Cuore solitario

Un paio di anni fa è passato da queste parti un album davvero eccezionale, intitolato Honest Life della cantautrice americana Courtney Marie Andrews. Quell’album è finito dritto tra i migliori del 2016 e ancora oggi lo ascolto più che volentieri. A soli ventisette anni, quest’anno ha pubblicato il suo settimo album, May Your Kindness Remain. Non ho avuto bisogno di singoli o preview varie per decidere cosa fare. Non ho esitato ad ascoltare questo album nonostante abbia letto recensioni discordanti in merito. Ma in genere non mi lascio condizionare, soprattutto se si tratta di un artista che già conosco, e quindi ecco qui May Your Kindness Remain tutto da scoprire canzone dopo canzone.

Courtney Marie Andrews
Courtney Marie Andrews

La titletrack May Your Kindness Remain apre l’album. Un organo in sottofondo lascia spazio alla voce melodiosa e potente della Andrews. Una riflessione sulla ricchezza dei sentimenti e non dei beni materiali con un piglio più soul che in passato, “And if your money runs out / And your good looks fade / May your kindness remain / Oh, may your kindness remain“. La successiva Lift My Lonely From My Heart torna ad affrontare il tema della solitudine, da sempre caro alla Andrews. Una canzone che ricalca gli schemi più classici del country ma che gode della sua emozionante voce, “When morning comes, whistling comes a bluebird / While I try to find a will to wake / My loneliness, it blurs the days together / My loneliness, it pushes you away“. Two Cold Nights In Buffalo è un country on the road che richiama le sonorità del precedente album. Una carrellata di immagini di un America che si allontana da quel sogno che si è costruita, “Snowy prison out on Main Street, heaters hang from the cells / A bum searches for shelter, so cold he dreams of hell / It’s that American Dream dying, I hear the whispers of each ghost / Of a wealthy man who once died in downtown Buffalo“. Rough Around The Edges è una ballata solitaria alla quale la Andrews non è nuova e accetta di guardarsi dentro e confidarsi a chi l’ascolta. La sua voce è veicolo di sentimenti ed emozioni come poche sanno fare, “Curtains closed so I can sleep in late / Nothin’ on the TV, but it always plays / Dirty dishes, buds in the ash try / Don’t feel like pickin’ up the damn phone today“. Border vede la cantautrice americana alle prese con un country blues rilassato ma ruvido. Non è un cambio di ritmo ma solo una variazione sul tema principale dell’album, peraltro ben riuscita, “There is always a reason / A story to tell / But you cannot measure a man until you’ve been down the deepest well“. Si ritorna alle ballate con Took You Up. Un piano forte e delle chitarre distorte accompagnano il canto della Andrews. Ancora la malinconia e la solitudine sono al centro di una canzone, sono parte di lei, “Good friends, good company / In every corner of this country / But none of them quite get me / The way you get me / Long drives through the countryside / Cheap motels, diners, and dice / Callin’ numbers on the billboard signs / See who picks up on the other line“. This House è ancora una ballata che si ispira agli scorci che una casa può offrire. Immagini confortanti, forse imperfette ma sincere evocate da un testo poetico, “The faucet might leak, the staircase might creak / The heater takes a while to kick in / But there’s a whole lot of laughter and love / This house, this house is our home“. Ancora la gentilezza in Kindness Of Strangers un vibrante soul dal animo country. Cercare di essere sempre gentili non è affatto facile e Courtney Marie Andrews lo sa bene, “People come and people go / And some will make their mark / Like an iron to the bowl / A cymbal in your heart / And the ones that stick around / Are the hardest ones to find / And if you can’t find the closest / You need the kindness to survive“. I’ve Hurt Worse è una deliziosa poesia in musica sulle difficoltà dell’amore. Poche frasi che si ripetono, dove ritornello e strofe quasi si confondo ma che danno la misura del talento della Andrews, “I like when I have to call you a second time / It keeps me wondering if you are mine / Mother says we love who we think we deserve / But I’ve hurt worse, I’ve hurt worse“. L’ultimo brano dal titolo Long Road Back To Home è una lunga ballata notturna. Lo stile è quello tipico di questa cantautrice ma con ancora sfumature soul che toccano, delicatamente, le corde giuste del cuore, “Call me when you get to Austin / When you’re fillin’ up at that Chevron station / Get yourself a coffee and power through / It’s a long, long road back to you“.

Riguardo a May Your Kindness Remain ho letto che il suo punto debole è la poca varietà nelle tonalità ed è vero ma solo ad un ascolto superficiale. Ad ogni ascolto emerge sempre qualcosa di nuovo, nuove sfumature e sensazioni. Le tematiche ricorrenti, come la solitudine, non offrono molti colori alla sua tavolozza ma Courtney Marie Andrews se li fa bastare, sfruttando il suo talento. Chi lo definisce monocorde non ha compreso, o semplicemente non può comprendere, quel sentimento di fondo che pervade l’album, il quale lascia spazio a poco altro. May Your Kindness Remain è un album mosso profondamente dai sentimenti dove l’attenzione non si concentra sulla canzone fine a sé stessa ma sulla volontà di trasmettere un brivido di empatia che un ascolto affrettato non può provocare. In conclusione Courtney Marie Andrews ci regala un album meno immediato del precedente ma ancora più profondo e personale.

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Due cuori ribelli

Sono passati otto anni dall’esordio delle First Aid Kit, intitolato The Big Black And The Blue. Il successo lo hanno trovato però due anni dopo con The Lion’s Roar segnando, di fatto, una pietra miliare nel panorama folk di nuova generazione. Le sorelle Söderberg, Johanna e Klara, originarie della Svezia, hanno dato nuova linfa al country folk americano nella Vecchia Europa, spingendo altri giovani artisti a seguire le loro orme. A quattro anni di distanza dall’ultimo Stay Gold, che le vedeva alle prese con un sound più pop, le First Aid Kit hanno pubblicato lo scorso mese il nuovo album, intitolato Ruins. Un atteso e gradito ritorno che si preannunciava come decisivo per la crescita delle due sorelle e così è stato.

First Aid Kit
First Aid Kit

L’album inizia con Rebel Heart, un brano che ricalca lo stile unico delle First Aid Kit ma che allo stesso tempo introduce nuovi elementi nella loro musica. Unica costante l’inimitabile voce di Klara, “I don’t know what it is that makes me run / That makes me wanna shatter everything that I’ve done / Why do I keep dreaming of you? / Why do I keep dreaming of you? / Is it all because of my rebel heart?“. Il singolo It’s A Shame è una colorata cavalcata folk pop. Le due sorelle cantano all’unisono, dando vita ad una delle canzoni più godibili di questo album. Una riflessione sulla vita e sul passato, nella quale si intravede la sopraggiunta maturità del duo, “Tell me it’s okay / To live life this way / Sometimes I want you to stay / I know it’s a shame / Shame / Shame“. Spazio al romanticismo con la bella Fireworks. Johanna e Klara si alternano nel canto, intessendo un lento d’altri tempi. Una canzone malinconica e disperata, realizzata splendidamente, “I could have sworn, I saw fireworks / From your house, last night / As the lights flickered and they failed / I had it all figured out“. Con Postcard, le First Aid Kit ritornano al loro primo amore, il country folk. Un brano c’è cattura per la sua leggerezza e sincerità, con quella vena triste che dà quel qualcosa in più, “I wasn’t looking for trouble but trouble came / I wasn’t looking to change, I’ll never be the same / But that’s not what you make it, baby“. La ballata To Live A Life esprime tutta la forza della loro musica. Per quasi tutta la sua durata è accompagnata da una chitarra acustica che priva il brano di qualsiasi distrazione, lasciando spazio alla voce magnetica di Klara, “Well I’m just like my mother / We both love to run / Chase impossible things / Or unreachable dreams / Lie awake in the night / Thinking this can’t be right / But there is no other way / To live a life alone / I’m alone now“. My Wild Sweet Love le sorelle Söderberg ripropongono le trame delle loro canzoni migliori. Lo fanno senza ripetersi, forti di essere oramai una certezza è non più delle esordienti, “Will I know what this all means / When we’re a hazy memory / With all the colors of a dream / My wild sweet love / My wild sweet love“. Distant Star è un altro pezzo folk pop nelle loro corde. C’è come un scambio di luce ed oscurità nelle melodie di questa canzone, oltre alla consueta sintonia tra le due sorelle, “You’re a distant star / My darling you’re so far away / You were never meant to stay / I reached out to see / If you’re still here with me / Maybe we could have made it easy / Could we“. La title track Ruins è un brano sulle difficoltà dell’amore. Una canzone dalle melodie morbide e tristi nella quale si mescolano le due voci, “Ruins / All the things we built assured that they would last / Ending months ticket stubs, and written notes and photographs / Where are you and here somewhere I cannot go / I’m sorry / I am / But I don’t take it back“. Hem Of Her Dress è una canzone scritta di getto, ispirata dalla musica dei Neutral Milk Hotel. Le First Aid Kit sono riuscite a coglierne la spontaneità, tratto distintivo della band di Jeff Mangum, “So I am incomplete / So loud, and so discreet / You tried to pinpoint me / I guess that was your mistake / Too much whiskey / Too much honey, too much wine / I learned some things never heal with time“. Nothing Has To Be True chiude l’album con le consuete atmosfere accorate e intense. Una ballata rock, impreziosita dalle voci delle sorelle. Un testo maturo, una riflessione sulla vita, “Now I feel so far away / From the person I once was / I thought love was enough / You can tell yourself so many things / And nothing has to be true“.

Ruins è un album che guarda al futuro ma che lascia anche spazio al passato della band. Un album nel quale le due sorelle Söderberg si dimostrano donne, nei testi più maturi e nelle scelte musicali. Per questo album si sono circondati da musicisti del calibro di Peter Buck (R.E.M), Glen Kotche (Wilco), McKenzie Smith (Midlake) ed Eli Moore (LAKE). La voce di Klara appare più libera, meno rigida che in passato, meno in contrasto con quella della sorella Johanna. Ruins vede le First Aid Kit allontanarsi e riavvicinarsi, come un pianeta intorno al suo sole, al folk americano degli esordi. Nuove soluzioni musicali le spingono in territori più pop ma le melodie e l’anima di queste due ragazze resta legata al country. Ruins si candida come uno dei migliori di quest’anno, consigliato anche a chi non conosce ancora questo duo svedese.

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Come un treno

Qualche tempo fa il singolo High Time mi era fin da subito entrato in testa, facendo diventare questo Down Low uno degli album più attesi del mese di gennaio. Il debutto del cantautore americano Wes Youssi e la sua band The County Champs, lasciava presagire, ancor prima di ascoltarlo, di essere ricco di canzoni country. Un album che ripropone un country tradizionale, vecchia scuola, che ci trascina in paesaggi americani dove sfrecciamo enormi treni e le vecchie Cadillac viaggiano lungo strade deserte, passando davanti a tavole calde e fast food. Ma basta una manciata di canzoni a far pensare a tutto questo? Io credo proprio di sì.

Wes Youssi and The County Champs
Wes Youssi and The County Champs

Si comincia subito forte con Ready To Run. La voce di Wes Youssi è perfetta per questo genere di musica. Ruvida quanto basta, non è la voce di un ragazzino, è la voce di un uomo che ha qualcosa da raccontare. Segue la bella Cadillac Man, un rockabilly d’altri tempi. Youssi e la sua band fanno di tutti per farci ballare. Un balzo indietro nel tempo ma con una nuova energia. C’è posto anche per le ballate come Crazy Train. Il treno è usato come metafora di un amore che va avanti nonostante le difficoltà. Una canzone che svela l’altra faccia di questo album, quella meno spensierata, “So let’s save them troubles for tomorrow night / stay out late, drink some red wine, / leave our worries on paper dishes / and settle the score when the morning dew wakes us“. Ma è tempo di tornare in pista con Southbound Train. Sì, ancora un treno, ancora un country trascinante dal ritmo contagioso. Lo stesso vale per High Time. Era da tempo che non sentivo una canzone così orecchiabile che rimanesse in testa per settimane. Semplicemente irresistibile, merita un ascolto, “Think maybe it’s…. High time, I get some attention / They say the squeaky wheel is the one that gets mended / Facing…hard times, I can’t explain / A million little fires, running wild in my brain / and I’m so tired…can’t hear myself thinking / I’ll work this thing out lord, shouting & a’singing“. Con Some Of What We Used To Do si ritorna nei territori del country. C’è la voglia di rallentare, di prendersi il tempo per tornare ad essere romantici. Vivere lenti in mondo che va sempre più veloce. Green Dream contiene chiari riferimenti alla marijuana, tema non infrequente nelle canzoni country. Il buon Willie Nelson ne sa qualcosa. I Ain’t A Quitter è un’altra ballata country che scorre via, tra ritmi lenti e melodie di chitarra. Wes Youssi è nato per fare questa musica, la sua voce lo dimostra. La title track Down Low è un viaggio di bar in bar, annegando i pensieri nel whiskey. La triste ballata Everything’s Blue si trascina lenta lenta dove tutto è triste. Tra suoni di lap steel malinconici e violini, si muove la voce di Wes Youssi con una vena ancora più malinconica. Tra le mie preferite c’è sicuramente l’irresistibile Into A Bottle. Dimenticare una donna non è facile ma l’alcol può aiutare. Un trascinante honky-tonk tirato e orecchiabile. Volevate una prova del talento di questo cantautore e della sua band? Eccovi accontentati. Se non è abbastanza Champ Boogie rincara la dose. Una doppietta di canzoni che spazza via qualsiasi traccia di malinconia vi sia rimasta dalle canzoni precedenti, peccato solo che chiudano l’album.

Down Low ripercorre i più classici degli schemi del country e di tutte le sue derivazioni. Si mantiene strettamente legato alla tradizione degli anni ’60 e ’70 trasportando questa musica in una società diversa da quella di allora. Qui si tratta di tornare a qualcosa che forse non si è perso del tutto e artisti come Wes Youssi sanno cogliere e mettere in musica. Se cercate qualcosa di nuovo da ascoltare allora Down Low non fa per voi. Ma se solo per un attimo volete assaporare il gusto del buon country di una volta questo è il momento. Se ci fossero ancora i jukebox, Wes Youssi e i suoi The County Champs, non sfigurerebbero affatto. I tempi sono cambiati ma la musica sa continuare per la sua strada. Come un treno.

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Uno più uno fa due

Il nome di Nikki Lane mi era già stato consigliato tempo fa e lo scorso anno ho colto l’occasione di avere il suo secondo album All Or Nothin’, del 2014, gratuitamente in occasione della pubblicazione del singolo Highway Queen che anticipava l’album omonimo. Qualche ripetuto ascolto di All Or Nothin’ mi avevano dato una buona impressione di questa cantautrice americana ma per qualche motivo ho rimandato l’ascolto dell’album Highway Queen fino a poco tempo fa. Citato spesso come uno dei migliori album country del 2017, non poteva mancare alla mia collezione anche se con un anno di ritardo.

Nikki Lane
Nikki Lane

Si comincia con la roboante 700,000 Rednecks. La voce ruvida della Lane è la prima cosa che si nota nelle sue canzoni. Lo stile ‘sporco e cattivo’ sono nel DNA di quest’artista che ne ha fatto il suo marchio di fabbrica, “Seven hundred thousand rednecks / That’s what it takes to get to the top / Seven hundred thousand rednecks / No, there ain’t no one gonna make me stop“. La title track Highway Queen è un accattivante country rock che vuole essere un inno alla forza delle donne. Questa è una delle migliori canzoni di questo album, una canzone tesa e carica di sana rabbia, “Sixty thousand miles of blacktop / Countless broken hearts between / Winding lines of white that don’t stop / Livin’ the life of the Highway Queen“. In Lay Down viene fuori l’anima outlaw della Lane. Nella sua voce ci sono le sfumature di chi ne ha viste tante. Che sia vero o no, mi piace pensare che sia così, “I heard the news / They laid him in a black suit with flowers all around / The town is filled with strangers that love him still / They’ve come to see his burial ground“. Jackpot è una canzone irresistibile. Un orecchiabile country si srotola davanti a noi, esplodendo in un ritornello di pura energia. In un attimo saremo catapultati nelle stranianti luci di Las Vegas, “Viva Las Vegas, Atlantic City rendez-vous / Weekend in Reno, late night casino / I’ll go anywhere with you / Rollin’ down the Mississippi / Livin’ us a riverboat dream / Playin’ the wildcard, life ain’t been too hard / Since you ran away with me“. C’è spazio anche per le ballate nella musica di Nikki Lane. Ne è un esempio Companion. Anche le ragazze cattive hanno un cuore e cercano la loro metà, “Cause I’m gonna run when you call / And I won’t rest ‘til I fall / From the top of the hill to the bottom of a canyon / I wanna be your companion“. Ma è tempo di riprendere con il country vibrante di Big Mouth. La nostra ragazza non le manda certo a dire e il suo stile è irresistibile. Una delle migliori canzoni dell’album. Da ascoltare, “Oh, is this really small town? / Is that what we’re talking about? / Is that where this is coming from or is it just your big mouth?“. Quando il ritmo rallenta, viene fuori il lato più sentimentale della Lane come nel caso di Foolish Heart. Un brano che si allontana dalle sonorità country in senso stretto per abbracciare un rock classico e tipicamente americano, “Foolish heart, don’t let me down / Leave me broken in this town / Cause I’ve been gettin’ on just fine / Got no need to lose my mind“. Due cuori distanti sono l’ispirazione per Send The Sun. Una ballata country malinconica ma allo stesso tempo una delle più luminose dell’album, “Well, the night’s gone and oh, it’s hard to know what to say / You call me on the telephone, say you miss me most today / We’ll I’ll see you soon / Darlin’, we’re staring at the same moon“. Nikki Lane si spinge in territori più blues con Muddy Waters. Punto di forza sempre la sua voce ruvida ma calda che da ad ogni brano un sound unico ed inimitabile, “So tear your heart out, throw it all away / Cause it don’t matter, don’t matter what you say / Cause love’s for nothing, and pain is free / Give it away for something; give it away to me“. L’ultima canzone Forever Lasts Forever, una triste canzone d’amore. Un’interpretazione accorata ed intensa, che svela una volta per tutte il lato romantico di questa cantautrice, “And anyone could try to say we didn’t keep the vows we made / But they’d be lying / Cause we said ‘til death do us part and it was true / Cause my heart feels like it’s dying“.

Non saprei dire se Nikki Lane (al secolo Nicole Lane Frady) è un personaggio o è un’autentica ragazza country cresciuta troppo in fretta ma la definizione ‘First Lady of Outlaw Country’ le calza a pennello. Highway Queen è un album godibile dalla prima all’ultima nota dove l’energia del rock e i sentimenti del country si mescolano in un equilibrio che mantiene l’album in tensione costante. Indubbiamente gran parte del merito risiede nella voce all’apparenza consumata di questa cantautrice che è il veicolo di ciò che non si può cantare, non si può esprimere attraverso le parole. Sì, Highway Queen è un ottimo album country, il naturale seguito di All Or Nothin’, il terzo della carriera di una cantautrice tutta da scoprire.

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Non mi giudicate – 2017

L’ultimo giorno è arrivato e come sono solito fare da tre anni, pubblico una lista dei migliori album di questo 2017 appena finito. Se devo essere sincero, questa volta ho fatto davvero fatica a scegliere. Non perché è stato un anno povero di buona musica, al contrario, ho dovuto “sacrificare” qualcuno che ha comunque trovato spazio per una menzione d’onore dopo gli album e gli artisti premiati. Per chi volesse avere una panoramica più completa di tutti i nuovi album che ho ascoltato quest’anno può trovarli tutti qui: 2017. In realtà, ci sono altri album che non hanno avuto spazio su questo blog, forse lo troveranno in futuro o forse no.

  • Most Valuable Player: Amy Macdonald
    Lasciatemi cominciare con il ritorno di Amy Macdonald e il suo nuovo Under Stars a cinque anni di distanza dall’ultimo album. Un ritorno che attendevo da tempo e non poteva mancare in questa rassegna di fine anno. Bentornata.
    Amy Macdonald – Down By The Water
  • Most Valuable Album: Semper Femina
    Laura Marling è sempre Laura Marling. Il suo Semper Femina è la dimostrazione che la Marling non può sbagliare, è più forte di lei. Ogni due anni lei ritorna e ci fa sentire di cosa è capace. Inimitabile.
    Laura Marling – Nouel
  • Best Pop Album: Lust For Life
    Non passano molti album pop da queste parti ma ogni volta che c’è Lana Del Rey non posso tirarmi indietro. Lust For Life è uno dei migliori della Del Rey che è riuscita a non cadere nella tentazione di essere una qualunque pop star. Stregata.
    Lana Del Rey – White Mustang
  • Best Folk Album: The Fairest Flower of Womankind
    La bravura di Lindsay Straw e la sua ricerca per questa sorta di concept album sono eccezionali. Un album folk nel vero senso del termine che mi ha fatto avvicinare come non mai alla canzone tradizionale d’oltre Manica. Appassionante.
    Lindsay Straw – Maid on the Shore
  • Best Country Album: All American Made
    Il secondo album di Margo Price la riconferma come una delle migliori cantautrici country in circolazione con uno stile inconfondibile. Non mancano le tematiche impegnate oltre alle storie di vita americana. Imperdibile.
    Margo Price – A Little Pain
  • Best Singer/Songwriter Album: The Weather Station
    Determinato e convincete il ritorno di Tamara Lindeman, sempre più a sua agio lontano delle sonorità folk. Il suo album omonimo è un flusso di coscienza ininterrotto nel quale viene a galla tutta la sua personalità. Profondo.
    The Weather Station – Kept It All to Myself
  • Rookie of the Year: Colter Wall
    Scelta difficilissima quest’anno. Voglio puntare sulla voce incredibile del giovane Colter Wall. Le sue ballate country tristi e nostalgiche sono da brividi. Serve solo un’ulteriore conferma e poi è fatta. Irreale.
    Colter Wall – Me and Big Dave
  • Sixth Man of the Year: Jeffrey Martin
    Forse la sorpresa più piacevole di quest’anno. Questo cantautore americano sforna un album eccellente. In One Go Around ogni canzone è un piccolo gioiello, una poesia che non risparmia temi importanti. Intenso.
    Jeffrey Martin – Poor Man
  • Defensive Player of the Year:  London Grammar
    Il trio inglese ritorna in scena con una album che riconferma tutto il loro talento. Con Truth Is A Beautiful Thing non rischiano ma vanno a rafforzare la loro influenza electropop lontano dalle classifiche. Notturni.
    London Grammar – Non Believer
  • Most Improved Player: Lucy Rose
    Con il suo nuovo Something’s Changing la cantautrice inglese Lucy Rose, si rialza dalle paludi in un insidioso pop che rischiava di andargli stretto. Un ritorno dove il cuore e le emozioni prendono il sopravvento. Sensibile.
    Lucy Rose – End Up Here
  • Throwback Album of the Year: New City Blues
    L’esordio di Aubrie Sellers è un album che ascolto sempre volentieri. Il country blues di questa figlia d’arte è orecchiabile e piacevole da ascoltare. Un’artista da tenere d’occhio il prossimo anno. Affascinante.
    Aubrie Sellers – Sit Here And Cry
  • Earworm of the Year: Church And State
    Non è stato l’anno dei ritornelli, almeno per me, ma non in questo post poteva mancare Evolutionary War, esordio di Ruby Force. La sua Church And State è una delle sue canzoni che preferisco e che mi capita spesso di canticchiare. Sorprendente.
    Ruby Force – Church and State
  • Best Extended Play: South Texas Suite
    Non potevo nemmeno escludere Whitney Rose. Il suo EP South Texas Suite ha anticipato il suo nuovo album Rule 62. Il fronte canadese del country avanza sempre di più e alla guida c’è anche lei. Brillante.
    Whitney Rose – Bluebonnets For My Baby
  • Most Valuable Book: Storia di re Artù e dei suoi cavalieri
    L’opera che raccoglie le avventure di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda mi ha fatto conoscere meglio i suoi personaggi. Scritto dal misterioso Thomas Malory e pubblicato nel 1485, questo libro è stato appassionante anche se non sempre di facile lettura.

Questi album hanno passato una “lunga” selezione ma non potevano mancare altre uscite, che ho escluso solo perché i posti erano limitati. Partendo dagli esordi folk di Emily Mae Winters (Siren Serenade), Rosie Hood (The Beautiful & The Actual) e dei Patch & The Giant (All That We Had, We Stole). Mi sento di consigliare a chi ha un’anima più country, due cantautrici come Jade Jackson (Gilded) e Jaime Wyatt (Felony Blues). Per chi preferisce un cantautorato più moderno e alternativo c’è Aldous Harding (Party). Chi invece preferisce qualcosa di più spensierato ci sono i Murder Murder (Wicked Lines & Veins). Questo 2017 è stato un album ricco di soddisfazioni e nuove scoperte. Spero che il prossimo si ancora così, se non migliore.

Buon 2018 a chi piace ascoltare musica e a chi no…

best-of-2017

Buoni consigli

Quando ho ascoltato per la prima volta una canzone di questo duo canadese, mi hanno ricordato le Lily & Madeleine degli inizi. Per questo non ho esitato ad ascoltare il loro nuovo album. Hannah Walker e Jamie Eliot si presentano sotto il nome di Twin Bandit, il loro Full Circle è uscito il mese scorso. Si tratta del loro secondo album e sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla loro musica, che spazia dal country al folk con un approccio alternative fresco e positivo. Full Circle è un album che ho deciso di ascoltare quasi “alla cieca”, spinto dalla curiosità e dalla volontà di ritrovare quelle atmosfere che mi hanno fatto scoprire, più da vicino, il mondo della musica folk.

Twin Bandit
Twin Bandit

Everything Under The Sun apre l’album, introducendoci nelle sue atmosfere delicate guidate dalle voci morbide di queste due ragazze. Un folk americano caratterizzato da una sensibilità pop che porta con sé buone sensazioni. La successiva I Try è cantata a due voci, in perfetta sintonia tra loro. Qui le due ragazze si rifanno alle First Aid Kit, ripiegando però su tonalità più leggere e armoniose. Una canzone ispirata, tra le più belle dell’album. Con Never Quite The Same vira verso un folk più scuro e maturo. Questa è una delle canzoni che preferisco di questo album, per la sua intensità e per le emozioni che riesce ad esprimere. Da ascoltare. Segue Gotta Make Sure che riprende le sonorità più luminose dell’inizio dell’album. Il testo dimostra tutto il talento delle ragazze e il ritornello è semplice e si finisce per canticchiarlo in men che non si dica. Un ottimo lavoro, davvero. Little Big Lies prosegue sulla stessa strada, scegliendo sonorità più country. Le voci delle Twin Bandit cantano all’unisono, strette l’una all’altra in un legame profondo. Hard To Know è una di quelle canzoni che scaldano il cuore, capaci di sorprendere ad ogni ascolto. Una canzone sincera e luminosa, come il resto dell’album, capace di trasportati altrove, un posto sicuro e migliore. So Long è un poetico alternative folk, arricchito da una chitarra graffiante. Le voci delle due ragazze lavorano insieme, in una confortevole armonia. To Stay è tra le migliori canzoni di questo album. Tutto è in precario equilibrio. Voce e musica si sostengono l’una con l’altra, delicate ed eteree. Un ottimo esempio di come nella semplicità spesso si nasconda la bellezza. La successiva Spell It Out è una bella canzone dalle tinte indie pop. Anche questa volta ii ritornello è orecchiabile e l’accompagnamento musicale è molto piacevole. So That’s Just The Way è un gioiellino folk. Una canzone che più di tutte richiama le sonorità delle sorelle Jurkiewicz e le loro atmosfere distese e confortanti. Per chiudere c’è Six Days To Sunday un’evanescente poesia folk, essenziale in ogni suo aspetto. Un buon modo per concludere l’album.

Full Circle si va ad aggiungere alle sorprese di questo 2017 che deve ancora finire. Hannah Walker e Jamie Eliot dimostrano una complicità perfetta, canzone dopo canzone. Un album dove ogni singolo brano trasmette sicurezza e positività. Non c’è volontà di forzare troppo la mano sulla malinconia o su sentimenti contrastanti. Full Circle è un insieme di canzoni fatte per convivere, per essere ascoltate una accanto all’altra. Le Twin Bandit sembrano cantare con il sorriso, appena accennato, di una gioia sincera. Non è facile scegliere quale canzone farvi ascoltare per convincervi che questo Full Circle merita ben più di un passaggio durante la vostra giornata.

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Mi ritorni in mente, ep. 48

Dopo un periodo di assenza di ben due mesi torna la mia rubrica a cadenza del tutto casuale. Le uscite in queste settimane sono state numerose e ho dato più spazio alle recensioni. Oggi mi prendo una pausa e ripesco dalla mia memoria una bella canzone country dal sapore d’altri tempi.

High Time è un’accattivante brano country caratterizzato dalla voce irresistibile del cantautore americano Wes Youssi. Insieme alla sua band The County Champs è pronto a travolgesi con la sua musica del suo album Down Low in uscita il prossimo 19 Gennaio. Ecco un’altra data da segnarsi sul calendario. Ecco un’altra uscita per un un 2018 che si preannuncia interessante. Mentre io faccio la mia pausa voi ascoltatevi, se avete due minuti di tempo, questa High Time. Se vi avanza ancora qualche minuto perché non ascoltare anche la sua ballata Crazy Train? Per oggi ho fatto il mio dovere.