Nel grande schema

Il suo precedente album intitolato Soon Enough del 2015, mi ha accompagnato per diversi mesi con il suo sound americano sempre elegante e rassicurante. Erin Rae con la sua angelica voce è in grado di dare vita ad atmosfere eteree e sognanti, poggiate su emozioni più che concrete. Il nuovo album Putting On Airs pone la cantautrice americana verso una nuova direzione, iniziando dalla piccola ma significativa scelta di pubblicarlo sotto il nome di Erin Rae, rimuovendo quello della sua band The Meanwhiles. Che ci sia sotto la volontà di esprimere una musica più personale? Per scoprirlo non resta che ascoltare Putting On Airs.

Erin Rae
Erin Rae

Si inizia con Grand Scheme nella quale si intravede una nuova vena psych-rock, addolcita dalla voce morbida della Rae. Il grande schema di cui tutti facciamo parte è alla base di questa canzone che funziona un po’ con un’introduzione. La title track Putting On Airs si rifà ad un sound più vicino al classico folk americano. Un richiamo all’album d’esordio con contaminazioni anni ’60. Uno dei migliori brani dell’album. Si continua con la bella Bad Mind. Una canzone molto personale che si affida ad un accompagnamento essenziale per trasmettere un messaggio di accettazione della propria sessualità. La successiva Can’t Cut Loose è una canzone di più ampio respiro che si affida a sonorità indie, sempre smussate dalla voce inconfondibile della Rae. Il perfetto esempio della nuova direzione musicale intrapresa. Love Like Before è un’orecchiabile canzone dai ritmi del sud degli Stati Uniti. Erin Rea riesce sempre con la voce ad attirare l’attenzione ma senza mai prendere il sopravvento sulla musica, in questo caso piuttosto curata. June Bug è una canzone più marcatemene folk. Un folk moderno, contemporaneo, più vicino a quello europeo piuttosto che a quello americano. Mississipi Queen è una delle canzoni che preferisco di questo album. Un folk cantautorale, lento ma accattivante. Un accompagnamento ricco accende di colori questa canzone. Da ascoltare. Il vibrante indie rock di Like The First Time spezza la serenità apparente dell’album. Di fatto Erin Rae si accoda alla nuova ondata di cantautrici che si affida al suono della chitarra elettrica per esprimersi in nuove forme. The Real Thing invece è uno sguardo al passato. La cantautrice americana torna alle atmosfere dell’esordio cercando maggiore profondità musicale ed espressività. Anchor Me Down si fa strada con un accompagnamento sognante, dove la voce della Rae si muove sempre con eleganza e delicatezza. Un gioiellino di poesia e musica. Wild Blue Wind è un potente folk rock abbastanza inedito per la Rea. Tutto funziona a dovere, c’è il ritmo, c’è la melodia. Un brillante esempio della versatilità di questa artista che riesce a variare di genere senza snaturare la sua musica. Chiude l’album la breve Pretend. Una canzone semplice e melodica, che poggia sulla voce della Rae che vola leggere su un tappeto di suoni e sulla chitarra acustica.

Rispetto al suo predecessore, questo Putting On Airs vede Erin Rae alle prese con sé stessa più che in passato. Il risultato è un lento, ma progressivo, distaccamento dal folk americano e un avvicinamento ad un cantautorato folk più moderno e sperimentale. La ricerca di una maggiore espressività della cantautrice americana va oltre gli stili musicali, andando alla ricerca delle nuove forme del folk. Putting On Airs rappresenta, molto probabilmente, quello che viene definito un album di transizione. La strada tracciata con l’album dell’esordio prosegue ma la destinazione sembra essere differente. Erin Rae non vuole essere un’interprete di un genere musicale ma un’artista più completa che in questo album prova a staccarsi , senza strappi, alla tradizionale sound di Nashville.

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L’estate si avvicina

Questo è un buon momento dell’anno per recuperare qualche uscita dello 2017. Ci sono album che sono finiti nella mia wishlist per poi rimanere sotterrati dalle nuove uscite. Lo scorso mese, ad esempio, è stato foriero di tanta nuova musica ma questo aprile si è rivelato più tranquillo in questo senso. Perciò mi sembrava il momento di recuperare questi album rimasti in lista d’attesa. Uno è Wild & Wicked Youth, terzo album della cantautrice inglese Kim Lowings e la sua band The Greenwood. Il suo folk in bilico tra tradizione e modernità era già giunto alle mie orecchie con l’album Historia del 2015 ma non avevo approfondito. Per conoscere la musica di Kim Lowings dovevo pur iniziare da qualche album e questo Wild & Wicked Youth è quello che ho scelto.

Kim Lowings and The Greenwood
Kim Lowings and The Greenwood

Si comincia con In Spirit, una ballata folk dove la musica gioiosa contrasta con il testo. Il fantasma senza pace di un suicida conduce alla morte altri uomini, trascinandoli nelle profondità del mare, “We may get seven years or more / Of life and love both rich and poor / Before the song it calls me back to sea. / Then I will pull you through the door, / Bid a farewell to the shore. / Drag you under, bring you home with me“. Segue Oyster Girl, la prima delle ballate folk tradizionali di questo album. Una scelta musicale azzeccata, racconta la storia di un francese in visita a Londra che viene truffato da una ragazza che vende ostriche, “We’d not been in the room scarcely but a half an hour / Before she picked my pockets of fifty pounds and more / And out of the doorway so nimbly she did trip / And left me with her basket of oysters“. Farewell, My Love So Dear si apre con un coro di voci maschili che lascia spazio alle note del contrabbasso. Un canzone più oscura delle precedenti, con un’atmosfera ben calibrata, “Farewell my love so dear / For now the time is near / From thee I’m going. / But I will come again / When frost is on the pane / And storms are blowing“. The Cuckoo è un altro brano tradizionale, riproposto in una veste accattivante. Kim Lowings con la sua voce riesce trasmettere quel senso di inquietudine, reso più pungente dal suono del violino, “Oh the cuckoo she’s a pretty bird, / She sings as she flies. / She brings us glad tidings, / She tells us no lies. / She drinks from wild flowers / To keep her voice clear / And when she sings cuckoo / The summer draws near“. The Tortoise And The Hare si rifà alla nota fiaba della tartaruga e la lepre per rappresentare un amore che va a due velocità diverse. Una ballata folk colorata e positiva che mostra tutto il talento della Lowings e della sua band, “I’m like the tortoise and you’re like the hare. / You’re quick off the blocks while I tread with care. / I’d rather be cautious it’s a harsh world out there. / And your smug smile it tells me that I’d better beware“. La successiva Firestone si poggia sulle note di un pianoforte. Senza dubbio uno dei brani più affascinanti di questo album, oscuro e toccante con una spiccata personalità pop, “But I will not stray from the pathway. / My steps will not falter nor fail. / Though this burning inside me / May try to deny me / The firestone will tell its own tale“. Wyle Cop / The Wonderful Mr Clark è una gioiosa ballata folk che affonda a piene mani nella tradizione inglese. L’intro di violino ci apre a lieti e sconfinati scenari, la voce della Lowings ci racconta tutto il fascino di Mr Clark, “With pockets full of charm, / That twinkle in his eye. / See how all the ladies swoon as Mr Clark walks by / And you may try and tell him / But this he will deny / There’s nobody as wonderful as Mr Clark“. Segue Bold Riley, una ballata tradizionale, proposta in una versione corale. Queste canzoni hanno passato il vaglio dei secoli e giungono a noi intatte anche grazie ad artisti come Kim Lowings, “Goodbye me sweetheart, / Goodbye me dear-o / Bold Riley-o, Bold Riley, / Goodbye me darlin’, / Goodbye me dear-o, / Bold Riley-o has gone away“. Oh The Wind and Rain è una classica murder ballad spesso riproposta dagli artisti folk. Conosciuta anche con il titolo di The Two Sisters, racconta la storia di due sorelle che s’innamorano dello stesso uomo e una sorella uccide l’altra per gelosia, “They pushed her into the river to drown / ‘Oh the wind and rain’ / Watched her as she floated on down / ‘Crying oh the dreadful wind and rain’“. La successiva Away Ye Merry Lassies è una cover dell’originale di Georje Holper del ’89. Anche questa volta c’è spazio per una gioiosa ballata con un ritornello orecchiabile e accattivante, “Oh the moon is wax tonight / Don’t you like the fellas? / I prefer the girls tonight / I’m goin’ to ride the wind. / ‘Cause it’s the girls’ night out. / Away ye merry lassies! / Get your brooms, get ‘em out. / We’ll ride the wind tonight“. The Newry Highwayman
è una delle canzoni che preferisco di questo album. Un brano della tradizione, che racconta la storia di un uomo che vive la sua vita nell’illegalità finendo per essere ripudiato anche dai suoi cari, “I robbed Lord Golding I do declare, / And Lady Mansel in Grosvenor Square. / I closed the shutters, bid them goodnight. / And carried their gold to my heart’s delight“. C’è spazio per un’altra ballata al pianoforte per chiudere l’album. Si intitola Fly Away ed è una delle canzoni originali di questo album. Un testo toccante e intenso che mette in luce tutte le doti di cantautrice della Lowings, “Hold on to innocence my child. / You’ll miss it when you’re older… / I’ll fly away, fly away oh glory. I’ll fly away. / When I die hallelujah by and by. I’ll fly away“.

Wild & Wicked Youth è da inserire tra i migliori album folk dello scorso anno. Kim Lowings e la sua band sono riusciti a proporre un folk ricco ed intenso, che guarda alle sonorità più contemporanee di questo genere. I brani originali e quelli tradizionali si mescolano alla perfezione avendo come filo che li unisce la voce educata e morbida della Lowings. La mia, seppur lenta, ma costante scoperta del folk d’oltre Manica, mi ha portato ad ascoltare diverse versioni delle stesse ballate ed ognuna di esse è speciale a modo suo e quelle di Wild & Wicked Youth non fanno eccezione. Le sonorità più allegre si contrappongono felicemente ad quelle più oscure e tristi, dando una forte impressione di essere complementari l’une alle altre. Sì, Kim Lowings & The Greenwood meritano un approfondimento e non posso evitare di ripercorre la loro discografia ed evitare così di lasciarmi scappare ancora qualcosa di buono.

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Nessuna traccia

A distanza di tre anni dal suo primo album da solista, il cantautore svedese Kristoffer Bolander è tornato con What Never Was Will Always Be. Tempo fa era il leader della band Holmes che proponeva un folk americano influenzato dalle atmosfere del nord Europa, un progetto che sembra ormai accantonato dopo quattro album. Bolander però ha intrapreso una nuova carriera solista, permettendoci così di continuare ad ascoltare la sua voce magnetica. Il precedente I Forgive Nothing non era poi così lontano da quello che proponevano gli Holmes ma già si percepiva il lento distacco dalle sonorità folk. Questo nuovo album è un ulteriore passo in avanti in tale direzione.

Kristoffer Bolander
Kristoffer Bolander

L’album comincia con l’oscura Untraceable. Bolander con la sua musica ci trasporta di scenari epici e solitari. Il nuovo sound, più elettronico che in passato, fa emergere ancora di più le caratteristiche uniche della sua voce. Il singolo Cities è una delle più belle canzoni di questo cantautore. Come un volo sui tetti delle città del nord, la musica sostiene leggera il canto. Sono riconoscibili come sempre il piglio epico e quella venatura malinconica tipicamente sue. Heat affonda le sue radici in terreni più indie rock, dove le chitarre e i suoni elettronici si susseguono in un crescendo. La voce fredda di Bolander è una lama che fende il groviglio dei suoni. Le ballate non possono mancare e To Come Back è una di queste. Effetti sonori ed echi si vanno ad aggiungere alle chitarre dando forma ad una delle canzoni più magiche di questo album. La successiva The Liar si apre affidando quasi esclusivamente alla voce di Kristoffer. Una canzone che esplode poi nelle consuete architetture epiche e ampie. Questo è un ottimo esempio della musica del nostro Bolander. Animals va a toccare sonorità dance con l’aiuto dei synth, discostandosi ancora di più dalle consuete atmosfere del cantautore svedese. La sua voce rimane l’unico tratto immutabile nel turbine dei suoni. Unborn ritorna sui sentieri già battuti dal cantautore svedese ma che conservano il loro fascino solitario. Le chitarre trovano il loro spazio tra le melodie tessute dalla voce melodiosa di Bolander. Stråt è un crescente ed ipnotico indie rock sorretto dalla batteria e dalle chitarre. La voce distorta conferma la volontà di sperimentare nuove soluzioni con l’elettronica arrivando ad un finale liberatorio e grandioso. In soli due minuti, Bolander ci riporta alle sue consuete melodie, questa volta affidandosi sopratutto ai synth. Il risultato è notevole e sorprendente. A Massive Opiate ci fa sprofondare in un modo rallentato e indefinito. La voce di Bolander è ancora distorta, resa indefinita con un effetto sonoro. Anche la musica è ovattata e appare distante. La canzone più coraggiosa e sperimentale di questo album. Segue True Romance che, sorprendentemente, segna un ritorno al folk ed ad un suono più acustico. Kristoffer Bolander sfodera il lato più delicato della sua voce, apparendo meno freddo ma ugualmente malinconico, poggiandosi quasi esclusivamente sul suono della chitarra. Non poteva mancare un finale epico, ed ecco Florian’s Dream. Un brano per lunghi tratti unicamente strumentale che mette più in luce le doti di musicista di Bolander, dando il giusto spazio anche alla sua band.

What Never Was Will Always Be è un evidente cambio di sonorità per Kristoffer Bolander che riesce però a non snaturare la particolarità della sua voce. Una produzione attenta e mai sopra le righe la mette sempre al centro. In questo album la band che lo accompagna si dimostra più influente che nelle più recenti produzioni dando forma ad ogni brano. Anche se non avremo, molto probabilmente, la fortuna di ascoltare qualcosa di nuovo dagli Holmes e la loro scandinavian americana, Kristoffer Bolander sa riportarci laddove ci aveva portato in passato. La sua propensione alle atmosfere dark, non opprimenti ma di ampio respiro, e quella vena di malinconia inevitabilmente legata alla sua voce, sanno incantare come pochi altri artisti. What Never Was Will Always Be è un evoluzione del precedente album dove questo cantautore esplora nuovi spazi rimanendo sempre fedele a sé stesso e soddisfacendo appieno le aspettative.

 

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Una piccola parte

Una pratica comune oggigiorno è quella di mettere in atto campagne di crowdfunding per realizzare un album e così ha fatto, lo scorso anno anche la giovane cantautrice scozzese Iona Fyfe. Ho partecipato anche io alla sua campagna per finanziare il suo album di debutto, ricevendo in cambio il suo EP East del 2016 e Away From My Window in anticipo di oltre un mese dall’uscita ufficiale (il prossimo 24 marzo). Una raccolta di brani tradizionali della sua terra, covers e un originale, tutti interpretati dalla bella voce della Fyfe. L’aver contribuito, seppur modestamente, alla sua realizzazione rende questo album speciale e poterlo condividerlo con chi legge con largo anticipo è qualcosa di inusuale.

Iona Fyfe
Iona Fyfe

Apre l’album Guise Of Tough una ballata tradizionale scozzese. Si tratta probabilmente di un’altra versione, che già conosco, di una ballata cantata da Robyn Stapleton e intitolata Jock Hawk’s Adventures In Glasgow. Fin da subito sono chiare le doti vocali della Fyfe e il talento della sua band, “I gid up tae Alford for tae get a fee, I fell in wi Jimmy Broon, wi him I did agree / Come a hi come a doo, hi come a day, / Hi come a diddle come a dandy o“. Segue un’altra ballata tradizionale, Glenlogie, che deriva da una canzone intitolata Jean of Bethelnie datata 1768. L’arrangiamento dà nuova linfa al brano che racconta la storia a lieto fine di Jean che si salva dalla morte per crepacuore sposando l’uomo che amava, “‘He‘s titled Glenlogie / Fan he is at hame, / He‘s o‘ the noble Gordon‘s, / Lord John is his name’ / ‘Glenlogie, Glenlogie, / Prove constant and kind, / My love is laid on ye, / An’ yer aye on my mind’“. Banks of Inverurie deriva probabilmente da una canzone americana intitolata The Lakes of Pontchartrain, come spiega la stessa Fyfe. Una canzone dai sentimenti romantici, una dichiarazione d’amore cantata con voce giovane e melodiosa, “He’s pit a horn tae his lips an’ he blew loud and shrill, / Till four and twenty armed men came tae their master‘s call, / ‘I used to flatter fair maids but now I‘ll faithful be,’ / ‘On the banks of Inverurie if you would marry me, / On the banks of Inverurie, I’ll walk alone” said she“. La successiva The Swan Swims è una ballata tradizionale che ho già ascoltato in altre versioni. La storia è più o meno la stessa e racconta la rivalità tra due sorelle. Pare che abbia origine da una ballata norvegese che poi si è diffusa nel nord Europa, “The sisters went to see the boats cam in / Hey o, my bonnie o / And they walked till they cam tae the waters brim / And the swan swims sae bonnie o“. La title track Away From My Window è una canzone tradizionale nella sua versione americana ma probabilmente di origine scozzese. Un terribile peccato, forse un crimine, affligge una ragazza che canta disperata il suo dolore, “Go away from my window,do not venture in / Go away from my window, do not enter in / I will tell my dear brother, of my terrible sin / Go away from my window, do not enter in / Go away from my window, take your form from my door / For my heart, it is sad and my spirit is poor“. Bonnie Udny comincia con un estratto della stessa canzone nella versione di Lizzie Higgin per poi proseguire nella versione di Iona Fyfe che incanta con la sua voce, “I will build my love a castle on yon piece of ground, / Where lord, duke nor nobleman can ne’er pull it down / And if anyone should ask of you “Oh what is your name”, / You can say it is Mary and from Udny ye cam“. Take Me Out Drinking è una cover dell’originale di Michael Marra. La voce della Fyfe ammorbidisce il canto ma ne conserva tutta la sincerità, anche grazie ad un accompagnamento azzeccato, “All of my brothers I met on the way / They were drinking by night / They were drinking by day / Ah restore to my eyes / What was clear and was bright / Honey take me out drinking tonight / Honey take me out drinking tonight“. Con And So Must We Rest, Iona Fyfe, si misura ancora con una voce maschile come quella di Aidan Moffat. Una ninnananna di un padre, dedicata al proprio figlio, resa ancora più confortevole dalla voce femminile, “The whispering ocean with tall tales to tell / Is done for the day as he settles his swell / Goodnight, goodnight, oh my children, goodnight / Sleep deeply, sleep safely, my children sleep tight“. La successiva Banks Of The Tigris è una canzone originale proprio della Fyfe. Ispirata dai recenti conflitti in Medio Oriente, il testo è ricco di immagini forti e poetiche, che mostrano tutto il talento di questa cantautrice nella scrittura, “The survivors they still have their tongues tied / And they won’t talk of what they have seen / The enemy lines always changing / In this battleground, no hands are clean“. L’album termina con Pit Gair, aperta da un intro di cornamusa e riprende le sonorità di inizio album. Anche questa volta la ballata risale alla seconda metà del ‘800 ed è magistralmente reinterpretata dalla Fyfe e dalla sua band, “Charlie, O Charlie, come owre frae Pitgair, / An’ I’ll gie ye out a‘ my orders, / For am gaun awa‘ tae yon high hielan‘ hills, / A while ti leave the bonny Buchan borders“.

Provo una certa ammirazione per questi giovani che ancora oggi portano avanti la tradizione con tanta passione. C’è anche un bel lavoro di ricerca per questo Away From My Window, che Iona Fyfe ha riportato nel libretto che accompagna l’album e che ho cercato di riassumere qui sopra. In un epoca in cui siamo invasi da musica “mordi e fuggi”, ci sono ancora questi ragazzi e ragazze che hanno il coraggio di proporre canzoni che superano i sette minuti (nessuna di queste scende sotto i quattro). Away From My Window dimostra il grande rispetto per le canzoni tradizionali e la volontà di preservarne l’immenso patrimonio artistico e storico che esse rappresentano. Iona Fyfe e la sua band hanno fatto un ottimo lavoro sotto ogni punto di vista, che ci riavvicina alla bellezza della canzone tradizionale che non può andare persa.

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Tempi bui

Sono passati cinque anni da quando scoprii la musica della band inglese To Kill A King con il loro EP My Crooked Saint. Nel corso degli anni la loro musica è cambiata ma ha mantenuto dei punti fermi. Proprio all’inizio di quest’anno, il gruppo capitanato da Ralph Pelleymounter, ha pubblicato l’album The Spiritual Dark Age, che segue To Kill A King del 2015. Questa band mi incuriosì fin da subito e in tutti questi anni i To Kill A King non hanno mai deluso. Dopo la svolta, meno folk, nel loro secondo album ero curioso di sapere quale strada avessero intrapreso. L’idea alla base dell’album è interessante ma sarà abbastanza? Per scoprirlo non resta che ascoltarlo.

To Kill A King
To Kill A King

Apre l’album la title track Spiritual Dark Age, nella quale ritroviamo i To Kill A King di qualche anno fa. In primo piano sempre la voce inimitabile di Pelleymounter che sciorina parole che si incastrano nella musica, “Oh, forget about love / Not a hand from above / It’s not just some dream / And there’s the rub / Just chemicals that flood brain / They’re writing poetry / About serotonin and dopamine / Welcome to the Spiritual Dark Age“. The Unspeakable Crimes Of Peter Popoff si affida a ritmi funky e bordate rock per raccontare la figura del telepredicatore americano Peter Popoff. Una delle canzoni più orecchiabili e accattivanti dell’album, “He’s like 6 foot tall, his congregation looks so small, oh / See that holy snarl, sweat runs down, his lips are narrow / When you gonna fight that hatred? When you gonna heed the call? / Will you know I’m out of patience? On your feet you know it’s on, oh“. Compassion Is A German Word ricalca le sonorità tipiche della band. Qui i nostri tirano fuori un bel indie rock nel quale immancabilmente spicca la voce di Pelleymounter che ripete ossessivamente la parola compassion, “Don’t be so arrogant / You ain’t no different to anyone I’ve met / We’re all the heroes in our own film / Or maybe the villain in someone else’s / The Ned Flanders to someone’s Homer / The Cobain to someone’s Courtney“. Cherry Blossom Falls gioca sul suono delle parole. Lo hanno fatto spesso in passato i To Kill A King, e lo fanno ancora. Un brano da canticchiare, interrogandosi sul suo significato, “I was in the wicked sea / Drowning not waving if you please / Oh / See how the cherry falls / See how it falls / See how the cherry falls / See how it falls“. La successiva No More Love Songs ci fa scivolare in un indie pop, dove le parole escono una dopo l’altra. Niente più canzoni d’amore, ci promette il buon Ralph, non che la sua band ne abbia fatte molte, “I ain’t gonna write no more love songs / Cause they will stay after you’re long gone / I ain’t gonna write no more love songs / Cause they will stay after you’re long gone / It’s a dangerous game to play“. Tra le canzoni che preferisco c’è la bella Oh, Joy. Un brano oscuro, più sommesso rispetto al resto dell’album. Si percepisce una sorta di tensione, riassunta, in poche parole, nel ritornello, “Oh love / Oh my joy / Hold me close / The dark is pressing in“. Il gruppo sfrutta il momento e rimane nel buio della notte con The Good Old Days. Una canzone che dimostra tutta la maturità artistica del gruppo nel saper dare forma alle emozioni, “The good old days / You forget the jokes but the laughs remain / You never slept but you dreamt you life away / I said your name / Just to feel it on my lips again / To see if it still felt the same“. Con The One With The Jackals tornano agli esordi. Un brano principalmente acustico, carico di immagini, dove le parole scandiscono il tempo. Bella nella sua semplicità, “Never have I seen two filthier jackals / Circling around the corpse not that it matters now / Stretching the coat as they try for size / Claiming the boots that once were mine“. Con I Used To Work Here, Perhaps You Did Too? la band dà un colpo di spugna e passa all’attacco. Un rock che è quasi un rap, un ritornello fulminante. I To Kill A King sono capaci anche di questo, “Now mother Mary, she’s a mother to six / But at this point in the evening she tends to forget it / She’ll lie with anybody but her love loss ex Jimmy ‘the rat’“. My God & Your God è un trascinante indie rock guidato dalle chitarre. Pelleymounter segue il ritmo e si lancia in una delle sue migliori performance, “But my God and your God they don’t get along / As miserable apart as they were as one / Oh, my God and your God they don’t get along / Chasing each other like the moon chase the sun“. Con Bar Fights la band si diverte e fa divertire. Forse il brano più apertamente rock dell’album, “Ham strung / There’s no getting out of here / Oh wait / Shift your grip upon your gun / God damn / Watch your lip that fighting talk / Gold dust / You go big or you go home“. Chiude l’album la ballata And Yet…, riflessione sulla vita e tempo che passa. Si gioca ancora con il suono delle parole, gioco reso più evidente da un finale quantomeno curioso, “Because the weight to make our way / To tick the boxes neatly placed / I call bullshit, you call bullshit / This fleeting wondrous life won’t fit“.

The Spiritual Dark Age riprende là dove il precedente To Kill A King finiva. Il distacco dal folk è avvenuto ma non completamente. Le tracce più acustiche stanno lì a dimostrarlo. Il resto dell’album è un buon mix tra alternative e indie rock che gira attorno alla voce inconfondibile Ralph Pelleymounter. Da non sottovalutare i testi, sempre intelligenti ed originali. Ogni canzone compone una sorta di concept album sui nostri tempi e le loro contraddizioni. The Spiritual Dark Age, insomma, è un album fatto sia di canzoni orecchiabili ma anche di tematiche su cui riflettere.

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Di legno e di pietra

Ci sono alcuni album che durante quest’anno ho ascoltato ma non ne ho scritto su questo blog. Ho dato priorità alle nuove uscite e così gli album usciti negli anni scorsi sono piano piano finiti in fondo alla lista. Prima di chiudere l’anno però mi sembra corretto dare spazio ad uno di questi album, uscito lo scorso anno ma che merita di essere condiviso con voi che state leggendo. Si tratta di Big Deal, terzo album della cantautrice canadese Kelly Sloan. Uscito nel Marzo dello scorso anno, era molto probabilmente finito nel raggio nel mio radar in quell’occasione, ma solo quest’anno l’ho riscoperto e ascoltato. Ed è stata davvero una fortuna.

Kelly Sloan
Kelly Sloan

Love Is Plenty apre l’album con il suo indie pop dalle sonorità americane. La voce della Sloan, calda ed educata, si muove tra le chitarre. Questo è solo l’inizio, un assaggio della varietà di quest’artista, “I am waking to the sun today / I know you’re far away / But do you know / If you’re looking up from where you are / We can’t be very far away“. La title track Big Deal vira verso un indie rock che ricorda quello di Angel Olsen. Una riflessione sulla vita da musicista e cantante, che assume i contorni del sogno tra i riverberi della chitarra, “I’m pretty big in a little town / My Mum’s friends know me / ‘cause I play around / I play the chords and I sing the words / And if they’re lucky I repeat the verse“. La successiva Made Of Wood è un brillante folk rock americano, sorretto dalla melodia tracciata dalla chitarra. Una poesia di immagini frutto del talento della Sloan, “I have come and I will stay / I threw my bones in that lake / And I’ll take my heart and go where I am from / I am made of wood and you are made of stone“. Annie Edson Taylor si ispira alla storia di questa donna che per evitare la miseria decise di compiere un’impresa. Nel 1901 si gettò dalle cascate del Niagara dentro un barile. Il gesto andò a buon fine ma, a causa di un tradimento, non le porto la fama sperata. Kelly Sloan ne fa un indie rock accattivante, “She is taking on water / A sinking family stone / She is going to leave it all / At Niagara Falls / It will all come tumbling down / All she had was gone / So she was going to the falls“. Be The Woman And The Man cambia registro e si porta verso una melodia country. La Sloan si dimostra a suo agio anche in questa ballata malinconica, “And then one day it rained / With the pain of yesterday / For forty nights she stayed / ‘til her dreams did go away / ‘cause a shadow never stays“. Di nuovo un ritorno a qualcosa di più rock con Tracers. Le chitarre suonano un beat anni ’60, la voce della Sloan è ferma ma dolce, “Sleeping in my room at night / Covered in your broken light / You’re a figment of someone passing by / And you’re coming to my door / Oh oh and I try“. Sulla stessa lunghezza d’onda anche To The Water. In primo piano le chitarre, la voce della Sloan è energica, rock. Una delle canzoni più belle dell’album, “Then something starts to take you down / And no one knows what’s going on / You were running / But now you’re crawling on all fours now“. O Brother è una splendida ballata country folk dalle atmosfere oscure. Kelly Sloan fa ancora centro, cambiando ma rimanendo fedele a sé stessa ed esprimendo tutta la sensibilità della sua musica, “Call me a cheater but there was no other way / To win a game no one’s playing / Some of us try and the rest never change / Now or then or whenever“. Your Only Ride è una delle mie preferite. Le parole scorrono veloci, cavalcando una melodia lenta e trascinante. Una canzone intensa e sincera che conquista al primo ascolto, “Then I hear a voice callin’, telling me to shut ‘er down, / Don’t worry about where you are, where you were and where you can’t be now / It’s all in your head and plus, it doesn’t even matter“. L’album si chiude con Turn To Me. Un orecchiabile indie pop, che pesca a piene mani dal cosiddetto french pop. Una canzone luminosa e avvolgente, “Turn to me, turn to me / You don’t know where you’re going / They’ll follow you and take you in / And I’ll live alone forever“.

Big Deal è un album nel quale troverete tutte le sfumature della musica cantautorale americana e le influenze dell’indie pop. Kelly Sloan, pur spostandosi su stili diversi, riesce a mantenere uno stile unico e coerente lungo tutta la durata dell’album. Proprio questa caratteristica è il punto di forza di un album nel quale ogni ascoltatore troverà almeno una canzone di suo gradimento. Personalmente mi piacciono tutte e Big Deal l’ho ascoltato più e più volte, cogliendone ogni volta nuove sfumature. Big Deal non meritava di rimanere in fondo a quella lista. Kelly Sloan si è guadagnata un posto di riguardo nella mia musica.

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Nero su bianco

Il quarto album della cantautrice canadese Tamara Lindeman si presentava, fin dal primo singolo, come una svolta rispetto al folk minimalista degli esordi. Dopo il poetico All Of It Was Mine (Achillea e menta) e il successivo Loyalty (Eclissi personale), The Weather Station ha deciso di cambiare qualcosa nella sua musica. Ad ottobre è uscito infatti il nuovo album intitolato semplicemente The Weather Station. In Loyalty la Lindeman appariva di spalle con le mani dietro la schiena, quasi a voler nascondere sé stessa, ora in copertina c’è sempre lei ma la sua figura è intera e frontale, in contrasto con lo sfondo. Si può partire da qui per avvicinarsi a questo album che potrebbe rivelarsi come la definitiva consacrazione di un’artista unica.

Tamara Lindeman
Tamara Lindeman

Free inizia con un intro di chitarra subito interrotto dalla voce morbida e melodiosa della Lindeman. Quasi un dialogo tra chitarra e voce, dove ritroviamo tutta la sincerità dei precedenti lavori ma sotto una nuova forma, “You were always so adamant. You told me that the one thing I was missing—I didn’t know that I was free. Tonight, when I pulled the car around, I was alone under the sky“. Thirty è uno dei brani più affascinanti ed ispirati. Tutto gira intorno alla voce della Lindeman, un flusso di parole, ricordi e pensieri. Da ascoltare, “Oh, you got the kindest of eyes, I cannot help but notice sometimes, but you know as do I, I cannot look twice without falling right into the sweet and tender line between something that can and can never be“. You And I (On The Other Side Of The World) è una canzone intensa, fatta di immagini delicate tracciate dalla voce della Lindeman. Uno strumento vero e proprio il suo, che gioca con la musica, “But we never got better, we never got to talking, we never figured out the questions, we got good at walking; walking the streets, when it was too hot to eat, walking in step, we can’t help it“. La successiva Kept It All To My Self è un flusso di parole e musica unite in una cosa sola. L’interpretazione è senza fronzoli, quasi ininterrotta e distaccata, “I rode up past St Clair, same old city but it could have been anywhere. And the scent of the air so exotic, every thought like I never have thought it. Then I felt that confidence in me, like a child in a strange new body. I kept it all to myself“. Impossible è oscura, attraversata dai pensieri della Lindeman. Si riconosce il suo stile, la sua mano ma c’è come un’urgenza di fondo che emerge lentamente, “Oh, I guess I got the hang of it—the impossible. And I walk the endless boundaries of it, just to know what you can’t ever have—what is light, what shadow. I guess I always wanted the impossible“. Lo stesso succede in Power. Il canto etero e fragile è spezzato dal suono blues di una chitarra elettrica. Le parole continuano a scavare profonde nell’anima e nei ricordi, senza filtro, “I fell asleep on the plane, and I woke up strange, twisted in the pale blue seat, an hour gone by. The sun was rising again, keeping distant over the blackened blue rim of the sky. I spent my whole life thinking that I was some kind of coward“. Come in un flusso continuo, segue ComplicitSi compone così un trittico con le due precedenti, trasmettendo all’ascoltatore una sensazione di necessità e urgenza, di grande impatto, “I moved back to the city; I lost myself in you, or in some kind of fiction, or in some kind of truth. I let myself get cynical; I felt cold and bruised, and the facts never changed, and time only moves“. Black Flies ritorna su sonorità più vicine al folk americano. Un passo indietro nel tempo per Tamara. L’attenzione di sposta lontano da sé stessa, riuscendo in poco più di due minuti a fare qualcosa di straordinario, “Humid wood, you felt good, and you shook your tangled hair down. With the sweat in your eyes, and all the black flies. Under lidded skies you lie down there in the grasses“. La successiva I Don’t Know What To Say continua a viaggiare sulle strade già percorse in passato dalla Lindeman, facendosi però accompagnare questa volta dal suono di un’orchestra, “Just don’t go—stay—everything has changed a thousand times anyway. Like we had no power, like we had no sway; the heartbreak you know will find you either way“. In An Hour comferma la volontà della Lindeman di non tracciare un solco netto tra il suo passato e il futuro. La maggiore ricchezza di dettagli nella musica è l’unica cosa che la differenzia dalla produzione precedente, “I cannot tell us apart—your pain made free with my own heart. We laid out under the ceiling as though under the stars. As though this afternoon was the blackness from here to the moon, dizzied by distances within you“. La conclusiva The Most Dangerous Thing About You è una delle canzoni più belle mai scritte dalla Lindeman. Una canzone che si appoggia su un pianoforte, dove le parole così naturali, così commoventi escono spontanee e sincere, “The most dangerous thing about you is your pain—I know for me it is the same. It was restless; you felt it, but never could call it by name“.

The Weather Station è un album che ci fa scoprire una rinnovata Tamara Lindeman che, seppur non tagliando i ponti con il suo passato, si esprime sotto nuove forme. Il suo è un tentativo di provare qualcosa di più rock ma inevitabilmente smorzato dalla sua voce e dalla sua indole emotiva e sensibile. Il risultato è un sound unico che è pervaso da un’urgenza espressiva soprattutto nella prima parte dove le influenze rock si fanno più sentire. La seconda metà è più riflessiva, nella quale troviamo The Weather Station nella sua forma più abituale solo più estroversa e diretta. L’album è da intendersi come un flusso continuo di parole e musica che escono liberamente e si ricompongono in forme complesse ma tanto vicine a chi ascolta. Solo i grandi sanno cambiare senza snaturarsi e Tamara Lindeman ci è riuscita nel migliore dei modi.

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