Un bel niente

Risale al 2015 l’EP d’esordio della cantautrice Kaity Dunstan, conosciuta con il nome di Cloves, intitolato XIII (Fragile). Questa ventiduenne australiana ha aspettato tre anni per mettere alla luce il suo primo album intitolato One Big Nothing, uscito lo scorso settembre. Anche se quello di Cloves non è strettamente vicino ai generi musicali che preferisco, è innegabile il fatto che questa ragazza abbia una voce davvero eccezionale. Inoltre, ogni tanto, non disdegno qualche incursione in territori musicali nei quali non sono particolarmente ferrato. Fin dai primi estratti, One Big Nothing, era un chiaro prosieguo di XIII e dunque ero sicuro che ci avrei trovato la stessa sua energia e lo stesso fascino un po’ soul, un po’ rock, un po’ alternative.

Cloves
Cloves

L’iniziale Bringing The House Down detta il ritmo dell’album, svelando ci tutto il fascino della voce calda di Cloves, capace di essere sia delicata che graffiante. Un mix di stili in equilibrio tra loro, “I can see it burning out / And I won’t stop trying to fuel that fire in you / Feel it burning out / And I won’t stop trying to keep that fire burning“. Wasted Time è una ballata rock che racchiude quel malessere che fa da sfondo all’album. La Dunstan modula la voce, affondando e levando la lama in una ferita ancora aperta, “And I’m cruel to be kind / Don’t like it but you let it down / But you let me down / You’re not on my mind / Don’t like it but you let go / ‘Cause you’ll never know“. Better Now sembra esprimere un momento di pace interiore ma troppo fragile per durare. Bordate di chitarra spezzano l’incanto creato ad arte, contrastando con il resto del brano. Da ascoltare, “Then I hear you leave / And I’m happy / Just for a moment I’m free / Then it dawns on me / Then our time has passed / Now it won’t last / And I’m getting nowhere fast / That’s a fact“. Con California Numb, la Dunstan, affonda le unghie con un rock bello tirato. La sua voce si adatta morbida ad ogni forma che la musica le presenta, mantenendo una venatura di rabbia apparentemente insanabile, “I’m just a face in the crowd / We took a life for a ride / I’m California numb, and I’m damaged by the sun / If you could only see me now / You can hear the punchline / That I don’t like my face / Or how I’m turning out“. Pulsazioni rock, aprono la bella Hit Me Hard. Cloves confeziona uno dei brani più immediati e orecchiabili dell’album con echi anni ’90, “And I’m an honest drunk / We’ve got a lot to talk about / You were everybody’s sign / It’s funny how it’s working out“. Frail Love, è uno delle due canzoni provenienti dal precedente EP. Una splendida ballata pop, cucita sui virtuosismi, mai eccessivi, della voce delle Dunstan. Una canzone di una purezza disarmante, dimostrazione di un innato talento, “But I can’t live it like I’m living / I can’t live a lie / I’m giving up more than I should / Forgive me for my frail love / And I can’t live it like I’m living / I can’t wait up nights / So tell me once and it’s enough / Forgive me for my frail love“. Con Kiss Me In The Dark , Cloves affronta la propria sessualità, con sensibilità e altrettanta energia. Questa giovane cantautrice interpreta il brano con una sicurezza e determinazione invidiabili, “It’s been a while since somebody made me gay / It’s not a simple love affair / And I hope that you know, you won’t stop me coming over / ‘Cause I feel better when you’re there“. La successiva Up And Down sottolinea il tema portante dell’album. Cloves ammalia con la sua voce, muovendosi sinuosa tra sferzate rock e i ritmi della ballata, “Now I’ve wasted the day / Made no plans by to slowly waste away / And over and over, it never ends / And I guess I’ll just get back into bed“. Anche Don’t You Wait arriva direttamente dal suo EP. Un’altra ballata rock con un tocco soul dato dalla voce della Dunstan. Tutte le sue peculiarità le potete trovare qui, “Do me a favor just keep me near / Don’t you remember when you said what I wanted to hear? / I’m not so clever, but I know it’s real / If I left without you I don’t know if I’d ever heal“. Chiude l’album la title track One Big Nothing. Le chitarre sostengono la fragilità delle voce di Cloves, spezzata da un sentimento difficile da spiegare, “Looking back over my shoulder / I fear you’re not far behind / And every day you’re getting closer / Am I out of time? / Will anybody even notice / The blood all over my eyes? / ‘Cause it’s bringing into focus“.

One Big Nothing è un album nel quale viaggia sottotraccia un malessere, un profondo vuoto difficile da colmare. Cloves prova a dare voce (e che voce) a qualcosa che non sì può racchiudere in una sola canzone. I vari aspetti della sua musica e dei suoi testi spingono tutti in questa direzione. One Big Nothing non è un album leggero nei contenuti ma con il suo modo di presentarsi, così accattivante e un po’ maledetto, aiuta a sopportare un altrimenti difficile percorso interiore. La giovane Kaity Dunstan gioca, o forse no, con un atteggiamento un po’ disfatto e decadente. Qualunque che sia l’origine di tutto questo, Cloves dimostra di essere artisticamente più matura della sua età e di non avere nulla da invidiare alle colleghe ben più note di lei. One Big Nothing è una prova maiuscola che può rappresentare l’inizio di una carriera interessante.

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Cuore solitario

Un paio di anni fa è passato da queste parti un album davvero eccezionale, intitolato Honest Life della cantautrice americana Courtney Marie Andrews. Quell’album è finito dritto tra i migliori del 2016 e ancora oggi lo ascolto più che volentieri. A soli ventisette anni, quest’anno ha pubblicato il suo settimo album, May Your Kindness Remain. Non ho avuto bisogno di singoli o preview varie per decidere cosa fare. Non ho esitato ad ascoltare questo album nonostante abbia letto recensioni discordanti in merito. Ma in genere non mi lascio condizionare, soprattutto se si tratta di un artista che già conosco, e quindi ecco qui May Your Kindness Remain tutto da scoprire canzone dopo canzone.

Courtney Marie Andrews
Courtney Marie Andrews

La titletrack May Your Kindness Remain apre l’album. Un organo in sottofondo lascia spazio alla voce melodiosa e potente della Andrews. Una riflessione sulla ricchezza dei sentimenti e non dei beni materiali con un piglio più soul che in passato, “And if your money runs out / And your good looks fade / May your kindness remain / Oh, may your kindness remain“. La successiva Lift My Lonely From My Heart torna ad affrontare il tema della solitudine, da sempre caro alla Andrews. Una canzone che ricalca gli schemi più classici del country ma che gode della sua emozionante voce, “When morning comes, whistling comes a bluebird / While I try to find a will to wake / My loneliness, it blurs the days together / My loneliness, it pushes you away“. Two Cold Nights In Buffalo è un country on the road che richiama le sonorità del precedente album. Una carrellata di immagini di un America che si allontana da quel sogno che si è costruita, “Snowy prison out on Main Street, heaters hang from the cells / A bum searches for shelter, so cold he dreams of hell / It’s that American Dream dying, I hear the whispers of each ghost / Of a wealthy man who once died in downtown Buffalo“. Rough Around The Edges è una ballata solitaria alla quale la Andrews non è nuova e accetta di guardarsi dentro e confidarsi a chi l’ascolta. La sua voce è veicolo di sentimenti ed emozioni come poche sanno fare, “Curtains closed so I can sleep in late / Nothin’ on the TV, but it always plays / Dirty dishes, buds in the ash try / Don’t feel like pickin’ up the damn phone today“. Border vede la cantautrice americana alle prese con un country blues rilassato ma ruvido. Non è un cambio di ritmo ma solo una variazione sul tema principale dell’album, peraltro ben riuscita, “There is always a reason / A story to tell / But you cannot measure a man until you’ve been down the deepest well“. Si ritorna alle ballate con Took You Up. Un piano forte e delle chitarre distorte accompagnano il canto della Andrews. Ancora la malinconia e la solitudine sono al centro di una canzone, sono parte di lei, “Good friends, good company / In every corner of this country / But none of them quite get me / The way you get me / Long drives through the countryside / Cheap motels, diners, and dice / Callin’ numbers on the billboard signs / See who picks up on the other line“. This House è ancora una ballata che si ispira agli scorci che una casa può offrire. Immagini confortanti, forse imperfette ma sincere evocate da un testo poetico, “The faucet might leak, the staircase might creak / The heater takes a while to kick in / But there’s a whole lot of laughter and love / This house, this house is our home“. Ancora la gentilezza in Kindness Of Strangers un vibrante soul dal animo country. Cercare di essere sempre gentili non è affatto facile e Courtney Marie Andrews lo sa bene, “People come and people go / And some will make their mark / Like an iron to the bowl / A cymbal in your heart / And the ones that stick around / Are the hardest ones to find / And if you can’t find the closest / You need the kindness to survive“. I’ve Hurt Worse è una deliziosa poesia in musica sulle difficoltà dell’amore. Poche frasi che si ripetono, dove ritornello e strofe quasi si confondo ma che danno la misura del talento della Andrews, “I like when I have to call you a second time / It keeps me wondering if you are mine / Mother says we love who we think we deserve / But I’ve hurt worse, I’ve hurt worse“. L’ultimo brano dal titolo Long Road Back To Home è una lunga ballata notturna. Lo stile è quello tipico di questa cantautrice ma con ancora sfumature soul che toccano, delicatamente, le corde giuste del cuore, “Call me when you get to Austin / When you’re fillin’ up at that Chevron station / Get yourself a coffee and power through / It’s a long, long road back to you“.

Riguardo a May Your Kindness Remain ho letto che il suo punto debole è la poca varietà nelle tonalità ed è vero ma solo ad un ascolto superficiale. Ad ogni ascolto emerge sempre qualcosa di nuovo, nuove sfumature e sensazioni. Le tematiche ricorrenti, come la solitudine, non offrono molti colori alla sua tavolozza ma Courtney Marie Andrews se li fa bastare, sfruttando il suo talento. Chi lo definisce monocorde non ha compreso, o semplicemente non può comprendere, quel sentimento di fondo che pervade l’album, il quale lascia spazio a poco altro. May Your Kindness Remain è un album mosso profondamente dai sentimenti dove l’attenzione non si concentra sulla canzone fine a sé stessa ma sulla volontà di trasmettere un brivido di empatia che un ascolto affrettato non può provocare. In conclusione Courtney Marie Andrews ci regala un album meno immediato del precedente ma ancora più profondo e personale.

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Serenate per sognatori

Quando si tratta di un album di debutto non posso certo lasciarmelo scappare. Soprattutto dopo aver partecipato alla campagna di crowdfunding. Questo metodo di finanziamento si sta diffondendo sempre di più tra gli artisti che non godono di un pubblico vasto e che vogliono continuare a fare ciò che amano senza piegarsi alle leggi del mercato. Emily Mae Winters ha potuto così dare alla luce Siren Serenade, album di debutto che segue l’EP Foreign Waters uscito lo scorso anno. Le premesse di un debutto di tutto rispetto erano racchiuse in quell’EP e nelle canzoni che hanno anticipato l’album, che si è rivelato una piacevole sorpresa.

Emily Mae Winters
Emily Mae Winters

La traccia di apertura è la malinconica Blackberry Lane che ci introduce nelle sonorità folk della Winters. La sua musica è un buon mix tra il folk tradizionale e americano ma con un approccio contemporaneo. Un inizio che affascina e cattura fin dalle prime note. La successiva Anchor è una delle canzoni più emozionanti di questo album. La musica delicata accompagna la meravigliosa voce della Winters. Un crescendo inteso che mostra il lato più folk legato alla tradizione. Fiddlers Green è una canzone popolare irlandese e non nascondo che è tra quelle che più mi ha impressionato in questo album. Non tanto per la canzone in sé, il folk irlandese è sempre benvenuto, ma soprattutto per l’interpretazione della Winters e l’uso che ne fa della voce. Il finale strumentale è pura gioia per le orecchie. La title track Siren Serenade è quella canzone che non ti aspetti. In questo brano vengono fuori le sfumature soul nella voce delle cantautrice inglese. Ritmo e melodia di sole voci si fondono, creando un piccolo gioiellino all’interno di questo album. As If You Read My Mind è una bella ballata pop nella quale spicca il suono del pianoforte. La musica accompagna la voce della Winters, sempre intesa e calda. Una canzone breve che conferma la purezza del talento di questa cantautrice. Hook, Line and Sinker è una canzone orecchiabile che richiama alla tradizione del country americano. Davvero molto bello poter ascoltare canzoni con stili diversi nello stesso album ma tutti accomunati dall’ottimo lavoro della Winters e della sua band. La successiva Miles To Go è carica di speranza e buoni sentimenti. Una canzone che nella quale si assapora il gusto del folk americano, grazie all’immancabile e caratteristica steel guitar. The Star è un affascinante canzone dai tratti misteriosi. La voce della Winters di muove sicura e potente tra gli archi e il pianoforte. In questo album è la canzone più imponente, a tratti epica, che si possa ascoltare. The Pirate Queen è ispirata alla figura della pirata irlandese Anne Bonny. Lo stile della canzone è quello tipico delle canzoni marinaresche, che ci fanno venire voglia di imbarcarsi. I pirati hanno da sempre un fascino del tutto particolare e questa canzone riesce a catturarlo alla perfezione. Down By The Sally Gardens è una canzone ispirata al poema omonimo del poeta irlandese William Butler Yeats. Qui c’è tutta l’atmosfera delle canzoni popolari irlandesi, romantiche e malinconiche. Chiude l’album la teatrale Reprise. Emily Mae Winters esprime al meglio il concetto di folk contemporaneo, con un brano etereo e sognante. La sua voce è morbida quanto basta per dare quel fascino misterioso a tutto il brano.

Siren Serenade è un album di debutto che racchiude tutto il talento di Emily Mae Winters come cantautrice, supportata da musicisti che con il loro accompagnamento lo arricchiscono. Il principale punto di forza di questo album è sicuramente la capacità della Winters di spaziare dal folk irlandese a quello inglese, passando per quello americano. Un viaggio tra stili diversi che permette, a chi ascolta, di trovare in ogni canzone qualcosa di speciale. Alcune canzoni sono più pop e perfino soul, rivelandoci di cosa è capace Emily Mae Winters. Se in un album di cover e inediti fai fatica a distinguere gli uni dagli altri, se non le conosci, allora il gioco è fatto. L’album è già un classico. Ed ecco che Siren Serenade si propone come candidato tra i migliori album di debutto di quest’anno, un album da ascoltare e riascoltare, trovandoci ogni volta un motivo per sorprendersi e sognare.

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Fragile

Come tutti gli anni quando arrivo a Dicembre cerco di recuperare qualche uscita che mi sono perso. Vuoi perchè ne ero all’oscuro, vuoi perchè ho preferito aspettare, resta il fatto che qualcosa mi scappa. Tra le novità dello scorso anno c’è stato un EP d’esordio intitolato XIII della diciannovenne cantautrice australiana Kaity Dunstan, che si cela sotto il nome di Cloves. Rubando ascolti qua e là ho voluto approfondire una volta per tutte la sua conoscenza attraverso questo EP. Il genere non è esattamente nelle mie corde ma i richiami al folk e la sua voce fuori dall’ordinario mi hanno ulteriormente convinto a concedere ben più di un ascolto a questo XIII.

Kaity Dunstan
Kaity Dunstan (Cloves)

Subito si viene catturati da Frail Love, eterea apparizione fatta di sola voce e pianoforte. Impossibile non rimanere incanti dalla sua voce morbida e intensa. Talento cristallino, “Silent is what I feel / Are you, are you here? / A tide of tears appear for you, my love / Kinder, you’re kinder than me / And broken, don’t know what you see / I’ll give you all I have to give, my love“. Segue Don’t You Wait ballata che gira intorno alla voce calda della Dunstan. Ancora una volta tutto è semplice e lineare ma incredibilmente affascinante, “You could do better I’ve tried to be clear / I can be your friend, but that’s not what you want to hear / I’m not your answer in time you’ll see / You have a future where you won’t need to love me“. Il punto più alto di questo EP è senza dubbio Everybody’s Son. Una chitarra acustica e tutto il calore della voce della Dunstan. Anche qui tutto è semplice ed essenziale ma c’è qualcosa, quel nonsochè in grado di catturarti. Da ascoltare, “It’s funny what you find / When you’re not looking for it / And lying to get more time in / On that dirty road / Why am I so blind / When it’s you and I alone? / Blinding the perfect places / Only we can go / Driving in that old car / On that dirty road“. Don’t Forget About Me non sfigurerebbe affatto in un album di Adele. Proprio qui viene fuori tutto il soul nella voce di Cloves. Un finale che dimostra la tutta la portata del suo talento, “Where have you gone? / How, how, how? / I just need to know / That you won’t forget about me / Where have you gone? / How, how, how? / I just need to know / That you won’t forget about me“.

Kaity Dunstan non è certo una voce destinata ha rimanere nascosta. Qualche anno fa ha anche partecipato al talent The Voice in Australia ma da allora sembra essere cambiato qualcosa. Sotto il moniker Cloves questa ragazza prova a rinascere facendo affidamento sulla sua voce. Un EP fatto di canzoni semplici che non nascondono il talento della Dunstan. Un album è d’obbligo per capire se al di là di una voce meravigliosa c’è qualcosa di più. Non resta che aspettare, ascoltando ancora una volta Cloves e il suo XIII.

Non è la mia tazza di tè

Non sono un’appassionato di generi cosiddetti “black” ma per curiosità ho voluto ascoltare una delle novità di questo 2012 che sta per finire. Questo è un anno che sembrava dovesse farlo in anticipo e invece eccoci qua a dover festeggiare l’ennesimo capodanno. Quello che è successo davvero, in questo anno di crisi, è senza dubbio l’evento sportivo delle olimpiadi che hanno avuto luogo proprio in casa di Emeli Sandè. Anche lei c’era alla cerimonia di apertura e proprio in quella occasione ho iniziato ad apprezzare la sua musica più di qualunque altra collega di genere. Forse sarebbe meglio dire che è la prima volta che trovo interessante canzoni soul, r’n’b o quant’altro se escludiamo l’apprezzamento per Adele che frequenta le stesse zone. Ciò che ho apprezzato della ragazza è sicuramente l’atteggiamento genuino e un’interpretazione sempre efficace e senza fronzoli ma probabilmente anche il leggero spazio che la separa dal r’n’b inflazionato e la spinge verso qualcosa di più simile al pop.

Non voglio e non potrei nemmeno soffermarmi troppo sulle singole perchè (sinceramente) trovo questo genere di canzoni un po’ “tutte uguali” e di conseguenza non particolarmente originali. Posso però dire però di non esseremi pentito di aver ascoltato Our Version Of Events (come sarebbe possibile esserlo) e sicuramente merità più di un passaggio. Sinceramente le canzoni che mi convincono di più corrispondono ai singoli come Heaven e Next To Me, con l’eccezione di Read All About It (Pt. III). Meritano attenzione anche Daddy, Maybe  e Where I Sleep perchè no. Il resto mi lascia un po’ indifferente ma d’altro canto “it’s not my cup of tea” come dicono da quelle parti. Quello che posso dire è che avrò sempre un occhio di riguardo per Emeli e spero che continui così perchè questa è la strada giusta o almeno lo è secondo me.

Emeli Sandè
Emeli Sandè