Mi ritorni in mente, ep. 46

È tempo di vacanze e tutti i miei buoni propositi di scrivere una recensione cadono nel vuoto e si sciolgono nel caldo d’agosto. Le vacanze sono vacanze dopotutto e anche questo blog, o meglio il suo autore, si prendono una pausa. Ma questo è il momento più adatto per affondare le mani negli album che ho accumulato in queste settimane e prepararmi per i per i prossimi post in vista di un autunno ricco di nuova musica. Quando arrivano le vacanze mi viene sempre in mente una vecchia canzone dei R.E.M., Permanent Vacation. Una canzone che risale ai primissimi esordi del gruppo americano, non certo una delle migliori ma è una di quelle rarità sempre interessanti. Quale occasione migliore per ascoltarla ancora una volta e cantarla durante queste vacanze?

I’m on a permanent vacation
Nothing left to move
I want a revelation
Nothing left to prove
I could take it with me
Leave you all behind
I got some kind of feeling
Burnin’ on my mind

Sleeping late in the morning
Stay out all night long
Every day is like the one before
I’m going wrong

So di non sapere

Se c’è qualcosa che muove la mia personale ricerca di nuova musica è senza dubbio la curiosità. La maggior parte delle volte però preferisco rifugiarmi in generi e stili che conosco bene, dove trovo, seppur effimere, sicurezza e conforto. Talvolta però mi piace allontanarmi un po’ dalle strade che conosco e la musica di Jeni Magana, cantautrice di Brooklyn, è una di quelle volte nelle quali la deviazione è dolce e indolore. In realtà, il cantautorato femminile è sempre in cima alla lista delle mie preferenze ma questo EP d’esordio intitolato Golden Tongue mi ha affascinato fin dalle prime note di Inches Apart. Spiegarlo è difficile ma come sempre ci proverò.

Magana
Magana

Get It Right apre l’EP, una bella ballata dal sapore rock. La voce della Magana è dolce e amara, che cattura l’attenzione. Affascina per quella sua aura di tristezza che io trovo sempre irresistibile, facendomi tornare alla mente la migliore Angel Olsen, “If you could see what is in my mind / You would change before my eyes / You were red but my gold turned you green / So you stood there lying through your teeth“. Inches Apart è un’altra canzone triste e malinconica. Magana da prova di sensibilità e delicatezza, doti rare e ricercate. La migliore canzone dell’album per intensità, “When I’m cold / And I’m lonely / Hold me in your arms / We’ll grow old / We will only / Be inches apart“. The World Doesn’t Know è un bel pezzo indie rock tormentato. La voce della Magana è questa volta più ruvida e contribuisce, insieme alla chitarra, ha dare tensione al brano, soprattutto nel ritornello, “Because the world doesn’t know what the world doesn’t know / That it lives in my mind and so now I have total control / And nobody’s aware and so they don’t find it strange / Every cell in your body belongs to the thought in my brain“. Chiude la title track Golden Tongue. Questa volta i toni sono più scuri dove voce e musica di fondono, tirando fuori l’anima rock di questa cantautrice. Un finale intenso, carico di rabbia, “You colored my words with your golden tongue / And shifted and blurred what is in my heart / I am not sure why they call it love / Why does it feel like it’s so damn hard“.

Golden Tongue è un interessante EP d’esordio che si distingue da altri per la sua vocazione artistica. Jeni Magana sembra voler mescolare l’astrattezza dell’arte con la più concreta onestà della musica cantautorale. Il risultato è un EP breve ma che può diventare un ottimo biglietto da visita per un’artista che ha tutte le potenzialità per fare bene anche in un album. Arrivato in fondo a questo EP mi rendo conto di non essermi allontanato troppo dalla mia strada sicura. La musica mi chiama. Io rispondo sempre presente.

Questi sono i giorni

Tra i ritorni più interessanti di quest’anno si è aggiunto anche il terzo album della cantautrice americana Angel Olsen, intitolato MY WOMAN. Proprio all’inizio di quest’anno ho pubblicato la recensione del suo album d’esordio Half Way Home del 2012. Ho voluto ascoltarlo per completare così la sua discografia, insieme a Burn Your Fire For No Witness del 2014. Angel Olsen mi è sempre piaciuta perchè è in grado di trasmettere, attraverso le sue canzoni, emozioni intense sia quando ha un piglio più rock piuttosto che uno più folk o pop. Un cantautrice di razza che non si è posta il problema di come piacere a tutti e questo MY WOMAN portebbe rappresentare uno spartiacque della sua carriera.

Angel Olsen
Angel Olsen

Intern apre l’album con il suono dei synth che qui sono l’eccezione. La voce della Olsen è elegante ma intensa, così come ci ha da sempre abituati. Qualche brivido ci ricorda che è tornata con tutta la disperazione del suo animo, “I don’t care what the papers say / It’s just another intern with a resumé / I am going to fall in love with you some day / I’m gonna fall in love and run away / I’m gonna fall in love and run away“. La successiva Never Be Mine è un bel rock dal sapore d’altri tempi. Angel Olsen riesce ad incantare con le chitarre, una bella melodia e il ritmo. Una delle migliori dell’album, una triste canzone d’amore, “He wants to know why / He wants to know why / I only want to know you / I want to tell him / I know the feeling / This time I swear that I do“. Shut Up Kiss Me è il primo singolo dell’album, un’accattivante pezzo indie rock carico di energia. La Olsen non è nuova a queste cose e dimostra di sentirsi a suo agio sempre e comunque, “I could take it down to the floor / You don’t have to feel it anymore / A love so real that it can’t be ignored / It’s all over baby but I’m still young / I’m still young“. Anche Give It Up è della stessa pasta. Sembra che la Olsen voglia richiamare alla memoria un rock che non esiste più ma che piace ancora, “In my arms and fast asleep / In my arms and all my dreams / Where you are is where I want you / Where you are is where I want to / Where you are is where / I want to be / I want to be / I want to be“. La prima metà dell’album, quella più rock, termina con Not Gonna Kill You. Qui si sente tutta l’influenza del rock americano della musica della Olsen, fondendo sapientemente il suo passato e il suo presente, “My watch is blurry when I look down at my hands / I’m just another, alive with impossible plans / I turn the lights low but we both know where we are / And when it’s over, what becomes of your pure heart?“. La seconda parte dell’album è dedicata alle ballate, malinconiche e tristi, che non possono mai mancare. Heart Shaped Face fa da contrasto e riapre le porte alla Olsen degli esordi. Qui i tempi cominciano a dilatarsi così come il ritmo, “I never wanted to be someone who had to leave it all behind / Even still there is no escape for what I face, I faced before / Have whatever love you wanna have / But I can’t be here anymore“. Ma forse è Sister che conserva tutta la poesia e la drammaticità dello suo stile. Per quasi otto minuti Angel Olsen ci rapisce con un’interpretazione al limite delle lacrime. Ecco l’altro lato di quest’artista che amo, “Everywhere I go / I can see your face / Alive and gone at once / Hey, that’s the way I see this place / And though this blessing was a curse / Before I opened up my heart / You learn to take it as it comes / You fall together, fall apart“. Those Were The Days ha un’atmosfera romantica e sfocata. La Olsen sfodera una voce sussurrata e sensuale come non mai, “See how you’re laughing with those you don’t know as well / I hear you saying I’m the one but I wish I could tell / Funny how time can can make you realize and realize / And then realize“. In Woman risiede l’anima di questo album. Un’altra ballata, personale e sentita. Un’interpretazione eccezionale, “You can leave now if you want to / I’ll still be around / This parade is almost over / And I’m still your clown“. Pops chiude l’album trasformando Angel Olsen in una sorta di Lana Del Rey. Ma in realtà sotto l’apparenza c’è un forte richiamo alla Olsen degli esordi, disperata che da sfoggio alla sua voce che io definirei “lacrimosa”. Sì, credo sia il modo migliore per definire la sua voce, “All those people, they don’t see me / Baby, don’t leave / Please believe me / Couldn’t love ‘em if I tried to / No one understands me like you“.

Angel Olsen continua il suo percorso musicale con questo MY WOMAN nel quale non ci sono strappi con il passato. Tutto cambia ma lentamente e Angel Olsen non rinnega sé stessa ma si mette in gioco, dimostrando sempre più di essere un’artista ormai matura. Abbiamo di fronte una cantautrice che non si lascia trasportare facilmente dalle mode del momento e questo, si sà, divide il pubblico e la critica. Io trovo MY WOMAN un album intenso e senza scampo, come i due precedenti. Mi rendo conto che Angel Olsen non è quel genere di artista che può piacere a tutti, ma vi invito ancora una volta ad ascoltare un suo album per intero. Perchè sono sicuro che vi piacerà almeno una canzone. Anzi, ne sono convinto.

Siamo vivi?

Questo album degli Augustines era una buona occasione per il gruppo di ritrovare quell’urgenza, quella rabbia dell’esordio, andata un po’ smarrita nel precedente. Ma terzo capitolo della band statunitense intitolato This Is Your Life, prende però un’altra strada. Billy McCarthy e soci provano a ricominciare da capo, rimescolando le carte senza rinunciare alla loro identità. Un ritorno, quello degli Augustines, che attendevo per capire se c’era ancora qualcosa di forte che potesse uscire da un loro disco, un’onda di energia e di riscatto. This Is Your Life centra in pieno l’obiettivo.

Augustines
Augustines

Il travolgente inizio di Are We Alive la dice lunga. L’inconfondibile voce di McCarthy si fa spazio tra la perfetta unione di melodia e ritmo, tipica del gruppo. C’è solo un po’ più di elettronica ad arricchire il nuovo sound della band, “Are we alive? / Or are we just kidding ourselves? / I’m terrified / Of being alone / The pale dying light / Of my back window / Is fading, alright / And I don’t wanna be what I am tonight“. La successiva When Things Fall Apart è una delle migliori dell’album. Vitale e pulsante, nella quale McCarthy si può esprimere al meglio. Il ritornello è tutto da cantare e farà sicuramente presa durante i concerti, “We go someplace, to get a new start / you gotta move on when things fall apart / We go someplace, to get a new start / you gotta move on when things fall apart“. The Forgotten Way incarna l’altra faccia della band. Una sorta di marcia a cavallo tra sogno e realtà che incanta per la sua vaga tristezza che trasmette. Running In Place si fonda unicamente sulla straordinaria voce di McCarthy accompagnato dal duo senegalese Pape & Cheikh. Non è la prima volta che gli Augistines provano a portare un po’ di world music nel loro rock ma questa volta il risultato è migliore. Da ascoltare. La stessa collaborazione si può sentire in May You Keep Well, ballata rock intensa e emozionante. Il gruppo non perde mai di vista l’obiettivo dell’album e riesce sempre a mantenere il controllo delle sue atmosfere. Con Landmine il gruppo mette in scena un’altra ballata che riporta ai loro esordi, ulteriore conferma che la rinascita è finalmente compiuta, “Well it died, on the fourth of july / But we’ll think of something / to patch up our sides / Honey my head bleeds / And tears it to seams / But we’ll think of something / And sleep by the ocean. / But I’m a landmine“. Suona quasi come una supplica Hold Me Loneliness, che mette in risalto, ancora una volta, l’espressività nella voce di McCarthy. Indie rock a briglia sciolta per No Need To Explain richiama gli esordi ma il gruppo sa come non cadere nella tentazione di autocitarsi. Ci vuole proprio un po’ di rock tra tutte quelle ballate. L’inno della title track This Is Your Life è il manifesto dell’album. Racchiude tutta l’anima di questa band così come l’ultima Days Roll By. Ennesima power-ballad che chiude il cerchio ma subito si sente la voglia di ricominciare ad ascoltare questo disco, con la voglia di cogliere tutte le sfumature possibili.

This Is Your Life è a tutti gli effetti un buon album. Gli Augustines sono riusciti a rinnovarsi prima che fosse troppo tardi. Billy McCarthy trova la sua dimesione in questo album che nonostante il forte impatto live che avranno queste canzoni, non si possono definere “da stadio”. Il gruppo mantiene i suoi tratti caratteristici e la sua genuinità, riuscendo ad evolvere in modo naturale senza cercare un ritorno al passato. Sono contento per loro e per me, che più ascolto questo This Is Your Life e più lo sento mio e credo che nessuno possa sfuggire alla potenza espressiva e trascinante di questa band, sia quando accelerano, sia quando rallentano.

Anima immortale

Sono passati quasi cinque anni da quando scrissi per la prima volta su questo blog riguardo alla band canadese Wintersleep. Sono molto legato a questo gruppo e ricordo ancora quando ascoltai per la prima volta il loro brano più conosciuto Weighty Ghost. Ho dovuto aspettare quattro anni prima di poter ascoltare un nuovo album. Infatti il loro quinto album Hello Hum è del 2012 e dopo qualche ripensamento e il cambio di etichetta discografica ha visto la luce The Great Detachment, sesta fatica del gruppo canadese. Il titolo è già eloquente di per sè ma bastano pochi secondi per cogliere il rinnovamento di questo gruppo ormai attivo da quindici anni.

Wintersleep
Wintersleep

Si comincia con Amerika energico inno rock dove ritroviamo la chitarra di Tim D’eon e Loel Campbell, alla batteria, in gran spolvero. C’è sempre la voce di Paul Murphy, più calda e meno distaccata rispetto alle uscite precedenti. Bentornati, “What am I trying to find? / Are you alive, oh my Amerika? / Perennial with the Earth And freedom, love, and law, and life / Perennial with the Earth / My freedom, I don’t wanna die“. Segue la trascinante Santa Fe, che accelera il ritmo. La voce distorta, le chitarre e la batteria si fondono esplodendo in un ritornello rock accattivante. I Wintersleep virano verso sonorità quasi pop rock ma con la loro esperienza e mestiere, riescono a non rendere banale una canzone, che in mano ad altri, sarebbe potuta esserlo. Lifting Cure è un altro inno indie rock, vibrante e colorato. Murphy se la cava bene anche con il falsetto sequito a ruota dalla chitarra di Tim D’eon. I Wintersleep sembrano avever abbandonato le tonalità scure del passato ma le sorprese devono ancora arrivare. La successiva More Than è forse il brano più debole dell’album ma nel quale si possono ritrovare i Wintersleep del procedente Hello Hum. C’è anche un finale da cantare tutti in coro, “I read your letter, printed it up, / Crumpled up the paragraphs so that / I could fit it in my mouth / The words you said / That you were meant for / That despite everything you said before / I’m still in your head / And I love you more / More than I said then / More than I said / More than I ever felt before“. Il gruppo canadese torna alle origini con la cupa Shadowless. Al centro c’è la voce di Murphy, la musica è essenziale ed eterea. Sempre alla ricerca di una melodia, di un ritmo che finisce per crescere d’intensità nella seconda metà. I cari vecchi Wintersleep fanno centro ancora infilando anche un finale da brividi. Sulla stessa frequenza la bella Metropolis, un viaggio nottuno tra i volti e i pensieri di una grande città. Paul Murphy è ispirato e guida i suoi lungo strade buie, a dare il passo ci pensa i buon Campbell, sempre presente, pronto a lasciare il segno. Tra le migliori dell’album, “A full-grown man, / Man casually dressed / Caught a thought in a plan / In a busy metropolis / Hold tarot cards held to tightly to his chest / As if to protect / As if his life depended on / His way to work / Some other more adventurous“. Spirit è una pulsante canzone originale e viva. Qui si nasconde il titolo dell’album e “il grande distacco” si sente nella rinnovata energia di questo gruppo che non finisce mai di stupire. A darne prova ci pensa Freak Out. Indie rock dal sapore americano, veloce e divertente. Loel Campbell ci da dentro senza sosta e gli altri non faticano a stargli dietro, ormai lo conoscono bene. Attenzione, ritornello appiccicoso. Love Lies è un passo indietro verso i suoni elettronici di quattro anni fa. Un’atmosfera fumosa e sfuggente si forma lentamente intorno noi fino a trovare una via di fuga in una melodia e un ritornello prepearati con cura. L’esplosiva Territory vede la preziosa partecipazione di Geddy Lee, bassisita del gruppo rock canadese Rush. Un mix perfetto tra musica e testo, dove Murphy appare rigenerato e ispirato. Chiude The Great Detachment la sorprendente Who Are YouI Wintersleep scelgono un indie pop dal sapore dolce e spensierato. Sono capaci anche di questo, lo hanno dimostrato in passato e continuano a farlo.

I Wintersleep sono un gruppo in continuo movimento. Cambiano sempre, anche a costo di perdere l’etichetta di band indie rock. Sono un gruppo sottovalutato a mio avviso ma che il recente riscontro che sta avendo il singolo Amerika, dimostra il loro straordinario talento. Un gruppo che sembra avere un’anima immortale, un marchio di fabbrica che non cambia mai. Questi tre amici, Paul Murphy, Tim D’eon e Loel Campell sono il cuore pulsante del gruppo, accompagnati come sempre da Jon Samuel e Mike Bigelow. The Great Detachment è un album che rilancia i Wintersleep sotto una nuova forma ma con l’anima intatta.

Re pallidi, filamenti e lanche

Lo scorso anno ho riscoperto una band che avevo colpevolmente lasciato in un angolo. Questa stessa band è tornata a Gennaio con un nuovo album. Mi riferisco agli americani Shearwater capitanati dal carismatico Jonathan Meiburg e al loro nono album Jet Plane And Oxbow. Anche se di questa band avevo ascoltato sono l’album Rook non potevo farmi scappare questa novità. Il singolo Quiet Americans mi ha catturato subito ed ero sicuro di trovarmi davanti ad un altro grande album di questa band. Jet Plane And Oxbow segna una svolta più elettronica e dal sapore anni ’80, lasciandosi alle spalle le remiscescenze folk del passato ma il fascino e il mistero degli Shearwater rimane intatto.

Jonathan Meiburg
Jonathan Meiburg

Si inizia con Prime nella quale un’ipnotica melodia fa da sfondo alla voce inconfondibile di Meiburg. C’è un’atmosfera leggendaria che non abbandona gli Shearwater e questa canzone non fa eccezione, affogando in un turbine di conufuso di suoni “Well I followed you down in a dream / To the floor of a valley under siege / With a gunmetal moon, / and a river like wire“. Quiet American è la prima delle canzoni più impegnate del gruppo. Magnetica e carica di rabbia è la punta di diamante dell’album. Meiburg è ispirato e carico, tutto funziona a meraviglia, “Or lying alone in the eastern light, / Sleeping in the morning hours / And the only sound / From the lantern-covered hills / The only light / From a day yet to begin / The only signs / Of the guns in silhouette / Are only sound / Are only light / Only, only!“. Pulsazioni elettroniche in A Long Time Away accedono la protesta contro ogni guerra. Meiburg da profondità e tensione ad ogni singolo verso di questa canzone, “And it never goes dark / Under these lights / It never goes cold / Under fire / Bring the drums / Bring the lights / Bring the wires“. Backchannels vede un Meiburg in gran spolvero, misterioso e affascinante. Un ritorno alle sonorità del passato, inserito perfettamente tra le nuove canzoni, “And a droplet falls / From the dropper’s eye / Blooms like a wave / That slowly overruns / all of your days / And slips the caul / From off your eyes / You face alone / A fear / that’s dragging us all / in its wake“. In contrapposizione c’è Filaments dal ritmo sincopato nel quale si muove sinuosa la voce di Meiburg. Ci sono anche vage contaminazioni orientaleggianti e qualche sperimentazione in un dei brani più originali e oscuri di questo album, “In the center of the sun, / in the stain spilling out into the light / In the calling of the gulls, / in the river running out into the night / Some people run from themselves / Some chain the dogs to the gate / Some are living a lie“. Pale Kings è epica come un inno che nasconde una tristezza per una nazione in decadenza. Ma non manca la speranza di un futuro migliore nel testo e nella voce di Meiburg, sempre più carismatica, “You know how sometimes / You’re so tired of the country, / Its poptones and its pale kings / And its fences like knives / But in the same breath / Your heart breaks with the feeling / With love and with grieving / For its irrational life / Right / Now“. Only Child è una solitaria e malinconica ballanta pop rock. Forse non è tra le più originali ma comunque una bella canzone dal vago sapore anni ’90, “The masters of / Your lonely kingdom / Pulled you along / With red-rimmed eyes / Through endless hours / Of drill and harness / Until you fell, surrendering“. La successiva Glass Bones è un ritorno all’indie rock vibrato e pulsante. Meiburg è inseguito dai riff di chitarra e dal ritmo concitato, un inseguimento in terre sconosciute. Da non perdere, “Are they luring you back with old glories? / Drunk on the dregs of some darkened paradise? / Lulled by an alien feeling / Till you’re suddenly blind / Till you’re barely alive / With glass bones“. Wildelife In America è un classico rock americano, malinconico ma carico di speranza. Si percepisce come un’urgenza espressiva, una ricerca di un modo per trasmettere un messaggio di conforto. Una delle canzoni più calde e intime degli Shearwater, “Back before / Back in our school days / You were wild-eyed / Before the damage was done / You tasted that fear / in your mouth on Sundays / But you know / You know it’s not living“. Più pop e meno originale del resto dell’album è Radio Silence. Il risultato è comunque accattivante e orecchiabile nonostante sfiori i sette minuti. Meiburg dimostra di saper trovare sempre il modo di lasciare traccia con la sua voce, con sprazzi alla Micheal Stipe, “Choking on signal, sucking on silence / Sodium lights on the monument’s face / Radio London, Radio Cyprus, / Where the Lincolnshire poacher’s / shaking his cage“. Chiude Stray Light At Clouds Hill, lenta marcia in perfetto stile Shearwater. Oscuro quanto basta con un effetto eco discutibile ma funzionale, un buon modo per salutarsi, “I jump over mountains / I vault over islands / I roar through the houses / I skim on the oceans alone / And see only outlines“.

Gli Shearwater sono tornati con un album convincente e ispirato. Jonathan Meiburg non perde mai l’occasione per mettere in mostra la sua voce e il resto del gruppo lo serve allo scopo. Non ho ascoltato il resto della loro discografia, ad eccezione di Rook, e non posso dire se questo è il loro migliore album oppure no. Posso solo dire che ho ritrovato gli Shearwater di Rook, solo sotto una veste più rock e meno folk. Un ritorno che è stata una sorpresa perchè questa band al nono album dimostra di avere ancora qualcosa da dire, senza lasciare nulla al caso a partire dai testi. Ora non mi resta che ascoltare gli altri sette album che mi rimangono. Sarà un piacere farlo.

Mi ritorni in mente, ep. 33

Tra le prime novità di questo anno ecco spuntare il nuovo album delle sorelle Lily e Madeleine Jurkiewicz, il terzo in quattro anni. S’intitolerà Keep It Together ed uscirà il 26 Febbraio. Questo album segna anche il passaggio ad una nuova casa discografica e il primo singolo Hourglass sembra indicare la nuova strada intrapresa dalle due giovani cantautrici americane. Un indie pop che lascia intatte le peculiarità del duo ma che sottolinea la rottura con le sonorià folk dell’esordio, per altro già intrapresa nel secondo Fumes. Lily & Madeleine non conoscono sosta e sono già al terzo album nonostante la più grande delle due sorelle, Medeleine, abbia solo 21 anni.

Sono contento del ritorno di Lily & Madeleine soprattutto in un anno, il 2016, che si prevede ricco di uscite interessanti e tanti ritorni. La nuova canzone Hourglass mi piace soprattutto perchè nonostante sia più pop delle precedenti, non è un taglio netto con il passato. Sono curioso di ascoltare il nuovo album Keep It Together in compagnia delle sorelle Jurkiewicz.

Ultimo ma non ultimo il ritorno dei Wintersleep. La band canadese è pronta a tonare con il sesto album a quattro anni di distanza da Hello Hum. Anche loro hanno deciso di cambiare casa discografica abbandonando la major dopo un solo album. Non a caso il nuovo album s’intitola The Great Detachment e uscirà il 4 Marzo. Il primo singolo è Amerika, ispirato dalla poesia America di Walt Whitman, è un ritorno a sonorità rock più pure e scarne. Questo è un grande ritorno, questi sono i Wintersleep. E poi c’è Loel Campbell che anche questa volta picchia duro. Un consiglio se non conoscete i Wintersleep, recuperate la loro discografia prima di ascoltare The Great Detachment. Bentornati…