Ancora un altro libro, ep. 2

Avevo concluso lo scorso anno, dando qualche consiglio letterario. Sono passati sei mesi da allora ed è arrivato il momento di aggiornarvi riguardo alle mie letture. In questi primi mesi del 2020, caratterizzati da quella cosa di cui sarete al corrente un po’ tutti, non hanno visto incrementare di molto il numero di libri che ho letto. Sopratutto perché non ho mai smesso di lavorare, per la maggior parte del tempo da casa, e quindi ho smesso di leggere comodamente in treno. Non so quando riprenderò a fare il pendolare ma per il momento cerco di leggere nei ritagli di tempo e la sera. Ma non voglio dilungarmi oltre e passerei ai fatti.

Il primo libro che ha aperto questo nefasto 2020 è Dune di Frank Herbert. Non sono un appassionato di fantascienza ma ero attratto da questo romanzo perché ho letto a riguardo opinioni entusiastiche. Il fatto che sia stato pubblicato 1965 può far pensare ad una fantascienza datata e non più credibile (cosa vera solo in alcuni dettagli insignificanti, come i libri su microfilm). Invece, essendo ambientato in un lontano futuro, circa 24.000 anni, mette in crisi chiunque voglia fare delle previsioni. All’inizio si fa un po’ fatica ad entrare nel mondo creato da Frank Herbert. Tanti nomi, spesso di derivazione araba e latina, tante usanze e personaggi. Piano piano però si entra nello spirito del libro. Ed è sorprendente come nel 1965, Herbert abbia anticipato tanti temi oggi molto attuali: ecologia, sfruttamento delle risorse e guerra santa. Un libro ricco di tematiche, affrontate all’interno di un thriller fantascientifico dalla tensione costante. Per scelta dell’autore, alcuni passaggi temporali non vengono raccontati e questo a volte spezza la lettura e lascia spaesati. Un libro che fa riflettere anche se non si è appassionati di fantascienza come me. Leggerò anche il seguito, conscio del fatto che l’intera saga copre un arco temporale di 16.000 anni! Attendo il film in arrivo (forse) entro l’anno con interesse.

Non può un fedele lettore di Stephen King, non provare a leggere qualcosa di Shirley Jackson. Abbiamo sempre vissuto nel castello è un romanzo piuttosto breve e non strettamente horror come si potrebbe pensare. Infatti qualcuno potrebbe restare deluso dal fatto che c’è poca azione e colpi di scena clamorosi. Il classico libro che si deve leggere per il piacere di farlo, solo così si può arrivare al finale che, in qualche modo, cambia la prospettiva delle vicende raccontate e ci fa salire un brivido lungo la schiena. Sono rimasto sorpreso dalla capacità della Jackson di introdurci lentamente nella vita delle due sorelle Blackwood, rendendoci partecipi della loro vita privata e di un passato pesante. Ho già altri libri della Jackson pronti da leggere e non vedo l’ora di affrontare ancora quest’autrice piuttosto enigmatica.

Mi è stato regalato La svastica sul sole di Philip K. Dick. Conosciuto anche come L’uomo nell’alto castello (traduzione letterale del titolo originale), racconta di una storia alternativa nella quale i tedeschi e i giapponesi vincono la seconda guerra mondiale. Primo romanzo di Dick che leggo e forse non l’ho compreso appieno. L’idea dei nazisti che vincono la seconda guerra mondiale è stata all’epoca a dir poco geniale ma secondo me molto poco approfondita. Per volontà dell’autore, vengono presentati al lettore vaghi accenni alle conseguenze di questo evento che avrebbe cambiato la storia. Le vicende dei personaggi danno l’impressione che si possano intrecciare ma più le pagine scorrono e più è forte la sensazione che non sarà così. Il ruolo dell’uomo nell’alto castello tutt’ora mi sfugge. Sembra che Dick abbia buttato lì un’idea, ottima peraltro, ma ha lasciato che altri gliela rubassero negli anni a venire. Non mi ha entusiasmato, devo essere sincero, e per il momento non ho intenzione di leggere altro di questo autore.

Ho proseguito anche con il secondo volume della saga de La Spada della Verità di Terry Goodkind, intitolato La Pietra delle Lacrime. Cosa dire, lo stile di Goodking è scorrevole ed è piacevole leggere le avventure di Richard e Kahlan. Tanta magia, combattimenti e uno sguardo diretto ad un lettore adulto o quasi. Piuttosto corposo ma mai troppo lento, anche se c’è qualche ripetizione di troppo. Non un capolavoro ma un buonissimo libro che intrattiene e a tratti fa anche riflettere. Una saga fantasy controversa scritta da un autore controverso ma sono anche io tra quelli a cui piace, almeno finora. Se volete una lettura estiva di svago ma non troppo, questa saga potrebbe fare per voi. Continuerò sicuramente con il prossimo volume ma non subito.

Non poteva deludermi e non l’ho ha fatto, Secretum della coppia Monaldi e Sorti. Un altro giallo/thriller storico molto accurato e interessante, sopratutto per le vicende storiche connesse. Gli stessi protagonisti del precedente Imprimatur sono alle prese con un conclave imminente e la successione al trono di Spagna. Suggestive le ambientazioni romane, molto dettagliate, nel quale si svolgono le loro avventure, narrate in un linguaggio settecentesco. Sempre precise e sorprendenti le note storiche che sono il punto di forza di questa serie di romanzi. Il vero colpo di scena lo offre la storia e non tanto il romanzo in sé. Se non avete mai letto Monaldi e Sorti vi consiglio di farlo subito anche se richiede un po’ di impegno. Non vedo l’ora di tornare a leggere di Atto Melani e il “ragazzo” senza nome.

La delusione è arrivata con Il Re in Giallo (o Il Re Giallo), raccolta di racconti di Robert W. Chambers. Precursore delle tematiche di H.P. Lovecraft e altri autori è tornato alla ribalta in tempi recenti dopo un periodo nel dimenticatoio e, senza offesa, forse c’era un motivo. I primi racconti che fanno riferimento al Re in Giallo sono i migliori. Poi questa raccolta include altri racconti decisamente meno coinvolgenti. Chambers si perde in lunghe descrizioni che non aggiungono niente ai racconti e annoiano il lettore. I personaggi sono solo dei nomi sulla carta, vanno e vengono confondendosi tra loro. Ho letto Poe e Lovecraft ed altri autori simili ma Chambers l’unico che mi ha messo in difficoltà. Ho fatto fatica ha finirlo e ammetto di aver saltato qualche pagina di descrizioni negli ultimi racconti. Non proprio consigliato a meno che lo volete leggere per beneficio di inventario e colmare il buco nella vostra libreria tra Poe e Lovecraft.

Infine sono ritornato sui romanzi storici con Conn Iggulden e il suo Stormbird, il primo di una serie di quattro romanzi ambientati in Inghilterra alla fine della guerra dei Cent’anni. Le vicende narrate aprono le porte a quella che sarà ricordata come la Guerra delle Due Rose. Davvero ben scritto e scorrevole, sopratutto nei dialoghi. Il linguaggio è forse un po’ moderno ma sicuramente più accessibile. Una sorpresa che mi ha ricordato un altro grande autore di romanzi storici come Bernard Cornwell. Quest’ultimo di sofferma più sui dettagli delle battaglie mentre Iggulden preferisce soffermarsi sulle vicende politiche e sugli uomini che hanno deciso la storia. L’autore si prende qualche libertà rispetto alla realtà me ne rende conto nelle note storiche al termine del romanzo.

La prova del nove

Oggi questo blog arriva al suo nono anno di vita. Quest’ultimo anno è stato quello più ricco di visite di sempre ma non sono qui a scrivere per vantarmene. Mi interessano poco questo genere di numeri. Ciò che mi sorprende di più, e succede ogni anno che passa, è la quantità di tempo che ho dedicato a questo blog. Quest’anno, in modo particolare, non ho recensito tutti gli album che ho ascoltato e i libri che ho letto. Questa cosa, anche se può sembrare un mancato obiettivo, in realtà la vedo in positivo. Mi sono sentito più libero di ascoltare e leggere quello che volevo senza necessariamente condividerlo con voi. Ciò che mi è piaciuto di più è ovviamente giunto su questo blog allo scopo di consigliarvi tale disco e tale libro. Mi sono impegnato e qualcosa in più riguardo alle mie letture l’ho postato, lo stesso vale per il cinema. Vorrei riuscire a vedere qualche film in più ma il tempo è quello che è. Riesco a soddisfare meglio la mia curiosità per quanto riguarda i libri e quest’anno posso dire di avere spuntato diversi titoli della mia lista d’attesa. Tutto questo anche grazie all’acquisto di un lettore ebook che per qualche motivo mi invoglia a leggere più spesso, sperimentando anche qualche genere diverso dai miei soliti. Sul fronte musicale continua il mio percorso alla scoperta di nuovi artisti e spaziando su più fronti ho trovato diverse cose interessanti. Ma come scrivevo sopra, alcune di queste sono rimaste fuori, per forza di cose, dal blog. Ma lasciate che in questa occasione possa scrivere di tre argomenti che riguardano direttamente o indirettamente questo blog: il ruolo delle donne nella mia musica, la musica italiana e la musica oggi.

Il ruolo delle donne nella mia musica. Chi mi segue da tempo avrà sicuramente notato quante ariste donne siano presenti nella mia musica preferita. Non mi sono mai messo a contare quante sono ma credo che si avvicinano al 90% della mia collezione. E pensare che fino a qualche anno fa non era affatto così. Tutto è cominciato per caso quando ho iniziato ad ascoltare il primo album di Amy Macdonald. Capii che c’era un panorama musicale al femminile che non fosse quello sovraesposto del pop da classifica. Da allora sono entrato in una sorta di circolo vizioso. Sì, credo di poterlo chiamare così: un circolo vizioso. Nel caso degli artisti uomini, tendo a preferire quelli che hanno un timbro vocale particolare o le band ma nelle donne non ho particolari preferenze. Ed è proprio per questo che faccio fatica ad uscire dal giro. Oggi viviamo in un epoca in cui le donne vogliono farsi sentire sempre più forte e dal mio (maschile) punto di vista ci stanno riuscendo particolarmente bene nel mondo della musica. E non sono solo io a dirlo. Le artiste oggi sono un passo avanti rispetto agli uomini in quanto ad intraprendenza e coraggio anche se, in generale, faticano a trovare spazio nelle radio. Personalmente credo che nell’era di internet e dei social, sperare nelle radio per avere visibilità sia una cosa sorpassata. Penso sia una questione di principio ormai, solo per rivendicare una parità di trattamento con gli uomini. Non sono un maschilista, la mia musica e questo blog sono lì a dimostrarlo e non posso definirmi femminista in quanto uomo. Per me le donne nella musica, e nell’arte in generale, ci presentano un modo con occhi diversi rispetto ad un uomo. Può sembrare banale ma la penso così. La verità è quasi non mi accorgo di scegliere spesso artiste di sesso femminile. Per me non c’è nessuna differenza ma l’ago della bussola punta sempre, e per qualche motivo, in quella direzione. In definitiva, se non ci fossero state le donne, mi ritroverei con un pugno di artisti da ascoltare e forse questo blog non avrebbe avuto l’aspetto che ha ora e non avrebbe raggiunto il suo nono anno di vita.

La musica italiana. Ahi, andiamo a toccare un tasto che ha sempre tormentato le mie opinioni in fatto di musica. Perché non scrivo di musica italiana su questo blog? In realtà in passato l’ho fatto. In un post del 2016 mi sono espresso a riguardo, in seguito al festival di Sanremo di quell’anno (potete leggerlo qui Dopo festival). Il mio rapporto con la musica del Bel Paese continua ad essere conflittuale come allora e la persistente tendenza a generalizzare. Continua a vedere artisti ultra trentenni che non hanno ancora una personalità ben definita e si adattano alla moda pop del momento nel tentativo, inspiegabile, di tenersi buono un pubblico adolescenziale che nel frattempo è cresciuto (o forse no). Io che ho raggiunto i 30 anni trovo inspiegabile come si faccia ad ascoltare artisti come Emma Marrone (tanto per fare un nome) alle prese ancora con patemi d’amore tanto drammatici quanto scontati. Lo so è musica pop ma si potrebbe fare di meglio con poco. A proposito della Marrone, ho ancora impresso nella memoria una terribile versione di La sera dei miracoli di Lucio Dalla. No, non linkerò qui il video, andatevelo a cercare se volete farvi un idea di cosa trovo insopportabile nella musica italiana di oggi. Non sopporto nemmeno i cantautori/ le cantautrici di nuova generazione con la loro spocchia e sicumera. I loro giri di parole, le loro canzoni farcite di paragoni e metafore sempre uguali e fini a sé stesse. Se ascoltate bene le parole non riuscirete a trovare un qualcosa che possa darvi indicazioni di cosa stiano parlando. Sembrano fatte con lo stampino, bell’e pronte per fare citazioni sui social. Lo so, sono pigro quando si tratta di musica italiana e non mi informo abbastanza a riguardo. Chissà, magari qualcuno sa consigliarmi qualche sito o blog pieno di musica italiana interessante. Finora io ho sempre fatto fatica a trovare qualcosa di nuovo da ascoltare, anche nel panorama indipendente. Qualche volta è capitato di provare un po’ di curiosità in merito ad un artista italiano ma non sono andato più in là di un paio di ascolti, sopraffatto dalla fastidiosa sensazione di presunzione che mi trasmettevano. Per favore niente italiani che cantano in inglese! Non avrebbe senso per me che sto cercando di scoprire un certo feeling con la musica italiana e poi, diciamolo, per un italiano cantare in inglese è un ammissione di inferiorità e debolezza nel mercato internazionale. La nostra lingua è musicale e ha un bel suono ma da anni ci ostiniamo a scimmiottare americani ed inglesi perdendo la nostra identità. A pagarne le conseguenze sono sopratutto i cantautori, una volta il nostro vanto ma che oggi sono imbarazzanti per come non riescono a trarre ispirazione dai loro più illustri predecessori. Proposito per l’anno nuovo: trovare uno o più artisti italiani da aggiungere alla mia collezione che oggi vede solo Elio e le Storie Tese e Samuele Bersani.

La musica oggi. Ho letto che passati i 30 anni si tende ad essere nostalgici in fatto di musica. In pratica schifiamo tutto ciò che è nuovo. Sarà vero? Ve lo saprò dire presto. Intanto io continuo ad ascoltare cosa c’è in giro, cosa riempie le classifiche. Posso dire che trovo spaventoso l’appiattimento musicale che percepisco? A me sembrano tutte uguali queste pop star. La musica e i temi si ripetono, come un’invasione di cloni. Il rock è morto si sa, schiacciato proprio da tutto questo rap, hip hop, trap, r’n’b e derivati. Nel corso degli anni ’90 e i primi del duemila nutrivo una certa simpatia per la musica rap. Era qualcosa di nuovo, in controtendenza con il pop commerciale di quegli anni, una rivoluzione. Sporco, cattivo e acuto. Poi è diventato un genere per fighetti ricchi che si vantavano di esserlo alla faccia tua. Gente del ghetto, tutt’altro che simpatica. Anche in Italia, da sempre in ritardo sotto questo aspetto, vanta degli esponenti di riguardo che ancora oggi provano, invano, a mantenere un po’ di credibilità. E da lì in poi secondo me è iniziata la veloce decadenza della musica commerciale. Non c’è stato spazio per nient’altro e ancora oggi ne paghiamo le conseguenze. Ma si tratta di mode e di gusti e va bene così, vanno e vengono. Ciò che mi preoccupa di più è che spesso i testi ma ancora di più i video sono espliciti sotto ogni aspetto. Droga e sesso infarciscono ogni secondo di queste canzoni che spesso sono indirizzate ad un pubblico giovane. Non dico che dovrebbero parlare di campi di fiori ma se dovete proprio parlare di droga e sesso fate almeno lo sforzo di celarlo tra le righe e lasciare che sia l’ascoltatore a trarre le sue conclusioni! L’ha fatto per tanto tempo la musica rock ed ha funzionato a meraviglia. Invece no, ve lo sbattono in faccia chiaro e tondo per evitare dubbi o forse perché i loro ascoltatori (e perfino loro stessi) farebbero fatica a comprendere frasi sibilline. Qualche tempo fa era nata una polemica riguardo ad un video di Ariana Grande, e in generale alla sua immagine. A miei tempi il massimo che vedevi su MTV era Britney Spears in una tutina rossa aderente o vestita da scolaretta, oppure Shakira che si rotolava nel fango. Oggi si va oltre tutto questo. La parola d’ordine è “esplicito”. Tutto deve essere esplicito per non far lavorare troppo di fantasia i nostri ragazzi, in nome della libertà d’espressione ed di un’emancipazione sulla quale l’industria discografica ci sta marciando da anni. Ciò che mi sorprende più di tutto è che le donne tendono a difendere artiste come Ariana Grande o Miley Cyrus. Davvero le donne di sentono rappresentate da tutto questo? Non sono forse gli uomini a desiderarlo, sfruttando il corpo delle donne come oggetto? Oggi la musica sembra in mano ai ragazzini e ai loro pruriti, tutto il resto è nascosto e passa quasi inosservato. La situazione si è ribaltata, ciò che prima era confinato nei ghetti oggi è sotto le luci della ribalta, da spremere finché ce ne, il resto è stato confinato a musica per sfigati, vecchi e nostalgici che nel loro ghetto difendono la loro musica da cattive influenze.

Ne avrei da scrivere ancora ma per il momento mi fermo qui. Non vorrei apparire polemico, perché non voglio esserlo. Ognuno è libero di ascoltare la musica che vuole e, credetemi, sono il primo a sostenere che ogni genere ha la sua dignità di esistere. Ci sono generi fatti per ballare, divertire, altri per emozionare, innamorarsi, per diffondere un messaggio. Per quanto riguarda la qualità, quella è soggettiva secondo me ed è una battaglia destinata a non avere vincitori. Ciò che più mi spaventa e non mi piace è il vuoto, l’assenza di uno scopo. Quale futuro ci aspetta?

Non mi giudicate – 2019

Un altro anno è passato e sono qui per fare il punto su quanto di meglio è passato per le pagine di questo blog. Ogni anno è sempre più difficile fare delle scelte ma è bello poter passare in rassegna i dischi ascoltati e i libri letti. Ecco qui sotto, le mie scelte. Chi è rimasto fuori lo potete trovare comunque qui 2019. Ho aggiunto una nuova categoria per gli album esclusivamente strumentali, che quest’anno si sono aggiunti alla mia collezione.

  • Most Valuable Player: Rachel Sermanni
    Con il nuovo So It Turns questa cantautrice scozzese ritrova ispirazione e cresce sotto ogni aspetto, come artista, come donna e soprattutto come madre. Un ritorno che mi è piaciuto molto, nel quale ho ritrovato un’amica.
    Rachel Sermanni – What Can I Do
  • Most Valuable Album: Designer
    Fin dal primo ascolto non ho esitato a definire Designer come l’album dell’anno. Aldous Harding raggiunge la perfezione nell’equilibrio tra il suo folk acustico dell’esordio e l’astrattismo moderno. Consigliatissimo.
    Aldous Harding – Zoo Eyes
  • Best Pop Album: Norman Fucking Rockwell
    Lana Del Rey non sbaglia un colpo e non vuole fare la pop star. Sempre più lontana dall’apparire come una femme fatale, questo album racchiude uno spirito poetico trapiantato in un presente decadente e alla deriva.
    Lana Del Rey – Fuck it I love you / The greatest
  • Best Folk Album: Enclosure
    Le sorelle Hazel e Emily Askew realizzano un album che attraverso brani tradizionali lancia un messaggio attuale. Attraverso un accompagnamento musicale essenziale e la voce di Hazel, le Askew Sisters ci fanno riflettere.
    The Askew Sisters – Goose & Common
  • Best Country Album: The Highwomen
    Il supergruppo con Amanda Shires, Natalie Hemby, Maren Morris e Brandi Carlile sia aggiudica il premio con un mix di canzoni dall’anima country ispirata dai maestri del passato. Il tutto segnato da un’ispirazione femminista.
    The Highwomen – Redesigning Women
  • Best Singer/Songwriter Album: Lucy Rose
    Il suo No Words Left è un album difficile da affrontare. Così personale ed intimo che lascia l’ascoltatore un senso di impotenza. Lucy Rose riesce più di tutte a trasmettere sé stessa attraverso le sue canzoni.
    Lucy Rose – Treat Me Like A Woman
  • Best Instrumental Album: The Reeling
    La giovane musicista Brìghde Chaimbeul con la sua cornamusa ha incantato tutti riuscendo a mescolare tradizione e modernità. Questa ragazza nel suo piccolo sembra avere tra le mani il futuro della musica folk.
    Brìghde Chaimbeul – An Léimras / Harris Dance
  • Rookie of the Year: Jade Bird
    Come poteva essere altrimenti. Jade Bird con il suo esordio si è rivelata una delle promesse più lucenti del panorama musicale inglese e non solo. Una ragazza che punta alla sostanza e rifiuta le mode passeggere. Da non perdere.
    Jade Bird – I Get No Joy
  • Sixth Player of the Year: Emily Mae Winters
    Premio dedicato alla sorpresa dell’anno. In realtà il talento di questa cantautrice inglese era già emerso fin dal suo esordio folk, a sorprendere invece, è la sua scelta di virare verso un sound più americano. Coraggiosa e vincente con High Romance.
    Emily Mae Winters – Wildfire
  • Defensive Player of the Year:  Janne Hea
    Questa cantautrice norvegese ritorna dopo tanti anni con Lost In Time e lo fa riproponendo la sua formula vincente: semplicità, sincerità e poesia. Ho ritrovato un’artista che ho ascoltato per anni, in attesa di questo ritorno.
    Janne Hea – Lost In Time
  • Most Improved Player: Joseph
    Le sorelle Closner con il loro Good Luck, Kid brillano per energia e affiatamento. Un album pop curato nei dettagli che oscilla tra passato e presente, portando le Joseph ad un livello superiore rispetto a questo fatto sentire finora.
    Joseph – Green Eyes
  • Throwback Album of the Year: Savage On The Downhill
    Ho inseguito questo album della cantautrice americana Amber Cross per anni. Non mi ha deluso. Per niente. Tanta buona musica country folk, diretta e sincera. La voce della Cross è unica e non vedo l’ora di ascoltare qualcosa di nuovo da lei.
    Amber Cross – Trinity Gold Mine
  • Earworm of the Year: Benefeciary
    Il ritorno della band canadese dei Wintersleep con In The Land Of è un davvero un bel album. Ogni singola nota è ispirata dall’amore per il nostro pianeta. Questa canzone in particolare ci ricorda che siamo beneficiari di un genocidio.
    Wintersleep – Beneficiary
  • Best Extended Play: Big Blue
    Bess Atwell ritorna con un EP che rinfresca il suo sound in attesa di un nuovo album che spero arrivi presto. Questa cantautrice inglese conferma con questo disco tutto il suo talento e la sua voce unica.
    Bess Atwell – Swimming Pool
  • Most Valuable Book: Infinite Jest
    Non ci poteva essere che Infinite Jest come libro dell’anno. Il capolavoro di David Foster Wallace ancora oggi, a distanza di mesi, mi ritorna in mente con le sue storie assurde, tristi e tragicomiche.

collage

Ancora un altro libro

Mi ero ripromesso, all’inizio dell’anno, di scrivere di più riguardo ai libri letti. In parte ho mantenuto la promessa ma prima che finisca questo 2019 vi consiglierò ancora qualche libro. Prima di addentrarmi nei dettagli di alcuni libri in particolare vi consiglio le divertenti avventure di Tre Uomini In Barca (per non parlar del cane) di Jerome K. Jerome. Un libretto carico di scene comiche e a volte paradossali, in bilico tra fantasia e realtà, che vede protagonisti tre amici in gita sul Tamigi con il cane Montmorency. Scritto nel 1889, strappa ancora qualche sorriso e anche qualcosa di più. Il suo seguito Tre Uomini a Zonzo ambientato in Germania è meno comico ma è incredibilmente profetico sulla diffusione della lingua inglese e l’avvento di Hitler, oltre ad essere infarcito di contraddizioni e assurdità del popolo tedesco. Se vi piacciono i libri più seri, vi consiglio Altai del collettivo Wu Ming, romanzo storico che fa da seguito (o quasi) di Q, che ho letto tempo fa. Meno complesso e più lineare del predecessore è comunque un buon romanzo, ben scritto e pensato.

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Scegliere cosa leggere nella sconfinata bibliografia di Stephen King, era un problema che non volevo più affrontare. Perciò non mi restava altro che procedere in ordine cronologico. Avendo già letto Carrie (1974) e i successivi Shining (1977) e L’ombra dello scorpione (1978) mi restava solo Le notti di Salem (1975), per completare i suoi primi quattro libri. Sapevo già di dover affrontare una storia di vampiri e che avrei incontrato padre Donald Callahan, protagonista di alcuni episodi della Torre Nera. Le intenzioni del giovane King erano quelle di scrivere un libro che fosse una pietra miliare dei libri dei vampiri e dell’horror in genere. Lo stesso King ammetterà di essere stato un po’ presuntuoso ma Le notti di Salem resta comunque un eccezionale esempio del suo talento. Questo romanzo ha contribuito in modo significativo a etichettarlo come il “re del’horror”, definizione che gli è sempre andata stretta ma che non ha mai rifiutato.
L’idea alla base del romanzo è semplice, come nella maggior parte dei romanzi di King: un vampiro decide di stabilirsi nella sonnolenta cittadina di Jerusalem’s Lot nel Maine, scegliendo una casa nota per la sua cattiva reputazione. Il resto lo potete immaginare, tutti sappiamo cosa fanno i vampiri ma ciò che sorprende di questo libro è il contesto nel quale si svolgono i fatti. Il male, rappresentato dal vampiro Kurt Barlow, si muove senza sosta nella quotidianità delle notti di Salem’s Lot. Durante il giorno solo pochi cittadini notano che qualcosa sta succedendo ma fingono di non vedere (anticipando il sentimento della città di Derry in It). Lo scrittore Ben Mears, torna a Sales’s Lot, dopo averla lasciata da bambino e più di tutti nota le terribili azioni dello straniero Barlow e del suo aiutante R.T. Straker. Troverà la collaborazione del professore Matt Burke e l’appoggio di Susan Norton, una giovane ragazza che Ben ha conosciuto proprio a Salem’s Lot. Si aggiungerà ben presto alla compagnia anche Mark Petrie, un ragazzino senza paura, appassionato di mostri e vampiri. La lotta contro Barlow risulterà subito impari e King si rivela spietato e senza nessun rispetto per il lettore, soprattutto per quello che si affeziona facilmente ai personaggi.
Nonostante si noti un King un po’ acerbo sotto alcuni aspetti, si può già apprezzare la sua capacità nel dettagliare e dare profondità ai personaggi secondari (o perfino semplici comparse). Praticamente ognuno di essi ha nome e cognome, un lavoro, un passato anche se il suo passaggio nel romanzo è molto breve. Che King si sia ispirato a Dracula di Bram Stoker è cosa nota, anzi lui stesso lo sottolinea più volte. L’impostazione stessa della trama è molto simile. L’unica differenza è che quello di Stoker era una sorta di romanzo epistolare, quello di King è in questa forma solo nel capitolo finale. Un romanzo che non si può non definire horror e quindi si discosta un po’ dalle successive produzioni del Re, meno focalizzate su mostri e sangue. Un romanzo d’azione con pochi momenti riflessivi. In definitiva Le notti di Salem è un romanzo assolutamente da non perdere per conoscere Stephen King e le sue influenze letterarie, oltre a quelle che avrà sulla successiva produzione del Re.
In seguito ho anche letto La Zona Morta (1979). Avevo visto, diversi anni fa, il film del 1983 di David Cronenberg con Christopher Walken ma del quale ricordavo davvero poco. In questo romanzo King mette da parte mostri e il suo immaginario horror per confezionare un thriller dal ritmo incalzante e dall’immancabile componente sovrannaturale. Il giovane Johnny Smith, capace di avere delle premonizioni, rimane in coma per cinque anni in seguito ad un grave incidente automobilistico. Al suo risveglio trova un mondo diverso e le sue capacità più sviluppate ed invadenti. Una serie di eventi lo porterà a decidere le sorti degli Stati Uniti d’America. Stephen King ci racconta un’istantanea di quegli anni, tra mito e realtà, di un sogno americano corrotto e, purtroppo, profetico. Un ottimo libro per chi vuole iniziare ad affrontare il mondo di King.

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Non sono un appassionato del genere fantasy. Ho letto solo Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion e Lo Hobbit e dunque la mia cultura fantasy è limitata a questo noto scrittore inglese. Ma questa estate, non ricordo come, sono incappato nella saga fantasy de La Spada della Verità. Avevo visto, diversi anni fa, la serie tv della quale, a parte una splendida Bridget Regan nella parte di Kahlan Amnell, ricordavo poco o niente. Ho saputo che la serie era tratta dai libri di Terry Gooking, un autore americano che ha praticamente scritto solo romanzi che riguardano le avventure del Cercatore e della Depositaria. Sono partito ovviamente dal primo volume della quale è composta la saga. L’edizione italiana ha attraversato una serie di pubblicazioni un po’ confuse rispetto all’originale e l’attuale è composta di undici volumi che vanno a coprire il primo arco letterario della saga. Il primo volume racchiude i primi due episodi della saga e supera le 700 pagine. Prima di intraprendere questa avventura ho cercato di informarmi un po’ a riguardo. Ho capito essere una saga più per adulti che per ragazzi, contrariamente a come accade spesso nella letteratura fantasy, e che l’autore non deve essere un gran simpaticone ed è un po’ fissato con la dottrina filosofica dell’oggettivismo. Questa ultima caratteristica è particolarmente evidente in alcuni passaggi del libro e se devo essere sincero è una visione delle cose piuttosto condivisibile. In sostanza, anche i cattivi fanno i cattivi per una buona ragione e credono di essere nel giusto tanto quanto i buoni. Ho semplificato troppo, Wikipedia saprà essere più esaustiva se vi interessa. Comunque, la Spada della Verità mi aveva convinto e pur non aspettandomi chissà quale capolavoro, ho iniziato la lettura. Soprattutto nei primi capitoli si intuisce, forse anche per colpa di una traduzione non eccezionale, che Goodking non è uno scrittore nato. Anche se la lettura è estremamente scorrevole e senza particolari momenti morti, si può trovare qualche dialogo è un po’ infantile e il protagonista Richard Chyper a volte appare un po’ troppo ingenuo. Le idee però non mancano al buon Terry, anche se qualcuno lo accusa di aver scopiazzato qua e là nella letteratura fantasy (ma chi non l’ha mai fatto dopotutto). Fin da subito il mondo di Goodkind si delinea chiaramente, le Terre dell’Ovest prive di magia da una parte e dall’altra le Terre Centrali e il D’Hara, dove imperversa la magia. I tre confini che tengono separate le terre sono in pericolo, e uno di questi è già crollato ad opera del malvagio Darken Rahl. Il giovane Richard Cypher si trova coinvolto, dal mago e amico Zedd e dalla Depositaria Kahlan Amnell, in un viaggio alla ricerca della terza scatola dell’Orden. Un oggetto che, se finisse nelle mani di Rahl, gli permetterebbe di sottomettere il mondo. Non rivelo altro sulla trama che è interessante e ben congegnata. Mi è piaciuto il fatto che Goodking non si risparmia sui particolari violenti e anche un po’ splatter, che indirizza il fantasy verso un pubblico adulto. Notevoli i capitoli nel quale Richard è prigioniero di una Mord Sith. Sono tesi e claustrofobici, oltre ad essere una chiara fantasia sadomaso dell’autore. Al di là di questo, le scene delle torture sono le più toste del romanzo. Manca però, in mezzo a tutto questo, un po’ di sano turpiloquio. I cattivi non si abbandonano mai ad espressioni volgari e anche ai protagonisti non scappa mai una mezza parolaccia (forse c’entra ancora la traduzione). Evidentemente il fantasy piace così ma, a me, ha fatto uno strano effetto. In definitiva le oltre 700 pagine del primo volume le ho divorate in poco tempo e ho passato delle ore di piacevole lettura. Leggerò sicuramente anche il secondo volume e chissà se in futuro qualche altra saga fantasy farà capolino da queste parti.

Questa volta no

Non sono solito leggere due libri alla volta ma in queste due settimane ho potuto alternare la lettura de Le notti di Salem di Stephen King con Timeline di Michael Crichton. Premesso che è il primo libro di Crichton che leggo in assoluto, questo romanzo mi ha un po’ deluso. Sono da sempre affascinato dai viaggi nel tempo oltre che dalla storia medievale perciò Timeline mi è sembrato perfetto per iniziare con questo scrittore. Avevo un vago ricordo del film omonimo tratto da questo romanzo, così vago che praticamente non ricordavo nulla. Non mi aspettavo di certo un libro di chissà quale levatura però una bella storia di fantascienza ed mistero, questo sì. Invece si è rivelato poco più di una piacevole lettura con qualche passaggio che non mi ha convinto. Partiamo dalla trama, piuttosto semplice e lineare (ed è un bene). Attenzione, ci saranno spoiler come se piovesse, vi avviso.

Una misteriosa azienda dal nome innocuo di ITC, guidata dal prepotente genio della fisica Doniger, ha messo a punto una macchina per viaggiare nel tempo, o per meglio dire, tra gli universi, sfruttando la teoria dei quanti. Il romanzo si apre con un viaggiatore nel tempo che, a causa di un errore della macchina, si ritrova in mezzo al deserto e viene soccorso da due automobilisti di passaggio dei giorni nostri. Morirà poco dopo a causa di “errori di trascrizione” che ne hanno modificato il corpo, danneggiandolo. I sospetti della dottoressa e dello sceriffo di turno, ben approfonditi all’inizio del romanzo, si rivelano del tutto inutili al fine della storia, finendo dimenticati insieme ai due personaggi, compreso il malcapitato viaggiatore.

Lo sguardo poi si sposta in Francia in un sito archeologico dove sono impegnati il Professore, Kate, Chris, Marek e Stern, tutti i principali protagonisti da qui in avanti. Insospettito da una visita della rappresentante della ITC che finanzia gli scavi, tale Kramer, il Professore decide di fare visita nei misteriosi laboratori, incontrando Doniger. I sospetti sorgono quando Kramer fa rifermenti a particolari del sito, non ancora scoperti dagli archeologi, sottolineando anche la volontà della ITC di ricostruire tutto come l’originale medievale. Durante l’assenza del Professore, il resto del team rinviene i suoi occhiali e alcuni documenti dell’epoca con la sua calligrafia in una sala appena scoperta e quindi inviolata da secoli. Un evento incomprensibile, che solo il Professore potrebbe spiegare se non fosse scomparso nel nulla.

Messo alle strette Doniger invita il team di scienziati nei suoi laboratori rivelando loro che il Professore è tornato indietro nel tempo e, non avendo più fatto ritorno, spetta a loro salvarlo con l’aiuto di due viaggiatori esperti, Gomez e Barreto. Nonostante il divieto di portare con sé armi moderne, Barreto all’insaputa di tutti porta delle bombe a mano (!?) che non esita ad usare alla prima zuffa con dei cavalieri. Il caso vuole che mentre si preparava a lanciare questa bomba, Barreto finisca dentro la macchina del tempo e torna nei laboratori ITC, insieme alla bomba. La bomba esplode e distrugge le apparecchiature del laboratorio, in particolare gli schermi d’acqua che proteggono la macchina del tempo, impedendo così ai nostri di poter rientrare nell’immediato. Ora spiegatemi perché uno dovrebbe portarsi dietro delle bombe a mano (pure vietate) per difendersi da degli uomini armati di spada. Capisco una pistola ma le bombe mi sembrano eccessive. Ma il motivo è presto detto: con i protagonisti bloccati nel medioevo è tutto più interessante. Ovviamente i tre avventurieri Kate, Chris e Marek (Gomez è morta nella zuffa e Stern ha, provvidenzialmente, preferito rimanere nei laboratori) sono ignari di tutto e danno il via ad una serie di rocamboleschi eventi. I tre hanno solo 37 ore per ritrovare il Professore e tornare nel futuro mentre Stern e Gordon, uno scienziato della ITC, lottano contro il tempo per rimettere in piedi il laboratorio.

Le scene ambientate nel medioevo sono molto belle e curate, soprattutto perché ci sono molte espressioni nelle lingue parlate ai tempi, comprese dai nostri eroi grazie a degli auricolari che permettono una traduzione istantanea. Solo Marek conosce e parla l’occitano, perché molto appassionato di quel periodo storico. Questi auricolari permettono ai tre di comunicare tra loro anche a distanza e hanno un ruolo importante, e allo stesso tempo inutile, all’interno del romanzo (spesso non funzionano bene). Nel corso della storia, in queste 37 ore, i tre si separano, si ritrovano, rischiano di morire e si feriscono un numero considerevole di volte mentre nel futuro si continua a cercare un modo di ripristinare il tutto. Ho trovato piuttosto eccessivo l’accanimento verso i tre da parte degli uomini di allora che appaiono piuttosto nervosetti (comprensibile considerando che su di loro grava un imminente attacco del nemico).

I protagonisti, sono piuttosto piatti e Crichton non approfondisce molto la loro psicologia. Basta sapere che Marek, da appassionato, si sa muovere bene nel medioevo tra tornei e usanze, ed è lui a togliere d’impaccio gli altri due dalle situazioni più pericolose. Chris è il classico studente un po’ fifone ma che sotto sotto non se la cava male. Kate è un architetto appassionata di arrampicate. Questa sua abilità viene sfruttata fin troppo nel romanzo. Insomma, ognuno è specializzato in qualcosa che torna utile a tutti.

Presto, nel gruppo si insinua il sospetto che qualcuno, alla corte del signore del luogo, sia in realtà un viaggiatore anche lui ma non ci sono, inizialmente, prove a riguardo. Viene poi smascherato grazie al fatto che costui aveva rubato l’auricolare alla defunta Gomez e alla reazione avuta ad una comunicazione tra i tre protagonisti. Bella la trovata del viaggiatore in incognito, peccato solo che non ha molto peso nella storia se non nel finale quando ormai sanno tutti chi è. Questo viaggiatore viene spedito nel passato perché i numerosi viaggi lo avevano reso pazzo a causa di grave errori di trascrizione subiti. Non so perché la scelta di intrappolarlo nel passato considerando poi che tra tutti gli antagonisti era il meno pazzo. I tre malcapitati infatti sono in balia di uomini d’arme piuttosto folli e crudeli (uno su tutti il cavaliere pazzo rinchiuso nella cappella è risibile) che tentano in tutti i modi di porre fine alle loro inutili vite. La sequenza di peripezie è lunghissima ma alla fine il Professore rientra sano e salvo nel futuro (grazie alla collaborazione tra Stern e Gordon), insieme ai suoi, eccetto Marek che si trova benone nel medioevo.

Il finale riserva una sorpresa che mi ha lasciato piuttosto perplesso. I viaggiatori di ritorno sono contrariati da tutto quello che hanno dovuto passare nel medioevo ma, come si dice in questi casi, tutto è bene quel che finisce bene. No, Crichton non ci sta e inspiegabilmente, Gordon e compagnia, spediscono l’antipatico Doniger nel passato durante l’infuriare della peste bubbonica, condannandolo di fatto a morte certa. Non ho capito tutto questo odio nei confronti di un personaggio che è stato, sì prepotente ed egoista ma il suo ruolo non ha intralciato più di tanto le vicende dei protagonisti. Vero, lui li ha mandati nel passato ma a loro rischio e pericolo (tant’è vero che Stern si è rifiutato di partire). Era giusta una punizione per la sua condotta dell’operazione ma farlo morire di peste è una fine troppo crudele per il personaggio.

In definitiva Timeline è un romanzo molto curato negli aspetti tecnici (teoria quantistica e storia medievale) ma un po’ carente nella trama e nei personaggi. La trovata della bomba è troppo costruita per essere minimamente presa sul serio e il finale pestifero è poco condivisibile. I tre viaggiatori in 37 ore se la vedono brutta troppe volte, massacrati in ogni modo ed incredibilmente chi ci lascia le penne sono gli unici due viaggiatori esperti ed addestrati (sopravvivono pochi minuti). Lo stile di Crichton, veloce e pulito, tiene incollato il lettore senza annoiare ma è troppo cinematografico per i miei gusti. Non so se leggerò altro di questo autore (ho in lista Congo e naturalmente Jurassic Park) ma spero di non essere l’unico ad esserne rimasto deluso.

Allora, ragazzo, che ti è successo?

Ho impiegato quattro mesi per finire questo libro ma ne è valsa la pena. Infinite Jest è un romanzo del 1996 di David Foster Wallace e la sua caratteristica per cui è famoso è che è parecchio lungo e ricco di note. Ma soprattutto è considerato il capolavoro dell’autore americano morto suicida nel 2008. Non voglio e non posso fare una disamina dei temi trattati in questo libro ma vorrei solamente convincervi a leggerlo, se non l’avete ancora fatto, e allo stesso tempo avvisarvi di quello che ci troverete dentro.

Da dove posso cominciare? Partirei dal titolo del libro, Infinite Jest, che è il titolo di un film del regista James O. Incandenza padre di uno dei principali protagonisti, Hal Incandenza appunto. Chiunque lo guardi non riesce più a smettere di vederlo, diventando di fatto dipendente da esso fino alla morte. Il romanzo è ambientato in un futuro di poco successivo agli anni ’90 ma nel quale gli anni perdono la loro numerazione e sono sponsorizzati. La maggior parte delle vicende si svolge nell’Anno del Pannolone per Adulti Depend e vede numerosi protagonisti che si alternano guadagnandosi ciascuno il proprio spazio. La città che ospita i due luoghi principali, la Ennet House e la Enfield Tennis Academy (ETA), è quella di Boston, Massachusetts. La Ennet House è una casa di recupero per tossicodipendenti ed è poco lontana dall’ETA, accademia di tennis fondata proprio dal regista J.O. Incandenza¹. Hal è il personaggio intorno al quale si svolgono le vicende all’interno dell’accademia caratterizzata da una disciplina piuttosto rigida che non contempla gli insuccessi. L’altro personaggio principale è Don Gately, ex rapinatore dipendente dagli antidolorifici, residente e consigliere della Ennet House. Un omone fondamentalmente buono al quale è facile affezionarsi. Alla Ennet entra anche Joelle Van Dyne, conosciuta con il suo nome d’arte Madame Psychosis e nota anche come la Più Bella Ragazza Di Tutti i Tempi all’interno del romanzo. Non dico altro su di lei per non rovinarvi il piacere della lettura². Non posso citare qui, per lo stesso motivo, tutti i coloriti personaggi che popolano la casa di recupero e le loro storie.

Questi due mondi apparentemente opposti sono in realtà molto vicini (non solo fisicamente). Entrambi nascondo storie tristi e esperienze dalla dipendenza, non solo da sostanze ma anche dal successo. I numerosi personaggi che si affacciano in questo libro sono divisi in queste due parti ma andando avanti nella lettura alcuni di essi finiscono per toccarsi, intrecciando le loro storie e definendo un quadro generale sempre più chiaro. Ma non illudetevi troppo. Tutto questo non porterà da nessuna parte. Ad un certo punto troverete la parole FINE che chiude tutto senza ulteriori spiegazioni e i suoi personaggi vi mancheranno da morire, credetemi.

David Foster Wallace ha scritto Infinite Jest con l’intento di fare un romanzo triste. Il risultato è più vicino al tragicomico. In realtà l’impressionante talento di scrittore di Wallace gli permette di cambiare registro (triste, comico, satirico, sensibile, volgare) nel giro di poche righe. Vi ritroverete a sorridere per un episodio divertente per poi rimanere anche disgustati per alcuni passaggi piuttosto forti. Wallace non risparmia storie di abusi, violenza e ovviamente tossico dipendenza, prevedendo in modo lucido e impressionante la diffusione delle droghe pesanti tra gli adolescenti. Sempre con una maniacale ricerca del dettaglio, senza mai risultare noioso o ripetitivo. Altra previsione ancora più esplicativa del genio di Wallace è la diffusione dei video di intrattenimento ben prima dell’avvento di YouTube e dello streaming. I protagonisti posso scegliere quando e cosa vedere. I video, spesso brevi, sono disponibili su cassetta e conducono alla fine della televisione degli anni avanti sponsorizzazione (A.s. nel libro). Wallace si chiede se davvero questa forma di intrattenimento che lascia libera scelta sia la cosa migliore per lo spettatore, che finisce per non vedere altro che cose simili una con l’altra, alimentando così una sorta di dipendenza. Il romanzo stesso mette alla prova il concetto di intrattenimento. Tante storie, personaggi, intrecci ed argomenti, che fanno crescere la tensione della narrazione ma che non giungono mai ad una vera conclusione. Può essere frustrante leggere Infinite Jest, davvero.

Si potrebbero scrivere pagine e pagine riguardo agli argomenti trattati in Infinite Jest e delle decine di personaggi e delle loro storie ma nulla è paragonabile alla lettura di questo romanzo. Ognuno di noi si riconoscerà in almeno uno dei suoi protagonisti e apprezzerà l’incredibile abilità di Wallace nel creare situazioni e sensazioni. Se qualcuno mi dovesse chiedere con quale persona scomparsa mi piacerebbe fare una chiacchierata, David Foster Wallace sarebbe in cima alla lista. Oggi avrebbe 57 anni e sono sicuro averebbe una visione della società di oggi molto più chiara di noi. Trovate molte sue interviste in rete e leggerle oggi fa davvero un certo effetto notare come fosse in anticipo sui tempi. Un vero genio della letteratura che ha realizzato con Infinite Jest una delle opere più complesse e allo stesso tempo cult del secolo scorso³.

1. Dovrete abituarvi alle abbreviazioni, acronimi e soprannomi (e alle note come questa). Ce ne sono tanti. Ad esempio la famiglia Incandenza, composta dalla madre Avril (detta la Mami), i suoi figli Hal, Orin e Mario, si riferiscono al padre James O. Incandenza come Lui In Persona o La Cicogna Triste. Lo stesso film Infinite Jest compare nel romanzo come l’Intrattenimento o samizdat.
2. Sappiate solo che va in giro con un velo che le copre il volto. Non è chiaro se è perché è troppo bella (e questo potrebbe causare qualche problema in chi la guarda) o perché un tempo era bella e poi è rimasta sfigurata. Resta uno dei tanti misteri del romanzo.
3. Siccome questo è un blog dove si legge principalmente di musica, c’è il video della canzone dei The Decemberists intitolata Calamity Song che riproduce la partita di Eschaton (una sorta di risiko molto complesso giocato sui campi da tennis) che ha un ruolo centrale nelle vicende dell’ETA e di Hal. Una ricostruzione davvero molto fedele e accurata, quasi commovente.

Otto all’otto

Questo blog è giunto al suo ottavo compleanno. Permettetemi di scrivere un post per questi otto anni. Non sarà breve. In un, evidentemente, noioso sabato 8 Gennaio del 2011 ho iniziato a scrivere le prime righe, senza sapere dove sarei andato a finire. Avevo otto anni in meno di oggi e fa un certo effetto a pensarci. Quello che è successo dopo lo trovate tutto qui, per chi avesse la pazienza di leggersi anche i post più vecchi. Perdonatemi se qualcuno di questi non è un granché, e in alcuni casi non mi trovo nemmeno più d’accordo con quanto scrissi allora ma questo è, e rimarrà a testimonianza del fatto che si può cambiare idea e fare esperienza. Non ci crederete ma ho una buona memoria di quanto scritto in questi anni. A volte mi ricordo di un certo post, credendo di averlo scritto in tempi recenti, ad esempio 2-3 anni fa. Invece, si rivela essere un articolo risalente addirittura a 6-7 anni fa. Eppure era così ben impresso nella memoria da considerarlo molto più recente. Se penso a quanto ho scritto in tutti questi anni mi vengono in mente tanti ricordi. Mi capita di rileggere qualche vecchio post e rivedo me stesso che scrivevo, i miei pensieri e le opinioni di allora. Qualche volta ne vado fiero, qualche altra un po’ meno. Rispetto ai primi due anni, nei quali scrivevo per lo più pensieri sparsi, la linea di questo blog è cambiata parecchio. Chissà magari troverò un po’ di spazio per scrivere ancora qualcosa in libertà come sto facendo oggi. Ci proverò ma non aspettatevi nulla.

Otto anni. A pensarci bene otto anni non sono pochi, affatto. Otto anni nei quali non ho mai mollato. Otto anni nei quali ho visto blogger molti volenterosi “morire” nel tentativo di pubblicare un post al giorno, anche piuttosto ben scritti ed articolati devo ammettere, per poi rendersi conto che non è una cosa che puoi fare a lungo se fai altro nella vita, come studiare o lavorare. A meno che il blog non diventi il tuo lavoro. Non è il mio caso e non voglio nemmeno che diventi un impegno, anche se a volte, non lo nego, mi ha portato via del tempo che avrei potuto spendere in altro modo. Sottolineo, che “avrei potuto” e non che “avrei voluto”. Non è una differenza da poco. Il blog rischia di diventare la tua ossessione, mangiarsi il tuo tempo libero, trascinandosi dietro gli effetti collaterali dei social network. Like, followers e numero di visite potrebbero diventare poco a poco sempre più importanti e portarti via sempre più tempo. Se ti va bene così, sono contento per te e ti auguro di avere successo. Altrimenti puoi scegliere una strada più tranquilla e fregartene di tutte queste cose e prendere i like, i followers e il numero di visite come un riconoscimento per aver fatto leggere o ascoltare qualcosa che a qualcun altro, oltre che a te, è piaciuta. Credo di non averlo mai fatto finora ma vorrei ringraziare, nel più banale dei modi, tutti quelli che mi leggono, italiani e non. Ringrazio anche chi mette like e segue solo perché vuole essere seguito e avere un like a sua volta. Questa è una cosa che io non faccio mai ma capisco che funziona e forse sono io ha non averla sfruttata abbastanza.

In otto anni è passata da queste parti tanta musica ma non tutta per la verità. A volte capita che un album non mi abbia entusiasmato troppo o semplicemente non avevo molto da scrivere a riguardo nonostante mi sia piaciuto, anche parecchio in alcuni casi. In un primo momento questa mi sembrava una buona occasione per citarne alcuni di essi, dei quali non ho mai scritto e quasi sicuramente non lo farò in futuro. Ma poi ho pensato: perché farlo dopotutto? Per quale motivo elencarvi nomi di artisti e album dei quali, perfino io faccio fatica a citarvi una canzone? Per lo stesso motivo per il quale non faccio recensioni negative. Questo blog è qui per consigliare e non giudicare. Perciò sarà chi legge a storcere il naso eventualmente. A volte mi scappa qualche recensione tiepida, altre volte meno, ma cerco sempre di trovare il buono in ogni album o perlomeno di comprendere le motivazioni che stanno dietro le scelte di un artista. Quindi niente nomi.

Cosa aspettarsi per il futuro? Il solito, mi verrebbe da dire ma non è esattamente così. Dallo scorso settembre ho deciso di istituire una giornata particolare che si ripeterà quattro volte l’anno, l’ultimo sabato del mese. Mi sono reso conto solo in secondo momento che in pratica questo giorno coincide con il cambio di stagione (sic). Mi sono dato la possibilità di anticiparlo o posticiparlo di una settimana e di considerarlo perso se vado fuori tempo massimo. In tale giorno, acquisto cinque album il più possibile di generi musicali diversi tra loro. Lo faccio perché mi rendo conto a volte di essere un po’ ripetitivo e la mia curiosità ad esplorare un certo genere musicale mi trattiene dal provare qualcosa di diverso. E poi perché gli album che ho in (non so quante) wishlist sparse ovunque, stanno crescendo a vista d’occhio ed è bene che cominci a toglierne qualcuno. In questo giorno, dunque, mi auto-obbligo a scegliere cinque album senza fare troppo il difficile su quello che posso trovarci dentro. Un album deve rientrare nella categoria folk e simili, un altro in quella country o americana e simili. E fin qui tutto facile, ho solo l’imbarazzo della scelta. Poi il terzo possibilmente pop o rock, ed un quarto blues, jazz o simili. Questi ultimi due per me sono più difficili da scegliere e pesco un po’ alla cieca. Il quinto lo tengo come jolly, purché sia diverso dai precedenti quattro. L’importante è che siano tutti e cinque album, niente EP o cose del genere e che siano stati pubblicati in tempi recenti (questo è più forte di me, posso farci poco o nulla). Ho già sperimentato questa novità dei cinque album in due occasioni e devo dire che sta funzionando alla grande. Saranno in tutto 20 album all’anno in più che si vanno ad aggiungere a quelli che entreranno a far parte della mia collezione in tempi di normale amministrazione. Quindi in futuro, in questo blog potreste veder comparire qualche recensione di album che non rientrerà nei soliti generi che vado a coprire. Sono sicuro che sarà divertente per me quanto per voi ascoltare qualcosa di diverso ogni tanto.

E poi c’è sempre la questione dei libri. Non riesco più come un tempo ad incastrare post di musica e di libri come facevo una volta, pur rimanendo un lettore regolare. Se ci deve essere un buon proposito per l’anno nuovo, ecco, sarebbe quello di scrivere più spesso di romanzi. Devo anche ammettere che con la recensione di un libro si va abbastanza sul sicuro qui su WordPress. Sono molti i blog che seguo dove si possono leggere recensioni interessanti che, spesso e volentieri, mi aiutano quando sono alla ricerca si qualcosa di nuovo. Le grande quantità di blog che recensiscono libri però mi invoglia sempre di più a scrivere di altro (musica) per muovere l’interesse del lettore verso qualcosa che non siano libri o film. Ecco appunto, il cinema. Lo scorso anno ho fatto un post su qualche film che avevo visto e che mi sono sentito di consigliare. Forse la formula che ho usato in quell’occasione (poche righe per ogni titolo) potrebbe funzionare anche per i libri. In realtà l’ho già fatto in passato ma era solo per tamponare le mancanze letterarie del blog, l’idea è di farlo più regolarmente. Lo stesso vale per i film che sono altrettanto ben coperti dai blogger di questa piattaforma. Il fatto di scrivere di più di libri e cinema non è una promessa, è un buon proposito appunto. Si sa poi dove vanno a finire i buoni propositi.

Ok, credo di aver scritto abbastanza per questa volta e se qualcuno ha avuto la costanza di leggersi tutto il post, mi congratulo con lui. Non è una cosa scontata di questi tempi ma credetemi scrivo più di quanto parlo. Tipico di chi parla poco come me. Otto anni a scrivere, spero non sempre completamente a vanvera, ne sono la dimostrazione.

Quarantadue

I miei post riguardanti le mie letture sono andati sempre più diminuendo su questo blog. Un po’ perché tendo dare priorità alla musica e un po’ anche perché non sono un avido divoratore di libri. Mi piace leggere la mattina in treno, qualche volta la sera e cerco di farlo regolarmente. Approfittando di un periodo in cui ci sono poche nuove uscite musicali è giunto il momento di fare un breve riassunto di quanto letto negli ultimi mesi. E anticipare i titoli giù pronti sulla mia libreria.

Parto dalla Storia di re Artù e dei suoi cavalieri di Thomas Malory. Pubblicato intorno al 1470 è un tentativo del misterioso Malory di riunire, in forma di unico romanzo, tutte le storie e le avventure dei cavalieri della tavola rotonda e del loro re, Artù. Malory prova a mettere tutto in un ordine cronologico credibile, cercando così di sostenere la veridicità storica dell’esistenza del noto re. Storia di re Artù e dei suoi cavalieri risulta, soprattutto in lingua originale, molto ripetitivo e pesante. La nuova traduzione italiana prova a rendere più scorrevole il racconto ma non snatura la sostanza dello scritto di Malory. Un libro ricco di fascino ma nel quale si possono incontrare alcune difficoltà di lettura. Non per tutti ma chi ha l’ardore di affrontare le sue pagine scoprirà tutto quello che c’è da sapere su Sir Lancillotto, Sir Pasifal, Sir Tristano e Isotta, Sir Galahad e tutti i cavalieri alla corte di re Artù e la regina Ginevra.

Ho continuato poi con Q il primo romanzo del collettivo di scrittori italiani denominato Wu Ming. Allora il romanzo fu pubblicato sotto lo pseudonimo di Luther Blissett che raccoglie un più ampio numero di artisti. Si tratta di un romanzo storico ambientato durante gli anni che seguirono la pubblicazioni delle novantacinque tesi di Martin Lutero. Da una parte troviamo il protagonista senza nome (o dai molti nomi), un eretico in fuga per l’Europa e dall’altra il suo nemico, la spia della Chiesa che si fa chiamare Q. Dopo una prima parte in cui i due protagonisti operano l’uno all’insaputa dell’altro, il romanzo decolla quando le due figure si scoprono nemici. Q è un romanzo che ti tiene incollato pagina dopo pagina, nel quale si respira l’aria pesante di quegli anni spesso dimenticati ma dei quali ancora oggi ne vediamo le conseguenze. Consigliato a chi vuole leggere qualcosa di impegnato ma allo stesso tempo svagarsi in questo gioco pericoloso tra il fuggitivo e la spia.

Dopo questi due libri era giunto il momento si svagarsi un po’. Ci voleva qualcosa di divertente, assurdo, fantastico. Potrete trovare tutto questo sotto un unico titolo: Guida Galattica per Autostoppisti. In particolare l’edizione che unifica la trilogia in cinque parti (!) scritta di Douglas Adams e rimasta incompiuta a causa della sua prematura scomparsa. Le avventure del terrestre Arthur Dent e dell’alieno Ford Prefect sono le cose più divertenti che abbia mai letto. Spesso, anzi sempre, fuori da ogni logica o ordine cronologico. L’universo là fuori è grande, grandissimo, oltre ogni comprensione e può succedere di tutto. Perfino che la Terra venga distrutta (o forse no). Ci sono momenti in cui vi ritroverete a ridere da soli e altri in cui rimarrete perplessi per le assurdità che ci sono scritte (ma tutte rigorosamente e scientificamente giustificate). Anche se la fantascienza non vi appassiona è un libro da leggere anche solo per scoprire la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto.

In questi giorni sto leggendo Il Silmarillion di J.R.R. Tolkien chiudendo così il cerchio dopo Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit. Lettura affatto leggera ma di un fascino indescrivibile. Prossime letture: La fattoria degli animali di George Orwell e Dolores Claiborne di Stephen King. Con una certa curiosità ho acquistato anche Imprimatur, primo romanzo della coppia italiano Monaldi e Storti. Infine un’altra raccolta di racconti della bravissima Daphne Du Maurier. Insomma, ho ancora molto da leggere, avventure da affrontare, luoghi da visitare e personaggi da conoscere.

Non mi giudicate – 2017

L’ultimo giorno è arrivato e come sono solito fare da tre anni, pubblico una lista dei migliori album di questo 2017 appena finito. Se devo essere sincero, questa volta ho fatto davvero fatica a scegliere. Non perché è stato un anno povero di buona musica, al contrario, ho dovuto “sacrificare” qualcuno che ha comunque trovato spazio per una menzione d’onore dopo gli album e gli artisti premiati. Per chi volesse avere una panoramica più completa di tutti i nuovi album che ho ascoltato quest’anno può trovarli tutti qui: 2017. In realtà, ci sono altri album che non hanno avuto spazio su questo blog, forse lo troveranno in futuro o forse no.

  • Most Valuable Player: Amy Macdonald
    Lasciatemi cominciare con il ritorno di Amy Macdonald e il suo nuovo Under Stars a cinque anni di distanza dall’ultimo album. Un ritorno che attendevo da tempo e non poteva mancare in questa rassegna di fine anno. Bentornata.
    Amy Macdonald – Down By The Water
  • Most Valuable Album: Semper Femina
    Laura Marling è sempre Laura Marling. Il suo Semper Femina è la dimostrazione che la Marling non può sbagliare, è più forte di lei. Ogni due anni lei ritorna e ci fa sentire di cosa è capace. Inimitabile.
    Laura Marling – Nouel
  • Best Pop Album: Lust For Life
    Non passano molti album pop da queste parti ma ogni volta che c’è Lana Del Rey non posso tirarmi indietro. Lust For Life è uno dei migliori della Del Rey che è riuscita a non cadere nella tentazione di essere una qualunque pop star. Stregata.
    Lana Del Rey – White Mustang
  • Best Folk Album: The Fairest Flower of Womankind
    La bravura di Lindsay Straw e la sua ricerca per questa sorta di concept album sono eccezionali. Un album folk nel vero senso del termine che mi ha fatto avvicinare come non mai alla canzone tradizionale d’oltre Manica. Appassionante.
    Lindsay Straw – Maid on the Shore
  • Best Country Album: All American Made
    Il secondo album di Margo Price la riconferma come una delle migliori cantautrici country in circolazione con uno stile inconfondibile. Non mancano le tematiche impegnate oltre alle storie di vita americana. Imperdibile.
    Margo Price – A Little Pain
  • Best Singer/Songwriter Album: The Weather Station
    Determinato e convincete il ritorno di Tamara Lindeman, sempre più a sua agio lontano delle sonorità folk. Il suo album omonimo è un flusso di coscienza ininterrotto nel quale viene a galla tutta la sua personalità. Profondo.
    The Weather Station – Kept It All to Myself
  • Rookie of the Year: Colter Wall
    Scelta difficilissima quest’anno. Voglio puntare sulla voce incredibile del giovane Colter Wall. Le sue ballate country tristi e nostalgiche sono da brividi. Serve solo un’ulteriore conferma e poi è fatta. Irreale.
    Colter Wall – Me and Big Dave
  • Sixth Man of the Year: Jeffrey Martin
    Forse la sorpresa più piacevole di quest’anno. Questo cantautore americano sforna un album eccellente. In One Go Around ogni canzone è un piccolo gioiello, una poesia che non risparmia temi importanti. Intenso.
    Jeffrey Martin – Poor Man
  • Defensive Player of the Year:  London Grammar
    Il trio inglese ritorna in scena con una album che riconferma tutto il loro talento. Con Truth Is A Beautiful Thing non rischiano ma vanno a rafforzare la loro influenza electropop lontano dalle classifiche. Notturni.
    London Grammar – Non Believer
  • Most Improved Player: Lucy Rose
    Con il suo nuovo Something’s Changing la cantautrice inglese Lucy Rose, si rialza dalle paludi in un insidioso pop che rischiava di andargli stretto. Un ritorno dove il cuore e le emozioni prendono il sopravvento. Sensibile.
    Lucy Rose – End Up Here
  • Throwback Album of the Year: New City Blues
    L’esordio di Aubrie Sellers è un album che ascolto sempre volentieri. Il country blues di questa figlia d’arte è orecchiabile e piacevole da ascoltare. Un’artista da tenere d’occhio il prossimo anno. Affascinante.
    Aubrie Sellers – Sit Here And Cry
  • Earworm of the Year: Church And State
    Non è stato l’anno dei ritornelli, almeno per me, ma non in questo post poteva mancare Evolutionary War, esordio di Ruby Force. La sua Church And State è una delle sue canzoni che preferisco e che mi capita spesso di canticchiare. Sorprendente.
    Ruby Force – Church and State
  • Best Extended Play: South Texas Suite
    Non potevo nemmeno escludere Whitney Rose. Il suo EP South Texas Suite ha anticipato il suo nuovo album Rule 62. Il fronte canadese del country avanza sempre di più e alla guida c’è anche lei. Brillante.
    Whitney Rose – Bluebonnets For My Baby
  • Most Valuable Book: Storia di re Artù e dei suoi cavalieri
    L’opera che raccoglie le avventure di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda mi ha fatto conoscere meglio i suoi personaggi. Scritto dal misterioso Thomas Malory e pubblicato nel 1485, questo libro è stato appassionante anche se non sempre di facile lettura.

Questi album hanno passato una “lunga” selezione ma non potevano mancare altre uscite, che ho escluso solo perché i posti erano limitati. Partendo dagli esordi folk di Emily Mae Winters (Siren Serenade), Rosie Hood (The Beautiful & The Actual) e dei Patch & The Giant (All That We Had, We Stole). Mi sento di consigliare a chi ha un’anima più country, due cantautrici come Jade Jackson (Gilded) e Jaime Wyatt (Felony Blues). Per chi preferisce un cantautorato più moderno e alternativo c’è Aldous Harding (Party). Chi invece preferisce qualcosa di più spensierato ci sono i Murder Murder (Wicked Lines & Veins). Questo 2017 è stato un album ricco di soddisfazioni e nuove scoperte. Spero che il prossimo si ancora così, se non migliore.

Buon 2018 a chi piace ascoltare musica e a chi no…

best-of-2017

Dottorini calvi

Dopo una breve pausa sono tornato a leggere un libro di Stephen King. La scelta è caduta su Insomnia consigliatomi da un collega che ha letto tutti i suoi libri. La lunga biografia di King offre un’ampia scelta e così ho voluto cercare un consiglio anche se con il Re è difficile pescare male. All’inizio ero orientato verso una raccolta di racconti ma alla fine ha vinto il romanzo. Anche in questo caso un romanzo abbastanza corposo ma al di sotto delle vette di prolissità raggiunte da King.

La storia inizia con i problemi di sonno che affronta l’anziano Ralph Roberts in seguito della morte della moglie. A questo si aggiungono anche altre preoccupazioni legate al suo amico Ed Deepneau che si dimostra violento con la moglie per motivi apparentemente folli. La privazione del sonno lo porta ad avere quelle che sembrano, almeno all’inizio, delle allucinazioni visive. Una notte vede uscire dalla porta della casa della sua vicina due ometti, da lui soprannominati dottorini calvi, con in mano uno strano paio di forbici. La successiva morte dell’anziana vicina sembra direttamente collegata alla presenza di questi due individui. Ralph si rende conto che le sue allucinazioni non sono altro che percezioni paranormali di un mondo superiore. Percepisce le aure delle persone, degli animali e delle piante, conosce la loro storia, vede il loro stato di salute. In breve scopre di essere stato scelto, insieme all’amica Lois Chasse, impedire la morte di migliaia di persone da questi personaggi che vivono in questo livello superiore fatto di auree. Tra segreti, mezze verità e paure la situazione precipita in una corsa contro il tempo.

Stephen King è alle prese con un romanzo paranormale dove il tema della morte è centrale. Non è certo la prima volta che King affronta questo tema ma riesce ogni volta a farlo con una sensibilità ed un rispetto profondi anche attraverso personaggi di fantasia. Il mondo superiore che Ralph percepisce è descritto in maniera lucida e realistica. I tre dottorni calvi, ispirati al mito delle Parche, sono personaggi misteriosi e inizialmente inquietanti. In particolare il cattivo Atropo è ben riuscito. Il romanzo è infarcito da citazioni dei romanzi della Torre Nera che è centrale nella definizione delle vicende. Essendo Derry lo sfondo della storia, non potevano mancare riferimenti ad It. Molti altri sono le citazioni che, chi non ha letto molti romanzi di King, può perdersi. Insomnia è quasi necessario per comprendere il finale della Torre Nera che può aver lasciato perplesso qualche lettore. Stephen King è geniale nel suo modo di raccontare e questa volta lo fa davvero con un ritmo serrato non privo di azione e suspense. King è un maestro nel legare i suoi romanzi l’uno con l’altro e con  Insomnia il suo universo, la sua Torre Nera, prendono forma attraverso i suoi personaggi.