Ma come fanno i marinai…

Kelly Oliver è stata tra le prime cantautrici con le quali mi sono avvicinato alla musica folk, anche quello tradizionale. Dopo il suo esordio This Land (Adamantina) nel 2014 e il successivo Bedlam (Perdere la testa), il nuovo album, intitolato Botany Bay, vede la cantautrice inglese alle prese con il folk tradizionale. Un disco composto da dieci brani tratti dalla tradizione, in particolare quelli legati alla sua contea di Hertfordshire, molti dei quali raccolti da Lucy Etheldred Broadwood (1858 – 1929), fondatrice della Folk Song Society. Botany Bay è quindi doppiamente interessante per me, perché si tratta comunque del nuovo album di Kelly Oliver, che è tra le cantautrici folk che preferisco, e un album di folk tradizionale che è un territorio musicale nel quale c’è sempre qualcosa da scoprire.

Kelly Oliver
Kelly Oliver

The Miser & His Daughter apre l’album. Racconta la storia di una ragazza che si innamora di un giovane marinaio. Il padre, nella canzone è l’avaro, fa imbarcare il ragazzo su una nave per separarlo dalla figlia. Ci sono tutte le caratteristiche della musica della Oliver che dà nuova vita alla tradizione, “It’s of an old miser in London did dwell, / Who had but one daughter that a sailor loved well. / And when this old miser was out of the way / She was courting her sailor by night and by day“. Segue la title track Botany Bay che racconta il triste destino dei condannati in esilio sulle coste australiane, spesso anche per reati di poco conto. Qui troviamo il suono del banjo e dell’armonica a bocca in primo piano. Trees They Do Grow High è probabilmente la canzone più bella di questo album. Racconta la storia di un matrimonio che finisce con la morte prematura del giovane marito e padre. L’interpretazione di Kelly Oliver, così addolorata, è perfetta e la musica essenziale lo è altrettanto, accompagnandola per oltre sei minuti, “At the age of sixteen he was a married man, / And at the age of seventeen he was a father to a son, / And at the age of eighteen the grass grow over him, / Cruel death soon put an end to his growing“. The Bold Fisherman riporta un po’ di allegria con la storia di una donna che scambia un nobile per un pescatore. Il ricco signore, nonostante lo scambio persona poco lusinghiero, decide comunque si sposare la ragazza. In Dark Eyed Sailor si racconta di due innamorati rimasti a lungo separati che inizialmente non si riconoscono. Lo stile è quello della Oliver dei precedenti due album ed è perfetto per la canzone, “It’s of a comely young lady fair / Was walking out for to take the air. / She met a sailor all on her way; / So I paid attention, to hear what they did say“. The Bramble Briar una vera e propria murder ballad dove due fratelli uccidono l’amante della sorella. La musica è carica di tensione mistero con la voce della Oliver che avanza furtiva, “In Bruton town there lived a farmer, / Who had two sons and a daughter dear. / By day and night they were contriving / To fill their parents’ heart with fear“. In Lady Margaret si racconta la storia di Lady Margaret, appunto, e del suo promesso sposo William che finirà per sposare un’altra donna. La donna morirà di crepacuore, come spesso succede nelle ballate folk, per poi tornare come fantasma e tormentare il traditore. Solo voce per questa canzone che si sorregge su un effetto di echi molto moderno, che sembra uscito direttamente dall’ultimo Bon Iver. Un tocco di modernità davvero ben riuscito. Curioso anche il caso di Cuckoo’s Nest. Il tema della canzone è piuttosto evidente leggendo il testo originale e Kelly Oliver decide di eliminare l’ultima strofa che racconta la definitiva sottomissione di una donna alle richieste dell’uomo. Un altro modo di rendere moderna una canzone tradizionale in modo intelligente, “Some like a girl who is pretty in the face, / And some like a girl who is slender in the waist. / But give me a girl that will wriggle and will twist: / At the bottom of the belly lies the cuckoo’s nest“. Caroline & Her Young Sailor Bold è un’ altra storia d’amore, questa volta a lieto fine. La giovane Caroline lascia tutto per partire per mare con il suo amato marinaio. Kelly Oliver sfodera tutta la sua voce, seguita dalla band che rende questa canzone una delle più orecchiabili e trascinanti di Botany Bay, “It’s of a rich nobleman’s daughter, / So comely and handsome we are told. / Her parents possessed a large fortune / Of forty-five thousand in gold. / This noble man had but one daughter, / Caroline was her name we are told. / One day from her drawing-room window, / She admires the young sailor bold“. Chiude l’album Died Of Love dove una donna viene abbandonata dall’uomo che la messa incinta. Lei distrutta dal dolore vorrebbe morire e lasciare il suo figlio all’uomo. Ancora una ballata triste come molte altra ballate della tradizione inglese.

Botany Bay racchiude tutta la storia e la magia del folk tradizionale, rinnovando questi aspetti con un piglio fresco ed un accompagnamento musicale ricco e potente. Kelly Oliver con la sua voce cristallina per dare forma ad ogni brano, interpretando in maniera impeccabile i sentimenti che ognuno di essi porta con sé. Questo dimostra un rispetto sincero del loro significato e del periodo storico dal quale provengono. C’è anche voglia di sperimentare ma soprattutto di diffondere alle nuove generazioni il patrimonio folk inglese. Sono sicuro che Kelly Oliver saprà trarre nuova ispirazione per i suoi futuri inediti da un album come Botany Bay, che segna un altro passo in avanti nella crescita di quest’artista. Come è successo per me, potrebbe succedere anche a voi di avvicinarvi al folk tradizionale grazie a Kelly Oliver e a questo album.

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Tra terra e acqua

Il mese di settembre si è rivelato ricco di tante nuove uscite, in particolare album d’esordio ai quali, come questo blog può testimoniare, non posso resistere. Se aggiungete il fatto che l’album in questione lo aspettavo da almeno due anni, allora niente e nessuno poteva tenermi lontano da questo Namer Of Clouds. L’album segue l’ottimo EP Tide & Time (Prossima fermata) del 2016, che vedeva la giovane cantautrice inglese Kitty Macfarlane debuttare con cinque canzoni tra cover e originali. Anche per lei è arrivato il momento di misurarsi con un album e ritagliarsi un posto nel panorama sconfinato del folk inglese e non solo. Le premesse per riuscirci non le mancavano già allora ma dopo due anni, Kitty Macfarlane, non ha potuto che migliorare.

Kitty Macfarlane
Kitty Macfarlane

Starling Song ci introduce delicatamente nello scenario costiero che definisce l’atmosfera dell’album. Un brano introduttivo di poco più di due minuti, guidato dalla voce unica della Macfarlane. I suoni della natura, soprattutto il canto degli storni, si mescolano alla musica appena accennata. La title track Namer Of Clouds si ispira alla vita di Luke Howard che nell’800 classificò i vari tipi di nuvole, dandogli i nomi che ancora oggi vengono usati. Kitty Macfarlane fa notare la straordinaria capacità di quest’uomo di dare un nome a qualcosa di così sfuggente e mutevole. La successiva Seventeen è una riflessione personale sul tempo che passa. Un tema caro a questa cantautrice che in questa occasione dà riprova di abilità e talento, con un folk moderno e delicato. Sea Silk ci porta qui in Italia, più precisamente in Sardegna. Chi parla, in italiano, all’inizio del brano, è Chiara Vigo, maestra nella tessitura del bisso. Kitty Macfarlane esce dalla sua terra e racchiude in una canzone tutto lo splendore dorato di questa speciale seta prodotta da un raro mollusco. Un’arte millenaria che sta scomparendo e come spesso succede chi non è italiano riesce ad apprezzarla più di quanto noi italiani sappiamo fare. Morgan’s Pantry è una canzone tradizionale che racconta la leggenda secondo la quale degli spiriti, usciti da una cascata, condurrebbero alla morte gli sventurati marinai di passaggio lungo il Canale di Bristol. Il canto della Macfarlane è carico di mistero ed emerge dal suono continuo dell’acqua, che scompare, come le onde del mare, nel finale. Una canzone interpretata in maniera moderna ed originale. Glass Eel usa l’immagine della migrazione delle anguille per raccontare un’altra migrazione, quella degli uomini oltre i confini delle loro terre. Kitty Macfarlane fa quello che deve fare un buon cantautore folk, raccontare il presente attraverso il passato, le radici dell’uomo e la sua natura. Così come succede in Wrecking Days già ascoltata nel precedente EP, ma qui riproposta in una versione nuova. L’aggiunta del suono della chitarra elettrica le conferisce una nuova forma ma non ne intacca la sostanza. Dawn & Dark si affida a sonorità più folk e tradizionali per creare una sorta di ninnananna che richiama sempre il tema del tempo. Ancora una volta al centro c’è la voce della Macfarlane che incanta con il suo vibrato e il timbro morbido. Frozen Charlotte è una triste canzone tradizionale nella quale una giovane donna che muore letteralmente di freddo a bordo di una carrozza. Il suo promesso sposo, sconvolto, morirà di crepacuore, seguendola così nella tomba. Man, Friendship è una delle più belle canzoni. In questo brano è più evidente il sentimento ambientalista che muove questo album. Il legame tra folk e rispetto per la terra si rinnova anche nelle nuove generazione di cantautori. Chiude l’album Inversnaid è ispirata da una poesia omonima di Gerard Manley Hopkins. Un ode alla natura selvaggia e al dovere dell’uomo di preservarla. Una poesia del 1881 ma dal tema più che attuale.

Namer Of Clouds va ad aggiungersi alla lunga lista di esordi di quest’anno, eccellendo per la qualità dei testi e nelle sue scelte stilistiche. Come avevo già avuto modo di notare al tempo dell’uscita di Tide & Time, Kitty Macfarlane si rivela essere una cantautrice abile ed ispirata. Ogni piccola emozione, un suono, una storia diventano i grandi temi delle sue canzoni. La scelta musicale di alcuni di questi è funzionale al messaggio stesso, è parte della scenografia di un album che segna una tappa importante delle sua carriera. Kitty Macfarlane vuole essere prima di tutto una cantautrice, il folk con le sue trame fungono da mezzo per il suo messaggio. Un messaggio giovane, semplice ed ambientalista che auspica un futuro migliore ripartendo dal passato.

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Il nome di un fiore

Il suo EP del 2015 intitolato The Tides, da un paio di anni fa parte della mia collezione ma per qualche motivo non è mai comparso su questo blog. Forse l’ho semplicemente messo da parte in attesa dell’album, che è prontamente uscito la scorsa settimana ed è intitolato Azalea. L’album di debutto della cantautrice americana, di stanza a Nashville, Lydia Luce non si allontana dalle sonorità del folk americano del suo EP ma riserva delle sorprese. Non riponevo grandi aspettative in Azalea, ma non posso fare a meno di continuare con la discografia di un’artista agli esordi, ed ecco quindi che sono incappato in uno degli album più sorprendenti dell’anno. Sì, Lydia Luce mi ha colto alla sprovvista come non succedeva da un po’ di tempo. Ed è una bella sensazione.

Lydia Luce
Lydia Luce

Helen apre l’album introducendoci nella musica melodiosa della Luce e il suono della sua viola. La sua voce è come uno strumento che va a mescolarsi all’accompagnamento di archi. Sarà una delle caratteristiche principali di questo album. La successiva Like You Do è una malinconica canzone dai tratti delicati. Come in precedenza, Lydia Luce dosa con attenzione la voce, creando contrasti in bilico sulle note della musica, “But I am always reminded of you / When the birds are singing / They don’t sing like you do / Oh I, get lost in my thoughts of you / When the moon is glistening / It don’t shine like you do“. In Tangerine calano le luci della sera, componendo un brano più scuro e profondo. La voce della Luce si fa meno luminosa. Un altro brano di grande impatto, ben scritto ed interpretato. Where I Lay vira verso un folk che prende qualche spunto dal country, abbandonando per un attimo il suono degli archi. Lydia Luce continua però a tenere alto il livello dell’album con un’altra canzone di ottima fattura. Tra le canzoni che preferisco c’è sicuramente la splendida Sausalito malinconica canzone con una splendida melodia. Qui si può notare tutto il talento, non solo come cantautrice ma anche come musicista della Luce. Ancora una volta musica e voce si fondono alla perfezione. Da ascoltare. La title track Azalea si avventura in territori pop rock. Non a caso è stata scelta come singolo di punta dell’album. Posto proprio a metà di esso, offre una variante al mood principale. Una scelta azzeccata nella quale Lydia Luce dimostra di trovarsi comunque a suo agio anche con uno stile differente dalle altre canzoni. More Than Heartbreak ritorna su melodie delicate e nostalgiche. Gli echi country delle chitarre si possono cogliere in una musica che si ispira ad un pop d’autore, sorretta da un testo anch’esso ispirato, “Oh, I don’t know what it takes to fall / How to fall off but I’ll give it a try / Why can’t I sit idly by / ‘Cause it’s more than heartbreak this time / I’ll give it time“. My Heart In Mind conferma le atmosfere malinconiche dell’album, dove ancora in suono della viola prevale sugli altri strumenti e divenendone una sua caratteristica costante e gradita. Covered Up è un’altra variazione sul tema principale. Qui più che la melodia, ha prendere il sopravvento è il ritmo. Un bel ritornello, orecchiabile, rende questa canzone una delle più immediate dell’album. Scende la sera con Strawberry Moon. Di nuovo la musica si affida al suono della viola riproponendo le sonorità di questo album, sempre con grande sensibilità e talento, “I go swimming, drown out all the noise / I float in solitude, staying is by choice / Well there are times that I’m longin’ for you / But you’re unattainable and no one else will do / No, no one else will do“. Chiude l’album una bellissima versione strumentale di Sausalito. Non semplicemente una versione “solo musica”. La voce di Lydia Luce lascia il posto al suono caldo e avvolgente della sua viola. Il risultato è davvero notevole. Un gioiellino da ascoltare.

Azalea è un album, come ho già scritto, sorprendente. Lydia Luce ha fatto grandi passi in avanti come cantautrice, riuscendo a far convivere, in modo armonioso, il suono della viola con le sue canzoni. Ogni brano è parte di un insieme ben concepito e frutto di un lavoro ispirato. Si respira aria di libertà e malinconia ma senza un sentimento di tristezza così marcato da non lasciare alcuna speranza. Azalea è un ottimo esempio di come una musicista riesca ad essere efficace sia con il suo strumento, sia con la voce che con la scrittura. Lydia Luce propone una visione differente del folk americano, inserendo elementi di estrazione più classica ma non escludendo variazioni rock e pop. Un debutto eccellente per ispirazione, esecuzione e talento.

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La prima stella della sera

Last.fm afferma che tra i brani più ascoltati, in assoluto, della mia collezione compare, inaspettatamente, il brano Miller Tae My Trade. Chissà quante altre volte l’ho ascoltato con il mio vecchio e fedele lettore mp3. Ma purtroppo lui non tiene il conto. A cantare questa canzone è la scozzese Hannah Rarity nel suo EP di esordio intitolato appunto Beginnings (La lista dei desideri). Dopo due anni è arrivato anche per lei il momento di misurarsi con un album, ed ecco qui Neath The Gloaming Star pubblicato lo scorso due settembre. Tra materiale originale, cover e canzoni tradizionali la voce di Hannah Rarity si mette alla prova in uno dei debutti folk più interessanti di quest’anno.

Hannah Rarity
Hannah Rarity

The Moon Shined On My Bed Last Night, una canzone tradizionale nella versione di Jeannie Robertson, apre l’album. Subito possiamo apprezzare tutta la delicatezza della voce della Rarity e un accompagnamento impeccabile, “For the moon shined on my bed last night, / No rest I could not find, / For thinking on the bonnie boy, / The boy I left behind. / If he were here that I love dear / I’d go to my bed and sleep, / But instead of sleep, all night I weep / And mony’s the tear I shed“. Wander Through This Land è il primo dei brani originali e ci fa scoprire tutto il suo talento anche come cantautrice. Tutta la canzone, dal testo alla musica, va ad incastrarsi perfettamente nelle atmosfere e nello stile dell’album, “Time may be all we have to spend / What we leave behind, we can find anywhere we go, / If you take my hand, / We’ll wander through this land forever“. Land O’ The Leal è una canzone che prende il testo da una poesia omonima di Lady Carolina Nairne vissuta a tra il XVIII e il XIX secolo in Scozia. Una delle più belle canzoni di questo album, “I’m wearin’ awa’ Jean, / Like snaw-wreaths in thaw, Jean, / I’m wearin’ awa’ tae the land o’ the leal / There’s nae sorrow there, Jean, / There’s neither cauld nor care, Jean, / The day is aye fair in the land o’ the leal“. Neath The Gloamin’ Star At E’en dà il titolo all’album ed è una canzone folk tradizionale nella versione di Tony Cuffe. Una canzone triste e delicata della quale apprezzare la scelta musicale che dà al brano un’aura di sogno, “Why should I seek for riches when toilin’ at the ploo? / There’s flooers intae the peasant’s path a King might stoop to pull, / For yonder comes ma lassie in beauty like a Queen, / An’ I’ll clasp her tae ma bosom ‘neath the gloamin’ star at e’en“. La successiva Wasting Time è un’altra canzone originale della Rarity. Qui si sceglie un approccio più vicino al folk contemporaneo, reso gentile e magnificamente nostalgico dalla sua voce, “Empty room, things unsaid, / Drowning in the stillness, / We’re ships in the night, sinking in / Journey over long before it could begin“. Da una poesia di Violet Jacob, che dedicò al figlio morto in guerra, nasce questa Hallowe’en. Il testo triste e musicale si accompagna perfettamente con la voce melodiosa della Rarity. Una canzone di eccezionale sensibilità e poesia, “The tattie-liftin’s nearly through, / They’re plooin’ whaur the barley grew / And efter dark roond ilka stack / You’ll see the horsemen stand and crack / O Lachlan, but I mind on you“. Where Are You (Tonight I Wonder​)​? già presente nel suo EP, è una bella cover dell’originale di Andy M. Stewart. Hannah Rarity con la sua voce incanta chi ascolta e scalda anche i cuori più freddi, “The view from my window is a world full of strangers, / The face in my mirror is the one face I know / You have taken all from me, so my heart is in no danger, / My heart’s in no danger, but I’d still like to know“. A partire dal titolo, Alison Cross, non può che trattarsi di streghe. Un tema ricorrente nelle canzoni che già incontrato. Una strega, necessariamente brutta, lancia un incantesimo su un uomo che rifiuta di essere il suo amante, “It fell upon last Hallowe’en / When the seely coort cam riding by / The queen’s lichtit doon on a gowany bank / Nae far fae the tree whaur I did lie“. Braw Sailin’ On the Sea è un’altra canzone della tradizione scozzese. Una canzone che parla d’amore, triste come buona parte delle ballate scozzesi, “And it’s braw sailin’ on the sea / When wind and weather’s fair / Oh it’s better tae be in my love’s airms, / O gin I were there“. Erin Go Bragh ha origini nella tradizione irlandese. Questa versione di Dick Gaughan era già stata pubblicata nel precedente EP. Hannah Rarity ne offre un’interpretazione intensa ma comunque cristallina come la sua voce, “Ma name’s Duncan Campbell fae the shire o’ Argyll, / I’ve traivelled this country for mony’s a mile, / I’ve traivelled through Ireland, Scotland an aa, / An the name I go under is Erin-go-Bragh“. La conclusiva Rose O’ Summerlee è una bellissima canzone scritta da Davy Steele e dedicata ai suoi genitori. Qui la Rarity dimostra appieno le sue doti vocali e la sua naturalezza nel canto, “O a’ the flooers that grow around, / However colourful they be, / They’re pit tae shame when ma Maggie blooms, / She’s the rose o’ Summerlee“.

Neath The Gloaming Star è un album che rinnova tutta la bellezza della tradizione scozzese, e non solo, attraverso la meravigliosa voce di Hannah Rarity e della musica che crea intorno a lei sempre la giusta atmosfera. Oggi, per mille motivi, si sta perdendo la capacità di apprezzare questo genere di canto, a favore di qualcosa di più immediato e orecchiabile. Ma a mio parere è un degli aspetti più belli della musica quello di riuscire ad apprezzare ciò che ha appassionato e affascinato le generazioni prima di noi. Finché ci saranno giovani come Hannah Rarity, c’è la speranza di veder rinnovata questa magia. Neath The Gloaming Star è un album che consiglio perché riesce a coniugare tradizione e folk contemporaneo, rappresentando al meglio questa nuova generazione di cantautori.

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Cacciatore e preda

Rosso. Sembra non poter rinunciare a questo colore. Anna Calvi torna prepotentemente in scena dopo cinque anni dall’ultimo One Breath. Cinque anni passati a rincorrere un’ispirazione tanto intensa quanto tormentata. Un percorso personale che la portata a dare alla luce, quest’anno, il suo terzo album, intitolato Hunter. Quello che è rimasto in questi cinque anni è sicuramente il colore rosso. Ogni suo album ha un richiamo a colore del sangue, della passione, della vita. Non si può mai sapere cosa aspettarsi da questa cantautrice inglese che, con la sua chitarra e quella voce magnetica e sensuale, ha saputo conquistare nel corso degli anni, sia la critica che il pubblico. Compreso me, come ho più volte sottolineato in questo blog.

Anna Calvi
Anna Calvi

As A Man apre l’album anticipando il fil rouge che lega le sue canzoni. Un primo ritorno alle sonorità dell’esordio, dove protagonista resta il suono della chitarra elettrica. La Calvi usa la voce come uno strumento dalla quale emerge una certa urgenza artistica, “If I was a man in all but my body / Oh would I now understand you completely / If I was a man in all but my body / If I was walking and talking / As a man“. La title track Hunter è l’emblema di questo album. Ritmi lenti e voce sensuale, svelano una Calvi più libera che in passato. Il singolo è accompagnato da un video dai contenuti piuttosto espliciti, contenuti, peraltro, alla base del album, “I dressed myself in leather / With flowers in my hair / The red light of the window / Nothing can compare / One more taste / One more time / One more time / I open the door wide / I wanted to survive / Nothing lasts / Nothing lasts“. La successiva Don’t Beat The Girl Out Of My Boy convoglia più chiaramente il messaggio della Calvi. Lo scambio dei ruoli, uomo-donna, maschio-femmina come fondamento della libertà sia sessuale che espressiva, “You’re so fine / There’s no words, just you and I / So wild / Like the darkest waves at night / I shout out let us be us / Don’t beat the girl / Out of my boy / Don’t beat the girl / Out of my boy / Don’t beat the girl / Out of my boy“. Indies Or Paradise il brano più ambizioso dell’album. Teatrale e animalesco, nel quale Anna Calvi canta sussurrando nervosamente, tra distorti assoli di chitarra e un celestiale ritornello. Un ritorno in gran forma, non c’è dubbio, “God? / Crawl down, down on my knees / Crawling through the trees, like an animal / I taste taste taste of the dirt / Taste the dirt of us / God I feel the rain rain rain on my back / Crawling through the trees, like an animal / I go…“. Swimming Pool ci riporta a quell’elegante e passionale musicalità per la quale la Calvi si è fatta apprezzare in passato. Un accompagnamento orchestrale dall’incedere lento e costante, luci notturne sulla superficie dell’acqua. Da ascoltare, “Shadows of light / Shadows divide on the earth / Come down to the swimming pool / Down we will dive / Down to the night of the earth / Come down to the swimming pool“. Alpha vuole ribaltare il concetto di maschio alfa. Qui la donna, o la parte maschile di essa, a dominare e dividere. Il potere è nelle sue mani. Tra più o meno espliciti riferimenti sessuali e sospiri, Anna Calvi si fa strada prepotentemente nella parte più animale di ognuno di noi, “The lights are on, the radio is on / My body is still on / The lights are on, the radio is on / My body is still on / Electrified / I wanna know if I can satisfy / I wanna know if I can pacify / I wanna know“. Chain contiene chiari riferimenti ad una relazione omosessuale dove, ancora una volta, i ruoli si scambiano. La voce selvaggia della Calvi è rapita da un turbinio di chitarre, a sottolineare una liberatoria promiscuità, “I’ll be the boy / You be the girl / I’ll be the girl / You be the boy / I’ll be the boy / (Wonderful feeling) / Ch-ch-chain me / Ch-ch-chain me / Ch-ch-chain me / Ch-ch-chain me“. Wish è una cavalcata rock, sensuale e, a tratti celestiale. Un saliscendi di emozioni, guidate da una Calvi a briglie sciolte, ancora una volta libera da qualsiasi vincolo, chiudendo con un assolo la tempesta sollevata da questo album, “I got one more wish before I die / So please don’t you stop me / No don’t you stop me / I got one more wish before I die / So please don’t you stop me / No don’t you stop me“. Si sa che dopo la tempesta arriva la quiete e questa inizia con Away. Anna Calvi si spoglia di qualsiasi accompagnamento musicale e, sola con la sua chitarra, dimostra di non aver bisogno di altro che il suo talento, “You know I ask no more of it all / You know I ask no more of it all / You know I ask no more of it / You know I ask, just take it all / And I will blow it away / Away, away, away, away, away“. Sulla sua scia, si arriva alla conclusiva Eden. Una delle più bella canzoni di questa artista, a mio papere. Quasi in contrasto con il resto dell’album, è un elegante poesia in musica. Speranza e solitudine si mescolano ed esprimono il lato debole dell’animo umano. Anna Calvi in precedenza ha espresso forza e sicurezza ma qui si rivela delicata e fragile più che mai, “I tell a lie / On your bed so small / With your heroes on the wall / In the fading light / Through the window I see / All your poplar trees“.

Come spesso succede in casi di questo tipo, ci si è soffermati troppo sul lato sessuale ed esplicito dell’album che al suo percorso all’interno di esso. Hunter si potrebbe definire un concept album dove i riferimenti alla cultura gender e le allusioni piuttosto esplicite al sesso ne sono solo una parte. Hunter è un percorso, prima di tutto mentale, affrontato dalla Calvi stessa, perennemente in bilico tra fragilità e forza. In questi cinque anni la cantautrice inglese ha affrontato il suo animo diviso, trovando così la sua strada. La sua strada è nessuna strada, è un indeterminato percorso, qui espresso attraverso la confusione tra ciò che è considerato maschile e femminile. Hunter è un album fatto di passione, insicurezza e sudore, dove il sangue, rosso, pulsa nelle vene significando vita e istinto animale. Hunter è meno celebrale e più selvaggio del suo predecessore ed eguaglia per eleganza e forza, l’esordio omonimo della cantautrice. Un album che si propone come uno dei migliori di questo 2018.

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Il cielo è in fiamme

Tra le uscite di quest’estate, che ormai si prepara a lasciare il posto all’autunno, c’è ne stata un che ha catturato la mia attenzione anche grazie ad alcune recensioni positive. I mesi più caldi dell’anno non sono certo il periodo più prolifico in termini di nuove uscite e quindi trovare un album nuovo sotto l’ombrellone è sempre un piacere. Uscito lo scorso luglio, And The Sky Caught Fire della cantautrice americana Nichole Wagner, faceva proprio in caso mio. Sonorità che viaggiano dal country all’americana e un po’ di folk a stelle e strisce sono più che sufficienti per premere play e godersi in tutta tranquillità un debutto interessante.

Nichole Wagner
Nichole Wagner

Winner Take All apre l’album facendo subito presa con le consolidate trame del folk americano. Parole, immagini e una storia da raccontare, su un sottofondo blues che tocca le corde giuste, “I watched you roll another cigarette / You just laughed, said they hadn’t killed you yet / Here we are, with the night closing in / On a place we could have called home / Way back when“. Sfumature country rock con l’esplosiva Dynamite. Una canzone dove la vita, il lavoro e la terra danno forma all’uomo che ne resta legato per sempre. Nichole Wagner dimostra talento nella scrittura, accompagnandola con una musica accattivante, “Initiate. Detonate. Blow it up. Walk away. / It’s easier to just cut and run / But I’m my mother’s only son / I got dynamite in my blood / I got dynamite in my blood“. Le ballate non mancano e Yellow Butterfly è una di queste. Un brano delicato che svela una Wagner più intima e sentimentale. Un’ottima interpretazione ed un accompagnamento essenziale e moderno, “I wish that I could hold you and keep you safe / But I might crush you and then you couldn’t fly away / My yellow butterfly“. A partire dal titolo, Rules Of Baseball, rivela un testo curioso ed originale. Un’amore finito, paragonato ad una partita persa di baseball. Un punto di vista interessante, spiegato in un trascinante ritmo country, “And I’d explain the rules of baseball / But we both know you don’t care / Add it to the list of all the things we don’t share / Days are getting shorter, the summer is almost through / The most important rule of baseball: / There’s no crying when you lose“. The Last Time sprofonda invece in un’atmosfera più scura e triste. Una chitarra appena accennata accompagna la voce della Wagner, che rivela un’altra sua sfumatura. Un procedere lento che sfocia in un finale rock liberatorio, “I feel storm clouds forming, the air is heavy / There’s your eyes / Lightning flashed, your words are thunder / No surprise / I sip my coffee in the empty silence / It’s hard to breathe / Keep my fear from raining down / Until you leave“. This Kind Of Love è un brillante country dallo stampo classico. Un’altra storia d’amore finita, un altro dolore da affrontare ma la vita va avanti, sembra volerci dire Nichole, “Maybe this is over / No hanging on to the past / Maybe this kind of love, no it wasn’t meant to last / We should have seen it coming / Now the die is cast / Maybe this kind of love wasn’t meant to last“. La successiva Let Me Know mette da parte la tristezza per lasciare spazio ai buoni sentimenti. Una canzone luminosa e orecchiabile, con un testo leggero ma non banale, “Painted you from memory, your blue eyes shining like the sea / When the light hits your face just right / And in your hair a touch of grey just like the sky was that day / The first time, we said goodbye“. Fires Of Pompeii (We Should Walk Away) è una canzone d’amore, che vede la partecipazione di Rod Picott. Un country elegante e notturno a due voci che segna uno dei punti più alti di questo album, “There’s a million reasons this should work / Unless we’re buried in ashes / You’re not him and I can’t replace her / There’s a likelihood we’ll both get hurt / There’s a likelihood we’ll both get burned / We should walk away / We should walk away“. Reconsider Me è una cover dell’originale di Warren Zevon del 1987. Una bella ballata d’amore in una versione più country di quella di Zevon, “When you’re all alone / And you need someone / Telephone, I’ll come running / Reconsider me / Reconsider me / If the past / Still makes you doubt / Darlin’, that was then / And this is now / Reconsider me / Reconsider me“. L’album si conclude con Spark & Gasoline, un’altra canzone che parla d’amore, questa volta volta non c’è traccia di tristezza e tutto va per il verso giusto, “You and me babe, we’ll continue to sing / Our songs are different but they mean the same thing / We never thought we could go this far / Sometimes love is just a shooting star“.

And The Sky Caught Fire è un album di debutto che nasconde al suo interno canzoni che offrono spunti interessanti. Nichole Wagner si distingue per il suo songwriting onesto e poco ruffiano. L’impressione è che questa cantautrice dia importanza alle parole più di alcune sue colleghe, e questo fa ben sperare per il suo futuro. And The Sky Caught Fire ha superato le mie personali aspettative, soprattutto dopo ripetuti ascolti. Nessun brano è così orecchiabile da stancare né troppo difficile da ricordare, e questo dà all’album la caratteristica di essere, in qualche modo, sempre nuovo ad ogni ascolto ma con qualcosa di famigliare nelle sue note. Sì, è questo che mi piace di questo genere di musica. Sai sempre cosa aspettarti ma ti sorprende ogni volta e non sai perché.

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Portami al mare

La musica di Danielle Lewis è andata in crescendo anno dopo anno come testimoniano gli EP pubblicati negli anni passati. L’ultimo capitolo della carriera della cantautrice gallese è stato pubblicato lo scorso 6 Luglio ed è intitolato Live Forever. Si potrebbe considerare una sorta di mini album essendo infatti composto da sette canzoni e lascia presagire l’arrivo, in futuro, dell’album d’esordio. Un indizio in tale direzione è sicuramente il cambio netto di sonorità con il passato. L’unica costante è la voce melodiosa e angelica di Danielle Lewis che in questa occasione si presta ad atmosfere più cupe e notturne ma sopratutto più marcatamente pop.

Danielle Lewis
Danielle Lewis

La traccia di apertura Lead Me To The Sea è un indie pop pulsante, dove la voce della Lewis cerca di emergere sopra il beat. La musica è accattivante e richiama gli anni ’80 ma la voce resta ancorata a qualcosa di più melodico ed in sostanza è questo il filo che lega le canzoni dell’EP. Hollywood Sunshine è tra le canzoni che preferisco. Enigmatica ed affascinante, ha qualcosa di magico. Un contrasto tra i toni scuri della musica e la voce eterea e luminosa della Lewis. Da ascoltare. La successiva Pin Up Lady fa affidamento al talento della cantautrice gallese. Un ritornello con un effetto ritardato nella voce offre nuovi spunti alla sua musica. Un pop fresco ma non scontato, con una vena di tristezza. The Ace Of Hearts ricalca lo stile pop elettronico degli ultimi anni aggiungendoci però la variante del canto melodico. Danielle Lewis riesce, in questo, brano a coniugare due mondi (solo) apparentemente distanti. La title track Live Forever ribadisce una volta per tutte questa volontà. Qui si vanno a toccare vette che si potrebbero definire musica celestiale. Danielle non è nuova ad usare la sua voce in questo modo e anche questa volta ci riesce perfettamente anche con un accompagnamento più moderno. Only Lust ricorda per atmosfere e poesia la musica dei London Grammar, esponenti di spicco del nuovo pop alternativo. Danielle Lewis riesce però spingere di più sulla melodia guadagnandoci in eleganza. La conclusiva Wasted è la canzone più eterea dell’EP. Un paio di minuti nel quale si confermano le doti vocali della Lewis che, praticamente sola, conduce il brano. Un canto pulito e sicuro che le parole non possono descrivere più di quanto fatto finora.

In Live Forever il pop solare degli esordi lascia spazio a sonorità più oscure ed elettroniche. La scelta pone Danielle Lewis nel flusso del pop elettronico alternativo nel quale però riesce ad emergere grazie alla sua eccezionale voce. Se da una parte la musica strizza l’occhio al pop mainstream, dall’altra l’impostazione vocale più classica e melodica fa da contrasto. Questo garantisce alla Lewis con Live Forever di distinguersi dalla grande quantità di artisti pop che ci provano con l’elettronica. Non so se questo sarà il sound di Danielle Lewis per il prossimo futuro o se si tratta solo di un interessante esperimento ma di sicuro c’è solo l’innegabile talento di questa cantautrice che cresce, artisticamente, ogni volta che ascolto una sua nuova uscita. Non è una cosa da poco e soprattutto ci vuole coraggio per saper cambiare.

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