Ho visto tante, tante cose

La prima cosa che mi ha incuriosito di questo album è stata la copertina. L’artista, Shayna Adler, è ritratta con abiti che ricordano un po’ lo stile fantasy, in un’atmosfera altrettanto misteriosa. Prima di ascoltare l’album, mi ero già immaginato un folk di quelli un po’ new age o vagamente gotici, chissà perché. Invece, Wander, è qualcosa di diverso e lo si intuisce fin dalle prime note. Un mix di americana, folk e indie è la ricetta di questa cantautrice californiana al suo debutto. Una sorta di concept album, un viaggio affascinante fatto di storie e personaggi. Non resta che immergersi in questi nove racconti in musica.

Shayna Adler
Shayna Adler

The Life I Could Create dà inizio al viaggio. Come nell’incipit di un buon libro, ci troviamo nei panni di un altro, in un mondo da scoprire. Un folk elegante e pulito che incuriosisce a partire dal testo, “Am I the creator / Of my own despair / Am I the inventor / Of what’s not really there / How do I leave this place / Of my own device / Of my own disgrace / Is it me / That paves my own delay“. Into The Forest si apre ad un marcato folk americano, con una melodia orecchiabile che intesse una trama ricca di fascino. Intorno noi si apre un’ambientazione che promette cose meravigliose, orizzonti da esplorare, “And we are growing like the sycamore / Will never see its knees / And we are soaring like the smallest bird / Who stands on heaven’s feet / And soon you will see / And soon you will see“. Tra le mie preferite c’è Gypsies & Caravans. Ogni volta che l’ascolto mi immagino una carovana di gitani, che ha preso posto in qualche remota radura, ballare attorno ad un fuoco ed ammaliare gli stranieri con le loro storie e magie. Davvero una bella canzone, evocativa come poche altre, “The waltz of a world / Of gypsies and caravans / Bells on her hips / The fires, the music man / Circling me / Their leader, the magician / Who calls out to me / Lost by admission“. La successiva Manchester Stone ha il fascino oscuro della magia. Un indie folk ispirato e coinvolgente, fatto di immagini misteriose che si susseguono dando vita ad una delle storie di questo album, “Of clockwork and castles / And horses to ride / With the thrill of the chase / In the dead of the night / And a world full of magic / Like never I’ve known / In this everyday life / Of Manchester Stone“. Dear Capricorn è una ballata, una lettera d’amore, una poesia. Qui la Adler mette in mostra le sue doti di songwriting, dando alla luce un’altra bella canzone, ancora una volta differente dalle altre, “Is it possible to love someone / And only know their name / Is it possible to find yourself / In all the loss you’ve gained / And if I saw the truth / Would all the colors stay the same / If love could be explained“. Quiet As The Moon volge lo sguardo al cielo e ci guida alla scoperta delle stelle. Un folk americano ricco di sfumature fa da sfondo alla voce calda ed educata della Adler, “Can you feel Orion near / The otherworldly cavalier / With haunting conversation / And stories of creation / But I’ve seen so many, many things / Troubled by such little strings / And all I have is here / Oh, can you feel Orion near“. Decisamente più country, con sfumature western e folk rock, la bella Stagecoach Sally. Anche qui le capacità della Adler di evocare immagini nitide sono confermate. La musica, l’interpretazione, le seconde voci maschili, tutto è curato nel dettaglio e si sente, “Stagecoach Sally / Gonna shake your alley / Gonna make you leave your / Shotgun by the door“. Una casa è un luogo speciale in The House. Un luogo dove il tempo lascia il segno, uno scrigno personale. Un folk come sempre ispirato dove il testo è al centro dell’attenzione, “Welcome to my house / The moment has taken its form / Welcome to my house / I just want to thank you / For knocking upon my door“. Il viaggio si chiude con Sunday Smile è un country luminoso che spazza via le atmosfere più cupe, ma non meno ricche di meraviglia, che lo precedono. Un lieto fine come ogni bella storia che si rispetti, “Honey don’t you frown at / All the good that you found / You’ll wear your Sunday smile / Monday morning / Honey don’t you cry / You were only young and wild / You’ll wear your someday smile / Without warning“.

Wander è un album particolare, capace di portarci il luoghi meravigliosi come un buon libro. Allo stesso modo ci vuole un po’ di tempo per ambientarsi e trovare il ritmo della narrazione ma con la guida di Shayna Adler non ci si può perdere. Interessante questa visione nuova del folk americano e del country, influenzato da un immaginario fantastico, che spazia dai cavalieri ai fucili, dal deserto alle foreste, dalla magia agli zingari. Sì, indubbiamente Wander è un ottimo album che mi ha lasciato quella sensazione di non voler abbandonarlo dopo l’ultima nota. Un po’ come succede con un buon libro. Shayna Adler è uno di quei nomi che mi devo appuntare perché sono sicuro ci regalerà ancora altre storie e altri personaggi in futuro.

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Lo stesso vecchio gioco

Tra gli album d’esordio che mi ero appuntato sul calendario, spiccava Misadventure della cantautrice americana Diana DeMuth e prodotto da Simone Felice e David Baron. Lo scorso anno ascoltai per la prima volta la sua Hotel Song e rimasi piacevolmente sorpreso. Il suo folk rock andava incontro ai miei gusti ma soprattutto la sua voce e l’interpretazione furono i due elementi che più di tutti mi fecero pensare che stavo ascoltando un’artista che aveva qualcosa di speciale. Complice probabilmente un talento precoce e tanta gavetta, Diana DeMuth mi è parsa subito quel genere di cantautrice da non lasciarsi scappare. Detto, fatto. Misadventure è qui ed è ben al di sopra delle mie aspettative.

Diana DeMuth
Diana DeMuth

Si comincia con la bella Hotel Song, un folk rock carico di energia e sentimento. La DeMuth ci mette la giusta dose di rabbia, mai più del necessario. Orecchiabile ma per nulla scontata, è tra le canzoni che preferisco di questo album, “Come on now baby bust me out of this hotel / Gather up my belongings / Letʼs run for it / Itʼs crazy living out of this suitcase / Running round in the rat race / And Iʼm done with it“. La successiva Into My Arms è un luminoso pop rock scarno ma efficacie. Diana DeMuth dimostra di avere sangue rock nelle vene e di essere a suo agio. Non mancano le ballate come Rose Of Nantucket, ruvida confessione di un forte desiderio di libertà. Una canzone matura ed esplicita che per un attimo ci fa dimenticare il fatto che stiamo ascoltando un debutto. Davvero impressionante, da ascoltare, “If you get lost / Out in the rain / Cause some fucker changed that sign post / To lead you astray / And when all of your failures / And all of your fears / Keep you running through the nighttime / Nothing coming clear / Just call on me lover“. The Young & The Blind è una cavalcata rock springteeniana. La DeMuth si lascia andare, seguendo le chitarre e regalandoci ancora una volta un’altra splendida canzone. Un pianoforte apre Steady Rolling che svela un’intensa ballata notturna. La DeMuth ci cattura con la sua voce e ci accompagna in una notte di pensieri e malinconia, “I come from the old time, babe / Too late for you to save me / If I remain then I’m to blame / But if you should ever need me / I’ll go where you lead me / It’s all the same / The same old game“. Segue Signs che abbraccia delle sonorità più folk e degli echi di un pop rock anni ’90 che fu. Ancora una volta la vita e l’amore si intrecciano, ispirando canzoni come questa, il resto lo fa il talento di questa cantautrice, “Iʼm afraid of everything at night / The sounds and all the shapes that come to life / By the way, I feel you in my blood again / Looking through the attic for your clothes / It was a fever and a bad dream I suppose“. Anche Photographs si può classificare tra le ballate di questo album dove il tema dell’amore fa capolino tra le tracce lasciate dalla malinconia. Tante canzoni come questa sono state scritte ma questa è una di quelle con qualcosa in più che è difficile da spiegare. All The Liars affronta il tradimento sempre attraverso le suggestioni di un pop rock energico e vivo. Diana DeMuth nasconde dentro di sé un persistente sentimento di libertà e rabbia. In Ivory White rallenta e si affida al suono del pianoforte dando vita ad un’altra splendida ballata. Più poetica e riflessiva rispetto alle precedenti, questa canzone mette in luce un’altra faccia della musica della DeMuth e di questo le siamo riconoscenti, “Iʼm pretty sure we drank too much / And threw the room around / But I like you best when you get undressed / And talk too loud“. Chiude l’album Already Gone. Anche qui spazio ai pensieri che corrono liberi esprimendo un desiderio di fuga e vita che è un po’ il tema portante di tutto il disco.

Misadventure ci fa scoprire un’artista di indubbio talento e capacità. Tra ballate e variazioni rock, Diana DeMuth, si apre a noi attraverso una voce magnetica ed espressiva, carica di energia quando serve ma anche dolce e malinconica se necessario. Non una sola canzone di questo debutto sembra essere messa lì a fare numero, anzi lo stretto indispensabile di dieci brani, tutti al di sotto di tre minuti e mezzo, dimostrano l’urgenza espressiva di questa ragazza. Non c’è posto per lungaggini o virtuosismi, il talento di rivela a partire dai primi minuti, non è necessario dimostrarlo in altro modo. Qui sotto trovate Hotel Song perché vorrei che anche voi, che leggete, vi convinciate ad ascoltare Misadventure, canzone dopo canzone.

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Mi ritorni in mente, ep. 67

Tra la musica che ho avuto modo di ascoltare in questo strano periodo, c’è un artista che mi ha conquistato fin dal primo ascolto. Lo ammetto, conosco davvero poco riguardo a Zac Wilkerson, se non che è texano ed è al suo terzo album di inediti. Quello che mi è piaciuto di più della sua musica è quel mix di country, soul e folk americano nel quale mi sono trovato subito a mio agio. Ad accompagnare Zac è il suono della chitarra che spesso oggi viene messo un po’ da parte ma che in questo caso è sempre in primo piano.

Il suo album Evergreen è davvero un bel disco che va a coprire varie sfumature della musica americana, con energia e sentimento. Tra ballate e cavalcate rock, Zac Wilkerson con la sua voce potente e soul, vi riporterà indietro nel tempo. Qui sotto un assaggio della sua musica con l’introduttiva Incantation I e Give Your Heart To Love. Ascoltare per credere.

Di velluto e di pietra

Nel corso dello scorso anno sono state numerose le uscite discografiche che sono riuscito ad ascoltare e non tutte hanno trovato spazio in questo blog. La scorsa estate mi ero appuntato l’uscita di un interessante album d’esordio, omonimo della band inglese Velvet & Stone ma solo poco tempo fa ho avuto il piacere di ascoltarlo. Il duo, capitanato da Lara Snowdon e Kathryn Tremlett, si rifà alle sonorità folk della tradizione inglese e americana ma con un approccio alternative e moderno. Non c’è voluto molto per conquistarmi e abbandonarmi all’ascolto di questo album, sapendo già che avrei trovato ciò che stavo cercando.

Velvet & Stone
Velvet & Stone

Fisherman’s Blues apre l’album traendo ispirazione dal folk inglese. In primo piano il violino della Tremlett che guida la voce della Snowdon. Una ballata che evoca i paesaggi del Devon, la contea d’origine della band, con un bel finale strumentale che si lega alla successiva Oh Boy. Qui le sonorità si fanno più oscure e moderne. Il folk rock di questo brano è trascinante, voce e musica si rincorrono. Un crescendo che mette il luce le capacità della band e lascia incantato chi ascolta. Anche Lay Her Down preferisce il fascino del folk rock. Il violino continua a tenere le redini della musica e lascia che la voce della Snowdon si prenda la sua parte. Tanta energia anche in questo brano ma con una particolare attenzione alla melodia. Breath rallenta e offre una versione più riflessiva e intima della musica di questa band. Ci sono richiami al folk inglese e alla sua controparte americana, qui ben mescolate insieme. Una delle canzoni più belle di questo album. La successiva Walls è un’affascinante canzone nella quale la voce traccia una melodia misteriosa, supportata dal consueto suono del violino. Tutta la band spinge nella stessa direzione e il risultato è ancora una volta eccezionale. Si vira verso qualcosa di più leggero e libero con By The Water. Una progressione che sfocia verso un brillante folk pop, punto dal suono delle chitarre. Anche in questo caso, questa band dimostra di non aver nulla da invidiare al altri colleghi più in vista, confezionando una canzone orecchiabile e ben scritta. Am I Dreaming? vira verso un folk pop sognante ed etereo. C’è la volontà di sperimentare qualcosa di diverso, uscendo dai consueti binari del folk. Qui è la voce della Snowdon a prevalere su tutto e attirare su di sé, l’attenzione di chi ascolta. Una performance solida e di mestiere. Forget About The Rain è una dolce ballata, luminosa e leggera. Il violino torna a rischiarare l’album e la voce, calda e confortante, va a completare una delle sue canzoni più magiche. Tra le mie preferite c’è la conclusiva I’ll Dream Of You Tonight. La melodia del violino, tradizionale e trascinante, mi ha conquistato fin dal primo ascolto. Nel finale tutta la band è per Kathryn Tremlett è il suo strumento. Bellissimo modo di terminare un album.

Velvet & Stone è un album che racchiude anni di carriera passati prevalentemente a suonare dal vivo. Si percepisce l’affiatamento tra tutti suoi componenti, in particolare tra le due leader Lara Snowdon e Kathryn Tremlett. Laddove la prima porta il canto e le parole, l’altra porta l’inconfondibile e intramontabile fascino del violino. Velvet & Stone propongono un folk alternativo ma non lontano dalla tradizione, sia essa americana o inglese. Questo è un album da ascoltare tutto d’un fiato, che incanta per le sue atmosfere che cambiano e si trasformano, pur mantenendo un filo conduttore. Un esordio davvero ben scritto e realizzato che incuriosisce e affascina, facendoci scoprire le mille sfaccettature della musica folk.

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Cosa resterà di questi anni… dieci

Per chi non se ne accorto, è mio dovere farvi notare che sta per finire un decennio. Tutti parlano degli anni ’60, dei ’70 oppure degli anni ’80 ma intanto qui, oggi, siamo alla conclusione dei primi vent’anni del nuovo millennio. Ebbene, dato che questo blog attraversa per la prima volta la fine di un decennio, in questo caso quello che va dal 2010 al 2019 (no, non sono nove anni, come sostiene qualcuno, contateli bene), ho deciso di fare una personalissima playlist Spotify (ahimè).

Ero partito con l’interessante idea di stilare i miei 10 migliori album del decennio. Prendo il pc e faccio una bella playlist automatica che filtra le canzoni pubblicate in questo tra il 2010 e il 2019. Quando ho visto che contava circa 360 album e oltre 3500 canzoni ho avuto un ripensamento. Era semplicemente impossibile cavarne fuori 10 miseri album. Non avrebbe rappresentato appieno la mia musica di questi 10 anni. Allora mi sono messo a scegliere qualche brano tra i miei artisti preferiti, anche più di uno ciascuno. Ero arrivato cosi ad una playlist di circa 130 canzoni. Un po’ lunghina. Così ho deciso di tenere una sola canzone per artista. Il risultato finale sono 74 canzoni. Non ho scelto necessariamente le più belle ma semplicemente quelle che hanno un significato particolare per me oppure hanno rappresentato, in generale, un successo per questo artista. La maggior parte di queste le ho scelte perché sono le canzoni che mi hanno fatto scoprire questo o quell’altro artista.

Non è stato facile scegliere ma sappiate che quello tutto quello che ascolterete in questa playlist è un pezzettino di me. Sono solo 5 ore di questi dieci anni ma sono ore che hanno plasmato la mia vita e accompagnato in questo viaggio. Buon ascolto.

Nei sogni più selvaggi

Mentre Francia e Italia stanno passando una piccola crisi diplomatica, questo blog nel suo piccolo, e del tutto casualmente, prova a riconciliarsi con i cugini francesi. Il mese scorso infatti è uscito l’album di debutto della cantautrice francese Amelie McCandless intitolato The Stranger e quale occasione migliore per farne una recensione? Questa ragazza ha scelto il cognome di Christopher McCandless, protagonista della storia vera narrata nel libro Into The Wild di Jon Krakauer, per esprimere il suo amore per tutto ciò che riporta alla bellezza e libertà della natura. Il suo EP Wild Memories pubblicato nel 2013 anticipava le sonorità di un album che si è rivelato poi molto interessante.

Amelie McCandless
Amelie McCandless

Il singolo Neil In Boredomland è un brillante folk pop, venato da una vaga tristezza nella voce della McCandless. Si delineano subito le caratteristiche principali di questa artista, compresa una particolare attenzione alle scelte musicali, “Carry on, Carry on, Fly straight away / Carry on, / No need for maps or compass. / Carry on, Carry on, Fly straight away / Carry on, / Time over there doesn’t exist. / Carry on, Carry on, Carry on, Carry on, / Fly straight away“. La successiva Skipping Stones è un poetico folk carico di immagini di una natura incontaminata, convogliate da una musica affascinante e misteriosa. Una delle canzoni più belle dell’album. Da ascoltare, “When I go for a walk beside the lake / The skipping stones I make sound like heart beatings / Faster and stronger; like heart beatings / When you come next / All the things I’ve built for you / All the things you meant for me / All the things I did for you / Lost in dark blue“. A Dark Secrets è uno splendido pezzo folk rock, illuminato dalla voce della McCandeless. Trascinante ed orecchiabile, questa canzone mette in luce tutto il talento di questa cantautrice, “In the whole silence of the plain, we sometimes hear rustles…carried by the wind. / A secret…A dark secret… / When the dark side of the moon comes out… / The Unfortunates Animals Company, ghosts or survivors, about a long gone story…“. La title track The Stranger vira verso un territorio più rock, vicino a quello dei Cranberries. Un alone di misterioso fascino pervade il brano lungo tutta la sua durata, avvolgendo l’ascoltatore. Lost Falling Leaf rallenta il ritmo e si affida ad un folk guidato dal suono della chitarra. Amelie McCandless si immerge in un folk moderno ed elegante di grande impatto. La successiva Sleepless Night si apre con un coro che introduce il canto solista dell’artista francese. La seconda parte della canzone è caratterizzata da cambi di ritmo e di sonorità che virano verso un incalzante indie rock. Beyond Your Wildest Dreams ritorna ad un folk immaginifico condotto dal suono etereo della chitarra. Un richiamo ancora al rock anni ’90, sulla scia di un nuovo revival portato avanti da molti artisti. Foggy Song è una delle canzoni probabilmente più originali dell’intero album. Il suono delle chitarre e del banjo accoglie il canto della McCandless. Segue un ritornello supportato da un coro di voci di bambini che segna uno dei punti più curiosi e affascinanti di questo esordio. Breaking Bad continua sul sentiero folk tracciato in precedenza. Una canzone orecchiabile che coniuga testo e musica nel migliore dei modi, dove ancora una volta si è scelto di spezzarla in due parti. Chiude l’album Under The Big Three ballata folk dalle tinte scure accompagnata dalle note ipnotiche di una chitarra acustica. Amelie McCandless gioca con il suono delle parole del ritornello, dando vita ad una deliziosa melodia.

The Stranger è un esordio maturo e ispirato, che nonostante la natura folk racchiude al suo interno numerose varanti al genere. Amelie McCandless si rifà a sonorità anni ’90 grazie anche ad una incredibile somiglianza della sua voce con quella della compianta Dolores O’Riordan. Anche se molte canzoni hanno sonorità rock, il procedere dell’album è volutamente lento, diverse raggiungono i cinque minuti e mezzo, quasi a sottolineare la lenta potenza della natura che tutto pervade. Non è facile inquadrare The Stranger ed è per questo che ad ogni ascolto si possono cogliere nuovi particolari che depongono a favore del talento di cantautrice di Amelie McCandless e non la ingabbiano nei cliché di un genere ben definito. Libera, insomma, come la natura a creato ciascuno di noi.

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Leggere fra le righe

Questo album, Somewhere Ride, con in copertina un baffuto ragazzo dai capelli lunghi, è stato nella mia wishlist per un bel po’ di tempo. Solo di recente sono tornato sulle tracce di Almighty American, moniker sotto il quale si nasconde il cantautore americano Michael Gay e la sua band. Il suo folk americano e la sua voce mi avevano conquistato subito, in particolare con la sua Bus Brakes. Questo Somewhere Ride è il suo album d’esordio, uscito nel 2017 anticipato dall’EP On The Edge di un paio di anni prima.

Almighty American
Almighty American

Si comincia con Dead Star, ballata country folk che richiama le sonorità più classiche di questo genere. Michael Gay con la sua voce ed un testo ricco di immagini ci svela il suo talento, supportato da una band di tutto rispetto. Tra le canzoni che preferisco di questo album c’è senza dubbio Bus Brakes. Un ritornello orecchiabile dove musica e parole si fondono alla perfezione, trascinando l’ascoltatore in quella meraviglia nella quale solo la musica ci può trascinare. The Only Eyes I Care About è probabilmente dedicata ad una persona speciale. Michael Gay riflette su sé stesso e sull’importanza di essere un artista in una delle canzoni più belle e personali di questo album. Reading Mind svolta verso un un folk rock dalla chiare sonorità americane. Ancora una volta questo cantautore riesce ad attirare l’attenzione di chi ascolta con il suo stile sincero e diretto che fa dell’immediatezza il suo punto di forza, in particolare in questa canzone. La successiva I Didn’t Know rallenta il ritmo essendo una ballata riflessiva e solitaria. Un vero e proprio gioiellino incastonato in questo album, che rende evidente il rispetto e la profonda ispirazione che Almighty American ha per i grandi cantautori della tradizione americana che lo hanno preceduto. In The Quiet è un’altra bella canzone sul desiderio di vivere in una felice tranquillità lontano da tutto. La voce di Michael Gay si fa più morbida che in precedenza, sottolineando questa profonda necessità di serenità. Law Of Club And Fang ricalca quanto fatto sentire finora, il suono della chitarra e la voce unica delineano il sound di questo cantautore. Così come succede nella bella Passing Time. Michael Gay si rifà uno stile vecchia scuola, giocando anche con la voce. La band si affida al suono familiare di una chitarra pedal steel che è sempre la benvenuta da queste parti. Si abbassano le luci e si fa spazio il folk rock scuro di Neon Catacombs. Una canzone per certi versi diversa del resto dell’album, più accattivante ma ugualmente sincera e personale, che ricorda un po’ un certo tipo di rock anni ’90. La conclusiva Wild, Young, Free affonda ancora di più in un’atmosfera malinconicamente rock. Almighty American confeziona una ballata solitaria e carica di rabbia e tristezza.

Somewhere Ride è un album brillante per la capacità di Michael Gay di trarre su si sé l’attenzione del ascoltatore mescolando testi personali a musiche facilmente riconducibili ad un certo tipo di cantautorato americano, e in questo la band ha un ruolo importante. Fa un certo effetto pensare che questo possa essere solo l’esordio di un cantautore, che dimostra di avere un certo carisma e talento nella scrittura. Sicuramente Somewhere Ride non è un album nato nel giro di poco tempo ma racchiude il lavoro di anni e che, viste le premesse, lascia presagire un interessante carriere per il progetto Almighty American. Per chi vuole ritrovare tutto il gusto del buon sound del folk americano questo album è perfetto per lo scopo.

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Il nome di un fiore

Il suo EP del 2015 intitolato The Tides, da un paio di anni fa parte della mia collezione ma per qualche motivo non è mai comparso su questo blog. Forse l’ho semplicemente messo da parte in attesa dell’album, che è prontamente uscito la scorsa settimana ed è intitolato Azalea. L’album di debutto della cantautrice americana, di stanza a Nashville, Lydia Luce non si allontana dalle sonorità del folk americano del suo EP ma riserva delle sorprese. Non riponevo grandi aspettative in Azalea, ma non posso fare a meno di continuare con la discografia di un’artista agli esordi, ed ecco quindi che sono incappato in uno degli album più sorprendenti dell’anno. Sì, Lydia Luce mi ha colto alla sprovvista come non succedeva da un po’ di tempo. Ed è una bella sensazione.

Lydia Luce
Lydia Luce

Helen apre l’album introducendoci nella musica melodiosa della Luce e il suono della sua viola. La sua voce è come uno strumento che va a mescolarsi all’accompagnamento di archi. Sarà una delle caratteristiche principali di questo album. La successiva Like You Do è una malinconica canzone dai tratti delicati. Come in precedenza, Lydia Luce dosa con attenzione la voce, creando contrasti in bilico sulle note della musica, “But I am always reminded of you / When the birds are singing / They don’t sing like you do / Oh I, get lost in my thoughts of you / When the moon is glistening / It don’t shine like you do“. In Tangerine calano le luci della sera, componendo un brano più scuro e profondo. La voce della Luce si fa meno luminosa. Un altro brano di grande impatto, ben scritto ed interpretato. Where I Lay vira verso un folk che prende qualche spunto dal country, abbandonando per un attimo il suono degli archi. Lydia Luce continua però a tenere alto il livello dell’album con un’altra canzone di ottima fattura. Tra le canzoni che preferisco c’è sicuramente la splendida Sausalito malinconica canzone con una splendida melodia. Qui si può notare tutto il talento, non solo come cantautrice ma anche come musicista della Luce. Ancora una volta musica e voce si fondono alla perfezione. Da ascoltare. La title track Azalea si avventura in territori pop rock. Non a caso è stata scelta come singolo di punta dell’album. Posto proprio a metà di esso, offre una variante al mood principale. Una scelta azzeccata nella quale Lydia Luce dimostra di trovarsi comunque a suo agio anche con uno stile differente dalle altre canzoni. More Than Heartbreak ritorna su melodie delicate e nostalgiche. Gli echi country delle chitarre si possono cogliere in una musica che si ispira ad un pop d’autore, sorretta da un testo anch’esso ispirato, “Oh, I don’t know what it takes to fall / How to fall off but I’ll give it a try / Why can’t I sit idly by / ‘Cause it’s more than heartbreak this time / I’ll give it time“. My Heart In Mind conferma le atmosfere malinconiche dell’album, dove ancora in suono della viola prevale sugli altri strumenti e divenendone una sua caratteristica costante e gradita. Covered Up è un’altra variazione sul tema principale. Qui più che la melodia, ha prendere il sopravvento è il ritmo. Un bel ritornello, orecchiabile, rende questa canzone una delle più immediate dell’album. Scende la sera con Strawberry Moon. Di nuovo la musica si affida al suono della viola riproponendo le sonorità di questo album, sempre con grande sensibilità e talento, “I go swimming, drown out all the noise / I float in solitude, staying is by choice / Well there are times that I’m longin’ for you / But you’re unattainable and no one else will do / No, no one else will do“. Chiude l’album una bellissima versione strumentale di Sausalito. Non semplicemente una versione “solo musica”. La voce di Lydia Luce lascia il posto al suono caldo e avvolgente della sua viola. Il risultato è davvero notevole. Un gioiellino da ascoltare.

Azalea è un album, come ho già scritto, sorprendente. Lydia Luce ha fatto grandi passi in avanti come cantautrice, riuscendo a far convivere, in modo armonioso, il suono della viola con le sue canzoni. Ogni brano è parte di un insieme ben concepito e frutto di un lavoro ispirato. Si respira aria di libertà e malinconia ma senza un sentimento di tristezza così marcato da non lasciare alcuna speranza. Azalea è un ottimo esempio di come una musicista riesca ad essere efficace sia con il suo strumento, sia con la voce che con la scrittura. Lydia Luce propone una visione differente del folk americano, inserendo elementi di estrazione più classica ma non escludendo variazioni rock e pop. Un debutto eccellente per ispirazione, esecuzione e talento.

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Nel grande schema

Il suo precedente album intitolato Soon Enough del 2015, mi ha accompagnato per diversi mesi con il suo sound americano sempre elegante e rassicurante. Erin Rae con la sua angelica voce è in grado di dare vita ad atmosfere eteree e sognanti, poggiate su emozioni più che concrete. Il nuovo album Putting On Airs pone la cantautrice americana verso una nuova direzione, iniziando dalla piccola ma significativa scelta di pubblicarlo sotto il nome di Erin Rae, rimuovendo quello della sua band The Meanwhiles. Che ci sia sotto la volontà di esprimere una musica più personale? Per scoprirlo non resta che ascoltare Putting On Airs.

Erin Rae
Erin Rae

Si inizia con Grand Scheme nella quale si intravede una nuova vena psych-rock, addolcita dalla voce morbida della Rae. Il grande schema di cui tutti facciamo parte è alla base di questa canzone che funziona un po’ con un’introduzione. La title track Putting On Airs si rifà ad un sound più vicino al classico folk americano. Un richiamo all’album d’esordio con contaminazioni anni ’60. Uno dei migliori brani dell’album. Si continua con la bella Bad Mind. Una canzone molto personale che si affida ad un accompagnamento essenziale per trasmettere un messaggio di accettazione della propria sessualità. La successiva Can’t Cut Loose è una canzone di più ampio respiro che si affida a sonorità indie, sempre smussate dalla voce inconfondibile della Rae. Il perfetto esempio della nuova direzione musicale intrapresa. Love Like Before è un’orecchiabile canzone dai ritmi del sud degli Stati Uniti. Erin Rea riesce sempre con la voce ad attirare l’attenzione ma senza mai prendere il sopravvento sulla musica, in questo caso piuttosto curata. June Bug è una canzone più marcatemene folk. Un folk moderno, contemporaneo, più vicino a quello europeo piuttosto che a quello americano. Mississipi Queen è una delle canzoni che preferisco di questo album. Un folk cantautorale, lento ma accattivante. Un accompagnamento ricco accende di colori questa canzone. Da ascoltare. Il vibrante indie rock di Like The First Time spezza la serenità apparente dell’album. Di fatto Erin Rae si accoda alla nuova ondata di cantautrici che si affida al suono della chitarra elettrica per esprimersi in nuove forme. The Real Thing invece è uno sguardo al passato. La cantautrice americana torna alle atmosfere dell’esordio cercando maggiore profondità musicale ed espressività. Anchor Me Down si fa strada con un accompagnamento sognante, dove la voce della Rae si muove sempre con eleganza e delicatezza. Un gioiellino di poesia e musica. Wild Blue Wind è un potente folk rock abbastanza inedito per la Rea. Tutto funziona a dovere, c’è il ritmo, c’è la melodia. Un brillante esempio della versatilità di questa artista che riesce a variare di genere senza snaturare la sua musica. Chiude l’album la breve Pretend. Una canzone semplice e melodica, che poggia sulla voce della Rae che vola leggere su un tappeto di suoni e sulla chitarra acustica.

Rispetto al suo predecessore, questo Putting On Airs vede Erin Rae alle prese con sé stessa più che in passato. Il risultato è un lento, ma progressivo, distaccamento dal folk americano e un avvicinamento ad un cantautorato folk più moderno e sperimentale. La ricerca di una maggiore espressività della cantautrice americana va oltre gli stili musicali, andando alla ricerca delle nuove forme del folk. Putting On Airs rappresenta, molto probabilmente, quello che viene definito un album di transizione. La strada tracciata con l’album dell’esordio prosegue ma la destinazione sembra essere differente. Erin Rae non vuole essere un’interprete di un genere musicale ma un’artista più completa che in questo album prova a staccarsi , senza strappi, alla tradizionale sound di Nashville.

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Quando la pioggia non cade

Solo guardando la copertina di By The Way, I Forgive You si può intuire molto del nuovo album di Brandi Carlile. Il suo volto in primo piano, dipinto dall’amico Scott Avett, emerge dal buio alle sue spalle. Per la prima volta la copertina di album della cantautrice americana è così oscura e personale. Il suo sesto album si presenta, fin dal primo sguardo, come qualcosa di diverso. Dopo l’album di transizione del 2015, intitolato The Firewatcher’s Daughter, Brandi Carlile è tornata quest’anno con un album importante che potrebbe segnare una tappa, ma anche un traguardo, della sua carriera che la vede sul palco da più di dieci anni.

Brandi Carlile
Brandi Carlile

Every Time I Hear That Song ci riporta alle toccanti canzoni che rendono quest’artista speciale e unica. Si sente fin da subito un piglio più maturo, come se qualcosa fosse scattato dentro di lei, rompendo qualsiasi barriera tra la sua musica e la sua anima, “By the way, I forgive you / After all, maybe I should thank you / For giving me what I’ve found / Cause without you around / I’ve been doing just fine / Except for any time I hear that song“. Il singolo The Joke amplifica questa sensazione, grazie al suo inizio dimesso. La musica e la voce crescono insieme fino ad esplodere in un finale epico. Un testo bellissimo che ci invita a non arrenderci di fronte alle ingiustizie della società di oggi, “Let ‘em laugh while they can / Let ‘em spin, let ‘em scatter in the wind / I have been to the movies, I’ve seen how it ends / And the joke’s on them“. Con Hold Out Your Hand, si passa ad un folk rock che oscilla tra momenti veloci e tirati ad altri più distesi e liberatori. Una Carlile inedita, carica di energia, che sporca la sua voce per tirare fuori quel qualcosa in più, “When the rain don’t fall and the river don’t run / And the wind takes orders from the blazing sun / The devil don’t break with a fiery snake / And you handled about goddamn much as you can take / The devil don’t take a break“. La successiva è una dolce canzone dedicata alla figlia Evangeline, intitolata The Mother. Brandi Carlile sfodera tutta sua sensibilità per esprimere la gioia di essere madre e vedere la propria vita stravolta mentre il mondo intorno al loro continua ad essere quello di sempre, “She’s fair and she is quiet, Lord, she doesn’t look like me / She made me love the morning, she’s a holiday at sea / The New York streets are as busy as they always used to be / But I am the mother of Evangeline“. La successiva Whatever You Do rappresenta bene il filo conduttore di questo album. Una canzone sulle difficoltà della vita e dell’amore, cantata con quella voce emozionante alla quale non si può rimanere indifferenti, “There’s a road left behind me that I would rather not speak of / And a hard one ahead of me too / I love you, whatever you do / But I got a life to live too“. Fulton County Jane Doe è dedicata ad una donna senza nome trovata agonizzate ad Atlanta e morta pochi giorni dopo in ospedale. Dal 1988 questa donna è rimasta senza nome, “We came into this life with nothing / And all we’re taking is a name / That’s why I’ve written you this song / This is for Fulton County Jane“. Sugartooth racconta la triste storia di un ragazzo consumato dalla droga, nella quale cerca di affogare il proprio incomprensibile dolore. Una delle migliori canzoni che Brandi Carlile abbia mai scritto (con la complicità dei fratelli Hanseroth) sia dal punto di vista del testo che della musica. Da ascoltare, “He wanted to be a better man / But life kicked him down like an old tin can / He would give you the shirt on his back / If not for a sugartooth“. Most Of All ritorna sulle sonorità più care alla Carlile. Racconta attraverso ricordi e sensazioni tutto ciò che di bello lega una famiglia nel corso del tempo, facendolo sempre con la straordinaria sensibilità che la contraddistingue, “I haven’t seen my father in some time / But his face is always staring back at me / His heavy hands hang at the ends of my arms / And my colors change like the sea“. Brandi Carlile non è mai rimasta indifferente alle emozioni che il tempo che passa lascia dietro di sé e Harder To Forgive ne è un altro esempio. Ancora una canzone splendida, interpretata magnificamente, “I love the songs I hated when I was young / Because they take me back where I come from / When every broken heart seemed like the end / When everyone was someone different then“. Perfetta conclusione di questo album, la bella Party Of One. Sopra un pianoforte si poggia la voce della Carlile, che appare stanca ma ancora viva. Una canzone intensa e riflessiva, “Oh your constant overthinking and your secretive drinking / Are making you more and more alone / And girl, you can slam the door behind you / It ain’t ever gonna close / Because when you’re home, you’re already home“.

Quello che ha fatto Brandi Carlile in questo By The Way, I Forgive You è non assecondare la volontà di ricondurre la sua musica ad un genere o stile. Alla cantautrice americana, per la verità, le sono sempre andate strette le etichette ma in qualche modo ricadeva sempre all’interno di qualche definizione vicina al country. In questo album invece ha fatto tabula rasa di qualsiasi legame ai generi musicali a lei associati, anche affidandosi spesso ad accompagnamenti orchestrali. Ha ripreso il controllo della sua musica, sostenuta sempre dai gemelli Hanseroth, e così facendo ha rinvigorito sé stessa e il suo essere cantautrice. L’album è carico di temi maturi e malinconici. Non c’è posto in By The Way, I Forgive You per una gioia spensierata ma solo per gratitudine e speranza. Non si tratta di un album “triste” ma semplicemente di un album che va ad esplorare le difficoltà della vita e le piccole grandi emozioni che sa riservare.

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