Dopo tutti questi anni

Ha aspettato troppo questo album prima di giungere alle mie orecchie. Savage On The Downhill è infatti del 2017 e da allora l’ho inseguito, girandoci attorno più volte ma quest’anno ho deciso finalmente di ascoltare questo album di Amber Cross. Questa cantautrice americana ha tutte le caratteristiche alle quali faccio fatica a resistere: voce da vera storyteller e musica semplice ma che va diritta al cuore. Non mi aspettavo altro ma è proprio in questi casi che le sorprese arrivano, con album recuperati in quella lista d’attesa infinita dentro la mia testa e dalla quale saltano fuori sempre cose buone.

Amber Cross
Amber Cross

Pack Of Lies apre l’album, avvicinandoci alla musica della Cross con una storia di menzogne e perdono. Fin da subito la sua voce tratteggia emozioni sincere che prendono vita grazie ad un country dallo stile impeccabile, “And I pray life is going to get easier / It won’t always be this hard / Through penitent tears I watch us fade / I never meant to do you wrong / Wish I could heal your breaking heart“. Eagle & Blue è una splendida ballata blues, velata di malinconia ma carica d’amore. Lo stile senza tempo della Cross è qualcosa di magico e perfetto, “You’d sing some say love is a flower / Some say love is a rose / If we give all we have to each other / Surely something might grow“. Tra le canzoni che preferisco di questo album, la title track Savage On The Downhill, è senza dubbio una delle migliori. Questa canzone pulsa di vita, attraversata da un’energia che sottintende una voglia di rivalsa, “I drop low into the canyon where you’re bound to be / Lying in the shadows, blending and unseen / You will know my heart and taste it’s ragged beat / When your beastly eyes set darkly upon me“. La successiva Leaving Again si affida a sonorità country nella sua forma più classica. Una storia da raccontare, una canzone da cantare, tanto basta a Amber Cross per incantare ancora, “Can I live with myself, his poor heart in my hands / I tell him I tried but he don’t understand / I know this is home but it don’t feel that way / He don’t want me to go but he drives me away“. Echoes dipinge un quadro familiare dove l’amore si è un po’ spento ma c’è speranza che tornerà. Un pezzo malinconico che ricorda lo stile di Margo Price, “Let’s go back to when you and I were young love / What’d we ever do to pass away the time / It had something to do with sunshine on a dew drowned meadow / Going walking and talking with the apple of my eye“. Trinity Gold Mine racchiude le sonorità dell’album. Amber Cross racconta una storia di emarginazione con profondo rispetto e una spiccata sensibilità. Da ascoltare, “I live out on the edge of town / Joe and I we settled down / With him I found a common ground / But no one knows about me / I guess I’m the quiet kind / The girls I like won’t give their time / They think I’m weird, they’re probably right / They don’t want to know about me“. Segue Tracey Jones, un gioiellino country che racconta la triste storia di questo ragazzo. La voce della Cross corre sul suono delle chitarre, svelando una delle ballate più belle di questo album, “Got a picture of the family when he was only three / The only one ever taken that included me / He was holding my hand standing next to his dad / On the day that he left us, that picture makes me sad“. Storms Of Scarcity è un’altra triste ballata triste, dove musica e voce compongono un sentimento di speranza. Tutto è al posto giusto al momento giusto, “Come sit by my side and wipe your weeping eyes / These hard times are more than I can bear / And here on the sand we’ll write our names inside this heart / Let the waves wash us away from here“. Paesaggi americani si dispiegano in One Last Look, evocati dalle parole della Cross e dalla musica della sua band. Un pezzo country vecchia scuola che si lascia sempre ascoltare volentieri, “These hills run deep into my bones, I know the secrets they keep / I know where the ancient souls lay wake beneath the trees / They turn around, they come and go, doing as they please / Stay with me everywhere I go, like a worn out melody“. Si chiude con Lone Freighters Wail, ballata dalle atmosfere notturne che conferma tutto il talento di questa cantautrice e ci lascia la voglia di riascoltare questo album ancora una volta.

Savage On The Downhill è un album per chi ama ascoltare quel country che racconta la vita, le sue difficoltà e le sue speranze. Si respira un’aria di familiarità, sincera che Amber Cross riesce ad interpretare sempre con passione ed energia. Questa cantautrice canta le sue esperienze e le storie che toccano le corde giuste di chi ascolta con un stile pulito e semplice, con la voce di chi ha alle spalle qualcosa che vale la pena raccontare. Savage On The Downhill è per chi ama il country folk, quello più sincero, e vuole credere, anche solo per un attimo che la redenzione è dietro l’angolo e c’è qualcuno che potrà cantarlo ancora una volta.

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Leggere fra le righe

Questo album, Somewhere Ride, con in copertina un baffuto ragazzo dai capelli lunghi, è stato nella mia wishlist per un bel po’ di tempo. Solo di recente sono tornato sulle tracce di Almighty American, moniker sotto il quale si nasconde il cantautore americano Michael Gay e la sua band. Il suo folk americano e la sua voce mi avevano conquistato subito, in particolare con la sua Bus Brakes. Questo Somewhere Ride è il suo album d’esordio, uscito nel 2017 anticipato dall’EP On The Edge di un paio di anni prima.

Almighty American
Almighty American

Si comincia con Dead Star, ballata country folk che richiama le sonorità più classiche di questo genere. Michael Gay con la sua voce ed un testo ricco di immagini ci svela il suo talento, supportato da una band di tutto rispetto. Tra le canzoni che preferisco di questo album c’è senza dubbio Bus Brakes. Un ritornello orecchiabile dove musica e parole si fondono alla perfezione, trascinando l’ascoltatore in quella meraviglia nella quale solo la musica ci può trascinare. The Only Eyes I Care About è probabilmente dedicata ad una persona speciale. Michael Gay riflette su sé stesso e sull’importanza di essere un artista in una delle canzoni più belle e personali di questo album. Reading Mind svolta verso un un folk rock dalla chiare sonorità americane. Ancora una volta questo cantautore riesce ad attirare l’attenzione di chi ascolta con il suo stile sincero e diretto che fa dell’immediatezza il suo punto di forza, in particolare in questa canzone. La successiva I Didn’t Know rallenta il ritmo essendo una ballata riflessiva e solitaria. Un vero e proprio gioiellino incastonato in questo album, che rende evidente il rispetto e la profonda ispirazione che Almighty American ha per i grandi cantautori della tradizione americana che lo hanno preceduto. In The Quiet è un’altra bella canzone sul desiderio di vivere in una felice tranquillità lontano da tutto. La voce di Michael Gay si fa più morbida che in precedenza, sottolineando questa profonda necessità di serenità. Law Of Club And Fang ricalca quanto fatto sentire finora, il suono della chitarra e la voce unica delineano il sound di questo cantautore. Così come succede nella bella Passing Time. Michael Gay si rifà uno stile vecchia scuola, giocando anche con la voce. La band si affida al suono familiare di una chitarra pedal steel che è sempre la benvenuta da queste parti. Si abbassano le luci e si fa spazio il folk rock scuro di Neon Catacombs. Una canzone per certi versi diversa del resto dell’album, più accattivante ma ugualmente sincera e personale, che ricorda un po’ un certo tipo di rock anni ’90. La conclusiva Wild, Young, Free affonda ancora di più in un’atmosfera malinconicamente rock. Almighty American confeziona una ballata solitaria e carica di rabbia e tristezza.

Somewhere Ride è un album brillante per la capacità di Michael Gay di trarre su si sé l’attenzione del ascoltatore mescolando testi personali a musiche facilmente riconducibili ad un certo tipo di cantautorato americano, e in questo la band ha un ruolo importante. Fa un certo effetto pensare che questo possa essere solo l’esordio di un cantautore, che dimostra di avere un certo carisma e talento nella scrittura. Sicuramente Somewhere Ride non è un album nato nel giro di poco tempo ma racchiude il lavoro di anni e che, viste le premesse, lascia presagire un interessante carriere per il progetto Almighty American. Per chi vuole ritrovare tutto il gusto del buon sound del folk americano questo album è perfetto per lo scopo.

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Vanità d’oro

Dopo l’ottimo esordio dello scorso anno intitolato Away From My Window (Una piccola parte), la giovane cantautrice scozzese Iona Fyfe ritorna con un EP nel quale si misura con qualcosa di diverso. Dark Turn Of Mind, uscito all’inizio di quest’anno, raccoglie sei ballate sia tradizionali che contemporanee, tutte reinterpretate con il suo stile delicato ed elegante. Questo EP va ad aggiungersi alla discografia di un’artista che, ha soli ventuno anni, ha dimostrato di essere già una folksinger di riconosciuto talento.

Iona Fyfe
Iona Fyfe

Apre l’EP la title track Dark Turn Of Mind, reinterpretazione dell’originale di Gillian Welch del 2011. Una canzone che, nella versione della Welch, risulta più oscura e dalla sonorità americane rispetto a quella della Fyfe, più triste e malinconica, “Take me and love me if you want me / Don’t ever treat me unkind / Cause I’ve had that trouble already / And it left me with a dark turn of mind“. La successiva Swing And Turn è una canzone appalachiana cantata da Jean Ritchie anche conosciuta anche come Swing And Turn (Jubilee). Immagini della vita nelle campagne americane, rivivono una seconda vita, con la gioiosa e giovane interpretazione della Fyfe, “The hardest work I ever done, / Workin’ on a farm, / Easiest work I ever done, / Swingin’ my true love’s arm / Swing and turn, Jubilee / Live and learn, Jubilee“. If I Go, I’m Goin è una cover dell’originale di Gregory Alan Isakov del 2009La versione di Iona Fyfe non si discosta molto da quella del cantautore americano, non fosse per un accompagnamento guidato dal suono del pianoforte che la rende ancor più delicata e magica, “This house, she’s holding secrets / I got my change behind the bed / In a coffee can, I throw my nickels in / Just in case I have to leave“. Con The Golden Vanity, Iona Fyfe ritorna al suo amore per le ballate scozzesi. Le prime tracce di questa canzone risalgano al 1685 ma si trovano anche al dì là dell’Oceano Atlantico e ha attraversato i secoli non senza trasformarsi. La storia della nave Golden Vanity e del suo sfortunato eroe, rinasce in una nuova versione in questo disco, “He bent to his breast and away swum he, / He swum and sunk the ship of the Spanish gallee / Some were playing cards and some were playing dice / And the boy he had an auger and he bore three holes at twice / Sailin’ on the low, the lowlands low / She sailed upon the lowlands low“. Si prosegue con la tradizione con Let Him Sink, questa volta americana ma di origine scozzese. Ripescata dalla stessa Fyfe in un immenso archivio di canzoni, è qui riarrangiata e riscritta splendidamente, “The last time I saw him / T’was in the shady grove / He tipped his hat so gently / An’ offered me a rose / He thought that I’d accept it / But he could plainly see / I had grown cold / Since he went back on me“. Chiude l’EP la bella Little Musgrave. Solo voce per la Fyfe che reinterpreta una ballata probabilmente di origine inglese ma diffusa anche in Scozia. Forse ispirata ad un vero fatto di sangue, come vuole la tradizione delle murder ballads, “Rise up rise up, Little Matty Groves / Rise up as quick as you can / It shalln’t be said in old Scotland / I slew a naked man, a man / I slew a naked man“.

Con Dark Turn Of Mind, Iona Fyfe sottolinea ancora una volta l’universalità delle canzoni folk, che viaggiano insieme agli uomini e le donne nel corso dei secoli, raggiungendo luoghi allora lontani come gli Stati Uniti, e contribuendo a plasmare la musica dei nostri giorni. Non a caso, questo disco, presenta brani molto più recenti, anzi contemporanei, ma che racchiudono uno spirito comune che viene da lontano. Iona Fyfe trasforma tutto ciò che tocca in eccezionali ballate, impreziosite dalla sua voce pulita ed educata. Dark Turn Of Mind è accompagnato anche un’attenta ricerca della stessa Fyfe che potete trovare qui, Dark Turn of Mind EP Liner Notes, che dà dimostrazione di professionalità e passione oltre che di puro e semplice talento.

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Se solo ci fosse un fiume

Prima che le nuove uscite di questo 2019 invadano il blog, è giusto dare spazio ad alcuni album che, per ragioni di tempo, sono rimasti fuori dalle recensioni dello scorso anno. Uno di questi è If Only There Was A River della cantautrice americana Anna St. Louis al suo debutto, dopo un mini album di otto tracce intitolato First Songs. I primi ascolti mi hanno fatto inquadrare la giovane Anna nella categoria delle cantautrici indie folk contemporanee ma c’era qualcosa di diverso nella sua musica. Solo i ripetuti ascolti hanno saputo svelare quel tanto che basta a renderla più interessante di altre sue colleghe.

Anna St. Louis
Anna St. Louis

L’album si apre con Water, un brano vagamente psichedelico guidato dal suono della chitarra. La voce melodiosa e pungente della St. Louis è ipnotica. C’è una sorta di tensione fragile durante tutta la sua durata. Davvero eccezionale, “How deep is the water? / You say, “It’s not” / How long is it flowing? / You say, “It’s gone” / I guess I dreamt / Slow traveling in times / I guess it was a / A picture in my mind“. Il singolo Understand mette in luce l’importanza del ritmo nella sua musica. Senza sacrificare la melodia e afferrando tutto quanto c’è di buono in un certo cantautorato femminile di oggi, Anna St. Louis si può permettere di rallentare il ritmo sensibilmente, creando un atmosfera sognante e smorzata, “The blue blouse that I wore / Hardly fits anymore / Understand you, I don’t understand / The heat that we both felt / Faded out like a cigarette / Understand it, I don’t understand“. La successiva The Bells è più marcatemene folk e strizza l’occhio anche al country. Una ballata dallo stampo classico ma impreziosita da trovate più moderne ed un finale brillante, “So long honey, baby / You can’t set me free / So you must be going / But our time was sweet / Oh, there’s nothing left to do / Oh, there’s nowhere to be / ‘Cause the shadow is moving / Right next to me“. Paradise è ancora una ballata, questa volta più essenziale e poetica, dove spicca il calore nella voce della St. Louis. Una canzone per sognatori, dove emerge una buona dose di malinconia, “Loads of people / In this old world / And they’re dreamin’ / Just like me / How the days / Roll into nights / And it’s still so / Hard to see / Where it’s gonna lead / Where it’s gonna lead / Where it’s gonna lead“. Daisy è una traccia quasi esclusivamente strumentale. Una musica ipnotica ci traghetta nella seconda metà dell’album. Desert viaggia lentamente, la voce della St. Louis appare distante. Le chitarre graffiano il denso tappeto sonoro in sottofondo, lasciando una sensazione di smarrimento,  “Nobody knows, nobody sees / That the back roads seem kinda wide / With the doves flowing round for miles / And the pilgrims are hoping to find / Their rivers had not run dry“. Tra le canzoni che preferisco c’è senza dubbio Hello. Faccio fatica a ricordare una canzone che riesca a mescolare ritmo e melodia in modo così perfetto. Le parole sono musica, sono ritmo. Da ascoltare, “And the dancing that you done / Oh, the dancing that you done / Oh, the dancing that you done / Oh, the dancing that you done / Has lost all its fun / Has lost all its fun“. Freedom apre verso un indie folk oscuro e minimale. Anna St. Louis si mantiene impassibile e continua ad usare la sua voce come un strumento musicale, senza fronzoli, stando attenta a mantenere sempre un ritmo lento e cadenzato, “Alone, alone / I walked alone / Alone, alone, alone / So why did you wait so long? / Why did you wait so long? / Oh, you’re right on my heels / And the sun’s in my eyes“. Lo stesso si può dire di Mean Love. Un delicata canzone d’amore, un po’ triste ma molto poetica e commovente. Questa cantautrice dà prova di talento anche nella scrittura e trovando nuovi spunti in un finale ancora una volta ipnotico e affascinante, “Well, I put on my dancing shoes / I got a right to / I got a right to / And I put on my favorite blues / I got a fire in me / I got a fire in me, too“. Wind si affida a qualcosa di più classico, un folk americano di vecchia scuola ma spogliato di qualsiasi cliché, rendendolo essenziale e moderno, “In the evergreens / I saw you roam / Like heaven / Descended down / You seemed to float / Beneath that western sky / On that strange night“. L’album si chiude con la title track If Only There Was A River nonché uno dei brani più belli di questo album. Una canzone che chiude idealmente il cerchio, una riflessione che incanta l’ascoltatore e lo trascina in questo fiume che scorre lento, “If only / There / Were a river / To drown out / My weeping / Cries / If only / There were a river / To drown out / My weeping / Cries“.

If Only There Was A River è un debutto che ricorda, per certi versi, altre due cantautrici come Angel Olsen o Molly Burch ma a differenza di loro Anna St. Louis riesce a mantenersi più fedele ad un certo tipo di folk americano, più classico e senza tempo. Quel tempo che in If Only There Was A River scorre lento e costante, scandito da un uso attento di ritmo e melodia. Non ci sono alti e bassi fatti per catturare l’orecchio di chi ascolta. Anna St. Louis non vuole attirare a sé l’ascoltatore  ma lo vuole trasportare, come farebbe la corrente di un fiume. Sì, avete capito, il fiume è la metafora dell’album e Anna St. Louis non è una traghettatrice bensì l’acqua, che scorre senza sosta, si apre e si chiude di fronte a qualsiasi ostacolo. Con questo album vi troverete sommersi dalle acque di questo fiume ed uscirne non sarà così semplice.

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La giostra della vita

Prima che finisca l’anno e diventi il momento di fare classifiche, è giusto dare spazio a nuovi album usciti sul finire di questo 2018. Come, ad esempio, Carousel della cantautrice texana Carson McHone. Il suo secondo album, uscito lo scorso ottobre, segue l’esordio del 2015 intitolato Goodluck Man ma che già conteneva in parte alcuni brani del nuovo album. Il suo è un country dalle sonorità classiche che va alla ricerca delle parole giuste piuttosto che di un ritornello orecchiabile. Non c’è bisogno di aggiungere che Carousel ha avuto subito la mia attenzione, considerando inoltre che si tratta a tutti gli effetti di un nuovo esordio, più curato e ricco nella produzione.

Carson McHone
Carson McHone

Sad apre l’album ed è subito chiaro il mood dell’album. Una ballata country che vuole scacciare una tristezza interiore che ormai è parte di sé stessi. La stessa tristezza che ha ispirato tante canzoni, “One night I had myself a dream / Me and Sad played hide-and-seek / And she could not find me ‘cause I would not cry / But it make me mean and I woke up tired“. La successiva Drugs affronta un malessere più profondo, il bisogno di medicinali per dormire o semplicemente della presenza di qualcuno. La voce della McHone è giovane ma sporcata da una nota ruvida e matura. Un’altra ballata country di grande effetto, “Your lullabies / They’re not enough / I can’t sleep hungry / I need drugs / I need drugs, I need drugs / I need drugs, I need drugs / I need your drugs“. Lucky racconta del dolore di una donna tradita dal suo amante. Carson McHone dimostra un talento eccezionale nella scrittura, riuscendo a trovare sempre le parole adatte, “Ain’t you lucky? Oh, ain’t you lucky / Lucky that I love being lonely? / Ain’t it swell? Oh, ain’t it swell / Swell that I don’t ever cry? / Ain’t it sweet that I buy / All your cruel, cruel lies? / Ain’t you lucky? Oh, ain’t you lucky, babe / Lucky that I love being lonely?“. Un blues vecchio stile con Good Time Daddy Blues. La cantautrice texana mostra il suo lato più da “cattiva ragazza” e accende uno dei brani più immediati dell’album, trascinato dalle chitarre e da un ritmo veloce, “So I’mma give that man a little piece of my mind / Tell him he best be stickin’ ‘round or else he’s wasting my time / Well I’m gon’ give that man, now, a little piece of my mind / Tell him he best be stickin’ ‘round or else he’s just been wasting time“. Dram Shop Gal è una triste ballata che vuole rimarcare il suo status di bad girl. Un rifiuto di essere considerata una brava ragazza, reso malinconico e agrodolce dalla musica e dalla voce della McHone, “I don’t trust no man that slick back his hair / Though he may be a millionaire / He got sticky hands and too much time / Leave me to wonder how he made that dime“. Una breve traccia musicale o quasi, Intro – Gentle, apre la strada alla successiva Gentle. La classica delle ballate country di un cuore spezzato ma con un’intensità particolare. Una delle canzone più belle di questo album. Da ascoltare, “My broken heart won’t play gentle with my mind / So every night I find myself thinking of you / But I’m only playing games / I bet my heart against my brain / And every time I lose“. La successiva Maybe They’re Just Really Good Friends è una bella canzone dalle sfumature honky-tonk che scacciano via un po’ di tristezza. Carson McHone si dimostra a suo agio con qualsiasi ritmo e velocità, “Well maybe they’re just really good friends / But if not I guess I’ll just pretend / That she means no more than me to him / After all, they’re only friends“. Così come nella lenta How ‘Bout It che ritorna sul tema della tristezza. Un’inevitabile parte si sé. Un pianoforte e la voce della McHone la rendono una delle canzoni più intime e sincere di questo album, “So how ‘bout this, I’ve got the blues / Got this feeling in my bones I can’t refuse / There’s lots of wanting in this world that someone’s gotta do / Tonight I guess I like the looks of you“. Goodluck Man è una ballata che esprime tutta le delicatezza e la sensibilità del songwriting di questa cantautrice. Davvero una bella canzone, nient’altro da aggiungere, “Simple is as simple does and beauty is deceiving / Sweeter is the melody you’re humming as you’re leaving / One more time I will choose to believe him“. L’album si chiude con la poetica Spider Song. Un testo ricco di immagini, nel quale emerge il lato più folk della sua musica. La voce si fa anche più morbida per l’occasione, “Well, pride does march / All chromed and starched / Against a brandished heart / But Jack, he will / ‘Til death defend his / Quiver full of darts“.

Carousel è un album che si compone di due livelli differenti. Uno più marcatamente country e sbarazzino che emerge al primo ascolto, l’altro più drammatico e sincero, più lento a venire fuori. Le due parti sono tenute insieme da quella malinconia, quella tristezza, che è alla base del disco. Carson McHone non può evitare di essere triste ma non per questo si arrende alla vita. La sua musica si accende e accelera per poi spegnersi e rallentare quando è il momento. Carousel vuole dimostrare che, appunto, la vita è una giostra e tutti siamo in sella a quei cavallini, tutti agghindati quanto tristi, che vanno su e giù, sempre in tondo.

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La felicità di essere triste

Ogni tanto capita che vado alla ricerca di qualcosa di nuovo da ascoltare e senza pensarci troppo scelgo un album piuttosto che un altro. Difficilmente mi capita sottomano qualcosa che non mi piace per niente, anche perché cerco di restare il più vicino possibile ai miei generi preferiti. In una delle mie ultime ricerche il nome di Emily Fairlight mi è balzato all’orecchio piuttosto all’improvviso e il suo secondo album Mother Of Gloom è finito dritto nella mia collezione. Questa cantautrice neozelandese mescola le sonorità del folk americano e quelle del più moderno cantautorato alternative, il tutto tenuto insieme da una voce unica e interessante.

Emily Fairlight
Emily Fairlight

L’album si apre con la magnetica Body Below. La voce vibrata della Fairlight sarà una costante di questo album, delineandone la sua atmosfera oscura ma anche fortemente emotiva. Un inizio che ci spinge con forza verso il proseguo delle album. Più leggera ma ugualmente intensa, Drag The Night In, risulta essere una delle più orecchiabili dell’album. C’è eco anni ’90, una spinta verso quel indie rock ancora giovane contaminato dal folk americano. Segue la malinconica The Escape accresce quella sensazione di trovarsi di fronte ad un album fortemente ispirato e diretto. Emily Fairlight seppur affidandosi a ritmi e melodie semplici, riesce sempre a toccare le corde giuste. Water Water è una ballata country folk davvero ben scritta e interpretata. La voce della Fairlight si fa ancora più magnetica e carica di sentimento, trovando il suo apice in un finale liberatorio. Una delle canzone che preferisco. Da ascoltare. Una lenta ballata, avvolta dalle note delle chitarre, si cela sotto il titolo di Private Apocalypse. Ancora una volta il ritmo delinea l’anima del brano, scivolando via lento sulle note di una fisarmonica. The Desert è un intermezzo praticamente strumentale di un paio di minuti che spezza in due l’album. La successiva Time’s Unfaithful Wife riprende il passo cadenzato e trascinato dell’album. Emily Fairlight fa vibrare questa canzone come le corde della chitarra. Sinking Ship vira verso sonorità rock. Una ballata dove spazzole e chitarre distorte, cullano l’ascoltatore in un’atmosfera intima e confidenziale. Sembra calare la notte sull’album. The Bed si distingue per un bella melodia guidata dal suono di una fisarmonica. Un brano dal fascino europeo, che richiama emozioni malinconiche e un po’ nostalgiche, grazie al solitario suono della tromba. Segue Nurture The Wild che apre l’orizzonti e fa, si fa per dire, respirare l’album. Emily Fairlight svela un lato più delicato e meno oscuro, allietato dal suono familiare del banjo. Loneliest Race si srotola lenta, tra il suono delle trombe e la chitarra acustica. Un procedere lento che si propone essere un po’ il manifesto dell’album che si conclude con la successiva Breathe Baby Breathe. Poco più di un minuto dove la voce della Fairlight vuole lasciare che sia il suono delle parole a fare la canzone, più del loro significato.

Mother Of Gloom è un album che va ascoltato lasciandosi trasportare dalla lenta corrente del fiume nel quale è immerso. Emily Fairlight dimostra di essere sbocciata definitivamente in questo suo secondo disco e di aver trovato uno stile del tutto personale. Se da una parte assistiamo ad uniformazione nello stile di un certo tipo di cantautorato moderno, qui Emily riesce a distinguesi grazie ad una vicinanza alla tradizione americana, soprattutto nella scelta degli strumenti. Si nota anche una propensione a sfruttare la ritmica per dare corpo alla canzone e non ridurla a semplice accompagnamento. Mother Of Gloom richiede molteplici e pazienti ascolti per poterlo apprezzare fino in fondo ma ripaga pienamente l’impegno.

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Il nome di un fiore

Il suo EP del 2015 intitolato The Tides, da un paio di anni fa parte della mia collezione ma per qualche motivo non è mai comparso su questo blog. Forse l’ho semplicemente messo da parte in attesa dell’album, che è prontamente uscito la scorsa settimana ed è intitolato Azalea. L’album di debutto della cantautrice americana, di stanza a Nashville, Lydia Luce non si allontana dalle sonorità del folk americano del suo EP ma riserva delle sorprese. Non riponevo grandi aspettative in Azalea, ma non posso fare a meno di continuare con la discografia di un’artista agli esordi, ed ecco quindi che sono incappato in uno degli album più sorprendenti dell’anno. Sì, Lydia Luce mi ha colto alla sprovvista come non succedeva da un po’ di tempo. Ed è una bella sensazione.

Lydia Luce
Lydia Luce

Helen apre l’album introducendoci nella musica melodiosa della Luce e il suono della sua viola. La sua voce è come uno strumento che va a mescolarsi all’accompagnamento di archi. Sarà una delle caratteristiche principali di questo album. La successiva Like You Do è una malinconica canzone dai tratti delicati. Come in precedenza, Lydia Luce dosa con attenzione la voce, creando contrasti in bilico sulle note della musica, “But I am always reminded of you / When the birds are singing / They don’t sing like you do / Oh I, get lost in my thoughts of you / When the moon is glistening / It don’t shine like you do“. In Tangerine calano le luci della sera, componendo un brano più scuro e profondo. La voce della Luce si fa meno luminosa. Un altro brano di grande impatto, ben scritto ed interpretato. Where I Lay vira verso un folk che prende qualche spunto dal country, abbandonando per un attimo il suono degli archi. Lydia Luce continua però a tenere alto il livello dell’album con un’altra canzone di ottima fattura. Tra le canzoni che preferisco c’è sicuramente la splendida Sausalito malinconica canzone con una splendida melodia. Qui si può notare tutto il talento, non solo come cantautrice ma anche come musicista della Luce. Ancora una volta musica e voce si fondono alla perfezione. Da ascoltare. La title track Azalea si avventura in territori pop rock. Non a caso è stata scelta come singolo di punta dell’album. Posto proprio a metà di esso, offre una variante al mood principale. Una scelta azzeccata nella quale Lydia Luce dimostra di trovarsi comunque a suo agio anche con uno stile differente dalle altre canzoni. More Than Heartbreak ritorna su melodie delicate e nostalgiche. Gli echi country delle chitarre si possono cogliere in una musica che si ispira ad un pop d’autore, sorretta da un testo anch’esso ispirato, “Oh, I don’t know what it takes to fall / How to fall off but I’ll give it a try / Why can’t I sit idly by / ‘Cause it’s more than heartbreak this time / I’ll give it time“. My Heart In Mind conferma le atmosfere malinconiche dell’album, dove ancora in suono della viola prevale sugli altri strumenti e divenendone una sua caratteristica costante e gradita. Covered Up è un’altra variazione sul tema principale. Qui più che la melodia, ha prendere il sopravvento è il ritmo. Un bel ritornello, orecchiabile, rende questa canzone una delle più immediate dell’album. Scende la sera con Strawberry Moon. Di nuovo la musica si affida al suono della viola riproponendo le sonorità di questo album, sempre con grande sensibilità e talento, “I go swimming, drown out all the noise / I float in solitude, staying is by choice / Well there are times that I’m longin’ for you / But you’re unattainable and no one else will do / No, no one else will do“. Chiude l’album una bellissima versione strumentale di Sausalito. Non semplicemente una versione “solo musica”. La voce di Lydia Luce lascia il posto al suono caldo e avvolgente della sua viola. Il risultato è davvero notevole. Un gioiellino da ascoltare.

Azalea è un album, come ho già scritto, sorprendente. Lydia Luce ha fatto grandi passi in avanti come cantautrice, riuscendo a far convivere, in modo armonioso, il suono della viola con le sue canzoni. Ogni brano è parte di un insieme ben concepito e frutto di un lavoro ispirato. Si respira aria di libertà e malinconia ma senza un sentimento di tristezza così marcato da non lasciare alcuna speranza. Azalea è un ottimo esempio di come una musicista riesca ad essere efficace sia con il suo strumento, sia con la voce che con la scrittura. Lydia Luce propone una visione differente del folk americano, inserendo elementi di estrazione più classica ma non escludendo variazioni rock e pop. Un debutto eccellente per ispirazione, esecuzione e talento.

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