Portami al mare

La musica di Danielle Lewis è andata in crescendo anno dopo anno come testimoniano gli EP pubblicati negli anni passati. L’ultimo capitolo della carriera della cantautrice gallese è stato pubblicato lo scorso 6 Luglio ed è intitolato Live Forever. Si potrebbe considerare una sorta di mini album essendo infatti composto da sette canzoni e lascia presagire l’arrivo, in futuro, dell’album d’esordio. Un indizio in tale direzione è sicuramente il cambio netto di sonorità con il passato. L’unica costante è la voce melodiosa e angelica di Danielle Lewis che in questa occasione si presta ad atmosfere più cupe e notturne ma sopratutto più marcatamente pop.

Danielle Lewis
Danielle Lewis

La traccia di apertura Lead Me To The Sea è un indie pop pulsante, dove la voce della Lewis cerca di emergere sopra il beat. La musica è accattivante e richiama gli anni ’80 ma la voce resta ancorata a qualcosa di più melodico ed in sostanza è questo il filo che lega le canzoni dell’EP. Hollywood Sunshine è tra le canzoni che preferisco. Enigmatica ed affascinante, ha qualcosa di magico. Un contrasto tra i toni scuri della musica e la voce eterea e luminosa della Lewis. Da ascoltare. La successiva Pin Up Lady fa affidamento al talento della cantautrice gallese. Un ritornello con un effetto ritardato nella voce offre nuovi spunti alla sua musica. Un pop fresco ma non scontato, con una vena di tristezza. The Ace Of Hearts ricalca lo stile pop elettronico degli ultimi anni aggiungendoci però la variante del canto melodico. Danielle Lewis riesce, in questo, brano a coniugare due mondi (solo) apparentemente distanti. La title track Live Forever ribadisce una volta per tutte questa volontà. Qui si vanno a toccare vette che si potrebbero definire musica celestiale. Danielle non è nuova ad usare la sua voce in questo modo e anche questa volta ci riesce perfettamente anche con un accompagnamento più moderno. Only Lust ricorda per atmosfere e poesia la musica dei London Grammar, esponenti di spicco del nuovo pop alternativo. Danielle Lewis riesce però spingere di più sulla melodia guadagnandoci in eleganza. La conclusiva Wasted è la canzone più eterea dell’EP. Un paio di minuti nel quale si confermano le doti vocali della Lewis che, praticamente sola, conduce il brano. Un canto pulito e sicuro che le parole non possono descrivere più di quanto fatto finora.

In Live Forever il pop solare degli esordi lascia spazio a sonorità più oscure ed elettroniche. La scelta pone Danielle Lewis nel flusso del pop elettronico alternativo nel quale però riesce ad emergere grazie alla sua eccezionale voce. Se da una parte la musica strizza l’occhio al pop mainstream, dall’altra l’impostazione vocale più classica e melodica fa da contrasto. Questo garantisce alla Lewis con Live Forever di distinguersi dalla grande quantità di artisti pop che ci provano con l’elettronica. Non so se questo sarà il sound di Danielle Lewis per il prossimo futuro o se si tratta solo di un interessante esperimento ma di sicuro c’è solo l’innegabile talento di questa cantautrice che cresce, artisticamente, ogni volta che ascolto una sua nuova uscita. Non è una cosa da poco e soprattutto ci vuole coraggio per saper cambiare.

Sito Ufficiale / Facebook / Twitter / Instagram / YouTube / Bandcamp

Annunci

Gli alberi di ferro non si piegano nella brezza

Poco più di tre anni fa pubblicai la recensione dell’album For The Weary Traveller (Il viaggio, il fiume e la bestia), esordio della giovane cantautrice neozelandese Holly Arrowsmith e da allora, quell’album, l’ho riascoltato spesso e volentieri. Alla notizia dell’uscita del nuovo A Dawn I Remember ho subito pensato se avrei ritrovato le stesse atmosfere. Se allora la copertina era rivelatrice di ciò che nascondeva, quella del nuovo album non è da meno. Holly Arrowsmith, pensierosa, è seduta sul divano imbracciando la chitarra. Il tutto in una penombra confortevole. Ebbene anche questa volta la copertina svela il contenuto di questo disco e prepara l’ascoltatore ad uno degli album più riflessivi e profondi di quest’anno.

Holly Arrowsmith
Holly Arrowsmith

The Gardener riprende il filo del discorso con il precedente lavoro. Voce e chitarra bastano alla Arrowsmith per creare un brano profondamente malinconico ma che non sconfina mai nella stucchevole banalità, “As I pull weeds / Well I wonder / Is it right to tear out life? / But I suppose all die to give another / The sacred breath / The holy light / In us all / In us all“. Winter Moon è un’altra canzone delicata e carica di immagini metaforiche. La voce della Arrowsmith è sempre un tocco delicato che tratteggia le parole su uno sfondo notturno. C’è tristezza ma anche speranza, “She marches with a silver shield / Her heart a brazen fire of gold / And though to me she’s still a child / She is a woman all the more“. La successiva Farewell è, come da titolo, una canzone d’addio alla natura, alla vita semplice, a favore di quel bosco di acciaio e cemento chiamato città. Una canzone che dimostra il talento di cantautrice, a partire dal testo, “See I’m going to a forest / Where the river’s black with sin / And iron trees don’t bend in the breeze / Gonna play my guitar there / Will you welcome me in? / Or spit me out again?“. Love Together è un raggio di sole che filtra in quella stanza buia in copertina. L’amore è più importante di ogni altra cosa materiale e dà la forza di affrontare le difficoltà della vita. Non è un argomento nuovo per una canzone ma la Arrowsmith l’affronta con grande sensibilità ed ispirazione, “People will talk you know / I hear them say / What’s she doing / She’s too young / Married at twenty / Give or take / But I do know how to love / Oh isn’t that enough? / Seems to work for us“. A View From Above si affida, in modo più marcato, alla tradizione americana. Una canzone dal significato criptico dove le parole si susseguono dando forma ad immagini commoventi. Basta davvero poco a questa cantautrice per provocare un brivido, “Navigate my way / Through the mountains / Through the haze / Feeling far away / So very far / Float above it all / Everything’s so small / Clouds I could fall through / A river fall into / A river fall into“. Every Kingdom una delle canzoni più belle di questo album. Una riflessione sulle difficoltà di essere distanti e sull’ineluttabile fine delle cose, anche le più belle. Un accompagnamento, che ricorda Laura Marling, è il perfetto contorno ad un testo poetico e delicato, “Though the space in between now / Seems to far to reach / At times I’ve imagined / A bridge in between / And If I could be water / That’s what I would be / Stretch my arms out to reach / Both shores beyond me“. Crying Woman nasce dall’immagine di una donna che sta piangendo, che si sta liberando di un peso. Holly Arrowsmith torna a calcare le melodie dell’album d’esordio, dimostrando di aver mantenuto intatto il suo talento, “I am sitting on a plane / The woman next to me / Pretends she’s looking out the window / Down on a Southern scene / Trembling against the glass / I imagine all her tears / Falling to water the valley / Should I console her / Or leave her there?“. Con Autumn, la Arrowsmith abbraccia sonorità più contemporanee e usa l’autunno come metafora del tempo. Una canzone malinconica quanto il resto del album ma musicalmente diversa, “Autumn she brings about changes / And all of these changes / I must learn to embrace / ‘Cos I cannot turn the gold back to green / I cannot halt time or decay / No I cannot halt time or decay“. L’ultimo brano intitolato Slow Train Creek è una canzone di solitudine e di tranquillità dove emerge tutta la poesia nella voce melodiosa della cantautrice neozelandese. Un piccolo gioiello sotto ogni aspetto, “All is not well in this world we’re living in / But it all seems so right / Up here in the mountain glen / All is not well in this world we’re living in / But everything’s alright up here in the mountain glen“.

A Dawn I Remember è un album che prosegue sulla stessa strada del precedente For The Weary Traveller. Diversamente da quest’ultimo, un album dove il tema principale poteva essere il viaggio, A Dawn I Remember esprime la necessità di fermarsi e riflettere. In questi momenti emergono i pensieri più profondi significativi, che ci portano riposte e anche domande. Holly Arrowsmith dà prova di non voler accattivarsi la simpatia di nessuno scegliendo di rendere la sua musica più allegra o orecchiabile. Questa cantautrice ha scelto invece di scrivere canzoni per racchiudere e conservare per sempre un’emozione, una sensazione e volerla trasmetterla al fortunato ascoltatore che sceglie di abbracciare la sua musica. Ascolto dopo ascolto A Dawn I Remember riesce a sorprendere per la sua poesia e sensibilità davvero non comuni. Inutile aggiungere che A Dawn I Remember è un album da ascoltare tutto d’un fiato, magari accompagnandolo con il suo predecessore.

Sito Ufficiale / Facebook / Instagram / YouTube / Bandcamp

Welch la Rossa e la speranza

Il loro ultimo How Big, How Blue, How Beautiful era stato uno dei migliori album del 2015. I Florence + The Machine quest’anno sono tornati con un nuovo lavoro intitolato High As Hope. Niente più bianco e nero in copertina e lo sguardo di Florence Welch è un più sereno ma non troppo. Tutto lascia presagire che le atmosfere di questo album saranno diverse dal suo predecessore. Quarto disco per il gruppo britannico, capitanato da un ormai iconica Florence Welch e da Isabella “Machine” Summers, che ha segnato come pochi altri il panorama musicale degli ultimi dieci anni. Le aspettativa per un nuovo album sono sempre alte quando si parla di questa band e High As Hope non fa eccezione considerando l’ottimo successo del capitolo precedente. Ebbene, non resta che ascoltarlo, sapendo che mi stupirò una volta di più della voce di questa ragazza.

Florence Welch
Florence Welch

Si inizia con la poetica June. Un classico brano dei Florence + The Machine, dove la voce della Welch regge il timone della canzone. Lentamente si sale di tono, sfociando nella consueta epicità della band. Cos’altro chiedere? “I hear your heart beating in your chest / The world slows till there’s nothing left / Skyscrapers look on like great, unblinking giants / In those heavy days in June / When love became an act of defiance“. Il singolo Hunger è funziona come un orologio. Tutto procede nella direzione giusta. Positività e un pizzico di malinconia sono gli ingredienti di questo album e questo brano ne incarna al meglio le caratteristiche, “At seventeen, I started to starve myself / I thought that love was a kind of emptiness / And at least I understood then the hunger I felt / And I didn’t have to call it loneliness“. South London Forever una riflessione sulla vita, potente e lucente. Florence Welch dismette per un attimo i panni di cantautrice poliedrica per rifugiarsi in quelli più intimi e personali. Il risultato è come sempre ottimo, “And we’re just children wanting children of our own / I want a space to watch things grow / But did I dream too big? / Do I have to let it go? / What if one day there is no such thing as snow? / Oh God, what do I know?“. Il brano più interessante, perché differente dal resto dell’album, è senza dubbio Big God. La musica lascia spazio a tutta la forza espressiva della Welch. Tutta la forza e il tormento dell’amore emergono dal suo canto libero. Da ascoltare, “You need a big god / Big enough to hold your love / You need a big god / Big enough to fill you up“. Sky Full Of Song riprende le prime sonorità del gruppo. Melodie sognanti e tristemente dolci prendono forma poco a poco, trasmettendo un senso di beatitudine non affatto facile da evocare, “Grab me by my ankles, I’ve been flying for too long / I couldn’t hide from the thunder in a sky full of song / And I want you so badly but you could be anyone / I couldn’t hide from the thunder in a sky full of song“. La successiva Grace è guidata dal suono di un pianoforte e vede la Welch elevarsi al livello di cantante confidenziale, senza rinunciare alla distintiva potenza della sua voce, “I’m sorry I ruined your birthday you had turned 18 / And the sunshine hit me and I was behaving strangely / All the walls were melting and there were mermaids everywhere / Hearts flew from my hands and I could see people’s feelings“. Patricia ricalca ancora le sonorità del passato della band. Tanta energia e un ritornello orecchiabile, marchio di fabbrica inconfondibile. Florence Welch dimostra di non aver perso affatto lo smalto qualche hanno fa, “Drink too much coffee and think of you often / In a city where reality has long been forgotten / Are you afraid? ‘Cause I’m terrified / But you remind me that it’s such a wonderful thing to love“. 100 Years è un magnetico pezzo pop dove la voce della Welch guida le danze. Il resto della band la segue ma appare evanescente, in secondo piano, come spesso è accaduto in questo album, “Then it’s just too much, I cannot get you close enough / A hundred arms, a hundred years, you can always find me here / And lord, don’t let me break this, let me hold it lightly / Give me arms to pray with instead of ones that hold too tightly“. The End Of Love è una ballata accompagnata dalle note del pianoforte. Il coro nel ritornello è pura energia, esaltazione di un brano pop di razza, “And in a moment of joy and fury I threw myself / In the balcony like my grandmother so many years before me / I’ve always been in love with you / Could you tell it from the moment that I met you?“. La conclusiva No Choir cattura l’attenzione con il suo inizio a cappella per poi lasciarsi andare ad un sound leggero e sognante. Il canto potente della Welch da corpo ad una musica impalpabile, “There will be no grand choirs to sing / No chorus could come in / About two people sitting doing nothing / But I must confess / I did it all for myself / I gathered you here / To hide from some vast unnameable fear“.

Con High As Hope i Florence + The Machine non si prendono il rischio di alzare ulteriormente l’asticella della loro carriera. Danno una mano di colore al suo monocromatico predecessore e rispolverano, in parte, il sound degli esordi. Florence Welch si prende la scena, come sempre, ma questa volta non è lei a prevalere sulla band. Piuttosto è “la macchina” ha fare un passo indietro, lasciando che la carismatica rossa si possa muovere liberamente. High As Hope è in definitiva un album che soddisfa le attese ma che lascia intendere la volontà di non forzare troppo la mano come successe con Ceremonials nel 2011. Florence Welch si riconferma una delle donne più carismatiche e di talento del scena musicale internazionale e questo album dimostra che non ha bisogno di un accompagnamento epico per emergere. High As Hope non ferma i Florence + The Machine e rilancia la sfida per il prossimo futuro.

Sito Ufficiale / Facebook / Twitter / Instagram / YouTube

L’alba del buio

Dopo aver ascoltato un paio di anni fa il suo EP Black Bird, ero curioso di sentire Tori Forsyth nel suo primo album. Lo scorso maggio è uscito Dawn Of The Dark composto da dodici brani che rappresentano per la cantautrice australiana l’inizio di una nuova avventura. Il titolo scelto la dice lunga su quello che troveremo in questo album ma la Forsyth riesce comunque a riservare qualche sorpresa. Il suo è perlopiù alternative country, con qualche spunto blues e rock, che strizza l’occhio a tutto quello che si trova al di là dell’oceano Pacifico. Per me basta e avanza questo per tornare finalmente ad ascoltare Tori Forsyth, potendola apprezzare alle prese con un LP.

Tori Forsyth
Tori Forsyth

L’apertura è affidata al singolo Grave Robber’s Daughter che si apre sulle note di un banjo. La voce della Forsyth graffiante e imbronciata è il tratto più distintivo della sua musica. Un inizio che cattura l’attenzione. La successiva Broken Machine è una bella ballata country. Le atmosfere rilassate e malinconiche evocate da questo brano racchiudono il mood dell’album. I richiami al passato sono inevitabili ma Tori Forsyth si smarca bene. Un piglio più pop si può ascoltare in Snow White. L’effetto della musica avvolgente e solare è smorzato dalla apparenze indolenza della cantautrice australiana. Un ascolto piacevole ben calibrato tra musica e parole. Vira verso un country rock con Redemption. Il ritmo di alza e le chitarre si fanno sentire, la voce della Forsyth è ancora più graffiante. Una canzone orecchiabile e accattivante. Più sentimentale Heart’s On The Ground che gioca sporco puntando dritto al cuore. Un country perfetto in ogni sua parte arricchito da un violino che si ricollega alla tradizione americana. Non si chiede niente di meglio. Anche la successiva Fiddle non è da meno. Qui vince la forza vocale delle Forsyth che tiene le redini del brano per buona parte della sua durata. A farla da padrona sono ancora i sentimenti. In The Morning è l’altra canzone scelta come singolo. Cattura subito fin dalle prime battute, sviluppandosi poi in un rock imbronciato. Tori Forsyth spazia con la voce, trovandosi sempre a proprio agio e dimostrando sicurezza. Hell’s Lullaby rallenta la corsa dell’album, facendo sprofondare l’ascoltatore in questa ninnananna scura e solitaria. Un accompagnamento di archi dà profondità a tutto il brano, mescolandosi alla voce. Doti vocali messe in risalto da War Zone, con un intro da brividi che si sviluppa in un vibrante country. Una delle migliori canzoni dell’album nella quale la cantautrice australiana esprime al meglio il suo talento. Ma tra le mie preferite non può mancare Violet Town. Bella e malinconica ballata country che si rifà alle sonorità dei grandi del passato. La voce della Forsyth si fa più morbida mantenendo però quel qualcosa in più che la caratterizza. La successiva White Noise ci riporta in un’atmosfera tesa e vagamente blues. Tori Forsyth appare ancora svogliata fino ad esplodere in un rock dove le chitarre si scatenano. Si chiude con un’altra ballata intitolata King Horses. Un saliscendi di emozioni, nel quale il ritornello è piuttosto orecchiabile. Un ottimo bilanciamento in una delle canzoni più originali di questo album.

Senza ombra di dubbio Dawn Of The Dark è un esordio di tutto rispetto. Tra richiami alla tradizione country americana, variazioni rock e spruzzate di pop, Tori Forsyth si muove con sicurezza senza lasciar intendere di essere al primo album. Questa cantautrice non ha proprio nulla da invidiare ad altre colleghe ben più note di lei. La sua voce è il suo punto di forza, usata sempre con attenzione, senza forzature. Rispetto ad suo EP d’esordio, Tori Forsyth ha fatto ben più di un passo in avanti, confezionando un album dove ogni traccia è parte di un insieme più ampio, di un’idea. Un album non troppo pensante ma nemmeno leggero che lascia intravedere molto chiaramente tutte le potenzialità di questa artista.

Sito Ufficiale / Facebook / Twitter / Instagram

Le ultime luci della sera

Ora che le giornate estive sono più lunghe e la sera scende lentamente è bene accompagnarla con della musica appropriata. Arriva giusto in tempo tra nella mia collezione un album uscito lo scorso Aprile. El Coyote è l’album omonimo di una band canadese capitanata da tre ragazze, Angela Desveaux, Katie Moore e Michelle Tompkins. La scorsa settimana ho pubblicato la recensione dell’ultimo album di Erin Rae ed è proprio lei che ho risentito nelle canzoni di El Coyote. Fin dalle prime note ho capito che questo era uno di quegli album che avrebbe necessitato qualche ascolto in più del normale per essere apprezzato al meglio. A mio parere questo è un pregio per un album, sempre.

El Coyote
El Coyote

L’album si apre con la bella Come Around che subito ci porta nelle rilassanti atmosfere della loro musica. Un mix di voci e un accompagnamento essenziale ma ricco sono la ricetta di questo gruppo, “But you’re always going and darling you don’t stop. / We all need some time and a moment to figure it out. / Getting lost in a daydream. Awake and wandering around / See I know you’ll come around when you want to“. Tra le mie preferite c’è sicuramente Only Temporary, una riflessione sulla precarietà della vita e sulle cose belle che ci riserva. Tutto è così leggero e confortevole, ogni nota e ogni parola sono al posto giusto, “They’ll be no talk of wasted time, / no talk behind our backs, / The plans we had and lovers at hand, a place they’ll all soon have. / It’s only part of living life, / And soon you’ll be freed of, / The good, the bad, the nothing at all, / Embrace the ones you love, / ‘cause they’re only temporary too“. Vale lo stesso per la successiva By The Gate. Una triste canzone d’amore che affonda a piene mani nella tradizione americana, deliziandoci con la sua delicatezza, “How long must I wait, how long til I hear back from you? / Too late to save face, in their whispers I hear the word “fool.” / Days flow, the rains fall, can’t make out one drop from another / Oh as I wait for my falsehearted lover“. Lighten Up Diane è un invito ha prenderla alla leggera. Una ballata dalle distese sonorità country che ci culla dolcemente con l’intento di scacciare qualche pensiero di troppo, “Lighten up you say. Have a drink on me, / Come on, lighten up Diane. / And as the jukebox plays and the lovers sway / It’s here I realize you don’t give a damn“. Another Day è ancora una riflessione sulla vita e sul tempo che passa. El Coyote mantengono lo stesso passo, come in una lenta danza che allevia il peso di un’altra giornata, “Another day later / Of a life to refine / To all that is real / Leave the lusting behind / And soon we will find / A beauty so rare / A truth that is learned / Oh, it’s just another day“. La successiva Tip Jar alza il ritmo ed è ancora un invito a godersi la vita. Queste ragazze e la loro band fanno un ottimo lavoro e sfornano una delle canzoni più orecchiabili di questo album, “But if I don’t wake up tomorrow promise me that you’ll / Go collect my last paycheque, get it signed over to you / Empty out the tip jar, tie one on real wide / Drink to life and living, like it’s your last night alive“. Time Will Tell è un’incantevole ballata country che evoca un’atmosfera fraterna e l’amore per le piccole cose della vita. Dopotutto è il tema ricorrente di questo album, “Round tables and table wine / Fiery faces on a starry night / The break of laughter on the long drive / There’s always someone there to remind“. Leaving Thunder è ancora una ballata in perfetto stile americano ma con un sottile fascino pop. Come nelle altre canzoni, le belle melodie e le voci si confermano il punto di forza di questa band, “Thought I found a place / A place where everything was so right / A quick escape from routine life / Thought I found the man / The one who’d make everything right / So I could slow down my stride“. In Satellite Lost ritroviamo la serenità della sera, in una ballata solitaria e malinconica. Un gioiellino per purezza e semplicità, “You’re no alone, not in the dark, / glossy smiles reflect a glow. / That’s how you know it’ll be all right, / cause we’re all lost in the night“. L’album termina con Begin Again che vira verso un sommesso folk rock che invita a ricominciare a vivere. Riassumendo, di fatto, il messaggio dell’intero album, che spegne così le ultime luci della sera, “Let your life do the leading / Give your memories away / Let the loss go on teaching you / Now’s the time to be in / Let’s begin again“.

Queste tre artiste hanno fatto bene a riunirsi per dare vita al progetto El Coyote. L’album è da ascoltare tutto d’un fiato mentre si ozia piacevolmente. Lasciarsi trasportare dalle melodie delle chitarre acustiche e dalle irresistibili pennellate del suono di una pedal steel, è quanto serve per godersi appieno le sue canzoni. Questa band ha fatto un album nel quale non ci sono particolari cambi di ritmo o velocità ma dove tutto procede serenamente e in modo prevedibile. Sì, è un album prevedibile ma proprio per questo rassicurante o, per meglio dire, confortevole. Insomma qualche che sia stata la vostra giornata, entusiasmante, noiosa o pesante, è bene passare dalle parti di El Coyote per passare anche solo pochi minuti in piacevole compagnia.

Sito Ufficiale / Facebook / Twitter / Instagram / Bandcamp

Nel grande schema

Il suo precedente album intitolato Soon Enough del 2015, mi ha accompagnato per diversi mesi con il suo sound americano sempre elegante e rassicurante. Erin Rae con la sua angelica voce è in grado di dare vita ad atmosfere eteree e sognanti, poggiate su emozioni più che concrete. Il nuovo album Putting On Airs pone la cantautrice americana verso una nuova direzione, iniziando dalla piccola ma significativa scelta di pubblicarlo sotto il nome di Erin Rae, rimuovendo quello della sua band The Meanwhiles. Che ci sia sotto la volontà di esprimere una musica più personale? Per scoprirlo non resta che ascoltare Putting On Airs.

Erin Rae
Erin Rae

Si inizia con Grand Scheme nella quale si intravede una nuova vena psych-rock, addolcita dalla voce morbida della Rae. Il grande schema di cui tutti facciamo parte è alla base di questa canzone che funziona un po’ con un’introduzione. La title track Putting On Airs si rifà ad un sound più vicino al classico folk americano. Un richiamo all’album d’esordio con contaminazioni anni ’60. Uno dei migliori brani dell’album. Si continua con la bella Bad Mind. Una canzone molto personale che si affida ad un accompagnamento essenziale per trasmettere un messaggio di accettazione della propria sessualità. La successiva Can’t Cut Loose è una canzone di più ampio respiro che si affida a sonorità indie, sempre smussate dalla voce inconfondibile della Rae. Il perfetto esempio della nuova direzione musicale intrapresa. Love Like Before è un’orecchiabile canzone dai ritmi del sud degli Stati Uniti. Erin Rea riesce sempre con la voce ad attirare l’attenzione ma senza mai prendere il sopravvento sulla musica, in questo caso piuttosto curata. June Bug è una canzone più marcatemene folk. Un folk moderno, contemporaneo, più vicino a quello europeo piuttosto che a quello americano. Mississipi Queen è una delle canzoni che preferisco di questo album. Un folk cantautorale, lento ma accattivante. Un accompagnamento ricco accende di colori questa canzone. Da ascoltare. Il vibrante indie rock di Like The First Time spezza la serenità apparente dell’album. Di fatto Erin Rae si accoda alla nuova ondata di cantautrici che si affida al suono della chitarra elettrica per esprimersi in nuove forme. The Real Thing invece è uno sguardo al passato. La cantautrice americana torna alle atmosfere dell’esordio cercando maggiore profondità musicale ed espressività. Anchor Me Down si fa strada con un accompagnamento sognante, dove la voce della Rae si muove sempre con eleganza e delicatezza. Un gioiellino di poesia e musica. Wild Blue Wind è un potente folk rock abbastanza inedito per la Rea. Tutto funziona a dovere, c’è il ritmo, c’è la melodia. Un brillante esempio della versatilità di questa artista che riesce a variare di genere senza snaturare la sua musica. Chiude l’album la breve Pretend. Una canzone semplice e melodica, che poggia sulla voce della Rae che vola leggere su un tappeto di suoni e sulla chitarra acustica.

Rispetto al suo predecessore, questo Putting On Airs vede Erin Rae alle prese con sé stessa più che in passato. Il risultato è un lento, ma progressivo, distaccamento dal folk americano e un avvicinamento ad un cantautorato folk più moderno e sperimentale. La ricerca di una maggiore espressività della cantautrice americana va oltre gli stili musicali, andando alla ricerca delle nuove forme del folk. Putting On Airs rappresenta, molto probabilmente, quello che viene definito un album di transizione. La strada tracciata con l’album dell’esordio prosegue ma la destinazione sembra essere differente. Erin Rae non vuole essere un’interprete di un genere musicale ma un’artista più completa che in questo album prova a staccarsi , senza strappi, alla tradizionale sound di Nashville.

Sito Ufficiale / Facebook / Twitter / Instagram / YouTube / Bandcamp

Des monstres se cachent

Sono passati tre anni dall’ultimo album, intitolato Roses, della cantautrice canadese Couer de pirate, il primo nel quale c’erano alcuni brani in lingua inglese. Una scelta probabilmente più commerciale che artistica la sua, che non si è ripetuta nel nuovo capitolo della sua discografia, en cas de tempête, ce jardin sera fermé. Béatrice Martin sceglie di cantare nella lingua che preferisce, il francese, con la quale ha dichiarato di avere un feeling maggiore. Si tratta del suo quarto album, uscito a dieci anni di distanza dal suo esordio, fatto di malinconiche ballate pop accompagnate al pianoforte. Questo album arriva dopo importati cambiamenti nella sua vita privata e sentimentale, segnando una tappa importante nella carriere della giovane pop star canadese.

Coeur de pirate
Coeur de pirate

Somnambule ci riporta di indietro ai suoi esordi. Un’eccezionale ballata al pianoforte, personale e triste. La voce emozionante e innocente della Martin, che è sempre un piacere ascoltare, scava profonda nell’animo di chi ascolta, “Et je suis somnambule, mon rêve devient silence et j’erre sans lui / Les doutes d’une incrédule se perdent dans la nuit / Et tout s’est décidé, je ne vis que d’idéaux, de mots cassés / Je tente d’être complétée, d’amour et d’inconnu“. Il singolo Prémonition è un ritorno ad un pop moderno e contemporaneo. Il talento della Martin di creare delle ottime canzoni pop, senza l’aiuto della lingua inglese, è indiscutibile, “Et quand le jour se lève / Je reviens vers toi / ce que je reconnais, ce n’est que vide en moi / d’abus, je vis d’erreurs / tes mots comme une loi / comme une prémonition / on ne changera pas“. La successiva Je Veux Rentrer è un intenso brano pop che fa leva sulla forza delle parole e delle immagini. Béatrice Martin si mette a nudo, svelando così i lati oscuri dell’amore, “Et j’ai voulu crier, m’emporter car je souffre quand tu es en moi / mais le doute se forme, m’emprisonne car je suis censée t’aimer / mais ce que je sais, c’est que je veux rentrer / ce que je sais, c’est que je veux rentrer“. Dans Le Bras De L’autre si ispira alle sonorità tipiche del pop di matrice francese, più vicine a quelle ascoltate nel suo secondo album, “J’étouffe et je sens / Mon corps défaillir / Je sais que la nuit achève notre idylle / Je prends mon courage / Et j’attends de faire / Ce qui reste secret“. In Combustible la cantautrice canadese affronta i suoi demoni in una delle migliori canzoni dell’album. Un pop cantautorale di razza dove un testo ispirato e una musica orecchiabile si fondono alla perfezione, “Mais je t’ai averti, des monstres se cachent / Au fond de mon cœur, qui se mue en moi / Mais libre d’esprit / En secret, je prie / Que mon double enfin ne se libère pas“. Dans La Nuit è un pop elettronico molto più vicino alle produzioni recenti della Martin. Il brano vede anche la partecipazione del rapper canadese LOUD che si inserisce in una strofa, “Les gens tournent autour de moi / Ne m’ont pas vue m’endormir / Au son des basses qui résonnent / Dans mon tout, mon être chavire / Les amours se rencontrent enfin / Alors qu’on me voit souffrir / Je rêve, je m’envole“. Amour D’un Soir ricalca ancora il sound delle ballate pop di Roses. La Martin affronta ancore le pene dell’amore con la consueta sensibilità ed eleganza, senza rinunciare all’orecchiabilità della musica pop, “Mais je te quitterai dans mes rêves / Tu me fais voir que tout s’arrête / Mais c’est ta lourdeur qui m’achève / Et ta passion rappelle la mort / Tu me fatigues, j’en viens à croire / Ce n’est qu’un amour d’un soir“. In Carte Blanche la Martin non risparmia le parole affrontando ancora i tormenti dell’amore. Un brano che richiama il pop anni ’80 e tutt’altro che leggero come può sembrare, “Et j’ai beau rêver, encore espérer / Je sais que je ne te changerai pas, tes conquêtes restent entre nos draps / Et usée, par nos souffles coupés / On n’aura jamais carte blanche et je planifie ma vengeance sur toi / Sur elles mais surtout toi / Oh sur toi, sur elles mais surtout toi“. Malade è un pop oscuro e notturno dove il dolore è il suo filo conduttore. Una delle migliori canzoni dell’album, che ne incarna lo spirito, “Alors j’en deviens malade / Si tu as mal j’aurai mal / Le sol se brisera sous tout ce qui nous reste / Le temps qui veut qu’on se laisse / Alors partage ta douleur / De tes blessures, je saignerai / Si nous devons garder un silence face au danger / Sans toi, je me vois couler“. Per chiudere il cerchio Couer de pirate torna al suo pianoforte De Honte Et De Pardon. Una ballata oscura ed elegante come solo lei sa fare, che vibra di emozioni. Un altro gioiellino di musica e parole, “Et si ce qu’on raconte est vrai, je compterai mes regrets alors que tu défiles / Mon corps de tes mensonges / Tes lèvres quittent les miennes, te rappelles-tu les siennes / Celles qui n’ont jamais pu énoncer ton nom / De honte et de pardon“.

In conclusione, en cas de tempête, ce jardin sera fermé, è l’album nel quale Couer de pirate affronta la tempesta del suo cuore, dando vita a dieci canzoni che sono le più autobiografiche dell’artista. Un album che racchiude dieci anni di canzoni, dove trovano spazio tutte le sonorità pop che hanno caratterizzato la discografia di Béatrice Martin. C’è il pianoforte, le ballate e il pop accattivante ma intelligente. C’è tutto ciò che rappresenta Couer de pirate. Se per alcuni la scelta rinnovata di usare solo la lingua francese può rappresentare un limite, la Martin dimostra ancora una volta che non è così. Il francese le permette di esprimersi al meglio ed renderla riconoscibile in un panorama, come quello del pop internazionale, troppo spesso dominato dalla lingua inglese. Così facendo rinnega in parte la scelta del precedente album, dimostrando allo stesso tempo di tenere più alle emozioni che al facile successo. en cas de tempête, ce jardin sera fermé è l’album più rappresentativo di Couer de pirate, un buon punto di partenza per conoscere la sua musica.

Sito Ufficiale / Facebook / Twitter / Instagram / Bandcamp