Nero su bianco

Il quarto album della cantautrice canadese Tamara Lindeman si presentava, fin dal primo singolo, come una svolta rispetto al folk minimalista degli esordi. Dopo il poetico All Of It Was Mine (Achillea e menta) e il successivo Loyalty (Eclissi personale), The Weather Station ha deciso di cambiare qualcosa nella sua musica. Ad ottobre è uscito infatti il nuovo album intitolato semplicemente The Weather Station. In Loyalty la Lindeman appariva di spalle con le mani dietro la schiena, quasi a voler nascondere sé stessa, ora in copertina c’è sempre lei ma la sua figura è intera e frontale, in contrasto con lo sfondo. Si può partire da qui per avvicinarsi a questo album che potrebbe rivelarsi come la definitiva consacrazione di un’artista unica.

Tamara Lindeman
Tamara Lindeman

Free inizia con un intro di chitarra subito interrotto dalla voce morbida e melodiosa della Lindeman. Quasi un dialogo tra chitarra e voce, dove ritroviamo tutta la sincerità dei precedenti lavori ma sotto una nuova forma, “You were always so adamant. You told me that the one thing I was missing—I didn’t know that I was free. Tonight, when I pulled the car around, I was alone under the sky“. Thirty è uno dei brani più affascinanti ed ispirati. Tutto gira intorno alla voce della Lindeman, un flusso di parole, ricordi e pensieri. Da ascoltare, “Oh, you got the kindest of eyes, I cannot help but notice sometimes, but you know as do I, I cannot look twice without falling right into the sweet and tender line between something that can and can never be“. You And I (On The Other Side Of The World) è una canzone intensa, fatta di immagini delicate tracciate dalla voce della Lindeman. Uno strumento vero e proprio il suo, che gioca con la musica, “But we never got better, we never got to talking, we never figured out the questions, we got good at walking; walking the streets, when it was too hot to eat, walking in step, we can’t help it“. La successiva Kept It All To My Self è un flusso di parole e musica unite in una cosa sola. L’interpretazione è senza fronzoli, quasi ininterrotta e distaccata, “I rode up past St Clair, same old city but it could have been anywhere. And the scent of the air so exotic, every thought like I never have thought it. Then I felt that confidence in me, like a child in a strange new body. I kept it all to myself“. Impossible è oscura, attraversata dai pensieri della Lindeman. Si riconosce il suo stile, la sua mano ma c’è come un’urgenza di fondo che emerge lentamente, “Oh, I guess I got the hang of it—the impossible. And I walk the endless boundaries of it, just to know what you can’t ever have—what is light, what shadow. I guess I always wanted the impossible“. Lo stesso succede in Power. Il canto etero e fragile è spezzato dal suono blues di una chitarra elettrica. Le parole continuano a scavare profonde nell’anima e nei ricordi, senza filtro, “I fell asleep on the plane, and I woke up strange, twisted in the pale blue seat, an hour gone by. The sun was rising again, keeping distant over the blackened blue rim of the sky. I spent my whole life thinking that I was some kind of coward“. Come in un flusso continuo, segue ComplicitSi compone così un trittico con le due precedenti, trasmettendo all’ascoltatore una sensazione di necessità e urgenza, di grande impatto, “I moved back to the city; I lost myself in you, or in some kind of fiction, or in some kind of truth. I let myself get cynical; I felt cold and bruised, and the facts never changed, and time only moves“. Black Flies ritorna su sonorità più vicine al folk americano. Un passo indietro nel tempo per Tamara. L’attenzione di sposta lontano da sé stessa, riuscendo in poco più di due minuti a fare qualcosa di straordinario, “Humid wood, you felt good, and you shook your tangled hair down. With the sweat in your eyes, and all the black flies. Under lidded skies you lie down there in the grasses“. La successiva I Don’t Know What To Say continua a viaggiare sulle strade già percorse in passato dalla Lindeman, facendosi però accompagnare questa volta dal suono di un’orchestra, “Just don’t go—stay—everything has changed a thousand times anyway. Like we had no power, like we had no sway; the heartbreak you know will find you either way“. In An Hour comferma la volontà della Lindeman di non tracciare un solco netto tra il suo passato e il futuro. La maggiore ricchezza di dettagli nella musica è l’unica cosa che la differenzia dalla produzione precedente, “I cannot tell us apart—your pain made free with my own heart. We laid out under the ceiling as though under the stars. As though this afternoon was the blackness from here to the moon, dizzied by distances within you“. La conclusiva The Most Dangerous Thing About You è una delle canzoni più belle mai scritte dalla Lindeman. Una canzone che si appoggia su un pianoforte, dove le parole così naturali, così commoventi escono spontanee e sincere, “The most dangerous thing about you is your pain—I know for me it is the same. It was restless; you felt it, but never could call it by name“.

The Weather Station è un album che ci fa scoprire una rinnovata Tamara Lindeman che, seppur non tagliando i ponti con il suo passato, si esprime sotto nuove forme. Il suo è un tentativo di provare qualcosa di più rock ma inevitabilmente smorzato dalla sua voce e dalla sua indole emotiva e sensibile. Il risultato è un sound unico che è pervaso da un’urgenza espressiva soprattutto nella prima parte dove le influenze rock si fanno più sentire. La seconda metà è più riflessiva, nella quale troviamo The Weather Station nella sua forma più abituale solo più estroversa e diretta. L’album è da intendersi come un flusso continuo di parole e musica che escono liberamente e si ricompongono in forme complesse ma tanto vicine a chi ascolta. Solo i grandi sanno cambiare senza snaturarsi e Tamara Lindeman ci è riuscita nel migliore dei modi.

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L’albero del pepe

Tra i tanti ritorni di quest’anno c’è anche quello di Fanny Lumsden con il suo secondo album intitolato Real Class Act. L’alt-country brillante e colorato dell’esodio Small Town Big Shot (Correre con le forbici in mano) è un album che riascolto ancora volentieri. La carismatica simpatia e la sensibilità di questa cantautrice australiana sono contagiose e si trasmettono nelle sue canzoni. Questo secondo album lo attendevo con curiosità, sicuro di trovare ancora la Fanny dell’esordio, tra melodie orecchiabili e ballate country dal sapore un po’ nostalgico.

Fanny Lumsden
Fanny Lumsden

Watershed è una delicata ballata country che riprende là dove era finito l’album d’esordio. Si respira l’atmosfera di una serata all’aperto al termine di una giornata. Fanny Lumsden dimostra di avere una voce davvero melodiosa ed emozionante. Il singolo Roll On è un orecchiabile cavalcata country che avanza a colpi di banjo. Si sente tutta la gioia e l’irrefrenabile voglia di vivere e viaggiare, in questa canzone che rappresenta il cuore pulsante dell’album. La title track Real Class Act vibra della stessa energia. Fanny Lumsden fa centro affidandosi alla sua abilità di cantautrice e a quella della band. Da ascoltare. Elastic Waistband è una che canzone che ricalca le sonorità spensierate dell’esordio. Un mix ben congegnato tra testo e musica che strappa un sorriso confermando la simpatia di questa artista. C’è spazio anche per una ballata come Big Ol’ Dry. Fanny Lumsden è in forma smagliante e particolarmente ispirata. Una delle migliori canzoni dell’album. La successiva Real Man Don’t Cry (War On Pride) abbandona per un attimo le sonorità country per dare spazio ad un pianoforte che fa da sfondo alla voce rassicurante della Lumsden. C’è tanto cuore e si fa sentire. Con Pretty Little Fools si cambia marcia. Fanny viaggia veloce con le parole avvolta dal un ritmo rockeggiante. Impossibile resistere. Lo stesso si potrebbe dire di Peppecorn Tree. La cantautrice australiana è a suo agio e si muove sicura in questo movimentato folk rock, senza rinunciare ad essere orecchiabile e accattivante. Shootin’ The Breeze è un ozioso country blues dalle trame collaudate ma che fa respirare un po’ d’America, anche se ci troviamo dall’altra parte dell’oceano Pacifico. Perfect Mess è una sintesi del mondo di Fanny Lumsden. Un ritornello che si lascia canticchiare e che dimostra tutte le sue capacità di coniugare musica e parole, in una della canzoni più emozionanti. Rain On Your Parade ne è un altro esempio. Qui ha reggere il gioco è la voce della Lumsden, che accelera e rallenta catturando l’attenzione. Un ascolto piacevolmente sorprendente. Chiude Here To Hear che va esplorare qualcosa di più moderno. Un brano dalle atmosfere leggere di un pop etereo ma carico di emozione, che svela tutta l’intensità espressiva della voce di questa artista. Un colpo di coda ad effetto.

Real Class Act riprende l’ottimo lavoro fatto con Small Town Big Shot. Il risultato è più omogeneo e Fanny Lumsden appare più sicura di sé. La collaborazione con il marito Dan Stanley Freeman ha garantito una complicità che si sente in una rinnovata sensibilità ed ispirazione. Questo album mi ha dato l’impressione di trovarmi in fondo ad una giornata di viaggio. Un country adatto al tramonto, da ascoltare la sera quando le emozioni di una giornata intensa vengono a galla, siano esse di gioia, amore o si semplice divertimento. Un country crepuscolare ma tutt’altro che oscuro o triste. Edwina Margaret “Fanny” Lumsden con Real Class Act si rimette in gioco, senza prendersi alcun rischio, facendo sentire i sui fan di nuovo a casa. Anzi, in viaggio.

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Se una notte

Non è raro che basti una canzone per conquistare la mia attenzione. Un sound che fa per me e una voce elegante sono più che sufficienti. Tanto è bastato per portarmi alla scoperta di Marie Danielle. Questa cantautrice americana, originaria della Pennsylvania, ha pubblicato lo scorso anno il suo album d’esordio intitolato Hustler. Il suo è un indie folk dal gusto americano, caratterizzato dalla sua voce calda e avvolgente che non può lasciare indifferenti. Un album scoperto quasi per caso, come spesso mi succede, ma nel quale ho trovato quello che cercavo.

Marie Danielle
Marie Danielle

Tinseltown apre l’album, accogliendoci con una chitarra acustica che accompagna la voce straordinaria di Marie Danielle. Bastano poco più di due minuti e già l’atmosfera dell’album si fa malinconica e intensa. Si accendono le luci con Soldier, un brillante country folk,  che vede la partecipazione dei The Felice Brothers. Presenza non causale dato che Simone Felice è anche produttore dell’album. La title track Hustler mette in luce tutte le caratteristiche di questa cantautrice, a partire dalla capacità di songwriting. Il ritornello orecchiabile funziona ed è perfetta per rappresentare l’album. Dreary Hands ha un fascino d’altri tempi. Una canzone che scaccia ogni pensiero e che ci trascina lentamente in un lungo viaggio. One Night Stands è un brano che ha il profumo della notte. Marie Danielle riesce ha trasmettere quell’indescrivibile sensazione che si prova dopo una dura giornata. Da ascoltare. White Shoes è una cover dell’originale di Conor Oberst. Una delle canzoni più belle di questo album, molto diversa dall’originale e un raro caso in cui una cover è migliore. Un tocco personale e la voce calda sono tutto quello che serve a Marie Danielle per rendere una canzone speciale. One Of My Kind è un altro brano orecchiabile ma non banale. Marie Danielle sfodera ancora la voce nella sua versione migliore, delineando sempre un suo stile personale e sempre più riconoscibile. Un triste country folk si cela sotto il titolo di Slave Ships. Un’altra dimostrazione di talento e sensibilità che mette in primo piano la storia. La successiva Fun With Us è un rock lento e notturno. Di nuovo la voce di Marie Danielle è l’anima del brano. La conclusiva All Road Lead Home aggiunge un po’ di blues all’album, ricalcandone perfettamente le sue atmosfere.

Hustler è un debutto solido che ci fa conoscere una voce davvero interessante. Marie Danielle spazia tra le varie sfumature del folk americano, esplorandone lo spettro delle emozioni che sa dare. Ad ogni ascolto emergono sempre di più le sfumature delle canzoni, le sue atmosfere intense ma mai eccessivamente scure. Marie Danielle ha una voce che porta conforto e cattura l’attenzione, dando profondità a ciascun brano. Hustler è un album che mi auguro possa rappresentare l’inizio di una carriera ricca di soddisfazioni per una cantautrice di sicuro interesse nel panorama folk americano.

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Strisciare come insetti

Dopo l’esordio di due anni fa con We Slept At Last (Capelli di lino) è tornata la cantautrice inglese Marika Hackman con il nuovo I’m Not Your Man. Per lei ho sempre avuto un rapporto di amore-odio e il suo primo album non ha fatto altro che rinforzare questa sensazione. We Slept At Last è stato un album che ho abbandonato dopo ripetuti ascolti ma non perché non mi piacesse ma per il fatto che era fin troppo cupo e perfino inquietante. Questo I’m Not Your Man si è fin da subito presentato più luminoso e ribelle, a partire da un colorato artwork realizzato dall’artista americano Tristan Pigott, carico di dettagli e significati. Marika Hackman sembra si sia lasciata alle spalle, almeno in parte, il malessere che pervadeva il suo esordio.

Marika Hackman
Marika Hackman

Boyfriend apre il nuovo corso della Hackman. Tra le chitarre si muove la sua voce, sempre carica di inquietudine. Le sonorità folk appartengono al passato, così come quell’incertezza di fondo che faceva vibrare il precedente album, “You came to me for entropy and I gave you all I had / He makes a better man than me / So I know he won’t feel bad / It’s fine ‘cause I am just a girl / “It doesn’t count” / He knows a woman needs a man to make her shout“. Sulla stessa lunghezza d’onda la successiva Good Intentions. Il peso della vita e quel malessere restano ancora una parte integrante delle sue canzoni, e questa ne è un esempio. Le chitarre riempiono lo spazio lasciato dalle parole in un trascinante flusso distorto, “I just need your good vibrations / I’ve gotten so ill, and I’m still / Rigor mortis, set in motion / Bring me to life, I’m so tired“. Dedicata ad una misteriosa Gina è appunto Gina’s World. Un mondo evidentemente buio, senza sole, profondamente triste. La Hackman ripropone le sonorità dell’esordio dimostrando di non aver perso il filo con il suo passato, “And I’m walking through the park / And everyone’s crying ‘cause it’s so dark / And I am on my own, and I can’t find Gina, did she go home? / And she’s sitting in my house, with her tears in her mouth“. My Lover Cindy è la canzone più accattivante dell’album. Marika Hackman affronta il tema dell’amore senza distinzioni di genere, facendolo con la giusta tensione e senza troppi giri di parole, “If I was a liar, I would call you my friend / Let’s hope the feeling’s mutual in the end / Symbiosis, can we keep it how it was? / Now the levy is broken / I want more“. La successiva Round We Go si dispiega lenta e costante. Un accompagnamento essenziale ma incisivo, lascia spazio alla voce eterea della Hackman. Un ritorno al passato piuttosto marcato, “Hold my tongue with a finger, no thumb / Pressing down into my neck / How it hurts! I can’t exhale, next bale / Tell me I’m a nervous wreck“. Violet è legata all’ossessione della Hackman per la bocca di una sua ex. Uno spunto curioso che ha risvolti, inequivocabilmente, sessuali di cui è pieno l’album, “I’d like to roll around your tongue / Caught like a bicycle spoke / You eat, I’ll grow and grow / Swelling up until you choke“. Posso dire che Cigarette una delle canzoni che più preferisco della Hackman. Una ballata triste e solitaria, che ha quegli echi folk gotici alla quale la cantautrice inglese ci aveva abituati, “And I tried to hold my tongue / But you, you yanked it from my grip / Bathed it in petroleum, lit a cigarette and gave it a kiss“. Subito una svolta rock con Time’s Been Reckless che sembra uscire direttamente dagli anni ’90. Anche Marika si aggiunge così a questo ritorno di un decennio sempre un po’ bistrattato, “Eyes roll up; you can’t even tell me my name / “I’m your god”, you can’t even tell me the same / You’re so feckless, I’m so sorry / Time’s so reckless with our bodies“. Una folkeggiante ballata dal sapore americano si nasconde sotto il nome di Apple Tree. Una delle canzoni più poetiche dell’album dove il frutto del peccato è fonte di ispirazione, “But now I sit where they used to be / A quiet little scene on an apple tree / White roots and balanced fruit / The winter glowed on her leaves“. So Long ritorna sull’alternative rock che è un po’ il marchio di questo album. Una canzone orecchiabile che contrasta con la cupezza della tracce precedenti ma che va a completare il quadro, “I can tell you’re lying by your watery eyes / I don’t need to listen to your alibi / I know who you’re feeling and I don’t feel nice / I’ll keep you in my bed tonight“. Eastbound Train apre a melodie più luminose che lasciano un briciolo di speranza per chi ascolta. Ci sono ancora forti richiami agli anni ’90, “I won’t keep you ‘cause I know you’re in love / And it’s not in me anymore and it’s not your fault / So I’ll go left and you’ll stay right / And I’ll come back here with my head held high“. Un mondo invaso da smartphone e social network è il tema di Blahblahblah. La voce della Hackman è svogliata e stanca, evocando la noia e la banalità delle chiacchiere social, “Ghost town, walk among the zombies / Faced down, their eyes are never on me / Backs up to the wall / Plugged into a pocket / Sigh, might as well just die“. Chiude l’album I’d Rather Be With Them che sprofonda nei bui abissi del suo predecessore. Immagini inquietanti si dispiegano verso dopo verso, trasportati dalla voce sommessa della Hackman, “You say: “look at the people / Crawling like insects / All over the pavements” / I’d rather be with them / ‘Cause I just hate this room, it smells like you“.

I’m Not Your Man segna un cambio di rotta, anche se parziale a mio parere, per la cantautrice inglese. La svolta alternative è rappresentata solo da alcune canzoni particolarmente grintose ma le altre richiamano il cupo esordio. Questa soluzione permette, a chi ascolta, di non essere travolto da quella tetra atmosfera che pervadeva We Slept At Last. Marika Hackman si lascia andare a temi che riguardano la sua sessualità e il suo modo di essere donna. A volte forse il suo stile un po’ distaccato, potrebbe stancare qualche ascoltatore un po’ insofferente ma I’m Not Your Man nel suo complesso è un album più godibile del precedente, a tratti anche immediato. In definitiva questo album non è forse per tutti i palati ma certamente si gusta dall’inizio alla fine.

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Il mondo ti sta cercando

Sono passati tre anni dal sorprendente debutto di Aldous Harding (Baudelaire nel pomeriggio) e lo scorso Maggio, la cantautrice neozelandese, al secolo Hanna Claynails Harding ha dato alla luce il seguito intitolato Party. Un album atteso, non tanto per cercare conferma del suo talento, ma più per la curiosità di conoscere quale fosse la strada intrapresa. Le sue performance eccentriche e allucinate, hanno plasmato l’immagine di una cantautrice libera da vincoli stilistici e questo suo Party è il risultato di una crescita artistica importante.

Aldous Harding
Aldous Harding

L’apertura con Blend ci guida nell’inquieto mondo della Harding. La sua voce distorta sembra voler confondere l’ascoltatore. Una canzone essenziale che fin dal primo ascolto attira l’attenzione, trascinandoci dolcemente ma senza via di scampo, “Hey, man / I really need you back again / The years are plenty / Somewhere / I have a watercolour you did / I saw you walking on the sand / In Thailand“. Il pianoforte di Imagining My Man è uno strumento musicale quanto la voce della Harding. Si trasforma e si fa profonda, quasi ad imitare quella di un uomo, creando una delle canzoni più belle dei questo album. Quella malinconia, quel malessere del suo esordio sembrano intatti, “I hope one dream will get that when we’re / Lucky to be given the chance / I do not have the answer / But I don’t have the wish to go back“. Living The Classics è un richiamo alle sonorità folk degli esordio. Aldous Harding richiama alla memoria piccoli desideri e volontà, usando quasi esclusivamente la voce. Un piccolo gioiellino di semplicità e magia, “Can’t fight the feeling / Gonna make it / I won’t stop turning / ‘Til I’m twisted / Come find me / Drag me back to hell / Living the classics“. La title track Party è un ritorno a quel folk del primo album, malinconico e triste. La Harding tira fuori la sua voce più innocente, quasi irreale ma di forte impatto. La sua essenza potrebbe essere racchiusa qui, in questa canzone, “I was as happy as I will ever be / Believe in me / I will never break from you / If there is a party, will you wait for me?“. Sincera e confidenziale, è così che appare la splendida I’m So Sorry. La Harding si trasforma ancora, cambia pelle, alla ricerca di un’espressività sempre migliore. Un brano ipnotico, “My body, grateful / Never really knew how to write / My body, grateful / I never knew how to write“. Quasi a contrastare quanto ascoltato finora, Horizon, apre scenari sconfinati e complessi. Una canzone oscura, affascinante. Un fascino magnetico, veicolato dalla performance sopra le righe della Harding. Basta un pianoforte appena accennato per mettere in piedi, con l’uso prezioso della voce, una delle canzoni più carismatiche dell’album, “I broke my neck / Dancing to the edge of the world, babe / My mouth is wet, don’t you forget it / Don’t you lose me / Here is your princess / And here is your horizon / Here is your princess / And here is your horizon“. Si sentono gli echi della musica di Agnes Obel in questa, What If Birds Aren’t Singing They’re Screaming. Un brano che trasmette un senso profondo di tristezza, nonostante la melodia morbida del pianoforte, “I got high, I thought I saw an angel / But it was just a ghost heaving under his cloak / What if birds aren’t singing they’re screaming / What if birds aren’t singing they’re screaming“. The World Is Looking For You è un’altra delicata poesia nello stile della Harding. Tutto è etereo, leggero, la voce della Harding è sommessa. Inimitabile, “There is no end to the madness I feel / There is no end to the madness I feel / Yes, you found me / Yes, you love me but will you stay? / Yes, you found me / Yes, you love me but will you stay?“. L’ultima Swell Does The Skull è una canzone dal fascino misterioso d’altri tempi. Una canzone che avrebbe potuto far parte del disco d’esordio senza problemi. Ad arricchire il brano anche la voce unica di Perfume Genius (aka Mike Hadreas), “He comes home, out of the rain / I take his coat, and his walking cane / He can feel that I hold him tight / The day’s over / We belong by the fireside“.

Party vede abbandonare, almeno in parte, le sonorità folk di quattro anni fa, abbracciando un stile più vicino al cantautorato moderno. Aldous Harding appare libera di esprimersi, meticolosa nella ricerca della voce perfetta per ogni canzone. Questa ragazza è un’artista che si esprime al di là della sua musica, attraverso un’espressività data dal corpo e dalle espressioni del suo volto. Che sia tutto studiato a tavolino o frutto del suo cuore, questo solo il tempo sarà in grado di definirlo. L’unica cosa certa è che Aldous Harding ha fatto un altro album di rara intensità, forse a volte volutamente veicolata da un distacco più che apparente ma dal richiamo magnetico.

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Stato di grazia

Ogni due anni ritorna Laura Marling con un nuovo album. Ogni due anni io fatico ad immaginare come possa questa ragazza tirare fuori un altro capolavoro. Il sesto album della fortunata carriera della cantautrice inglese si intitola Semper Femina ed è stato pubblicato lo scorso marzo. Dopo l’ottimo Short Movie (Divina) del 2015 che segnava in qualche modo un punto di svolta per la Marling, quest’ultima era chiamata a confermarsi sullo stesso livello anche quest’anno. Ma lo sconfinato talento di questa cantautrice gli impedisce di commettere passi falsi e le premesse, ovvero i diversi singoli pubblicati, hanno rivelato che Semper Femina poteva essere un album di rara bellezza. Non resta dunque che fare silenzio, chiudere gli occhi e abbandonarsi alla voce e alla musica di Laura Marling.

Laura Marling
Laura Marling

L’album si apre con la seducente Soothing. Una Marling delicata ma allo stesso tempo forte e matura. Una canzone che colpisce subito per la sua intensità mai ostentata, amplificata da una doppia linea di basso di grande impatto, “Oh, my hopeless wanderer / You can’t come in / You don’t live here anymore / Oh, some creepy conjurer / Who touched the rim / Whose hands are in the door“. The Valley è una delle migliori canzoni dell’album. Laura Marling mette in musica la femminilità che vuole esprimere in queste canzoni. Il suono della chitarra e l’angelico accompagnamento di archi si fondono in un momento di estasi musicale. Da ascoltare, “She sings in the valley in the morning / Many a morning I have woke / Longing to ask her what she’s mourning / Course I know it can’t be spoke“. Con Wild Fire, la Marling si abbandona ad un flusso di coscienza che si traduce in una di quelle canzoni parlate a lei tanto care. Ci sono anche delle inedite tracce soul nella voce, che arricchiscono il brano, “She keeps a pen behind her ear / Because she’s got something she really really needs to say / She puts it in a notepad / She’s gonna write a book someday“. Don’t Pass Me By mostra il lato più elettrico ma anche più triste della Marling. La sua voce non è mai stata così cupa, danzando su una melodia affascinate e ricca di dettagli. La cantautrice inglese dimostra di essere in splendida forma, ancora una volta, “You see my oldest friend / Tell her that I’m gone again / You take my old guitar / One that I once said was ours / Don’t be blue“. Always This Way è una canzone che sotto una melodia folk, nasconde uno dei testi più personali mai scritti dalla Marling. La semplicità è la bellezza di questa canzone che è davvero un gioiellino, resa ancor più commovente dalla straordinaria performance della sua interprete, “25 years, nothing to show for it / Nothing of any weight / 25 more, will I never learn from it / Never learn from my mistakes. La successiva Wild Once è un ritorno al passato. Laura Marling fa un passo indietro e sembra tornare alle origini, alla ricerca di una sicurezza forse perduta. Non si può fare a meno di ascoltare attentamente, come incantati di fronte al suo talento, “The martyr who feels the fire / And the child who knows his name / They remember that there’s something wild / And it’s something you can’t explain / Oh it’s something you can’t explain“. Si prosegue con Next Time che va ancora a toccare il tema dell’insicurezza e del tempo. La Marling fa i conti con sé stessa, rendendoci partecipi di questo suo stato d’animo. Noi non possiamo che ringraziare e sentire quel brivido lungo la schiena che solo canzoni come questa sanno dare, “I can no longer close my eyes / While the world around me dies / At the hands of folks like me / It seems they fail to see / There may never / Next time be“. Nouel è una bellissima ballata folk che nasconde al suo interno, il titolo dell’album. Una canzone che vale la pena di ascoltare solo per la straordinaria interpretazione della Marling. Accorata e disperata ma sempre delicata e impeccabile come di consueto. Impossibile rimanere indifferenti, “Oh Nouel, you must know me well / And I didn’t even show you the scar / Fickle, unchangeable / Semper femina“. La chitarra elettrica di Nothing, Not Nearly chiude l’album. Un invadente riff fa da ritornello ma è quasi magico, un alieno in mezzo alla purezza dell’album. Un finale intenso che scrolla via la malinconia accumulata fin qui, “The only thing I learnt in a year / Where I didn’t smile once, not really / Nothing matters more than love, no / Nothing, no, not nothing no, not nearly / We’ve not got long, you know / To bask in the afterglow / Once it’s gone it’s gone“.

Semper Femina è un album che riporta Laura Marling ad una sorta di purezza originale. La libertà e la sicurezza espresse nel precedente Short Movie sembra messe in discussione, perfino rinnegate. La Marling è in uno stato di grazia, dove tutto le riesce bene. Tutto impeccabile e pulito. Forse troppo. Il talento di questa cantautrice si rivela ad ogni album, quasi ingombrante. Un talento che a soli ventisette anni l’ha portata ad essere considerata una delle più grandi cantautrici degli ultimi dieci anni. Consiglio vivamente Semper Femina, perché al di là di ogni genere o preferenze musicali, è un album da ascoltare. Nessuno, almeno mi auguro, potrà rimanere indifferente di fronte a quello che si potrebbe già considerare l’album dell’anno. Ogni canzone merita di essere ascoltata e io ho scelto di farvi ascoltare The Valley solo perché dovevo scegliere. Il video è diretto dalla stessa Marling e che insieme a Soothing e Next Time compone una trilogia.

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Mi ritorni in mente, ep. 43

C’è una canzone che recentemente mi è tornata in mente. Ricordavo il nome del cantautore, Wax Mannequin, manichino di cera, moniker sotto il quale si nasconde il canadese Chris Adeney. Ma sopratutto ricordavo il video. Wax Mannequin cantava con una candela accesa in testa e la cera rossa gli colava intorno alla testa. Di per sé piuttosto curioso ma se ci aggiungiamo un’espressività fuori dalle righe, ecco che diventa difficile scordarsi un video così.

Lo stile di Wax Mannequin è difficile da inquadrare ma questa Beware del 2012 è un bella ballata folk. La sua carriera inizia nel 2000 e ha all’attivo sei album, questa canzone è estratta dal suo ultimo album No Safe Home.

Beware, beware
Take heed, take care
You’ve pumped our paper news
To sharp and shape our views