono ispitazione dalla tradizione. Consigliatissimo.
    Kelly Oliver – Bedlam
  • Throwback Album of the Year: Soon Enough
    L’esordio di Erin Rae e dei suoi The Meanwhiles dello scorso anno è un album incredibilmente malinconico e emozionante. La voce di Erin Rae è tra le più e emozionanti che si possano sentire. Solo per malinconici cronici.
    Erin Rae And The Meanwhiles – Minolta
  • Earworm of the Year: Amerika
    Il gruppo canadese Wintersleep è tornato quest’anno in grande stile con The Great Detachment. Il singolo Amerika mi ha trapanato il cervello per settimane. Ritornello orecchiabile e tanto buon indie rock. Da ascoltare a vostro rischio e pericolo.
    Wintersleep – Amerika
  • Best Extended Play: Tide & Time
    Tanti EP quest’anno. Difficile scegliere ma sicuramente questo Tide & Time della cantautrice inglese Kitty Macfarlane è stato il più sorprendente. Voce unica e attenzione ai dettagli. Profondamente ispirato. Si attende un seguito.
    Kitty Macfarlane – Song to the Siren (Tim Buckley cover)
  • Most Valuable Book: I Racconti (1831 – 1849)
    Nonostante abbia letto libri con la regolarità di sempre, ho dato meno spazio a loro su questo blog. Senza dubbio la raccolta di tutti (o quasi) i racconti di Edgar Allan Poe è il libro dell’anno. Vi consiglio l’edizione di Einaudi con la traduzione di Manganelli.

Questo 2016 è stato un anno nel quale ho potuto ascoltare davvero tanti album e non tutti hanno avuto spazio in questo blog. Avevo intenzione di elencarli qui, in questo post di fine anno ma poi ci ho ripensato. Chissà magari meritano più spazio e l’anno prossimo lo troveranno. Nel 2017 ci saranno tanti ritorni e spero come sempre di avere il tempo di ascoltare musica e di scrivere in questo blog.

Buon 2017

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Caccia al tesoro

Sono passati più di due anni da quando mi sono avvicinato con riguardo alla musica di Justin Vernon e dei suo “gruppo” Bon Iver. Quel For Emma, Forever Ago è rimasto fino ad ora l’unico suo album nella mia collezione. Ciò non significa affatto che non mi fosse piaciuto ma semplicemente non ho avuto il piacere di ascoltare il successivo album omonimo pubblicato nel 2011. Si da il caso che Justin Vernon è tornato quest’anno, dopo 5 anni di silenzio, con l’enigmatico 22, A Million.  Io che ero rimasto all’indie folk dell’esordio ho provato un iniziale moto di repulsione di fronte ai primi ascolti dei singoli di questo nuovo lavoro. Credo di aver pensato: “Ma che cosa hai fatto, Justin!?”. Poi, quasi improvvisamente, 22, A Million doveva essere mio. Dovevo ascoltarlo assolutamente, affascinato da tutti quei simboli sulla copertina e gli strani titoli delle canzoni.

Justin Vernon
Justin Vernon

L’apertura è affidata alla poetica e distorta 22 (OVER S∞∞N), nella quale la voce caratteristica di Justin Vernon si eleva pulita e chiara tra suoni campionati in loop. Un inizio fulminante, per certi versi anche inquitante, “It might be over soon, soon, soon / Where you gonna look for confirmation? / And if it’s ever gonna happen / So as I’m standing at the station / It might be over soon“. Si continua con 10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄, ancora più destrutturata e disturbante. Ma il caro vecchio Justin appare là in mezzo come unica certezza, unico punto fermo in quel frastuono, confuso tanto quanto affascinante, “I’m unorphaned in our northern lights / Dedicoding every daemon / Taken in the tall grass of the mountain cable / And I cannot seem to find I’m able“. Solo voce nella successiva 715 – CR∑∑KS. Sarebbe meglio dire solo tre voci. Lo stesso Vernon canta con versioni alterate della sua voce che contribuiscono al brano quasi fossero strumenti musicali. Questa è una delle canzoni più belle di questo album dove le parole fanno il gioco della musica, “Low moon don the yellow road / I remember something / That leaving wasn’t easing / All that heaving in my vines / And as certain it is evening ‘at is now is not the time / Ooh“. Il simbolismo di cui è carico questo album comincia da canzoni come 33 “GOD” che dura, guarda caso, esattamente 3 minuti e 33 secondi. Qui Justin Vernon somiglia tanto a quello al quale eravamo abituati, c’è anche un pianoforte, ma tra coretti e ritmi frammentati, il cantautore americano ci sorprende, “We find God and religions to / Staying at the Ace Hotel / If the calm would allow / Then I would just be floating to you now / It would make me pass to let it pass on / I’m climbing the dash, that skin“. La classica canzone in perfetto stile Bon Iver è nascosta sotto il titolo di 29 #Strafford APTS. Ci sono le atmosfere malinconiche e tristi che tanto abbiamo amato. Anche qui però c’è sempre qualche elemento di disturbo, quasi a voler rendere imperfetta una canzone che appare come consumata dall’ascolto. Jusin Vernon però riesce sempre a commuovere, “Fold the map and mend the gap / And I tow the word companion / And I make my self escape / Oh, the multitude of other / It comes always off the page“. Contrapposta alla canzone 33 “GOD” troviamo 666 ʇ. Ancora Vernon usa le sua armi migliori, senza eccedere nell’uso della tecnologia. Nonostante il titolo faccia presagire atmosfere infernali, siamo di fronte a tutt’altro, “And so it’s not in your clasp / What’s the function or the task / Well, I’d stun and I’d stammer / Help me reach the hammer / (For then what will I ask)“. Segue subito senza interruzioni la magica 21 M◊◊N WATER. La perfezione sognante del suo inizio lascia spazio, neanche troppo lentamente, a suoni sconnessi ed interrotti, frammenti di voci in loop che si disperdono nel finale. Il testo è criptico, come tutto il resto dell’album dopotutto, “The math ahead / The math behind / Moon water / Remomrize numb / And half the hum / For moon water / I’d hide Berlin / To run and find it / Moon water / The path ahead / The path behind it / It’s moon water“. L’ottava traccia è appunto 8 (circle), il cui simbolo è uguale a quello dell’infinito, solo rovesciato. Infinito come un cerchio, appunto. Qui Justin Vernon sembra dimenticarsi di sperimentare e torna ad essere quel cantautore solitario e carismatico. Anche se c’è sempre qualcosa che salta all’orecchio, un suono fuori posto e qualche alterazione ma va tutto bene, “I’m standing in your street now, no / And I carry his guitar / And I can’t recall it lightly at all / But I know I’m going in“. Il suono dei sassofoni apre la bella ____45_____  che è sorretta dal canto, questa volta non in falsetto, del nostro. Un’altra bella canzone, come sono i Bon Iver sanno fare, “Well I’ve been carved in fire / Well I’ve been caught in fire / I’ve been caught in fire, whaaaa / Well I’ve been caught in fire / I’ve been carved in fire / I’ve been caught in fire / What comes prior to?“. L’ultima traccia s’intitola 00000 Million che aggiungendoci davanti il numero di traccia, il 10, si ottiene un milione. Ecco che l’album che è iniziato con un 22 finisce con un milione, 22, A Million. Bon Iver nella sua massima espressione si contrappone alla sperimentazione e non convenzionalità delle tracce precedenti, “So I can depose this, partial to the bleeding vines / Suppose you can’t hold shit. how high I’ve been / What a river don’t know is: to climb out and heed a line / To slow among roses, or stay behind“.

22, A Million è un album ambizioso che solo Bon Iver poteva proporre e passarla liscia. Tutto è concesso al buon Justin Vernon e lui ripaga la fiducia con la spontaneità di un album che spontaneo non è. Gran parte delle tracce, se non tutte, sono state rimaneggiate, scomposte e ricomposte. Tutto è astratto in 22, A Million, dove anche i titoli, dai caratteri simbolici, sembrano avere poco a che fare con i testi delle canzoni. Testi che come sempre sono oscuri e criptici ma carichi di musicalità e tensione. Bon Iver o Justin Vernon che sia ha sfornato un album che provoca reazioni contrastanti ma che ha un fascino tutto suo. Ci troviamo di fronte, forse, ad un’opera irripetibile che si propone come uno dei migliori album di questo 2016. Dopo aver ascoltato queste dieci canzoni, non resta che divertirsi a decifrare simboli, numeri e suoni. Come in una caccia al tesoro.

S’i fosse fuoco

Lo scorso anno ritrovai abbandonato nella mia libreria, l’album d’esordio delle The Staves, intitolato Dead & Born & Grown. Le tre sorelle inglesi Staveley-Taylor, Emily, Jessica e Camilla le ascoltai per la prima volta quando il folk non rientrava nei miei generi preferiti e per questo motivo hanno dovuto attendere un po’ prima di tornare alla ribalta tra la mia musica. Quando feci la recensione Dead & Born & Grown esepressi qualche perplessità riguardo il loro modo di cantare. Le tre voci sussurranti risultavano a volte soporifere e le canzoni in grado di sfruttarle nelle loro bellezza erano poche. Quest’anno le The Staves sono tornate in compagnia del buon Justin Vernon. Ero ottimista riguardo questa collaborazione perchè sapevo che Bon Iver avrebbe saputo dare quello che mancava alle tre sorelle, compreso un approccio più moderno alle loro canzoni. Il risultato è questo If I Was, secondo album delle The Staves.

The Staves
The Staves

L’inizio va sul sicuro con Blood I Bled, già contenuto nell’EP omonimo dello scorso anno. C’è tutto quello che serve, le tre meravigliose voci unite in una melodia altrettanto bella. Percepibile come sempre l’influenza americana del gruppo, “If I want, if I am, if ever did, if I ever had / Pick up my roots and now leaves are dead / They tumbled down in bruise of all the blood I bled“. Steady è la prima canzone nella quale si sente chiaramente l’intervento di Bon Iver. Acustico mescolato ad un po’ di elettronica usata con sapienza creano un’atmosfera calda e avvolgente fino a creare una delle canzoni più belle di questo album, “Rabbit in a snare, why you sleeping softly in your bed? / (Can you see from where you’re standing?) / When unruly wild blood is pumping, why you running scared? / (Can you hear where I’m coming from?) / Why you running scared?“. La successiva No Me , No You, No More è un colpo al cuore. Si risentono le The Staves dell’esordio ma con una nuova forza, più energia. Le tre voci tessono una dolce supplica ad un amore perduto, “How can I want you, / A little bit more than I did before? / I don’t need you, but I want you back, / A little bit more, than I knew, / Now I can’t go back to life before, / Before I knew, / That you didn’t love me no more“. Segue a ruota, Let You Down, un’altra bella canzone che conferma il nuovo corso delle tre sorelle. Una buona dose di intensità in più nell’interpretazione è la chiave per tirare fuori tutto il meglio delle loro voci, “On and on, even the good die young, / Heavy hands, scupper the best laid plans, / On and on, ever the foolish one, / Who says what he wants, / But he wants what he can’t understand“. Black & White è breve ma non ha nulla da invidiare alle sue sorelle maggiori. Una batteria pulsante e le chitarre sono uno sfondo piuttosto insolito per il trio ma insieme funzionano. La sensazione è che dovrebbero fare più spesso canzoni così, “Black and white, it isn’t right / To hold me down and bleed me dry / Cut the ties that keep me up at night / Or make me see myself in black and white“. Bilancia la lunga e malinconica Damn It All. Delicata e sonnolenta è una giornata di tiepido sole che anticipa la primavera. Un piccolo gioiellino da ascoltare fino alla fine, “Reading an open book, / Part of the heart I took, / Part of what you mistook for innocence, / If that makes sense? / I wanna keep you ‘side me like a secret that I’ll never tell, / And when all is said and done, / We’ll run“. The Shining è una rilassante canzone da fine settimana pigro. Anche questa entra comodamente tra le migliori dell’album. La voce scivola via sun un tappeto di suoni ovattati. Una sensazione piacevole, “Speaking to the red phone, thinking of the ride home, / Standing in the shower with the water running cold. / Sit and watch the shining, with just the kitchen light on“. Più vicino allo stile classico delle The Staves è Don’t You Call Me Anymore. Si riesce a sentire anche qui l’intervento di Justin Vernon e le sue atmosfere malinconiche e affascinanti, “Don’t you call me anymore, / I don’t want to hear, I’m sick of your singing. / Your voice isn’t silver to me now, / Your voice wasn’t silver before. / You’re the start to my end, / I may have made a few mistakes, / That I wish I could make them again, / I wish we were friends“. Horizions è la più luminosa e positiva dell’album. Una boccata di aria fresca, “Oh it’s a ride on, / Set it on, set it on, / Set it on. / Two-point-five to the horizon, / Set it off, set it on, / Set it off, set it on“. L’americana Teeth White è un richiamo agli esordi da annoverare tra i picchi più alti di questo album. Ancora una canzone viva e vibrante, così come non ne avevano sapute fare nel precedente lavoro. Brave sorelline, “I got my teeth white and my jeans tight / I got my hair long and it’s still wrong / And I wanna know / When I can start taking it slow / Cause I’ve had enough“. Le acque tornano a placarsi con Make It Holy, incantevole pezzo folk dal sapore nostaligico nel quale le The Staves sono maestre, impreziosito dalla partecipazione di Justin Vernon, “High ends in the fire moving on, moving on / Torn apart and tired of it all, of it all / Walk, never the same / Feel no glory, feel no pain“. Chiude If I Was la bella Sadness Don’t Own Me. Un pianoforte chiama a raccolta per l’ultima volta le tre voci e ancora il risultato è inappuntabile. Un altro gioiellino, “All that time, over too soon, / And there’s panic rising up, spilling out, / eclipsing the moon. / Deep, deep, down, / Getting back up. / Check your jacket pocket, / Check your jeans, / But it’s not enough“.

If I Was è senza dubbio superiore al precedente Dead & Born & Grown per diversi motivi. Il primo dei quali è sicuramente l’uso delle voci di Emily, Jessica e Camilla. Finalmente si possono sentire in tutta la loro bellezza. Niente eccessi o virtuosismi ma un loro sapiente uso, uno strumento ineguagliabile. I miei auspici e le mie aspettative per questo album sono stati soddisfatti. Non poteva essere un album migliore in questo momento per le The Staves. Un grande passo avanti, reso possibile anche grazie a quel Justin Vernon che ha tirato fuori i meglio delle tre sorelle. Non solo. Ha anche soffiato via un po’ di polvere dalle melodie consunte che l’esordio si portava con sè. Un album da ascoltare per trovare un momento di pace e tranquillità, trasportati, là dove ci piacerebbe essere, dalle voci più in armonia tra loro che si possano ascoltare.

Una tantum

È difficile parlare di un artista come Justin Vernon. Soprattutto per uno come me che di musica conosce quello che conosce. Perchè il signor Vernon, noto anche con il nome di Bon Iver, è un artista che, fin dal primo album, For Emma, Forever Ago, a conquistato un ruolo centrale nel panorama della musica indipendente, diventando una sorta di guru. Evidentemente le etichette gli vanno strette e lui se ne sbarazzato subito collaborando con diversi artisti (alcuni dei quali anche discutibili). Questo dimostra che nonostante Bon Iver sia stato innalzato al livello di una qualisiasi pop star, lui continua a fare ciò che vuole anche se a qualcuno non va. Innegabile è il fascino che la musica è il personaggio sanno trasmettere, un fascino vero e assolutamente non artificiale. So che ci sono delle tormentate vicende personali dietro questo For Emma, Forever Ago ma non so esattamente quali e, a dire la verità non mi interessano nemmeno. Ho voluto ascoltare questo album senza ulteriori condizionamenti, partendo da zero.

Bon Iver
Bon Iver

Flume è scelta per aprire l’album ed è facile rimanere affascinati dall’uso della voce di Justin Vernon e da quella chitarra che non ci abbandona. Questa canzone, come altre di questo album, sembrano sospese a metà ma quasi si può toccarle, “Only love is all maroon / Lapping lakes like leery loons  / Leaving rope burns, reddish ruse“. Lump Sum sì apre con un soave coro che lascia poi il posto ad un ritmo che culla la voce, più calda che in precedenza, “My mile could not pump the plumb / In my arbor ‘till my ardor trumped / Every inner inertia / Lump sum“. La successiva Skinny Love è il cavallo di battaglia di Bon Iver, nonchè una delle canzoni con più cover degli ultimi anni. L’intensità e l’interpretazione della canzone sono senza pari, storia di un amore tormentato, “I told you to be patient / I told you to be fine / And I told you to be balanced / And I told you to be kind“. The Wolves (Act I and Act II) suona quasi come un dolce lamento che non lascia indifferenti, “And the story’s all over / In the morning, I’ll call you / Can’t you find a clue / When your eyes are all painted Sinatra blue“. Blindesided è un’altra bella canzone dallo stile unico di Bon Iver, che cresce pian piano sempre con un immancabile dolcezza e malinconia, “I come through the window / I’m crippled and slow / For the agony I’d rather know / ‘Cause blindsided / I am blindsided“. Creature Fear non si discosta di molto da quanto sentito finora ma giunti a questo punto non si può fare a meno di scoprire cosa ha in serbo ancora per noi il buon Vernon, “Tear on tail on / Take all on the wind on / The soft bloody nose / Sign another floor“. La fine di Creature Fear è l’inizio di Team, unico brano strumentale dell’album che anticipa la straordinaria For Emma. Qui Bon Iver si accende e canta qualcosa di più vivo e intenso, un respiro profondo e vitale , “I toured a light / So many foreign roads / For Emma, forever ago“. Chiude re:stacks un canzone emozionante e unica. Questa è forse la canzone che più rappresenta l’anima di Bon Iver e il suo messaggio, un susseguirsi di immagini al limite del visionario, “On your back with your racks as the stacks are your load / In the back and the racks and the stacks of your load / In the back with your racks and you’re un-stacking your load“. Ma la canzone che più mi ha convinto ad ascolatre Bon Iver è senza dubbio la bellissima Wisconsin, in questo album come bonus track. Ne avevo già parlato su questo blog poco tempo fa e non posso che confermare le mie prime impressioni. Semplicemente emozionante, “You ride in the park and you’re peeking / Piss pools in your seat / She’s standing inside but you surely repeat / Oh God don’t leave me here“.

Un album che è quasi d’obbligo ascoltare almeno una volta. Bon Iver è in grado di regalare emozioni autentiche con canzoni espressive e sincere. Un viaggio in altri mondi, interiori e immateriali. Dalle sue canzoni traspare un commistione di sensazioni e immagini che non serve conoscere l’inglese per percepirle. Forse non a tutti può piacere questo genere di musica ma provarci è quasi d’obbligo. Un vero artista, uno scultore della musica che ci lascia materialmente toccare le sue canzoni. Si percepisce chiaramente tutta la sua predisposizone a non limitarsi ad un genere ma cercare quello più indicato e funzionale per trasmettere un’emozione più vicina possibile alla sua causa originale.

Mi ritorni in mente, ep. 17

Avevo intenzione di scrivere riguardo qualche altra canzone oggi ma proprio ora sto ascoltando Bon Iver. Per l’esattezza Wisconsin ed è la prima volta che la sento. Conoscevo già Bon Iver ma non ho mai approfondito la sua musica. Questo pomeriggio ho deciso di raccogliere un po’ di album nuovi e vecchi in una playlist di Spotify per trovare qualcosa da ascoltare nei prossimi giorni. Ci ho messo dentro anche Bon Iver. Questa Wisconsin saltata fuori per caso è davvero una bella canzone, davvero una bella canzone. Mi sono quasi venute le lacrime agli occhi. Non ho mai pianto con una canzone, alcune volte ci sono andato vicino ma mai come questa volta. D’accordo, caro Justin Vernon questa volta mi ha convinto. For Emma, Forever Ago sarà il prossimo album che amerò ne sono sicuro. Scusa se per tutto questo tempo non ti ho considerato. Convincermi con un solo ascolto di Wisconsin non era impresa semplice ma ci sei riuscito. Grazie. Credo di aver finito le parole… 😦