Non mi giudicate – 2016

Eccomi dunque ancora una volta a fare i conti con il tempo che passa. Un altro giro intorno al sole tra le pagine di questo blog se ne andato. Come ho fatto lo scorso anno, premio gli album e gli artisti che più hanno lasciato il segno nel 2016. Naturalmente le mie scelte si limitano a ciò che ho potuto ascoltare quest’anno, per ognuna di esse troverete la recensione dell’album su questo blog. Quest’anno, rispetto al precedente, ho ascoltato un bel numero di EP e così ho aggiunto una categoria tutta dedicata a loro. Un’altra novità è dettata dal maggiore spazio che ha trovato il country nella mia musica, così ho aggiunto un posto anche per questo genere americano. Quest’anno non è stato affatto facile scegliere e ho dovuto escludere qualcuno ma poco importa. In fin dei conti questo 2016 è stato un anno ricco di musica e ha volte mi sono ritrovato sommerso di cose da ascoltare. Il tutto per merito mio, si capisce.

  • Most Valuable Player: Agnes Obel
    Questa cantautrice rimane una delle più affascinanti degli ultimi anni. Il suo terzo album Citizen Of Glass è uno dei più belli di quest’anno. Un ritorno ispirato e magico, caratterizzato da tutto ciò che rende unica quest’artista. Imperdibile.
    Agnes Obel – Stretch your Eyes
  • Most Valuable Album: Jet Plane And Oxbow
    Johnatan Meiburg torna nella sua forma migliore con un disco carico e intenso. Le sonorità anni ’80 rilanciano gli Shearwater, un gruppo che non è mai troppo tardi scoprire. Vivamente consigliato per la sua qualità.
    Shearwater – Jet Plane And Oxbow
  • Best Pop Album: Keep It Together
    Lily & Madeleine virano su sonorità più pop ma riescono a non perdere la bussola. Le due ragazze di Indianapolis crescono a vista d’occhio, staccandosi sempre di più dai loro modelli e trovando una strada più personale. Ben fatto.
    Lily & Madeleine – Westfield
  • Best Folk Album: Between River And Railway
    Quando si parla di folk, si parla di tradizione. Nel caso di Claire Hasting è quella scozzese. Tra inediti e classici, questa giovane cantautrice ci porta nella sua terra con semplicità e una bella voce. Da tenere d’occhio per il futuro.
    Claire Hastings – The House At Rosehill
  • Best Country Album: Honest Life
    Courtney Marie Andrews nonostante la giovane età è già da tempo nel country che conta. Questo album però ha qualcosa di speciale, per maturità e ispirazione. Carico di sentimenti e malinconia, Honest Life è un must per gli appasionati del genere.
    Courtney Marie Andrews – How Quickly Your Heart Mends
  • Best Singer/Songwriter Album: Angel Olsen
    Difficile inquadrare questa artista americana in un genere musicale. Quello che è sicuro è che è una cantautrice. Ecco perchè non si può fare a meno di mettela al primo posto. Il suo MY WOMAN è un gioiellino anche se ha diviso critica e fan.
    Angel Olsen – Shut Up Kiss Me
  • Rookie of the Year: Billie Marten
    Con Writing Of Blues And Yellows fa il suo esordio la giovanissima cantautrice inglese Billie Marten. Il suo folk pop delicato e sognante è il suo punto di forza. Aspettavo da tempo questo esordio e questo album si è rivelato al di sopra di ogni aspettativa.
    Billie Marten – Milk & Honey
  • Sixth Man of the Year: Bon Iver
    Certo, mettere uno come Justin Vernon in panchina non è mai una buona idea ma è successo. Lui si è fatto trovare pronto con l’enigmatico 22, A Million, che provoca reazioni contrastanti. A me è piaciuto e tanto basta. Un’esperienza da fare.
    Bon Iver – 29 #Strafford APTS
  • Defensive Player of the Year:  Keaton Henson
    Come dire, Keaton Henson è Keaton Henson. Chi è più “difensivo” di lui.? Con il nuovo Kindly Now prova a buttare giù quella barriera tra lui e l’ascoltatore. Ci riesce con la consueta sensibilità e tristezza. Da ascoltare in totale solitudine.
    Keaton Henson – Alright
  • Most Improved Player: Kelly Oliver
    Dopo l’ottimo This Land, la cantautrice folk inglese compie un ulteriore passo avanti nella sua crescita artistica. L’album Bedlam è un concentrato di ballate folk senza tempo che traggono ispitazione dalla tradizione. Consigliatissimo.
    Kelly Oliver – Bedlam
  • Throwback Album of the Year: Soon Enough
    L’esordio di Erin Rae e dei suoi The Meanwhiles dello scorso anno è un album incredibilmente malinconico e emozionante. La voce di Erin Rae è tra le più e emozionanti che si possano sentire. Solo per malinconici cronici.
    Erin Rae And The Meanwhiles – Minolta
  • Earworm of the Year: Amerika
    Il gruppo canadese Wintersleep è tornato quest’anno in grande stile con The Great Detachment. Il singolo Amerika mi ha trapanato il cervello per settimane. Ritornello orecchiabile e tanto buon indie rock. Da ascoltare a vostro rischio e pericolo.
    Wintersleep – Amerika
  • Best Extended Play: Tide & Time
    Tanti EP quest’anno. Difficile scegliere ma sicuramente questo Tide & Time della cantautrice inglese Kitty Macfarlane è stato il più sorprendente. Voce unica e attenzione ai dettagli. Profondamente ispirato. Si attende un seguito.
    Kitty Macfarlane – Song to the Siren (Tim Buckley cover)
  • Most Valuable Book: I Racconti (1831 – 1849)
    Nonostante abbia letto libri con la regolarità di sempre, ho dato meno spazio a loro su questo blog. Senza dubbio la raccolta di tutti (o quasi) i racconti di Edgar Allan Poe è il libro dell’anno. Vi consiglio l’edizione di Einaudi con la traduzione di Manganelli.

Questo 2016 è stato un anno nel quale ho potuto ascoltare davvero tanti album e non tutti hanno avuto spazio in questo blog. Avevo intenzione di elencarli qui, in questo post di fine anno ma poi ci ho ripensato. Chissà magari meritano più spazio e l’anno prossimo lo troveranno. Nel 2017 ci saranno tanti ritorni e spero come sempre di avere il tempo di ascoltare musica e di scrivere in questo blog.

Buon 2017

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Dietro quella barba

Keaton Henson è un artista speciale. Ogni suo album è una porta aperta sulla sua anima, fragile e sensibile come la sua voce. Il nuovo Kindly Now, si può considerare il suo sesto album dopo lo sperimentale Behaving, presentato sotto lo pseudonimo Behaving per l’appunto, e la raccolta di inediti 5 Years. L’artista londinese non è un semplice cantautore ma anche un poeta sempre alla ricerca della via migliore per esprimere il mondo che ha dentro. Keaton Henson come sempre si presenta in punta di piedi, si mette in un angolo e canta le sue canzoni. Kindly Now ripropone la stessa formula collaudata ma sempre sincera ed emozionante.

Keaton Henson
Keaton Henson

Apre l’album la sperimentale March, composta da frammenti delle canzoni dell’album, mixate in modo da farne una canzone a sé stante. Bentornato Keaton. Segue il singolo Alright. Emozionante ballata al pianoforte dalla quale emerge come sempre la fragilità del suo interprete ma questa volta c’è voglia di riscatto. Il velo della timidezza sembra essere stato tolto, “You’ll be alright / Come and see me in the morning / I’ll be in the sunrise / Hoping that it’s rays don’t / Burn a hole in my eyes / You know me, I worry / Could always use some pity“. La successiva The Pugilist è il trait d’union con il precedente Birthdays. Una canzone personale, una confessione intensa che ci invita a non dimenticarlo. Non lo faremo, caro Keaton, “Well I’m a self-centered writer / Loving myself to sin / Stay away from me / Don’t find a way to get in / I care only for art and career / So scared of death that I try to leave part of me here / I am lonely / Lonely in the fact that I need to be loved / And told I am deserving“. Breve intervallo strumentale con NW Overture prima di ricominciare con la straordinaria No Witnesses. Uno truggente Henson, nella sua forma più ispirata e intensa. Tutta la fragilità e l’irreparabile tristezza sono la forza di questo cantautore, “So I wrote down a list of all the things / We’ve never spoken of / And I wrote “Man, I hate Los Angeles” / And I’ve never been in love“. Con Good Lust, Keaton Henson sembra togliersi di dosso quel senso di inadeguatezza che lo contraddistingue, ritrovando quell’energia spesso sopita. C’è un sentimento di rabbia in questa canzone, “And in the weak hours when we’re fighting asleep / Longing for each others teeth / Longing for the things we think we need / To make it through“. Qualche venatura rock con Confortable Love che da sfogo ancora ad una rabbia repressa e mostra un altro volto del cantautore inglese. Non è nuovo Keaton Henson a queste divagazioni rock e ogni volta il risultato è sempre convincente, “I’m in bad love, don’t be sad, love / I’m amazed that you ever loved me / Imma lay low ‘til my heart glows / Please don’t wait up, don’t wait up for me“. Ma il nostro non sa resistere al fascino di una bella ballata. Ecco che ne sfodera una di tutto rispetto come Old Lovers In Dressing Rooms. Keaton Henson è sempre alle prese con il suo cuore spezzato. Un incontro con un amore del passato che deve fare i conti con il tempo. Un bel pezzo autobiografico, “‘Is it really you behind that beard?’ / I say I think so and we count the years / We tell stories and we sort of laugh / And then she jokes she wants my autograph“. Polyhymnia prosegue sulla stessa strada ma questa volta c’è di mezzo la fine di un amore. C’è anche un po’ di jazz nell’aria che arricchisce la musica del buon Henson. Ancora una volta ci sono riferimenti al suo essere artista, “Drive me out of my mind / I’ll be yours and you’ll be mine / Baby haunt me when you die / Just give me time, just give me time / I need pain for my art / Take my lungs, break my heart“. Un altro breve intermezzo strumentale intitolato Gabe ci conduce verso la fine dell’album. Holy Lover si appoggia inizialmente solo sulla voce di Keaton Henson, mixata una sopra l’altra trasformandosi poi in un pezzo pop romanticone, piuttosto diverso da quanto ci ha abituati di solito, “Oh holy lover / I’ll be the colors / I can’t see / And I will try harder / Avail my father / Live every need / And I’ve been so lonely / Oh, please just hold me / So I can sleep“. L’ultima canzone è How Could I Have Known l’ennesima ma essenziale ballata di un cuore infranto. Keaton Henson sembra non trovare mai pace e ancora una volta proviamo compassione per lui, “I’m out in the cold / Baby come hold me close / Please don’t let me drown / Woman I love the most / My holy ghost / Goddamn“.

In questo Kindly Now, Keaton Henson si trova di nuovo a fare i conti con sé stesso. Questa volta però c’è di mezzo la celebrità e la consapevolezza di essere un artista. La timidezza degli esordi si sta disperdendo ma non c’è ancora pace nel suo cuore. Keaton Henson non cambia mai e resta una sicurezza, un porto sicuro nel quale rifugiarsi. Questo ragazzo, l’ho già scritto, è un poeta dei nostri tempi che riesce sempre a trasmettere un’emozione forte attraverso le parole e la muscia. La capacità di Henson è quella di non forzare o fingere sentimenti che non prova davvero ma trovare sempre ispirazione nelle piccole cose. Forse non tutti apprezzeranno la sua musica ma io mi trovo da sempre in sintonia con lui e mi sento di consigliarvi questo artista ancora una volta.

Mi ritorni in mente, ep. 37

Quest’anno sento particolarmente il bisogno di staccare la spina per un po’, come si dice in questi casi. Le ferie si avvicinano ma sono ancora piuttosto lontane. Ma si sa che nel bene o nel male il tempo passa comunque e speriamo che quello cha manca passi in fretta. Poi se ne riparlerà dopo di tutto il resto. Ad alleggerire l’attesa ci pensano tre nuovi singoli che anticipano l’uscita di altrettanti album.

Il ritorno di Agnes Obel è imminente e la nuova Familiar segna il nuovo corso. C’è dentro quello che conosciamo e amiamo della cantautrice danese ma sotto una veste più moderna. La seconda voce che sentite nella canzone è quella della stessa Obel modificata. La sua musica evolve, lasciando intatta la magia che scaturisce dalle note. Familiar migliora ascolto dopo ascolto e non vedo l’ora di mettere mano su questo terzo album ancora senza data, seguito di Aventine del 2013.

Terzo album in arrivo anche per la cantaurice americana Angel Olsen. Il suo album MY WOMAN (rigorosamente in maiuscolo) è previsto per il 2 Settembre, anticipato dal singolo Shut Up Kiss Me. Non sembra essere cambiato molto dall’ultimo Burn Your Fire For No Witness del 2014 e questo è un bene. Angel Olsen è in grado di soprendere sempre mettendo la sua straodinaria voce al servizio di un pop alternativo e intelligente.

Ultimo ma non ultimo, il ritorno del cantautore/poeta inglese Keaton Henson. La sua Alright è una poesia in musica come tutte le sue canzoni. Il nuovo album Kindly Now uscirà il 16 Settembre e sono convinto non deluderà. C’è ancora da aspettare per queste tre nuove uscite, così come c’è da aspettare per le ferie. Il tempo passa sempre e comunque. Non resta che aspettare.

Uno di noi

La scorsa estate mi ero dedicato all’ascolto del secondo album del cantautore inglese Keaton Henson, intitolato Birthdays ed ora è stato il turno del precedente Dear…, ovvero il suo esordio, del quale la prima pubblicazione è del 2010. L’album è il frutto del lavoro di un allora ventiduenne Henson e colpisce particolarmente quanto talento aveva e ha il ragazzo. Rispetto al precedente ascolto ho avuto meno difficoltà ad immergermi nel suo mondo che in questo esordio è ancora più intimo e fragile. Mentre in Birthdays c’è qualche sfogo rock, in Dear… il cantautore è più introverso ma capace di trasmettere un senso di inadeguatezza come pochi altri riescono a fare. L’immagine di Keaton Henson, con questo album, si presentava al mondo come un giovane poeta sognatore e tormentato, deluso dalla vita ma con quel po’ di energia sufficiente per tenere duro. Oggi le cose non sono cambiate più di tanto ma forse in buon Keaton non è più tanto insicuro come un tempo.

Keaton Henson
Keaton Henson

Dopo una breve introduzione intitolata Prologue, si comincia con You Don’t Know How Lucky You Are nella quale ritrovo tutta la poesia di Keaton Henson e la sua voce incerta e tesa. Non si può fare a meno di immaginarselo sono chino sulla sua chitarra, “You don’t like to be touched, / Let alone kissed / Does he know where your lips begin? / Do you know / Who you are? / Do you laugh, / Just to think / What I lack?“. Tutta la sua debolezza e fragilità vengono fuori in Charon. Keaton ammette di non essere Ercole e avrà due monete sugli occhi per pagare Caronte. Triste, “And there’ll be coins on my eyes / There’ll be coins on my eyes / To pay Charon / Before I let you near my son“. Triste ma bellissima, la breve storia di Oliver Dalston Browning che segna uno dei punti più alti di questo album. La chitarra e la voce di Keaton ci cullano con una dolce melodia, “She was engaged to be a bride / With eyes so true, he could have cried, oh / She watched him cry on his knees / ‘Dear Ollie, please let me be,’ oh“. Sarah Minor è un amore finito ma non una banale canzone d’amore. Una poesia di un ragazzo poco più che ventenne. Un altro gioiello di questo album, “Love, young love, I hope you are well / At least we now both have a story to tell / Young love, I feel you know me better than most / In spite of real distance, we’ll always be close / In spite of real distance, we’ll always be close“. Un po’ rabbia si intravede in Small Hands. Un altro amore finito (lo stesso?) ma questa volta la voce è disperata più veloce, quasi si volesse rincorrerre ciò che è stato perduto, “Miss you terribly already / Miss the space between your eyelids, / Where I’d stare through awkward sentences / And void through awkward silence / Miss your teeth when they chatter, / When we smoked out in my garden / When we couldn’t sleep for all the heat, / Soft talk began to harden“. Flesh And Bone è uno scorcio dell’album che verrà. Ancora una dichiarazione di debolezza che non si rende necessaria sentendolo cantare. Keaton Henson si sta esponendo per noi. Abbiatene pietà, “And my body’s weak / I feel my heart giving up on me / I’m worried it might just be / My body’s weak / Feel my lungs giving up on me / I’m worried it might just be / Something my soul needs / Something my soul needs / Something my soul needs“. Nests è una confessione di un’amore non corrisposto o forse mai dichiarato. Una canzone apparentemente più allegra delle altre ma che in verità non lo è affatto, “Oh mama, she broke my head / It’s been four years and it does not end / And oh mama, I cannot cry / Mama, she is with another guy / Mama, she is with another guy“. Forse lo è la successiva Not That You’d Even Notice. Una canzone corale e, per certi versi, trascinante. Finalmente si può sentire un Henson più positivo e anche il nostro animo si risolleva un po’, “And I’ll leave you, Marie / With your bags at your feet / And your frame dropped to your knees / I think we’ll be even then, don’t you agree? / I think we’ll be even then, don’t you agree? / Yeah, I think we’ll be even then, don’t you agree?“. Anche Party Song è un’anticipazione del futuro Keaton ma anche questa volta c’è poco da stare allegri. La sua voce,quasi impalpabile e sfuggente, è accompagnata da una chitarra avvolgente e malinconica, “I’m sorry, / Can’t make your party / I’ll be busy burning / And I’m afraid / I’d kill your lover / While your back was turned / Oh“. Due tracce bonus seguono quest’ultima. C’è  To Your Health che è in linea con le altre ascoltate finora, “Make mine a pain in the neck / Here’s to you, you old wreck / And mine is a thorn in the side / Drink up, so we can both finally die“. About Sophie è un’altro ascolto piacevole, nel quale si può scorgere un po’ meno tristezza che in precedenza, “Her car’s like a sauna made mostly of smoke / And it glides back to hers, most late nights like a ghost / And nothing is said unless it needs to be / I’ll watch a movie, she’ll fall asleep“.

Questo esordio di Keaton Henson non è tanto lontano dal successivo Birthdays ma è più intimo e sofferente. In generale, la musica di Henson non è per chi è insofferente alla canzoni tristi. La sincerità che traspare dai suoi testi è incredibilmente intensa, tanto da spingerci a provare compassione per il povero Keaton. Dear… è un album che può essere difficile da ascoltare se non gli si concede la giusta attenzione. Bisogna aspettare che la sua musica e le sue parole giungano naturalmente a noi. Keaton Henson è un poeta dei nostri tempi, che canta la debolezza e l’incertezza delle nuove generazioni (ci sono anch’io) perse nel presente e in viaggio verso un futuro confuso. Tutto questo lo fa dal basso, perchè Henson è uno di noi e non una rock star qualunque che predica ciò che non conosce dall’alto della sua posizione.

 

A casa di Keaton

Sono arrivato ad ascoltare Keaton Henson perché ero rimasto ben impressionato dal You. Questa canzone da sola è bastata a convincermi ha dare un ascolto a questo cantautore, poeta e disegnatore inglese. Henson è davvero un artista completo, dallo stile unico e per questo non apprezzabile da tutti. Inoltre non si esibisce praticamente mai dal vivo per la “paura da palcoscenico”. Come è scritto sul suo sito ufficiale, “Keaton Henson passa il suo tempo da solo, scrive canzoni e qualche volta disegna, non gli piace parlare di sè stesso”. Come si fa a non rimanere affascinati di fronte ad un artista così? Io ero curioso di entrare nel suo mondo e avrei voluto farlo partendo da suo album d’esordio Dear… del 2010 ma la sopra citata You era tratta dal suo secondo album Birthdays del 2013 e così ho scelto quest’ultimo. Non è stato facile, devo ammetterlo. Ai primi ascolti mi sentivo perso, non capivo cosa stavo ascoltando. Un piagnucoloso ventenne depresso o un delicato poeta tormentato? Più l’ascoltavo e più mi confondeva poi, quasi improvvisamente ho capito.

Keaton Henson
Keaton Henson

Keaton Henson ci accoglie nella sua casa con Teach Me. Delicata canzone che suona un po’ come una ninnananna ma la sua voce è così insicura e malferma che ne dà un tono triste, “By all means, give me your lessons in my ways, / But damn it, don’t expect me to change. / Mould me to the man that I should be, / But don’t consider that man to be free“. 10am Gare Du Nord è ancora più ispirata della precedente e si respira un’atmosfera calda e avvolgente. Una canzone per un amore disperato, interpretata come pochi saprebbero fare, “Please do not hurt me love, I am a fragile one / And you are the white in my eyes / Please do not break my heart, I think it’s had enough / Pain to last the rest of my life“. A seguire c’è You, che insieme alla precedente è una delle canzoni più belle di questo album. La voce di Henson si fa a tratti più calda e profonda, sorretta da colori più scuri e cupi che contrastano con il tentativo del cantautore di trasmettere speranza, “And if you must die sweetheart / Die knowing your life was my life’s best part / If you must die / Remember your life“. In Lying To You, Keaton Henson ci mette tutto sé stesso, toccando ancora una volta le corde giuste. Un’altra canzone poetica e pulita, sempre dolce e malinconica nella quale la voce trema più di quanto abbia fatto finora, “As we lie in bed I feel lonely, / Though we’re young, I feel eighty years old. / And your arms around me are keeping me warm. / But baby, I’m still feeling cold“. Un tentativo di dichiararsi ad una bella ragazza incontrata durante un viaggio in treno, questo è The Best Today. Keaton non sbaglia nulla e continua per la sua strada, la stessa percorsa nella precedenti canzoni, “As I get off the train, look back to see you through the frame / A man sits and blocks my view, and then I forget you“. Don’t Swin non è da meno ma questa volta la canzone non scivola via come nelle occasioni precedenti o per meglio dire, lo fa ma si chiude con un esplosioni rock che risolleva gli animi, “Oh my life, tell him you will meet him at ten / On my love, just don’t let me see him again / I just don’t think I can lie / Or not tear out both his eyes“. A questo punto potreste pensare che la vena rock del giovane cantautore si sia esaurita tutta lì e invece è turno di Kronos. Se finora la rabbia sembrava cosa d’altri ecco che Henson si sfoga mettendo in mostra una voce cattiva e fredda come il ghiaccio e riempiedo la scena di chitarre infuocate, “You son of a bitch / Stop writing songs like this / You think you’re better than them / But they don’t have to pretend“. Beekeeper placa i toni e si propaga in territori dalle sonorità rock americane. Un’altra piccola variazione sul tema, “Cause I’m just gettin’ started, let me offend / The devil’s got nothing on me my friend / All I want is to be left alone / Tact from me is like blood from a stone“. Sweetheart, What Have You Done To Us rientra tra le cazoni più belle dell’album e segna il ritorno alle sonorità che lo hanno caratterizzato. Epica e accorata è perfetta per la sempre più tremolante voce del ragazzo, “And God, you were the one who told me not to be, so English / Ohh ohh, ooohhh, ohh ohh / Sweetheart, what have you done to our love?“. Chiude tutto, e anche la porta, In The Morninig che, finalmente si potrebbe dire, dà un po’ di speranza e lascia intavedere una luce in fondo al tunnel, “There may be questions in your head / As a new day is dawning / Like what things for us lie ahead / But woman, I will see you in the morning“.

Questo è il classico album che va ascoltato con il cuore piuttosto che con la testa. Perchè soffermandosi troppo sulle dubbie capacità vocali di Keaton Henson e della sua tendenza a fare canzoni che si somigliano, si rischia di non superare la terza traccia. Ecco perchè io stesso ho fatto fatica ai primi ascolti. Inizialmente quel suo modo di cantare e la musica ridotta all’osso, nella maggior parte dei casi, mi aveva lasciato indifferente. Quasi infastidito. Poi ho fatto uno sforzo e piano piano le sue canzoni hanno cominciato ad entrarmi nella testa. Riascoltandole, poi, è stato come ritrovarle, come se le avessi perse. Birthdays non è un album che può piacere a tutti, in particolare è proprio Keaton Henson che può non andare a genio. Non si può negare, però, che il ragazzo non si celi dietro la maschera di un personaggio. Si mette a nudo con la sua musica e a volte può essere difficile comprenderlo del tutto. Rimane solo aperta la domanda che ho lasciato in sospeso. Un piagnucoloso ventenne depresso o un delicato poeta tormentato? Dopo aver ascoltato questo album ho capito che Henson è per lo più un poeta, che sia tormentato ho dei dubbi ma delicato lo è sicuramente.

Mi ritorni in mente, ep. 19

Un anno e più è passato dall’uscita dell’album d’esordio di Gabrielle Aplin. Ascolto ancora oggi English Rain con piacere e devo ammettere che mi piace più di allora. Una canzone però si ripropone spesso nella mia testa e questa canzone è Take Me Away, bonus track dell’album in questione. Trovo che questo brano sia uno dei migliori della giovane cantautrice inglese. Una canzone semplice e sincera, riproposta di recente da questo video realizzato durante le registrazioni dell’album d’esordio. Spero che la Aplin torni il prossimo anno con un nuovo album. Il 2015 si prospetta ricco di nuove uscite per me, anche perchè questo si è rivelato un po’ magro.

Anche se a dire il vero un’uscita che mi riguardava c’è stata. Si tratta di Ultraviolence di Lana Del Rey, artista della quale avevo già scritto su questo blog nel Gennaio dello scorso anno. Non mi era affatto dispiaciuta, l’ho sempre considerata “a simple prop to occupy my time” (cit.) e niente di più. Questo suo secondo album non è che lo attendessi con la bava alla bocca e infatti mi sono deciso solo ora ad ascoltarlo. L’estate non ha portato novità particolarmente interessanti e allora rieccoci con Lana Del Rey. In aggiunta già, che c’ero, mi sono impossessato di Birthdays di Keaton Henson, Magnolia EP di Wilsen e Native Dreamer Kin delle Joseph. Tutti ascolti “alla cieca” e vada come vada. Questa estate ho dovuto riempirla con un po’ di nuova musica e mi dedicherò all’ascolto di questi album non prima di passare per i Patch & The Giant, Bille Marten e Laura Marling. Così mi preparo per le nuove uscite dell’autunno (forse qualcosa anche in Agosto e Settembre potrebbe arrivare), per il quale, voci di corridoio, è previsto il nuovo di Florence + The Machine. Vabbè, ora non pensiamoci, mi sono fatto una bella scorta per le prossime settimane. Ora però faccio un passo indietro e ritorno ad ascoltare Gabrielle Aplin.

Take me away from the demons in my brain
Take me out to the world
Take me out into the day
And let me find
My peace of mind