Trova le differenze

Tempo fa mi ero già espresso riguardo ai voti nelle recensioni  e al loro contenuto spesso soggettivo. In questi giorni un noto sito di recensioni, Ondarock.it ha pubbilicato la sua recensione dell’ultimo album dei Wintersleep, Hello Hum. Il fatto che abbiano pubblicato la recensione diversi mesi dopo la sua uscita potrebbe far pensare che il recensore si sia preso tutto il tempo necessario per valutare con oggettività le canzoni. Sempre che davvero lo si possa fare in modo oggettivo. Invece, a quanto pare, il recensore parte prevenuto e tutto il tempo avuto per ascoltare l’album non gli ha fatto cambiare idea. Innanzitutto ci fa subito notare il passaggio dei Wintersleep ad una major e questo per un indie-snob non è tollerabile. A questo punto, caro lettore, non aspettarti un voto al di sopra della sufficienza a prescindere dall’effettiva qualità dell’opera. I Wintersleep non sono più indie e tutto quello che faranno d’ora in poi non sarà all’altezza di quanto fatto in precedenza. Come avevo fatto notare quando ho scritto la mia personale opinione su questo album, le atmosfere allegre e le melodie orecchiabili sarebbero state malviste dai recensori più indie. Ondarock mi ha dato ragione.

Non mancano, naturalmente, per rendere più appetibile questo “Hello Hum”, scintille elettroniche e riffoni squillanti (“Resuscitate”), espedienti perfetti per orchestrare qualche gioco di luce sui palchi che contano e distrarre dalla pochezza compositiva dei brani proposti […]

Tali melodie sono frutto del piegarsi al volere della major e del loro sistema di business. Il fatto che potesse trattarsi di una scelta stilistica è un alternativa che il tipico recensore indie-snob non prende in considerazione. Anche se i Wintersleep abbiano scelto di fare canzoni più orecchiabili e destinate ad un pubblico più vasto (comunque limitato) io lo considero più che legittimo. Forse quando si inizia a suonare con una band, lo si fa un po’ per divertimento e un po’ per passione ma quando questo diventa un lavoro vero è giusto trarne il massimo guadagno, come farebbe qualsiasi lavoratore. Una carriera orientata solo dal denaro sarebbe però priva di quell’ispirazione artistica utile per fare musica ed è giusto che un artista cerchi il compromesso tra le due cose.

Quello che sorprende di più dell’intera recensione è il riferimento a Tom Smith e i suoi Editors.

Bordate elettrico-elettroniche, quiet-loud di bassissimo conto, riff scheggiati e una vena Editors che appiattisce la voce di Paul Murphy su una declamazione nasale (“Rapture”). […] Oppure non si passa neanche l’aspirapolvere, e compare “Unzipper” nella tracklist, con lo spirito di Tom Smith che si impadronisce improvvisamente della canzone. […] il pezzo per dimostrare che “anche noi lo famo strano” (“Permanent Sigh”, come se gli Editors provassero a fare i Grizzly Bear, o i Wolf Parade).

Ma che centra Unzipper  con Tom Smith?! Ma l’ha sentita la canzone?! Paragonare la voce di Murphy con quella di Smith poi… Due voci diverse, usate in modo diverso. Insomma è una recesione un po’ raffazzonata, con l’obiettivo di confermare la teoria delle band indie e le major. Una recensione breve e senza argomentazioni che sarebbe risulatata meno ridicola se il recensore si sarebbe limitato ad un semplice: “Non mi piace”. Dimenticavo che la valutazione è 4.5/10. Un altro sito di riferimento per la musica indie in Italia è IndieRock.it che, badate bene si è si tratta della recensione dello stesso album, ribalta la valutazione con un bel 7/10 accompagnato da un altrettanto valida recensione.

Ognuno è libero di scrivere la recensione che gli pare ma che distingua i suoi gusti personali ed eventuali pregiudizi da una disamina oggettiva dell’album. E se tale recensione deve essere negativa, che lo sia con delle valide ragioni. Si tratta solo dell’ennesima prova dell’inutilità delle recensioni quando sono fatte in questo modo. Ecco le due recensioni : ondarock.it e indierock.it

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Gusci d’uovo e nebbia

Solitamente pubblico un post ogni settimana ma in queste ultime ho saltato qualche appuntamento con questo blog. Una serie di coincidenze non mi ha permesso di postare qualcosa di nuovo. Questo periodo di pausa non voluto, non è però andato sprecato. Come al solito sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo da ascoltare e mi tengo aggiornato sulle nuove uscite. Tra quelle di queste ultime settimane c’è l’interessante debutto di una cantaurtice scozzese, Rachel Sermanni. Incuriosito da una recensione sufficiente che teneva conto del potenziale di questa ragazza, ho voluto approfondire ascoltando Under Mountains. Noto che ultimamente mi sto interessando ad un stile di musica che predilige atmosfere rilassate, un po’ nordiche, malinconiche, dallo stampo cantautorale che girano attorno al folk rock tipicamente indie. Non so esattamente perchè, sarà forse che durante il viaggio di ritorno dal lavoro apprezzo meglio questa musica rispetto al passato, quando scuola e università lasciavano più tempo libero. Non ha caso ho scritto della piacevole scoperta di Gabrielle Aplin, della quale sto aspettando il primo album. Un altro motivo è anche il fatto di aver apprezzato appieno, in quest’ultimo anno, la musica senza tempo di Ages Obel e la ricerca di qualcosa dalle atmosfere simili mi ha spinto in territori insplorati. Questo spiegerebbe il fatto di prediligere voci femminili. Sto dando una spiegazione a tutto questo, qualcosa che ho fatto e sto facendo del tutto inconsapevolmente. Insomma sono arrivato ad ascoltare Rachel Sermanni senza sapere esattamente perchè. Non è questo, forse, il bello della musica?

Rachel Sermanni
Rachel Sermanni

Il fatto di essere scozzese e di vivere in luogi non certo famosi per le loro giornate di sole, influenza inevitabilemente la musica di Rachel Sermanni. Le sue canzoni rappresentano però una fuga dalla realtà, stando seduta sul letto con la chitarra di fronte ad una finestra che ha i vetri bagnati per la maggior parte dell’anno. Una fuga che inizia così e continua tra paesaggi onirici sovrapposti alle verdi colline della sua terra. Inevitabile quindi intitolare una canzone The Fog. Anche se le atmosfere più nordiche si possono “respirare” in canzoni come Breathe Easy, Waltz e Sea Oh See. Buona parte dell’album fa riferimento però ad un altro aspetto dello stare seduti sul letto, ovvero dormire e il brano Sleep non lascia dubbi a riguardo. Mentre si dorme si sogna e nascono canzoni come Marshmallow Unicorn  e Ever Since the Chocolate. Il brano che rappresenta al meglio l’esordio di Rachel Sermanni, nonchè la cazone più bella, è sicuramente Eggshells, un esempio di sincerità e spontaneità. Le atmosfere dell’album sono quindi principalmente due, una legata al folk tipicamente anglosassone e un’altra di ispitazione più indie-pop ma definire Rachel semplicemente folk sarebbe fortemente limitativo. Under Mountains è senza dubbio un ottimo esordio che fa ben sperare per il futuro della cantautrice scozzese. Un album perfetto per questo autunno e il prossimo inverno che con le giornate corte e la nebbia, ci sentiremo sicuramente più in sintonia con la sua musica.