Nero su bianco

Il quarto album della cantautrice canadese Tamara Lindeman si presentava, fin dal primo singolo, come una svolta rispetto al folk minimalista degli esordi. Dopo il poetico All Of It Was Mine (Achillea e menta) e il successivo Loyalty (Eclissi personale), The Weather Station ha deciso di cambiare qualcosa nella sua musica. Ad ottobre è uscito infatti il nuovo album intitolato semplicemente The Weather Station. In Loyalty la Lindeman appariva di spalle con le mani dietro la schiena, quasi a voler nascondere sé stessa, ora in copertina c’è sempre lei ma la sua figura è intera e frontale, in contrasto con lo sfondo. Si può partire da qui per avvicinarsi a questo album che potrebbe rivelarsi come la definitiva consacrazione di un’artista unica.

Tamara Lindeman
Tamara Lindeman

Free inizia con un intro di chitarra subito interrotto dalla voce morbida e melodiosa della Lindeman. Quasi un dialogo tra chitarra e voce, dove ritroviamo tutta la sincerità dei precedenti lavori ma sotto una nuova forma, “You were always so adamant. You told me that the one thing I was missing—I didn’t know that I was free. Tonight, when I pulled the car around, I was alone under the sky“. Thirty è uno dei brani più affascinanti ed ispirati. Tutto gira intorno alla voce della Lindeman, un flusso di parole, ricordi e pensieri. Da ascoltare, “Oh, you got the kindest of eyes, I cannot help but notice sometimes, but you know as do I, I cannot look twice without falling right into the sweet and tender line between something that can and can never be“. You And I (On The Other Side Of The World) è una canzone intensa, fatta di immagini delicate tracciate dalla voce della Lindeman. Uno strumento vero e proprio il suo, che gioca con la musica, “But we never got better, we never got to talking, we never figured out the questions, we got good at walking; walking the streets, when it was too hot to eat, walking in step, we can’t help it“. La successiva Kept It All To My Self è un flusso di parole e musica unite in una cosa sola. L’interpretazione è senza fronzoli, quasi ininterrotta e distaccata, “I rode up past St Clair, same old city but it could have been anywhere. And the scent of the air so exotic, every thought like I never have thought it. Then I felt that confidence in me, like a child in a strange new body. I kept it all to myself“. Impossible è oscura, attraversata dai pensieri della Lindeman. Si riconosce il suo stile, la sua mano ma c’è come un’urgenza di fondo che emerge lentamente, “Oh, I guess I got the hang of it—the impossible. And I walk the endless boundaries of it, just to know what you can’t ever have—what is light, what shadow. I guess I always wanted the impossible“. Lo stesso succede in Power. Il canto etero e fragile è spezzato dal suono blues di una chitarra elettrica. Le parole continuano a scavare profonde nell’anima e nei ricordi, senza filtro, “I fell asleep on the plane, and I woke up strange, twisted in the pale blue seat, an hour gone by. The sun was rising again, keeping distant over the blackened blue rim of the sky. I spent my whole life thinking that I was some kind of coward“. Come in un flusso continuo, segue ComplicitSi compone così un trittico con le due precedenti, trasmettendo all’ascoltatore una sensazione di necessità e urgenza, di grande impatto, “I moved back to the city; I lost myself in you, or in some kind of fiction, or in some kind of truth. I let myself get cynical; I felt cold and bruised, and the facts never changed, and time only moves“. Black Flies ritorna su sonorità più vicine al folk americano. Un passo indietro nel tempo per Tamara. L’attenzione di sposta lontano da sé stessa, riuscendo in poco più di due minuti a fare qualcosa di straordinario, “Humid wood, you felt good, and you shook your tangled hair down. With the sweat in your eyes, and all the black flies. Under lidded skies you lie down there in the grasses“. La successiva I Don’t Know What To Say continua a viaggiare sulle strade già percorse in passato dalla Lindeman, facendosi però accompagnare questa volta dal suono di un’orchestra, “Just don’t go—stay—everything has changed a thousand times anyway. Like we had no power, like we had no sway; the heartbreak you know will find you either way“. In An Hour comferma la volontà della Lindeman di non tracciare un solco netto tra il suo passato e il futuro. La maggiore ricchezza di dettagli nella musica è l’unica cosa che la differenzia dalla produzione precedente, “I cannot tell us apart—your pain made free with my own heart. We laid out under the ceiling as though under the stars. As though this afternoon was the blackness from here to the moon, dizzied by distances within you“. La conclusiva The Most Dangerous Thing About You è una delle canzoni più belle mai scritte dalla Lindeman. Una canzone che si appoggia su un pianoforte, dove le parole così naturali, così commoventi escono spontanee e sincere, “The most dangerous thing about you is your pain—I know for me it is the same. It was restless; you felt it, but never could call it by name“.

The Weather Station è un album che ci fa scoprire una rinnovata Tamara Lindeman che, seppur non tagliando i ponti con il suo passato, si esprime sotto nuove forme. Il suo è un tentativo di provare qualcosa di più rock ma inevitabilmente smorzato dalla sua voce e dalla sua indole emotiva e sensibile. Il risultato è un sound unico che è pervaso da un’urgenza espressiva soprattutto nella prima parte dove le influenze rock si fanno più sentire. La seconda metà è più riflessiva, nella quale troviamo The Weather Station nella sua forma più abituale solo più estroversa e diretta. L’album è da intendersi come un flusso continuo di parole e musica che escono liberamente e si ricompongono in forme complesse ma tanto vicine a chi ascolta. Solo i grandi sanno cambiare senza snaturarsi e Tamara Lindeman ci è riuscita nel migliore dei modi.

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Senza volto

Quando scopro un nuovo artista, mi piace cercare qualche informazione su di lui. Al giorno d’oggi è piuttosto facile farlo attraverso internet, Wikipedia o i social network. Ma nel caso di Rob Reid è stato praticamente impossibile. Avevo aggiunto il suo EP Paradise alla mia wishlist di Bandcamp e qualche giorno fa è entrato nella mia collezione. Paradise è stato pubblicato l’anno scorso e mi ha subito attirato per il suo bel sound americano. Rob Reid è un cantautore canadese e questo è il suo debutto. Si può scoprire qualcosa in più sul suo sito ufficiale e poco o nulla nella sua pagina Facebook. Non una sua foto o interviste. Interessante di questi tempi, no? Ci sono solo otto canzoni che parlano per lui. Nient’altro.

Si inizia con la rockeggiante Paradise. Le chitarre hanno un suono famigliare, confortevole. La voce di Reid è perfetta per queste canzoni, questo classico rock americano. Un inizio irresistibile che ci spinge a proseguire nell’ascolto di questo EP. Più folk e distesa, la successiva Honest Monday. Come da titolo è una canzone sincera, dall’apparenza spontanea, che si risolve in meno di due minuti. Niente male. Roll On è orecchiabile e solitaria. Rob Reid sembra avere tanto da raccontare e sa farlo con una semplicità e maturità invidiabili. Così come riesce a fare con la successiva Devil’s Shoulder. Un folk americano oscuro e desolato, che cresce tra contaminazioni blues. Nulla di nuovo ma quello che conta è ciò che questa canzone riesce a trasmettere. Lo fa attraverso la via più semplice e sicura. Un’altra ballata country come Erin’s Song (Guiding Light) continua a farci viaggiare in territori conosciuti e famigliari. Rob Reid duetta con una voce femminile che (ahimè) non sono riuscito a scoprire a chi appartiene. Un altro piccolo mistero che si aggiunge al quadro. Don’t Mean To Confuse You, a dispetto del titolo, confonde con le sue chitarre a briglia sciolta. Reid si rivela un rocker abile molto differente da quello ascoltato finora. Il ritmo è tirato e le parole escono veloci come un treno nel deserto. Colpisce nel segno. Dust And Decay è una splendida ballata country malinconica. Lo stile è collaudato ma supportato dalla voce carismatica del cantautore canadese. Ancora la chitarra è protagonista, come potrebbe essere altrimenti? All My Friends è un’altra trasformazione di Reid, che chiude questo suo EP con ironia e ritmo. Un country ballabile da fine serata, un buon modo per salutare gli amici.

Paradise è un bignami del folk rock americano. C’è un po’ di tutto. Rob Reid è un buon ambasciatore in terra canadese del rock a stelle e strisce. La scrittura è matura e fa pensare ad un debutto tardivo. Con queste canzoni forse abbiamo conosciuto Rob più di quanto possa fare una fotografia o un profilo social. In un mondo, anche quello musicale, dove apparire è diventato fondamentale, Rob Reid ha scelto di rimanere in una sorta di anonimato e non mi stupirei affatto se il suo fosse solo un nome d’arte. Paradise, in definitiva è un veloce viaggio nel paese del country, in compagnia di un amico un po’ schivo ma sincero.

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Gli altri siamo noi

Come è già successo qualche tempo fa, ho voluto approfondire la conoscenza della musica di un artista, non limitandomi ad un solo EP, quello più recente, ma mettendone insieme un paio. Questa volta è successo con due EP della cantautrice inglese Emma Ballantine che recentemente ha pubblicato Somebody’s Story che raccoglie quattro canzoni ispirate ad altrettante storie vere. In precedenza avevo avuto il piacere di ascoltare due sue canzoni come The Love I Seek e Perfect Crime. Ero rimasto davvero impressionato dallo stile e dalla voce della Ballantine, così ho messo insieme, per questa recensione, l’EP Tourist del 2015 e il più recente Somebody’s Story.

Emma Ballantine
Emma Ballantine

Tourist si apre con la bella The Love I Seek, una canzone intensa sulla forza dell’amore. Fin dai primi ascolti, cattura grazie alla sua energia e quella chitarra che ha un ritmo spagnolo. Da ascoltare, “Weigh up the pros and cons / I see your calculation but your answer is wrong / And I’m not an equation or a final exam / Why can’t you love me as I am?“. La successiva Perfect Crime è una vibrante canzone dalle sfumature rock, che trova la sua forza nella voce della Ballantine. Una voce versatile che sa trasmettere, in questo caso, un senso di urgenza e tensione. Una dimostrazione di talento, “The perfect crime / The perfect crime / The scars are out, are out of sight / My eyes are blind / My hands are tied / Your victim is in my mind“. Tourist è una canzone poetica e intensa. Il ritornello è gioia per le orecchie, Emma Ballantine tira fuori il meglio di sé. Una delle canzoni più emozionanti di questo EP, “Cause ooh, I’m just passing through / We barely met at all / So I’m barely leaving you / Tell me this before I go / Is your heart built for this? / For falling in love with a tourist“. Segue una bella cover, The Queen & The Soldier di Suzanne Vega. Una versione non lontana dall’originale, solo dalle sonorità più folk, “A soldier came knocking upon the queen’s door / He said, “I am not fighting for you any more” / And the queen knew she’d seen his face someplace before / And slowly she let him inside“. Chiude Fall, che affascina per le sue atmosfere delicate e malinconiche. Una canzone che, con la sua semplicità, esalta il talento di questa cantautrice, ricordandomi un’altra artista come Hattie Briggs “I was born in September when the leaves were turning brown / Halfway between the summer and the wintertime / And that may be why I never make up my mind, who knows?“.
L’EP Somebody’s Story inizia con l’ottima Secret Tunnel. C’è stata un’evoluzione musicale che ha portato Emma Ballantine verso uno stile più moderno ma ugualmente efficace. Questa canzone è ispirata dalla storia di Lisa, che dopo anni di abusi subiti dal padre, trova una nuova famiglia pronta a difenderla. La successiva è la triste Harmonise, ispirata alla storia di Brian che fino all’ultimo, a dispetto della malattia, ha continuato a suonare per amore della musica. Astronaut racconta la storia di Vicki che, negli anni ’50 lascia la sua casa in Inghilterra per raggiungere e sposare Jack, di stanza in Kenya. Il messaggio è semplice, l’amore abbatte i confini e le distanze. Through Your Eyes si ispira alla storia di James, affetto da autismo, che riesce a vedere il mondo in modo diverso, trovando la gioia nelle piccole cose di questo mondo distratto. Tutte le storie complete si possono leggere qui: somebodysstory.com

Emma Ballantine riesce, attraverso le sue canzoni, ha esprimere il meglio del cantautorato femminile inglese degli ultimi anni, spaziando dai brani più acustici e folk, passando per il rock fino al pop. Tourist rappresenta al meglio questa caratteristica, facendo emergere il suo aspetto poetico e musicale. Il recente Somebody’s Story, invece sorprende per la sensibilità di Emma. Mettere in musica storie che non la riguardavano direttamente non è cosa semplice. Scrivere una canzone cercando ispirazione nelle storie altrui è una responsabilità importante che necessità di una buona dose di sensibilità e una capacità di immedesimazione non banali. Emma Ballantine è una cantautrice che fa quello che tutte le cantautrici, e cantautori, dovrebbero fare: rendere eterne e vicine le emozioni, che siano esse le nostre o quelle degli altri.

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Come ladri nella notte

Dietro il nome Folk Is People si nasconde la cantautrice americana Stacey Bennett e il suo gruppo che mi hanno incuriosito, tempo fa, con la canzone Crocodile. Un folk rock irresistibile e carico di energia. Io, come al solito, non riesco a limitarmi ad una sola canzone e fortunatamente i Folk Is People hanno pubblicato lo scorso anno il loro album d’esordio intitolato The Devil Always Comes. Non potevo lasciarmi scappare l’occasione di ascoltare questo album considerando il fatto che contiene tutti gli ingredienti che preferisco: una cantautrice, folk rock, indie rock, una manciata di USA e il caro vecchio banjo.

Stacey Bennett
Stacey Bennett

Ed è proprio Crocodile ad aprire l’album. Un travolgente mix di ritmo e melodia guidato dalla voce della Bennett. Un concentrato di energia alla quale è impossibile rimanere indifferenti. Una delle migliori canzoni dell’album, “With shovel and brick / You tore into sarcophagus and pulled me to my feet / The connotation lies within frame of mind / You sent your spell, broke me from my hell / And stole me into paradise“. La successiva Pyramids è un bel pezzo indie rock di forte impatto che mette in mostra tutta la capacità di songwriting della Bennett. Il ritornello è orecchiabile e accattivante, cosa chiedere di meglio? “All your thoughts were pyramids / And all your friends were pharmacists / Like what was never is…but it’s now / Of dial tones, a reluctant past those ghosts keep calling back / And you’re anchored now without slack and sinking“. Bury Me In Viriginia cavalca le origini americane del gruppo. Perfetto come singolo, trascinante e facile da canticchiare. L’ultimo desiderio di una cantautrice in un brano tutt’altro che triste, “I don’t want to but when I die bury me in Virginia / When I’m gone and it all goes black / Sing my songs like they were meant for you / They were meant for you!“. In Bloodletting sente un banjo che detta il ritmo di un folk rock irresistibile. Tre minuti che incredibilmente sembrano durare meno, sarà la musica, sarà il canto, chissà, “I feel the sidewalk pushing against my feet / I count to ten and start again trying not to think / Of the mattress we shared on your apartment floor / Where I closed my eyes and realized / Baby, I loved you more“. Savoiur ha un testo originale, cantato dalla Bennett con bravura e carisma. Parole semplici e dirette, che colpiscono come una pistola. Da ascoltare, “I don’t need a savior cuz I’ve got a gun / And I don’t wanna think of all the bad things I’ve done / Like when I do, it’s what I do that’s nothing to you / So I’ll sit upon this shelf cuz I got nothing to prove, do you?“. La title track The Devil Always Come è una ballata che rallenta la marcia iniziata dalle canzoni precedenti. Stacey Bennett dimostra di avere una lato più sensibile e folk nel quale può continuare ad esprimersi con la consueta energia, “I was a child, I was free / And I fought to believe that we are infinite / But we aren’t all poets / We are all lies / And the devil always comes to my side“. Lo stesso si può dire della bella City In The Window dove si sente la sintonia tra Stacey Bennett, autrice di tutti le canzoni, e la sua band. Un’altra canzone orecchiabile ma tutt’altro che banale, “Your heart moves in two directions / Your eyes always on the moon / Your life spills in one dimension / But the city in the window never changes shape“. Con Oh! Nola si ritorna al rock tirato, sorretto dalle chitarre che nel finale rallenta trovando il suo compimento. Una canzone di un amore disperato, “We fled into the bars under blood moonAnd hash tagged scars / Enraged by politics, the placement of planes, their intersections / I opened my eyes, “Baby I’m in love with you!” / My head on your chest, the air mattress, this spinning room / Oh! Nola don’t break me now“. Ancora più rock con Tidal Wave. Da fan dei R.E.M., quale sono, non ho potuto fare a meno di notare l’influenza che questo gruppo può aver avuto in questa canzone. Si sente l’impronta del southern rock degli inizi di Stipe e soci, “Forged in my new skin / I begin pretend sunken eyes like ships forgotten amidst the sea as it spits and sways / Of kerosene, a sick machine, a wakeup call that ends in dream“. All The Tiny Parts è una dimostrazione di talento da parte della Bennett che incastra alla perfezione musica e parole. Un altro punto a suo favore, “So call the cops if you want to but don’t believe in accidents / You’re not sick and you’re not dying / Leave the light on, don’t go back to bed / Solace they scream, make me believe / I walked on fire for you / So let me be, should I concede? / I sank the line for you“. Chiude la splendida ballata The Siren Song. La voce della Bennett si rivela versatile e, come ho già scritto, carismatica. Anche il testo di questo brano è carico di immagini vivide condensate in poco più di due minuti, “The sirens sing a song of sex / A tale of death, port wine pouring from her decks / With gunpowder, a coward’s hex / Burn the wench, she’s derelict!“.

The Devil Always Comes si è rivelato una sorpresa al di sopra delle mie aspettative. Stacey Bennett esprime una maturità invidiabile per un esordio ed è ben supportata dalla sua band. Folk Is People è un progetto interessante sopratutto perché con questo album dimostra di saper affrontare tutte le sfumature della musica folk e rock americana. La lunghezza di una album può dire tutto e niente di sé ma in questo caso, i suoi trenta minuti abbondanti significano solo una cosa: idee chiare e la volontà di essere diretti e sinceri. E non si può negare che i Folk Is People ci siano riusciti.

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Dietro quella barba

Keaton Henson è un artista speciale. Ogni suo album è una porta aperta sulla sua anima, fragile e sensibile come la sua voce. Il nuovo Kindly Now, si può considerare il suo sesto album dopo lo sperimentale Behaving, presentato sotto lo pseudonimo Behaving per l’appunto, e la raccolta di inediti 5 Years. L’artista londinese non è un semplice cantautore ma anche un poeta sempre alla ricerca della via migliore per esprimere il mondo che ha dentro. Keaton Henson come sempre si presenta in punta di piedi, si mette in un angolo e canta le sue canzoni. Kindly Now ripropone la stessa formula collaudata ma sempre sincera ed emozionante.

Keaton Henson
Keaton Henson

Apre l’album la sperimentale March, composta da frammenti delle canzoni dell’album, mixate in modo da farne una canzone a sé stante. Bentornato Keaton. Segue il singolo Alright. Emozionante ballata al pianoforte dalla quale emerge come sempre la fragilità del suo interprete ma questa volta c’è voglia di riscatto. Il velo della timidezza sembra essere stato tolto, “You’ll be alright / Come and see me in the morning / I’ll be in the sunrise / Hoping that it’s rays don’t / Burn a hole in my eyes / You know me, I worry / Could always use some pity“. La successiva The Pugilist è il trait d’union con il precedente Birthdays. Una canzone personale, una confessione intensa che ci invita a non dimenticarlo. Non lo faremo, caro Keaton, “Well I’m a self-centered writer / Loving myself to sin / Stay away from me / Don’t find a way to get in / I care only for art and career / So scared of death that I try to leave part of me here / I am lonely / Lonely in the fact that I need to be loved / And told I am deserving“. Breve intervallo strumentale con NW Overture prima di ricominciare con la straordinaria No Witnesses. Uno truggente Henson, nella sua forma più ispirata e intensa. Tutta la fragilità e l’irreparabile tristezza sono la forza di questo cantautore, “So I wrote down a list of all the things / We’ve never spoken of / And I wrote “Man, I hate Los Angeles” / And I’ve never been in love“. Con Good Lust, Keaton Henson sembra togliersi di dosso quel senso di inadeguatezza che lo contraddistingue, ritrovando quell’energia spesso sopita. C’è un sentimento di rabbia in questa canzone, “And in the weak hours when we’re fighting asleep / Longing for each others teeth / Longing for the things we think we need / To make it through“. Qualche venatura rock con Confortable Love che da sfogo ancora ad una rabbia repressa e mostra un altro volto del cantautore inglese. Non è nuovo Keaton Henson a queste divagazioni rock e ogni volta il risultato è sempre convincente, “I’m in bad love, don’t be sad, love / I’m amazed that you ever loved me / Imma lay low ‘til my heart glows / Please don’t wait up, don’t wait up for me“. Ma il nostro non sa resistere al fascino di una bella ballata. Ecco che ne sfodera una di tutto rispetto come Old Lovers In Dressing Rooms. Keaton Henson è sempre alle prese con il suo cuore spezzato. Un incontro con un amore del passato che deve fare i conti con il tempo. Un bel pezzo autobiografico, “‘Is it really you behind that beard?’ / I say I think so and we count the years / We tell stories and we sort of laugh / And then she jokes she wants my autograph“. Polyhymnia prosegue sulla stessa strada ma questa volta c’è di mezzo la fine di un amore. C’è anche un po’ di jazz nell’aria che arricchisce la musica del buon Henson. Ancora una volta ci sono riferimenti al suo essere artista, “Drive me out of my mind / I’ll be yours and you’ll be mine / Baby haunt me when you die / Just give me time, just give me time / I need pain for my art / Take my lungs, break my heart“. Un altro breve intermezzo strumentale intitolato Gabe ci conduce verso la fine dell’album. Holy Lover si appoggia inizialmente solo sulla voce di Keaton Henson, mixata una sopra l’altra trasformandosi poi in un pezzo pop romanticone, piuttosto diverso da quanto ci ha abituati di solito, “Oh holy lover / I’ll be the colors / I can’t see / And I will try harder / Avail my father / Live every need / And I’ve been so lonely / Oh, please just hold me / So I can sleep“. L’ultima canzone è How Could I Have Known l’ennesima ma essenziale ballata di un cuore infranto. Keaton Henson sembra non trovare mai pace e ancora una volta proviamo compassione per lui, “I’m out in the cold / Baby come hold me close / Please don’t let me drown / Woman I love the most / My holy ghost / Goddamn“.

In questo Kindly Now, Keaton Henson si trova di nuovo a fare i conti con sé stesso. Questa volta però c’è di mezzo la celebrità e la consapevolezza di essere un artista. La timidezza degli esordi si sta disperdendo ma non c’è ancora pace nel suo cuore. Keaton Henson non cambia mai e resta una sicurezza, un porto sicuro nel quale rifugiarsi. Questo ragazzo, l’ho già scritto, è un poeta dei nostri tempi che riesce sempre a trasmettere un’emozione forte attraverso le parole e la muscia. La capacità di Henson è quella di non forzare o fingere sentimenti che non prova davvero ma trovare sempre ispirazione nelle piccole cose. Forse non tutti apprezzeranno la sua musica ma io mi trovo da sempre in sintonia con lui e mi sento di consigliarvi questo artista ancora una volta.

Terre sconfinate

Chi si sarebbe mai aspettato un album così. Il secondo album della cantautrice norvegese Monica Heldal mi ha colto di sorpresa. Il primo Boy From The North era un buon album di musica folk americana, caratterizzato dalla chitarra e dalla voce della giovane cantautrice. Lo scorso mese è uscito il suo seguito, intitolato The One In The Sun, un album che attendevo per capire quale piega avrebbe preso la sua musica. Forse avrebbe virato verso qualcosa di più pop o magari più europeo ma Monica Heldal ha scelto invece una strada più complicata, più difficile per lei e l’ascoltatore. Un tentativo andato a buon fine.

Monica Heldal
Monica Heldal

Si comincia con la rockeggiante Siren, dove subito la voce nasale della Heldal ci cattura in atmosfere prog rock sconfinate. Riff di chiarra e assoli distorti mettono da parte il folk degli esordi ma senza troppa convizione. Segue Coulda Been Sound nella quale si ritrova un po’ della Heldal del passato. Voce eterea e sfuggente ma usata come uno strumento musicale. Monica Heldal appare tutt’uno con la sua musica, “And I always try / The fear still gets me in a fallen state / People always try to say hello / But I don’t l look back, no I don’t look back / Oh it coulda been sound“. Il singolo Jimmy Got Home è un affascinante e poetica canzone che racchiude l’anima dell’album. Migliora ascolto dopo ascolto, lasciandosi dietro un senso di libertà, “Call a spirit, through the thunder and raging storms / Jimmy is fearless / And I watched the thunder in your eyes they performed / Call a spirit / The ones who come from the skies above / The ones who comes from the skies above“. È il turno dell’imponente title track The One In The Sun (Tinka), nove minuti e mezzo di ritmi prog alternati a melodie delicate e sognanti. Monica Heldal ha l’occasione di mettere in mostra tutto il suo potenziale e le sue capacità di musicista. Una ballata folk tanto semplice quanto bella è la successiva For Saviours. Si sente tutta l’influenza della musica americana ma gli archi danno una veste più europea a questa canzone. Un ottimo mix che ne fa una delle canzoni più orecchiabili di questo album. Warrior Child è oscura e carica di mistero. Sembra di vedere le selvaggie praterie del nord america e sentire il vento che le attraversa. La Heldal dà un’importanza fondamentale alla musica, mettendola in primo piano al di sopra di voce e parole. Broken è un altro pezzo delicato e sognante, pizzicato dalla sua inimitabile voce. Un’altra bella canzone che riesce a non scadere in qualcosa di già sentito. Con The Riverbank si precipita in un blues rock trascinante. Una scossa dal torpore dei brani predenti che ci riporta sulla terra. La Heldal dimostra di non sfigurare affatto, riusciendo a non rinunciare del tutto alla melodia, affidandosi alla sua chiarra. Lovers & Life & The Stars è un altra canzone che ricalca alla perfezione le atmosfere di questo album. Lunga, rilassata e intensa. Monica Heldal dà il meglio di sé senza mostrare il minimo segno di debolezza lungo tutti i sei minuti. Ancora un po’ di folk americano con la misteriosa Ravensdale. La chitarra comanda il passo di questa lenta cavalcata, tra luci e ombre, notte e giorno. Semplicemente affascinante. Non si può non chiudere con un addio, Actual Farewell. Una Monica Heldal in gran forma che sa essere epica ma senza esagerare. Una capacità che appartiene a pochi.

The One In The Sun è un album ambizioso. Imponente nella sua forma e dimensione (dura poco meno di un’ora), dove ogni canzone sembra non trovare fine. Insieme definiscono un unico flusso, costante e coeso che viaggia lento e sinuoso. Un album tutt’altro che immediato ma più sono gli ascolti e più prende forma un piccolo capolavoro. Monica Heldal dimostra di essere anche un’abile chitarrista oltre che cantautrice, rivelando di più di quello che Boy From The North ha saputo trasmettere. Qui sotto una version live di Ravensdale ma è stato difficile scegliere. L’invito è dunque quello di ascoltare l’album per intero e aspettare che cresca dentro di voi, ascolto dopo ascolto.

Una creatura sconosciuta

Ci sono poche certezze nella vita. Una di queste potrebbe essere Laura Marling. Il suo ultimo album, Short Movie, è dello scorso anno ed è finito dritto tra i miei preferiti ma ho alcuni arretrati da recuperare. Qualcuno potrebbe chiedersi: ma perchè non ti ascolti subito tutti gli album invece di aspettare un anno tra un album e l’altro? Quattro anni, per l’esattezza. Quattro anni per ascoltare quattro album. Il motivo è che mi piace dedicare del tempo alla musica e ascoltare un’intera discografia in un sol boccone mi toglie l’appetito. E poi non faccio apposta ad aspettare un anno. Succede e basta. Fu così che nel 2013 iniziai il mio viaggio alla scoperta di Laura Marling, giunto oggi al suo terzo capitolo, ovvero A Creature I Don’t Know del 2011.

Laura Marling
Laura Marling

Si comincia con la travolgente The Muse. Su un sottofondo dai ritmi jazz, la Marling trova vie di fuga da un folk che gli va un po’ stretto. La cantautrice inglese scioglie il ghiaccio e richiama a sè l’attenzione, “He wrote me a letter / Saying he would love me better / When my poor sons begetter the rules / Spoke of love like hunger / He at once was younger, younger, ever younger, in my hunger for a muse“. Un ritono alle origini con la poetica I Was Just A Card. Una Marling in gran forma che mette in scena tutto il suo talento nell’interpretazione e nella scrittura. Affascinante, “I was just a card, caught up in the stars, / Looking down to Mars. / You know, you know / I know, I know something / About you that you don’t want me to know“. Don’t Ask me Why rientra nei rangi delle sue malinconiche ballate. La voce tira i fili di una trama leggera ma intensa. L’ennesimo gioiellino di quest’artista straordinaria. Da ascoltare, “I took the wind from the sea / I took the blood from an arrow / I took the wisdom of spring / And I was thrown and blown and tossed and turned until / Time found its hand and called an end“. Segue a ruota la bella Salinas. Un crescendo di parole e musica nel quale la nostra Laura si muove sicura. Un’altra canzone forte, dai tratti epici, sporcata dalle chitarre elettriche, “I am from Salinas / Where the women go forever / And they never ever stop to ask why / My mother was a saviour / Of six foot of bad behaviour / Long blonde curly hair down to her thigh“. Riflessiva e interiore, The Beast, che finisce però per esplodere, quasi fosse un destino inevitabile. Oscura e senza scampo, una fuga in un bosco di notte. Da brividi, “I suggest that you be grateful / That it’s your blood on my hands / And assume yourself weaker, the fall of man / And look out for the beast / Tonight he lies with me / Tonight he lies with me / And here comes the beast“. Si può stare tranquilli con Night After Night. Laura sembra sussurrarci all’orecchio una confidenza. Siamo tu per tu con lei, una voce in splendida forma e una chitarra. Non serve altro, “Dear lover forsaken / Our love is taken away / You were my speaker / My innocence keeper / I don’t / Night after night, day after day / Would you watch my body weaken, / My mind drift away?“. My Friends è una altra canzone nel perfetto stile Marling. Un finale luminoso e ricco di archi, spazza via i nuvoloni neri che si sono formati sulle nostre teste con le canzoni precedenti, “I’m full of guilt / I am full of guilt / You’re very tall, you’re very handsome / You have it all, your skin smells like man“. La buona Laura ci ricasca con una ballata solitaria e malinconica ma è con canzoni come queste che ci si innamora di lei. Dimostra di aver talento da vendere e, cara Laura, lo sappiamo bene che ne hai, “The first deal’s the hardest I’m sure / Where our shadows come to the shore / Know that it’s you and I till the end / And all I want from life is to / Hold your hand“. Sophia inizia come le altre. Un po’ triste, un po’ malinconica, un po’ così. Poi i ritmi si alzano, risplendono i colori portati dalle chitarre e le parole escono a raffica. Un colpo di coda inatteso e piacevole, “Sometimes I sit, sometimes I stare / Sometimes they look and sometimes I don’t care / Rarely I weep, sometimes I must / I’m wounded by dust“. Un finale migliore ci non poteva essere. All My Rage è un folk trascinante e corale, nel quale risplende la personalità della sua interprente e autrice. Un brano liberatorio, “Now all my rage been gone / Now all my rage been gone / I’d leave my rage to the sea and the sun / I’d leave my rage to the sea and the sun“.

A Creature I Don’t Know è un album nel quale si intravede la Laura Marling che verrà. Un album intenso ma spesso introverso. La cantautrice inglese ha sempre quell’espressione un po’ imbronciata che non a tutti può piacere ma la sua musica va oltre ogni giudizio personale. Forse solo tra un anno mi ritroverò ad ascoltare il successivo Once I Was An Eagle, cosiderato il suo capolavoro. Non oso immaginare cosa ci troverò dentro, considerato cosa c’è in A Creature I Don’t Know. Vorrei ascoltarlo subito ma non voglio rovinare l’attesa. Ma non c’è attesa più piacevole se si ascolta Laura Marling. Fatelo anche voi, se non l’avete ancora fatto. È più di un consiglio.