Diecimila rose in fiamme

Tra le prime novità discografiche arrivate dopo l’estate c’è stata l’uscita del quarto album della cantautrice americana Dori Freeman, dal titolo Ten Thousand Roses. Posso dire che quest’artista è tra le più rassicuranti della mia collezione, il suo country non è mai sopra le righe ed è sempre fatto di piccole semplici cose. Quando ho saputo della pubblicazione di questo album, non avevo dubbi riguardo a ciò che ci avrei trovato dentro. Dori Freeman ormai è una garanzia e non mi restava altro che scoprire quale altro gioiellino country ci avesse regalato.

Dori Freeman
Dori Freeman

Get You Off Of My Mind ci accoglie nel nuovo album con un suono pieno, accarezzato dalla voce dolce della Freeman che ritroviamo in splendida forma. Una canzone orecchiabile che amplifica il suo talento, “Tried to cleanse my mind of you, but you’re still swimming there / Do you find it comfortable, roaming through my head / Going through the catalogues of things we left unsaid”. Tra le mie preferite c’è The Storm, una bella canzone dedicata alle donne che hanno passato momenti difficili. Un bel ritornello che rassicura e dà una speranza, “When you gonna let him go / Listen to the rain and the rolling thunder / Honey don’t you know / That he’s waiting on the flood to pull you under / Don’t you let the storm win“. Almost Home è una canzone malinconica ma dolce che vuole evocare la nostalgia di casa. La voce della Freeman è supportata da un accompagnamento country dallo stile classico, “Left my home with a fiddle on my back / Buttoned up, put my pennies in a stack / Every night I remember what you said / While layin’ in our bed“. La successiva I Am vira verso un folk rock vivace che vuole dirci che a volte le apparenze ingannano. Le fragilità emergono al di là di ciò che sembriamo, “I ain’t a good girl, though everybody thinks I am / I gotta mind that’s dirty as the bottom of a coffee can / Untied, what a wide-eyed thing I am / I am, I am, I am“. Nobody Nothing si riprende le sonorità country e parla d’amore. Ma quello che va oltre la passione del momento. Dori Freeman illumina la canzone con la sua voce cristallina che sovrasta il suono delle chitarre, “Now don’t go trying to please anybody / Unless somebody is pleasing you too / This world is made up of troubles and wonders / They’ll spend forever competing for you“. Appalachian è una dichiarazione d’amore verso le proprie origini, le radici che affondano nella storia. Un’altra bella canzone, nello stile riconoscibile di questa artista, “They’ll try to wither you right down, tear you up from the red ground / If you’re poor then you’re stupid and blind / But I’d say a calloused hand / Is far better than a callous mind“. Walk Away è una ballata lenta, un classico a due in coppia con Logan Ledger. Una canzone romantica vecchia scuola che scalda i cuori, “I tried to tell you that I really loved you / And you walked away / Oh but lovers’ arms, wanna hold you most / Tight and close, just before they say / They’re gonna walk away“. La title track Ten Thousand Roses è un bel country folk luminoso e pieno di belle sensazioni. Si chiede una dimostrazione d’amore, un gesto che esprima qualcosa di grande, “If you can give me a wildflower field / Not a carnation in cellophane / Leave a pink daisy by my window sill / Stand by the glass and I’ll spell out your name“. Echi rock ci raccontano di un amore non corrisposto. Dori Freeman ci incanta come sempre con la voce, in un vivace rincorrersi di chitarre, “No I’m not coming back, you’re on your own / You always wanted to be all alone / So take my name and number off your phone / I won’t be dreaming of you”.L’album si chiude con una cover in chiave country di Only You Know, dall’originale cantata da Dion nel 1975. Una bel modo di finire questo bell’album, “And only you know where you have been to / Only you know what you have been through / There’s better things you’re gonna get into / And I wanna be there too“.

Con Ten Thousand Roses ci regala un’altra prova del suo talento di cantautrice. Il suo approccio sereno e la sua voce pulita nascondono conflitti interiori e un’amore per la vita che emergono attraverso canzoni brevi e semplici. Non c’è la volontà di stupire o di impressionare chi ascolta ma solo renderlo partecipe di un tentativo di condividere qualcosa di profondo ma sfuggente. Dori Freeman ci riesce sempre attraverso i dettagli, le sensazioni di tutti i giorni, la semplicità che la contraddistingue. Ten Thousand Roses è l’album più ricco musicalmente dei suoi, più vivace ma ugualmente riuscito e ben bilanciato. Tutto quello che mi aspettavo da questo album e da Dori Freeman c’è, quindi non posso chiedere altro.

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Il tempo è un grande guaritore

Lo scorso anno ho finalmente potuto ascoltare la musica di Josienne Clarke dopo che per anni era rimasta della mia wishlist. Il suo album In All Weather mi aveva piacevolmente sorpreso e non ho resistito a recuperare poi il suo debutto da solista One Light Is Gone. Quest’ultimo è uscito ad undici anni di distanza dal nuovo A Small Unknowable Thing. Cantautrice e poli-strumentista abile, Josienne Clarke è da anni sulla scena musicale ma non per questo si accontenta di rimanere nella sua comfort zone, finalmente libera dai desideri di una casa discografica e di produttori. Non sapevo cosa aspettarmi da questo nuovo album ma ero sicuro che avrei ritrovato la voce di quest’artista e ciò mi è stato sufficiente per precipitarmi appena possibile su questo disco.

Josienne Clarke
Josienne Clarke

Super Recogniser ci introduce in questa nuova avventura. Una dichiarazione di intenti che viaggia sulle note di una chitarra. La voce della Clarke si prende la scena e taglia l’aria con le parole, “Clarke isn’t being told what to do. / Trying to strike a chord / That you haven’t heard before / You’ll recognise it / You recognise it all“. Il suono distorto della chitarra in Like This apre alle nuove sonorità di questo album ma sembra continuare con il tema di apertura. La libertà di esprimersi attraverso la musica era limitata dagli altri. Non più ora e forse questa chitarra graffia proprio per liberarsi dal passato, “White noise for the ear / Valium to the brain / Same voice mumbling / Over and over / Over and over again / I’m sick and tired of being told it doesn’t stick / When you won’t sing it, / When you won’t sing like this“. Never Lie riprende invece il sound al quale la Clarke ci aveva abituati. Una voce venata di malinconia ma viva e vibrante, canta una riflessione sul peso della verità, “If you can only learn to let it lie / Then all the falling stays up in the sky / I never lie / The truth runs all through my inside / Just pretend you didn’t hear / Nothing good will ever disappear / I can never lie, dear / The truth is like a needle in my ear“. Forse la canzone più oscura dell’album è Chains. Tutti abbiamo delle catene nella vita, che ci trattengono da qualcosa e delle quali fatichiamo a liberarci. Josienne Clarke continua a colpire con la voce e le parole e c’è poco spazio all’interpretazione, “These, these are the chains we forge in life / And I’ve finally found a promise I can keep / But is it too late / Is it all laid to waste / Does it all run too deep ?“. La successiva If It’s Not continua sulla stessa lunghezza d’onda e nella sua breve durata riesce ad esprimere il sentimento di un amore come coronamento e senso della vita, “If it’s not a love I can use / What is it for, what is it for? / If it’s not a dream that I’m in / It’s really no good to me“. Cambio deciso di marcia con Sit Out che svolta verso un sound più rock. Una canzone carica di risentimento che corre sulla voce pulita della Clarke, “I’ve not heard a word of contrition / You don’t learn how to firm your position / All you stand for / Makes me want to sit out“. Sting My Heart è un’altra breve riflessione in musica. C’è una traccia di dolore nella voce e le parole sono pesate una ad una, “No I don’t have a shell / And why can’t you tell / Why don’t you care / Why isn’t it a thing / To sting my heart so badly“. Tra le canzoni che preferisco c’è The Collector. Ispirata dal romanzo di John Fowles, “Il collezionista”, è tessuta su una melodia leggera ed orecchiabile. Ma è solcata da un suono distorto e un senso di oppressione che la voce della Clarke trasmette attraverso le parole, “You’re the collector / You’ll keep me forever / A small unknowable thing / With you as preceptor / Cos you’re the collector / Who owns unownable things / By pinning their wings“. Tiny Bit Of Life riflette ancora sulla vita e sull’amore, su di un tappeto di suoni scorre leggera la voce. Una poesia carica di sentimento che prova tutto il talento di questa cantautrice, “I’m not being maudlin dear / It’s hard a thing to resign / Know all you wanted all at once / And lose it at the same time“. A Letter On A Page sembra continuare la riflessione sulla vita e il tempo intrapresa nel album precedente. La musica e l’arte si legano alla vita e di essa diventano espressione, “Love is like setting sun / Like a letter on a page / One will burn / The other slowly fades / So I love you like a setting sun / Like I’ll know no other day / All temporary truth / Sung upon a stage“. Ma le sonorità rock si riprendono la scena con Deep Cut, questa volta smorzate da un approccio folk. Un taglio netto con qualcosa che appartiene al passato, vecchie canzoni e antichi rancori. A volte arriva il momento di dire basta, “You’re nothing but a deep cut in my back catalogue / You’re nothing but wasted time / A rejected line / From a song I never sing anymore / I wish you whatever you want / But don’t come darkening my door“. Out Loud è un’altra canzone della quale è facile innamorarsi. Voce melodiosa e una chitarra sostengono parole di rivalsa e rinascita. Josienne Clarke non sbaglia e tutto funziona a meraviglia, “I married this guy / And I didn’t lie but I barely told a soul / Pretty cold / And the next guy I had, well I didn’t share that / And no one even knows“. Repaid è ancora una poesia e forse anche il testo più criptico di questo album. Un accompagnamento ricco e vario da profondità alla canzone, illuminata come sempre dalla canto, “I cannot be maligned / Or mislaid / I will not be defined / Or displayed / For all that I remain / I will not give way“. Unbound segna la fine dell’album e suona come un saluto. Un arrivederci ad un tempo che ci vedrà ancora una volta diversi, “Time is a great healer / And I’d wager space can do that to / As I look out at all the water / I feel damage beginning to undo“.

A Small Unknowable Thing è un album che vede rinnovarsi in Josienne Clarke l’amore per la musica, per ciò che è il suo lavoro, la sua vita. E lo fa con una ritrovata libertà d’espressione e la volontà di sperimentare nuovi suoni. Josienne Clarke però non può nascondere quella sua voce così pulita ma sempre venata da una malinconia che può diventare rabbia o gioia. Nulla può mascherarla. Sono quattordici le tracce che compongono A Small Unknowable Thing ma la maggior parte di esse resta sotto i tre minuti, a testimonianza dell’urgenza creativa ed espressiva che ha accompagnato la sua nascita. I pensieri affiorano frammentari, portati dalla mente e dal cuore, impressi in istantanee sincere e libere da condizionamenti. A Small Unknowable Thing è un ottimo album, uno di quelli che ti fa riflettere se sia necessario scrivere di esso oppure limitarsi all’ascolto e lasciare quindi che tutto vada da sé.

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Persi in questo incantesimo

A distanza di due anni dal precedente Old Country, torna la cantautrice americana Andrea von Kampen e lo fa con l’album That Spell, uscito lo scorso agosto. I singoli che lo hanno anticipato confermavano intatto lo stile di quest’artista, con le sue melodie folk e la voce delicata ed eterea. Come sempre, quando giunge il momento di ascoltare il secondo album di un artista, la curiosità è alta perché non si può mai sapere cosa si troverà al suo interno. Alcuni artisti però, come la von Kampen, non danno mai l’impressione di voler sorprendere e quindi cambiare radicalmente il loro approccio alla musica. Puntano piuttosto su ciò che esprime meglio la loro personale visione, lasciando che sia più naturale e semplice possibile.

Andrea von Kampen
Andrea von Kampen

Un solo verso per poco più di un minuto, dal titolo Of him, I Love Both Day And Night, apre l’album. Un’introduzione gentile e sfuggente alla musica di quest’artista, ispirata alle parole di Walt Withman, “Of him, I love both day and night / Though I heard somewhere he had gone / That was the first time that I lived / Now it all seems so twisted and wrong“. Segue Take Back Thy Gift che conferma lo stile poetico della von Kampen. Una canzone malinconica che insegue una melodia fragile e sognante, che sembra voler intrappolare piacevoli ricordi, “Oh, the woods decay, so do they / Plow the fields, then lie beneath / I remember wild and sweet melodies / In April, hear those lips that kiss so sweet“. La title track That Spell è carica di speranza e di sogni. La melodia è luminosa e dolce, accarezzata da un canto morbido. Un canzone che trasmette positività e ottimismo ma che invita a combattere per tutto ciò che è ingiusto, “Lost inside that spell for a while / All of us learn the trick of a silent smile / And, ladies, they now hold the keys / And I don’t say yes to you because you want me to“. Celilo si poggia sul suono della chitarra e si ispira alle sonorità più classiche del folk americano. Questo brano vuole trasmettere le sensazioni, i cambiamenti di questa località dell’Oregon caratterizzata dalla presenza di nativi americani, “Goodbye to the place my mother knew / The lives we lost just to benefit the few / This land is your land and this land is mine / Where are my wheat fields and dust clouds rolling by?“. The Wait è una lenta ballata, che parla di vita e di amore. La von Kampen prende in prestito le parole del poeta Ranier Maria Rilke e le trasforma in canto nel migliore dei modi, “It is life in slow motion / It’s the heart in reverse / It’s a hope-and-a-half / Too much and too little at once“. Water Flowing Downward è forse la canzone più oscura e malinconica di questo album. Il testo è criptico, composto di cose dette e non dette, che affascina e carica di mistero questa canzone, “Take what’s given / And don’t ask questions / Do your best to look away / But I can’t go softly / I won’t go gently / I’ll choose the water everyday“. Carolina è una canzone nostalgica, poetica e toccante, ispirata da Carolina in My Mind di James Taylor. La voce della von Kampen la illumina con la sua delicatezza e leggerezza. Una delle canzoni più belle di questo album, “I want the Carolina James told me / From my childhood / And all the while Mom sang along / I knew she understood / That all of us need to go / Where we can be heard / And I know my time has come / I think my time has come / Maybe my time frame’s getting blurred“. La successiva Don’t Talk (Put Your Head On My Shoulder) è introdotta dalle note di un pianoforte. Le sonorità folk vengono messe da parte in favore di un sognante e romantico pop che meglio di fa apprezzare la voce di quest’artista, “Don’t talk, put your head on my shoulder / Come close, close your eyes and be still / Don’t talk, take my hand and let me hear your heartbeat“. Si torna alle sonorità folk con la bella Wedding Song. Una canzone romantica, come lascia presagire il titolo, ma nient’affatto scontata. Il testo è molto poetico e sensibile, ispirato dalla storia di Romeo e Giulietta, “Father, bless us both with hearts to share / My pure invocation of a lover’s prayer / Please don’t hesitate for time only takes / Still be in love when the morning breaks“. Si chiude con Magdalene che ricalca le sonorità dell’esordio. Il suono della chitarra e la voce malinconica bastano per darci ulteriore prova del suo talento ed emozionarci un po’, “Ohh, ohh / History is wrong from time to time / Ohh, ohh / The winners, oh, the winners always lie / Mm, mm / My Magdalene“.

That Spell è un album nato durante la quarantena dello scorso anno, in quel tempo sospeso che tutti noi abbiamo affrontato. Andrea von Kampen tira fuori una serie di canzoni che vogliono racchiudere ricordi e riflessioni, sensazioni sfuggenti che solo grazie ad una scrittura sicura e pulita, riescono a sopravvivere. Rispetto all’esordio c’è una maggiore varietà di suoni, sempre prevalentemente acustici, che rispecchiano le diverse emozioni che la von Kampen vuole trasmettere. That Spell è un album breve, apparentemente semplice ma che richiede più ascolti prima di apprezzarne lo sforzo creativo che si traduce in un delicato e lento viaggio fatto di pensieri. Andrea von Kampen fa un passo avanti molto importante, senza rinunciare a nulla di ciò che di buono aveva fatto all’esordio, anzi migliorandosi ulteriormente.

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Non c’è posto dove scappare

Come due anni fa la primavera ha portato un nuovo album per la cantautrice inglese Billie Marten, da sempre autrice di canzoni folk, moderne e delicate, dalle melodie dolci. Il nuovo Flora Fauna si inserisce nel percorso di crescita di questa artista ventiduenne che non ha nulla da dimostrare ma semmai ha tanto ancora da raccontare. Sapete bene quanto mi piaccia veder crescere gli artisti attraverso la loro musica e devo ammettere che la Marten è stata una delle più equilibrate durante il suo percorso. Ma la sorpresa in questi casi può essere dietro l’angolo. Sarà il caso di Flora Fauna oppure no? Non resta che immergersi ancora una volta nel poetico ed incantato, ma realista, mondo di questa cantautrice.

Billie Marten
Billie Marten

Garden Of Eden apre l’album ed è un inno alla forza della Natura, alla vita che da essa prende forma. La voce delicata della Marten si contrappone ad un trascinante folk pop che la rende orecchiabile, “In my garden, I sleep through the day / Soaking rays like it’s food for the morn / There’s no place I would rather escape / Look at me, I’m a flower in springtime“. Ma la Natura, lo sappiamo è costantemente in pericolo, oggi più che mai e Creature Of Mine ce lo ricorda. Bisogna vivere nel suo rispetto e non solo a parole, un messaggio che si nasconde in questo pop leggero nell’apparenza,”Old Mother Nature says it’s all getting worse / There is no room for another / We signed the wager to be on planet Earth / Wasting hours to be together“. Human Replacement sprofonda verso melodie più scure e notturne. Bille Marten sembra volerci trasmettere una sensazione di insicurezza di cui si fa fatica a liberarsi, “You’re just not safe in the evening / Walking around / You could be taken / You’re just not safe in the evening / Darker than dark / Human replacement“. La successiva Liquid Love è di tutt’altro tenore. Il folk viene accantonato in favore di un beat elettronico che accompagna la voce sussurrata di questa cantautrice. Abbandonarsi, lasciare che tutto scorra, anche solo per un attimo ed smetterla di correre, godendosi la giornata, “I kiss the lips of / Every sun coming / Wanting to wake up / As a human every morning / I’m in the kitchen / I am free pouring / No destination / Liquid love under my skin“. Heaven si rifà alle melodie e alle tematiche dei precedenti album. Una canzone fatta di immagini diverse, come un flusso di coscienza che parla d’amore, di vita, di ricordi, “Been sitting here / Mouth full of blood / And a heart full of love / Still not enough / Yes, I am good enough / Yes, we deserve our love / Yes, I am good enough“. Ruin è una canzone tanto essenziale quanto solare ma solo nelle apparenze. Il testo è difficile da decifrare ma resta il linea con la tematica principale di questo album, “I’ve been committing a crime / Locked up for killing the time / Cold cut, a natural fine / Give me a go on your mind / Freedom to feeling alright“. Segue Pigeon, una ballata irrequieta nel testo ma sempre morbida nella melodia e nella voce. La Marten riesce a restare dolce senza annoiare, “I am sick of branding and one-legged pigeons / They have no idea as to our sour position / Another day on modern Earth / Suffocating all our worth“. Kill The Clown offre ancora questo contrasto in un indie pop frammentario tenuto insieme da un ritornello orecchiabile. Una canzone dimostra il passo in avanti fatto da quest’artista,”Take the heat and you / Crush it in your teeth / It is natural to think / Everything’s your fault / After all I am / Not a baby doll / I got bills to pay / And they never go away“. Walnut si spinge verso melodie rock distese e appena accennate. Si muove lenta e sinuosa questa canzone, sbocciando nel ritornello, “But, oh, to dance around you / Fruit of Eden’s tree / Can’t come back around here / You know I’d never leave you be / I’d never leave you be“. Si chiude con Aquarium, ballata acustica e scarna nello stile della Marten. Qui è nel suo territorio sicuro e l’ascoltatore viene messo a suo agio dala voce rassicurante, “Now I am afraid of the noise / Rattling my brain like a toy / Excuse me while I lay here in the shade / I can feel no pain here, I am made here / Just the same“.

Flora Fauna ci fa riscoprire Billie Marten sotto una nuova forma. Non troppo diversa dalle precedenti, per la verità, ma pur sempre fatta di scelte coraggiose, fuori dalla sua comfort zone. La ritroviamo impegnata con battaglie personali e una ricerca di armonia con la natura, il tutto ben mescolato, fatto di indizi nascosti e immagini. Senza che mai nulla prenda il sopravvento, pop, rock e folk si scambiano i ruoli, ricordando, in diverse occasioni le scelte fatte dalla connazionale Laura Marling. Dal suo primo EP a Flora Fauna sono passati sette anni ma sembra un’eternità, vista la crescita artistica di Billie Marten che questa volta dà vita ad un album perfetto per l’estate in arrivo, un’estate un po’ pigra, nella quale fermarsi a pensare un po’.

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Ritorno al Nord

Sono passati cinque anni dall’ultimo album di questa artista e, se devo essere sincero, avevo perso le speranze di poter sentire da lei nuove canzoni. L’uscita del nuovo Ravensdale mi ha colto di sorpresa e per poco non me la perdevo. Monica Heldal, cantautrice norvegese, è tornata lo scorso marzo con questo album di otto tracce intitolato come una sua canzone dell’ultimo The One In The Sun, quasi a voler sottolineare la volontà di riprendere un discorso interrotto tempo fa. Non resta altro che scoprire cosa ci ha riservato la Heldal per questo suo inatteso ma benvenuto ritorno.

Si comincia proprio con Ravensdale Reprise che si aggancia all’album precedente. Ritroviamo tutte le caratteristiche di questa artista. Il suono delle chitarre che tratteggiano un’atmosfera eterea che fa da sfondo alla voce della Heldal. It Could Still Be A Good Day si apre verso melodie più luminose che accompagnano una delle canzoni più orecchiabili di questo album. Le sonorità in questo caso ricordano di più quelle degli esordi, con influenze indie pop e rock, con un tocco più ricercato nel finale. La successiva Wallowa Lake ci fa assaporare le atmosfere del nord Europa con influenze di americana e folk. Una melodia gentile e malinconica ci accompagna lungo tutta la sua durata. Da ascoltare. Síocháin è una canzone nel tipico stile della Heldal. Il suono affascinante e misterioso della chitarra si sovrappone alla voce magnetica di quest’artista ed entrambe si snodano su un tappeto di suoni evocativi. Peacetown è una canzone intima e riflessiva che ci svela un lato più personale di Monica. Immancabile è la chitarra ma questa volta non c’è mistero né la volontà di sorprendere. Ad emergere è un senso di pace e di serenità. Praire torna ad esplorare territori sconosciuti, le terre sconfinate dell’animo che sembrano attrarre da sempre la Heldal. Segue la bella Glitter In Golden non a caso scelta come singolo. Qui Monica da sfoggia del suo talento di cantautrice confezionando una canzone che sa di libertà ed amore. Una delle canzoni più affascinanti di questo album. Si chiude con Fair. Ritornano le sonorità più scure e magiche dell’album precedente e la musica gioca un ruolo di primo piano. Monica Heldel tratteggia il suono e la sua voce impreziosisce ed amplifica l’etereo gioco di questo brano.

Ravensdale è un album nel quale Monica Heldal vuole chiaramente riprendere in mano la sua carriera artistica che per anni è rimasta in attesa. Mentre il precedente album aveva alzato l’asticella rispetto all’esordio, qui si torna almeno in parte a melodie più orecchiabili e meno ricercate. Questo ritorno, breve per numero di tracce ma non nella sua durata, è quello che si potrebbe definire il classico album di transizione. L’importante era tornare, sembra volerci dire Monica Heldal, tornare a suonare, cantare e scrivere nuove canzoni lasciando che musica si parte della vita. Sono soddisfatto di aver avuto la possibilità di riascoltare la musica di quest’artista e di ritrovare tutto così come era cinque anni fa. Bentornata Monica.

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Caleidoscopi e sogni

Tre anni fa rimasi sorpreso dall’album Azalea che segnava il debutto della cantautrice americana Lydia Luce. Il suo talento di musicista si rifletteva nelle melodie delle sue canzoni dall’animo folk, rendendolo molto piacevole e del quale conservo ancora ottimi ricordi. Lo scorso mese è uscito Dark River, anticipato da vari singoli che lasciavano intendere che il percorso intrapreso dalla Luce aveva trovato il suo naturale sviluppo, proseguendo su quelle melodie ed atmosfere che l’avevano preceduto. Ecco che, stuzzicato di singoli pubblicati, mi sono precipitato, senza esitazioni, su questo nuovo disco.

Lydia Luce
Lydia Luce

Occasionally apre l’album e subito Lydia Luce ci cattura con una voce morbida e melodiosa. Una canzone d’amore fragile, che riprede le sonorità dell’americana ma con in più il suono della viola, strumento suonato da quest’artista, “Like a snake you wait / In tall grass and vine you hide away your face / Out of reach your vision comes to me / And suddenly you’ll cross my mind“. Un variazione rock prende piede nella title track Dark River. Non è nuova la Luce in queste sonorità nelle quali rivela di avere un insospettabile voce graffiante, “I go down to the dark river they can’t see me there / I’m gonna drink til my bellies full / Pour it out when they need my help / Pour it out Pour it out / Please won’t you save some for me“. Molto più vicina allo stile scelto nel suo disco di debutto, Tangled Love, è una delicata e solare canzone d’amore, un amore complicato. Lydia Luce con le parole e soprattutto con la musica, dà vita ad una dei brani più poetici di questo album, “Well, you let me in again into your world / Darker than velvet, warmer than air / Taking me down, but I willingly go / Dancing in arbitrary motion“. Something To Say è una canzone personale, intima. La voce della Luce è leggera, quasi un sussurro. Le parole e la musica impongono una riflessione sulla vita e sull’amore, “I’m waiting for a chancе to breathe / Searching for thе words to speak / Could you take it from here? / If I had something to say, if I had something to say / If I had something to say, I’d say it“. La successiva Never Been Good riprende le sonorità rock ma senza rinunciare alla melodia. Spazio dunque all’energia e alla vitalità che questa cantautrice dimostra di avere, “You’ve been lay-low and keeping quiet / And I’d give anything to pass away the time / You say your head is a liar / I know the feeling / You try to keep it on the inside / But it’s showing“. Si ritorna presto però a ritmi decisamente più lenti e melodie più malinconiche con Maybe In Time. Una canzone che suona come una preghiera notturna, effimera ma profonda, “So I left the windows open / To let in the divine / And maybe I am just looking / For the spirit of the night“. Leave Me Empty è una delle canzoni che preferisco di questo album. Il ritmo vince sulla melodia ma la Luce sa trovare il giusto equilibrio affondandosi maggiormente alle sonorità del folk americano, “‘Cause I’m hollow, nothing but a shell and a shadow / Holding myself on a tightrope, dangling / I can’t cast it off, cup out of Maries just to pass along / All the time I’m gonna spend here alone patiently / You can’t fill me up, so leave me empty“. Somehow invece non può fare a meno di una melodia e di una poesia che avevano reso speciale il primo album. Qui Lydia Luce mette in mostra tutto il talento come musicista, prima di tutto, e come autrice poi. Una canzone meravigliosa, da ascoltare, “Somehow, sometimes I keep repeating all the old lines / Getting lost inside my own mind / Something longing to get out / Somehow, if I never wake from sleeping / Kaleidoscopes and dreaming / I’d give anything to keep this, even for a little longer“. Dopo un inizio sommesso, All The Time esplode un folk rock di ampio respiro che vede le chitarre protagoniste. Una canzone che parla di riscatto e accettazione, in un mondo sempre più complesso, “Cover up uneasy / You’re so pretty and pleasing / What’s the filter for? / You’re not here to ruin someone’s garden / But I’m still out here looking / I beg you, stop pretending / I am on my knees / But you don’t even own me an apology“. Stones è una canzone d’amore nella quale emergono le difficoltà e il peso delle cose non dette. Lydia Luce tratteggia con le voce un’atmosfera malinconica e tutt’altro che leggera,”I’ll tell you all my secrets / They weigh me down like stones / And I don’t wanna hate on / I just wanna let it go“. L’album termina con Just The Same. Alla base dell’ispirazione sembra esserci la fine di un amore, sottolineata dal suono del pianoforte. Una ballata lenta e triste, che cresce pian piano verso il finale, “I try to find the song that I once knew / You knew it too / But I guess it’s truе / That nothing ever stays the samе / And you, there’s something new“.

Dark River è un altro ottimo album che conferma le qualità di Lydia Luce. La preponderanza di canzoni melodiche e al suono degli archi, e quindi della viola, non deve trarre in inganno. Quest’artista riesce a coniugare le diverse anime del genere americana, trovando nuova linfa proprio attraverso le sue doti di musicista. La voce della Luce è uno strumento aggiunto che va al di là delle parole. Non mancano momenti più rock nei quali emerge il lato più energico di quest’artista ma che sanno inserirsi bene all’interno dell’album. Naturalmente Dark River deve fare a meno dell’effetto sorpresa di Azalea ma riesce comunque a dare quel brivido particolare, quella sensazione di trovarsi di fronte ad un’artista musicale completa e, a mio parere, sottovalutata.

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Ho visto tante, tante cose

La prima cosa che mi ha incuriosito di questo album è stata la copertina. L’artista, Shayna Adler, è ritratta con abiti che ricordano un po’ lo stile fantasy, in un’atmosfera altrettanto misteriosa. Prima di ascoltare l’album, mi ero già immaginato un folk di quelli un po’ new age o vagamente gotici, chissà perché. Invece, Wander, è qualcosa di diverso e lo si intuisce fin dalle prime note. Un mix di americana, folk e indie è la ricetta di questa cantautrice californiana al suo debutto. Una sorta di concept album, un viaggio affascinante fatto di storie e personaggi. Non resta che immergersi in questi nove racconti in musica.

Shayna Adler
Shayna Adler

The Life I Could Create dà inizio al viaggio. Come nell’incipit di un buon libro, ci troviamo nei panni di un altro, in un mondo da scoprire. Un folk elegante e pulito che incuriosisce a partire dal testo, “Am I the creator / Of my own despair / Am I the inventor / Of what’s not really there / How do I leave this place / Of my own device / Of my own disgrace / Is it me / That paves my own delay“. Into The Forest si apre ad un marcato folk americano, con una melodia orecchiabile che intesse una trama ricca di fascino. Intorno noi si apre un’ambientazione che promette cose meravigliose, orizzonti da esplorare, “And we are growing like the sycamore / Will never see its knees / And we are soaring like the smallest bird / Who stands on heaven’s feet / And soon you will see / And soon you will see“. Tra le mie preferite c’è Gypsies & Caravans. Ogni volta che l’ascolto mi immagino una carovana di gitani, che ha preso posto in qualche remota radura, ballare attorno ad un fuoco ed ammaliare gli stranieri con le loro storie e magie. Davvero una bella canzone, evocativa come poche altre, “The waltz of a world / Of gypsies and caravans / Bells on her hips / The fires, the music man / Circling me / Their leader, the magician / Who calls out to me / Lost by admission“. La successiva Manchester Stone ha il fascino oscuro della magia. Un indie folk ispirato e coinvolgente, fatto di immagini misteriose che si susseguono dando vita ad una delle storie di questo album, “Of clockwork and castles / And horses to ride / With the thrill of the chase / In the dead of the night / And a world full of magic / Like never I’ve known / In this everyday life / Of Manchester Stone“. Dear Capricorn è una ballata, una lettera d’amore, una poesia. Qui la Adler mette in mostra le sue doti di songwriting, dando alla luce un’altra bella canzone, ancora una volta differente dalle altre, “Is it possible to love someone / And only know their name / Is it possible to find yourself / In all the loss you’ve gained / And if I saw the truth / Would all the colors stay the same / If love could be explained“. Quiet As The Moon volge lo sguardo al cielo e ci guida alla scoperta delle stelle. Un folk americano ricco di sfumature fa da sfondo alla voce calda ed educata della Adler, “Can you feel Orion near / The otherworldly cavalier / With haunting conversation / And stories of creation / But I’ve seen so many, many things / Troubled by such little strings / And all I have is here / Oh, can you feel Orion near“. Decisamente più country, con sfumature western e folk rock, la bella Stagecoach Sally. Anche qui le capacità della Adler di evocare immagini nitide sono confermate. La musica, l’interpretazione, le seconde voci maschili, tutto è curato nel dettaglio e si sente, “Stagecoach Sally / Gonna shake your alley / Gonna make you leave your / Shotgun by the door“. Una casa è un luogo speciale in The House. Un luogo dove il tempo lascia il segno, uno scrigno personale. Un folk come sempre ispirato dove il testo è al centro dell’attenzione, “Welcome to my house / The moment has taken its form / Welcome to my house / I just want to thank you / For knocking upon my door“. Il viaggio si chiude con Sunday Smile è un country luminoso che spazza via le atmosfere più cupe, ma non meno ricche di meraviglia, che lo precedono. Un lieto fine come ogni bella storia che si rispetti, “Honey don’t you frown at / All the good that you found / You’ll wear your Sunday smile / Monday morning / Honey don’t you cry / You were only young and wild / You’ll wear your someday smile / Without warning“.

Wander è un album particolare, capace di portarci il luoghi meravigliosi come un buon libro. Allo stesso modo ci vuole un po’ di tempo per ambientarsi e trovare il ritmo della narrazione ma con la guida di Shayna Adler non ci si può perdere. Interessante questa visione nuova del folk americano e del country, influenzato da un immaginario fantastico, che spazia dai cavalieri ai fucili, dal deserto alle foreste, dalla magia agli zingari. Sì, indubbiamente Wander è un ottimo album che mi ha lasciato quella sensazione di non voler abbandonarlo dopo l’ultima nota. Un po’ come succede con un buon libro. Shayna Adler è uno di quei nomi che mi devo appuntare perché sono sicuro ci regalerà ancora altre storie e altri personaggi in futuro.

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Lo stesso vecchio gioco

Tra gli album d’esordio che mi ero appuntato sul calendario, spiccava Misadventure della cantautrice americana Diana DeMuth e prodotto da Simone Felice e David Baron. Lo scorso anno ascoltai per la prima volta la sua Hotel Song e rimasi piacevolmente sorpreso. Il suo folk rock andava incontro ai miei gusti ma soprattutto la sua voce e l’interpretazione furono i due elementi che più di tutti mi fecero pensare che stavo ascoltando un’artista che aveva qualcosa di speciale. Complice probabilmente un talento precoce e tanta gavetta, Diana DeMuth mi è parsa subito quel genere di cantautrice da non lasciarsi scappare. Detto, fatto. Misadventure è qui ed è ben al di sopra delle mie aspettative.

Diana DeMuth
Diana DeMuth

Si comincia con la bella Hotel Song, un folk rock carico di energia e sentimento. La DeMuth ci mette la giusta dose di rabbia, mai più del necessario. Orecchiabile ma per nulla scontata, è tra le canzoni che preferisco di questo album, “Come on now baby bust me out of this hotel / Gather up my belongings / Letʼs run for it / Itʼs crazy living out of this suitcase / Running round in the rat race / And Iʼm done with it“. La successiva Into My Arms è un luminoso pop rock scarno ma efficacie. Diana DeMuth dimostra di avere sangue rock nelle vene e di essere a suo agio. Non mancano le ballate come Rose Of Nantucket, ruvida confessione di un forte desiderio di libertà. Una canzone matura ed esplicita che per un attimo ci fa dimenticare il fatto che stiamo ascoltando un debutto. Davvero impressionante, da ascoltare, “If you get lost / Out in the rain / Cause some fucker changed that sign post / To lead you astray / And when all of your failures / And all of your fears / Keep you running through the nighttime / Nothing coming clear / Just call on me lover“. The Young & The Blind è una cavalcata rock springteeniana. La DeMuth si lascia andare, seguendo le chitarre e regalandoci ancora una volta un’altra splendida canzone. Un pianoforte apre Steady Rolling che svela un’intensa ballata notturna. La DeMuth ci cattura con la sua voce e ci accompagna in una notte di pensieri e malinconia, “I come from the old time, babe / Too late for you to save me / If I remain then I’m to blame / But if you should ever need me / I’ll go where you lead me / It’s all the same / The same old game“. Segue Signs che abbraccia delle sonorità più folk e degli echi di un pop rock anni ’90 che fu. Ancora una volta la vita e l’amore si intrecciano, ispirando canzoni come questa, il resto lo fa il talento di questa cantautrice, “Iʼm afraid of everything at night / The sounds and all the shapes that come to life / By the way, I feel you in my blood again / Looking through the attic for your clothes / It was a fever and a bad dream I suppose“. Anche Photographs si può classificare tra le ballate di questo album dove il tema dell’amore fa capolino tra le tracce lasciate dalla malinconia. Tante canzoni come questa sono state scritte ma questa è una di quelle con qualcosa in più che è difficile da spiegare. All The Liars affronta il tradimento sempre attraverso le suggestioni di un pop rock energico e vivo. Diana DeMuth nasconde dentro di sé un persistente sentimento di libertà e rabbia. In Ivory White rallenta e si affida al suono del pianoforte dando vita ad un’altra splendida ballata. Più poetica e riflessiva rispetto alle precedenti, questa canzone mette in luce un’altra faccia della musica della DeMuth e di questo le siamo riconoscenti, “Iʼm pretty sure we drank too much / And threw the room around / But I like you best when you get undressed / And talk too loud“. Chiude l’album Already Gone. Anche qui spazio ai pensieri che corrono liberi esprimendo un desiderio di fuga e vita che è un po’ il tema portante di tutto il disco.

Misadventure ci fa scoprire un’artista di indubbio talento e capacità. Tra ballate e variazioni rock, Diana DeMuth, si apre a noi attraverso una voce magnetica ed espressiva, carica di energia quando serve ma anche dolce e malinconica se necessario. Non una sola canzone di questo debutto sembra essere messa lì a fare numero, anzi lo stretto indispensabile di dieci brani, tutti al di sotto di tre minuti e mezzo, dimostrano l’urgenza espressiva di questa ragazza. Non c’è posto per lungaggini o virtuosismi, il talento di rivela a partire dai primi minuti, non è necessario dimostrarlo in altro modo. Qui sotto trovate Hotel Song perché vorrei che anche voi, che leggete, vi convinciate ad ascoltare Misadventure, canzone dopo canzone.

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Mi ritorni in mente, ep. 67

Tra la musica che ho avuto modo di ascoltare in questo strano periodo, c’è un artista che mi ha conquistato fin dal primo ascolto. Lo ammetto, conosco davvero poco riguardo a Zac Wilkerson, se non che è texano ed è al suo terzo album di inediti. Quello che mi è piaciuto di più della sua musica è quel mix di country, soul e folk americano nel quale mi sono trovato subito a mio agio. Ad accompagnare Zac è il suono della chitarra che spesso oggi viene messo un po’ da parte ma che in questo caso è sempre in primo piano.

Il suo album Evergreen è davvero un bel disco che va a coprire varie sfumature della musica americana, con energia e sentimento. Tra ballate e cavalcate rock, Zac Wilkerson con la sua voce potente e soul, vi riporterà indietro nel tempo. Qui sotto un assaggio della sua musica con l’introduttiva Incantation I e Give Your Heart To Love. Ascoltare per credere.

Di velluto e di pietra

Nel corso dello scorso anno sono state numerose le uscite discografiche che sono riuscito ad ascoltare e non tutte hanno trovato spazio in questo blog. La scorsa estate mi ero appuntato l’uscita di un interessante album d’esordio, omonimo della band inglese Velvet & Stone ma solo poco tempo fa ho avuto il piacere di ascoltarlo. Il duo, capitanato da Lara Snowdon e Kathryn Tremlett, si rifà alle sonorità folk della tradizione inglese e americana ma con un approccio alternative e moderno. Non c’è voluto molto per conquistarmi e abbandonarmi all’ascolto di questo album, sapendo già che avrei trovato ciò che stavo cercando.

Velvet & Stone
Velvet & Stone

Fisherman’s Blues apre l’album traendo ispirazione dal folk inglese. In primo piano il violino della Tremlett che guida la voce della Snowdon. Una ballata che evoca i paesaggi del Devon, la contea d’origine della band, con un bel finale strumentale che si lega alla successiva Oh Boy. Qui le sonorità si fanno più oscure e moderne. Il folk rock di questo brano è trascinante, voce e musica si rincorrono. Un crescendo che mette il luce le capacità della band e lascia incantato chi ascolta. Anche Lay Her Down preferisce il fascino del folk rock. Il violino continua a tenere le redini della musica e lascia che la voce della Snowdon si prenda la sua parte. Tanta energia anche in questo brano ma con una particolare attenzione alla melodia. Breath rallenta e offre una versione più riflessiva e intima della musica di questa band. Ci sono richiami al folk inglese e alla sua controparte americana, qui ben mescolate insieme. Una delle canzoni più belle di questo album. La successiva Walls è un’affascinante canzone nella quale la voce traccia una melodia misteriosa, supportata dal consueto suono del violino. Tutta la band spinge nella stessa direzione e il risultato è ancora una volta eccezionale. Si vira verso qualcosa di più leggero e libero con By The Water. Una progressione che sfocia verso un brillante folk pop, punto dal suono delle chitarre. Anche in questo caso, questa band dimostra di non aver nulla da invidiare al altri colleghi più in vista, confezionando una canzone orecchiabile e ben scritta. Am I Dreaming? vira verso un folk pop sognante ed etereo. C’è la volontà di sperimentare qualcosa di diverso, uscendo dai consueti binari del folk. Qui è la voce della Snowdon a prevalere su tutto e attirare su di sé, l’attenzione di chi ascolta. Una performance solida e di mestiere. Forget About The Rain è una dolce ballata, luminosa e leggera. Il violino torna a rischiarare l’album e la voce, calda e confortante, va a completare una delle sue canzoni più magiche. Tra le mie preferite c’è la conclusiva I’ll Dream Of You Tonight. La melodia del violino, tradizionale e trascinante, mi ha conquistato fin dal primo ascolto. Nel finale tutta la band è per Kathryn Tremlett è il suo strumento. Bellissimo modo di terminare un album.

Velvet & Stone è un album che racchiude anni di carriera passati prevalentemente a suonare dal vivo. Si percepisce l’affiatamento tra tutti suoi componenti, in particolare tra le due leader Lara Snowdon e Kathryn Tremlett. Laddove la prima porta il canto e le parole, l’altra porta l’inconfondibile e intramontabile fascino del violino. Velvet & Stone propongono un folk alternativo ma non lontano dalla tradizione, sia essa americana o inglese. Questo è un album da ascoltare tutto d’un fiato, che incanta per le sue atmosfere che cambiano e si trasformano, pur mantenendo un filo conduttore. Un esordio davvero ben scritto e realizzato che incuriosisce e affascina, facendoci scoprire le mille sfaccettature della musica folk.

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