Terre lontane

Sotto il nome di Bear’s Den si nascondono tre barbuti ragazzotti londinesi. Nonostante il loro album d’esordio Islands risale allo scorso Ottobre solo questa estate ho ceduto al suo ascolto. Ho sempre tentennato di fronte a loro, con il dubbio di trovarmi davanti a qualcosa di simile ai Mumford & Sons. Quest’ultimi hanno tutte le carte in regola per far breccia nell’olimpo della mia musica ma per un motivo o per l’altro non sono mai riuscito a digerirli del tutto. Ecco spiegato perchè i Bear’s Den se ne sono stati li a decantare per qualche mese. L’estate è un buon momento per buttarsi e Islands è finito tra i miei “dischi dell’estate”. Agape è la canzone che mi ha riportato sulle loro tracce ma l’ascolto dell’album ha rivelato altre ottime canzoni. Sono partito un po’ prevenuto nell’ascoltare Islands ma i tre ragazzi hanno saputo convincermi canzone dopo canzone.

Bear's Den
Bear’s Den

Si parte proprio con Agape, accorata canzone d’amore che fa sussultare anche gli animi più freddi. Andrew Davie, Kevin Jones e Joey Haynes creano sapientemente un’atmosfera pop-rock che si fa subito amare. Finirete per tenere il tempo canticchiando il ritornello, “For I’m so scared of losing you / and I don’t know what I can do about it / About it / So tell me how long love before you go / and leave me here on my own / I know it / I don’t want to know who I am without you“. The Love We Stole è un pop folk corale e di sicuro effetto. I Bear’s Den vanno sul sicuro premendo forse troppo sul tasto del effetto epico ma è solo questione di gusti, “Hey love can’t you hear me calling / Hey love, things keep falling / Hey love can’t you hear me calling / Hey love, things keep falling / The love that we stole / The love that we stole“. Above The Clouds Of Pompeii è il singolo di punta e lo è per una buona ragione. Una dolce ballata malinconica da sapore folk che i tre sanno caratterizzare con un tratto unico. Questa volta è tutto perfetto e non c’è nulla da segnalare, “We built our home out on the slopes / Pompeii beneath, she lay above / How she haunted our home / How she haunted our home“. La successiva Isaac è una solitaria ballata per banjo. Qui può saltar fuori qualche paragone con i primi Mumford & Sons ma per qualche ragione continuo a preferire i Bear’s Den. L’interpretazione è intima e la musica essenziale quanto basta per rendere questa canzone una bella canzone, “Isaac will you never learn / That a father’s love must be earned / Or your mother need not learn / Isaac I have never seen you look so afraid / With your head pressed so hard against the stone“. Sempre a segno anche con la malinconica Think Of England. Ha l’odore della carta di un vecchio libro rimasto per decenni in soffitta, per intenderci. Forse un con una musica più scarna ci averebbe guadagnato ma è bella anche così com’è, “You’re not drinking as much as you used to / I’m same old, same old / And all those fires that died in our bedroom / I was out fetching wood / Do you lie back and think of England / Do you lie back“. Magdalene è perfetta sotto ogni aspetto. Semplice, un bel testo e con un ritornello da canticchiare. Non si può chiedere di meglio, l’interpretazione cresce secondo dopo secondo e ci trascina via, “So sing a song, for the daughters of Magdalene / All smothered neath the white linen / If Mary knew how she was being used, / So misconstrued, how you were being used“. When You Break vira verso qualcosa di più moderno e meno folk. Il risultato è che la canzone stenta a decollare. I tre ragazzi forse cercavano qualcosa che però sembra non abbiano trovato. Un mezzo passaggio a vuoto spalmato per quasi cinque minuti, “Tell me another beautiful lie / Tell me everything I want to hear / Won’t you lay here by my side? / I want to fuck away all my fear“. I Bear’s Den si rimettono subito in carreggiata con la bella Stubborn Beast. Questa canzone ha il marchio di fabbrica del gruppo, ritmo e melodia fuse insieme per ricercare quella frase o ritornello che si pianta in testa, “But those letters / They’re all strewn across your bedroom floor / Such beautiful words / But you just can’t remember who they’re for / By your window there’s a picture filled with strangers / Always looking down on you“. L’altro singolo Elysium è un’altra bella canzone. Da canzoni come questa si comprende il talento di questa band e il perchè il loro esordio non è passato inosservato, “Oh but your eyes are wider than mine / And help me to sleep / I just hope that age does not erase / All that you see / Don’t let bitterness become you / Your only hopes are all within you“. Chiude Bad Blood, ballata solitaria che regala qualche brivido. Un bel modo per concludere e congedarci da questo tra ragazzi che per tre quarti d’ora ci hanno portato su altre isole, lontano da qui, “Forgive me for I am not acting myself / But these bees in my breath have to come out / Well you give me no reason to doubt your word / But I still somehow still have my reasons / And I’m sorry I don’t mean to scare you at all / I’m just trying to drain all this bad blood / All this bad blood“.

La prima cosa che si può notare ascoltando per la prima volta questo album è quanto sia facile ricordare alcune parti delle sue canzoni. C’è sempre qualche passaggio, non necessariamente il ritornello, che batte in testa per giorni. La capacità di scrivere canzoni dei Bear’s Den è da invidiare soprattutto per i loro testi mai banali e le melodie. Non sempre però riescono a resistere alla tentazione di portare tutto ad un livello superiore, raggiungere quell’epicità tanto agognata da parecchi artisti. Per raggiungerla non basta però alzare i decibel e infarcire la canzone con archi e fiati ma serve innanzi tutto avere una buona canzone. I Bear’s Den lo sanno bene ed è per questo che non ci hanno provato spesso. Questo Islands non mi fa gridare al miracolo come sembrava facessero alcune recensioni ma è un ottimo esordio, la nascita di una band che deve forse ancora trovare la sua strada ma che potrebbe trovare quella giusta.

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Ponti in fiamme a Nord

Scandinavian americana. Che i popoli del nord fossero giunti nel continente americano ben prima di Colombo è ormai risaputo ma che gli americani fossero approdati sulle coste scandinave di recente è meno noto. Il termine scandinavian americana è stato affibiato dalla rivista Rolling Stone alla musica di un gruppo svedese che si fa chiamare Holmes che mescola folk-rock nordico con sonorità tipicamente americane tenute assiema dalla voce unica del frontman Kristoffer Bolander. Il loro secondo album l’avevo scaricato lo scorso anno dalla loro pagina ufficiale di Bandcamp (holmes.bandcamp.com) dopo essere rimasto affascinato dalla splendida Brothers. I successivi ascolti dell’album non mi avevano convinto a sufficienza e per questo motivo non ho mai scritto di loro su questo blog. Quando mi trovo a corto di musica nuova da ascoltare vado a cercarla tra quegli album che ho messo da parte per qualche motivo. Come mi è già successo con Anna Calvi e Brandi Carlile, è stata una saggia idea riascoltarli. Sembrerà strano ma il successo dei Mumford & Sons, Sigh No More, che molti apprezzano anzi amano, io proprio non riesco a farmelo piacere nonstante anche questo album l’ho ripescato recentemente dopo un anno nel limbo. Forse tutto è dovuto alla voce di Marcus Mumford per la quale ho un’avversione naturale e servirà altro tempo, probabilmente prima della mia conversione. Per quanto riguarda gli Holmes la conversione è già avvenuta.

Holmes
Holmes

Burning Bridges comincia proprio con la meravigliosa Brothers che mostra subito i tratti caratteristici della band. Il resto dell’album non si discosta molto da questo brano d’apertura e ciò potrebbe apparire una cosa negativa ma in realtà, grazie alla particolarità della loro musica, ne risulterà il contrario. Subito la trascinante Bells è la dimostrazione che gli stessi ingredienti possono dare vita ad una canzone più luminosa, pur sempre con una nota di malinconia. La bella Night Bright Night ci immerge nella notte con l’immancabile fisarmonica di Larisa Ljungkrona riuscendo a creare un’atmosfera rilassante e distesa. Una delle canzoni più belle. Più rock e “cattiva” è I Will Never Be Free sorretta dalla straordinaria voce del leader Bolander. All I Had In Store si rifà ai tratti tipici della musica degli Holmes ma gran parte del merito va attribuito, di nuovo, alla fisarmonica. La successiva Every Stream Of Light è una sorta di ninnananna sulla punta delle dita, una delle canzoni più magiche dell’intero lavoro. Il risveglio prende forma con Where Dreams Come From, un altro pezzo in perfetto stile Holmes. Successivamente si viene travolti dal singolo di punta, Debris, un piccolo gioiellino del quale ascolterei l’intro per ore. Si ritorna su sonorità più distese con la nostalgicamente noridica Vinter. Ancora un po’ di energia con Waiting che si potrebbe definire il brano più allegro dell’album che si chiude con la lunga Captain Weakheart, una dimostrazione della capacità di songwriting del gruppo e l’ennesima prova della voce spigolosa del frontman.

Questo Burning Bridges è il terzo album della band svedese e non potrò esimermi dall’ascoltare anche i due precedenti. Ho fatto bene a riscoprire questo gruppo, ne sono contento, e ancora una volta ho sbagliato ad abbandonare un album che non mi ha convinto ai primi ascolti. Di nuovo sono rimasto affascinato da una voce particolare come quella di Bolander e piacevolmente sorpreso dalla fisarmonica della Ljungkrona, che è ormai il marchio di fabbrica della band. Un album che mi sento di consigliare, per certi versi unico e magico, dalle atmosfere malinconiche ma incredibilmente affascinanti.