Si ricomincia

Finalmente questo blog riprende a pieno regime, tornando a riempirsi di recensioni. Tanta musica è arrivata alle mie orecchie in queste settimane e oggi è il turno di dare spazio e risalto a Jaime Wyatt. Cantautrice americana, segnata da un passato tormentato che ha lasciato qualche traccia nella sua musica, che si presenta con Felony Blues. L’album rappresenta una sorta d’esordio, un nuovo inizio ed è stato pubblicato quest’anno. Dopo aver letto recensioni molto positive ma soprattutto dopo aver ascoltato qualche sua canzone, l’album è finito dritto nella mia collezione. Si tratta di sette canzoni che incarnano tutte le caratteristiche della musica americana con qualche occhiatina al soul, interpretate da un’artista carismatica.

Jaime Wyatt
Jaime Wyatt

L’accattivante country blues di Wishing Well apre l’album, l’energia delle chitarre fa risaltare la voce graffiata della Wyatt. La vibrante interpretazione e il ritornello orecchiabile sono un ottimo biglietto da visita nel suo mondo. Your Loving Saves Me viaggia sulla stessa lunghezza d’onda. Un brano che trasmette gioia e un senso di speranza, con un bel assolo di chitarra sul finale. Una delle mia preferite dell’album che vede anche la partecipazione del cantautore americano Sam Outlaw. Il ritmo rallenta con la poetica From Outer Space. La lontananza di un astronauta è usata come metafora di amore distante. Jaime Wyatt dimostra di trovare la propria dimensione anche in questo genere di ballate. Wasco è un sorprendente country blues che parla di amore sognato dietro alle sbarre. Ispirato dall’esperienza in carcere della Wyatt, un’esperienza che segna molte delle canzoni di questo album. Si continua con la bella Giving Back The Best Of Me. Una struggente ballata personale, sorretta dalla voce della Wyatt che si fa malinconica e sensibile. Una prova di tutto il talento come cantautrice. L’album si riaccende con Stone Hotel un vibrante country ispirato da un’esperienza personale che ha con sé tutte le caratteristiche del cosiddetto outlaw country. Il ritornello è orecchiabile e immediato. Da ascoltare. Chiude Misery And Gin una bella cover del originale di Merle Haggard. Jaime Wyatt non si allontana molto dalla versione originale, rendendo omaggio ad un grande cantautore.

Felony Blues è un album profondamente ispirato dalla vita di Jaime Waytt e porta con sé tutto il dolore ma anche la speranza di una nuova vita. La cantautrice americana si muove bene sia nelle ballate più lente e malinconiche che nelle migliori cavalcate country. C’è sempre sullo sfondo un alone di tristezza, veicolato in primo luogo dalla voce delle Wyatt. Una voce graffiata che la rende carismatica e affascinante. L’unico difetto di questo Felony Blues sta nel fatto che è composto da solo sette canzoni, per una mezz’ora di musica. Tenendo conto di questo sentito, altre tre canzoni sarebbero state il giusto compimento di un album che apre ad un futuro promettente per Jaime Wyatt, non solo a livello musicale ma anche personale.

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Dietro l’angolo

L’estate è sempre un buon momento per fare il pieno di musica. Soprattutto quest’anno che sembra che il mondo discografico non conosca sosta. Tante nuove uscite interessanti e io fatico a stare dietro. Ma alla fine riesco sempre a recuperare e capita che tra album  attesi e conferme, capiti anche qualche piacevole sorpresa. Evolutionary War della cantautrice americana Ruby Force (aka Erin McLaughlin) è una di queste. Attirato come una zanzara dalle luci del country, mi sono subito precipitato sull’album sicuro di quello che ci avrei trovato. Perché questo è un po’ il bello della musica, sentirsi al sicuro in luoghi che già conosci ma dietro ogni angolo si può nascondere ancora una gemma nascosta.

Ruby Force
Ruby Force

Church And State è una meravigliosa ballata nostalgica. La voce della Force è calda e carismatica e va a completare l’atmosfera evocata dalla musica. Un ottimo inizio, una canzone di benvenuto,  che ci fa entrare nel mondo di questa cantautrice, “‘G’s got a songbird wrapped in her heart / With a story that she may never tell / How she fell in love with a boy form the bar / And their love saved his soul from the depths of hell“. Mai una sola parola è così eloquente come Memory. Il peso della memoria, che a volte ci facilità la vita e altre ce la complica. Ruby Forse coglie nel segno, arrivando a toccare le corde giuste, che ognuno ha dentro di noi, più o meno nascoste, “Memory, honestly you’ll break my mind if you take this man / He’s the only thing, memory, that I’ve ever really even had / And you can’t hide my peace when I close these eyes, memory“. Ode To Vic Chesnutt è altrettanto eloquente. Una canzone dedicata al tormentato e compianto cantautore americano suicidatosi il giorno di Natale di otto anni fa. Una canzone carica di conforto e speranza, “I woke up, howling at the dawn / Restless as my wanderin’ eyes awakened / It’s not enough, to make what you want from dreams / Because all such things are likely to be shaken“. Spazio ad una canzone d’amore spensierata e leggera dal titolo Cowboy. Ruby Force ha l’occasione di mettere in mostra un lato più positivo della sua musica, dimostrando di saperci fare, “But he’s my cowboy and I am his girl / We’ve been out across the Great Plains, and all around the world / I’d be a fool to throw him back, even for diamonds or pearls / Cause he’s my cowboy and I am his girl“. Damn Your Love scivola su territori più rock aiutandosi con un ritornello orecchiabile. Una canzone d’amore, un amore apparentemente senza speranza. Una bella canzone, meno scontata di quanto possa apparire, “Damn your love, damn your kisses / I wish I never knew / This ain’t right, I want you to fix it / I want to be by your side“. Con Dancing As I Go, ci addentra ancora di più in un blues rock. La voce della Force danza sulle sferzate delle chitarre, muovendosi sinuosa. Una canzone accattivante, ben fatta e coinvolgente, “Because I’m free, dancing as I go / I’m gonna loose myself in the rhythm of your blues / Yes I’m free, dancing wherever I go / And I won’t look back cause I stole your dancing shoes“. Il ritmo rallenta con Diamonds, una ballata romantica di eccezionale sensibilità. Ruby Force ci mette il cuore, in una delle performance più accorate dell’album. Irresistibile, “If you decide to change your mind / What kind of man would you be / Well you can’t change and I won’t fight / Just believe we’ve got God on our side / We’ve got God on our side“. Plain As Paper è un country orecchiabile e trascinante. Ruby Force se la prende con un ragazzo che si è invaghito di una ragazza insignificante. Tutta la canzone suona come una sorta di rimprovero, “That girl is plain as paper, white as white can be / Her face is dull like the earth and dirt / But you see her and you don’t see me“. Il punto più alto dell’album, a mio parere, si raggiunge con la bella Tender. Su un ritmo pulsante e vivo si snoda un inno all’amore. Con vaghi richiami agli anni ’70, Ruby Force mette tutto al posto giusto, dimostrando tutto il suo talento. Da ascoltare, “Tender is the ghost / The ghost I love the most / Hiding from the sun / Waiting for the night to come / Tender is my heart / I’m screwing up my life / Lord I need to find / Someone who can heal my mind“. Chiude l’album Why Do You Leave che porta la Force verso sonorità meno country per abbracciare il rock, quello delle ballate, dando ampio spazio alla musica, “I know nothin’ lasts forever / That takes me away / I Tried to keep you here forever / That’s why I don’t understand / Why do you leave“.

Evolutionary War è un esordio brillante che ci svela una cantautrice di grande interesse. Ruby Force si dimostra capace di spaziare dalla più delicata canzone sentimentale al rock spensierato. Non mi piace fare paragoni, di solito non ne faccio mai, ma Ruby Force mi ha trasmesso quella sincerità e spontaneità che da sempre ritrovo in Brandi Carlile. Come quest’ultima, Ruby Force è abile nel songwriting, preferendo le parole giuste e la melodia perfetta, ad un uso esibizionistico della voce. Sì, Evolutionary War si piazza tra le più belle sorprese di questo 2017, che si è rivelato più che soddisfacente nonostante siamo ancora a metà.

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Mi ritorni in mente, ep. 45

Questa rubrica si sta trasformando in un buon modo per farvi conoscere qualche uscita dello scorso anno e che non ho riportato in questo blog. La musica e gli artisti sono per me un po’ come le ciliegie, una tira l’altra e più ascolto, esploro e conosco e più mi ritrovo sommerso da titoli, nomi, album ecc. La cosa mi piace e le nuove uscite scandiscono le mie settimane. E poi ci sono giornate come oggi che mi dedico a qualche acquisto (sì, io gli album li compro ancora) e così finisco per aggiungere altra musica più o meno nuova alla mia collezione. Gli album e le canzoni passano uno dopo l’altro nelle mie orecchie e spesso più velocemente di quanto riesca a scriverne su questo blog. Ma non voglio lasciare indietro nessuno e questa è una buona occasione per recuperare senza troppo impegno.

Attratto fin da subito dal singolo Desdemona non ho potuto resistere ad continuare l’ascolto delle canzoni della giovane cantautrice americana Andrea von Kampen. Il suo EP intitolato per l’appunto Desdemona è una raccolta di cinque canzoni dalle sonorità folk americane sulle quali spicca la title track. Si passa dalla più fresca e spensierata Two Stupid Kids alla ballate romantiche come Let Me Down Easy. Voce morbida e un’ottima abilità nello scrivere canzoni, come dimostrato in Dink’s Song, sono le caratteristiche principali, nonché i punti di forza, di Andrea von Kampen. Non mi resta che aspettare il suo album d’esordio, la forma sotto la quale preferisco ascoltare un nuovo artista.

Lacrime salate

Fin dalle prime note del singolo Motorcycle si intuisce che la cantautrice californiana Jade Jackson sta facendo sul serio. Perchè Gilded, pubblicato lo scorso Maggio, nonostante lo si potrebbe considerare un esordio, è in realtà la realizzazione di sogno, un nuovo inizio dopo qualche pubblicazione uscita in sordina. Una casa discografica come la Anti e un produttore come Mike Ness (leader dei Social Distortion) sono sufficienti a far alzare l’attenzione ma anche le attese. Io, all’oscuro di tutto questo ma già vittima di Motorcycle, mi sono lasciato conquistare da Jade Jackson e il suo Gilded.

Jade Jackson
Jade Jackson

Aden apre l’album anticipando le sonorità dell’album. La voce ruvida della Jackson ci introduce in un’atmosfera tanto cara al country rock americano. Tra le chitarre si snoda una storia d’amore tormentata che ben si addice allo stile personale della cantautrice, “I’m alone / ‘Cause my baby, he’s gone / Ain’t no place feels like home to me / Aden, please / Don’t make me move on / I’ve never loved anyone“. La successiva Back When è malinconica e profonda. Una delle canzoni più emozionanti di questo album, che trasmette un senso di nostalgia, una consapevolezza che quei tempi non torneranno più, “I wanna go back to the post office / Sort through the thrown away mail / Back when we’d climb up on the roof of / The old town jail / Back when we smiled, we were beamin’ / And when we cried, we wailed“. Bridges è una preghiera a Dio cantata inizialmente con un filo di voce ma continua in un crescendo disperato. Questa è la miglior prova di talento di questo album, dove Jade Jackson mostra le sue carte, “Lord when will my lessons be learned? / Let me walk o’er the bridges I’ve burned / Lord when will my tides turn? / Let me walk o’er the bridges I’ve burned“. La vibrante Finish Line è una straordinaria ballata country. C’è voglia di riscatto in questa canzone, una sintesi dello spirito americano veicolato dalla sua canzone più immediata e orecchiabile, “I saw the way they looked and I heard them laugh / They couldn’t wait to talk until I turned my back / Well I won’t be that bitter taste in their mouths / So I ain’t never going back to your family’s house“. Troubled End si potrebbe definire una murder ballad e mette in luce una Jackson diversa ma perfettamente a suo agio. La sua voce si fa più calda e suadente, rivelandosi più versatile di quanto non sembri, “He took one look at her / And knew she was the one / She didn’t know her troubled end / Had just begun“. Decisamente più rock di quanto fatto sentire finora è Good Time Gone. Jade Jackson indossa i panni di cattiva ragazza e le calzano a pennello. Ottimo diversivo, “We stopped at the willow / Outside the gate / At the time well / It didn’t seem late / The devil makes three, whisky makes four / Jack then Jim, Evan Williams then the floor“. Salt To Sugar è un’altra ballata dalle atmosfere intense dove la voce della Jackson è una preghiera. Un’interpretazione emozionante al di là del testo e della musica, “And I can’t go back / I’ve gone too far / Got in a wreck and totaled my car / And I can’t escape / Or either go on / The rails on the bridge were a little too strong“. No Guarantees è segnata dai tormenti dell’amore. Una canzone che suona come un inno giovane, un inno di libertà e passione, “It’s not hard to be unfaithful / Ah, the things a heart is capable of / It’s not hard being unstable / ‘Cause there’s no guarantees in love / There are no guarantees in love“. Tutto il fascino di questo album si potrebbe racchiudere nella sola Motorcycle. Un giro di chitarra che evoca lente cavalcate in sella ad una moto, la voce della Jackson è ruvida quanto basta. Un mix perfetto, “I gotta move / Like the waters in the river / Where the lakes and the ocean mix / Please understand / I feel my boot heels sink in quick sand / Baby every time we kiss / So I must go / And I can’t move slow“. La title track Gilded è la canzone più poetica di questo album. Un ritornello che ti viene voglia di cantarlo appena lo senti. Una boccata di aria fresca, in piena libertà, “Yeah, you took those young days from me / Unlatched the cage, set the wild bird free / Then your silver tongue gilded her wings / Sent her flying to fall beneath“. Chiude l’album il country rock di Better Off. Un’energica canzone che riaccende l’album prima delle ultime note, consapevoli di ricominciare dall’inizio un’altra volta, “I realize / That you can’t comprehend / If I don’t make it now / I’ll lose myself again / Why are you not trying to / Mend these broken wings? / I need somebody who’ll / Smile when I sing“.

Per Jade Jackson non è un semplice esordio questo Gilded, lo stesso vale per chi ascolta. Si percepisce uno stile ben delineato, forse ancora da raffinare ma Jade Jackson è sicura di sé. Lo può essere solo chi ha alle spalle tante canzoni che vanno a costruire una solida base su cui fondare un album come questo. Gilded mostra tutto il potenziale di un’artista che può solo migliorare ed essere in grado di muoversi a piacere tra country e rock, rimanendo ancorata alla tradizione americana e al caldo sole della California. Ascoltare Motorcycle è un buon modo per cominciare questo viaggio in compagnia di Jade.

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Cattive abitudini

Lo scorso anno incappai nella bionda cantautrice americana Logan Brill (Ape regina) e fui sorpreso dall’energia delle sue canzoni. Ma ciò che più mi sorprende è come, a distanza di un anno, il suo album Shuteye fatichi ad uscire dalla mia personale classifica degli ascolti. Segno che Logan Brill è risuscita nella non facile impresa di fare un album sempre piacevole da ascoltare e riascoltare. Perché fermarsi a Shuteye quando alla mia collezione mancava il suo album d’esordio? Ecco dunque Walking Wires, pubblicato nel 2013 che va completare la discografia di Logan Brill e a soddisfare la mia curiosità. Almeno per il momento.

Logan Brill
Logan Brill

No Such Thing As Ghosts apre l’album all’insegna delle atmosfere country che sono degnamente interpretate della Brill. La musica e i ritornello suonano familiari ma la sua voce dà un’energia particolare alla canzone. Segue l’accattivante country rock di Month Of Bad Habits. Un brano perfetto come singolo, con una Logan Brill a suo agio tra il suono delle chitarre. Un’anticipazione delle sonorità dell’album Shuteye. La canzone che preferisco di questo album è la successiva Scars. Una bella ballata arricchita dall’intensa interpretazione della Brill sempre in grado di trasmettere energia e allo stesso tempo essere delicata ed emozionante, “‘Cause your love is like a loaded gun. Should’ve put it down before you hurt someone. And if I survive this broken heart, soon you’ll be another scar“. Nobody’s Crying è un’altra bella canzone con un ritornello che ha tutto il sapore del country americano dell’originale di Patty Griffin. Sincerità è la parola d’ordine in canzoni come queste e Logan Brill è sincera. Lei sfodera la voce e ti viene voglia di cantare a squarcia gola. Rewind è una bella cover dell’originale di Paolo Nutini. La voce ruvida del cantautore scozzese è sostituita da quella morbida e pulita della Brill. Il risultato è sorprendente, con quel retrogusto americano in più, “I’m not sleeping at night. But I’m going from bar to bar. Why can’t we just rewind? Why can’t we just rewind? Why can’t we just rewind?“. Seven Year Rain è un’altra canzone che ricalca tutti i tratti caratteristici della musica della Brill. Un mix di malinconia e romanticismo che scaldano il cuore, con melodie collaudate ma di sicuro effetto, “Can’t stop the pain, can’t change the truth. Can’t take the shame of being here not loving you. Too tired to swim, too weak to crawl. And if you need someone to blame say it’s my fault. Call it love, ain’t no such thing. And I’m tired of this seven year rain“. Ne’er Do Wells è una cover di una canzone di Audra Mae. Una versione molto simile all’originale, con un piglio più rock. Una cover che dimostra tutta la bravura di questa cantautrice, “Ne’er do wells and woe be gones Show your face for we were wrong Ne’er do wells and woe be gones Feel no shame it won’t be long“. In canzoni come Write It On Your Heart viene fuori tutto il cuore della Brill. Una canzone di spiccata sensibilità e dolcezza. Un piacere per le orecchie che scaccia via i pensieri negativi. Tricks Of The Trade è un altra cover di una bella canzone di Paolo Nutini. Una versione più country ma molto ben fatta e rispettosa dell’originale. Chiude l’album Fall Off The Face Of The Earth che incarna tutta la bellezza delle ballate nelle corde di Logan Brill. Una canzone poetica che arricchisce questo album di un altro piccolo gioiello.

Logan Brill in questo Walking Wires si muove tra i nomi di Patty Griffin, Audra Mae, Paolo Nutini, Chris Stapleton e Andrew Combs, riuscendo nell’impresa di dare una propria impronta personale ad ogni canzone. Al di là dei singoli brani, questo album si ascolta piacevolmente, dall’inizio alla fine,  grazie all’interpretazione sempre sincera e spontanea di Logan Brill. La sua voce è il mezzo perfetto per veicolare un’emozione, una sensazione, spesso un po’ malinconica ma sempre positiva. Insomma se volete ascoltare un album rassicurante e familiare, Walking Wires è quello che fa per voi e il successivo Shuteye come sua naturale conseguenza.

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Son salite anche le nespole

Per scoprire nuova musica leggo regolarmente siti e blog che danno spazio a band che sono agli esordi o che appartengono al quel panorama indipendente lontano dai riflettori. Tra gli artisti che più mi hanno incuriosito si è aggiunta di recente la band inglese The Medlars. La loro Heart Of A Home è una di quelle canzoni che ti cattura subito al primo ascolto e non riesci più a smettere di ascoltarla. Ho percepito un senso di mistero e fascino dietro alla voce del leader Jimmy Grayburn e l’accompagnamento della sua band. Tutto questo è bastato per desiderare l’omonimo mini album d’esordio, uscito lo scorso 5 Maggio.

The Medlars
The Medlars

L’iniziale Heart Of The Home è una canzone a sfondo ambientalista dalle sonorità vagamente psichedeliche. La voce Grayburn è carismatica e va a completare alla perfezione l’accompagnamento musicale della sua band. Da ascoltare, “Dig deep into the Earth / Dig as deep as you can / Drill through the rocks of the Earth / Dig deep every man / Dig deep for the gold / Rip the Earth right back / Sprays out multi-coloured / Ancient and black“. La successiva è la bucolica Fly The Wheel che contrasta con la precedente. Più luminosa ma allo stesso tempo nostalgica, si rifà al folk americano tra banjo e violini. Vi conquisterà se il precedente brano non dovesse farlo, “Past the tilling of the clay red earth / The black earth and the brown / Out the dales and into the glens / England’s ribbons unwound“. Ancora più americana e country, la bella The Old Eagle che loda la gioia che la musica porta con sé. Le immagini di una serata tra amici e tanta buona musica, prendono forma davanti a noi. Un ritornello da cantare tutti insieme in coro, “Crisps and the candles, / The beer and the banjos. / Ode to the lamp light / With music through the late night. / We’re all in the pub to sing. / So let it ring!“. Last Train è una ballata guidata dal suono inconfondibile del banjo che porta con sé la sua nostalgia. Lasciarsi trasportare dalla melodia e dalla voce di Grayburn è l’unica cosa da fare, “There’s champagne and there’s brandy / The driver tips his hat / He’s had two glasses of the stuff / Before we reach Symonds Yat“. La successiva The Roundhouse è la più eterea dell’album. C’è un fascino teatrale nella musica e nella performance, che cresce man mano si prosegue nell’ascolto. Un’ottima prova corale, una dimostrazione di cura nei dettagli, “We walked through the dark dark wood / The path that we took climbed so high / The embers of the fire floated past the maple leafs / Up to join the stars to brighten the sky“. C’è ancora spazio per The Crag, una ballata d’altri tempi. Un corno solitario dà il suo prezioso contributo, duettando con Grayburn, sempre convincente e profondo, “The crag on the coast, an outcrop of land / Looks out on the sea / And everyday it’s touched by the waves / That wear it continuously / But the crag has the coast to guard its back / And keep it company“.

The Medlars con questo debutto provano a farsi spazio nello sconfinato panorama folk britannico. Hanno tutte le carte in regola per riuscire ad emergere grazie ad un’originalità che trova i suoi fondamenti nella tradizione locale ed americana. Il moderno concetto di musica folk viene espresso al meglio da Jimmy Grayburn e la sua band, che lo accompagna in questa avventura. Un’avventura che inizia con questo esordio di ottima fattura, sia per i testi che per la musica. Ad ogni ascolto si percepisce una sfumatura in più, un tocco personale, sfuggito all’ascolto precedente. The Medlars è un debutto di quelli che fanno drizzare le antenne. La sola Heart Of A Home dovrebbe bastare a convincervi, così come è successo a me.

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Senza volto

Quando scopro un nuovo artista, mi piace cercare qualche informazione su di lui. Al giorno d’oggi è piuttosto facile farlo attraverso internet, Wikipedia o i social network. Ma nel caso di Rob Reid è stato praticamente impossibile. Avevo aggiunto il suo EP Paradise alla mia wishlist di Bandcamp e qualche giorno fa è entrato nella mia collezione. Paradise è stato pubblicato l’anno scorso e mi ha subito attirato per il suo bel sound americano. Rob Reid è un cantautore canadese e questo è il suo debutto. Si può scoprire qualcosa in più sul suo sito ufficiale e poco o nulla nella sua pagina Facebook. Non una sua foto o interviste. Interessante di questi tempi, no? Ci sono solo otto canzoni che parlano per lui. Nient’altro.

Si inizia con la rockeggiante Paradise. Le chitarre hanno un suono famigliare, confortevole. La voce di Reid è perfetta per queste canzoni, questo classico rock americano. Un inizio irresistibile che ci spinge a proseguire nell’ascolto di questo EP. Più folk e distesa, la successiva Honest Monday. Come da titolo è una canzone sincera, dall’apparenza spontanea, che si risolve in meno di due minuti. Niente male. Roll On è orecchiabile e solitaria. Rob Reid sembra avere tanto da raccontare e sa farlo con una semplicità e maturità invidiabili. Così come riesce a fare con la successiva Devil’s Shoulder. Un folk americano oscuro e desolato, che cresce tra contaminazioni blues. Nulla di nuovo ma quello che conta è ciò che questa canzone riesce a trasmettere. Lo fa attraverso la via più semplice e sicura. Un’altra ballata country come Erin’s Song (Guiding Light) continua a farci viaggiare in territori conosciuti e famigliari. Rob Reid duetta con una voce femminile che (ahimè) non sono riuscito a scoprire a chi appartiene. Un altro piccolo mistero che si aggiunge al quadro. Don’t Mean To Confuse You, a dispetto del titolo, confonde con le sue chitarre a briglia sciolta. Reid si rivela un rocker abile molto differente da quello ascoltato finora. Il ritmo è tirato e le parole escono veloci come un treno nel deserto. Colpisce nel segno. Dust And Decay è una splendida ballata country malinconica. Lo stile è collaudato ma supportato dalla voce carismatica del cantautore canadese. Ancora la chitarra è protagonista, come potrebbe essere altrimenti? All My Friends è un’altra trasformazione di Reid, che chiude questo suo EP con ironia e ritmo. Un country ballabile da fine serata, un buon modo per salutare gli amici.

Paradise è un bignami del folk rock americano. C’è un po’ di tutto. Rob Reid è un buon ambasciatore in terra canadese del rock a stelle e strisce. La scrittura è matura e fa pensare ad un debutto tardivo. Con queste canzoni forse abbiamo conosciuto Rob più di quanto possa fare una fotografia o un profilo social. In un mondo, anche quello musicale, dove apparire è diventato fondamentale, Rob Reid ha scelto di rimanere in una sorta di anonimato e non mi stupirei affatto se il suo fosse solo un nome d’arte. Paradise, in definitiva è un veloce viaggio nel paese del country, in compagnia di un amico un po’ schivo ma sincero.

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