Mi ritorni in mente, ep. 52

Il mio percorso di riscoperta dalla discografia degli Sherwater è continuato in queste settimane con l’album Animal Joy del 2012. Per la band texana capitanata dal carismatico Johnatan Meiburg si tratta del decimo album e precede l’uscita dell’ultimo (e ottimo) Jetplane And Oxbow del 2016. La voce unica di Meiburg e le atmosfere evocative della loro musica, fanno degli Shearwater uno dei gruppi indie rock che più amo in assoluto.

Questa Animal Life apre l’album e, a mio parere, è una delle più belle di questo gruppo. Il canto di Meiburg è senza respiro ed è la melodia sopra le chitarre. Ovviamente il resto dell’album non è da meno e non posso non consigliarne l’ascolto, per assaporare il fascino di una band sempre perfetta e affascinante.

Born inside the gates of the family
Hardened by a roman machinery
Cast among the building sites,
The coiling wires, the shots collected

 

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Non mi giudicate – 2016

Eccomi dunque ancora una volta a fare i conti con il tempo che passa. Un altro giro intorno al sole tra le pagine di questo blog se ne andato. Come ho fatto lo scorso anno, premio gli album e gli artisti che più hanno lasciato il segno nel 2016. Naturalmente le mie scelte si limitano a ciò che ho potuto ascoltare quest’anno, per ognuna di esse troverete la recensione dell’album su questo blog. Quest’anno, rispetto al precedente, ho ascoltato un bel numero di EP e così ho aggiunto una categoria tutta dedicata a loro. Un’altra novità è dettata dal maggiore spazio che ha trovato il country nella mia musica, così ho aggiunto un posto anche per questo genere americano. Quest’anno non è stato affatto facile scegliere e ho dovuto escludere qualcuno ma poco importa. In fin dei conti questo 2016 è stato un anno ricco di musica e ha volte mi sono ritrovato sommerso di cose da ascoltare. Il tutto per merito mio, si capisce.

  • Most Valuable Player: Agnes Obel
    Questa cantautrice rimane una delle più affascinanti degli ultimi anni. Il suo terzo album Citizen Of Glass è uno dei più belli di quest’anno. Un ritorno ispirato e magico, caratterizzato da tutto ciò che rende unica quest’artista. Imperdibile.
    Agnes Obel – Stretch your Eyes
  • Most Valuable Album: Jet Plane And Oxbow
    Johnatan Meiburg torna nella sua forma migliore con un disco carico e intenso. Le sonorità anni ’80 rilanciano gli Shearwater, un gruppo che non è mai troppo tardi scoprire. Vivamente consigliato per la sua qualità.
    Shearwater – Jet Plane And Oxbow
  • Best Pop Album: Keep It Together
    Lily & Madeleine virano su sonorità più pop ma riescono a non perdere la bussola. Le due ragazze di Indianapolis crescono a vista d’occhio, staccandosi sempre di più dai loro modelli e trovando una strada più personale. Ben fatto.
    Lily & Madeleine – Westfield
  • Best Folk Album: Between River And Railway
    Quando si parla di folk, si parla di tradizione. Nel caso di Claire Hasting è quella scozzese. Tra inediti e classici, questa giovane cantautrice ci porta nella sua terra con semplicità e una bella voce. Da tenere d’occhio per il futuro.
    Claire Hastings – The House At Rosehill
  • Best Country Album: Honest Life
    Courtney Marie Andrews nonostante la giovane età è già da tempo nel country che conta. Questo album però ha qualcosa di speciale, per maturità e ispirazione. Carico di sentimenti e malinconia, Honest Life è un must per gli appasionati del genere.
    Courtney Marie Andrews – How Quickly Your Heart Mends
  • Best Singer/Songwriter Album: Angel Olsen
    Difficile inquadrare questa artista americana in un genere musicale. Quello che è sicuro è che è una cantautrice. Ecco perchè non si può fare a meno di mettela al primo posto. Il suo MY WOMAN è un gioiellino anche se ha diviso critica e fan.
    Angel Olsen – Shut Up Kiss Me
  • Rookie of the Year: Billie Marten
    Con Writing Of Blues And Yellows fa il suo esordio la giovanissima cantautrice inglese Billie Marten. Il suo folk pop delicato e sognante è il suo punto di forza. Aspettavo da tempo questo esordio e questo album si è rivelato al di sopra di ogni aspettativa.
    Billie Marten – Milk & Honey
  • Sixth Man of the Year: Bon Iver
    Certo, mettere uno come Justin Vernon in panchina non è mai una buona idea ma è successo. Lui si è fatto trovare pronto con l’enigmatico 22, A Million, che provoca reazioni contrastanti. A me è piaciuto e tanto basta. Un’esperienza da fare.
    Bon Iver – 29 #Strafford APTS
  • Defensive Player of the Year:  Keaton Henson
    Come dire, Keaton Henson è Keaton Henson. Chi è più “difensivo” di lui.? Con il nuovo Kindly Now prova a buttare giù quella barriera tra lui e l’ascoltatore. Ci riesce con la consueta sensibilità e tristezza. Da ascoltare in totale solitudine.
    Keaton Henson – Alright
  • Most Improved Player: Kelly Oliver
    Dopo l’ottimo This Land, la cantautrice folk inglese compie un ulteriore passo avanti nella sua crescita artistica. L’album Bedlam è un concentrato di ballate folk senza tempo che traggono ispitazione dalla tradizione. Consigliatissimo.
    Kelly Oliver – Bedlam
  • Throwback Album of the Year: Soon Enough
    L’esordio di Erin Rae e dei suoi The Meanwhiles dello scorso anno è un album incredibilmente malinconico e emozionante. La voce di Erin Rae è tra le più e emozionanti che si possano sentire. Solo per malinconici cronici.
    Erin Rae And The Meanwhiles – Minolta
  • Earworm of the Year: Amerika
    Il gruppo canadese Wintersleep è tornato quest’anno in grande stile con The Great Detachment. Il singolo Amerika mi ha trapanato il cervello per settimane. Ritornello orecchiabile e tanto buon indie rock. Da ascoltare a vostro rischio e pericolo.
    Wintersleep – Amerika
  • Best Extended Play: Tide & Time
    Tanti EP quest’anno. Difficile scegliere ma sicuramente questo Tide & Time della cantautrice inglese Kitty Macfarlane è stato il più sorprendente. Voce unica e attenzione ai dettagli. Profondamente ispirato. Si attende un seguito.
    Kitty Macfarlane – Song to the Siren (Tim Buckley cover)
  • Most Valuable Book: I Racconti (1831 – 1849)
    Nonostante abbia letto libri con la regolarità di sempre, ho dato meno spazio a loro su questo blog. Senza dubbio la raccolta di tutti (o quasi) i racconti di Edgar Allan Poe è il libro dell’anno. Vi consiglio l’edizione di Einaudi con la traduzione di Manganelli.

Questo 2016 è stato un anno nel quale ho potuto ascoltare davvero tanti album e non tutti hanno avuto spazio in questo blog. Avevo intenzione di elencarli qui, in questo post di fine anno ma poi ci ho ripensato. Chissà magari meritano più spazio e l’anno prossimo lo troveranno. Nel 2017 ci saranno tanti ritorni e spero come sempre di avere il tempo di ascoltare musica e di scrivere in questo blog.

Buon 2017

Re pallidi, filamenti e lanche

Lo scorso anno ho riscoperto una band che avevo colpevolmente lasciato in un angolo. Questa stessa band è tornata a Gennaio con un nuovo album. Mi riferisco agli americani Shearwater capitanati dal carismatico Jonathan Meiburg e al loro nono album Jet Plane And Oxbow. Anche se di questa band avevo ascoltato sono l’album Rook non potevo farmi scappare questa novità. Il singolo Quiet Americans mi ha catturato subito ed ero sicuro di trovarmi davanti ad un altro grande album di questa band. Jet Plane And Oxbow segna una svolta più elettronica e dal sapore anni ’80, lasciandosi alle spalle le remiscescenze folk del passato ma il fascino e il mistero degli Shearwater rimane intatto.

Jonathan Meiburg
Jonathan Meiburg

Si inizia con Prime nella quale un’ipnotica melodia fa da sfondo alla voce inconfondibile di Meiburg. C’è un’atmosfera leggendaria che non abbandona gli Shearwater e questa canzone non fa eccezione, affogando in un turbine di conufuso di suoni “Well I followed you down in a dream / To the floor of a valley under siege / With a gunmetal moon, / and a river like wire“. Quiet American è la prima delle canzoni più impegnate del gruppo. Magnetica e carica di rabbia è la punta di diamante dell’album. Meiburg è ispirato e carico, tutto funziona a meraviglia, “Or lying alone in the eastern light, / Sleeping in the morning hours / And the only sound / From the lantern-covered hills / The only light / From a day yet to begin / The only signs / Of the guns in silhouette / Are only sound / Are only light / Only, only!“. Pulsazioni elettroniche in A Long Time Away accedono la protesta contro ogni guerra. Meiburg da profondità e tensione ad ogni singolo verso di questa canzone, “And it never goes dark / Under these lights / It never goes cold / Under fire / Bring the drums / Bring the lights / Bring the wires“. Backchannels vede un Meiburg in gran spolvero, misterioso e affascinante. Un ritorno alle sonorità del passato, inserito perfettamente tra le nuove canzoni, “And a droplet falls / From the dropper’s eye / Blooms like a wave / That slowly overruns / all of your days / And slips the caul / From off your eyes / You face alone / A fear / that’s dragging us all / in its wake“. In contrapposizione c’è Filaments dal ritmo sincopato nel quale si muove sinuosa la voce di Meiburg. Ci sono anche vage contaminazioni orientaleggianti e qualche sperimentazione in un dei brani più originali e oscuri di questo album, “In the center of the sun, / in the stain spilling out into the light / In the calling of the gulls, / in the river running out into the night / Some people run from themselves / Some chain the dogs to the gate / Some are living a lie“. Pale Kings è epica come un inno che nasconde una tristezza per una nazione in decadenza. Ma non manca la speranza di un futuro migliore nel testo e nella voce di Meiburg, sempre più carismatica, “You know how sometimes / You’re so tired of the country, / Its poptones and its pale kings / And its fences like knives / But in the same breath / Your heart breaks with the feeling / With love and with grieving / For its irrational life / Right / Now“. Only Child è una solitaria e malinconica ballanta pop rock. Forse non è tra le più originali ma comunque una bella canzone dal vago sapore anni ’90, “The masters of / Your lonely kingdom / Pulled you along / With red-rimmed eyes / Through endless hours / Of drill and harness / Until you fell, surrendering“. La successiva Glass Bones è un ritorno all’indie rock vibrato e pulsante. Meiburg è inseguito dai riff di chitarra e dal ritmo concitato, un inseguimento in terre sconosciute. Da non perdere, “Are they luring you back with old glories? / Drunk on the dregs of some darkened paradise? / Lulled by an alien feeling / Till you’re suddenly blind / Till you’re barely alive / With glass bones“. Wildelife In America è un classico rock americano, malinconico ma carico di speranza. Si percepisce come un’urgenza espressiva, una ricerca di un modo per trasmettere un messaggio di conforto. Una delle canzoni più calde e intime degli Shearwater, “Back before / Back in our school days / You were wild-eyed / Before the damage was done / You tasted that fear / in your mouth on Sundays / But you know / You know it’s not living“. Più pop e meno originale del resto dell’album è Radio Silence. Il risultato è comunque accattivante e orecchiabile nonostante sfiori i sette minuti. Meiburg dimostra di saper trovare sempre il modo di lasciare traccia con la sua voce, con sprazzi alla Micheal Stipe, “Choking on signal, sucking on silence / Sodium lights on the monument’s face / Radio London, Radio Cyprus, / Where the Lincolnshire poacher’s / shaking his cage“. Chiude Stray Light At Clouds Hill, lenta marcia in perfetto stile Shearwater. Oscuro quanto basta con un effetto eco discutibile ma funzionale, un buon modo per salutarsi, “I jump over mountains / I vault over islands / I roar through the houses / I skim on the oceans alone / And see only outlines“.

Gli Shearwater sono tornati con un album convincente e ispirato. Jonathan Meiburg non perde mai l’occasione per mettere in mostra la sua voce e il resto del gruppo lo serve allo scopo. Non ho ascoltato il resto della loro discografia, ad eccezione di Rook, e non posso dire se questo è il loro migliore album oppure no. Posso solo dire che ho ritrovato gli Shearwater di Rook, solo sotto una veste più rock e meno folk. Un ritorno che è stata una sorpresa perchè questa band al nono album dimostra di avere ancora qualcosa da dire, senza lasciare nulla al caso a partire dai testi. Ora non mi resta che ascoltare gli altri sette album che mi rimangono. Sarà un piacere farlo.

Corvus frugilegus

Sono passati diversi anni da quando ho ascoltato per la prima volta questo album. Per qualche motivo lo abbandonai quasi subito e finì in quel luogo chiamato dimenticatoio. Ogni tanto mi risuonava in testa il singolo Rooks ma solo recentemente ho ripreso in mano l’album Rook dei texani Shearwater. Il gruppo si è formato nel 2001 dall’idea di due componenti degli Okkervil River, Jonathan Meiburg e Will Sheff. Il successo arriva nel 2006 con il quarto album Palo Santo. La band cambia formazione nel corso degli anni e attualmente della formazione originale sono rimasti solo Meiburg e Kimberly Burke. L’album Rook, del 2008, è il quinto della loro produzione che ad oggi ne conta nove, con il decimo in arrivo. Riscoprire questo album è stata una rinnovata sorpresa. Questa musica è migliore di quella che ricordavo e probabilmente nel 2008 non ero pronto. A causa di un mio difetto ora, sono “costretto” ad ascoltarmi altri album degli Shearwater, ripercorrendo la loro lunga carriera.

Shearwater
Shearwater

Subito Meiburg ci ammalia con la sua voce in On The Death Of The Waters che espolde di un epico rock come un mare in tempesta. Non si può aprire meglio un album come questo, “From the wreck of the ark / to the fading day of our star / the light races / the light drags / the moon rises / the moon sags / over the rolling waves / and your hands on the balcony“. La successiva Rooks (quasi omonima dell’album) è semplicemente meravigliosa. La melodia è evocativa e misteriosa, il testo altrettanto. La multiforme voce di Meiburg crea un’atmosfera unica. Da ascoltare, “When the rooks were laid in piles / by the sides of the road, / they were crashing into the aerials, / hanging from the laundry lines“. Leviathan, Bound è epica e triste. Storia di un cacciatore e la sua mitica preda. Un altra canzone che non passa inascoltata, “The hollow light / is still on the fields / where the winter has warmed / and the snows have drained away / and the hunter’s cry / is still on the air / as the bullet flies home / but the heart that’s pierced with it  /still is racing / still is racing, alone“. Home Life è la più lunga dell’album, ben oltre i sette minuti ma la sua poesia è così piacevole che vorremmo che durasse un po’ di più. Un’altra bella canzone, “She carried you down to the edge / of the dark river and said: / Though the water is wide, / you will never grow tired / You are bound to your life / like a mother and child“. La successiva Lost Boys è triste ma non rinuncia a quelle sonorità epiche tipiche del gruppo, “My winged children, all / will fly over the mountain wall / to the lid of the sky, / and slice its belly full wide / with their warm knives“. Con Century Eyes esplode un indie rock galoppante spezzando in due l’album. Gli Shearwater danno prova di avere nelle loro corde anche il rock. Ben venga, “You were not the first to arrive, / and will not be the last to survive, / as the pigs and the oxen we bound to the wheel / tear it off, tear it off!“. I ritmi ritornano lenti con l’eterea I Was A Cloud. La voce di Meiburg è nascosta, parte integrante della musica che l’accompagna. Una canzone sfuggente e impalpabile come una nuvola, appunto, “I was a cloud, / I was a cloud looking down; / Your frantic waving did not provoke feeling. / But this little one / Steady your wings, now, sparrow“. La successiva South Col è l’unico pezzo strumentale dell’album, un affascinante insieme di suoni che il gruppo descrive attraverso una frase di Rene Dollot : “The lunar landscapes of the Hindu Kush, as if borrowed from prehistory, seem still to wait for the arrival of the animal world, or perhaps to announce its end“. The Snow Leopard è un ritorno alle sonorità di inizio album. Ancora tracce di indie rock mescolate all’immancabile magia della voce di Meiburg. Insieme a Rooks è la canzone più rappresentativa dell’album, “Well, I’ve had enough, / wasting my body, my life / I’ll come away, come away from the shallows“. Chiude The Hunter’s Star. Se gli Shearwater avevano iniziato nel miglore dei modi anche la fine è all’altezza. Poetica e melodiosa, non si può chiedere di più, “Only now would you long / for the ancient boughs, / the moon, overlapping the long white clouds / and the home life of a love / who will never return again“. Un’altra versione dell’album contiene anche la breve North Col, più folk delle canzoni precedenti ma ugualmente affascinante, “Each stray reminder of your home life / is hung on the wind that pulls away from you / as the walls of the mountains in the cold light / glow red, in an echo of the flares on high / in the vault of the night“.

Un album da ascoltare tutto d’un fiato, condensato in nemmeno quaranta minuti. Un album che richiama se stesso più volte, come se alla base ci sia un’ispirazione comune, un’idea. La musica degli Shearwater è magica e misteriosa pur non abusando mai di quel tono epico nella voce Jonathan Meiburg. Inizialmente credevo che questa band fosse inglese e quando ho scoperto che sono texani sono rimasto sorpreso. Le immagini e le atmosfere della loro musica sembrano uscire dai malinconici paesaggi britannici, più che dal caldo sud degli Stati Uniti. Forse gli Shearwater hanno scoperto la ricetta segreta per farci viaggiare così tanto lontano da casa. Sono contento di aver riscoperto questa band. Qui sotto una bella versione acustica di Rooks.

Mi ritorni in mente, ep. 8

Questa volta è un po’ diverso. Rooks degli Shearwater non mi è tornata in mente in modo spontaneo. Stavo ascoltando un po’ di musica su Spotify (bella invenzione) e il modo più comodo per scoprire nuova musica è avviare la radio basata su un artista a scelta. La radio non fa altro che pescare nell’enorme archivio di Spotify tutti gli artisti che in qualche modo somigliano a quello che abbiamo scelto. Se una canzone ci piace clicchiamo sul pollicione all’insù e la radio selezionerà nuovi brani in base alle nostre scelte. Se riteniamo che una canzone non c’entri nulla con quanto vogliamo ascoltare c’è anche il pollicione all’ingiù. Avevo avviato la radio basata sui Wintersleep quando è iniziata una canzone degli Okkervil River. Questo gruppo già lo conoscevo ma non ho mai approfondito la sua musica. Pollicione all’insù e subito a cercare più informazioni sugli Okkervil River. Leggendo qua e là, gli Okkervil River mi hanno convinto e mi sono ripromesso di ascolatre un loro album prima o poi. Ma cosa c’entrano gli Shearwater? C’entrano, c’entrano. Un paio di membri degli Okkervil River,  Jonathan Meiburg e Will Sheff hanno fondato gli Shearwater per fare un certo tipo di musica che non si addiceva al folk rock della band originaria. Poi gli Shearwater sono diventati un vero e proprio progetto parallelo che continua ancora oggi anche se uno dei due membri originali, Will Sheff, ha salutato tutti mentre l’altro, Jonathan Meiburg, ha lasciato gli Okkervil River. Curioso. Ecco spiegato perchè mi è tornata in mente Rooks.

Avevo ascoltato l’album Rook, quasi omonimo di questa canzone, diversi anni fa apprezzandone qualche canzone. Poi me ne sono quasi completamente dimenticato. Ero convito che si trattasse di una band anglosassone e invece sono texani. Non cambia nulla. Devo ascoltare di nuovo Rook perchè non vorrei essermi perso qualcosa.