Il nome di un fiore

Il suo EP del 2015 intitolato The Tides, da un paio di anni fa parte della mia collezione ma per qualche motivo non è mai comparso su questo blog. Forse l’ho semplicemente messo da parte in attesa dell’album, che è prontamente uscito la scorsa settimana ed è intitolato Azalea. L’album di debutto della cantautrice americana, di stanza a Nashville, Lydia Luce non si allontana dalle sonorità del folk americano del suo EP ma riserva delle sorprese. Non riponevo grandi aspettative in Azalea, ma non posso fare a meno di continuare con la discografia di un’artista agli esordi, ed ecco quindi che sono incappato in uno degli album più sorprendenti dell’anno. Sì, Lydia Luce mi ha colto alla sprovvista come non succedeva da un po’ di tempo. Ed è una bella sensazione.

Lydia Luce
Lydia Luce

Helen apre l’album introducendoci nella musica melodiosa della Luce e il suono della sua viola. La sua voce è come uno strumento che va a mescolarsi all’accompagnamento di archi. Sarà una delle caratteristiche principali di questo album. La successiva Like You Do è una malinconica canzone dai tratti delicati. Come in precedenza, Lydia Luce dosa con attenzione la voce, creando contrasti in bilico sulle note della musica, “But I am always reminded of you / When the birds are singing / They don’t sing like you do / Oh I, get lost in my thoughts of you / When the moon is glistening / It don’t shine like you do“. In Tangerine calano le luci della sera, componendo un brano più scuro e profondo. La voce della Luce si fa meno luminosa. Un altro brano di grande impatto, ben scritto ed interpretato. Where I Lay vira verso un folk che prende qualche spunto dal country, abbandonando per un attimo il suono degli archi. Lydia Luce continua però a tenere alto il livello dell’album con un’altra canzone di ottima fattura. Tra le canzoni che preferisco c’è sicuramente la splendida Sausalito malinconica canzone con una splendida melodia. Qui si può notare tutto il talento, non solo come cantautrice ma anche come musicista della Luce. Ancora una volta musica e voce si fondono alla perfezione. Da ascoltare. La title track Azalea si avventura in territori pop rock. Non a caso è stata scelta come singolo di punta dell’album. Posto proprio a metà di esso, offre una variante al mood principale. Una scelta azzeccata nella quale Lydia Luce dimostra di trovarsi comunque a suo agio anche con uno stile differente dalle altre canzoni. More Than Heartbreak ritorna su melodie delicate e nostalgiche. Gli echi country delle chitarre si possono cogliere in una musica che si ispira ad un pop d’autore, sorretta da un testo anch’esso ispirato, “Oh, I don’t know what it takes to fall / How to fall off but I’ll give it a try / Why can’t I sit idly by / ‘Cause it’s more than heartbreak this time / I’ll give it time“. My Heart In Mind conferma le atmosfere malinconiche dell’album, dove ancora in suono della viola prevale sugli altri strumenti e divenendone una sua caratteristica costante e gradita. Covered Up è un’altra variazione sul tema principale. Qui più che la melodia, ha prendere il sopravvento è il ritmo. Un bel ritornello, orecchiabile, rende questa canzone una delle più immediate dell’album. Scende la sera con Strawberry Moon. Di nuovo la musica si affida al suono della viola riproponendo le sonorità di questo album, sempre con grande sensibilità e talento, “I go swimming, drown out all the noise / I float in solitude, staying is by choice / Well there are times that I’m longin’ for you / But you’re unattainable and no one else will do / No, no one else will do“. Chiude l’album una bellissima versione strumentale di Sausalito. Non semplicemente una versione “solo musica”. La voce di Lydia Luce lascia il posto al suono caldo e avvolgente della sua viola. Il risultato è davvero notevole. Un gioiellino da ascoltare.

Azalea è un album, come ho già scritto, sorprendente. Lydia Luce ha fatto grandi passi in avanti come cantautrice, riuscendo a far convivere, in modo armonioso, il suono della viola con le sue canzoni. Ogni brano è parte di un insieme ben concepito e frutto di un lavoro ispirato. Si respira aria di libertà e malinconia ma senza un sentimento di tristezza così marcato da non lasciare alcuna speranza. Azalea è un ottimo esempio di come una musicista riesca ad essere efficace sia con il suo strumento, sia con la voce che con la scrittura. Lydia Luce propone una visione differente del folk americano, inserendo elementi di estrazione più classica ma non escludendo variazioni rock e pop. Un debutto eccellente per ispirazione, esecuzione e talento.

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Nel grande schema

Il suo precedente album intitolato Soon Enough del 2015, mi ha accompagnato per diversi mesi con il suo sound americano sempre elegante e rassicurante. Erin Rae con la sua angelica voce è in grado di dare vita ad atmosfere eteree e sognanti, poggiate su emozioni più che concrete. Il nuovo album Putting On Airs pone la cantautrice americana verso una nuova direzione, iniziando dalla piccola ma significativa scelta di pubblicarlo sotto il nome di Erin Rae, rimuovendo quello della sua band The Meanwhiles. Che ci sia sotto la volontà di esprimere una musica più personale? Per scoprirlo non resta che ascoltare Putting On Airs.

Erin Rae
Erin Rae

Si inizia con Grand Scheme nella quale si intravede una nuova vena psych-rock, addolcita dalla voce morbida della Rae. Il grande schema di cui tutti facciamo parte è alla base di questa canzone che funziona un po’ con un’introduzione. La title track Putting On Airs si rifà ad un sound più vicino al classico folk americano. Un richiamo all’album d’esordio con contaminazioni anni ’60. Uno dei migliori brani dell’album. Si continua con la bella Bad Mind. Una canzone molto personale che si affida ad un accompagnamento essenziale per trasmettere un messaggio di accettazione della propria sessualità. La successiva Can’t Cut Loose è una canzone di più ampio respiro che si affida a sonorità indie, sempre smussate dalla voce inconfondibile della Rae. Il perfetto esempio della nuova direzione musicale intrapresa. Love Like Before è un’orecchiabile canzone dai ritmi del sud degli Stati Uniti. Erin Rea riesce sempre con la voce ad attirare l’attenzione ma senza mai prendere il sopravvento sulla musica, in questo caso piuttosto curata. June Bug è una canzone più marcatemene folk. Un folk moderno, contemporaneo, più vicino a quello europeo piuttosto che a quello americano. Mississipi Queen è una delle canzoni che preferisco di questo album. Un folk cantautorale, lento ma accattivante. Un accompagnamento ricco accende di colori questa canzone. Da ascoltare. Il vibrante indie rock di Like The First Time spezza la serenità apparente dell’album. Di fatto Erin Rae si accoda alla nuova ondata di cantautrici che si affida al suono della chitarra elettrica per esprimersi in nuove forme. The Real Thing invece è uno sguardo al passato. La cantautrice americana torna alle atmosfere dell’esordio cercando maggiore profondità musicale ed espressività. Anchor Me Down si fa strada con un accompagnamento sognante, dove la voce della Rae si muove sempre con eleganza e delicatezza. Un gioiellino di poesia e musica. Wild Blue Wind è un potente folk rock abbastanza inedito per la Rea. Tutto funziona a dovere, c’è il ritmo, c’è la melodia. Un brillante esempio della versatilità di questa artista che riesce a variare di genere senza snaturare la sua musica. Chiude l’album la breve Pretend. Una canzone semplice e melodica, che poggia sulla voce della Rae che vola leggere su un tappeto di suoni e sulla chitarra acustica.

Rispetto al suo predecessore, questo Putting On Airs vede Erin Rae alle prese con sé stessa più che in passato. Il risultato è un lento, ma progressivo, distaccamento dal folk americano e un avvicinamento ad un cantautorato folk più moderno e sperimentale. La ricerca di una maggiore espressività della cantautrice americana va oltre gli stili musicali, andando alla ricerca delle nuove forme del folk. Putting On Airs rappresenta, molto probabilmente, quello che viene definito un album di transizione. La strada tracciata con l’album dell’esordio prosegue ma la destinazione sembra essere differente. Erin Rae non vuole essere un’interprete di un genere musicale ma un’artista più completa che in questo album prova a staccarsi , senza strappi, alla tradizionale sound di Nashville.

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Quando la pioggia non cade

Solo guardando la copertina di By The Way, I Forgive You si può intuire molto del nuovo album di Brandi Carlile. Il suo volto in primo piano, dipinto dall’amico Scott Avett, emerge dal buio alle sue spalle. Per la prima volta la copertina di album della cantautrice americana è così oscura e personale. Il suo sesto album si presenta, fin dal primo sguardo, come qualcosa di diverso. Dopo l’album di transizione del 2015, intitolato The Firewatcher’s Daughter, Brandi Carlile è tornata quest’anno con un album importante che potrebbe segnare una tappa, ma anche un traguardo, della sua carriera che la vede sul palco da più di dieci anni.

Brandi Carlile
Brandi Carlile

Every Time I Hear That Song ci riporta alle toccanti canzoni che rendono quest’artista speciale e unica. Si sente fin da subito un piglio più maturo, come se qualcosa fosse scattato dentro di lei, rompendo qualsiasi barriera tra la sua musica e la sua anima, “By the way, I forgive you / After all, maybe I should thank you / For giving me what I’ve found / Cause without you around / I’ve been doing just fine / Except for any time I hear that song“. Il singolo The Joke amplifica questa sensazione, grazie al suo inizio dimesso. La musica e la voce crescono insieme fino ad esplodere in un finale epico. Un testo bellissimo che ci invita a non arrenderci di fronte alle ingiustizie della società di oggi, “Let ‘em laugh while they can / Let ‘em spin, let ‘em scatter in the wind / I have been to the movies, I’ve seen how it ends / And the joke’s on them“. Con Hold Out Your Hand, si passa ad un folk rock che oscilla tra momenti veloci e tirati ad altri più distesi e liberatori. Una Carlile inedita, carica di energia, che sporca la sua voce per tirare fuori quel qualcosa in più, “When the rain don’t fall and the river don’t run / And the wind takes orders from the blazing sun / The devil don’t break with a fiery snake / And you handled about goddamn much as you can take / The devil don’t take a break“. La successiva è una dolce canzone dedicata alla figlia Evangeline, intitolata The Mother. Brandi Carlile sfodera tutta sua sensibilità per esprimere la gioia di essere madre e vedere la propria vita stravolta mentre il mondo intorno al loro continua ad essere quello di sempre, “She’s fair and she is quiet, Lord, she doesn’t look like me / She made me love the morning, she’s a holiday at sea / The New York streets are as busy as they always used to be / But I am the mother of Evangeline“. La successiva Whatever You Do rappresenta bene il filo conduttore di questo album. Una canzone sulle difficoltà della vita e dell’amore, cantata con quella voce emozionante alla quale non si può rimanere indifferenti, “There’s a road left behind me that I would rather not speak of / And a hard one ahead of me too / I love you, whatever you do / But I got a life to live too“. Fulton County Jane Doe è dedicata ad una donna senza nome trovata agonizzate ad Atlanta e morta pochi giorni dopo in ospedale. Dal 1988 questa donna è rimasta senza nome, “We came into this life with nothing / And all we’re taking is a name / That’s why I’ve written you this song / This is for Fulton County Jane“. Sugartooth racconta la triste storia di un ragazzo consumato dalla droga, nella quale cerca di affogare il proprio incomprensibile dolore. Una delle migliori canzoni che Brandi Carlile abbia mai scritto (con la complicità dei fratelli Hanseroth) sia dal punto di vista del testo che della musica. Da ascoltare, “He wanted to be a better man / But life kicked him down like an old tin can / He would give you the shirt on his back / If not for a sugartooth“. Most Of All ritorna sulle sonorità più care alla Carlile. Racconta attraverso ricordi e sensazioni tutto ciò che di bello lega una famiglia nel corso del tempo, facendolo sempre con la straordinaria sensibilità che la contraddistingue, “I haven’t seen my father in some time / But his face is always staring back at me / His heavy hands hang at the ends of my arms / And my colors change like the sea“. Brandi Carlile non è mai rimasta indifferente alle emozioni che il tempo che passa lascia dietro di sé e Harder To Forgive ne è un altro esempio. Ancora una canzone splendida, interpretata magnificamente, “I love the songs I hated when I was young / Because they take me back where I come from / When every broken heart seemed like the end / When everyone was someone different then“. Perfetta conclusione di questo album, la bella Party Of One. Sopra un pianoforte si poggia la voce della Carlile, che appare stanca ma ancora viva. Una canzone intensa e riflessiva, “Oh your constant overthinking and your secretive drinking / Are making you more and more alone / And girl, you can slam the door behind you / It ain’t ever gonna close / Because when you’re home, you’re already home“.

Quello che ha fatto Brandi Carlile in questo By The Way, I Forgive You è non assecondare la volontà di ricondurre la sua musica ad un genere o stile. Alla cantautrice americana, per la verità, le sono sempre andate strette le etichette ma in qualche modo ricadeva sempre all’interno di qualche definizione vicina al country. In questo album invece ha fatto tabula rasa di qualsiasi legame ai generi musicali a lei associati, anche affidandosi spesso ad accompagnamenti orchestrali. Ha ripreso il controllo della sua musica, sostenuta sempre dai gemelli Hanseroth, e così facendo ha rinvigorito sé stessa e il suo essere cantautrice. L’album è carico di temi maturi e malinconici. Non c’è posto in By The Way, I Forgive You per una gioia spensierata ma solo per gratitudine e speranza. Non si tratta di un album “triste” ma semplicemente di un album che va ad esplorare le difficoltà della vita e le piccole grandi emozioni che sa riservare.

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Nero su bianco

Il quarto album della cantautrice canadese Tamara Lindeman si presentava, fin dal primo singolo, come una svolta rispetto al folk minimalista degli esordi. Dopo il poetico All Of It Was Mine (Achillea e menta) e il successivo Loyalty (Eclissi personale), The Weather Station ha deciso di cambiare qualcosa nella sua musica. Ad ottobre è uscito infatti il nuovo album intitolato semplicemente The Weather Station. In Loyalty la Lindeman appariva di spalle con le mani dietro la schiena, quasi a voler nascondere sé stessa, ora in copertina c’è sempre lei ma la sua figura è intera e frontale, in contrasto con lo sfondo. Si può partire da qui per avvicinarsi a questo album che potrebbe rivelarsi come la definitiva consacrazione di un’artista unica.

Tamara Lindeman
Tamara Lindeman

Free inizia con un intro di chitarra subito interrotto dalla voce morbida e melodiosa della Lindeman. Quasi un dialogo tra chitarra e voce, dove ritroviamo tutta la sincerità dei precedenti lavori ma sotto una nuova forma, “You were always so adamant. You told me that the one thing I was missing—I didn’t know that I was free. Tonight, when I pulled the car around, I was alone under the sky“. Thirty è uno dei brani più affascinanti ed ispirati. Tutto gira intorno alla voce della Lindeman, un flusso di parole, ricordi e pensieri. Da ascoltare, “Oh, you got the kindest of eyes, I cannot help but notice sometimes, but you know as do I, I cannot look twice without falling right into the sweet and tender line between something that can and can never be“. You And I (On The Other Side Of The World) è una canzone intensa, fatta di immagini delicate tracciate dalla voce della Lindeman. Uno strumento vero e proprio il suo, che gioca con la musica, “But we never got better, we never got to talking, we never figured out the questions, we got good at walking; walking the streets, when it was too hot to eat, walking in step, we can’t help it“. La successiva Kept It All To My Self è un flusso di parole e musica unite in una cosa sola. L’interpretazione è senza fronzoli, quasi ininterrotta e distaccata, “I rode up past St Clair, same old city but it could have been anywhere. And the scent of the air so exotic, every thought like I never have thought it. Then I felt that confidence in me, like a child in a strange new body. I kept it all to myself“. Impossible è oscura, attraversata dai pensieri della Lindeman. Si riconosce il suo stile, la sua mano ma c’è come un’urgenza di fondo che emerge lentamente, “Oh, I guess I got the hang of it—the impossible. And I walk the endless boundaries of it, just to know what you can’t ever have—what is light, what shadow. I guess I always wanted the impossible“. Lo stesso succede in Power. Il canto etero e fragile è spezzato dal suono blues di una chitarra elettrica. Le parole continuano a scavare profonde nell’anima e nei ricordi, senza filtro, “I fell asleep on the plane, and I woke up strange, twisted in the pale blue seat, an hour gone by. The sun was rising again, keeping distant over the blackened blue rim of the sky. I spent my whole life thinking that I was some kind of coward“. Come in un flusso continuo, segue ComplicitSi compone così un trittico con le due precedenti, trasmettendo all’ascoltatore una sensazione di necessità e urgenza, di grande impatto, “I moved back to the city; I lost myself in you, or in some kind of fiction, or in some kind of truth. I let myself get cynical; I felt cold and bruised, and the facts never changed, and time only moves“. Black Flies ritorna su sonorità più vicine al folk americano. Un passo indietro nel tempo per Tamara. L’attenzione di sposta lontano da sé stessa, riuscendo in poco più di due minuti a fare qualcosa di straordinario, “Humid wood, you felt good, and you shook your tangled hair down. With the sweat in your eyes, and all the black flies. Under lidded skies you lie down there in the grasses“. La successiva I Don’t Know What To Say continua a viaggiare sulle strade già percorse in passato dalla Lindeman, facendosi però accompagnare questa volta dal suono di un’orchestra, “Just don’t go—stay—everything has changed a thousand times anyway. Like we had no power, like we had no sway; the heartbreak you know will find you either way“. In An Hour comferma la volontà della Lindeman di non tracciare un solco netto tra il suo passato e il futuro. La maggiore ricchezza di dettagli nella musica è l’unica cosa che la differenzia dalla produzione precedente, “I cannot tell us apart—your pain made free with my own heart. We laid out under the ceiling as though under the stars. As though this afternoon was the blackness from here to the moon, dizzied by distances within you“. La conclusiva The Most Dangerous Thing About You è una delle canzoni più belle mai scritte dalla Lindeman. Una canzone che si appoggia su un pianoforte, dove le parole così naturali, così commoventi escono spontanee e sincere, “The most dangerous thing about you is your pain—I know for me it is the same. It was restless; you felt it, but never could call it by name“.

The Weather Station è un album che ci fa scoprire una rinnovata Tamara Lindeman che, seppur non tagliando i ponti con il suo passato, si esprime sotto nuove forme. Il suo è un tentativo di provare qualcosa di più rock ma inevitabilmente smorzato dalla sua voce e dalla sua indole emotiva e sensibile. Il risultato è un sound unico che è pervaso da un’urgenza espressiva soprattutto nella prima parte dove le influenze rock si fanno più sentire. La seconda metà è più riflessiva, nella quale troviamo The Weather Station nella sua forma più abituale solo più estroversa e diretta. L’album è da intendersi come un flusso continuo di parole e musica che escono liberamente e si ricompongono in forme complesse ma tanto vicine a chi ascolta. Solo i grandi sanno cambiare senza snaturarsi e Tamara Lindeman ci è riuscita nel migliore dei modi.

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Senza volto

Quando scopro un nuovo artista, mi piace cercare qualche informazione su di lui. Al giorno d’oggi è piuttosto facile farlo attraverso internet, Wikipedia o i social network. Ma nel caso di Rob Reid è stato praticamente impossibile. Avevo aggiunto il suo EP Paradise alla mia wishlist di Bandcamp e qualche giorno fa è entrato nella mia collezione. Paradise è stato pubblicato l’anno scorso e mi ha subito attirato per il suo bel sound americano. Rob Reid è un cantautore canadese e questo è il suo debutto. Si può scoprire qualcosa in più sul suo sito ufficiale e poco o nulla nella sua pagina Facebook. Non una sua foto o interviste. Interessante di questi tempi, no? Ci sono solo otto canzoni che parlano per lui. Nient’altro.

Si inizia con la rockeggiante Paradise. Le chitarre hanno un suono famigliare, confortevole. La voce di Reid è perfetta per queste canzoni, questo classico rock americano. Un inizio irresistibile che ci spinge a proseguire nell’ascolto di questo EP. Più folk e distesa, la successiva Honest Monday. Come da titolo è una canzone sincera, dall’apparenza spontanea, che si risolve in meno di due minuti. Niente male. Roll On è orecchiabile e solitaria. Rob Reid sembra avere tanto da raccontare e sa farlo con una semplicità e maturità invidiabili. Così come riesce a fare con la successiva Devil’s Shoulder. Un folk americano oscuro e desolato, che cresce tra contaminazioni blues. Nulla di nuovo ma quello che conta è ciò che questa canzone riesce a trasmettere. Lo fa attraverso la via più semplice e sicura. Un’altra ballata country come Erin’s Song (Guiding Light) continua a farci viaggiare in territori conosciuti e famigliari. Rob Reid duetta con una voce femminile che (ahimè) non sono riuscito a scoprire a chi appartiene. Un altro piccolo mistero che si aggiunge al quadro. Don’t Mean To Confuse You, a dispetto del titolo, confonde con le sue chitarre a briglia sciolta. Reid si rivela un rocker abile molto differente da quello ascoltato finora. Il ritmo è tirato e le parole escono veloci come un treno nel deserto. Colpisce nel segno. Dust And Decay è una splendida ballata country malinconica. Lo stile è collaudato ma supportato dalla voce carismatica del cantautore canadese. Ancora la chitarra è protagonista, come potrebbe essere altrimenti? All My Friends è un’altra trasformazione di Reid, che chiude questo suo EP con ironia e ritmo. Un country ballabile da fine serata, un buon modo per salutare gli amici.

Paradise è un bignami del folk rock americano. C’è un po’ di tutto. Rob Reid è un buon ambasciatore in terra canadese del rock a stelle e strisce. La scrittura è matura e fa pensare ad un debutto tardivo. Con queste canzoni forse abbiamo conosciuto Rob più di quanto possa fare una fotografia o un profilo social. In un mondo, anche quello musicale, dove apparire è diventato fondamentale, Rob Reid ha scelto di rimanere in una sorta di anonimato e non mi stupirei affatto se il suo fosse solo un nome d’arte. Paradise, in definitiva è un veloce viaggio nel paese del country, in compagnia di un amico un po’ schivo ma sincero.

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Gli altri siamo noi

Come è già successo qualche tempo fa, ho voluto approfondire la conoscenza della musica di un artista, non limitandomi ad un solo EP, quello più recente, ma mettendone insieme un paio. Questa volta è successo con due EP della cantautrice inglese Emma Ballantine che recentemente ha pubblicato Somebody’s Story che raccoglie quattro canzoni ispirate ad altrettante storie vere. In precedenza avevo avuto il piacere di ascoltare due sue canzoni come The Love I Seek e Perfect Crime. Ero rimasto davvero impressionato dallo stile e dalla voce della Ballantine, così ho messo insieme, per questa recensione, l’EP Tourist del 2015 e il più recente Somebody’s Story.

Emma Ballantine
Emma Ballantine

Tourist si apre con la bella The Love I Seek, una canzone intensa sulla forza dell’amore. Fin dai primi ascolti, cattura grazie alla sua energia e quella chitarra che ha un ritmo spagnolo. Da ascoltare, “Weigh up the pros and cons / I see your calculation but your answer is wrong / And I’m not an equation or a final exam / Why can’t you love me as I am?“. La successiva Perfect Crime è una vibrante canzone dalle sfumature rock, che trova la sua forza nella voce della Ballantine. Una voce versatile che sa trasmettere, in questo caso, un senso di urgenza e tensione. Una dimostrazione di talento, “The perfect crime / The perfect crime / The scars are out, are out of sight / My eyes are blind / My hands are tied / Your victim is in my mind“. Tourist è una canzone poetica e intensa. Il ritornello è gioia per le orecchie, Emma Ballantine tira fuori il meglio di sé. Una delle canzoni più emozionanti di questo EP, “Cause ooh, I’m just passing through / We barely met at all / So I’m barely leaving you / Tell me this before I go / Is your heart built for this? / For falling in love with a tourist“. Segue una bella cover, The Queen & The Soldier di Suzanne Vega. Una versione non lontana dall’originale, solo dalle sonorità più folk, “A soldier came knocking upon the queen’s door / He said, “I am not fighting for you any more” / And the queen knew she’d seen his face someplace before / And slowly she let him inside“. Chiude Fall, che affascina per le sue atmosfere delicate e malinconiche. Una canzone che, con la sua semplicità, esalta il talento di questa cantautrice, ricordandomi un’altra artista come Hattie Briggs “I was born in September when the leaves were turning brown / Halfway between the summer and the wintertime / And that may be why I never make up my mind, who knows?“.
L’EP Somebody’s Story inizia con l’ottima Secret Tunnel. C’è stata un’evoluzione musicale che ha portato Emma Ballantine verso uno stile più moderno ma ugualmente efficace. Questa canzone è ispirata dalla storia di Lisa, che dopo anni di abusi subiti dal padre, trova una nuova famiglia pronta a difenderla. La successiva è la triste Harmonise, ispirata alla storia di Brian che fino all’ultimo, a dispetto della malattia, ha continuato a suonare per amore della musica. Astronaut racconta la storia di Vicki che, negli anni ’50 lascia la sua casa in Inghilterra per raggiungere e sposare Jack, di stanza in Kenya. Il messaggio è semplice, l’amore abbatte i confini e le distanze. Through Your Eyes si ispira alla storia di James, affetto da autismo, che riesce a vedere il mondo in modo diverso, trovando la gioia nelle piccole cose di questo mondo distratto. Tutte le storie complete si possono leggere qui: somebodysstory.com

Emma Ballantine riesce, attraverso le sue canzoni, ha esprimere il meglio del cantautorato femminile inglese degli ultimi anni, spaziando dai brani più acustici e folk, passando per il rock fino al pop. Tourist rappresenta al meglio questa caratteristica, facendo emergere il suo aspetto poetico e musicale. Il recente Somebody’s Story, invece sorprende per la sensibilità di Emma. Mettere in musica storie che non la riguardavano direttamente non è cosa semplice. Scrivere una canzone cercando ispirazione nelle storie altrui è una responsabilità importante che necessità di una buona dose di sensibilità e una capacità di immedesimazione non banali. Emma Ballantine è una cantautrice che fa quello che tutte le cantautrici, e cantautori, dovrebbero fare: rendere eterne e vicine le emozioni, che siano esse le nostre o quelle degli altri.

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Come ladri nella notte

Dietro il nome Folk Is People si nasconde la cantautrice americana Stacey Bennett e il suo gruppo che mi hanno incuriosito, tempo fa, con la canzone Crocodile. Un folk rock irresistibile e carico di energia. Io, come al solito, non riesco a limitarmi ad una sola canzone e fortunatamente i Folk Is People hanno pubblicato lo scorso anno il loro album d’esordio intitolato The Devil Always Comes. Non potevo lasciarmi scappare l’occasione di ascoltare questo album considerando il fatto che contiene tutti gli ingredienti che preferisco: una cantautrice, folk rock, indie rock, una manciata di USA e il caro vecchio banjo.

Stacey Bennett
Stacey Bennett

Ed è proprio Crocodile ad aprire l’album. Un travolgente mix di ritmo e melodia guidato dalla voce della Bennett. Un concentrato di energia alla quale è impossibile rimanere indifferenti. Una delle migliori canzoni dell’album, “With shovel and brick / You tore into sarcophagus and pulled me to my feet / The connotation lies within frame of mind / You sent your spell, broke me from my hell / And stole me into paradise“. La successiva Pyramids è un bel pezzo indie rock di forte impatto che mette in mostra tutta la capacità di songwriting della Bennett. Il ritornello è orecchiabile e accattivante, cosa chiedere di meglio? “All your thoughts were pyramids / And all your friends were pharmacists / Like what was never is…but it’s now / Of dial tones, a reluctant past those ghosts keep calling back / And you’re anchored now without slack and sinking“. Bury Me In Viriginia cavalca le origini americane del gruppo. Perfetto come singolo, trascinante e facile da canticchiare. L’ultimo desiderio di una cantautrice in un brano tutt’altro che triste, “I don’t want to but when I die bury me in Virginia / When I’m gone and it all goes black / Sing my songs like they were meant for you / They were meant for you!“. In Bloodletting sente un banjo che detta il ritmo di un folk rock irresistibile. Tre minuti che incredibilmente sembrano durare meno, sarà la musica, sarà il canto, chissà, “I feel the sidewalk pushing against my feet / I count to ten and start again trying not to think / Of the mattress we shared on your apartment floor / Where I closed my eyes and realized / Baby, I loved you more“. Savoiur ha un testo originale, cantato dalla Bennett con bravura e carisma. Parole semplici e dirette, che colpiscono come una pistola. Da ascoltare, “I don’t need a savior cuz I’ve got a gun / And I don’t wanna think of all the bad things I’ve done / Like when I do, it’s what I do that’s nothing to you / So I’ll sit upon this shelf cuz I got nothing to prove, do you?“. La title track The Devil Always Come è una ballata che rallenta la marcia iniziata dalle canzoni precedenti. Stacey Bennett dimostra di avere una lato più sensibile e folk nel quale può continuare ad esprimersi con la consueta energia, “I was a child, I was free / And I fought to believe that we are infinite / But we aren’t all poets / We are all lies / And the devil always comes to my side“. Lo stesso si può dire della bella City In The Window dove si sente la sintonia tra Stacey Bennett, autrice di tutti le canzoni, e la sua band. Un’altra canzone orecchiabile ma tutt’altro che banale, “Your heart moves in two directions / Your eyes always on the moon / Your life spills in one dimension / But the city in the window never changes shape“. Con Oh! Nola si ritorna al rock tirato, sorretto dalle chitarre che nel finale rallenta trovando il suo compimento. Una canzone di un amore disperato, “We fled into the bars under blood moonAnd hash tagged scars / Enraged by politics, the placement of planes, their intersections / I opened my eyes, “Baby I’m in love with you!” / My head on your chest, the air mattress, this spinning room / Oh! Nola don’t break me now“. Ancora più rock con Tidal Wave. Da fan dei R.E.M., quale sono, non ho potuto fare a meno di notare l’influenza che questo gruppo può aver avuto in questa canzone. Si sente l’impronta del southern rock degli inizi di Stipe e soci, “Forged in my new skin / I begin pretend sunken eyes like ships forgotten amidst the sea as it spits and sways / Of kerosene, a sick machine, a wakeup call that ends in dream“. All The Tiny Parts è una dimostrazione di talento da parte della Bennett che incastra alla perfezione musica e parole. Un altro punto a suo favore, “So call the cops if you want to but don’t believe in accidents / You’re not sick and you’re not dying / Leave the light on, don’t go back to bed / Solace they scream, make me believe / I walked on fire for you / So let me be, should I concede? / I sank the line for you“. Chiude la splendida ballata The Siren Song. La voce della Bennett si rivela versatile e, come ho già scritto, carismatica. Anche il testo di questo brano è carico di immagini vivide condensate in poco più di due minuti, “The sirens sing a song of sex / A tale of death, port wine pouring from her decks / With gunpowder, a coward’s hex / Burn the wench, she’s derelict!“.

The Devil Always Comes si è rivelato una sorpresa al di sopra delle mie aspettative. Stacey Bennett esprime una maturità invidiabile per un esordio ed è ben supportata dalla sua band. Folk Is People è un progetto interessante sopratutto perché con questo album dimostra di saper affrontare tutte le sfumature della musica folk e rock americana. La lunghezza di una album può dire tutto e niente di sé ma in questo caso, i suoi trenta minuti abbondanti significano solo una cosa: idee chiare e la volontà di essere diretti e sinceri. E non si può negare che i Folk Is People ci siano riusciti.

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