Questa volta no

Non sono solito leggere due libri alla volta ma in queste due settimane ho potuto alternare la lettura de Le notti di Salem di Stephen King con Timeline di Michael Crichton. Premesso che è il primo libro di Crichton che leggo in assoluto, questo romanzo mi ha un po’ deluso. Sono da sempre affascinato dai viaggi nel tempo oltre che dalla storia medievale perciò Timeline mi è sembrato perfetto per iniziare con questo scrittore. Avevo un vago ricordo del film omonimo tratto da questo romanzo, così vago che praticamente non ricordavo nulla. Non mi aspettavo di certo un libro di chissà quale levatura però una bella storia di fantascienza ed mistero, questo sì. Invece si è rivelato poco più di una piacevole lettura con qualche passaggio che non mi ha convinto. Partiamo dalla trama, piuttosto semplice e lineare (ed è un bene). Attenzione, ci saranno spoiler come se piovesse, vi avviso.

Una misteriosa azienda dal nome innocuo di ITC, guidata dal prepotente genio della fisica Doniger, ha messo a punto una macchina per viaggiare nel tempo, o per meglio dire, tra gli universi, sfruttando la teoria dei quanti. Il romanzo si apre con un viaggiatore nel tempo che, a causa di un errore della macchina, si ritrova in mezzo al deserto e viene soccorso da due automobilisti di passaggio dei giorni nostri. Morirà poco dopo a causa di “errori di trascrizione” che ne hanno modificato il corpo, danneggiandolo. I sospetti della dottoressa e dello sceriffo di turno, ben approfonditi all’inizio del romanzo, si rivelano del tutto inutili al fine della storia, finendo dimenticati insieme ai due personaggi, compreso il malcapitato viaggiatore.

Lo sguardo poi si sposta in Francia in un sito archeologico dove sono impegnati il Professore, Kate, Chris, Marek e Stern, tutti i principali protagonisti da qui in avanti. Insospettito da una visita della rappresentante della ITC che finanzia gli scavi, tale Kramer, il Professore decide di fare visita nei misteriosi laboratori, incontrando Doniger. I sospetti sorgono quando Kramer fa rifermenti a particolari del sito, non ancora scoperti dagli archeologi, sottolineando anche la volontà della ITC di ricostruire tutto come l’originale medievale. Durante l’assenza del Professore, il resto del team rinviene i suoi occhiali e alcuni documenti dell’epoca con la sua calligrafia in una sala appena scoperta e quindi inviolata da secoli. Un evento incomprensibile, che solo il Professore potrebbe spiegare se non fosse scomparso nel nulla.

Messo alle strette Doniger invita il team di scienziati nei suoi laboratori rivelando loro che il Professore è tornato indietro nel tempo e, non avendo più fatto ritorno, spetta a loro salvarlo con l’aiuto di due viaggiatori esperti, Gomez e Barreto. Nonostante il divieto di portare con sé armi moderne, Barreto all’insaputa di tutti porta delle bombe a mano (!?) che non esita ad usare alla prima zuffa con dei cavalieri. Il caso vuole che mentre si preparava a lanciare questa bomba, Barreto finisca dentro la macchina del tempo e torna nei laboratori ITC, insieme alla bomba. La bomba esplode e distrugge le apparecchiature del laboratorio, in particolare gli schermi d’acqua che proteggono la macchina del tempo, impedendo così ai nostri di poter rientrare nell’immediato. Ora spiegatemi perché uno dovrebbe portarsi dietro delle bombe a mano (pure vietate) per difendersi da degli uomini armati di spada. Capisco una pistola ma le bombe mi sembrano eccessive. Ma il motivo è presto detto: con i protagonisti bloccati nel medioevo è tutto più interessante. Ovviamente i tre avventurieri Kate, Chris e Marek (Gomez è morta nella zuffa e Stern ha, provvidenzialmente, preferito rimanere nei laboratori) sono ignari di tutto e danno il via ad una serie di rocamboleschi eventi. I tre hanno solo 37 ore per ritrovare il Professore e tornare nel futuro mentre Stern e Gordon, uno scienziato della ITC, lottano contro il tempo per rimettere in piedi il laboratorio.

Le scene ambientate nel medioevo sono molto belle e curate, soprattutto perché ci sono molte espressioni nelle lingue parlate ai tempi, comprese dai nostri eroi grazie a degli auricolari che permettono una traduzione istantanea. Solo Marek conosce e parla l’occitano, perché molto appassionato di quel periodo storico. Questi auricolari permettono ai tre di comunicare tra loro anche a distanza e hanno un ruolo importante, e allo stesso tempo inutile, all’interno del romanzo (spesso non funzionano bene). Nel corso della storia, in queste 37 ore, i tre si separano, si ritrovano, rischiano di morire e si feriscono un numero considerevole di volte mentre nel futuro si continua a cercare un modo di ripristinare il tutto. Ho trovato piuttosto eccessivo l’accanimento verso i tre da parte degli uomini di allora che appaiono piuttosto nervosetti (comprensibile considerando che su di loro grava un imminente attacco del nemico).

I protagonisti, sono piuttosto piatti e Crichton non approfondisce molto la loro psicologia. Basta sapere che Marek, da appassionato, si sa muovere bene nel medioevo tra tornei e usanze, ed è lui a togliere d’impaccio gli altri due dalle situazioni più pericolose. Chris è il classico studente un po’ fifone ma che sotto sotto non se la cava male. Kate è un architetto appassionata di arrampicate. Questa sua abilità viene sfruttata fin troppo nel romanzo. Insomma, ognuno è specializzato in qualcosa che torna utile a tutti.

Presto, nel gruppo si insinua il sospetto che qualcuno, alla corte del signore del luogo, sia in realtà un viaggiatore anche lui ma non ci sono, inizialmente, prove a riguardo. Viene poi smascherato grazie al fatto che costui aveva rubato l’auricolare alla defunta Gomez e alla reazione avuta ad una comunicazione tra i tre protagonisti. Bella la trovata del viaggiatore in incognito, peccato solo che non ha molto peso nella storia se non nel finale quando ormai sanno tutti chi è. Questo viaggiatore viene spedito nel passato perché i numerosi viaggi lo avevano reso pazzo a causa di grave errori di trascrizione subiti. Non so perché la scelta di intrappolarlo nel passato considerando poi che tra tutti gli antagonisti era il meno pazzo. I tre malcapitati infatti sono in balia di uomini d’arme piuttosto folli e crudeli (uno su tutti il cavaliere pazzo rinchiuso nella cappella è risibile) che tentano in tutti i modi di porre fine alle loro inutili vite. La sequenza di peripezie è lunghissima ma alla fine il Professore rientra sano e salvo nel futuro (grazie alla collaborazione tra Stern e Gordon), insieme ai suoi, eccetto Marek che si trova benone nel medioevo.

Il finale riserva una sorpresa che mi ha lasciato piuttosto perplesso. I viaggiatori di ritorno sono contrariati da tutto quello che hanno dovuto passare nel medioevo ma, come si dice in questi casi, tutto è bene quel che finisce bene. No, Crichton non ci sta e inspiegabilmente, Gordon e compagnia, spediscono l’antipatico Doniger nel passato durante l’infuriare della peste bubbonica, condannandolo di fatto a morte certa. Non ho capito tutto questo odio nei confronti di un personaggio che è stato, sì prepotente ed egoista ma il suo ruolo non ha intralciato più di tanto le vicende dei protagonisti. Vero, lui li ha mandati nel passato ma a loro rischio e pericolo (tant’è vero che Stern si è rifiutato di partire). Era giusta una punizione per la sua condotta dell’operazione ma farlo morire di peste è una fine troppo crudele per il personaggio.

In definitiva Timeline è un romanzo molto curato negli aspetti tecnici (teoria quantistica e storia medievale) ma un po’ carente nella trama e nei personaggi. La trovata della bomba è troppo costruita per essere minimamente presa sul serio e il finale pestifero è poco condivisibile. I tre viaggiatori in 37 ore se la vedono brutta troppe volte, massacrati in ogni modo ed incredibilmente chi ci lascia le penne sono gli unici due viaggiatori esperti ed addestrati (sopravvivono pochi minuti). Lo stile di Crichton, veloce e pulito, tiene incollato il lettore senza annoiare ma è troppo cinematografico per i miei gusti. Non so se leggerò altro di questo autore (ho in lista Congo e naturalmente Jurassic Park) ma spero di non essere l’unico ad esserne rimasto deluso.

Allora, ragazzo, che ti è successo?

Ho impiegato quattro mesi per finire questo libro ma ne è valsa la pena. Infinite Jest è un romanzo del 1996 di David Foster Wallace e la sua caratteristica per cui è famoso è che è parecchio lungo e ricco di note. Ma soprattutto è considerato il capolavoro dell’autore americano morto suicida nel 2008. Non voglio e non posso fare una disamina dei temi trattati in questo libro ma vorrei solamente convincervi a leggerlo, se non l’avete ancora fatto, e allo stesso tempo avvisarvi di quello che ci troverete dentro.

Da dove posso cominciare? Partirei dal titolo del libro, Infinite Jest, che è il titolo di un film del regista James O. Incandenza padre di uno dei principali protagonisti, Hal Incandenza appunto. Chiunque lo guardi non riesce più a smettere di vederlo, diventando di fatto dipendente da esso fino alla morte. Il romanzo è ambientato in un futuro di poco successivo agli anni ’90 ma nel quale gli anni perdono la loro numerazione e sono sponsorizzati. La maggior parte delle vicende si svolge nell’Anno del Pannolone per Adulti Depend e vede numerosi protagonisti che si alternano guadagnandosi ciascuno il proprio spazio. La città che ospita i due luoghi principali, la Ennet House e la Enfield Tennis Academy (ETA), è quella di Boston, Massachusetts. La Ennet House è una casa di recupero per tossicodipendenti ed è poco lontana dall’ETA, accademia di tennis fondata proprio dal regista J.O. Incandenza¹. Hal è il personaggio intorno al quale si svolgono le vicende all’interno dell’accademia caratterizzata da una disciplina piuttosto rigida che non contempla gli insuccessi. L’altro personaggio principale è Don Gately, ex rapinatore dipendente dagli antidolorifici, residente e consigliere della Ennet House. Un omone fondamentalmente buono al quale è facile affezionarsi. Alla Ennet entra anche Joelle Van Dyne, conosciuta con il suo nome d’arte Madame Psychosis e nota anche come la Più Bella Ragazza Di Tutti i Tempi all’interno del romanzo. Non dico altro su di lei per non rovinarvi il piacere della lettura². Non posso citare qui, per lo stesso motivo, tutti i coloriti personaggi che popolano la casa di recupero e le loro storie.

Questi due mondi apparentemente opposti sono in realtà molto vicini (non solo fisicamente). Entrambi nascondo storie tristi e esperienze dalla dipendenza, non solo da sostanze ma anche dal successo. I numerosi personaggi che si affacciano in questo libro sono divisi in queste due parti ma andando avanti nella lettura alcuni di essi finiscono per toccarsi, intrecciando le loro storie e definendo un quadro generale sempre più chiaro. Ma non illudetevi troppo. Tutto questo non porterà da nessuna parte. Ad un certo punto troverete la parole FINE che chiude tutto senza ulteriori spiegazioni e i suoi personaggi vi mancheranno da morire, credetemi.

David Foster Wallace ha scritto Infinite Jest con l’intento di fare un romanzo triste. Il risultato è più vicino al tragicomico. In realtà l’impressionante talento di scrittore di Wallace gli permette di cambiare registro (triste, comico, satirico, sensibile, volgare) nel giro di poche righe. Vi ritroverete a sorridere per un episodio divertente per poi rimanere anche disgustati per alcuni passaggi piuttosto forti. Wallace non risparmia storie di abusi, violenza e ovviamente tossico dipendenza, prevedendo in modo lucido e impressionante la diffusione delle droghe pesanti tra gli adolescenti. Sempre con una maniacale ricerca del dettaglio, senza mai risultare noioso o ripetitivo. Altra previsione ancora più esplicativa del genio di Wallace è la diffusione dei video di intrattenimento ben prima dell’avvento di YouTube e dello streaming. I protagonisti posso scegliere quando e cosa vedere. I video, spesso brevi, sono disponibili su cassetta e conducono alla fine della televisione degli anni avanti sponsorizzazione (A.s. nel libro). Wallace si chiede se davvero questa forma di intrattenimento che lascia libera scelta sia la cosa migliore per lo spettatore, che finisce per non vedere altro che cose simili una con l’altra, alimentando così una sorta di dipendenza. Il romanzo stesso mette alla prova il concetto di intrattenimento. Tante storie, personaggi, intrecci ed argomenti, che fanno crescere la tensione della narrazione ma che non giungono mai ad una vera conclusione. Può essere frustrante leggere Infinite Jest, davvero.

Si potrebbero scrivere pagine e pagine riguardo agli argomenti trattati in Infinite Jest e delle decine di personaggi e delle loro storie ma nulla è paragonabile alla lettura di questo romanzo. Ognuno di noi si riconoscerà in almeno uno dei suoi protagonisti e apprezzerà l’incredibile abilità di Wallace nel creare situazioni e sensazioni. Se qualcuno mi dovesse chiedere con quale persona scomparsa mi piacerebbe fare una chiacchierata, David Foster Wallace sarebbe in cima alla lista. Oggi avrebbe 57 anni e sono sicuro averebbe una visione della società di oggi molto più chiara di noi. Trovate molte sue interviste in rete e leggerle oggi fa davvero un certo effetto notare come fosse in anticipo sui tempi. Un vero genio della letteratura che ha realizzato con Infinite Jest una delle opere più complesse e allo stesso tempo cult del secolo scorso³.

1. Dovrete abituarvi alle abbreviazioni, acronimi e soprannomi (e alle note come questa). Ce ne sono tanti. Ad esempio la famiglia Incandenza, composta dalla madre Avril (detta la Mami), i suoi figli Hal, Orin e Mario, si riferiscono al padre James O. Incandenza come Lui In Persona o La Cicogna Triste. Lo stesso film Infinite Jest compare nel romanzo come l’Intrattenimento o samizdat.
2. Sappiate solo che va in giro con un velo che le copre il volto. Non è chiaro se è perché è troppo bella (e questo potrebbe causare qualche problema in chi la guarda) o perché un tempo era bella e poi è rimasta sfigurata. Resta uno dei tanti misteri del romanzo.
3. Siccome questo è un blog dove si legge principalmente di musica, c’è il video della canzone dei The Decemberists intitolata Calamity Song che riproduce la partita di Eschaton (una sorta di risiko molto complesso giocato sui campi da tennis) che ha un ruolo centrale nelle vicende dell’ETA e di Hal. Una ricostruzione davvero molto fedele e accurata, quasi commovente.

Otto all’otto

Questo blog è giunto al suo ottavo compleanno. Permettetemi di scrivere un post per questi otto anni. Non sarà breve. In un, evidentemente, noioso sabato 8 Gennaio del 2011 ho iniziato a scrivere le prime righe, senza sapere dove sarei andato a finire. Avevo otto anni in meno di oggi e fa un certo effetto a pensarci. Quello che è successo dopo lo trovate tutto qui, per chi avesse la pazienza di leggersi anche i post più vecchi. Perdonatemi se qualcuno di questi non è un granché, e in alcuni casi non mi trovo nemmeno più d’accordo con quanto scrissi allora ma questo è, e rimarrà a testimonianza del fatto che si può cambiare idea e fare esperienza. Non ci crederete ma ho una buona memoria di quanto scritto in questi anni. A volte mi ricordo di un certo post, credendo di averlo scritto in tempi recenti, ad esempio 2-3 anni fa. Invece, si rivela essere un articolo risalente addirittura a 6-7 anni fa. Eppure era così ben impresso nella memoria da considerarlo molto più recente. Se penso a quanto ho scritto in tutti questi anni mi vengono in mente tanti ricordi. Mi capita di rileggere qualche vecchio post e rivedo me stesso che scrivevo, i miei pensieri e le opinioni di allora. Qualche volta ne vado fiero, qualche altra un po’ meno. Rispetto ai primi due anni, nei quali scrivevo per lo più pensieri sparsi, la linea di questo blog è cambiata parecchio. Chissà magari troverò un po’ di spazio per scrivere ancora qualcosa in libertà come sto facendo oggi. Ci proverò ma non aspettatevi nulla.

Otto anni. A pensarci bene otto anni non sono pochi, affatto. Otto anni nei quali non ho mai mollato. Otto anni nei quali ho visto blogger molti volenterosi “morire” nel tentativo di pubblicare un post al giorno, anche piuttosto ben scritti ed articolati devo ammettere, per poi rendersi conto che non è una cosa che puoi fare a lungo se fai altro nella vita, come studiare o lavorare. A meno che il blog non diventi il tuo lavoro. Non è il mio caso e non voglio nemmeno che diventi un impegno, anche se a volte, non lo nego, mi ha portato via del tempo che avrei potuto spendere in altro modo. Sottolineo, che “avrei potuto” e non che “avrei voluto”. Non è una differenza da poco. Il blog rischia di diventare la tua ossessione, mangiarsi il tuo tempo libero, trascinandosi dietro gli effetti collaterali dei social network. Like, followers e numero di visite potrebbero diventare poco a poco sempre più importanti e portarti via sempre più tempo. Se ti va bene così, sono contento per te e ti auguro di avere successo. Altrimenti puoi scegliere una strada più tranquilla e fregartene di tutte queste cose e prendere i like, i followers e il numero di visite come un riconoscimento per aver fatto leggere o ascoltare qualcosa che a qualcun altro, oltre che a te, è piaciuta. Credo di non averlo mai fatto finora ma vorrei ringraziare, nel più banale dei modi, tutti quelli che mi leggono, italiani e non. Ringrazio anche chi mette like e segue solo perché vuole essere seguito e avere un like a sua volta. Questa è una cosa che io non faccio mai ma capisco che funziona e forse sono io ha non averla sfruttata abbastanza.

In otto anni è passata da queste parti tanta musica ma non tutta per la verità. A volte capita che un album non mi abbia entusiasmato troppo o semplicemente non avevo molto da scrivere a riguardo nonostante mi sia piaciuto, anche parecchio in alcuni casi. In un primo momento questa mi sembrava una buona occasione per citarne alcuni di essi, dei quali non ho mai scritto e quasi sicuramente non lo farò in futuro. Ma poi ho pensato: perché farlo dopotutto? Per quale motivo elencarvi nomi di artisti e album dei quali, perfino io faccio fatica a citarvi una canzone? Per lo stesso motivo per il quale non faccio recensioni negative. Questo blog è qui per consigliare e non giudicare. Perciò sarà chi legge a storcere il naso eventualmente. A volte mi scappa qualche recensione tiepida, altre volte meno, ma cerco sempre di trovare il buono in ogni album o perlomeno di comprendere le motivazioni che stanno dietro le scelte di un artista. Quindi niente nomi.

Cosa aspettarsi per il futuro? Il solito, mi verrebbe da dire ma non è esattamente così. Dallo scorso settembre ho deciso di istituire una giornata particolare che si ripeterà quattro volte l’anno, l’ultimo sabato del mese. Mi sono reso conto solo in secondo momento che in pratica questo giorno coincide con il cambio di stagione (sic). Mi sono dato la possibilità di anticiparlo o posticiparlo di una settimana e di considerarlo perso se vado fuori tempo massimo. In tale giorno, acquisto cinque album il più possibile di generi musicali diversi tra loro. Lo faccio perché mi rendo conto a volte di essere un po’ ripetitivo e la mia curiosità ad esplorare un certo genere musicale mi trattiene dal provare qualcosa di diverso. E poi perché gli album che ho in (non so quante) wishlist sparse ovunque, stanno crescendo a vista d’occhio ed è bene che cominci a toglierne qualcuno. In questo giorno, dunque, mi auto-obbligo a scegliere cinque album senza fare troppo il difficile su quello che posso trovarci dentro. Un album deve rientrare nella categoria folk e simili, un altro in quella country o americana e simili. E fin qui tutto facile, ho solo l’imbarazzo della scelta. Poi il terzo possibilmente pop o rock, ed un quarto blues, jazz o simili. Questi ultimi due per me sono più difficili da scegliere e pesco un po’ alla cieca. Il quinto lo tengo come jolly, purché sia diverso dai precedenti quattro. L’importante è che siano tutti e cinque album, niente EP o cose del genere e che siano stati pubblicati in tempi recenti (questo è più forte di me, posso farci poco o nulla). Ho già sperimentato questa novità dei cinque album in due occasioni e devo dire che sta funzionando alla grande. Saranno in tutto 20 album all’anno in più che si vanno ad aggiungere a quelli che entreranno a far parte della mia collezione in tempi di normale amministrazione. Quindi in futuro, in questo blog potreste veder comparire qualche recensione di album che non rientrerà nei soliti generi che vado a coprire. Sono sicuro che sarà divertente per me quanto per voi ascoltare qualcosa di diverso ogni tanto.

E poi c’è sempre la questione dei libri. Non riesco più come un tempo ad incastrare post di musica e di libri come facevo una volta, pur rimanendo un lettore regolare. Se ci deve essere un buon proposito per l’anno nuovo, ecco, sarebbe quello di scrivere più spesso di romanzi. Devo anche ammettere che con la recensione di un libro si va abbastanza sul sicuro qui su WordPress. Sono molti i blog che seguo dove si possono leggere recensioni interessanti che, spesso e volentieri, mi aiutano quando sono alla ricerca si qualcosa di nuovo. Le grande quantità di blog che recensiscono libri però mi invoglia sempre di più a scrivere di altro (musica) per muovere l’interesse del lettore verso qualcosa che non siano libri o film. Ecco appunto, il cinema. Lo scorso anno ho fatto un post su qualche film che avevo visto e che mi sono sentito di consigliare. Forse la formula che ho usato in quell’occasione (poche righe per ogni titolo) potrebbe funzionare anche per i libri. In realtà l’ho già fatto in passato ma era solo per tamponare le mancanze letterarie del blog, l’idea è di farlo più regolarmente. Lo stesso vale per i film che sono altrettanto ben coperti dai blogger di questa piattaforma. Il fatto di scrivere di più di libri e cinema non è una promessa, è un buon proposito appunto. Si sa poi dove vanno a finire i buoni propositi.

Ok, credo di aver scritto abbastanza per questa volta e se qualcuno ha avuto la costanza di leggersi tutto il post, mi congratulo con lui. Non è una cosa scontata di questi tempi ma credetemi scrivo più di quanto parlo. Tipico di chi parla poco come me. Otto anni a scrivere, spero non sempre completamente a vanvera, ne sono la dimostrazione.

Quarantadue

I miei post riguardanti le mie letture sono andati sempre più diminuendo su questo blog. Un po’ perché tendo dare priorità alla musica e un po’ anche perché non sono un avido divoratore di libri. Mi piace leggere la mattina in treno, qualche volta la sera e cerco di farlo regolarmente. Approfittando di un periodo in cui ci sono poche nuove uscite musicali è giunto il momento di fare un breve riassunto di quanto letto negli ultimi mesi. E anticipare i titoli giù pronti sulla mia libreria.

Parto dalla Storia di re Artù e dei suoi cavalieri di Thomas Malory. Pubblicato intorno al 1470 è un tentativo del misterioso Malory di riunire, in forma di unico romanzo, tutte le storie e le avventure dei cavalieri della tavola rotonda e del loro re, Artù. Malory prova a mettere tutto in un ordine cronologico credibile, cercando così di sostenere la veridicità storica dell’esistenza del noto re. Storia di re Artù e dei suoi cavalieri risulta, soprattutto in lingua originale, molto ripetitivo e pesante. La nuova traduzione italiana prova a rendere più scorrevole il racconto ma non snatura la sostanza dello scritto di Malory. Un libro ricco di fascino ma nel quale si possono incontrare alcune difficoltà di lettura. Non per tutti ma chi ha l’ardore di affrontare le sue pagine scoprirà tutto quello che c’è da sapere su Sir Lancillotto, Sir Pasifal, Sir Tristano e Isotta, Sir Galahad e tutti i cavalieri alla corte di re Artù e la regina Ginevra.

Ho continuato poi con Q il primo romanzo del collettivo di scrittori italiani denominato Wu Ming. Allora il romanzo fu pubblicato sotto lo pseudonimo di Luther Blissett che raccoglie un più ampio numero di artisti. Si tratta di un romanzo storico ambientato durante gli anni che seguirono la pubblicazioni delle novantacinque tesi di Martin Lutero. Da una parte troviamo il protagonista senza nome (o dai molti nomi), un eretico in fuga per l’Europa e dall’altra il suo nemico, la spia della Chiesa che si fa chiamare Q. Dopo una prima parte in cui i due protagonisti operano l’uno all’insaputa dell’altro, il romanzo decolla quando le due figure si scoprono nemici. Q è un romanzo che ti tiene incollato pagina dopo pagina, nel quale si respira l’aria pesante di quegli anni spesso dimenticati ma dei quali ancora oggi ne vediamo le conseguenze. Consigliato a chi vuole leggere qualcosa di impegnato ma allo stesso tempo svagarsi in questo gioco pericoloso tra il fuggitivo e la spia.

Dopo questi due libri era giunto il momento si svagarsi un po’. Ci voleva qualcosa di divertente, assurdo, fantastico. Potrete trovare tutto questo sotto un unico titolo: Guida Galattica per Autostoppisti. In particolare l’edizione che unifica la trilogia in cinque parti (!) scritta di Douglas Adams e rimasta incompiuta a causa della sua prematura scomparsa. Le avventure del terrestre Arthur Dent e dell’alieno Ford Prefect sono le cose più divertenti che abbia mai letto. Spesso, anzi sempre, fuori da ogni logica o ordine cronologico. L’universo là fuori è grande, grandissimo, oltre ogni comprensione e può succedere di tutto. Perfino che la Terra venga distrutta (o forse no). Ci sono momenti in cui vi ritroverete a ridere da soli e altri in cui rimarrete perplessi per le assurdità che ci sono scritte (ma tutte rigorosamente e scientificamente giustificate). Anche se la fantascienza non vi appassiona è un libro da leggere anche solo per scoprire la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto.

In questi giorni sto leggendo Il Silmarillion di J.R.R. Tolkien chiudendo così il cerchio dopo Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit. Lettura affatto leggera ma di un fascino indescrivibile. Prossime letture: La fattoria degli animali di George Orwell e Dolores Claiborne di Stephen King. Con una certa curiosità ho acquistato anche Imprimatur, primo romanzo della coppia italiano Monaldi e Storti. Infine un’altra raccolta di racconti della bravissima Daphne Du Maurier. Insomma, ho ancora molto da leggere, avventure da affrontare, luoghi da visitare e personaggi da conoscere.

Non mi giudicate – 2017

L’ultimo giorno è arrivato e come sono solito fare da tre anni, pubblico una lista dei migliori album di questo 2017 appena finito. Se devo essere sincero, questa volta ho fatto davvero fatica a scegliere. Non perché è stato un anno povero di buona musica, al contrario, ho dovuto “sacrificare” qualcuno che ha comunque trovato spazio per una menzione d’onore dopo gli album e gli artisti premiati. Per chi volesse avere una panoramica più completa di tutti i nuovi album che ho ascoltato quest’anno può trovarli tutti qui: 2017. In realtà, ci sono altri album che non hanno avuto spazio su questo blog, forse lo troveranno in futuro o forse no.

  • Most Valuable Player: Amy Macdonald
    Lasciatemi cominciare con il ritorno di Amy Macdonald e il suo nuovo Under Stars a cinque anni di distanza dall’ultimo album. Un ritorno che attendevo da tempo e non poteva mancare in questa rassegna di fine anno. Bentornata.
    Amy Macdonald – Down By The Water
  • Most Valuable Album: Semper Femina
    Laura Marling è sempre Laura Marling. Il suo Semper Femina è la dimostrazione che la Marling non può sbagliare, è più forte di lei. Ogni due anni lei ritorna e ci fa sentire di cosa è capace. Inimitabile.
    Laura Marling – Nouel
  • Best Pop Album: Lust For Life
    Non passano molti album pop da queste parti ma ogni volta che c’è Lana Del Rey non posso tirarmi indietro. Lust For Life è uno dei migliori della Del Rey che è riuscita a non cadere nella tentazione di essere una qualunque pop star. Stregata.
    Lana Del Rey – White Mustang
  • Best Folk Album: The Fairest Flower of Womankind
    La bravura di Lindsay Straw e la sua ricerca per questa sorta di concept album sono eccezionali. Un album folk nel vero senso del termine che mi ha fatto avvicinare come non mai alla canzone tradizionale d’oltre Manica. Appassionante.
    Lindsay Straw – Maid on the Shore
  • Best Country Album: All American Made
    Il secondo album di Margo Price la riconferma come una delle migliori cantautrici country in circolazione con uno stile inconfondibile. Non mancano le tematiche impegnate oltre alle storie di vita americana. Imperdibile.
    Margo Price – A Little Pain
  • Best Singer/Songwriter Album: The Weather Station
    Determinato e convincete il ritorno di Tamara Lindeman, sempre più a sua agio lontano delle sonorità folk. Il suo album omonimo è un flusso di coscienza ininterrotto nel quale viene a galla tutta la sua personalità. Profondo.
    The Weather Station – Kept It All to Myself
  • Rookie of the Year: Colter Wall
    Scelta difficilissima quest’anno. Voglio puntare sulla voce incredibile del giovane Colter Wall. Le sue ballate country tristi e nostalgiche sono da brividi. Serve solo un’ulteriore conferma e poi è fatta. Irreale.
    Colter Wall – Me and Big Dave
  • Sixth Man of the Year: Jeffrey Martin
    Forse la sorpresa più piacevole di quest’anno. Questo cantautore americano sforna un album eccellente. In One Go Around ogni canzone è un piccolo gioiello, una poesia che non risparmia temi importanti. Intenso.
    Jeffrey Martin – Poor Man
  • Defensive Player of the Year:  London Grammar
    Il trio inglese ritorna in scena con una album che riconferma tutto il loro talento. Con Truth Is A Beautiful Thing non rischiano ma vanno a rafforzare la loro influenza electropop lontano dalle classifiche. Notturni.
    London Grammar – Non Believer
  • Most Improved Player: Lucy Rose
    Con il suo nuovo Something’s Changing la cantautrice inglese Lucy Rose, si rialza dalle paludi in un insidioso pop che rischiava di andargli stretto. Un ritorno dove il cuore e le emozioni prendono il sopravvento. Sensibile.
    Lucy Rose – End Up Here
  • Throwback Album of the Year: New City Blues
    L’esordio di Aubrie Sellers è un album che ascolto sempre volentieri. Il country blues di questa figlia d’arte è orecchiabile e piacevole da ascoltare. Un’artista da tenere d’occhio il prossimo anno. Affascinante.
    Aubrie Sellers – Sit Here And Cry
  • Earworm of the Year: Church And State
    Non è stato l’anno dei ritornelli, almeno per me, ma non in questo post poteva mancare Evolutionary War, esordio di Ruby Force. La sua Church And State è una delle sue canzoni che preferisco e che mi capita spesso di canticchiare. Sorprendente.
    Ruby Force – Church and State
  • Best Extended Play: South Texas Suite
    Non potevo nemmeno escludere Whitney Rose. Il suo EP South Texas Suite ha anticipato il suo nuovo album Rule 62. Il fronte canadese del country avanza sempre di più e alla guida c’è anche lei. Brillante.
    Whitney Rose – Bluebonnets For My Baby
  • Most Valuable Book: Storia di re Artù e dei suoi cavalieri
    L’opera che raccoglie le avventure di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda mi ha fatto conoscere meglio i suoi personaggi. Scritto dal misterioso Thomas Malory e pubblicato nel 1485, questo libro è stato appassionante anche se non sempre di facile lettura.

Questi album hanno passato una “lunga” selezione ma non potevano mancare altre uscite, che ho escluso solo perché i posti erano limitati. Partendo dagli esordi folk di Emily Mae Winters (Siren Serenade), Rosie Hood (The Beautiful & The Actual) e dei Patch & The Giant (All That We Had, We Stole). Mi sento di consigliare a chi ha un’anima più country, due cantautrici come Jade Jackson (Gilded) e Jaime Wyatt (Felony Blues). Per chi preferisce un cantautorato più moderno e alternativo c’è Aldous Harding (Party). Chi invece preferisce qualcosa di più spensierato ci sono i Murder Murder (Wicked Lines & Veins). Questo 2017 è stato un album ricco di soddisfazioni e nuove scoperte. Spero che il prossimo si ancora così, se non migliore.

Buon 2018 a chi piace ascoltare musica e a chi no…

best-of-2017

Dottorini calvi

Dopo una breve pausa sono tornato a leggere un libro di Stephen King. La scelta è caduta su Insomnia consigliatomi da un collega che ha letto tutti i suoi libri. La lunga biografia di King offre un’ampia scelta e così ho voluto cercare un consiglio anche se con il Re è difficile pescare male. All’inizio ero orientato verso una raccolta di racconti ma alla fine ha vinto il romanzo. Anche in questo caso un romanzo abbastanza corposo ma al di sotto delle vette di prolissità raggiunte da King.

La storia inizia con i problemi di sonno che affronta l’anziano Ralph Roberts in seguito della morte della moglie. A questo si aggiungono anche altre preoccupazioni legate al suo amico Ed Deepneau che si dimostra violento con la moglie per motivi apparentemente folli. La privazione del sonno lo porta ad avere quelle che sembrano, almeno all’inizio, delle allucinazioni visive. Una notte vede uscire dalla porta della casa della sua vicina due ometti, da lui soprannominati dottorini calvi, con in mano uno strano paio di forbici. La successiva morte dell’anziana vicina sembra direttamente collegata alla presenza di questi due individui. Ralph si rende conto che le sue allucinazioni non sono altro che percezioni paranormali di un mondo superiore. Percepisce le aure delle persone, degli animali e delle piante, conosce la loro storia, vede il loro stato di salute. In breve scopre di essere stato scelto, insieme all’amica Lois Chasse, impedire la morte di migliaia di persone da questi personaggi che vivono in questo livello superiore fatto di auree. Tra segreti, mezze verità e paure la situazione precipita in una corsa contro il tempo.

Stephen King è alle prese con un romanzo paranormale dove il tema della morte è centrale. Non è certo la prima volta che King affronta questo tema ma riesce ogni volta a farlo con una sensibilità ed un rispetto profondi anche attraverso personaggi di fantasia. Il mondo superiore che Ralph percepisce è descritto in maniera lucida e realistica. I tre dottorni calvi, ispirati al mito delle Parche, sono personaggi misteriosi e inizialmente inquietanti. In particolare il cattivo Atropo è ben riuscito. Il romanzo è infarcito da citazioni dei romanzi della Torre Nera che è centrale nella definizione delle vicende. Essendo Derry lo sfondo della storia, non potevano mancare riferimenti ad It. Molti altri sono le citazioni che, chi non ha letto molti romanzi di King, può perdersi. Insomnia è quasi necessario per comprendere il finale della Torre Nera che può aver lasciato perplesso qualche lettore. Stephen King è geniale nel suo modo di raccontare e questa volta lo fa davvero con un ritmo serrato non privo di azione e suspense. King è un maestro nel legare i suoi romanzi l’uno con l’altro e con  Insomnia il suo universo, la sua Torre Nera, prendono forma attraverso i suoi personaggi.

Vicolo cieco

Scoperta grazie ad un bel post del blog Unreliablehero intolato Non dopo mezzanotte, Daphne du Maurier mi ha subito incuriosito. Sopratutto se si considera che alcune opere di questa scrittrice inglese sono state più volte riprese al cinema dal Alfred Hitchcock. Così, mosso dalla voglia di conoscere questa autrice, mi sono messo alla ricerca di una raccolta di racconti. Non trovando la stessa della recensione, ho scelto Gli uccelli e altri racconti edita da Il Saggiatore, che ne contiene sei.

Il primo fra questi è Gli uccelli che ha ispirato il film omonimo di Hitchcock. La storia e l’ambientazione del racconto sono totalmente differenti dal film, ma l’idea alla base è la stessa. Migliaia, forse milioni, di uccelli di qualsiasi specie, mossi da un’apparentemente immotivata frenesia, si scagliano contro gli uomini. Il protagonista avverte i percolo e prova in tutti i modi di proteggere la sua famiglia. Questi uccelli, di solito sfuggenti e persino innocui, diventano una minaccia, piccoli kamikaze fuori controllo che assediano la casa del protagonista. Una situazione senza uscita, nel quale il lettore brama di arrivare in fondo e scoprire come andrà a finire.
Monte Verità è il racconto più lungo ma ahimè il meno convincente. Lo stile della du Maurier è sempre elegante e ricercato che non si perde in fiumi di parole. In questo racconto però la storia è tirata un po’ troppo per le lunghe, cercando, a mio parere, di ricalcare lo stile onirico e misterioso di H.P. Lovecraft. L’ambientazione è suggestiva, così come i personaggi ma il finale rompe un po’ l’incantesimo già fragile del resto della storia.
L’ossessione di un uomo rimasto vedovo è il tema centrale de Il melo. Il protagonista è continuamente irritato, disgustato da qualsiasi cosa abbia a che fare con questo melo. Nonostante l’autrice né il protagonista mettano le cose nero su bianco, è chiaro al lettore che questo melo rappresenta l’incarnazione, vera o supposta che sia, della moglie defunta. Un racconto che tiene incollati al libro perché anche in questa occasione sembra non esserci una via d’uscita.
Il piccolo fotografo è il racconto che ho divorato più velocemente. L’ambientazione è quella di una vacanza estiva, nella quale una marchesa annoiata è alla ricerca di un’avventura sentimentale. Le cose presto si mettono male e ancora una volta Daphne du Maurier infila i suoi personaggi in situazioni spinose. Il suo stile pulito e poco descrittivo permettono una lettura gradevole che ci fa respirare quella atmosfera di noia che accompagna, in alcuni momenti, le vacanze più lunghe.
Baciami ancora, sconosciuto è, all’apparenza, una tenera storia d’amore, un colpo di fulmine. Il finale rivela però una terribile verità. Daphne du Maurier è abilissima a creare un’atmosfera romantica nella notte inglese. Il punto di vista è quello del ragazzo, timido ma risoluto, che assapora per una notte l’illusione del vero amore.
Il Vecchio è il racconto con il finale più sorprendente. Daphne du Maurier ci inganna con maestria fino all’ultima riga. Ho dovuto rileggere un paio di volte le ultime righe per comprendere quanto avevo effettivamente letto in precedenza. Un gioiellino.

Daphne du Maurier è forse un’autrice un po’ dimenticata ma della quale voglio approfondire la sua conoscenza. Le situazioni senza scampo, i finali mozzafiato sono le principali caratteristiche di questi racconti. Tutti sono accompagnati dallo stile elegante e pulito della sua autrice. Un libro che si legge senza troppo impegno ma che lascia dietro si sé una sensazione di inquietudine e incompiutezza. Rebecca, la prima moglie, Taverna alla Giamaica e Mia cugina Rachele sono solo alcuni titoli che vorrei leggere e lo farò sicuramente dopo aver smaltito la coda di libri che si è accumulata.

Daphne du Maurier
Daphne du Maurier