Tempi bui

Sono passati cinque anni da quando scoprii la musica della band inglese To Kill A King con il loro EP My Crooked Saint. Nel corso degli anni la loro musica è cambiata ma ha mantenuto dei punti fermi. Proprio all’inizio di quest’anno, il gruppo capitanato da Ralph Pelleymounter, ha pubblicato l’album The Spiritual Dark Age, che segue To Kill A King del 2015. Questa band mi incuriosì fin da subito e in tutti questi anni i To Kill A King non hanno mai deluso. Dopo la svolta, meno folk, nel loro secondo album ero curioso di sapere quale strada avessero intrapreso. L’idea alla base dell’album è interessante ma sarà abbastanza? Per scoprirlo non resta che ascoltarlo.

To Kill A King
To Kill A King

Apre l’album la title track Spiritual Dark Age, nella quale ritroviamo i To Kill A King di qualche anno fa. In primo piano sempre la voce inimitabile di Pelleymounter che sciorina parole che si incastrano nella musica, “Oh, forget about love / Not a hand from above / It’s not just some dream / And there’s the rub / Just chemicals that flood brain / They’re writing poetry / About serotonin and dopamine / Welcome to the Spiritual Dark Age“. The Unspeakable Crimes Of Peter Popoff si affida a ritmi funky e bordate rock per raccontare la figura del telepredicatore americano Peter Popoff. Una delle canzoni più orecchiabili e accattivanti dell’album, “He’s like 6 foot tall, his congregation looks so small, oh / See that holy snarl, sweat runs down, his lips are narrow / When you gonna fight that hatred? When you gonna heed the call? / Will you know I’m out of patience? On your feet you know it’s on, oh“. Compassion Is A German Word ricalca le sonorità tipiche della band. Qui i nostri tirano fuori un bel indie rock nel quale immancabilmente spicca la voce di Pelleymounter che ripete ossessivamente la parola compassion, “Don’t be so arrogant / You ain’t no different to anyone I’ve met / We’re all the heroes in our own film / Or maybe the villain in someone else’s / The Ned Flanders to someone’s Homer / The Cobain to someone’s Courtney“. Cherry Blossom Falls gioca sul suono delle parole. Lo hanno fatto spesso in passato i To Kill A King, e lo fanno ancora. Un brano da canticchiare, interrogandosi sul suo significato, “I was in the wicked sea / Drowning not waving if you please / Oh / See how the cherry falls / See how it falls / See how the cherry falls / See how it falls“. La successiva No More Love Songs ci fa scivolare in un indie pop, dove le parole escono una dopo l’altra. Niente più canzoni d’amore, ci promette il buon Ralph, non che la sua band ne abbia fatte molte, “I ain’t gonna write no more love songs / Cause they will stay after you’re long gone / I ain’t gonna write no more love songs / Cause they will stay after you’re long gone / It’s a dangerous game to play“. Tra le canzoni che preferisco c’è la bella Oh, Joy. Un brano oscuro, più sommesso rispetto al resto dell’album. Si percepisce una sorta di tensione, riassunta, in poche parole, nel ritornello, “Oh love / Oh my joy / Hold me close / The dark is pressing in“. Il gruppo sfrutta il momento e rimane nel buio della notte con The Good Old Days. Una canzone che dimostra tutta la maturità artistica del gruppo nel saper dare forma alle emozioni, “The good old days / You forget the jokes but the laughs remain / You never slept but you dreamt you life away / I said your name / Just to feel it on my lips again / To see if it still felt the same“. Con The One With The Jackals tornano agli esordi. Un brano principalmente acustico, carico di immagini, dove le parole scandiscono il tempo. Bella nella sua semplicità, “Never have I seen two filthier jackals / Circling around the corpse not that it matters now / Stretching the coat as they try for size / Claiming the boots that once were mine“. Con I Used To Work Here, Perhaps You Did Too? la band dà un colpo di spugna e passa all’attacco. Un rock che è quasi un rap, un ritornello fulminante. I To Kill A King sono capaci anche di questo, “Now mother Mary, she’s a mother to six / But at this point in the evening she tends to forget it / She’ll lie with anybody but her love loss ex Jimmy ‘the rat’“. My God & Your God è un trascinante indie rock guidato dalle chitarre. Pelleymounter segue il ritmo e si lancia in una delle sue migliori performance, “But my God and your God they don’t get along / As miserable apart as they were as one / Oh, my God and your God they don’t get along / Chasing each other like the moon chase the sun“. Con Bar Fights la band si diverte e fa divertire. Forse il brano più apertamente rock dell’album, “Ham strung / There’s no getting out of here / Oh wait / Shift your grip upon your gun / God damn / Watch your lip that fighting talk / Gold dust / You go big or you go home“. Chiude l’album la ballata And Yet…, riflessione sulla vita e tempo che passa. Si gioca ancora con il suono delle parole, gioco reso più evidente da un finale quantomeno curioso, “Because the weight to make our way / To tick the boxes neatly placed / I call bullshit, you call bullshit / This fleeting wondrous life won’t fit“.

The Spiritual Dark Age riprende là dove il precedente To Kill A King finiva. Il distacco dal folk è avvenuto ma non completamente. Le tracce più acustiche stanno lì a dimostrarlo. Il resto dell’album è un buon mix tra alternative e indie rock che gira attorno alla voce inconfondibile Ralph Pelleymounter. Da non sottovalutare i testi, sempre intelligenti ed originali. Ogni canzone compone una sorta di concept album sui nostri tempi e le loro contraddizioni. The Spiritual Dark Age, insomma, è un album fatto sia di canzoni orecchiabili ma anche di tematiche su cui riflettere.

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Di legno e di pietra

Ci sono alcuni album che durante quest’anno ho ascoltato ma non ne ho scritto su questo blog. Ho dato priorità alle nuove uscite e così gli album usciti negli anni scorsi sono piano piano finiti in fondo alla lista. Prima di chiudere l’anno però mi sembra corretto dare spazio ad uno di questi album, uscito lo scorso anno ma che merita di essere condiviso con voi che state leggendo. Si tratta di Big Deal, terzo album della cantautrice canadese Kelly Sloan. Uscito nel Marzo dello scorso anno, era molto probabilmente finito nel raggio nel mio radar in quell’occasione, ma solo quest’anno l’ho riscoperto e ascoltato. Ed è stata davvero una fortuna.

Kelly Sloan
Kelly Sloan

Love Is Plenty apre l’album con il suo indie pop dalle sonorità americane. La voce della Sloan, calda ed educata, si muove tra le chitarre. Questo è solo l’inizio, un assaggio della varietà di quest’artista, “I am waking to the sun today / I know you’re far away / But do you know / If you’re looking up from where you are / We can’t be very far away“. La title track Big Deal vira verso un indie rock che ricorda quello di Angel Olsen. Una riflessione sulla vita da musicista e cantante, che assume i contorni del sogno tra i riverberi della chitarra, “I’m pretty big in a little town / My Mum’s friends know me / ‘cause I play around / I play the chords and I sing the words / And if they’re lucky I repeat the verse“. La successiva Made Of Wood è un brillante folk rock americano, sorretto dalla melodia tracciata dalla chitarra. Una poesia di immagini frutto del talento della Sloan, “I have come and I will stay / I threw my bones in that lake / And I’ll take my heart and go where I am from / I am made of wood and you are made of stone“. Annie Edson Taylor si ispira alla storia di questa donna che per evitare la miseria decise di compiere un’impresa. Nel 1901 si gettò dalle cascate del Niagara dentro un barile. Il gesto andò a buon fine ma, a causa di un tradimento, non le porto la fama sperata. Kelly Sloan ne fa un indie rock accattivante, “She is taking on water / A sinking family stone / She is going to leave it all / At Niagara Falls / It will all come tumbling down / All she had was gone / So she was going to the falls“. Be The Woman And The Man cambia registro e si porta verso una melodia country. La Sloan si dimostra a suo agio anche in questa ballata malinconica, “And then one day it rained / With the pain of yesterday / For forty nights she stayed / ‘til her dreams did go away / ‘cause a shadow never stays“. Di nuovo un ritorno a qualcosa di più rock con Tracers. Le chitarre suonano un beat anni ’60, la voce della Sloan è ferma ma dolce, “Sleeping in my room at night / Covered in your broken light / You’re a figment of someone passing by / And you’re coming to my door / Oh oh and I try“. Sulla stessa lunghezza d’onda anche To The Water. In primo piano le chitarre, la voce della Sloan è energica, rock. Una delle canzoni più belle dell’album, “Then something starts to take you down / And no one knows what’s going on / You were running / But now you’re crawling on all fours now“. O Brother è una splendida ballata country folk dalle atmosfere oscure. Kelly Sloan fa ancora centro, cambiando ma rimanendo fedele a sé stessa ed esprimendo tutta la sensibilità della sua musica, “Call me a cheater but there was no other way / To win a game no one’s playing / Some of us try and the rest never change / Now or then or whenever“. Your Only Ride è una delle mie preferite. Le parole scorrono veloci, cavalcando una melodia lenta e trascinante. Una canzone intensa e sincera che conquista al primo ascolto, “Then I hear a voice callin’, telling me to shut ‘er down, / Don’t worry about where you are, where you were and where you can’t be now / It’s all in your head and plus, it doesn’t even matter“. L’album si chiude con Turn To Me. Un orecchiabile indie pop, che pesca a piene mani dal cosiddetto french pop. Una canzone luminosa e avvolgente, “Turn to me, turn to me / You don’t know where you’re going / They’ll follow you and take you in / And I’ll live alone forever“.

Big Deal è un album nel quale troverete tutte le sfumature della musica cantautorale americana e le influenze dell’indie pop. Kelly Sloan, pur spostandosi su stili diversi, riesce a mantenere uno stile unico e coerente lungo tutta la durata dell’album. Proprio questa caratteristica è il punto di forza di un album nel quale ogni ascoltatore troverà almeno una canzone di suo gradimento. Personalmente mi piacciono tutte e Big Deal l’ho ascoltato più e più volte, cogliendone ogni volta nuove sfumature. Big Deal non meritava di rimanere in fondo a quella lista. Kelly Sloan si è guadagnata un posto di riguardo nella mia musica.

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Nero su bianco

Il quarto album della cantautrice canadese Tamara Lindeman si presentava, fin dal primo singolo, come una svolta rispetto al folk minimalista degli esordi. Dopo il poetico All Of It Was Mine (Achillea e menta) e il successivo Loyalty (Eclissi personale), The Weather Station ha deciso di cambiare qualcosa nella sua musica. Ad ottobre è uscito infatti il nuovo album intitolato semplicemente The Weather Station. In Loyalty la Lindeman appariva di spalle con le mani dietro la schiena, quasi a voler nascondere sé stessa, ora in copertina c’è sempre lei ma la sua figura è intera e frontale, in contrasto con lo sfondo. Si può partire da qui per avvicinarsi a questo album che potrebbe rivelarsi come la definitiva consacrazione di un’artista unica.

Tamara Lindeman
Tamara Lindeman

Free inizia con un intro di chitarra subito interrotto dalla voce morbida e melodiosa della Lindeman. Quasi un dialogo tra chitarra e voce, dove ritroviamo tutta la sincerità dei precedenti lavori ma sotto una nuova forma, “You were always so adamant. You told me that the one thing I was missing—I didn’t know that I was free. Tonight, when I pulled the car around, I was alone under the sky“. Thirty è uno dei brani più affascinanti ed ispirati. Tutto gira intorno alla voce della Lindeman, un flusso di parole, ricordi e pensieri. Da ascoltare, “Oh, you got the kindest of eyes, I cannot help but notice sometimes, but you know as do I, I cannot look twice without falling right into the sweet and tender line between something that can and can never be“. You And I (On The Other Side Of The World) è una canzone intensa, fatta di immagini delicate tracciate dalla voce della Lindeman. Uno strumento vero e proprio il suo, che gioca con la musica, “But we never got better, we never got to talking, we never figured out the questions, we got good at walking; walking the streets, when it was too hot to eat, walking in step, we can’t help it“. La successiva Kept It All To My Self è un flusso di parole e musica unite in una cosa sola. L’interpretazione è senza fronzoli, quasi ininterrotta e distaccata, “I rode up past St Clair, same old city but it could have been anywhere. And the scent of the air so exotic, every thought like I never have thought it. Then I felt that confidence in me, like a child in a strange new body. I kept it all to myself“. Impossible è oscura, attraversata dai pensieri della Lindeman. Si riconosce il suo stile, la sua mano ma c’è come un’urgenza di fondo che emerge lentamente, “Oh, I guess I got the hang of it—the impossible. And I walk the endless boundaries of it, just to know what you can’t ever have—what is light, what shadow. I guess I always wanted the impossible“. Lo stesso succede in Power. Il canto etero e fragile è spezzato dal suono blues di una chitarra elettrica. Le parole continuano a scavare profonde nell’anima e nei ricordi, senza filtro, “I fell asleep on the plane, and I woke up strange, twisted in the pale blue seat, an hour gone by. The sun was rising again, keeping distant over the blackened blue rim of the sky. I spent my whole life thinking that I was some kind of coward“. Come in un flusso continuo, segue ComplicitSi compone così un trittico con le due precedenti, trasmettendo all’ascoltatore una sensazione di necessità e urgenza, di grande impatto, “I moved back to the city; I lost myself in you, or in some kind of fiction, or in some kind of truth. I let myself get cynical; I felt cold and bruised, and the facts never changed, and time only moves“. Black Flies ritorna su sonorità più vicine al folk americano. Un passo indietro nel tempo per Tamara. L’attenzione di sposta lontano da sé stessa, riuscendo in poco più di due minuti a fare qualcosa di straordinario, “Humid wood, you felt good, and you shook your tangled hair down. With the sweat in your eyes, and all the black flies. Under lidded skies you lie down there in the grasses“. La successiva I Don’t Know What To Say continua a viaggiare sulle strade già percorse in passato dalla Lindeman, facendosi però accompagnare questa volta dal suono di un’orchestra, “Just don’t go—stay—everything has changed a thousand times anyway. Like we had no power, like we had no sway; the heartbreak you know will find you either way“. In An Hour comferma la volontà della Lindeman di non tracciare un solco netto tra il suo passato e il futuro. La maggiore ricchezza di dettagli nella musica è l’unica cosa che la differenzia dalla produzione precedente, “I cannot tell us apart—your pain made free with my own heart. We laid out under the ceiling as though under the stars. As though this afternoon was the blackness from here to the moon, dizzied by distances within you“. La conclusiva The Most Dangerous Thing About You è una delle canzoni più belle mai scritte dalla Lindeman. Una canzone che si appoggia su un pianoforte, dove le parole così naturali, così commoventi escono spontanee e sincere, “The most dangerous thing about you is your pain—I know for me it is the same. It was restless; you felt it, but never could call it by name“.

The Weather Station è un album che ci fa scoprire una rinnovata Tamara Lindeman che, seppur non tagliando i ponti con il suo passato, si esprime sotto nuove forme. Il suo è un tentativo di provare qualcosa di più rock ma inevitabilmente smorzato dalla sua voce e dalla sua indole emotiva e sensibile. Il risultato è un sound unico che è pervaso da un’urgenza espressiva soprattutto nella prima parte dove le influenze rock si fanno più sentire. La seconda metà è più riflessiva, nella quale troviamo The Weather Station nella sua forma più abituale solo più estroversa e diretta. L’album è da intendersi come un flusso continuo di parole e musica che escono liberamente e si ricompongono in forme complesse ma tanto vicine a chi ascolta. Solo i grandi sanno cambiare senza snaturarsi e Tamara Lindeman ci è riuscita nel migliore dei modi.

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L’albero del pepe

Tra i tanti ritorni di quest’anno c’è anche quello di Fanny Lumsden con il suo secondo album intitolato Real Class Act. L’alt-country brillante e colorato dell’esodio Small Town Big Shot (Correre con le forbici in mano) è un album che riascolto ancora volentieri. La carismatica simpatia e la sensibilità di questa cantautrice australiana sono contagiose e si trasmettono nelle sue canzoni. Questo secondo album lo attendevo con curiosità, sicuro di trovare ancora la Fanny dell’esordio, tra melodie orecchiabili e ballate country dal sapore un po’ nostalgico.

Fanny Lumsden
Fanny Lumsden

Watershed è una delicata ballata country che riprende là dove era finito l’album d’esordio. Si respira l’atmosfera di una serata all’aperto al termine di una giornata. Fanny Lumsden dimostra di avere una voce davvero melodiosa ed emozionante. Il singolo Roll On è un orecchiabile cavalcata country che avanza a colpi di banjo. Si sente tutta la gioia e l’irrefrenabile voglia di vivere e viaggiare, in questa canzone che rappresenta il cuore pulsante dell’album. La title track Real Class Act vibra della stessa energia. Fanny Lumsden fa centro affidandosi alla sua abilità di cantautrice e a quella della band. Da ascoltare. Elastic Waistband è una che canzone che ricalca le sonorità spensierate dell’esordio. Un mix ben congegnato tra testo e musica che strappa un sorriso confermando la simpatia di questa artista. C’è spazio anche per una ballata come Big Ol’ Dry. Fanny Lumsden è in forma smagliante e particolarmente ispirata. Una delle migliori canzoni dell’album. La successiva Real Man Don’t Cry (War On Pride) abbandona per un attimo le sonorità country per dare spazio ad un pianoforte che fa da sfondo alla voce rassicurante della Lumsden. C’è tanto cuore e si fa sentire. Con Pretty Little Fools si cambia marcia. Fanny viaggia veloce con le parole avvolta dal un ritmo rockeggiante. Impossibile resistere. Lo stesso si potrebbe dire di Peppecorn Tree. La cantautrice australiana è a suo agio e si muove sicura in questo movimentato folk rock, senza rinunciare ad essere orecchiabile e accattivante. Shootin’ The Breeze è un ozioso country blues dalle trame collaudate ma che fa respirare un po’ d’America, anche se ci troviamo dall’altra parte dell’oceano Pacifico. Perfect Mess è una sintesi del mondo di Fanny Lumsden. Un ritornello che si lascia canticchiare e che dimostra tutte le sue capacità di coniugare musica e parole, in una della canzoni più emozionanti. Rain On Your Parade ne è un altro esempio. Qui ha reggere il gioco è la voce della Lumsden, che accelera e rallenta catturando l’attenzione. Un ascolto piacevolmente sorprendente. Chiude Here To Hear che va esplorare qualcosa di più moderno. Un brano dalle atmosfere leggere di un pop etereo ma carico di emozione, che svela tutta l’intensità espressiva della voce di questa artista. Un colpo di coda ad effetto.

Real Class Act riprende l’ottimo lavoro fatto con Small Town Big Shot. Il risultato è più omogeneo e Fanny Lumsden appare più sicura di sé. La collaborazione con il marito Dan Stanley Freeman ha garantito una complicità che si sente in una rinnovata sensibilità ed ispirazione. Questo album mi ha dato l’impressione di trovarmi in fondo ad una giornata di viaggio. Un country adatto al tramonto, da ascoltare la sera quando le emozioni di una giornata intensa vengono a galla, siano esse di gioia, amore o si semplice divertimento. Un country crepuscolare ma tutt’altro che oscuro o triste. Edwina Margaret “Fanny” Lumsden con Real Class Act si rimette in gioco, senza prendersi alcun rischio, facendo sentire i sui fan di nuovo a casa. Anzi, in viaggio.

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Se una notte

Non è raro che basti una canzone per conquistare la mia attenzione. Un sound che fa per me e una voce elegante sono più che sufficienti. Tanto è bastato per portarmi alla scoperta di Marie Danielle. Questa cantautrice americana, originaria della Pennsylvania, ha pubblicato lo scorso anno il suo album d’esordio intitolato Hustler. Il suo è un indie folk dal gusto americano, caratterizzato dalla sua voce calda e avvolgente che non può lasciare indifferenti. Un album scoperto quasi per caso, come spesso mi succede, ma nel quale ho trovato quello che cercavo.

Marie Danielle
Marie Danielle

Tinseltown apre l’album, accogliendoci con una chitarra acustica che accompagna la voce straordinaria di Marie Danielle. Bastano poco più di due minuti e già l’atmosfera dell’album si fa malinconica e intensa. Si accendono le luci con Soldier, un brillante country folk,  che vede la partecipazione dei The Felice Brothers. Presenza non causale dato che Simone Felice è anche produttore dell’album. La title track Hustler mette in luce tutte le caratteristiche di questa cantautrice, a partire dalla capacità di songwriting. Il ritornello orecchiabile funziona ed è perfetta per rappresentare l’album. Dreary Hands ha un fascino d’altri tempi. Una canzone che scaccia ogni pensiero e che ci trascina lentamente in un lungo viaggio. One Night Stands è un brano che ha il profumo della notte. Marie Danielle riesce ha trasmettere quell’indescrivibile sensazione che si prova dopo una dura giornata. Da ascoltare. White Shoes è una cover dell’originale di Conor Oberst. Una delle canzoni più belle di questo album, molto diversa dall’originale e un raro caso in cui una cover è migliore. Un tocco personale e la voce calda sono tutto quello che serve a Marie Danielle per rendere una canzone speciale. One Of My Kind è un altro brano orecchiabile ma non banale. Marie Danielle sfodera ancora la voce nella sua versione migliore, delineando sempre un suo stile personale e sempre più riconoscibile. Un triste country folk si cela sotto il titolo di Slave Ships. Un’altra dimostrazione di talento e sensibilità che mette in primo piano la storia. La successiva Fun With Us è un rock lento e notturno. Di nuovo la voce di Marie Danielle è l’anima del brano. La conclusiva All Road Lead Home aggiunge un po’ di blues all’album, ricalcandone perfettamente le sue atmosfere.

Hustler è un debutto solido che ci fa conoscere una voce davvero interessante. Marie Danielle spazia tra le varie sfumature del folk americano, esplorandone lo spettro delle emozioni che sa dare. Ad ogni ascolto emergono sempre di più le sfumature delle canzoni, le sue atmosfere intense ma mai eccessivamente scure. Marie Danielle ha una voce che porta conforto e cattura l’attenzione, dando profondità a ciascun brano. Hustler è un album che mi auguro possa rappresentare l’inizio di una carriera ricca di soddisfazioni per una cantautrice di sicuro interesse nel panorama folk americano.

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Strisciare come insetti

Dopo l’esordio di due anni fa con We Slept At Last (Capelli di lino) è tornata la cantautrice inglese Marika Hackman con il nuovo I’m Not Your Man. Per lei ho sempre avuto un rapporto di amore-odio e il suo primo album non ha fatto altro che rinforzare questa sensazione. We Slept At Last è stato un album che ho abbandonato dopo ripetuti ascolti ma non perché non mi piacesse ma per il fatto che era fin troppo cupo e perfino inquietante. Questo I’m Not Your Man si è fin da subito presentato più luminoso e ribelle, a partire da un colorato artwork realizzato dall’artista americano Tristan Pigott, carico di dettagli e significati. Marika Hackman sembra si sia lasciata alle spalle, almeno in parte, il malessere che pervadeva il suo esordio.

Marika Hackman
Marika Hackman

Boyfriend apre il nuovo corso della Hackman. Tra le chitarre si muove la sua voce, sempre carica di inquietudine. Le sonorità folk appartengono al passato, così come quell’incertezza di fondo che faceva vibrare il precedente album, “You came to me for entropy and I gave you all I had / He makes a better man than me / So I know he won’t feel bad / It’s fine ‘cause I am just a girl / “It doesn’t count” / He knows a woman needs a man to make her shout“. Sulla stessa lunghezza d’onda la successiva Good Intentions. Il peso della vita e quel malessere restano ancora una parte integrante delle sue canzoni, e questa ne è un esempio. Le chitarre riempiono lo spazio lasciato dalle parole in un trascinante flusso distorto, “I just need your good vibrations / I’ve gotten so ill, and I’m still / Rigor mortis, set in motion / Bring me to life, I’m so tired“. Dedicata ad una misteriosa Gina è appunto Gina’s World. Un mondo evidentemente buio, senza sole, profondamente triste. La Hackman ripropone le sonorità dell’esordio dimostrando di non aver perso il filo con il suo passato, “And I’m walking through the park / And everyone’s crying ‘cause it’s so dark / And I am on my own, and I can’t find Gina, did she go home? / And she’s sitting in my house, with her tears in her mouth“. My Lover Cindy è la canzone più accattivante dell’album. Marika Hackman affronta il tema dell’amore senza distinzioni di genere, facendolo con la giusta tensione e senza troppi giri di parole, “If I was a liar, I would call you my friend / Let’s hope the feeling’s mutual in the end / Symbiosis, can we keep it how it was? / Now the levy is broken / I want more“. La successiva Round We Go si dispiega lenta e costante. Un accompagnamento essenziale ma incisivo, lascia spazio alla voce eterea della Hackman. Un ritorno al passato piuttosto marcato, “Hold my tongue with a finger, no thumb / Pressing down into my neck / How it hurts! I can’t exhale, next bale / Tell me I’m a nervous wreck“. Violet è legata all’ossessione della Hackman per la bocca di una sua ex. Uno spunto curioso che ha risvolti, inequivocabilmente, sessuali di cui è pieno l’album, “I’d like to roll around your tongue / Caught like a bicycle spoke / You eat, I’ll grow and grow / Swelling up until you choke“. Posso dire che Cigarette una delle canzoni che più preferisco della Hackman. Una ballata triste e solitaria, che ha quegli echi folk gotici alla quale la cantautrice inglese ci aveva abituati, “And I tried to hold my tongue / But you, you yanked it from my grip / Bathed it in petroleum, lit a cigarette and gave it a kiss“. Subito una svolta rock con Time’s Been Reckless che sembra uscire direttamente dagli anni ’90. Anche Marika si aggiunge così a questo ritorno di un decennio sempre un po’ bistrattato, “Eyes roll up; you can’t even tell me my name / “I’m your god”, you can’t even tell me the same / You’re so feckless, I’m so sorry / Time’s so reckless with our bodies“. Una folkeggiante ballata dal sapore americano si nasconde sotto il nome di Apple Tree. Una delle canzoni più poetiche dell’album dove il frutto del peccato è fonte di ispirazione, “But now I sit where they used to be / A quiet little scene on an apple tree / White roots and balanced fruit / The winter glowed on her leaves“. So Long ritorna sull’alternative rock che è un po’ il marchio di questo album. Una canzone orecchiabile che contrasta con la cupezza della tracce precedenti ma che va a completare il quadro, “I can tell you’re lying by your watery eyes / I don’t need to listen to your alibi / I know who you’re feeling and I don’t feel nice / I’ll keep you in my bed tonight“. Eastbound Train apre a melodie più luminose che lasciano un briciolo di speranza per chi ascolta. Ci sono ancora forti richiami agli anni ’90, “I won’t keep you ‘cause I know you’re in love / And it’s not in me anymore and it’s not your fault / So I’ll go left and you’ll stay right / And I’ll come back here with my head held high“. Un mondo invaso da smartphone e social network è il tema di Blahblahblah. La voce della Hackman è svogliata e stanca, evocando la noia e la banalità delle chiacchiere social, “Ghost town, walk among the zombies / Faced down, their eyes are never on me / Backs up to the wall / Plugged into a pocket / Sigh, might as well just die“. Chiude l’album I’d Rather Be With Them che sprofonda nei bui abissi del suo predecessore. Immagini inquietanti si dispiegano verso dopo verso, trasportati dalla voce sommessa della Hackman, “You say: “look at the people / Crawling like insects / All over the pavements” / I’d rather be with them / ‘Cause I just hate this room, it smells like you“.

I’m Not Your Man segna un cambio di rotta, anche se parziale a mio parere, per la cantautrice inglese. La svolta alternative è rappresentata solo da alcune canzoni particolarmente grintose ma le altre richiamano il cupo esordio. Questa soluzione permette, a chi ascolta, di non essere travolto da quella tetra atmosfera che pervadeva We Slept At Last. Marika Hackman si lascia andare a temi che riguardano la sua sessualità e il suo modo di essere donna. A volte forse il suo stile un po’ distaccato, potrebbe stancare qualche ascoltatore un po’ insofferente ma I’m Not Your Man nel suo complesso è un album più godibile del precedente, a tratti anche immediato. In definitiva questo album non è forse per tutti i palati ma certamente si gusta dall’inizio alla fine.

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Il mondo ti sta cercando

Sono passati tre anni dal sorprendente debutto di Aldous Harding (Baudelaire nel pomeriggio) e lo scorso Maggio, la cantautrice neozelandese, al secolo Hanna Claynails Harding ha dato alla luce il seguito intitolato Party. Un album atteso, non tanto per cercare conferma del suo talento, ma più per la curiosità di conoscere quale fosse la strada intrapresa. Le sue performance eccentriche e allucinate, hanno plasmato l’immagine di una cantautrice libera da vincoli stilistici e questo suo Party è il risultato di una crescita artistica importante.

Aldous Harding
Aldous Harding

L’apertura con Blend ci guida nell’inquieto mondo della Harding. La sua voce distorta sembra voler confondere l’ascoltatore. Una canzone essenziale che fin dal primo ascolto attira l’attenzione, trascinandoci dolcemente ma senza via di scampo, “Hey, man / I really need you back again / The years are plenty / Somewhere / I have a watercolour you did / I saw you walking on the sand / In Thailand“. Il pianoforte di Imagining My Man è uno strumento musicale quanto la voce della Harding. Si trasforma e si fa profonda, quasi ad imitare quella di un uomo, creando una delle canzoni più belle dei questo album. Quella malinconia, quel malessere del suo esordio sembrano intatti, “I hope one dream will get that when we’re / Lucky to be given the chance / I do not have the answer / But I don’t have the wish to go back“. Living The Classics è un richiamo alle sonorità folk degli esordio. Aldous Harding richiama alla memoria piccoli desideri e volontà, usando quasi esclusivamente la voce. Un piccolo gioiellino di semplicità e magia, “Can’t fight the feeling / Gonna make it / I won’t stop turning / ‘Til I’m twisted / Come find me / Drag me back to hell / Living the classics“. La title track Party è un ritorno a quel folk del primo album, malinconico e triste. La Harding tira fuori la sua voce più innocente, quasi irreale ma di forte impatto. La sua essenza potrebbe essere racchiusa qui, in questa canzone, “I was as happy as I will ever be / Believe in me / I will never break from you / If there is a party, will you wait for me?“. Sincera e confidenziale, è così che appare la splendida I’m So Sorry. La Harding si trasforma ancora, cambia pelle, alla ricerca di un’espressività sempre migliore. Un brano ipnotico, “My body, grateful / Never really knew how to write / My body, grateful / I never knew how to write“. Quasi a contrastare quanto ascoltato finora, Horizon, apre scenari sconfinati e complessi. Una canzone oscura, affascinante. Un fascino magnetico, veicolato dalla performance sopra le righe della Harding. Basta un pianoforte appena accennato per mettere in piedi, con l’uso prezioso della voce, una delle canzoni più carismatiche dell’album, “I broke my neck / Dancing to the edge of the world, babe / My mouth is wet, don’t you forget it / Don’t you lose me / Here is your princess / And here is your horizon / Here is your princess / And here is your horizon“. Si sentono gli echi della musica di Agnes Obel in questa, What If Birds Aren’t Singing They’re Screaming. Un brano che trasmette un senso profondo di tristezza, nonostante la melodia morbida del pianoforte, “I got high, I thought I saw an angel / But it was just a ghost heaving under his cloak / What if birds aren’t singing they’re screaming / What if birds aren’t singing they’re screaming“. The World Is Looking For You è un’altra delicata poesia nello stile della Harding. Tutto è etereo, leggero, la voce della Harding è sommessa. Inimitabile, “There is no end to the madness I feel / There is no end to the madness I feel / Yes, you found me / Yes, you love me but will you stay? / Yes, you found me / Yes, you love me but will you stay?“. L’ultima Swell Does The Skull è una canzone dal fascino misterioso d’altri tempi. Una canzone che avrebbe potuto far parte del disco d’esordio senza problemi. Ad arricchire il brano anche la voce unica di Perfume Genius (aka Mike Hadreas), “He comes home, out of the rain / I take his coat, and his walking cane / He can feel that I hold him tight / The day’s over / We belong by the fireside“.

Party vede abbandonare, almeno in parte, le sonorità folk di quattro anni fa, abbracciando un stile più vicino al cantautorato moderno. Aldous Harding appare libera di esprimersi, meticolosa nella ricerca della voce perfetta per ogni canzone. Questa ragazza è un’artista che si esprime al di là della sua musica, attraverso un’espressività data dal corpo e dalle espressioni del suo volto. Che sia tutto studiato a tavolino o frutto del suo cuore, questo solo il tempo sarà in grado di definirlo. L’unica cosa certa è che Aldous Harding ha fatto un altro album di rara intensità, forse a volte volutamente veicolata da un distacco più che apparente ma dal richiamo magnetico.

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