La carriera di un libertino

Un gradito ritorno quello dei britannici To Kill A King. Un paio di anni fa esordirono con Cannibals With Cutlery che non mancai di recensire su questo blog poco dopo la sua uscita. L’esordio voleva essere un contenitore del lavoro che la band aveva messo insieme nel corso degli anni precedenti, composto da qualche EP e numerose esibizioni live. Titolare questo album To Kill A King ha dunque un significato particolare, quasi a dire “questi siamo noi”. A differenza dell’esordio, caratterizzato da sonorità folk rock e indie, questo secondo album è decisamente più rock e meno poetico. Che sia dunque questa la vera anima dei To Kill A King? Per scoprirlo bisogna, innanzi tutto, ascoltare To Kill A King.

To Kill A King
To Kill A King

Compare Scars ci introduce nel nuovo mondo delineato da gruppo. Chitarre e batteria sono i protagonisti, insieme all’inimitabile voce di Ralph Pelleymounter. Resistete al ritornello se ci riuscite, “And I know it’s hard when they’re calling your name / But keep your head straight, keep your head straight / I know it’s hard when they’re calling your name / But keep your head straight, keep your head straight“. Love Is Not Control è la colonna portante di questo album. Energia, velocità e ritmo tenuti insieme dalla straordinaria scrittura di Pelleymounter. Le parole scorrono veloci, caricate a molla. I ragazzi dimostrano di avere talento e non si tirano indietro, “Then you land in your early 20’s / Stood old drunken and leaning gently / To all aboard when the boat is saved / The world ain’t safe when you’re playing safely“. La successiva Oh My Love era già stata inserita nell’EP Exit, Pursued By A Bear dello scorso anno. I ritmi rallentano e prende spazio un po’ di elettronica. Una canzone spartiacque che divide i To Kill A King del passato da quello di oggi, “Oh my love / We’re destined to demise / And there’s nothing I can do / No there’s nothing you can say / But it don’t matter / What matters is now“. Friends è oscura e un po’ cattiva. Un brano rock, forse il più sincero dell’album, senza fronzoli nè trucchetti, “If you love them let them know / No good will come from being silent, you know / Oh, I can take a nails / Scratch a word into my palm / Take all the love we’ve got / And call it a friend“. Inizia con un inedito falsetto, The Chancer, poi un coro. Un’appassionata canzone, con un Pelleymounter in gran spolvero che continua a giocare con le parole, “Angels and demons stood on my shoulders / Like old friends / Through their back and forth, / I see glimpses of the real you / And the beat goes on my friend / Life’s endless drum“. Il meglio lo dà in cazoni come School Yard Rumors nelle quali tiene il ritmo parola dopo parola. Un’altra bella canzone in linea con lo stile scelto per questo album ma con un qualche rimando alle sonorità dell’esordio, “We searched high and we searched low / But there were no witnesses there / And the mothers flutter as the fathers stutter / ‘And there is no smoke without fire’ line / And you don’t go to school anymore“. Irresistibile la breve ma intensa Good Times (A Rake’s Progress). Un pop rock frizzante e originale che non lascia tregua, “All the women in my life want to own me / Want to rack up my bones and consume me / I know the good times are killing me / But I don’t know how the conversation ends“. Parentesi folk e cantautorale, Musicians Like Gamblers Like Drunks Like Me è l’unico vero brano che avrebbe potuto essere presente in Cannibals With Cutlery, “Hold, drip fair into your blood / Just enough to keep you going / To keep your head in the games we’d played / Like its all for fun, / Than it’s all to be won / Forgetting it’s all for keeps“. Grace At A Party è forse la canzone più debole di questo album. Un dialogo a due tra Pelleymounter e le chitarre ma che stenta a decollare. Nel complesso è una canzone originale ma tende a essere un po’ ripetitiva. Al suo posto avrei visto bene Love Is Coal, “Charge the kid with spinning lies / And kindly mention that his heart is in his mouth / So back down, you kindly fool / queezed into this room two hearts explode / We joke, we joke“. Con World Of Joy (A List Of Things To Do) i To Kill A King trovano riscatto. Una canzone spensierata che incuriosisce per quella voce modificata nel ritornello. Una canzone cucita addosso alla voce sorniona di Ralph, “Be tolerant because these times are delicate / And don’t stop listening / Don’t stop talking / Because without this we could move backwards / Now that we found this good fight, / For God’s sake smile“. Chiude l’album la breve Today nel quale i To Kill A King si divertono a cambiare genere, “For today / I threw my phone away / I’ll buy a new one come Monday“.

Questo nuovo album della band inglese lascia da parte il folk orchestrale che caratterizzava l’album d’esordio, in favore di un rock fresco e diretto. Mancano canzoni in grado di farti venire qualche brivido, quelle ballate folk scaldate dalla voce di Ralph Pelleymounter. Gran parte del lavoro lo fa proprio lui, usando le parole come uno strumento per tenere il ritmo. Forse che si aspettava i vecchi To Kill A King può rimanere deluso ma questi nuovi sono diversi più nella forma che nella sostanza. Intitolare questo album come il nome della band potrebbe avere un significato particolare ma io credo che quest’ultimo lavoro sia un’opera di transizione, nella quale si può trovare l’altra faccia della loro musica. Quella dei To Kill A King è un’identità forte, già espressa in precedenza e rafforzata da questo album omonimo.

Uscita, inseguito da un orso

Circa un anno fa venni a conoscenza di un gruppo inglese che si fa chiamare To Kill A King. Questo gruppo lo scorso Ottobre ha pubblicato un nuovo EP intitolato Exit, Pursued By A Bear (una citazione shakespeariana). Come è naturale aspettarsi questo EP dovrebbe anticipare il nuovo album che molto probabilmente vedrà la luce il prossimo anno. I To Kill A King sono state una delle scoperte più piacevoli dello di quello appena passato. Se dopo l’ascolto di Cannibals With Cutlery, l’album d’esordio, si potevano inquadrare in un folk rock orchestrale con elementi tipici dell’indie rock questo EP rimescola gli ingredienti del gruppo arricchendo la loro musica con nuove soluzioni (una su tutte una riconoscibile batteria elettronica).

To Kill A King
To Kill A King

Il nuovo corso dei To Kill A King si intravede fin dalla canzone di apertura, Oh, My Love. Inconfondibile la voce del leader Ralph Pelleymounter che si fa drammatica con non mai. Inizialmente questa canzone non mi aveva convinto appieno ma nel contesto del EP ci sta alla perfezione, “Oh my love / We’re destined to demise“. Con la successiva Breath si torna ad ascoltare i To Kill A King così come gli avevamo lasciati dopo l’esordio. Questo EP vuole dimostare che il gruppo non rinnega il suo passato ma conferma la volontà di arricchire le loro sonorità e ispirazioni, “If you hold on too tight, then you will lose sight“. The Constant Changing State Of Us (Gold) è una di quelle canzoni che cerchi di inquadrare in un particolare genere o stile senza riuscirci. Pelleymounter inizia parlando, poi man mano che la canzone va avanti, la musica cresce in un’esplosione corale che farà cantare le platee che il gruppo avrà di fronte. Inevitabile partecipare al ritornello. Ma è la successiva Love Is Coal a valere l’intero EP. Tre canzoni, ben distinte, in una. Probabilmente senza la voce ipnotica di Ralph Pelleymounter non si otterebbe lo straordinario espressività di questa canzone. Il ritornello è qualcosa di magico, lo ascolaterei in continuazione, “We’re two miners /  Love is not like diamonds / Love is coal to keep you warm“. So My Friends Want To Marry è un’altra canzone nel loro inconfondibile stile. I To Kill A King arrivano in fondo a questo EP senza sbagliare un colpo, “I hope you find some peace / Whatever the hell that means“.

Se questo è solo un assaggio di quello che ci aspetta nel nuovo album non si può che esserne contenti. Il secondo album di questa band potrebbe essere superiore al precendente. I To Kill A King sembrano aver raggiunto quella maturità che all’esordio si poteva intravedere, frutto della lunga gavetta che questi ragazzi hanno alle spalle. Ora non resta che aspettare e io non vedo l’ora.

Mi ritorni in mente, ep. 21

Ecco un’altra uscita da appuntare sul calendario di questo mese. Ottobre si sta rivelando ricco di uscite interessanti. Primo in ordine di tempo, la versione Deluxe di Aventine di Agnes Obel il 6 e Rachel Sermanni con Live in Dawson City il 13. La cantautrice scozzese ha anche finito di registrare il nuovo album che vedrà la luce il prossimo anno a distanza di tre anni dal precedente Under Mountains. Il 20 è il turno dei To Kill A King che pubblicheranno un EP, intitolato Exit, Pursued By A Bear contenente cinque canzoni inedite che anticiperanno molto probabilmente un nuovo album in uscita nel 2015. La settimana successiva, il 27, mi sono segnato un interessante debutto folk della giovane cantautrice Kelly Oliver, intitolato This Land. Il giorno successivo ci saranno ben due uscite, l’atteso Fumes di Lily & Madeleine e Blood I Bled EP delle The Staves.

Se sarà un Ottobre ricco, si prevede un 2015 altrettanto carico di nuove uscite. Amy MacDonald ha cantato un nuova canzone, in occasione del concerto a favore dell’indipendenza della Scozia, intitolata The Leap Of Faith, già la seconda di quest’anno. Sarebbe molto strano non ascoltare il suo quarto album il prossimo anno. Anche gli Editors si chiuderanno in studio in Scozia per preparare il quinto lavoro a detta loro più dance dei precedenti ma senza snaturare le caratteristiche della band. Speriamo bene.

Intanto mi ascolto questa nuova Oh, My Love dei To Kill A King che segna una svolta rock dai toni scuri per la band inglese. Un gradito ritorno per una delle più piacevoli scoperte dello scorso anno.

Cannibali con le posate

Dopo aver ascoltato il loro EP My Crooked Saint mi sono precipitato verso il loro primo album, intitolato Cannibals With Cutlery pubblicato in versione deluxe lo scorso Ottobre. I To Kill A King sono una band di Londra nata nel 2009 e arrivata fino ad oggi con un paio di cambi rispetto alla formazione originale. Dopo un paio di EP e qualche apparizione a fianco dei più noti Bastille, il gruppo a dato alle stampe questo album. Come al solito sono stato attratto dalla voce particolare del leader Ralph Pelleymounter e da quel mix di folk e rock che mi piace. La versione che ho è quella deluxe che contiene delle tracce aggiuntive già pubblicate nei precedenti EP ma in versioni differenti.

To Kill A King
To Kill A King

Non si può chiedere di meglio alla traccia di apertura I Work Nights And You Work Days con tanto di orchestra che mette in mostra tutta la capacità espressiva del gruppo, “I go, I go home / Just to see your face / To see that it’s not changed”. Cold Skin vira verso tonalità indie-rock dal sapore british. A questo punto si può intuire la costante ricerca del ritornello perfetto in ogni canzone, “They know, we know / We’re not kidding anyone except ourselves / Stop this world for 5 minutes / What kind of chances do we give ourselves?”. A seguire la meravigliosa Funeral. Una dolce amara riflessione sulla morte. Senza dubbio una dei migliori brani di questo album e uno dei più difficili da far uscire dalla testa, “I must make more friends / They’ll be hanging at my funeral / Just to make my parents proud / Just to make my parents smile”. Anche la successiva Wolves non scherza. I To Kill A King fanno ancora centro, “Wolves will keep you warm / If you convince yourself you’re one”. Piccolo intermezzo squisitamente folk con Cannibals With Cutlery che verrà ripresa in secondo momento, “A cannibal with cutlery is a cannibal still / Though you choose to forget that”. Ancora un po’ di indie-folk con Beside She Said nella quale il testo prende il sopravvento sulla musica con una sorpresa nel finale, ““And besides,” she said / “We got time left, we’re only half dead / We’re only half dead,” so goodnight / Goodnight”. Gasp/The Reflex punta ancora sul ritornello e la voce di Ralph Pelleymounter confezionando un salisendi ben riuscito. Choices rallenta il ritmo e si adagia quasi esclusivamente sulle parole, salendo poi nel finale dai toni che ormai abbiamo imparato ad associare ai To Kill A King, “I never took away your crutch / Just became it day by day / Blood fillin’ up our boots / Whats the use in talking?”. Marcatamente indie-rock la successiva Rays dal solito ritornello appiccicoso, “Wash away my mistakes, wash away my mistakes / These ray-ay-ays, ray-ay-ays”. Forse la canzone più poetica di questo album è questa Children Who Start Fire, che dimostra ancora l’ottima capacità di songwriting del gruppo , “I heard you burnt yourself again, / Lighting fires with someone else. / Just because you’re cold, / Just because you’re bored, / Just because you can”. Frictional State non propone niente di nuovo di quanto ci ha già proposto il gruppo, se non un’altra bella canzone con un finale festivaliero, “There’s no hole in my head / Accusation: I just ain’t the family type / Falling short and you’ve got better plans / Escape artist and you just undermine”. Un piccolo capolavoro si nasconde sotto il nome di Family, la melodia e l’inimitabile voce di Pelleymounter si uniscono per creare una sorta di canzone manifesto di questo album, “The difference between a rut and a grave is an inch / Caught in between the earth and a rock like a pinch”. Altre tracce si aggiungono alla versione deluxe. Come la poetica Letters To My Lover (The Dylan Fan) e l’insolita, almeno rispetto a quanto proposto finora dalla band, Standing In Front Of The Mirror. Trovano spazio anche alcuni brani già pubblicati in precedenti EP come We Used To Protest / Gamble e Howling.

Nonostante il gruppo sia attivo da 2009, solo dopo 4 anni ha deciso di pubblicare il primo album e in un certo senso si sente. I To Kill A King hanno già una loro identità ben delineata, un leader forte come Ralph Pelleymounter che rende riconoscibile il gruppo. Una musica ricca e ispirata, a cavallo tra il folk-rock e l’indie-rock condizionata inevitabilmente dalla influenze british. I To Kill A King mi danno la sensazione di essere un gruppo convinto dei propri mezzi e con alle spalle una bella gavetta. Sono convinto che faranno strada e lasceranno il segno nel panorama folk-rock negli anni a venire.

Scacco matto

Avevo scoperto questa band, come succede spesso, del tutto casualmente o forse in una delle mie scorribande su Bandcamp. Attratto dalla possibilità di scaricare gratuitamente (ora non è più possibile) l’Ep, mi sono ritrovato ad ascoltare con piacere i To Kill A King. Questa band britannica non inventa nulla di nuovo ma propone un folk rock che si distingue in qualche modo dai colleghi più prossimi. Sarà per la presenza di strumenti orchestrali o per la voce del leader Ralph Pelleymounter ma questi To Kill A King mi piacciono. Questo Ep, intitolato My Crooked Saint è stato pubblicato un paio di anni fa, precedendo l’uscita dell’album d’esordio Cannibals With Cutlery uscito in versione deluxe il mese scorso.

La traccia d’apertura Bloody Shirt ci guida nella musica dei To Kill A King con un rock ritmato e orecchiabile, “Get out! And get gone / This town is only gonna get worse / Get out! And get gone / This town is only gonna eat you“. We Used To Protest/Gamble fa altrettanto calcando la mano sull’aspetto più epico e tipicamente indie della loro musica senza però scadere in qualcosa di scontato, “Eyes might age and places fade / Skin gets thicker but I hope, I hope, I hope we’ll feel the same / Gambling“. La successiva Family è senza dubbio la migliore canzone dell’Ep. Una bella melodia che accompagna la voce di Ralph in un’atmosfera malinconica, “The difference between a rut and a grave is an inch / Caught in between the earth and a rock like a pinch / I don’t sit so well/ On the banks of Boston“. Chiude questo breve viaggio Wrecking Crew una tipica accorata canzone folk che nulla aggiunge a quanto di buono è già stato ascoltato, “Oh, calm my ghost, I don’t need this now, oh not yet / Bring your wrecking crew, leave this town, alive or dead“.

Ho già messo in lista Cannibals With Cutlery perchè questi To Kill A King mi stanno piacendo sempre di più. Sono sicuro che di questa band se ne sentirà parlare negli anni a venire.