Mi ritorni in mente, ep. 46

È tempo di vacanze e tutti i miei buoni propositi di scrivere una recensione cadono nel vuoto e si sciolgono nel caldo d’agosto. Le vacanze sono vacanze dopotutto e anche questo blog, o meglio il suo autore, si prendono una pausa. Ma questo è il momento più adatto per affondare le mani negli album che ho accumulato in queste settimane e prepararmi per i per i prossimi post in vista di un autunno ricco di nuova musica. Quando arrivano le vacanze mi viene sempre in mente una vecchia canzone dei R.E.M., Permanent Vacation. Una canzone che risale ai primissimi esordi del gruppo americano, non certo una delle migliori ma è una di quelle rarità sempre interessanti. Quale occasione migliore per ascoltarla ancora una volta e cantarla durante queste vacanze?

I’m on a permanent vacation
Nothing left to move
I want a revelation
Nothing left to prove
I could take it with me
Leave you all behind
I got some kind of feeling
Burnin’ on my mind

Sleeping late in the morning
Stay out all night long
Every day is like the one before
I’m going wrong

Siamo vivi?

Questo album degli Augustines era una buona occasione per il gruppo di ritrovare quell’urgenza, quella rabbia dell’esordio, andata un po’ smarrita nel precedente. Ma terzo capitolo della band statunitense intitolato This Is Your Life, prende però un’altra strada. Billy McCarthy e soci provano a ricominciare da capo, rimescolando le carte senza rinunciare alla loro identità. Un ritorno, quello degli Augustines, che attendevo per capire se c’era ancora qualcosa di forte che potesse uscire da un loro disco, un’onda di energia e di riscatto. This Is Your Life centra in pieno l’obiettivo.

Augustines
Augustines

Il travolgente inizio di Are We Alive la dice lunga. L’inconfondibile voce di McCarthy si fa spazio tra la perfetta unione di melodia e ritmo, tipica del gruppo. C’è solo un po’ più di elettronica ad arricchire il nuovo sound della band, “Are we alive? / Or are we just kidding ourselves? / I’m terrified / Of being alone / The pale dying light / Of my back window / Is fading, alright / And I don’t wanna be what I am tonight“. La successiva When Things Fall Apart è una delle migliori dell’album. Vitale e pulsante, nella quale McCarthy si può esprimere al meglio. Il ritornello è tutto da cantare e farà sicuramente presa durante i concerti, “We go someplace, to get a new start / you gotta move on when things fall apart / We go someplace, to get a new start / you gotta move on when things fall apart“. The Forgotten Way incarna l’altra faccia della band. Una sorta di marcia a cavallo tra sogno e realtà che incanta per la sua vaga tristezza che trasmette. Running In Place si fonda unicamente sulla straordinaria voce di McCarthy accompagnato dal duo senegalese Pape & Cheikh. Non è la prima volta che gli Augistines provano a portare un po’ di world music nel loro rock ma questa volta il risultato è migliore. Da ascoltare. La stessa collaborazione si può sentire in May You Keep Well, ballata rock intensa e emozionante. Il gruppo non perde mai di vista l’obiettivo dell’album e riesce sempre a mantenere il controllo delle sue atmosfere. Con Landmine il gruppo mette in scena un’altra ballata che riporta ai loro esordi, ulteriore conferma che la rinascita è finalmente compiuta, “Well it died, on the fourth of july / But we’ll think of something / to patch up our sides / Honey my head bleeds / And tears it to seams / But we’ll think of something / And sleep by the ocean. / But I’m a landmine“. Suona quasi come una supplica Hold Me Loneliness, che mette in risalto, ancora una volta, l’espressività nella voce di McCarthy. Indie rock a briglia sciolta per No Need To Explain richiama gli esordi ma il gruppo sa come non cadere nella tentazione di autocitarsi. Ci vuole proprio un po’ di rock tra tutte quelle ballate. L’inno della title track This Is Your Life è il manifesto dell’album. Racchiude tutta l’anima di questa band così come l’ultima Days Roll By. Ennesima power-ballad che chiude il cerchio ma subito si sente la voglia di ricominciare ad ascoltare questo disco, con la voglia di cogliere tutte le sfumature possibili.

This Is Your Life è a tutti gli effetti un buon album. Gli Augustines sono riusciti a rinnovarsi prima che fosse troppo tardi. Billy McCarthy trova la sua dimesione in questo album che nonostante il forte impatto live che avranno queste canzoni, non si possono definere “da stadio”. Il gruppo mantiene i suoi tratti caratteristici e la sua genuinità, riuscendo ad evolvere in modo naturale senza cercare un ritorno al passato. Sono contento per loro e per me, che più ascolto questo This Is Your Life e più lo sento mio e credo che nessuno possa sfuggire alla potenza espressiva e trascinante di questa band, sia quando accelerano, sia quando rallentano.

Anima immortale

Sono passati quasi cinque anni da quando scrissi per la prima volta su questo blog riguardo alla band canadese Wintersleep. Sono molto legato a questo gruppo e ricordo ancora quando ascoltai per la prima volta il loro brano più conosciuto Weighty Ghost. Ho dovuto aspettare quattro anni prima di poter ascoltare un nuovo album. Infatti il loro quinto album Hello Hum è del 2012 e dopo qualche ripensamento e il cambio di etichetta discografica ha visto la luce The Great Detachment, sesta fatica del gruppo canadese. Il titolo è già eloquente di per sè ma bastano pochi secondi per cogliere il rinnovamento di questo gruppo ormai attivo da quindici anni.

Wintersleep
Wintersleep

Si comincia con Amerika energico inno rock dove ritroviamo la chitarra di Tim D’eon e Loel Campbell, alla batteria, in gran spolvero. C’è sempre la voce di Paul Murphy, più calda e meno distaccata rispetto alle uscite precedenti. Bentornati, “What am I trying to find? / Are you alive, oh my Amerika? / Perennial with the Earth And freedom, love, and law, and life / Perennial with the Earth / My freedom, I don’t wanna die“. Segue la trascinante Santa Fe, che accelera il ritmo. La voce distorta, le chitarre e la batteria si fondono esplodendo in un ritornello rock accattivante. I Wintersleep virano verso sonorità quasi pop rock ma con la loro esperienza e mestiere, riescono a non rendere banale una canzone, che in mano ad altri, sarebbe potuta esserlo. Lifting Cure è un altro inno indie rock, vibrante e colorato. Murphy se la cava bene anche con il falsetto sequito a ruota dalla chitarra di Tim D’eon. I Wintersleep sembrano avever abbandonato le tonalità scure del passato ma le sorprese devono ancora arrivare. La successiva More Than è forse il brano più debole dell’album ma nel quale si possono ritrovare i Wintersleep del procedente Hello Hum. C’è anche un finale da cantare tutti in coro, “I read your letter, printed it up, / Crumpled up the paragraphs so that / I could fit it in my mouth / The words you said / That you were meant for / That despite everything you said before / I’m still in your head / And I love you more / More than I said then / More than I said / More than I ever felt before“. Il gruppo canadese torna alle origini con la cupa Shadowless. Al centro c’è la voce di Murphy, la musica è essenziale ed eterea. Sempre alla ricerca di una melodia, di un ritmo che finisce per crescere d’intensità nella seconda metà. I cari vecchi Wintersleep fanno centro ancora infilando anche un finale da brividi. Sulla stessa frequenza la bella Metropolis, un viaggio nottuno tra i volti e i pensieri di una grande città. Paul Murphy è ispirato e guida i suoi lungo strade buie, a dare il passo ci pensa i buon Campbell, sempre presente, pronto a lasciare il segno. Tra le migliori dell’album, “A full-grown man, / Man casually dressed / Caught a thought in a plan / In a busy metropolis / Hold tarot cards held to tightly to his chest / As if to protect / As if his life depended on / His way to work / Some other more adventurous“. Spirit è una pulsante canzone originale e viva. Qui si nasconde il titolo dell’album e “il grande distacco” si sente nella rinnovata energia di questo gruppo che non finisce mai di stupire. A darne prova ci pensa Freak Out. Indie rock dal sapore americano, veloce e divertente. Loel Campbell ci da dentro senza sosta e gli altri non faticano a stargli dietro, ormai lo conoscono bene. Attenzione, ritornello appiccicoso. Love Lies è un passo indietro verso i suoni elettronici di quattro anni fa. Un’atmosfera fumosa e sfuggente si forma lentamente intorno noi fino a trovare una via di fuga in una melodia e un ritornello prepearati con cura. L’esplosiva Territory vede la preziosa partecipazione di Geddy Lee, bassisita del gruppo rock canadese Rush. Un mix perfetto tra musica e testo, dove Murphy appare rigenerato e ispirato. Chiude The Great Detachment la sorprendente Who Are YouI Wintersleep scelgono un indie pop dal sapore dolce e spensierato. Sono capaci anche di questo, lo hanno dimostrato in passato e continuano a farlo.

I Wintersleep sono un gruppo in continuo movimento. Cambiano sempre, anche a costo di perdere l’etichetta di band indie rock. Sono un gruppo sottovalutato a mio avviso ma che il recente riscontro che sta avendo il singolo Amerika, dimostra il loro straordinario talento. Un gruppo che sembra avere un’anima immortale, un marchio di fabbrica che non cambia mai. Questi tre amici, Paul Murphy, Tim D’eon e Loel Campell sono il cuore pulsante del gruppo, accompagnati come sempre da Jon Samuel e Mike Bigelow. The Great Detachment è un album che rilancia i Wintersleep sotto una nuova forma ma con l’anima intatta.

L’acqua calda

Ultimamente avevo voglia di tornare ad ascoltare un po’ di sano indie rock. Non mi restava che pescare nel mucchio ma non è stato facile trovare l’artista giusto. Le band indie rock nascono come funghi ogni giorno e poche catturano la mia attenzione. C’è stato un gruppo, però, che mi ha convinto più di altri. Sono gli inglesi Kid Wave, ovvero Serra Petale, Mattias Bhatt e Harry Deacon, capitanati dalla frontwoman Lea Emmery. La band ha pubblicato il suo album d’esordio nel Giugno di quest’anno, intitolato Wonderlust. Fin dalle prime note ho capito che non avevo tra le mani un album molto originale ma senza dubbio un album indie rock e tanto basta. Volevo indie rock e i Kid Wave mi hanno dato indie rock. Non chiedo altro.

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Kid Wave

La traccia di apertura è anche la titletrack Wonderlust. Chitarre in primo piano e melodia trascinante. Avrete già la sensazione di averla sentita da qualche parte ma nessuno inventa niente dal nulla. La voce della Emmery è fagocitata dalla musica, fino a diventare parte di essa, “Why you’re so hard all the time / It’s like your head, it slips on down / You’re like a goldfish in a bowl / But still your love goes on and on“. Luminosa e viva è la successiva Gloom. Una melodia malinconica percorre tutto il brano che esplode in un finale liberatorio. Nient’affatto male, “Some days we dance and some days we don’t / Some days we’re young and some days we’re old / Some days we’re sad and wanna go home / Some days we live and some days we don’t / Some days we dance and some days we don’t“. Honey è altrettanto carica di energia. Le chitarre riempiono la scena, sostenute dal ritmo. Questo è un buon esempio di indie rock, “Everyone’s different, everyone’s right / And the lights you took with you left me tonight / Surfing down colours and rivers of blood / And the sun’s making shapes, making shapes in my head / Some say dreaming is a waste of time / I can’t get you out of my mind“. Best Friend è più pop e la Emmery non si nasconde. Sempre alla richerca della melodia, i Kid Wave, sfornano un brano irresistibile e orecchiabile, tra i migliori dell’album. Improvvisamente il ritmo rallenta con Walk On Fire e ci mostra l’altra faccia della band. Una lenta ballata, smorzata dalla voce indolente della Emmery. Una bella prova per mettere in risalto altre qualità lontane dal rock, che si ritrova però nel finale. La successiva Baby Tiger ci va giù pesante. La Emmery non cambia registro ma il resto della band spinge sul pedale dell’acceleratore. Si lascia da parte un attimo la melodia a favore di distorsione e ritmo per il giro di boa dell’album. Si ritorna alle atmosfere di apertura con All I Want. Ancora chitarre protagoniste e un po’ più di vivacità nella voce, ci catturano e ci fanno ascoltare un altro brano indie rock accattivante e brillante, “To change the common faster, / Closed in my sorrow / Always fooling running after, / Just go with them before they rise / Do you hear them coming for you?“. Una parentesi più pop che rock è il lento Sway nella quale Lea Emmery risulta calata perfettamente nella parte. Un gusto vagamente retrò pervade il brano e giova al gruppo. Una boccata d’aria fresca. Freeride ti fa davvero venir voglia di correre. Come in precedenza, la chitarra tesse la trama. Una trama già nota a molti ma che non ci stancheremo mai di ascoltare. I’m Trying To Break Your Heart mi convinse ad approfondire la conoscenza dei Kid Wave. Ritornello appiccicoso ma l’energia che ci mette il gruppo è sempre apprezzabile. Qui ho ritrovato l’indie rock che cercavo. Chiude Dreaming On leggera ed eterea. Qui l’approccio soft della Emmery trova il suo ambiente ideale, facendosi trasportare della musica. Succede anche a chi ascolta, venendo accompagnato dolcemente fino alla fine.

I Kid Wave scoprono l’acqua calda ma almeno è calda davvero. Il loro indie rock è un ritorno alle origini, dove la melodia gioca un ruolo fondamentale. Fra tante band solo loro mi hanno convinto e un motivo ci deve essere anche se ancora non l’ho ben capito. Sono dell’idea che questi quattro ragazzi abbiano dismostrato con questo album di avere un asso nella manica ma che non è ancora giunto il momento di tirarlo fuori. Ai Kid Wave serve solo tempo per poter trovare l’amalgama giusta tra ciò che sono loro e ciò che sono stati i loro maestri. Gli perdono qualche sensazione di “già sentito” solo perchè sarebbe successo lo stesso con altre band indie rock oggi in circolazione. Non resta che il tempo e l’esperienza possano dare una forma più personale a Lea Emmery e soci.

La direzione del vento (Duecento)

Lo scorso Ottobre riportai su questo blog l’interessante scoperta di una band inglese che si fa chiamare Millbrook. Sotto questo nome si celano tre ragazzi di Birmingham che hanno pubblicato il loro primo album, Millbrook, appunto. In quell’occasione mi soffermai sulle somiglianze tra lo stile degli americani R.E.M. e il loro singolo Real Time. Incuriosito, ho deciso di ascoltare per intero questo esordio, dove ho potuto trovare conferma delle mie impressioni. Nonostante Birmingham, Eddie Barber, Rohan Simmons e Tom Naqvi, sembrano provenire direttamente dal Nuovo Mondo. Il folk americano influenza questo esordio e getta le fondamenta per futuri sviluppi della loro musica.

Millbrook
Millbrook

Wandering è l’inizio scoppiettante che vede la partecipazione preziosa di Milo Sadler al sax. Un blues rock si diffonde nell’aria e non si può che apprezzare la classicità di brani come questo. La voce di Eddie Barber non prende mai il sopravvento e si integra perfettamente nella canzone. Non si può fare a meno di continuare con il brano successivo. We Are Bold è una delle migliori dell’album. La chitarra in stile Peter Buck/Byrds traccia la melodia e la voce di Barber non manca di sollevare qualche brivido. Questa canzone mette in mostra tutto il talento di questa giovane band. Where The Rhythm Winds ricalca la celeberrima melodia di Sweet Home Alabama. Gli animi sono più quieti ma trovano spazio sferzate più rock, in contrasto con la voce sommessa di Barber. Un’altra bella canzone che suona come un classico e dà spazio agli assoli di chiarra. Anche The Sweet Divine è qualcosa di già sentito ma questi tre ragazzi ci sanno fare e quindi lasciamoli fare. Southern rock è la parola d’ordine in questi casi. Ancora un assolo di chitarra dà aria alla canzone, a dimostrazione delle buone intenzioni di questi tre ragazzi. Nothing To Sing è più folk e introversa. Il ritmo rallenta e si intravede il sole del mattino tra le note, un velo di malinconia la ricopre. Un bella canzone, non c’è dubbio. Sulla scia di quest’ultima c’è Eastbound, con la sua melodia e la voce di Barber che si fa più morbida. L’armonica conferisce ancora di più “americanità” alla canzone, un tratto ormai caratteristico della band inglese. Poi c’è Real Time, la canzone più vicina allo stile dei primi R.E.M. che abbia mai sentito (Stipe e soci esclusi). Mi ha fatto saltare sulla sedia quando lo sentita per la prima volta. Non è un tributo, non fanno il verso alla band di Athens ma è una canzone spontanea e altrettanto spontaneamente ne è influenzata. Da mettere tra le migliori dell’album solo per questo motivo. Something Strange è funky ma i tre ragazzi non rinunciano alle trame del folk americano. Ancora una volta i Millbrook ci mettono qualche assolo qua e là, dimostrando di essere preparati. When The Sun Hangs Around è una straordinaria ballata, semplice ma non banale. Tutta l’abilità nello scrivere le canzoni viene fuori qui, in questi quattro minuti abbondanti, nei quali realizziamo che siamo di fronte ad un esordio di tutto rispetto. A chiuderlo c’è Voyager, lunga cavalcata di oltre cinque minuti. I Millbrook reggono fino alla fine, come poche altre band della loro esperienza sanno fare. Qualche chitarra distorta in più e l’effetto è epico ma sapientemente smorzato dalla voce di Barber. Ormai non c’è più da sorpendersi.

I Millbrook sfoderano una prova maiuscola e mettono alla luce un esordio eccezionale. Il gruppo inglese parte da delle basi solide, quelle della musica americana per costruirsi un futuro che appare luminoso. La band non ha nascosto di essere ambiziosa e si stente in ogni singolo brano. Non si tratta di musica innovativa ma, come è naturale che sia, i Millbrook si ispirano ai loro modelli artistici che hanno fatto grande il folk americano (Neil Young in primis). Così facendo pongono solide fondamenta sulle quali costruire un futuro nel quale posso esprimersi in canzoni più personali e meno legate al passato. Non gli manca nulla, nemmeno il talento. Questo esordio è un tesoro nascosto che spero sia il trampolino di lancio per tre ragazzi inglesi con gli USA nel cuore.

Divina

A soli venticinque anni, Laura Marling, ha pubblicato lo scorso mese il suo quinto album a due anni da Once I Was An Eagle. Personalmente in questi ultimi due anni ho ascoltato solo il primo e il secondo disco della sua produzione ma non ho potuto farmi scappare questa nuova uscita, Short Movie. Ascoltandolo ho avuto conferma di quanto avevo letto a riguardo ma mi sono comunque fatto una mia idea. Sicuramente Laura Marling non si può più considerare una giovane promessa, giovane lo è ancora ma ora è un’artista affermata e influente che può permettersi di fare qualsiasi cosa, come ad esempio abbandonare la chitarra acustica per una elettrica. Perchè è quello che ha fatto in questo Short Movie, frutto di un anno passato negli Stati Uniti, alla ricerca di nuova ispirazione (e di una nuova capigliatura). Le sonorità americane si sentono eccome e anche il suo accento british è più sfumato che in passato. Dopo quattro album che l’hanno issata a reginetta del folk, la Marling ha deciso di provare qualcosa di diverso affidandosi esclusivamente al suo immenso talento.

Laura Marling
Laura Marling

Apre l’album la lunga cavalcata di Warrior nella quale ritroviamo la Marling che conosciamo. Oscura e poetica, sicura di sè. Un po’ di America inizia a sentirsi ma è solo lo sfondo di una delle canzoni più affascinanti e misteriose di questo album, “Is this my warrior? / I am found / I’m just a horse with no name / Where are my other beasts who think the same? / I’m just a horse on the moor / Where is the warrior I’ve been looking for?“. La nuova Laura si presenta con False Hope. Chitarra elettrica e anima rock sono i fondamenti di questo album e questa canzone ne è la più rappresentativa. La sensazione è che acustica o no Laura Marling ci sa fare sempre e comunque, “We stay in the apartment on the upper west side / And my worst problem is I don’t sleep at night / Woman downstairs just lost her mind, / And I don’t care how, I surely don’t care why / Why I know false hope / Why I know false hope“. I Feel Your Love è un’altra perla della Marling questa volta acustica. La sua voce ci trascina in un tormentato amore invitandoci all’ascolto, “Keep your love around me / Keep your love around me so I can get along / An electric fence, a silent defense to you all / Let the river answer / Let the river answer so I can get along / What’s going on? What’s going on?“. Dolce e amorevole al successiva Walk Alone, che si rifà alla tradizione americana, mettendo in mostra una Marling inedita e particolarmente ispirata, “Baby, I was born to love / I was born to love / I was put upon this earth / I was doing fine without it / Now I can’t walk alone / I can’t walk alone“. Consigli di vita in Strange, in un parlato ipnotico e sincero. Un po’ sbruffona e saccente la Marling di questa canzone ma sono entrambe sue caratteristiche che possano piacere o no, “I can offer you so little help but just accept the hands that you’ve been dealt / and your best to be a good man. / Do you know how hard that is? / Yes I know how strange life can be“. Un piccolo sfogo personale in Don’t Let Me Bring You Down. La ragazza ci tiene a sottolineare che ora è una donna con tutto ciò che ne consegue, con un rock ancora una volta dal retrogusto USA. Ci hai convinto, Laura, “You had it on me once before, I only just got through it / Please don’t let me bring you down / Did you think I was fucking around? / I’m a woman now, can you believe?“. Voce calda che si trasforma in un nostalgico abbraccio in Easy. Una Marling in splendida forma che non si smentisce mai e che ascolteresti all’infinito, sprofondando nella sua voce unica e magnetica, “When we were young / When we were young we belonged to someone and that was easy / Well you cant be lost if you’re not on your own / Well you can’t be found if you’re not all alone / Well you cant be lost if you’re not on your own / Well you can’t be found if you’re not all alone“. La cantilenante Gurdjieffs’s Daughter è una delle più belle e interssanti di questo album. Un brano affascinante per l’aura misteriosa che l’avvolge e per il ritmo trascinante inseguito dalla Marling. Un altro indizio della nuova forma della cantatutrice inglese, “If they adorn themselves with crystals / to make them look sharp / Sleep with their hand on a pistol, / they’re afraid of the dark / Well if it wakes you, / which it has to be known to, / don’t be alarmed / Darkness can’t do you harm“. Sulla stessa lunghezza d’onda c’è Divine ma questa volta Laura è più dolce e fraterna. La prima parola che mi viene in mente è incantevole. Sì, proprio incantevole, “Now forget what you’re owed / That you’re tired, time’s getting on. / So lay down your load / you’re fine I’m yours and you’re mine / It’s divine“. How Can I sembra dedicata alla sua esperienza negli Stati Uniti. Quando tornerà a Londra sentirà la nostalgia di L.A., “How can I live without you? / How can I live? / I’m going back East where I belong / Where I belong / But how will I live without you? / How can I live? / How can I live without you? / How can I live?“. Howl è buia e selvaggia, dove sono riconoscibili le influenze del folk americano come non mai. Un altro pezzo che conferma la volontà della Marling di sperimentare nuovi territori e sonorità, “Sun kicks the moon off the mountain / That is my cue to leave / The long tears of women are silent, so they won’t wake those who sleep / So they don’t wake those who sleep / Howl at the moon“. La titletrack Short Movie è una riflessione sulla sua vita e la sua carriera, una canzone diretta e sincera, una confidenza che ha riservato per chi ascolta. Non ha caso è  stata scelta come primo singolo, “I got up in the world today, wondered who it was I could save / Who do you think you are? / Just a girl that can play guitar / I think I could get away with saying only half what I say / No I can’t give you up / No I’m not gonna stop / They know, but they’ll never know why“. Chiude Worship Me che è racchiusa tutta nel suo titolo. Un’altra bella canzone e accettiamo il consiglio Laura: ti adoriamo, “Sit down and worship me / Devote your life to peace / Sit down and worship me / Devote your life to peace, and breathe“.

Cos’altro aggiungere? Questo album parla da solo. Non avendo ancora ascoltato il precedente Once I Was An Eagle non posso dire se sia meglio oppure no. Ho letto opinioni contrastanti a riguardo. Io posso dire che questo è davvero un bell’album, nel quale trova (l’ennesima) conferma lo smisurato talento di Laura Marling. Non ha più bisogno di convincere nessuno ormai. Lei è Laura Marling e basta, ogni paragone ormai è superfluo. Arrivare a tanto a venticinque anni è raro, perciò, se vi posso dare un consiglio, ascoltate un suo album. Non necessariamente questo, che è diverso dai precedenti, ma una qualsiasi di questi cinque. Non farlo significherebbe perdersi una delle artiste più talentuose ed emozionanti degli ultimi anni. In Short Movie troverete una Marling diversa nella forma ma non nella sostanza, all’apice della sua carriera o forse no. Il futuro potrebbe riservare ancora piacevoli sorprese

La carriera di un libertino

Un gradito ritorno quello dei britannici To Kill A King. Un paio di anni fa esordirono con Cannibals With Cutlery che non mancai di recensire su questo blog poco dopo la sua uscita. L’esordio voleva essere un contenitore del lavoro che la band aveva messo insieme nel corso degli anni precedenti, composto da qualche EP e numerose esibizioni live. Titolare questo album To Kill A King ha dunque un significato particolare, quasi a dire “questi siamo noi”. A differenza dell’esordio, caratterizzato da sonorità folk rock e indie, questo secondo album è decisamente più rock e meno poetico. Che sia dunque questa la vera anima dei To Kill A King? Per scoprirlo bisogna, innanzi tutto, ascoltare To Kill A King.

To Kill A King
To Kill A King

Compare Scars ci introduce nel nuovo mondo delineato da gruppo. Chitarre e batteria sono i protagonisti, insieme all’inimitabile voce di Ralph Pelleymounter. Resistete al ritornello se ci riuscite, “And I know it’s hard when they’re calling your name / But keep your head straight, keep your head straight / I know it’s hard when they’re calling your name / But keep your head straight, keep your head straight“. Love Is Not Control è la colonna portante di questo album. Energia, velocità e ritmo tenuti insieme dalla straordinaria scrittura di Pelleymounter. Le parole scorrono veloci, caricate a molla. I ragazzi dimostrano di avere talento e non si tirano indietro, “Then you land in your early 20’s / Stood old drunken and leaning gently / To all aboard when the boat is saved / The world ain’t safe when you’re playing safely“. La successiva Oh My Love era già stata inserita nell’EP Exit, Pursued By A Bear dello scorso anno. I ritmi rallentano e prende spazio un po’ di elettronica. Una canzone spartiacque che divide i To Kill A King del passato da quello di oggi, “Oh my love / We’re destined to demise / And there’s nothing I can do / No there’s nothing you can say / But it don’t matter / What matters is now“. Friends è oscura e un po’ cattiva. Un brano rock, forse il più sincero dell’album, senza fronzoli nè trucchetti, “If you love them let them know / No good will come from being silent, you know / Oh, I can take a nails / Scratch a word into my palm / Take all the love we’ve got / And call it a friend“. Inizia con un inedito falsetto, The Chancer, poi un coro. Un’appassionata canzone, con un Pelleymounter in gran spolvero che continua a giocare con le parole, “Angels and demons stood on my shoulders / Like old friends / Through their back and forth, / I see glimpses of the real you / And the beat goes on my friend / Life’s endless drum“. Il meglio lo dà in cazoni come School Yard Rumors nelle quali tiene il ritmo parola dopo parola. Un’altra bella canzone in linea con lo stile scelto per questo album ma con un qualche rimando alle sonorità dell’esordio, “We searched high and we searched low / But there were no witnesses there / And the mothers flutter as the fathers stutter / ‘And there is no smoke without fire’ line / And you don’t go to school anymore“. Irresistibile la breve ma intensa Good Times (A Rake’s Progress). Un pop rock frizzante e originale che non lascia tregua, “All the women in my life want to own me / Want to rack up my bones and consume me / I know the good times are killing me / But I don’t know how the conversation ends“. Parentesi folk e cantautorale, Musicians Like Gamblers Like Drunks Like Me è l’unico vero brano che avrebbe potuto essere presente in Cannibals With Cutlery, “Hold, drip fair into your blood / Just enough to keep you going / To keep your head in the games we’d played / Like its all for fun, / Than it’s all to be won / Forgetting it’s all for keeps“. Grace At A Party è forse la canzone più debole di questo album. Un dialogo a due tra Pelleymounter e le chitarre ma che stenta a decollare. Nel complesso è una canzone originale ma tende a essere un po’ ripetitiva. Al suo posto avrei visto bene Love Is Coal, “Charge the kid with spinning lies / And kindly mention that his heart is in his mouth / So back down, you kindly fool / queezed into this room two hearts explode / We joke, we joke“. Con World Of Joy (A List Of Things To Do) i To Kill A King trovano riscatto. Una canzone spensierata che incuriosisce per quella voce modificata nel ritornello. Una canzone cucita addosso alla voce sorniona di Ralph, “Be tolerant because these times are delicate / And don’t stop listening / Don’t stop talking / Because without this we could move backwards / Now that we found this good fight, / For God’s sake smile“. Chiude l’album la breve Today nel quale i To Kill A King si divertono a cambiare genere, “For today / I threw my phone away / I’ll buy a new one come Monday“.

Questo nuovo album della band inglese lascia da parte il folk orchestrale che caratterizzava l’album d’esordio, in favore di un rock fresco e diretto. Mancano canzoni in grado di farti venire qualche brivido, quelle ballate folk scaldate dalla voce di Ralph Pelleymounter. Gran parte del lavoro lo fa proprio lui, usando le parole come uno strumento per tenere il ritmo. Forse che si aspettava i vecchi To Kill A King può rimanere deluso ma questi nuovi sono diversi più nella forma che nella sostanza. Intitolare questo album come il nome della band potrebbe avere un significato particolare ma io credo che quest’ultimo lavoro sia un’opera di transizione, nella quale si può trovare l’altra faccia della loro musica. Quella dei To Kill A King è un’identità forte, già espressa in precedenza e rafforzata da questo album omonimo.