Se solo ci fosse un fiume

Prima che le nuove uscite di questo 2019 invadano il blog, è giusto dare spazio ad alcuni album che, per ragioni di tempo, sono rimasti fuori dalle recensioni dello scorso anno. Uno di questi è If Only There Was A River della cantautrice americana Anna St. Louis al suo debutto, dopo un mini album di otto tracce intitolato First Songs. I primi ascolti mi hanno fatto inquadrare la giovane Anna nella categoria delle cantautrici indie folk contemporanee ma c’era qualcosa di diverso nella sua musica. Solo i ripetuti ascolti hanno saputo svelare quel tanto che basta a renderla più interessante di altre sue colleghe.

Anna St. Louis
Anna St. Louis

L’album si apre con Water, un brano vagamente psichedelico guidato dal suono della chitarra. La voce melodiosa e pungente della St. Louis è ipnotica. C’è una sorta di tensione fragile durante tutta la sua durata. Davvero eccezionale, “How deep is the water? / You say, “It’s not” / How long is it flowing? / You say, “It’s gone” / I guess I dreamt / Slow traveling in times / I guess it was a / A picture in my mind“. Il singolo Understand mette in luce l’importanza del ritmo nella sua musica. Senza sacrificare la melodia e afferrando tutto quanto c’è di buono in un certo cantautorato femminile di oggi, Anna St. Louis si può permettere di rallentare il ritmo sensibilmente, creando un atmosfera sognante e smorzata, “The blue blouse that I wore / Hardly fits anymore / Understand you, I don’t understand / The heat that we both felt / Faded out like a cigarette / Understand it, I don’t understand“. La successiva The Bells è più marcatemene folk e strizza l’occhio anche al country. Una ballata dallo stampo classico ma impreziosita da trovate più moderne ed un finale brillante, “So long honey, baby / You can’t set me free / So you must be going / But our time was sweet / Oh, there’s nothing left to do / Oh, there’s nowhere to be / ‘Cause the shadow is moving / Right next to me“. Paradise è ancora una ballata, questa volta più essenziale e poetica, dove spicca il calore nella voce della St. Louis. Una canzone per sognatori, dove emerge una buona dose di malinconia, “Loads of people / In this old world / And they’re dreamin’ / Just like me / How the days / Roll into nights / And it’s still so / Hard to see / Where it’s gonna lead / Where it’s gonna lead / Where it’s gonna lead“. Daisy è una traccia quasi esclusivamente strumentale. Una musica ipnotica ci traghetta nella seconda metà dell’album. Desert viaggia lentamente, la voce della St. Louis appare distante. Le chitarre graffiano il denso tappeto sonoro in sottofondo, lasciando una sensazione di smarrimento,  “Nobody knows, nobody sees / That the back roads seem kinda wide / With the doves flowing round for miles / And the pilgrims are hoping to find / Their rivers had not run dry“. Tra le canzoni che preferisco c’è senza dubbio Hello. Faccio fatica a ricordare una canzone che riesca a mescolare ritmo e melodia in modo così perfetto. Le parole sono musica, sono ritmo. Da ascoltare, “And the dancing that you done / Oh, the dancing that you done / Oh, the dancing that you done / Oh, the dancing that you done / Has lost all its fun / Has lost all its fun“. Freedom apre verso un indie folk oscuro e minimale. Anna St. Louis si mantiene impassibile e continua ad usare la sua voce come un strumento musicale, senza fronzoli, stando attenta a mantenere sempre un ritmo lento e cadenzato, “Alone, alone / I walked alone / Alone, alone, alone / So why did you wait so long? / Why did you wait so long? / Oh, you’re right on my heels / And the sun’s in my eyes“. Lo stesso si può dire di Mean Love. Un delicata canzone d’amore, un po’ triste ma molto poetica e commovente. Questa cantautrice dà prova di talento anche nella scrittura e trovando nuovi spunti in un finale ancora una volta ipnotico e affascinante, “Well, I put on my dancing shoes / I got a right to / I got a right to / And I put on my favorite blues / I got a fire in me / I got a fire in me, too“. Wind si affida a qualcosa di più classico, un folk americano di vecchia scuola ma spogliato di qualsiasi cliché, rendendolo essenziale e moderno, “In the evergreens / I saw you roam / Like heaven / Descended down / You seemed to float / Beneath that western sky / On that strange night“. L’album si chiude con la title track If Only There Was A River nonché uno dei brani più belli di questo album. Una canzone che chiude idealmente il cerchio, una riflessione che incanta l’ascoltatore e lo trascina in questo fiume che scorre lento, “If only / There / Were a river / To drown out / My weeping / Cries / If only / There were a river / To drown out / My weeping / Cries“.

If Only There Was A River è un debutto che ricorda, per certi versi, altre due cantautrici come Angel Olsen o Molly Burch ma a differenza di loro Anna St. Louis riesce a mantenersi più fedele ad un certo tipo di folk americano, più classico e senza tempo. Quel tempo che in If Only There Was A River scorre lento e costante, scandito da un uso attento di ritmo e melodia. Non ci sono alti e bassi fatti per catturare l’orecchio di chi ascolta. Anna St. Louis non vuole attirare a sé l’ascoltatore  ma lo vuole trasportare, come farebbe la corrente di un fiume. Sì, avete capito, il fiume è la metafora dell’album e Anna St. Louis non è una traghettatrice bensì l’acqua, che scorre senza sosta, si apre e si chiude di fronte a qualsiasi ostacolo. Con questo album vi troverete sommersi dalle acque di questo fiume ed uscirne non sarà così semplice.

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La giostra della vita

Prima che finisca l’anno e diventi il momento di fare classifiche, è giusto dare spazio a nuovi album usciti sul finire di questo 2018. Come, ad esempio, Carousel della cantautrice texana Carson McHone. Il suo secondo album, uscito lo scorso ottobre, segue l’esordio del 2015 intitolato Goodluck Man ma che già conteneva in parte alcuni brani del nuovo album. Il suo è un country dalle sonorità classiche che va alla ricerca delle parole giuste piuttosto che di un ritornello orecchiabile. Non c’è bisogno di aggiungere che Carousel ha avuto subito la mia attenzione, considerando inoltre che si tratta a tutti gli effetti di un nuovo esordio, più curato e ricco nella produzione.

Carson McHone
Carson McHone

Sad apre l’album ed è subito chiaro il mood dell’album. Una ballata country che vuole scacciare una tristezza interiore che ormai è parte di sé stessi. La stessa tristezza che ha ispirato tante canzoni, “One night I had myself a dream / Me and Sad played hide-and-seek / And she could not find me ‘cause I would not cry / But it make me mean and I woke up tired“. La successiva Drugs affronta un malessere più profondo, il bisogno di medicinali per dormire o semplicemente della presenza di qualcuno. La voce della McHone è giovane ma sporcata da una nota ruvida e matura. Un’altra ballata country di grande effetto, “Your lullabies / They’re not enough / I can’t sleep hungry / I need drugs / I need drugs, I need drugs / I need drugs, I need drugs / I need your drugs“. Lucky racconta del dolore di una donna tradita dal suo amante. Carson McHone dimostra un talento eccezionale nella scrittura, riuscendo a trovare sempre le parole adatte, “Ain’t you lucky? Oh, ain’t you lucky / Lucky that I love being lonely? / Ain’t it swell? Oh, ain’t it swell / Swell that I don’t ever cry? / Ain’t it sweet that I buy / All your cruel, cruel lies? / Ain’t you lucky? Oh, ain’t you lucky, babe / Lucky that I love being lonely?“. Un blues vecchio stile con Good Time Daddy Blues. La cantautrice texana mostra il suo lato più da “cattiva ragazza” e accende uno dei brani più immediati dell’album, trascinato dalle chitarre e da un ritmo veloce, “So I’mma give that man a little piece of my mind / Tell him he best be stickin’ ‘round or else he’s wasting my time / Well I’m gon’ give that man, now, a little piece of my mind / Tell him he best be stickin’ ‘round or else he’s just been wasting time“. Dram Shop Gal è una triste ballata che vuole rimarcare il suo status di bad girl. Un rifiuto di essere considerata una brava ragazza, reso malinconico e agrodolce dalla musica e dalla voce della McHone, “I don’t trust no man that slick back his hair / Though he may be a millionaire / He got sticky hands and too much time / Leave me to wonder how he made that dime“. Una breve traccia musicale o quasi, Intro – Gentle, apre la strada alla successiva Gentle. La classica delle ballate country di un cuore spezzato ma con un’intensità particolare. Una delle canzone più belle di questo album. Da ascoltare, “My broken heart won’t play gentle with my mind / So every night I find myself thinking of you / But I’m only playing games / I bet my heart against my brain / And every time I lose“. La successiva Maybe They’re Just Really Good Friends è una bella canzone dalle sfumature honky-tonk che scacciano via un po’ di tristezza. Carson McHone si dimostra a suo agio con qualsiasi ritmo e velocità, “Well maybe they’re just really good friends / But if not I guess I’ll just pretend / That she means no more than me to him / After all, they’re only friends“. Così come nella lenta How ‘Bout It che ritorna sul tema della tristezza. Un’inevitabile parte si sé. Un pianoforte e la voce della McHone la rendono una delle canzoni più intime e sincere di questo album, “So how ‘bout this, I’ve got the blues / Got this feeling in my bones I can’t refuse / There’s lots of wanting in this world that someone’s gotta do / Tonight I guess I like the looks of you“. Goodluck Man è una ballata che esprime tutta le delicatezza e la sensibilità del songwriting di questa cantautrice. Davvero una bella canzone, nient’altro da aggiungere, “Simple is as simple does and beauty is deceiving / Sweeter is the melody you’re humming as you’re leaving / One more time I will choose to believe him“. L’album si chiude con la poetica Spider Song. Un testo ricco di immagini, nel quale emerge il lato più folk della sua musica. La voce si fa anche più morbida per l’occasione, “Well, pride does march / All chromed and starched / Against a brandished heart / But Jack, he will / ‘Til death defend his / Quiver full of darts“.

Carousel è un album che si compone di due livelli differenti. Uno più marcatamente country e sbarazzino che emerge al primo ascolto, l’altro più drammatico e sincero, più lento a venire fuori. Le due parti sono tenute insieme da quella malinconia, quella tristezza, che è alla base del disco. Carson McHone non può evitare di essere triste ma non per questo si arrende alla vita. La sua musica si accende e accelera per poi spegnersi e rallentare quando è il momento. Carousel vuole dimostrare che, appunto, la vita è una giostra e tutti siamo in sella a quei cavallini, tutti agghindati quanto tristi, che vanno su e giù, sempre in tondo.

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La felicità di essere triste

Ogni tanto capita che vado alla ricerca di qualcosa di nuovo da ascoltare e senza pensarci troppo scelgo un album piuttosto che un altro. Difficilmente mi capita sottomano qualcosa che non mi piace per niente, anche perché cerco di restare il più vicino possibile ai miei generi preferiti. In una delle mie ultime ricerche il nome di Emily Fairlight mi è balzato all’orecchio piuttosto all’improvviso e il suo secondo album Mother Of Gloom è finito dritto nella mia collezione. Questa cantautrice neozelandese mescola le sonorità del folk americano e quelle del più moderno cantautorato alternative, il tutto tenuto insieme da una voce unica e interessante.

Emily Fairlight
Emily Fairlight

L’album si apre con la magnetica Body Below. La voce vibrata della Fairlight sarà una costante di questo album, delineandone la sua atmosfera oscura ma anche fortemente emotiva. Un inizio che ci spinge con forza verso il proseguo delle album. Più leggera ma ugualmente intensa, Drag The Night In, risulta essere una delle più orecchiabili dell’album. C’è eco anni ’90, una spinta verso quel indie rock ancora giovane contaminato dal folk americano. Segue la malinconica The Escape accresce quella sensazione di trovarsi di fronte ad un album fortemente ispirato e diretto. Emily Fairlight seppur affidandosi a ritmi e melodie semplici, riesce sempre a toccare le corde giuste. Water Water è una ballata country folk davvero ben scritta e interpretata. La voce della Fairlight si fa ancora più magnetica e carica di sentimento, trovando il suo apice in un finale liberatorio. Una delle canzone che preferisco. Da ascoltare. Una lenta ballata, avvolta dalle note delle chitarre, si cela sotto il titolo di Private Apocalypse. Ancora una volta il ritmo delinea l’anima del brano, scivolando via lento sulle note di una fisarmonica. The Desert è un intermezzo praticamente strumentale di un paio di minuti che spezza in due l’album. La successiva Time’s Unfaithful Wife riprende il passo cadenzato e trascinato dell’album. Emily Fairlight fa vibrare questa canzone come le corde della chitarra. Sinking Ship vira verso sonorità rock. Una ballata dove spazzole e chitarre distorte, cullano l’ascoltatore in un’atmosfera intima e confidenziale. Sembra calare la notte sull’album. The Bed si distingue per un bella melodia guidata dal suono di una fisarmonica. Un brano dal fascino europeo, che richiama emozioni malinconiche e un po’ nostalgiche, grazie al solitario suono della tromba. Segue Nurture The Wild che apre l’orizzonti e fa, si fa per dire, respirare l’album. Emily Fairlight svela un lato più delicato e meno oscuro, allietato dal suono familiare del banjo. Loneliest Race si srotola lenta, tra il suono delle trombe e la chitarra acustica. Un procedere lento che si propone essere un po’ il manifesto dell’album che si conclude con la successiva Breathe Baby Breathe. Poco più di un minuto dove la voce della Fairlight vuole lasciare che sia il suono delle parole a fare la canzone, più del loro significato.

Mother Of Gloom è un album che va ascoltato lasciandosi trasportare dalla lenta corrente del fiume nel quale è immerso. Emily Fairlight dimostra di essere sbocciata definitivamente in questo suo secondo disco e di aver trovato uno stile del tutto personale. Se da una parte assistiamo ad uniformazione nello stile di un certo tipo di cantautorato moderno, qui Emily riesce a distinguesi grazie ad una vicinanza alla tradizione americana, soprattutto nella scelta degli strumenti. Si nota anche una propensione a sfruttare la ritmica per dare corpo alla canzone e non ridurla a semplice accompagnamento. Mother Of Gloom richiede molteplici e pazienti ascolti per poterlo apprezzare fino in fondo ma ripaga pienamente l’impegno.

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Il nome di un fiore

Il suo EP del 2015 intitolato The Tides, da un paio di anni fa parte della mia collezione ma per qualche motivo non è mai comparso su questo blog. Forse l’ho semplicemente messo da parte in attesa dell’album, che è prontamente uscito la scorsa settimana ed è intitolato Azalea. L’album di debutto della cantautrice americana, di stanza a Nashville, Lydia Luce non si allontana dalle sonorità del folk americano del suo EP ma riserva delle sorprese. Non riponevo grandi aspettative in Azalea, ma non posso fare a meno di continuare con la discografia di un’artista agli esordi, ed ecco quindi che sono incappato in uno degli album più sorprendenti dell’anno. Sì, Lydia Luce mi ha colto alla sprovvista come non succedeva da un po’ di tempo. Ed è una bella sensazione.

Lydia Luce
Lydia Luce

Helen apre l’album introducendoci nella musica melodiosa della Luce e il suono della sua viola. La sua voce è come uno strumento che va a mescolarsi all’accompagnamento di archi. Sarà una delle caratteristiche principali di questo album. La successiva Like You Do è una malinconica canzone dai tratti delicati. Come in precedenza, Lydia Luce dosa con attenzione la voce, creando contrasti in bilico sulle note della musica, “But I am always reminded of you / When the birds are singing / They don’t sing like you do / Oh I, get lost in my thoughts of you / When the moon is glistening / It don’t shine like you do“. In Tangerine calano le luci della sera, componendo un brano più scuro e profondo. La voce della Luce si fa meno luminosa. Un altro brano di grande impatto, ben scritto ed interpretato. Where I Lay vira verso un folk che prende qualche spunto dal country, abbandonando per un attimo il suono degli archi. Lydia Luce continua però a tenere alto il livello dell’album con un’altra canzone di ottima fattura. Tra le canzoni che preferisco c’è sicuramente la splendida Sausalito malinconica canzone con una splendida melodia. Qui si può notare tutto il talento, non solo come cantautrice ma anche come musicista della Luce. Ancora una volta musica e voce si fondono alla perfezione. Da ascoltare. La title track Azalea si avventura in territori pop rock. Non a caso è stata scelta come singolo di punta dell’album. Posto proprio a metà di esso, offre una variante al mood principale. Una scelta azzeccata nella quale Lydia Luce dimostra di trovarsi comunque a suo agio anche con uno stile differente dalle altre canzoni. More Than Heartbreak ritorna su melodie delicate e nostalgiche. Gli echi country delle chitarre si possono cogliere in una musica che si ispira ad un pop d’autore, sorretta da un testo anch’esso ispirato, “Oh, I don’t know what it takes to fall / How to fall off but I’ll give it a try / Why can’t I sit idly by / ‘Cause it’s more than heartbreak this time / I’ll give it time“. My Heart In Mind conferma le atmosfere malinconiche dell’album, dove ancora in suono della viola prevale sugli altri strumenti e divenendone una sua caratteristica costante e gradita. Covered Up è un’altra variazione sul tema principale. Qui più che la melodia, ha prendere il sopravvento è il ritmo. Un bel ritornello, orecchiabile, rende questa canzone una delle più immediate dell’album. Scende la sera con Strawberry Moon. Di nuovo la musica si affida al suono della viola riproponendo le sonorità di questo album, sempre con grande sensibilità e talento, “I go swimming, drown out all the noise / I float in solitude, staying is by choice / Well there are times that I’m longin’ for you / But you’re unattainable and no one else will do / No, no one else will do“. Chiude l’album una bellissima versione strumentale di Sausalito. Non semplicemente una versione “solo musica”. La voce di Lydia Luce lascia il posto al suono caldo e avvolgente della sua viola. Il risultato è davvero notevole. Un gioiellino da ascoltare.

Azalea è un album, come ho già scritto, sorprendente. Lydia Luce ha fatto grandi passi in avanti come cantautrice, riuscendo a far convivere, in modo armonioso, il suono della viola con le sue canzoni. Ogni brano è parte di un insieme ben concepito e frutto di un lavoro ispirato. Si respira aria di libertà e malinconia ma senza un sentimento di tristezza così marcato da non lasciare alcuna speranza. Azalea è un ottimo esempio di come una musicista riesca ad essere efficace sia con il suo strumento, sia con la voce che con la scrittura. Lydia Luce propone una visione differente del folk americano, inserendo elementi di estrazione più classica ma non escludendo variazioni rock e pop. Un debutto eccellente per ispirazione, esecuzione e talento.

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Il cielo è in fiamme

Tra le uscite di quest’estate, che ormai si prepara a lasciare il posto all’autunno, c’è ne stata un che ha catturato la mia attenzione anche grazie ad alcune recensioni positive. I mesi più caldi dell’anno non sono certo il periodo più prolifico in termini di nuove uscite e quindi trovare un album nuovo sotto l’ombrellone è sempre un piacere. Uscito lo scorso luglio, And The Sky Caught Fire della cantautrice americana Nichole Wagner, faceva proprio in caso mio. Sonorità che viaggiano dal country all’americana e un po’ di folk a stelle e strisce sono più che sufficienti per premere play e godersi in tutta tranquillità un debutto interessante.

Nichole Wagner
Nichole Wagner

Winner Take All apre l’album facendo subito presa con le consolidate trame del folk americano. Parole, immagini e una storia da raccontare, su un sottofondo blues che tocca le corde giuste, “I watched you roll another cigarette / You just laughed, said they hadn’t killed you yet / Here we are, with the night closing in / On a place we could have called home / Way back when“. Sfumature country rock con l’esplosiva Dynamite. Una canzone dove la vita, il lavoro e la terra danno forma all’uomo che ne resta legato per sempre. Nichole Wagner dimostra talento nella scrittura, accompagnandola con una musica accattivante, “Initiate. Detonate. Blow it up. Walk away. / It’s easier to just cut and run / But I’m my mother’s only son / I got dynamite in my blood / I got dynamite in my blood“. Le ballate non mancano e Yellow Butterfly è una di queste. Un brano delicato che svela una Wagner più intima e sentimentale. Un’ottima interpretazione ed un accompagnamento essenziale e moderno, “I wish that I could hold you and keep you safe / But I might crush you and then you couldn’t fly away / My yellow butterfly“. A partire dal titolo, Rules Of Baseball, rivela un testo curioso ed originale. Un’amore finito, paragonato ad una partita persa di baseball. Un punto di vista interessante, spiegato in un trascinante ritmo country, “And I’d explain the rules of baseball / But we both know you don’t care / Add it to the list of all the things we don’t share / Days are getting shorter, the summer is almost through / The most important rule of baseball: / There’s no crying when you lose“. The Last Time sprofonda invece in un’atmosfera più scura e triste. Una chitarra appena accennata accompagna la voce della Wagner, che rivela un’altra sua sfumatura. Un procedere lento che sfocia in un finale rock liberatorio, “I feel storm clouds forming, the air is heavy / There’s your eyes / Lightning flashed, your words are thunder / No surprise / I sip my coffee in the empty silence / It’s hard to breathe / Keep my fear from raining down / Until you leave“. This Kind Of Love è un brillante country dallo stampo classico. Un’altra storia d’amore finita, un altro dolore da affrontare ma la vita va avanti, sembra volerci dire Nichole, “Maybe this is over / No hanging on to the past / Maybe this kind of love, no it wasn’t meant to last / We should have seen it coming / Now the die is cast / Maybe this kind of love wasn’t meant to last“. La successiva Let Me Know mette da parte la tristezza per lasciare spazio ai buoni sentimenti. Una canzone luminosa e orecchiabile, con un testo leggero ma non banale, “Painted you from memory, your blue eyes shining like the sea / When the light hits your face just right / And in your hair a touch of grey just like the sky was that day / The first time, we said goodbye“. Fires Of Pompeii (We Should Walk Away) è una canzone d’amore, che vede la partecipazione di Rod Picott. Un country elegante e notturno a due voci che segna uno dei punti più alti di questo album, “There’s a million reasons this should work / Unless we’re buried in ashes / You’re not him and I can’t replace her / There’s a likelihood we’ll both get hurt / There’s a likelihood we’ll both get burned / We should walk away / We should walk away“. Reconsider Me è una cover dell’originale di Warren Zevon del 1987. Una bella ballata d’amore in una versione più country di quella di Zevon, “When you’re all alone / And you need someone / Telephone, I’ll come running / Reconsider me / Reconsider me / If the past / Still makes you doubt / Darlin’, that was then / And this is now / Reconsider me / Reconsider me“. L’album si conclude con Spark & Gasoline, un’altra canzone che parla d’amore, questa volta volta non c’è traccia di tristezza e tutto va per il verso giusto, “You and me babe, we’ll continue to sing / Our songs are different but they mean the same thing / We never thought we could go this far / Sometimes love is just a shooting star“.

And The Sky Caught Fire è un album di debutto che nasconde al suo interno canzoni che offrono spunti interessanti. Nichole Wagner si distingue per il suo songwriting onesto e poco ruffiano. L’impressione è che questa cantautrice dia importanza alle parole più di alcune sue colleghe, e questo fa ben sperare per il suo futuro. And The Sky Caught Fire ha superato le mie personali aspettative, soprattutto dopo ripetuti ascolti. Nessun brano è così orecchiabile da stancare né troppo difficile da ricordare, e questo dà all’album la caratteristica di essere, in qualche modo, sempre nuovo ad ogni ascolto ma con qualcosa di famigliare nelle sue note. Sì, è questo che mi piace di questo genere di musica. Sai sempre cosa aspettarti ma ti sorprende ogni volta e non sai perché.

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Una bottiglia vuota nel vicolo

Ho conosciuto Anna Tivel grazie alle sue collaborazioni con Jeffrey Martin e ho deciso così di ascoltare il suo ultimo album uscito lo scorso anno, intitolato Small Believer. La musica di questa cantautrice americana ha tutte le caratteristiche che piacciono a me e Martin ha fatto il resto. Questo album è uno di quelli che mi sono tenuto in serbo per ascoltarlo beatamente durante le vacanze estive e devo ammettere che non potevo fare scelta migliore. Le atmosfere intime e introverse della sua musica sono l’ideale per passare alcuni minuti di relax cullati dalle melodie e dalla voce. Eccomi dunque alla prese con il quarto album di Anna Tivel.

Anna Tivel
Anna Tivel

L’iniziale Illinois affronti temi con il viaggio e la solitudine, che vanno spesso a braccetto. La voce delicata della Tivel esprime una fragilità che è raro trovare così naturale. Il folk cantautorale americano è una costante di questo album, “And nothing hurts like crying on a long drive home / Nothing worse than hiding in the dark alone / From the beautiful lights of a dangerous love“. Saturday Night esprime il contrasto tra il sabato sera chiassoso e la volontà di passare una serata tranquilla in solitudine. Anna Tivel esprime bene i sentimenti di chi è introverso è preferisce stare solo, anche il sabato sera, “The only light in the basement apartment, the flicker and fade of time / The heavy and hopeful heart of a Saturday night / Of a Saturday night“. La successiva Alleway è una delle canzoni che preferisco di questo album. Una riflessione su una vita di coppia che deve affrontare le difficoltà della vita. In quella melodia, in quelle parole ed immagini ritrovo tutta la bellezza delle canzoni di Jeffrey Martin, “But sometimes still at night I dream, an empty Bottle in the alleyway / On a night so clear a billion stars are born / And each one is a world I guess, of dust and flame And wishes cast / By lovers hoping love will last til morning“. Dark Chandelier racconta la storia di Tommy, un operaio che ha passato la vita in fabbrica, fa un incidente guidando ubriaco di notte. La voce della Tivel è tagliente, ferma, in contrasto con il suo timbro delicato, “Thirty-one years on the factory floor / The grease and the motor, the seven to four / And the face of his daughter, no child anymore / His wife and his mother, his life and his love“. Ancora la notte e la solitudine si ripresentano alla porta con Blue World. Poetica riflessione sulla vita, fatti di singole immagini che si susseguono una dopo l’altra, quasi uscissero naturalmente, senza filtri, “And no one to call your name / And no one to bring a rose / And you come to the heavy gate / And you open it all alone / And a wild magnolia blooms / On the damp uncovered earth / And the twist of the tangled roots / And you’re leaving the blue world“. Last Cigarette è tra le migliori di questo album. Tra le più orecchiabili ma non meno intensa e malinconica delle altre. Ancora immagini di vita quotidiana, di difficoltà affrontate con tutta la forza e la speranza di un riscatto, “You woke and the window wide open, your pillow, all wet from the rain in the night / The trail of a siren, the red and white neon, a broken reflection, a cry / Just a girl in the alley, a bicycle bell, and the last cigarette won’t light“. Riverside Hotel è un altro gioiello di poesia e malinconia. Tutta la sensibilità della Tivel viene fuori in un incessante melodia triste e malinconica, “A memory comes winding through the ruin of his mind / The hardhats and the heavy boots, the nail gun’s ringing whine / A jungle with the same sharp sound, his brothers falling all around / They built them up, just to tear them down, and left him half alive“. Ordinary Dance racconta il passare del tempo attraverso le immagini di una casa che si va svuotando e invecchia. Anna Tivel usa la voce e la musica come un pennello per di dipingere un quadro, “And nobody remembers anymore / Nobody remembers anymore, it’s just another story that never got told / And ordinary dance across an ordinary floor / Nobody remembers anymore“. In All Along è protagonista ancora il viaggio, la nostalgia di casa. Tutto è perfetto, un accompagnamento mai sopra le righe che lascia emergere la voce della Tivel, “There you go just running, like a color, like an engine / You got ninety miles to get back to the place where you were born / And truth is just a sound you make, when no one else is listening / And the blue and bitter wind has left you feeling mighty low“. Con Highest Building la cantautrice americana si spinge verso sonorità più rock. Quello che è fatto è fatto, sembra voler dire questa canzone, “And the sun beats on the highest building / And a shadow on the street below / And there ain’t no fixing what’s been broken / And there ain’t no price for what’s been sold“. La title track Small Believer chiude l’album. Voci, persone e paesaggi si fondono, portandoci nell’universo poetico e solitario della Tivel, “And small believer i’m alive i guess / The whiskey mixing with a dream i had / The music lifting me above the bed / The silver trumpet and the clarinet“.

Anna Tivel è una cantautrice che non nasconde sé stessa all’ascoltatore. Small Believer è un viaggio sia dentro l’animo che fuori, una lunga riflessione sulla vita e le sue piccole cose che la rendono preziosa. I sentimenti più tristi e malinconici trovano espressione attraverso la musica, sempre essenziale, e la sua voce delicata. Anna Tivel ha il talento di cogliere le più piccole sfumature della quotidianità, frutto di riflessioni fatte, molto probabilmente, in solitudine. Small Believer non è un album immediato ma nemmeno un ascolto difficile. Basta solo sapersi ritrovare, anche solo un po’, nelle sue atmosfere e scoprire così di essere di fronte ad una cantautrice dalle eccezionali qualità che mai avrebbe potuto fare altro nella vita. Qui sotto Anna Tivel e Jeffrey Martin con Alleway.

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Gli alberi di ferro non si piegano nella brezza

Poco più di tre anni fa pubblicai la recensione dell’album For The Weary Traveller (Il viaggio, il fiume e la bestia), esordio della giovane cantautrice neozelandese Holly Arrowsmith e da allora, quell’album, l’ho riascoltato spesso e volentieri. Alla notizia dell’uscita del nuovo A Dawn I Remember ho subito pensato se avrei ritrovato le stesse atmosfere. Se allora la copertina era rivelatrice di ciò che nascondeva, quella del nuovo album non è da meno. Holly Arrowsmith, pensierosa, è seduta sul divano imbracciando la chitarra. Il tutto in una penombra confortevole. Ebbene anche questa volta la copertina svela il contenuto di questo disco e prepara l’ascoltatore ad uno degli album più riflessivi e profondi di quest’anno.

Holly Arrowsmith
Holly Arrowsmith

The Gardener riprende il filo del discorso con il precedente lavoro. Voce e chitarra bastano alla Arrowsmith per creare un brano profondamente malinconico ma che non sconfina mai nella stucchevole banalità, “As I pull weeds / Well I wonder / Is it right to tear out life? / But I suppose all die to give another / The sacred breath / The holy light / In us all / In us all“. Winter Moon è un’altra canzone delicata e carica di immagini metaforiche. La voce della Arrowsmith è sempre un tocco delicato che tratteggia le parole su uno sfondo notturno. C’è tristezza ma anche speranza, “She marches with a silver shield / Her heart a brazen fire of gold / And though to me she’s still a child / She is a woman all the more“. La successiva Farewell è, come da titolo, una canzone d’addio alla natura, alla vita semplice, a favore di quel bosco di acciaio e cemento chiamato città. Una canzone che dimostra il talento di cantautrice, a partire dal testo, “See I’m going to a forest / Where the river’s black with sin / And iron trees don’t bend in the breeze / Gonna play my guitar there / Will you welcome me in? / Or spit me out again?“. Love Together è un raggio di sole che filtra in quella stanza buia in copertina. L’amore è più importante di ogni altra cosa materiale e dà la forza di affrontare le difficoltà della vita. Non è un argomento nuovo per una canzone ma la Arrowsmith l’affronta con grande sensibilità ed ispirazione, “People will talk you know / I hear them say / What’s she doing / She’s too young / Married at twenty / Give or take / But I do know how to love / Oh isn’t that enough? / Seems to work for us“. A View From Above si affida, in modo più marcato, alla tradizione americana. Una canzone dal significato criptico dove le parole si susseguono dando forma ad immagini commoventi. Basta davvero poco a questa cantautrice per provocare un brivido, “Navigate my way / Through the mountains / Through the haze / Feeling far away / So very far / Float above it all / Everything’s so small / Clouds I could fall through / A river fall into / A river fall into“. Every Kingdom una delle canzoni più belle di questo album. Una riflessione sulle difficoltà di essere distanti e sull’ineluttabile fine delle cose, anche le più belle. Un accompagnamento, che ricorda Laura Marling, è il perfetto contorno ad un testo poetico e delicato, “Though the space in between now / Seems to far to reach / At times I’ve imagined / A bridge in between / And If I could be water / That’s what I would be / Stretch my arms out to reach / Both shores beyond me“. Crying Woman nasce dall’immagine di una donna che sta piangendo, che si sta liberando di un peso. Holly Arrowsmith torna a calcare le melodie dell’album d’esordio, dimostrando di aver mantenuto intatto il suo talento, “I am sitting on a plane / The woman next to me / Pretends she’s looking out the window / Down on a Southern scene / Trembling against the glass / I imagine all her tears / Falling to water the valley / Should I console her / Or leave her there?“. Con Autumn, la Arrowsmith abbraccia sonorità più contemporanee e usa l’autunno come metafora del tempo. Una canzone malinconica quanto il resto del album ma musicalmente diversa, “Autumn she brings about changes / And all of these changes / I must learn to embrace / ‘Cos I cannot turn the gold back to green / I cannot halt time or decay / No I cannot halt time or decay“. L’ultimo brano intitolato Slow Train Creek è una canzone di solitudine e di tranquillità dove emerge tutta la poesia nella voce melodiosa della cantautrice neozelandese. Un piccolo gioiello sotto ogni aspetto, “All is not well in this world we’re living in / But it all seems so right / Up here in the mountain glen / All is not well in this world we’re living in / But everything’s alright up here in the mountain glen“.

A Dawn I Remember è un album che prosegue sulla stessa strada del precedente For The Weary Traveller. Diversamente da quest’ultimo, un album dove il tema principale poteva essere il viaggio, A Dawn I Remember esprime la necessità di fermarsi e riflettere. In questi momenti emergono i pensieri più profondi significativi, che ci portano riposte e anche domande. Holly Arrowsmith dà prova di non voler accattivarsi la simpatia di nessuno scegliendo di rendere la sua musica più allegra o orecchiabile. Questa cantautrice ha scelto invece di scrivere canzoni per racchiudere e conservare per sempre un’emozione, una sensazione e volerla trasmetterla al fortunato ascoltatore che sceglie di abbracciare la sua musica. Ascolto dopo ascolto A Dawn I Remember riesce a sorprendere per la sua poesia e sensibilità davvero non comuni. Inutile aggiungere che A Dawn I Remember è un album da ascoltare tutto d’un fiato, magari accompagnandolo con il suo predecessore.

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