Strisciare come insetti

Dopo l’esordio di due anni fa con We Slept At Last (Capelli di lino) è tornata la cantautrice inglese Marika Hackman con il nuovo I’m Not Your Man. Per lei ho sempre avuto un rapporto di amore-odio e il suo primo album non ha fatto altro che rinforzare questa sensazione. We Slept At Last è stato un album che ho abbandonato dopo ripetuti ascolti ma non perché non mi piacesse ma per il fatto che era fin troppo cupo e perfino inquietante. Questo I’m Not Your Man si è fin da subito presentato più luminoso e ribelle, a partire da un colorato artwork realizzato dall’artista americano Tristan Pigott, carico di dettagli e significati. Marika Hackman sembra si sia lasciata alle spalle, almeno in parte, il malessere che pervadeva il suo esordio.

Marika Hackman
Marika Hackman

Boyfriend apre il nuovo corso della Hackman. Tra le chitarre si muove la sua voce, sempre carica di inquietudine. Le sonorità folk appartengono al passato, così come quell’incertezza di fondo che faceva vibrare il precedente album, “You came to me for entropy and I gave you all I had / He makes a better man than me / So I know he won’t feel bad / It’s fine ‘cause I am just a girl / “It doesn’t count” / He knows a woman needs a man to make her shout“. Sulla stessa lunghezza d’onda la successiva Good Intentions. Il peso della vita e quel malessere restano ancora una parte integrante delle sue canzoni, e questa ne è un esempio. Le chitarre riempiono lo spazio lasciato dalle parole in un trascinante flusso distorto, “I just need your good vibrations / I’ve gotten so ill, and I’m still / Rigor mortis, set in motion / Bring me to life, I’m so tired“. Dedicata ad una misteriosa Gina è appunto Gina’s World. Un mondo evidentemente buio, senza sole, profondamente triste. La Hackman ripropone le sonorità dell’esordio dimostrando di non aver perso il filo con il suo passato, “And I’m walking through the park / And everyone’s crying ‘cause it’s so dark / And I am on my own, and I can’t find Gina, did she go home? / And she’s sitting in my house, with her tears in her mouth“. My Lover Cindy è la canzone più accattivante dell’album. Marika Hackman affronta il tema dell’amore senza distinzioni di genere, facendolo con la giusta tensione e senza troppi giri di parole, “If I was a liar, I would call you my friend / Let’s hope the feeling’s mutual in the end / Symbiosis, can we keep it how it was? / Now the levy is broken / I want more“. La successiva Round We Go si dispiega lenta e costante. Un accompagnamento essenziale ma incisivo, lascia spazio alla voce eterea della Hackman. Un ritorno al passato piuttosto marcato, “Hold my tongue with a finger, no thumb / Pressing down into my neck / How it hurts! I can’t exhale, next bale / Tell me I’m a nervous wreck“. Violet è legata all’ossessione della Hackman per la bocca di una sua ex. Uno spunto curioso che ha risvolti, inequivocabilmente, sessuali di cui è pieno l’album, “I’d like to roll around your tongue / Caught like a bicycle spoke / You eat, I’ll grow and grow / Swelling up until you choke“. Posso dire che Cigarette una delle canzoni che più preferisco della Hackman. Una ballata triste e solitaria, che ha quegli echi folk gotici alla quale la cantautrice inglese ci aveva abituati, “And I tried to hold my tongue / But you, you yanked it from my grip / Bathed it in petroleum, lit a cigarette and gave it a kiss“. Subito una svolta rock con Time’s Been Reckless che sembra uscire direttamente dagli anni ’90. Anche Marika si aggiunge così a questo ritorno di un decennio sempre un po’ bistrattato, “Eyes roll up; you can’t even tell me my name / “I’m your god”, you can’t even tell me the same / You’re so feckless, I’m so sorry / Time’s so reckless with our bodies“. Una folkeggiante ballata dal sapore americano si nasconde sotto il nome di Apple Tree. Una delle canzoni più poetiche dell’album dove il frutto del peccato è fonte di ispirazione, “But now I sit where they used to be / A quiet little scene on an apple tree / White roots and balanced fruit / The winter glowed on her leaves“. So Long ritorna sull’alternative rock che è un po’ il marchio di questo album. Una canzone orecchiabile che contrasta con la cupezza della tracce precedenti ma che va a completare il quadro, “I can tell you’re lying by your watery eyes / I don’t need to listen to your alibi / I know who you’re feeling and I don’t feel nice / I’ll keep you in my bed tonight“. Eastbound Train apre a melodie più luminose che lasciano un briciolo di speranza per chi ascolta. Ci sono ancora forti richiami agli anni ’90, “I won’t keep you ‘cause I know you’re in love / And it’s not in me anymore and it’s not your fault / So I’ll go left and you’ll stay right / And I’ll come back here with my head held high“. Un mondo invaso da smartphone e social network è il tema di Blahblahblah. La voce della Hackman è svogliata e stanca, evocando la noia e la banalità delle chiacchiere social, “Ghost town, walk among the zombies / Faced down, their eyes are never on me / Backs up to the wall / Plugged into a pocket / Sigh, might as well just die“. Chiude l’album I’d Rather Be With Them che sprofonda nei bui abissi del suo predecessore. Immagini inquietanti si dispiegano verso dopo verso, trasportati dalla voce sommessa della Hackman, “You say: “look at the people / Crawling like insects / All over the pavements” / I’d rather be with them / ‘Cause I just hate this room, it smells like you“.

I’m Not Your Man segna un cambio di rotta, anche se parziale a mio parere, per la cantautrice inglese. La svolta alternative è rappresentata solo da alcune canzoni particolarmente grintose ma le altre richiamano il cupo esordio. Questa soluzione permette, a chi ascolta, di non essere travolto da quella tetra atmosfera che pervadeva We Slept At Last. Marika Hackman si lascia andare a temi che riguardano la sua sessualità e il suo modo di essere donna. A volte forse il suo stile un po’ distaccato, potrebbe stancare qualche ascoltatore un po’ insofferente ma I’m Not Your Man nel suo complesso è un album più godibile del precedente, a tratti anche immediato. In definitiva questo album non è forse per tutti i palati ma certamente si gusta dall’inizio alla fine.

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Il mondo ti sta cercando

Sono passati tre anni dal sorprendente debutto di Aldous Harding (Baudelaire nel pomeriggio) e lo scorso Maggio, la cantautrice neozelandese, al secolo Hanna Claynails Harding ha dato alla luce il seguito intitolato Party. Un album atteso, non tanto per cercare conferma del suo talento, ma più per la curiosità di conoscere quale fosse la strada intrapresa. Le sue performance eccentriche e allucinate, hanno plasmato l’immagine di una cantautrice libera da vincoli stilistici e questo suo Party è il risultato di una crescita artistica importante.

Aldous Harding
Aldous Harding

L’apertura con Blend ci guida nell’inquieto mondo della Harding. La sua voce distorta sembra voler confondere l’ascoltatore. Una canzone essenziale che fin dal primo ascolto attira l’attenzione, trascinandoci dolcemente ma senza via di scampo, “Hey, man / I really need you back again / The years are plenty / Somewhere / I have a watercolour you did / I saw you walking on the sand / In Thailand“. Il pianoforte di Imagining My Man è uno strumento musicale quanto la voce della Harding. Si trasforma e si fa profonda, quasi ad imitare quella di un uomo, creando una delle canzoni più belle dei questo album. Quella malinconia, quel malessere del suo esordio sembrano intatti, “I hope one dream will get that when we’re / Lucky to be given the chance / I do not have the answer / But I don’t have the wish to go back“. Living The Classics è un richiamo alle sonorità folk degli esordio. Aldous Harding richiama alla memoria piccoli desideri e volontà, usando quasi esclusivamente la voce. Un piccolo gioiellino di semplicità e magia, “Can’t fight the feeling / Gonna make it / I won’t stop turning / ‘Til I’m twisted / Come find me / Drag me back to hell / Living the classics“. La title track Party è un ritorno a quel folk del primo album, malinconico e triste. La Harding tira fuori la sua voce più innocente, quasi irreale ma di forte impatto. La sua essenza potrebbe essere racchiusa qui, in questa canzone, “I was as happy as I will ever be / Believe in me / I will never break from you / If there is a party, will you wait for me?“. Sincera e confidenziale, è così che appare la splendida I’m So Sorry. La Harding si trasforma ancora, cambia pelle, alla ricerca di un’espressività sempre migliore. Un brano ipnotico, “My body, grateful / Never really knew how to write / My body, grateful / I never knew how to write“. Quasi a contrastare quanto ascoltato finora, Horizon, apre scenari sconfinati e complessi. Una canzone oscura, affascinante. Un fascino magnetico, veicolato dalla performance sopra le righe della Harding. Basta un pianoforte appena accennato per mettere in piedi, con l’uso prezioso della voce, una delle canzoni più carismatiche dell’album, “I broke my neck / Dancing to the edge of the world, babe / My mouth is wet, don’t you forget it / Don’t you lose me / Here is your princess / And here is your horizon / Here is your princess / And here is your horizon“. Si sentono gli echi della musica di Agnes Obel in questa, What If Birds Aren’t Singing They’re Screaming. Un brano che trasmette un senso profondo di tristezza, nonostante la melodia morbida del pianoforte, “I got high, I thought I saw an angel / But it was just a ghost heaving under his cloak / What if birds aren’t singing they’re screaming / What if birds aren’t singing they’re screaming“. The World Is Looking For You è un’altra delicata poesia nello stile della Harding. Tutto è etereo, leggero, la voce della Harding è sommessa. Inimitabile, “There is no end to the madness I feel / There is no end to the madness I feel / Yes, you found me / Yes, you love me but will you stay? / Yes, you found me / Yes, you love me but will you stay?“. L’ultima Swell Does The Skull è una canzone dal fascino misterioso d’altri tempi. Una canzone che avrebbe potuto far parte del disco d’esordio senza problemi. Ad arricchire il brano anche la voce unica di Perfume Genius (aka Mike Hadreas), “He comes home, out of the rain / I take his coat, and his walking cane / He can feel that I hold him tight / The day’s over / We belong by the fireside“.

Party vede abbandonare, almeno in parte, le sonorità folk di quattro anni fa, abbracciando un stile più vicino al cantautorato moderno. Aldous Harding appare libera di esprimersi, meticolosa nella ricerca della voce perfetta per ogni canzone. Questa ragazza è un’artista che si esprime al di là della sua musica, attraverso un’espressività data dal corpo e dalle espressioni del suo volto. Che sia tutto studiato a tavolino o frutto del suo cuore, questo solo il tempo sarà in grado di definirlo. L’unica cosa certa è che Aldous Harding ha fatto un altro album di rara intensità, forse a volte volutamente veicolata da un distacco più che apparente ma dal richiamo magnetico.

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Stato di grazia

Ogni due anni ritorna Laura Marling con un nuovo album. Ogni due anni io fatico ad immaginare come possa questa ragazza tirare fuori un altro capolavoro. Il sesto album della fortunata carriera della cantautrice inglese si intitola Semper Femina ed è stato pubblicato lo scorso marzo. Dopo l’ottimo Short Movie (Divina) del 2015 che segnava in qualche modo un punto di svolta per la Marling, quest’ultima era chiamata a confermarsi sullo stesso livello anche quest’anno. Ma lo sconfinato talento di questa cantautrice gli impedisce di commettere passi falsi e le premesse, ovvero i diversi singoli pubblicati, hanno rivelato che Semper Femina poteva essere un album di rara bellezza. Non resta dunque che fare silenzio, chiudere gli occhi e abbandonarsi alla voce e alla musica di Laura Marling.

Laura Marling
Laura Marling

L’album si apre con la seducente Soothing. Una Marling delicata ma allo stesso tempo forte e matura. Una canzone che colpisce subito per la sua intensità mai ostentata, amplificata da una doppia linea di basso di grande impatto, “Oh, my hopeless wanderer / You can’t come in / You don’t live here anymore / Oh, some creepy conjurer / Who touched the rim / Whose hands are in the door“. The Valley è una delle migliori canzoni dell’album. Laura Marling mette in musica la femminilità che vuole esprimere in queste canzoni. Il suono della chitarra e l’angelico accompagnamento di archi si fondono in un momento di estasi musicale. Da ascoltare, “She sings in the valley in the morning / Many a morning I have woke / Longing to ask her what she’s mourning / Course I know it can’t be spoke“. Con Wild Fire, la Marling si abbandona ad un flusso di coscienza che si traduce in una di quelle canzoni parlate a lei tanto care. Ci sono anche delle inedite tracce soul nella voce, che arricchiscono il brano, “She keeps a pen behind her ear / Because she’s got something she really really needs to say / She puts it in a notepad / She’s gonna write a book someday“. Don’t Pass Me By mostra il lato più elettrico ma anche più triste della Marling. La sua voce non è mai stata così cupa, danzando su una melodia affascinate e ricca di dettagli. La cantautrice inglese dimostra di essere in splendida forma, ancora una volta, “You see my oldest friend / Tell her that I’m gone again / You take my old guitar / One that I once said was ours / Don’t be blue“. Always This Way è una canzone che sotto una melodia folk, nasconde uno dei testi più personali mai scritti dalla Marling. La semplicità è la bellezza di questa canzone che è davvero un gioiellino, resa ancor più commovente dalla straordinaria performance della sua interprete, “25 years, nothing to show for it / Nothing of any weight / 25 more, will I never learn from it / Never learn from my mistakes. La successiva Wild Once è un ritorno al passato. Laura Marling fa un passo indietro e sembra tornare alle origini, alla ricerca di una sicurezza forse perduta. Non si può fare a meno di ascoltare attentamente, come incantati di fronte al suo talento, “The martyr who feels the fire / And the child who knows his name / They remember that there’s something wild / And it’s something you can’t explain / Oh it’s something you can’t explain“. Si prosegue con Next Time che va ancora a toccare il tema dell’insicurezza e del tempo. La Marling fa i conti con sé stessa, rendendoci partecipi di questo suo stato d’animo. Noi non possiamo che ringraziare e sentire quel brivido lungo la schiena che solo canzoni come questa sanno dare, “I can no longer close my eyes / While the world around me dies / At the hands of folks like me / It seems they fail to see / There may never / Next time be“. Nouel è una bellissima ballata folk che nasconde al suo interno, il titolo dell’album. Una canzone che vale la pena di ascoltare solo per la straordinaria interpretazione della Marling. Accorata e disperata ma sempre delicata e impeccabile come di consueto. Impossibile rimanere indifferenti, “Oh Nouel, you must know me well / And I didn’t even show you the scar / Fickle, unchangeable / Semper femina“. La chitarra elettrica di Nothing, Not Nearly chiude l’album. Un invadente riff fa da ritornello ma è quasi magico, un alieno in mezzo alla purezza dell’album. Un finale intenso che scrolla via la malinconia accumulata fin qui, “The only thing I learnt in a year / Where I didn’t smile once, not really / Nothing matters more than love, no / Nothing, no, not nothing no, not nearly / We’ve not got long, you know / To bask in the afterglow / Once it’s gone it’s gone“.

Semper Femina è un album che riporta Laura Marling ad una sorta di purezza originale. La libertà e la sicurezza espresse nel precedente Short Movie sembra messe in discussione, perfino rinnegate. La Marling è in uno stato di grazia, dove tutto le riesce bene. Tutto impeccabile e pulito. Forse troppo. Il talento di questa cantautrice si rivela ad ogni album, quasi ingombrante. Un talento che a soli ventisette anni l’ha portata ad essere considerata una delle più grandi cantautrici degli ultimi dieci anni. Consiglio vivamente Semper Femina, perché al di là di ogni genere o preferenze musicali, è un album da ascoltare. Nessuno, almeno mi auguro, potrà rimanere indifferente di fronte a quello che si potrebbe già considerare l’album dell’anno. Ogni canzone merita di essere ascoltata e io ho scelto di farvi ascoltare The Valley solo perché dovevo scegliere. Il video è diretto dalla stessa Marling e che insieme a Soothing e Next Time compone una trilogia.

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Mi ritorni in mente, ep. 43

C’è una canzone che recentemente mi è tornata in mente. Ricordavo il nome del cantautore, Wax Mannequin, manichino di cera, moniker sotto il quale si nasconde il canadese Chris Adeney. Ma sopratutto ricordavo il video. Wax Mannequin cantava con una candela accesa in testa e la cera rossa gli colava intorno alla testa. Di per sé piuttosto curioso ma se ci aggiungiamo un’espressività fuori dalle righe, ecco che diventa difficile scordarsi un video così.

Lo stile di Wax Mannequin è difficile da inquadrare ma questa Beware del 2012 è un bella ballata folk. La sua carriera inizia nel 2000 e ha all’attivo sei album, questa canzone è estratta dal suo ultimo album No Safe Home.

Beware, beware
Take heed, take care
You’ve pumped our paper news
To sharp and shape our views

Come ladri nella notte

Dietro il nome Folk Is People si nasconde la cantautrice americana Stacey Bennett e il suo gruppo che mi hanno incuriosito, tempo fa, con la canzone Crocodile. Un folk rock irresistibile e carico di energia. Io, come al solito, non riesco a limitarmi ad una sola canzone e fortunatamente i Folk Is People hanno pubblicato lo scorso anno il loro album d’esordio intitolato The Devil Always Comes. Non potevo lasciarmi scappare l’occasione di ascoltare questo album considerando il fatto che contiene tutti gli ingredienti che preferisco: una cantautrice, folk rock, indie rock, una manciata di USA e il caro vecchio banjo.

Stacey Bennett
Stacey Bennett

Ed è proprio Crocodile ad aprire l’album. Un travolgente mix di ritmo e melodia guidato dalla voce della Bennett. Un concentrato di energia alla quale è impossibile rimanere indifferenti. Una delle migliori canzoni dell’album, “With shovel and brick / You tore into sarcophagus and pulled me to my feet / The connotation lies within frame of mind / You sent your spell, broke me from my hell / And stole me into paradise“. La successiva Pyramids è un bel pezzo indie rock di forte impatto che mette in mostra tutta la capacità di songwriting della Bennett. Il ritornello è orecchiabile e accattivante, cosa chiedere di meglio? “All your thoughts were pyramids / And all your friends were pharmacists / Like what was never is…but it’s now / Of dial tones, a reluctant past those ghosts keep calling back / And you’re anchored now without slack and sinking“. Bury Me In Viriginia cavalca le origini americane del gruppo. Perfetto come singolo, trascinante e facile da canticchiare. L’ultimo desiderio di una cantautrice in un brano tutt’altro che triste, “I don’t want to but when I die bury me in Virginia / When I’m gone and it all goes black / Sing my songs like they were meant for you / They were meant for you!“. In Bloodletting sente un banjo che detta il ritmo di un folk rock irresistibile. Tre minuti che incredibilmente sembrano durare meno, sarà la musica, sarà il canto, chissà, “I feel the sidewalk pushing against my feet / I count to ten and start again trying not to think / Of the mattress we shared on your apartment floor / Where I closed my eyes and realized / Baby, I loved you more“. Savoiur ha un testo originale, cantato dalla Bennett con bravura e carisma. Parole semplici e dirette, che colpiscono come una pistola. Da ascoltare, “I don’t need a savior cuz I’ve got a gun / And I don’t wanna think of all the bad things I’ve done / Like when I do, it’s what I do that’s nothing to you / So I’ll sit upon this shelf cuz I got nothing to prove, do you?“. La title track The Devil Always Come è una ballata che rallenta la marcia iniziata dalle canzoni precedenti. Stacey Bennett dimostra di avere una lato più sensibile e folk nel quale può continuare ad esprimersi con la consueta energia, “I was a child, I was free / And I fought to believe that we are infinite / But we aren’t all poets / We are all lies / And the devil always comes to my side“. Lo stesso si può dire della bella City In The Window dove si sente la sintonia tra Stacey Bennett, autrice di tutti le canzoni, e la sua band. Un’altra canzone orecchiabile ma tutt’altro che banale, “Your heart moves in two directions / Your eyes always on the moon / Your life spills in one dimension / But the city in the window never changes shape“. Con Oh! Nola si ritorna al rock tirato, sorretto dalle chitarre che nel finale rallenta trovando il suo compimento. Una canzone di un amore disperato, “We fled into the bars under blood moonAnd hash tagged scars / Enraged by politics, the placement of planes, their intersections / I opened my eyes, “Baby I’m in love with you!” / My head on your chest, the air mattress, this spinning room / Oh! Nola don’t break me now“. Ancora più rock con Tidal Wave. Da fan dei R.E.M., quale sono, non ho potuto fare a meno di notare l’influenza che questo gruppo può aver avuto in questa canzone. Si sente l’impronta del southern rock degli inizi di Stipe e soci, “Forged in my new skin / I begin pretend sunken eyes like ships forgotten amidst the sea as it spits and sways / Of kerosene, a sick machine, a wakeup call that ends in dream“. All The Tiny Parts è una dimostrazione di talento da parte della Bennett che incastra alla perfezione musica e parole. Un altro punto a suo favore, “So call the cops if you want to but don’t believe in accidents / You’re not sick and you’re not dying / Leave the light on, don’t go back to bed / Solace they scream, make me believe / I walked on fire for you / So let me be, should I concede? / I sank the line for you“. Chiude la splendida ballata The Siren Song. La voce della Bennett si rivela versatile e, come ho già scritto, carismatica. Anche il testo di questo brano è carico di immagini vivide condensate in poco più di due minuti, “The sirens sing a song of sex / A tale of death, port wine pouring from her decks / With gunpowder, a coward’s hex / Burn the wench, she’s derelict!“.

The Devil Always Comes si è rivelato una sorpresa al di sopra delle mie aspettative. Stacey Bennett esprime una maturità invidiabile per un esordio ed è ben supportata dalla sua band. Folk Is People è un progetto interessante sopratutto perché con questo album dimostra di saper affrontare tutte le sfumature della musica folk e rock americana. La lunghezza di una album può dire tutto e niente di sé ma in questo caso, i suoi trenta minuti abbondanti significano solo una cosa: idee chiare e la volontà di essere diretti e sinceri. E non si può negare che i Folk Is People ci siano riusciti.

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Mi ritrovai per una selva oscura

A volte basta la copertina di un album per incuriosirmi. Questo The Road To Some Strange Forest della cantautrice americana Moriah Woods ha una copertina che richiama un folk dai toni dark, quasi funerei. L’ascolto poi di un brano come Mother mi portato ad avvicinarmi a questa artista si stanza in Polonia. Non sono attirato dal dark folk ma la mia curiosità mi ha spinto in questa direzione. Se non si puù giudicare un libro dalla copertina non si può dire altrettanto degli album musicali. La copertina è fondamentale e a volte basta ed avanza nella sua scelta.

Moriah Woods
Moriah Woods

Old Times apre l’album, conducendoci in questa foresta oscura che è la musica della Woods. La voce è eterea, la musica essenziale ma tutto è ben mescolato e crea la giusta atmosfera che ci si aspetterebbe date le premesse, “For our minds / for our minds All filled with pain / For the nights / for the nights I cried in shame / for the ones / for the ones you thought you loved / for old times / for old times when we weren’t sane / for old times“. La successiva The Serpent è un folk americano con una bella melodia. Questo serpente, figura demoniaca, è immagine di questo dark folk, che dà spazio a riff di chitarra elettrica e cori. Tanto affascinante quanto evocativa, “With closed eyes / We cling to the heart of their heavy words / We’ll see them through / Serpent comes with open arms he’s welcomed / Fueling the flame the serpent’s inside of me too / The serpent’s inside of me too“. Mother è una delle canzoni più belle di questo album. Una triste canzone alla base della quale sembra esserci un abbandono. Un’interpretazione intesa nella qualche la Woods dà anche prova del suo talento di cantautrice, “She said “darlin’ can’t you see? / I’m just a fragile human being / I cannot reap or cry or sow / So fight and fight and fight alone”“. Un bella ballata folk si nasconde sotto il titolo di The Fall. L’atmosfera è quella opprimente del folk più scuro. Moriah Woods è brava a non lasciarsi prendere la mano, “Dark the waves / Pushed at the sides of their minds / Have died somehow bodies still alive / They were lost oh so lost they lost their way / I was lost oh so lost I lost my way“. The Road è la canzone più dolce e malinconica di tutte. Una bella ballata folk che ci fa scoprire una Woods meno dark. Un’ottima prova come cantautrice capace di creare melodie orecchiabili ma non banali, “I drift slowly down the road / Looking over my shoulder now and then / And we dance to life’s lonesome tunes / To be reminded that we’re still alive“. Toni ancora scuri in Breacking Through. La notte cala su chi ascolta e porta con sè i suoi demoni e le sue creature. Brava la Woods a farci provare tutto questo, sfoderando anche le sue armi più rock, “The old and hungry days / Of lust and pain are sailing away / But the fears of breaking through / Still grip my head on my darker days“. You Can’t See è un intensa ballata che sa essere anche orecchiabile. Si intravede qualche lampo di luce nel buio creato dalla musica della Woods. Non è un buio opprimente ma piuttosto una fredda notte, “One day dear I’ll sing a tune of love and of truth / And I hope its about you / So take me by all of my sides / Aven those that you despise / Cause in the end its who I am“. Si sente tutta l’influenza del folk americano in Many More Will Follow. Una delle canzoni più ricche musicalmente di questo album. Una Moriah Woods ispirata, “My feet they’re tired from the walking / My breaths are shallow in between / The dogs are howling in the moonlight / And I rest my bones in the trees“. Opprimete e più scura delle altre canzoni, Ghosts Of The Past non lascia scampo. Triste e carica di rabbia che esplode nel finale in un vibrante rock, “Faces growing in the sand / And I cannot stand their eyes / And I’m growing with them too / And I’m looking for a place to hide / Said I’m looking for a place to hide“. Chiude questo album Some Strange Forest che in quanto a tristezza e dark non ha nulla da inviadiare alle altre tracce. Anzi, c’è spazio per le chitarre elettriche che alzano i decibel fino a creare quel muro di suono che solo la musica metal sa creare, “Somewhere in these memories / On twisted turning roads / I scooped up all my sorrows / And I brought them home“.

The Road To Some Strange Forest è un album che eslora il lato dark del folk americano. Moriah Woods non forza mai questo aspetto ma lascia che le sue canzoni trovino la propria dimensione da sole. A volte il risultato è più dark e altre meno ma l’album ha una sua anima, scura è vero, ma affascinante. Questa sensazione di oppressione non è mai forte e forse è per questo che The Road To Some Strange Forest è un album che ho potuto apprezzare dalla prima all’ultima nota senza dovervi rinunciare. Chi non ama le canzoni tristi stia lontano ma chi ha un cuore scuro quel tanto che basta, allora ha trovato in Moriah Woods la persona giusta.

Caccia al tesoro

Sono passati più di due anni da quando mi sono avvicinato con riguardo alla musica di Justin Vernon e dei suo “gruppo” Bon Iver. Quel For Emma, Forever Ago è rimasto fino ad ora l’unico suo album nella mia collezione. Ciò non significa affatto che non mi fosse piaciuto ma semplicemente non ho avuto il piacere di ascoltare il successivo album omonimo pubblicato nel 2011. Si da il caso che Justin Vernon è tornato quest’anno, dopo 5 anni di silenzio, con l’enigmatico 22, A Million.  Io che ero rimasto all’indie folk dell’esordio ho provato un iniziale moto di repulsione di fronte ai primi ascolti dei singoli di questo nuovo lavoro. Credo di aver pensato: “Ma che cosa hai fatto, Justin!?”. Poi, quasi improvvisamente, 22, A Million doveva essere mio. Dovevo ascoltarlo assolutamente, affascinato da tutti quei simboli sulla copertina e gli strani titoli delle canzoni.

Justin Vernon
Justin Vernon

L’apertura è affidata alla poetica e distorta 22 (OVER S∞∞N), nella quale la voce caratteristica di Justin Vernon si eleva pulita e chiara tra suoni campionati in loop. Un inizio fulminante, per certi versi anche inquitante, “It might be over soon, soon, soon / Where you gonna look for confirmation? / And if it’s ever gonna happen / So as I’m standing at the station / It might be over soon“. Si continua con 10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄, ancora più destrutturata e disturbante. Ma il caro vecchio Justin appare là in mezzo come unica certezza, unico punto fermo in quel frastuono, confuso tanto quanto affascinante, “I’m unorphaned in our northern lights / Dedicoding every daemon / Taken in the tall grass of the mountain cable / And I cannot seem to find I’m able“. Solo voce nella successiva 715 – CR∑∑KS. Sarebbe meglio dire solo tre voci. Lo stesso Vernon canta con versioni alterate della sua voce che contribuiscono al brano quasi fossero strumenti musicali. Questa è una delle canzoni più belle di questo album dove le parole fanno il gioco della musica, “Low moon don the yellow road / I remember something / That leaving wasn’t easing / All that heaving in my vines / And as certain it is evening ‘at is now is not the time / Ooh“. Il simbolismo di cui è carico questo album comincia da canzoni come 33 “GOD” che dura, guarda caso, esattamente 3 minuti e 33 secondi. Qui Justin Vernon somiglia tanto a quello al quale eravamo abituati, c’è anche un pianoforte, ma tra coretti e ritmi frammentati, il cantautore americano ci sorprende, “We find God and religions to / Staying at the Ace Hotel / If the calm would allow / Then I would just be floating to you now / It would make me pass to let it pass on / I’m climbing the dash, that skin“. La classica canzone in perfetto stile Bon Iver è nascosta sotto il titolo di 29 #Strafford APTS. Ci sono le atmosfere malinconiche e tristi che tanto abbiamo amato. Anche qui però c’è sempre qualche elemento di disturbo, quasi a voler rendere imperfetta una canzone che appare come consumata dall’ascolto. Jusin Vernon però riesce sempre a commuovere, “Fold the map and mend the gap / And I tow the word companion / And I make my self escape / Oh, the multitude of other / It comes always off the page“. Contrapposta alla canzone 33 “GOD” troviamo 666 ʇ. Ancora Vernon usa le sua armi migliori, senza eccedere nell’uso della tecnologia. Nonostante il titolo faccia presagire atmosfere infernali, siamo di fronte a tutt’altro, “And so it’s not in your clasp / What’s the function or the task / Well, I’d stun and I’d stammer / Help me reach the hammer / (For then what will I ask)“. Segue subito senza interruzioni la magica 21 M◊◊N WATER. La perfezione sognante del suo inizio lascia spazio, neanche troppo lentamente, a suoni sconnessi ed interrotti, frammenti di voci in loop che si disperdono nel finale. Il testo è criptico, come tutto il resto dell’album dopotutto, “The math ahead / The math behind / Moon water / Remomrize numb / And half the hum / For moon water / I’d hide Berlin / To run and find it / Moon water / The path ahead / The path behind it / It’s moon water“. L’ottava traccia è appunto 8 (circle), il cui simbolo è uguale a quello dell’infinito, solo rovesciato. Infinito come un cerchio, appunto. Qui Justin Vernon sembra dimenticarsi di sperimentare e torna ad essere quel cantautore solitario e carismatico. Anche se c’è sempre qualcosa che salta all’orecchio, un suono fuori posto e qualche alterazione ma va tutto bene, “I’m standing in your street now, no / And I carry his guitar / And I can’t recall it lightly at all / But I know I’m going in“. Il suono dei sassofoni apre la bella ____45_____  che è sorretta dal canto, questa volta non in falsetto, del nostro. Un’altra bella canzone, come sono i Bon Iver sanno fare, “Well I’ve been carved in fire / Well I’ve been caught in fire / I’ve been caught in fire, whaaaa / Well I’ve been caught in fire / I’ve been carved in fire / I’ve been caught in fire / What comes prior to?“. L’ultima traccia s’intitola 00000 Million che aggiungendoci davanti il numero di traccia, il 10, si ottiene un milione. Ecco che l’album che è iniziato con un 22 finisce con un milione, 22, A Million. Bon Iver nella sua massima espressione si contrappone alla sperimentazione e non convenzionalità delle tracce precedenti, “So I can depose this, partial to the bleeding vines / Suppose you can’t hold shit. how high I’ve been / What a river don’t know is: to climb out and heed a line / To slow among roses, or stay behind“.

22, A Million è un album ambizioso che solo Bon Iver poteva proporre e passarla liscia. Tutto è concesso al buon Justin Vernon e lui ripaga la fiducia con la spontaneità di un album che spontaneo non è. Gran parte delle tracce, se non tutte, sono state rimaneggiate, scomposte e ricomposte. Tutto è astratto in 22, A Million, dove anche i titoli, dai caratteri simbolici, sembrano avere poco a che fare con i testi delle canzoni. Testi che come sempre sono oscuri e criptici ma carichi di musicalità e tensione. Bon Iver o Justin Vernon che sia ha sfornato un album che provoca reazioni contrastanti ma che ha un fascino tutto suo. Ci troviamo di fronte, forse, ad un’opera irripetibile che si propone come uno dei migliori album di questo 2016. Dopo aver ascoltato queste dieci canzoni, non resta che divertirsi a decifrare simboli, numeri e suoni. Come in una caccia al tesoro.