Una luce in lontananza

Continua la mia ricerca di nuova musica lontano dai generi che ascolto più spesso e tra i nomi che mi ero appuntato in passato c’è quello di Elles Bailey. Questa cantautrice inglese, ma dal cuore evidentemente oltreoceano, era già giunta alle mie orecchie un paio di anni fa con il suo esordio Wildfire, di cui avevo letto recensioni molto positive. Per qualche motivo non ho colto l’occasione di ascoltare quell’album a suo tempo e solo con l’uscita lo scorso Marzo del nuovo Road I Call Home, l’ho aggiunto alla mia collezione. Il suo sound blues non è molto distante da certa musica country che già ascolto ma la sua capacita di mescolare questi due generi con un po’ di soul mi ha incuriosito. Per non parlare poi della sua voce all’apparenza consumata, che in realtà è condizionata dall’aver passato diciassette giorni intubata all’età di tre anni a causa di una polmonite. Elles Bailey dunque è una nuova artista tutta da scoprire, almeno per me, e non resta che iniziare proprio da Road I Call Home.

Elles Bailey
Elles Bailey

Hell Or High Water ci introduce lentamente ma non senza energia, alla musica della Bailey. Le chitarre blues, insieme alla sua voce graffiata sono un biglietto da visita irresistibile per chiunque. Un crescendo che ci dà un assaggio del prosieguo dell’album. La successiva Wild Wild West fin dal titolo tra ispirazione dalle sonorità di un country rock dalle tinte scure. Difficile immaginare la voce della Bailey al di fuori di questo contesto musicale ma tutto è così perfetto che non c’è bisogno di ascoltare altro. Dopo due canzoni dall’anima prevalentemente rock, la bionda Elles ci prova con Deeper, una ballata soul tutta energia e cuore. La sua voce conduce il gioco e dimostra dimestichezza con un modo di cantare spesso abusato ed enfatizzato fino a snaturarlo. Elles Bailey invece non fa niente di tutto questo ed il risultato è eccezionale. What’s The Matter With You è profondamente blues e ne segue i suoi schemi alla perfezione. Lento e pronto esplodere, questo brano farebbe invidia a colleghe ben più in vista di lei. Ancora la voce è protagonista e le chitarre si limitano ad un discreto ma fondamentale accompagnamento. Tra le canzoni che preferisco c’è la bella Medicine Man. Un country blues di mestiere ma dal fascino sempre irresistibile. Qui c’è tutta le passione per questo genere musicale e la cultura che porta con sé. La title track Road I Call Home è un movimentato blues rock che scivola via veloce. Un’interpretazione carica e piena dove Elles Bailey non perde un colpo e fa salire qualche brivido lungo la schiena, complice anche l’eccezionale band alle sue spalle. Foolish Hearts ha tutta l’impostazione di una classica ballata romantica e un po’ malinconica. Il tutto ovviamente profondamente legato ad un sound molto soul nel quale la Bailey sembra trovarsi perfettamente a suo agio. Un ondata di luce e vitalità si fa prepotentemente spazio con la folgorante Help Somebody. La scelta musicale è azzeccatissima. Ricca e trascinante, dove trova lo spazio che merita, il canto della Bailey. Una delle migliori di questo album. Little Piece Of Heaven racchiude meravigliosamente al suo interno un sound anni ’90. Una canzone carica di speranza con una chitarra solare che sostiene la voce della Bailey, più morbida che in precedenza. Si torna ad un country blues con Miss Me When I’m Gone. Questo brano rappresenta al meglio tutte le caratteristiche di questa cantautrice. Ogni cosa è al posto giusto e un assolo di chitarra prima del finale è più che doveroso. Light In The Distance è una splendida ballata dove la voce della Bailey corre sulle note di un pianoforte. Questo genere di ballate sono sempre il modo migliore di chiudere un album e questa non fa eccezione.

Road I Call Home è un album che scorre velocemente, trascinato dalla voce potente ma educata di Elles Bailey. Non ci sono virtuosismi fini a sé stessi o momenti fiacchi, tutto procede per il verso giusto, una tensione costante tiene in piedi l’album. Elles Bailey è la sua band hanno ben chiaro il sound che vogliono dare all’intero lavoro, lo si percepisce traccia dopo traccia. L’energia che questa cantautrice vuole imprimere a Road I Call Home è ben equilibrata tra voce e musica, un po’ di soul, un po’ di rock, un po’ di country e tanto tanto blues. Elles Bailey mi ha avvicinato in maniera pericolosa proprio al blues, per il quale ho sempre nutrito un certa simpatia ma sempre accoppiato con altri stili a me più affini. Questo Road I Call Home potrebbe aprirmi porte verso terre inesplorate ma sicuramente, quello che ha fatto, è sorprendermi e sentirmi in obbligo di recuperare anche il suo esordio. Perché per lei sembra prospettarsi una carriera piuttosto interessante.

 

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Qualcosa di lento e dolce

Questo blog ha seguito la carriera artistica di Lily e Madeleine Jurkiewicz fin dal loro esordio nel 2013 con The Weight Of The Globe (Realtà e promesse sulla nuova strada), seguito lo stesso anno dal primo album omonimo del duo, Lily & Madeleine (Misteriose sparizioni). L’anno successivo è il turno di Fumes (Conigli, lupi e mentine) nel quale si intravedeva un progressivo distaccamento dalle sonorità folk in favore di altre più pop. Nel 2016, le due sorelle americane, tornano con Keep It Together (Luci e ombre) che conferma la loro svolta pop. Lo scorso mese è uscito il quarto album, dal titolo Canterbury Girls, nel quale scoprire l’ulteriore passo in avanti di queste due giovani cantautrici. Le premesse, ovvero i singoli che hanno preceduto l’album, rivelavano una sostanziale riconferma delle loro recenti scelte musicali, non senza qualche gradevole sorpresa.

Lily & Madeleine
Lily & Madeleine

Self Care è un splendida ballata pop soul, guidata dalla voce di Madeleine. Le difficoltà in amore sono da sempre fonte di ispirazione e le due sorelle sanno come metterle in musica. Un inizio che richiama gli esordi, soprattutto per la scelta del pianoforte, “I don’t need this to feel / Like I’ve become something real / Your beautiful eyes and your blank stare / I can’t make myself care“. La successiva Supernatural Sadness vira in direzione delle tranquille acque del pop, già esplorante in precedenza. In primo piano ancora l’amore, questa volta non è finita bene, che traccia una melodia malinconica e vagamente psichedelica, “Heavenly host, body’s a ghost / Isn’t it nice not to feel? / Supernatural sadness / Only ever brought me down with you / Magnetic madness / Vision of a heartbreak coming true / And I won’t be around / No, I can’t help you out / Supernatural sadness“. C’è ancora del soul in Just Do It. Questo sound è la vera novità di questo album e Lily & Madeleine dimostrano di trovarsi comunque a proprio agio, “A little less talk, a little more actin’ on it / Got no satisfaction, I don’t want it / I can’t stay too late / Enough is enough, no, I can’t quit / Too much wasted time, got it coming / I can’t wait, time to play“. La title track Canterbuty Girls è una delle canzoni più belle di questo album. Forse una delle canzoni più mature del duo, capaci di creare un’atmosfera notturna ed attraente. Triste al punto giusto, dove le voci leggere delle ragazze si fondono con una musica più grave. Da ascoltare, “Dancing moonlight muses all this time / I know there’s a limit but I don’t feel it, not tonight / Soaked in sunshine, don’t know where to be / But if you’re doin’ what I’m doin’, then we’re free“. Eterea e leggera la bella Bruises. La musica riecheggia sullo sfondo sul quale scivolano, morbide le voci delle sorelle Jurkiewicz. Un brano che ricalca le atmosfere del precedente album, “Looking at my skin, I can feel the imperfections / Tryna be with you and I see all my projections / I didn’t wanna be the only one who gets ya / But now you’re holding me, telling me I’m no better“. Ispirata da un viaggio a Tokyo, Pachinko Song è una bella cavalcata pop dalle tinte notturne. Si percepisce la sintonia della coppia ed una ritrovata ispirazione, “I’m scared my bitterness, written all over my face / Takes over everything / I ran through Tokyo hoping to find the place / Where only I could be, but I never found it“. Circles è una ballata che ricorda molto quelle di inizio carriera. Il pianoforte guida le due voci angeliche e calde delle ragazze. Ancora un amore difficile è protagonista di una canzone di questo album, “Got my body in a trance / Holding onto things I can’t stand / I’m tangled in a dance with the man I hate / Oh, faith isn’t my friend“. Il pezzo forte, anche il brano più pop, è Can’t Help The Way A Feel. Trascinante pop anni ’60 piuttosto inedito per la coppia. Una canzone orecchiabile non a caso scelta come singolo, “Something ‘bout you makes me wanna give you more than I ever gave / I try to keep myself together but I’m losing it anyway / I change my clothes and my hair / My friends tell me that I shouldn’t care, but I / Can’t help the way I feel“. Analog Love esprime il desiderio di una relazione vera, faccia a faccia, in un’era invasa dai rapporti vituali. Trovo bello che due ragazze giovani esprimano il desiderio di abbandonare, anche solo per qualche tempo, il mondo digitale, troppo freddo per far crescere un amore, “I want an analog love / Something slow and sweet / Give me an analog love / Wanna feel the Earth underneath our feet / ‘Cause nothing ever seems like it will last / With every passing day moving too fast / I want an analog love“. La ballata conclusiva, initolata semplicemente Go, è malinconica e poetica. Il pianoforte torna protagonista, la voce delle ragazze sempre spendida e melodiosa, cos’altro chiedere di più? “I let the flowers die / He said good things come in time / But good things never seem to comfort me / Even removed I say I’m sitting next to you / Like running isn’t part of my identity“.

Canterbury Girls è l’album che racchiude questi sei anni di una carriera appena iniziata ma già delineata da quattro album sempre ottimi, caratterizzati dallo stile unico della coppia Lily & Madeleine. Qui potrete trovare le loro ballate, le variazioni pop e un pizzico di soul che era mancato finora. Queste due sorelle sono molto giovani e hanno davanti a loro ancora molto tempo per osare qualcosa di diverso. In realtà, ascoltando il loro esordio si può percepire che questo cambiamento è già avvenuto, in maniera così graduale che è stato quasi impercettibile in questi anni. Ma Canterbury Girls sembra voler tirare una riga e delimitare il passato dal futuro del duo, un album di transione come di usa dire. Chissà cosa ci riserveranno nei prossimi anni ma ciò che ci fa ben sperarare è la perfetta affinita di sorelle e l’innato talento che entrambe posseggono. Tutto il resto è da scoprire e io non mancherò di esserci quando un nuovo passo sarà compiuto dalle sorelline Lily & Madeleine.

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Bianco avorio

Come già ho anticipato ad inizio anno, mi sono deciso ad esplorare qualche genere musicale un po’ diverso dai soliti, pur non addentrandomi in territori dai quali mi tengo ben lontano esclusivamente per gusti personali. Tra i primi risultati di questo esperimento c’è la cantautrice neozelandese Gin Wigmore. Prima di essere attratto dalla copertina del suo nuovo Ivory, uscito lo scorso anno, non sapevo nulla di lei. Non ho esitato molto a sceglierlo, incuriosito dalla varietà di sound che sembrava offrire e soprattutto da quel disegno in copertina dove i capelli della Wigmore si tramutano in un pullulante groviglio di vermi, fiori, animali morti che assumono a loro volta, le sembianze di un famelico lupo. Una scelta dark, ad opera dell’artista Liam Gerrard, che dà forma alle inquietudini di questo album.

Gin Wigmore
Gin Wigmore

Hallow Fate apre alle sonorità distorte di un rock graffiato dalla voce della Wigmore. Un inizio all’insegna del ritmo e di una tensione che pervade gran parte dell’album che attira subito l’ascoltatore in un mondo oscuro, “No god, can find a piece we lost / Can save us from these storms / In a tea cup that are drowning me / This bed, full of nails and our bones / Is a taste of all the rose / A broken wish that promised me to feel good / It feels good / It feels good to be“. Segue, in un flusso ininterrotto, Odeum, una delle canzoni più sperimentali dell’album. Le distorsioni nella voce e il soffocante tappeto sonoro ne fanno uno dei brani più dark dell’album, “Bow down and hurt / Look what you do / To the woman who loves you / But I keep hoping for the best / To the girls that you tried to fool / It’s not what you say or do / It’s all the many ways that you break us“. Tra le canzoni che preferisco c’è Beatnik Trip, dove i ritmi funky dipanano le nebbie grigie dell’inizio. Qui Gin Wigmore dà prova di saper cambiare mantenendo però un tratto riconoscibile, “I drive deep in the valley so the stars can shine / I was hoping to trip with a friend of mine / But my friend’s in trouble with the boys in blue / A mercurial tribe who decide what’s true“. Dannatamente più rock è Dirty Mercy. Vibrazioni anni ’00 scuotono l’aria, con la voce della Wigmore che scava graffi profondi. Una scarica di adrenalina di pura energia e rabbia, “Feel my wicked ways running through my veins / Take a bitter taste of a shallow grave / I watched you burn, burn, burn / Till the many breaks, and you wash away / Gonna turn, turn, turn / To a ghost of awe, that you left on me“. Cabrona riprende con più convinzione i ritmi funky abbandonati in precedenza. La Wigmore non perde il filo del discorso e continua a giocare a fare la cattiva ragazza, “Bad girl taking back the lead / Yeah I’m a bad girl / Got no room to please / Yeah I’m a bad girl / Leave you just to see how long, how long / How long will it take you to show you need a girl like me / Show you need a girl like me“. Il momento della ballata arriva con Cold Cave. A modo suo, un po’ dark e tormentato, Gin Wigmore confeziona un brano romanticamente triste, dove la sua voce assume contorni più morbidi, “Give me a night where the stars make a blanket / Give me a day drinking naked on the kitchen floor / I want the kind of love that hurts when you take it away from me / I think that now you see / You got that faking look in your pretty blue eyes“. Bad Got Me Good porta il disco su sonorità blues che ben si sposano con la voce unica della Wigmore. Alcuni espedienti vintage sono rinvigoriti dalla sua energia rock graffiante, “I don’t need all the things that you promised to give me / You can keep your broken flowers and the sorry that they came with / ‘Cause the bad got me good, now I’m stronger without you / Come on, give it up boy, you won’t get no tears from me“. Hard Luck è forse una delle canzoni che meglio rappresenta questo album. Un’amore sfortunato è l’ispirazione di questo rock dalle sfumature soul, “Wild love, were you all I need? / If we did this over, would it change who I have to be? / Tell me how to let you go without me letting you down / Feel these wounds with the tears that I’m cry, cry, cry, cry, crying for you“. La successiva Fall Out Of Love continua ad affidarsi alle sonorità soul, sempre sporcate dalle distorsioni e dalla voce della Wigmore. Un brano orecchiabile che ci traghetta verso l’ultima parte dell’album, “I’m black-eyed and blue drinking strawberry wine / (Drunk on that strawberry wine) / I carved out my heart, tried to leave you this time / (Try and I try to leave you) / Am I a fool? / (A fool, a fool for you) / Falling for you / (Every time…)“. Head To Head è in bilico tra una romantica ninnananna e un rabbioso rock. Una delle canzoni più originali di questo album che mostra i due volti della musica della Wigmore, “Oh, let me in, your doors are made for thieves like me / And oh, my skin goes flush when I think of your touch / But hell, it’s cold out and I can’t sleep tonight / But hell, it’s cold out, I need you by my side“. Segue Young Ones che rimescola le carte e si apre con il suono dei synth per esplodere subito in un rock oscuro e spezzato. Gin Wigmore sfodera tutto il suo fascino nella canzone più intensa e lunga dell’album, “Life won’t be what you ask, it’ll bury you slowly to build you again / Fight for all that you have to be the survivor and dream that you had“. Un inno al femminismo quello della conclusiva Girl Gang. La cantautrice neozelandese sconfina nel r’n’b, sapientemente condizionato da un anima rock che difficilmente si lava via. Cattive ragazze riunitevi, “It’s a girl gang / Boy, you wish you could join / It’s a sure thing / We’re taking over the world / It’s a girl gang / Boy, you wish you could join / It’s a sure thing / We’re taking over the world“.

Ivory è il quarto album di Gin Wigmore ma è il primo che ascolto della sua discografia e non posso fare confronti con quanto a fatto in precedenza ma posso dire che mi è piaciuto. Nonostante non rientri nella mia personale comfort zone musicale è bello poter assaggiare qualcosa capace ancora di sorprendermi. Ivory mantiene un sound di fondo ben fermo lungo tutta la sua durata, grazie anche alla voce della Wigmore, ma spazia su più generi musicali, impegnando l’ascoltatore nel tentativo di inquadrarla. Ovviamente tutto ciò è inutile quando si ha a che fare un un’anima rock come Gin e scegliere una sola canzone per convincervi che è vero, non è stato facile.

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Un bel niente

Risale al 2015 l’EP d’esordio della cantautrice Kaity Dunstan, conosciuta con il nome di Cloves, intitolato XIII (Fragile). Questa ventiduenne australiana ha aspettato tre anni per mettere alla luce il suo primo album intitolato One Big Nothing, uscito lo scorso settembre. Anche se quello di Cloves non è strettamente vicino ai generi musicali che preferisco, è innegabile il fatto che questa ragazza abbia una voce davvero eccezionale. Inoltre, ogni tanto, non disdegno qualche incursione in territori musicali nei quali non sono particolarmente ferrato. Fin dai primi estratti, One Big Nothing, era un chiaro prosieguo di XIII e dunque ero sicuro che ci avrei trovato la stessa sua energia e lo stesso fascino un po’ soul, un po’ rock, un po’ alternative.

Cloves
Cloves

L’iniziale Bringing The House Down detta il ritmo dell’album, svelando ci tutto il fascino della voce calda di Cloves, capace di essere sia delicata che graffiante. Un mix di stili in equilibrio tra loro, “I can see it burning out / And I won’t stop trying to fuel that fire in you / Feel it burning out / And I won’t stop trying to keep that fire burning“. Wasted Time è una ballata rock che racchiude quel malessere che fa da sfondo all’album. La Dunstan modula la voce, affondando e levando la lama in una ferita ancora aperta, “And I’m cruel to be kind / Don’t like it but you let it down / But you let me down / You’re not on my mind / Don’t like it but you let go / ‘Cause you’ll never know“. Better Now sembra esprimere un momento di pace interiore ma troppo fragile per durare. Bordate di chitarra spezzano l’incanto creato ad arte, contrastando con il resto del brano. Da ascoltare, “Then I hear you leave / And I’m happy / Just for a moment I’m free / Then it dawns on me / Then our time has passed / Now it won’t last / And I’m getting nowhere fast / That’s a fact“. Con California Numb, la Dunstan, affonda le unghie con un rock bello tirato. La sua voce si adatta morbida ad ogni forma che la musica le presenta, mantenendo una venatura di rabbia apparentemente insanabile, “I’m just a face in the crowd / We took a life for a ride / I’m California numb, and I’m damaged by the sun / If you could only see me now / You can hear the punchline / That I don’t like my face / Or how I’m turning out“. Pulsazioni rock, aprono la bella Hit Me Hard. Cloves confeziona uno dei brani più immediati e orecchiabili dell’album con echi anni ’90, “And I’m an honest drunk / We’ve got a lot to talk about / You were everybody’s sign / It’s funny how it’s working out“. Frail Love, è uno delle due canzoni provenienti dal precedente EP. Una splendida ballata pop, cucita sui virtuosismi, mai eccessivi, della voce delle Dunstan. Una canzone di una purezza disarmante, dimostrazione di un innato talento, “But I can’t live it like I’m living / I can’t live a lie / I’m giving up more than I should / Forgive me for my frail love / And I can’t live it like I’m living / I can’t wait up nights / So tell me once and it’s enough / Forgive me for my frail love“. Con Kiss Me In The Dark , Cloves affronta la propria sessualità, con sensibilità e altrettanta energia. Questa giovane cantautrice interpreta il brano con una sicurezza e determinazione invidiabili, “It’s been a while since somebody made me gay / It’s not a simple love affair / And I hope that you know, you won’t stop me coming over / ‘Cause I feel better when you’re there“. La successiva Up And Down sottolinea il tema portante dell’album. Cloves ammalia con la sua voce, muovendosi sinuosa tra sferzate rock e i ritmi della ballata, “Now I’ve wasted the day / Made no plans by to slowly waste away / And over and over, it never ends / And I guess I’ll just get back into bed“. Anche Don’t You Wait arriva direttamente dal suo EP. Un’altra ballata rock con un tocco soul dato dalla voce della Dunstan. Tutte le sue peculiarità le potete trovare qui, “Do me a favor just keep me near / Don’t you remember when you said what I wanted to hear? / I’m not so clever, but I know it’s real / If I left without you I don’t know if I’d ever heal“. Chiude l’album la title track One Big Nothing. Le chitarre sostengono la fragilità delle voce di Cloves, spezzata da un sentimento difficile da spiegare, “Looking back over my shoulder / I fear you’re not far behind / And every day you’re getting closer / Am I out of time? / Will anybody even notice / The blood all over my eyes? / ‘Cause it’s bringing into focus“.

One Big Nothing è un album nel quale viaggia sottotraccia un malessere, un profondo vuoto difficile da colmare. Cloves prova a dare voce (e che voce) a qualcosa che non sì può racchiudere in una sola canzone. I vari aspetti della sua musica e dei suoi testi spingono tutti in questa direzione. One Big Nothing non è un album leggero nei contenuti ma con il suo modo di presentarsi, così accattivante e un po’ maledetto, aiuta a sopportare un altrimenti difficile percorso interiore. La giovane Kaity Dunstan gioca, o forse no, con un atteggiamento un po’ disfatto e decadente. Qualunque che sia l’origine di tutto questo, Cloves dimostra di essere artisticamente più matura della sua età e di non avere nulla da invidiare alle colleghe ben più note di lei. One Big Nothing è una prova maiuscola che può rappresentare l’inizio di una carriera interessante.

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Cuore solitario

Un paio di anni fa è passato da queste parti un album davvero eccezionale, intitolato Honest Life della cantautrice americana Courtney Marie Andrews. Quell’album è finito dritto tra i migliori del 2016 e ancora oggi lo ascolto più che volentieri. A soli ventisette anni, quest’anno ha pubblicato il suo settimo album, May Your Kindness Remain. Non ho avuto bisogno di singoli o preview varie per decidere cosa fare. Non ho esitato ad ascoltare questo album nonostante abbia letto recensioni discordanti in merito. Ma in genere non mi lascio condizionare, soprattutto se si tratta di un artista che già conosco, e quindi ecco qui May Your Kindness Remain tutto da scoprire canzone dopo canzone.

Courtney Marie Andrews
Courtney Marie Andrews

La titletrack May Your Kindness Remain apre l’album. Un organo in sottofondo lascia spazio alla voce melodiosa e potente della Andrews. Una riflessione sulla ricchezza dei sentimenti e non dei beni materiali con un piglio più soul che in passato, “And if your money runs out / And your good looks fade / May your kindness remain / Oh, may your kindness remain“. La successiva Lift My Lonely From My Heart torna ad affrontare il tema della solitudine, da sempre caro alla Andrews. Una canzone che ricalca gli schemi più classici del country ma che gode della sua emozionante voce, “When morning comes, whistling comes a bluebird / While I try to find a will to wake / My loneliness, it blurs the days together / My loneliness, it pushes you away“. Two Cold Nights In Buffalo è un country on the road che richiama le sonorità del precedente album. Una carrellata di immagini di un America che si allontana da quel sogno che si è costruita, “Snowy prison out on Main Street, heaters hang from the cells / A bum searches for shelter, so cold he dreams of hell / It’s that American Dream dying, I hear the whispers of each ghost / Of a wealthy man who once died in downtown Buffalo“. Rough Around The Edges è una ballata solitaria alla quale la Andrews non è nuova e accetta di guardarsi dentro e confidarsi a chi l’ascolta. La sua voce è veicolo di sentimenti ed emozioni come poche sanno fare, “Curtains closed so I can sleep in late / Nothin’ on the TV, but it always plays / Dirty dishes, buds in the ash try / Don’t feel like pickin’ up the damn phone today“. Border vede la cantautrice americana alle prese con un country blues rilassato ma ruvido. Non è un cambio di ritmo ma solo una variazione sul tema principale dell’album, peraltro ben riuscita, “There is always a reason / A story to tell / But you cannot measure a man until you’ve been down the deepest well“. Si ritorna alle ballate con Took You Up. Un piano forte e delle chitarre distorte accompagnano il canto della Andrews. Ancora la malinconia e la solitudine sono al centro di una canzone, sono parte di lei, “Good friends, good company / In every corner of this country / But none of them quite get me / The way you get me / Long drives through the countryside / Cheap motels, diners, and dice / Callin’ numbers on the billboard signs / See who picks up on the other line“. This House è ancora una ballata che si ispira agli scorci che una casa può offrire. Immagini confortanti, forse imperfette ma sincere evocate da un testo poetico, “The faucet might leak, the staircase might creak / The heater takes a while to kick in / But there’s a whole lot of laughter and love / This house, this house is our home“. Ancora la gentilezza in Kindness Of Strangers un vibrante soul dal animo country. Cercare di essere sempre gentili non è affatto facile e Courtney Marie Andrews lo sa bene, “People come and people go / And some will make their mark / Like an iron to the bowl / A cymbal in your heart / And the ones that stick around / Are the hardest ones to find / And if you can’t find the closest / You need the kindness to survive“. I’ve Hurt Worse è una deliziosa poesia in musica sulle difficoltà dell’amore. Poche frasi che si ripetono, dove ritornello e strofe quasi si confondo ma che danno la misura del talento della Andrews, “I like when I have to call you a second time / It keeps me wondering if you are mine / Mother says we love who we think we deserve / But I’ve hurt worse, I’ve hurt worse“. L’ultimo brano dal titolo Long Road Back To Home è una lunga ballata notturna. Lo stile è quello tipico di questa cantautrice ma con ancora sfumature soul che toccano, delicatamente, le corde giuste del cuore, “Call me when you get to Austin / When you’re fillin’ up at that Chevron station / Get yourself a coffee and power through / It’s a long, long road back to you“.

Riguardo a May Your Kindness Remain ho letto che il suo punto debole è la poca varietà nelle tonalità ed è vero ma solo ad un ascolto superficiale. Ad ogni ascolto emerge sempre qualcosa di nuovo, nuove sfumature e sensazioni. Le tematiche ricorrenti, come la solitudine, non offrono molti colori alla sua tavolozza ma Courtney Marie Andrews se li fa bastare, sfruttando il suo talento. Chi lo definisce monocorde non ha compreso, o semplicemente non può comprendere, quel sentimento di fondo che pervade l’album, il quale lascia spazio a poco altro. May Your Kindness Remain è un album mosso profondamente dai sentimenti dove l’attenzione non si concentra sulla canzone fine a sé stessa ma sulla volontà di trasmettere un brivido di empatia che un ascolto affrettato non può provocare. In conclusione Courtney Marie Andrews ci regala un album meno immediato del precedente ma ancora più profondo e personale.

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Serenate per sognatori

Quando si tratta di un album di debutto non posso certo lasciarmelo scappare. Soprattutto dopo aver partecipato alla campagna di crowdfunding. Questo metodo di finanziamento si sta diffondendo sempre di più tra gli artisti che non godono di un pubblico vasto e che vogliono continuare a fare ciò che amano senza piegarsi alle leggi del mercato. Emily Mae Winters ha potuto così dare alla luce Siren Serenade, album di debutto che segue l’EP Foreign Waters uscito lo scorso anno. Le premesse di un debutto di tutto rispetto erano racchiuse in quell’EP e nelle canzoni che hanno anticipato l’album, che si è rivelato una piacevole sorpresa.

Emily Mae Winters
Emily Mae Winters

La traccia di apertura è la malinconica Blackberry Lane che ci introduce nelle sonorità folk della Winters. La sua musica è un buon mix tra il folk tradizionale e americano ma con un approccio contemporaneo. Un inizio che affascina e cattura fin dalle prime note. La successiva Anchor è una delle canzoni più emozionanti di questo album. La musica delicata accompagna la meravigliosa voce della Winters. Un crescendo inteso che mostra il lato più folk legato alla tradizione. Fiddlers Green è una canzone popolare irlandese e non nascondo che è tra quelle che più mi ha impressionato in questo album. Non tanto per la canzone in sé, il folk irlandese è sempre benvenuto, ma soprattutto per l’interpretazione della Winters e l’uso che ne fa della voce. Il finale strumentale è pura gioia per le orecchie. La title track Siren Serenade è quella canzone che non ti aspetti. In questo brano vengono fuori le sfumature soul nella voce delle cantautrice inglese. Ritmo e melodia di sole voci si fondono, creando un piccolo gioiellino all’interno di questo album. As If You Read My Mind è una bella ballata pop nella quale spicca il suono del pianoforte. La musica accompagna la voce della Winters, sempre intesa e calda. Una canzone breve che conferma la purezza del talento di questa cantautrice. Hook, Line and Sinker è una canzone orecchiabile che richiama alla tradizione del country americano. Davvero molto bello poter ascoltare canzoni con stili diversi nello stesso album ma tutti accomunati dall’ottimo lavoro della Winters e della sua band. La successiva Miles To Go è carica di speranza e buoni sentimenti. Una canzone che nella quale si assapora il gusto del folk americano, grazie all’immancabile e caratteristica steel guitar. The Star è un affascinante canzone dai tratti misteriosi. La voce della Winters di muove sicura e potente tra gli archi e il pianoforte. In questo album è la canzone più imponente, a tratti epica, che si possa ascoltare. The Pirate Queen è ispirata alla figura della pirata irlandese Anne Bonny. Lo stile della canzone è quello tipico delle canzoni marinaresche, che ci fanno venire voglia di imbarcarsi. I pirati hanno da sempre un fascino del tutto particolare e questa canzone riesce a catturarlo alla perfezione. Down By The Sally Gardens è una canzone ispirata al poema omonimo del poeta irlandese William Butler Yeats. Qui c’è tutta l’atmosfera delle canzoni popolari irlandesi, romantiche e malinconiche. Chiude l’album la teatrale Reprise. Emily Mae Winters esprime al meglio il concetto di folk contemporaneo, con un brano etereo e sognante. La sua voce è morbida quanto basta per dare quel fascino misterioso a tutto il brano.

Siren Serenade è un album di debutto che racchiude tutto il talento di Emily Mae Winters come cantautrice, supportata da musicisti che con il loro accompagnamento lo arricchiscono. Il principale punto di forza di questo album è sicuramente la capacità della Winters di spaziare dal folk irlandese a quello inglese, passando per quello americano. Un viaggio tra stili diversi che permette, a chi ascolta, di trovare in ogni canzone qualcosa di speciale. Alcune canzoni sono più pop e perfino soul, rivelandoci di cosa è capace Emily Mae Winters. Se in un album di cover e inediti fai fatica a distinguere gli uni dagli altri, se non le conosci, allora il gioco è fatto. L’album è già un classico. Ed ecco che Siren Serenade si propone come candidato tra i migliori album di debutto di quest’anno, un album da ascoltare e riascoltare, trovandoci ogni volta un motivo per sorprendersi e sognare.

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Fragile

Come tutti gli anni quando arrivo a Dicembre cerco di recuperare qualche uscita che mi sono perso. Vuoi perchè ne ero all’oscuro, vuoi perchè ho preferito aspettare, resta il fatto che qualcosa mi scappa. Tra le novità dello scorso anno c’è stato un EP d’esordio intitolato XIII della diciannovenne cantautrice australiana Kaity Dunstan, che si cela sotto il nome di Cloves. Rubando ascolti qua e là ho voluto approfondire una volta per tutte la sua conoscenza attraverso questo EP. Il genere non è esattamente nelle mie corde ma i richiami al folk e la sua voce fuori dall’ordinario mi hanno ulteriormente convinto a concedere ben più di un ascolto a questo XIII.

Kaity Dunstan
Kaity Dunstan (Cloves)

Subito si viene catturati da Frail Love, eterea apparizione fatta di sola voce e pianoforte. Impossibile non rimanere incanti dalla sua voce morbida e intensa. Talento cristallino, “Silent is what I feel / Are you, are you here? / A tide of tears appear for you, my love / Kinder, you’re kinder than me / And broken, don’t know what you see / I’ll give you all I have to give, my love“. Segue Don’t You Wait ballata che gira intorno alla voce calda della Dunstan. Ancora una volta tutto è semplice e lineare ma incredibilmente affascinante, “You could do better I’ve tried to be clear / I can be your friend, but that’s not what you want to hear / I’m not your answer in time you’ll see / You have a future where you won’t need to love me“. Il punto più alto di questo EP è senza dubbio Everybody’s Son. Una chitarra acustica e tutto il calore della voce della Dunstan. Anche qui tutto è semplice ed essenziale ma c’è qualcosa, quel nonsochè in grado di catturarti. Da ascoltare, “It’s funny what you find / When you’re not looking for it / And lying to get more time in / On that dirty road / Why am I so blind / When it’s you and I alone? / Blinding the perfect places / Only we can go / Driving in that old car / On that dirty road“. Don’t Forget About Me non sfigurerebbe affatto in un album di Adele. Proprio qui viene fuori tutto il soul nella voce di Cloves. Un finale che dimostra la tutta la portata del suo talento, “Where have you gone? / How, how, how? / I just need to know / That you won’t forget about me / Where have you gone? / How, how, how? / I just need to know / That you won’t forget about me“.

Kaity Dunstan non è certo una voce destinata ha rimanere nascosta. Qualche anno fa ha anche partecipato al talent The Voice in Australia ma da allora sembra essere cambiato qualcosa. Sotto il moniker Cloves questa ragazza prova a rinascere facendo affidamento sulla sua voce. Un EP fatto di canzoni semplici che non nascondono il talento della Dunstan. Un album è d’obbligo per capire se al di là di una voce meravigliosa c’è qualcosa di più. Non resta che aspettare, ascoltando ancora una volta Cloves e il suo XIII.