Cattive abitudini

Lo scorso anno incappai nella bionda cantautrice americana Logan Brill (Ape regina) e fui sorpreso dall’energia delle sue canzoni. Ma ciò che più mi sorprende è come, a distanza di un anno, il suo album Shuteye fatichi ad uscire dalla mia personale classifica degli ascolti. Segno che Logan Brill è risuscita nella non facile impresa di fare un album sempre piacevole da ascoltare e riascoltare. Perché fermarsi a Shuteye quando alla mia collezione mancava il suo album d’esordio? Ecco dunque Walking Wires, pubblicato nel 2013 che va completare la discografia di Logan Brill e a soddisfare la mia curiosità. Almeno per il momento.

Logan Brill
Logan Brill

No Such Thing As Ghosts apre l’album all’insegna delle atmosfere country che sono degnamente interpretate della Brill. La musica e i ritornello suonano familiari ma la sua voce dà un’energia particolare alla canzone. Segue l’accattivante country rock di Month Of Bad Habits. Un brano perfetto come singolo, con una Logan Brill a suo agio tra il suono delle chitarre. Un’anticipazione delle sonorità dell’album Shuteye. La canzone che preferisco di questo album è la successiva Scars. Una bella ballata arricchita dall’intensa interpretazione della Brill sempre in grado di trasmettere energia e allo stesso tempo essere delicata ed emozionante, “‘Cause your love is like a loaded gun. Should’ve put it down before you hurt someone. And if I survive this broken heart, soon you’ll be another scar“. Nobody’s Crying è un’altra bella canzone con un ritornello che ha tutto il sapore del country americano dell’originale di Patty Griffin. Sincerità è la parola d’ordine in canzoni come queste e Logan Brill è sincera. Lei sfodera la voce e ti viene voglia di cantare a squarcia gola. Rewind è una bella cover dell’originale di Paolo Nutini. La voce ruvida del cantautore scozzese è sostituita da quella morbida e pulita della Brill. Il risultato è sorprendente, con quel retrogusto americano in più, “I’m not sleeping at night. But I’m going from bar to bar. Why can’t we just rewind? Why can’t we just rewind? Why can’t we just rewind?“. Seven Year Rain è un’altra canzone che ricalca tutti i tratti caratteristici della musica della Brill. Un mix di malinconia e romanticismo che scaldano il cuore, con melodie collaudate ma di sicuro effetto, “Can’t stop the pain, can’t change the truth. Can’t take the shame of being here not loving you. Too tired to swim, too weak to crawl. And if you need someone to blame say it’s my fault. Call it love, ain’t no such thing. And I’m tired of this seven year rain“. Ne’er Do Wells è una cover di una canzone di Audra Mae. Una versione molto simile all’originale, con un piglio più rock. Una cover che dimostra tutta la bravura di questa cantautrice, “Ne’er do wells and woe be gones Show your face for we were wrong Ne’er do wells and woe be gones Feel no shame it won’t be long“. In canzoni come Write It On Your Heart viene fuori tutto il cuore della Brill. Una canzone di spiccata sensibilità e dolcezza. Un piacere per le orecchie che scaccia via i pensieri negativi. Tricks Of The Trade è un altra cover di una bella canzone di Paolo Nutini. Una versione più country ma molto ben fatta e rispettosa dell’originale. Chiude l’album Fall Off The Face Of The Earth che incarna tutta la bellezza delle ballate nelle corde di Logan Brill. Una canzone poetica che arricchisce questo album di un altro piccolo gioiello.

Logan Brill in questo Walking Wires si muove tra i nomi di Patty Griffin, Audra Mae, Paolo Nutini, Chris Stapleton e Andrew Combs, riuscendo nell’impresa di dare una propria impronta personale ad ogni canzone. Al di là dei singoli brani, questo album si ascolta piacevolmente, dall’inizio alla fine,  grazie all’interpretazione sempre sincera e spontanea di Logan Brill. La sua voce è il mezzo perfetto per veicolare un’emozione, una sensazione, spesso un po’ malinconica ma sempre positiva. Insomma se volete ascoltare un album rassicurante e familiare, Walking Wires è quello che fa per voi e il successivo Shuteye come sua naturale conseguenza.

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Vita analogica

Dopo il sorprendente Heartbreaker Of The Year del 2015 (Il diavolo ha preso in prestito i miei stivali), la cantautrice canadese Whitney Rose è tornata quest’anno con l’EP South Texas Suite e io non me lo sono lasciato scappare. Il suo country senza tempo ha un fascino tutto particolare e questo EP potrebbe essere l’assaggio del suo terzo album. Il mio crescente interesse verso la musica country è iniziato proprio con artisti come Whitney Rose che propongono questo genere nella sua forma più pura, quasi incontaminata. Il sapore delle belle canzoni di una volta è replicabile e questa cantautrice prova a dimostrarlo ancora con sei canzoni.

Whitney Rose
Whitney Rose

Si comincia con la romantica Three Minute Love Affair nella quale ritroviamo la Whitney Rose di sempre, solo più elegante e sicura di sé. La musica che l’accompagna è tanto classica quanto irresistibile, “Now there’s no else / No, darling, it’s just you and me / He ain’t got no future and we’ve got no history / ‘Cause honky-tonks, the whole entire world / Baby we can go anywhere / It’s a three minute love affair“. La successiva è Analog. Una canzone sulla volontà di tornare ad apprezzare tutto ciò che non è digitale e immediato, tornare ad apprezzare una vita lenta. Un tema originale per una canzone, “I don’t want advertisements on my telephone / Don’t want formal letters / Robo cars / Big box shopping malls / Digitally remastered / Won’t add it to fit your TV / I want analog / Analog, baby“. Il singolo My Boots è una di quelle canzoni che ti aspetti da una come Whitney Rose. Una canzone che invita ad essere sé stessi e fare un po’ come ci pare, “I’ll go if I can wear my boots / I don’t feel like high heel shoes / And that don’t mean that I’m crazy / That don’t mean I ain’t a lady / Ain’t gonna go as no one else / Only going as myself / I’ll go if I can wear my boots“. Un viaggio indietro nel tempo con la romantica Bluebonnets for My Baby. Tra steel guitar, violini e spazzole la nostra Whitney Rose si mostra a suo agio più che mai. Una delle migliori canzoni di questo EP. Da ascoltare, “Blue bonnets for my baby / When he comes home / Blue bonnets for my baby / When he comes home / Blue bonnets for my baby / When he comes home“. Segue la nostalgica Lookin’ Back On Luckenbach è la canzone più riflessiva tra queste sei. Whiteny Rose e la sua band sanno confezionare una canzone più gradevole dell’altra, “Lookin’ back on Luckenbach / Where I learned to walk the walk / Where I learned to play guitar / Man I really loved that bar / I left and had to pay the price / Of what it costs to leave paradise / I get choked up and I can’t talk / Lookin’ back on Luckenbach“. Ecco che proprio la sua band ha il suo spazio tutto per lei nella strumentale How ‘Bout A Hand For The Band che chiude questo EP.

Whitney Rose con South Texas Suite conferma tutto il talento che ha dimostrato di avere nelle precedenti occasioni. In questo EP si concentra tutta la nostalgia dei tempi andati quando tutto sembrava più bello e sereno e forse lo è stato davvero. Sei canzoni che si lasciano ascoltare per il loro piglio retrò e leggero ma che in realtà offrono più spunti di riflessione. In una società dove sembra che chi non corre è perduto, ecco che è bello scoprire che perdersi non è affatto poi così brutto. Rimanere indietro e provare a vivere “come ai vecchi tempi” non è impossibile. A patto di fare i conti con un po’ di nostalgia.

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Sulla buona strada

Tra le uscite dello scorso anno che ho mancato di riportare su questo blog per una banale questione di tempo c’è un album intitolato Good. Hayley Reardon, ventenne cantautrice americana agli esordi, è una di quello scoperte che ho fatto attraverso NoiseTrade, un ottimo sito per scoprire nuova musica e sostenere gli artisti. Questo suo album ha fin da subito attirato la mia attenzione, in primo luogo perchè è il suo esordio, e poi perchè il suo stile a cavallo tra pop cantautorale e folk americano è nelle mie corde. Senza pensarci troppo mi sono buttato su Good certo di trovare al suo interno qualcosa di buono, good, appunto. Questo è il risultato.

Hayley Reardon
Hayley Reardon

La title track Good ci introduce nel delicato mondo della Reardon. C’è la tenerezza di un amore giovane e quella traccia di malinconia che dà forma ai sentimenti. Una canzone che mette in luce il suo talento cristallino, “People do crazy things / Try everything / Just to be who they think the should / But you, you do it ‘cause you’re good, good, good / Don’t let nobody tell you you aren’t good / You are good“. La successiva Would You Wait ha tutto il gusto del pop adolescenziale ma con una sensibiltà matura. La voce della Reardon è giovane ancora da scoprire ma le potenzialità ci sono e questa canzone ne dà prova, “I’m begging trying to tell you / That my head is like a city some days / Only when we’re laying in our whispers / Do I start to hear the street noise fade / I could come along fine“. C’è il fascino del folk americano nella bella Ghost. Una delle canzoni più mature dell’album, un’interpretazione intense e delicata allo stesso tempo, “Speak my words under water to make sure you hear / ‘Cause you live underwater on black coffee, burnt fear / And they all say they told me, but nobody told me / I guess you don’t know, don’t know, don’t know / Until you know“. Paper Mache ha quel tocco blues che la rende una delle canzoni più orecchiabili dell’album. Qui la Reardon è a suo agio, giocando con la voce e ammaliando l’ascoltatore. Ben fatto, “When everybody’s taking their hearts out to be framed / Here I am pulling at my edges hoping my name fades / From this paper, paper, paper mache / Leave my paper heart to blame / I’ll build it better when I’m better one day“. Con The Going si ritorna alla semplicità di un pop folk carico di sentimenti. C’è sempre quella malinconia di fondo, un tratto che è caratteristico di quest’artista e di tante altre della sua generazione. Una generazione di talento, “Does it hit you in your bones like seasons / Your finger ache with reasons / Why its getting too still here to breathe when / You’re face to face with your life for a second“. The High Road è destinata a rimanere nella vostra testa per un po’. Il ritmo si alza e la voce della Reardon è irrestibile nel ritornello. Un’ottima prova di songwriting, “At least I only want / What I say I do / I may be last to dance / But hell I’m first to move / And if I ever tried to pull off / All the crazy things you do / I’d want you to skip the high road too“. Segue la triste ballata Fourth Grade, davvero notevole per la dolcezza e sensibilità con la quale è stata scritta e cantata. La voce della Reardon si fa calda e confortante e rende questa canzone una delle migliori di questo album, “I met a girl today in fourth grade / It’s her first year with a locker / And a teacher with a first name / She’s smiling as she tells me / Weekend homework isn’t easy / But she can’t wait to be as old as me“. When I Get To Tennessee è un’altra canzone che con semplicità sa creare la giusta atmosfera un po’ malinconica ma positiva. In queste canzoni viene fuori la giovane età di questa artista ed è un bene, “But every time I get two hundred dollars and a brand new dress / I’m gonna fly you to the city just to catch my breath / It’s gonna be hard not to hold your hand / But we’ve still got a world to share when we can / When we can, when we can, when we can“. Con Count si abbassano le luci e si spande nell’aria una ballata romantica e solitaria. Una canzone che scalda il cuore, “And oh, when you’re looking from the last round / You’re laying with your head down / You’ll say it only mattered cause we made it / It only mattered cause we made it home“. Holes In Your Pocket è sulla stessa lunghezza d’onda della precedente e ancora una volta basta un chitarra per fare una canzone. Canzoni come queste arrivano dritte, lungo strade larghe e pianeggianti, “I could sew the holes in your pockets / I’m only scared of the ones in your hands / How much do you lose when you’re walking / How much more do I not understand / Because I want all of you, all of you, all of you / I want all of you“. Chiude l’album Work More che ne racchiude i suoi aspetti migliori, “A world where we dance like Steinbeck writes / Where the dust lines the floor like lights / Where the songs don’t say get rich or die trying / ‘Cause you build the paper life and the paper still goes flying“.

Hayley Reardon con questo suo Good si presenta come una cantautrice che ama la semplicità nelle sue canzoni. Chitarra e voce sono spesso sufficienti per dare forma a questi brani. Questo è un buon esordio dove ancora si sente quella maracata sensibilità che i giovani cantautori sanno trasmettere attraverso le loro canzoni. Un esordio che mi ha incuriosito e mi ha convinto a mettere Hayley Reardon tra gli artisti da tenere d’occhio per il futuro. Good è un ottimo compagno per i freddi pomeriggi d’inverno e la sera che arriva presto.

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Correre con le forbici in mano

Edwina Margaret “Fanny” Lumsden è una cantautrice australiana che, insieme alla sua band The Thrillseekers, ha pubblicato il suo album d’esordio intitolato Small Town Big Shot. I modi simpatici di Fanny Lumsden e la sua musica mi hanno subito conquistato. Un country dal sapore australiano che diverte ed emoziona, è alla base di questo album. Un country fresco e irresistibile. Ancora una volta è capitato che sia bastato il singolo Soapbox per farmi desiderare l’intero album. Al suo interno ho trovato tutto quello che mi aspettavo ci fosse dietro il sorriso contagioso di Fanny Lumsden, che mi ha accompagnato in queste settimane d’autunno e di lavoro.

Fanny Lumsden
Fanny Lumsden

Una delle migliori canzoni dell’album, Bravest Of Hearts, dà il via. Fanny Lumsden ci porta nella sua famiglia, nei colori della sua terra. Una canzone sincera che arriva dritto al cuore, grazie all’immediatezza della musica country e alla voce dolce della Lumsden. Soapbox è un brillante brano non a caso è stato scelto come singolo. Luminosa e accattivante, questa canzone vi ritroverete a fischiettarla in men che non si dica. Da ascoltare. Con la title track Small Town Big Shot si entra nella parte più malinconica e romantica dell’album. Qui Fanny Lumsden mette in mostra tutto il suo talento come cantautrice, scrivedo una ballata country a colpo sicuro. Si può dire lo stesso della bella Land Of Gold. Qui si sente il sorriso e la gioia di quest’artista. Non è facile trasmettere queste sensazioni, se non con la sincerità che a Fanny Lumsden sembra non mancare. Weatherman è spensierata, carica dei colori del buon country illuminato dal caldo sole dell’Australia. Ancora una volta il ritornello è irresistibile e intelligente. Totem Tennis continua sulla stessa lunghezza d’onda. Fanny Lumsden è regina della scena, servedosi di un carisma che non gli manca. Il gruppo che l’accompagna è allo stesso modo protagonista con un country rock trascinante. Rattle & Your Roll ci riporta alle sonorità più tranquille ma carica di sentimento. Una delle canzoni più belle dell’album che mostra un volto meno spersierato di questa cantautrice ma ugualmente efficace. Una delle canzoni più originali e brillanti dell’album è senza dubbio Sea Elephant School. Una canzone che fa subito presa grazie alla musica coinvolgente, al ritmo e la voce energica della Lumsden. Sicuramente da considerare tra le migliori di questo album. C’è spazio per il romanticismo con I Choose You che va sul sicuro. Fanny Lumsden e la sua band ci mettono tanto cuore e si sente. La voce si fa dolce, la musica evocativa. Tutto pefetto, insomma. Bastards esplora ancora il lato più sentimentale di questo album. Un’interpretazione intensa e sentita che spicca su tutte le altre canzoni. Chiude l’album la bella Sunstate che ci fa assaporare del buon country che nasce al di là del Pacifico ma non ha confini. L’ultima traccia riassume bene tutte le sfumature di questo album e la versatilità della voce della Lumsden.

C’è qualcosa in questo Small Town Big Shot, difficile da spiegare, che ti fa compredere che non stai ascoltando un’artista americana. Sembra che, in quelche modo, Fanny Lumsden e la sua band riescano a portare un pò di Australia nella loro musica country. Un album d’esordio che ha alle spalle anni di lavoro e si sente davvero, perchè Small Town Big Shot è un album solido, senza troppe sbavature. Fanny Lumsden è una carismatica frontwoman che fa della sua simpatia e sincerità i suoi punti di forza. Un album che mi sento di consigliare a chi vuole ascoltare qualcosa di leggero ma intelligente e onesto. Un’altra piccola sorpresa di questo anno che sta per finire. L’ennesima prova che c’è sempre qualcosa di nuovo da ascoltare e da scoprire.

Pecore nere e ciliegie

Una ciliegia tira l’altra e io cado sempre nella trappola dei consigli di internet. Appena qualche deviazione nella musica country e subito mi si è aperto un mondo verso il quale mi sono sempre tenuto alla larga. Non perchè non mi piacesse ma proprio perchè sentivo di avere un debole per questo genere di musica che mi avrebbe portato in mezzo a proposte commerciali più che artisti. Ma lentamente ho cercato di entrare in questo mondo country, gurdandomi intorno e trovando qualcosa di interessante. Il nome di Hailey Whitters l’avevo già notato lo scorso anno ma ho aspettato e aspettato, finchè è arrivata l’estate è mi sono convinto a concedere un ascolto a Black Sheep, album d’esordio della giovane cantautrice americana. Eccomi dunque di nuovo di fronte al country, con il solito dubbio su cosa aspettarmi.

Hailey Whitters
Hailey Whitters

Long Come To Jesus apre l’album ed è subito country rock. La Whitters graffia con la voce e sa come attirare l’attenzione grazie all’energia che mette nelle sue canzoni. Sono bastati pochi istanti di questa canzone per convicermi che stavo ascoltando del buon country. La successiva City Girl ha un retrogusto blues, orecchiabile e accattivante. Tutte le canzoni sono state scritte dalla Whitters ad eccezione di un paio, e una è proprio questa. La cantautrice americana però è perfettamente sul pezzo, “I want wear high heels shoes / And have something to do / But I’m living in a middle of nowhere / Singing this country blues“. Late Bloomer è forse la più autobiografica dell’album. Una ballata rock che verte sulla voce della Whitters per dirci che non è importante se nella vita siamo dei late bloomer. La title track Black Sheep è un country rock più duro nel quale la Whitters svela un lato più “arrabbiato”. Un bel pezzo che spicca all’interno delle dieci canzoni, per energia e carica, “Who really wants to be white as snow? / The thing about black is the dirt don’t show“. Una ballata lenta si nasconde sotto il titolo di Low All Afternoon che colpisce per l’interpretazione sincera e accorata della Whitters. Niente di nuovo sotto sole ma è sempre bello ascoltare queste canzoni che puntano dritto senza troppe complicazioni. Un country nostaligico e appassionato quello di One More Hell che trae ispirazione e forza dalla morte del fratello. Un testo intenso e un’interpretazione sincera, ne fanno una delle migliori canzoni dell’album, “I’ve heard that in time the pain will go away / My tears will all dry up and I’ll smile when I hear your name / Mama’s not right and daddy’s still mad / He says he wants to kicks God’s ass / ‘Cause he says it ain’t right that he took you so fast“. Con Heartbreaker si torna ad un country rock collaudato e un po’ ruffiano. Hailey Whitters mette in mostra tutta l’energia nella voce senza badare troppo ai dettagli e fa bene. Non esiste country senza ballate, quindi ce ne vuole un’altra. People Like You è romantica e carica di buoni sentimenti. Ci vuole anche questo nella vita e la Whitters evidentemente lo sa bene e questa canzone ci allieta per qualche minuto, niente di più, me è sufficiente. Pocket Change è l’altra canzone della quale la nostra non ne è l’autrice. Tutto è già sentito, classico ma non è detto che debba essere un male. Se non fosse così non sarebbe country o sbaglio? Si chiude con Get Around, ballata dolce e fresca, quasi in contrasto con il resto dell’album. Ma è come un dessert, lo magiamo solo perchè ci piace e non perchè serve.

Hailey Whitters con il suo Black Sheep ci accompagna per una mezz’ora abbondante con ballate e pezzi dall’anima rock. Non è certo questo il caso di gridare al miracolo ma c’è tanto di buono in questo album che non potremo fare a meno di ascoltarlo tutto d’un fiato. Hailey Whitters parte bene con questo album e sono sicuro saprà crescere sempre di più, rimanendo con i piedi per terra o almeno mi piacerebbe sia così. Anche questa volta cado vittima del country e di una bionda dagli occhi azzurri, come mi era già successo con Logan Brill. Che ci devo fare? C‘est la vie.

L’innocenza

Tra gli ascolti di queste ultime settimane è, senza dubbio, da inserire tra le più interssanti questo esordio della cantautrice canadese Tara Beier, intitolato Hero & The Sage. Il suo pop, dalle sfumature folk e country, cattura subito grazie alle melodie fresche e orecchiabili, perfette per questo periodo dell’anno. Ho avuto subito l’impressione di trovarmi di fronte ad un’artista di talento che potrebbe riservare sorprese in futuro e sono convinto che sarà così. L’importante è non fermarsi alle apperenze.

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Tara Beier

L’album ha inizio con il singolo Forever Mine, una ballata d’amore dalle tinte country folk. La voce delle Beier non passa inosservata, soprattutto per il suo timbro, sfruttato a pieno nelle sue canzoni, “We were child friends first in the Big Ole / School of Langhole / We used to laugh and play at Witty’s Lagoon / Then we grew up and life took us different / directions / I always knew I liked myself in your reflection“. Segue la bella The Innocence che cavalca ritmi e melodie bluegrass per un risultato davvero piacevole. Questa è senza dubbio da inserire tra le migliori canzoni dell’album e la sua migliore prova come cantautrice. Così come Mayan Sun dove la Beier può esprimere le potenzialità della sua voce, in un folk d’altri tempi. Il ritornello è orecchiabile e affascinante, così come le evocative sezioni strumentali. She’s Gone apre un un folk rock dallo stampo classico ma sempre in forma. Questa ragazza dimostra di essere a suo agio in queste vesti rock e avrà modo di dimostrarlo ancora. Ma prima si ritorna ad un folk più dolce e romantico con Summer Rain. Tara Beier tira fuori il meglio di sé e si cade facilmente nella sua trappola. Rimarremo, come dire, “deliziati” e non è cosa facile di questi tempi. La successiva Give It Up percorre le strade battute del pop cantautorale, senza sorprendere ma senza nemmeno annoiare. Un ascolto che scivola via come un temporale estivo. Cambio di marcia con l’oscura Guns Road, evocativo folk curato nei minimi dettagli. Tara Beier dimostra, a questo punto dell’album, di avere uno stile suo personale, originale o meno che sia. Cosa aggiungere di fronte ad una canzone come Freedom Island? Leggera e delicata, senza sbavature, accompagnata da un pianoforte un po’ romantico e anche un po’ ruffiano, “Let’s dance till the end in the sand / While man counts his pennies in hand / One day will go to Freedom Island and take our love all the way to the end / Nothing has changed yet everything is different“. Cellar Door ha un sapore anni ’70 che si affida alla voce della Beier, che si destreggia bene anche con qualcosa di più soul. Questa la metto tra le migliori e più orecchiabili. Da ascoltare. Mount Zion è un folk oscuro e magico. Un gioiellino da non sottovalutare, una prova maiuscola, breve ma di forte impatto. Più pop e ariosa, In The Desert. Forse non particolarmente brillante, questa volta la Beier, ma capace comunque di non cadere in qualcosa di troppo scontato. Tutto è perdonato se poi ci sono canzoni come la title track Hero & The Sage. Una altra ballata di pregevole fattura, dove tutto trova il suo compimento, dove questo album si chiude mettendo le cose a posto, così come le avevamo trovate.

Non mi piace paragonare gli artisti tra di loro, quando se ne sente così l’influenza. In questo Hero & The Sage c’è da divertirsi per gli amanti di questa attività. Tara Beier non nasconde le origini della sua musica ma soprattutto lo fa con naturalezza e sincerità. Questa è la cosa più importante. La varietà, ma anche la coesione tra loro, delle canzoni di questo album è foriero di ottime impressioni e speranze. L’invito è quello di ascoltare questo album, che racchiude al suo interno piccoli gioielli, forse nascosti a volte da una patina pop ma leggera e trasparente. Come un sorso d’acqua fresca.

 

Ape regina

Dovrei cominciare a segnarmi come arrivo ad ascoltare certa musica. Sincermente non ricordo come sono arrivato a Logan Brill. Sicuramente per caso ma è altrettanto sicuro che la chioma bionda e gli occhi azzurri di questa cantautrice americana, hanno giocato un ruolo fondamentale. Siamo sinceri, chi non gli concederebbe un ascolto, anche solo per curiosità? Eccomi dunque tra le mani, il secondo album di Logan Brill intitolato Shuteye e pubblicato lo scorso anno. Il suo è un country dal forte accento americano, un po’ commerciale è vero ma non lasciatevi ingannare. Dietro quel bel visino si nasconde una cantautrice abile che con la sua musica arriva dritta, ci da una scossa e se ne va, lasciandoci qualche bel ritornello da canticchiare.

Logan Brill
Logan Brill

Apre la titletrack Shuteye, energico contry rock illuminato dalle chitarre e dalla voce potente della Brill. Un inizio scoppientate che fa presagire un album caricato a molla, “It’s a quick little cat nap here / A little Red Bull in a cup of coffee / And I can keep up the pace / Someday this sugar rush might just kill me / But I’ll go with a smile on my face“. World Still Round è il singolo di punta dell’album e vira su un pop un po’ ruffiano ma piacevole. Logan Brill cuce i testi sulla musica alla perfezione. Tutto scivola via, catturati dal forte accento americano della giovane cantautrice, “I hear you knocking at my door / You don’t have to tell me what you came here for / If you’re gonna leave me, don’t gotta let me down easy / Just let me go“. C’è spazio anche per qualche ballata d’amore con The Woman On Your Mind. La voce della Brill è calda e confidenziale ma non rinuncia alla sua energia consueta. Un’altra bella canzone orecchiabile e sincera, “Like the tattoo on your arm / That you got of someone’s name / Reminding you some things don’t leave / Somethings only fade / You cover it up with a red rose / To hide away the blue / When the light hits it just right / It’s still a part of you“. Un banjo attacca in Don’t Pick It Up e si perde in un contry blues affascinante. Una canzone che trasmette tutto l’entusiasmo di questa ragazza, “Don’t pick it up / There’s no tellin what I’d say / Just let it ring / Yeah just let the voicemail play / Don’t say hello, then I’ll know, that door is closed and window’s shut / Don’t pick it up don’t pick it up don’t pick it up“. Far Cry From You è un pezzo pop rock un po’ malinconico. Logan Brill risponde sempre presente, protagonista della scena ma senza alzare troppo la voce, “Hey, I left a few on your old sweater / I watched them fall on a love sick letter / And I cried a river, cried a mile wide one / I’ve ever cried some crocodile ones“. Con The Bees si torna al country più genuino e sincero. L’atmosfera bucolica e il testo, tutt’altro che banale, ne fanno la migliore dell’album. Da ascoltare, “But I can hear the bees buzzing through the walls / Making their honey and singing their song / They say I work for the queen all day / Yeah, I work for the queen all day / Ooooh, ooooh“. Un po’ di southern rock con Where Rainbows Never Dies. Chitarre squillanti e ritornello accattivante, sono ingredienti che funzionano sempre. Logan Brill evidentemente lo sa bene e io ci casco sempre, “I will make my way / Across the fields of cotton / And wade through the muddy waters / One last time / And in my dreams, I’m comin’ out clean / When I reach the other side / West of where the sun sets / Where the rainbows never die“. Hafway Home è un’altra bella ballata notturna e solitaria. Logan Brill ci mette sempre del suo per arricchire qualcosa di già sentito e ci riesce sempre, merito della sua voce e del suo talento, “Halfway home / You ain’t so sure he’s the one / 4AM and you drive alone / With last nights clothes on / Halfway home / Tell yourself you’re still strong / Wondering what’s so damn wrong / With needing someone“. Tupelo è made in USA. C’è tutto quello che ci si aspetta dal country. Questa ragazza del Tennessee ne sa qualcosa di come si fa e stavolta ha fatto centro. Viene quasi voglia di tornare anche a me a Tupelo, anche se non ci sono mai stato, I’m going back to Tupelo / Headed south on a greyhound fare / Nobody gonna miss me ain’t nothing left for me here / I’ve struck out here in the city / I almost forgot about you / And the fireflies in cotton fields of June“. La fine dell’album è affidata a I Wish You Loved Me, ballata romantica che non brilla certo di originalità ma è comunque un piacere da ascoltare, “And I wish the full moon / Would float into your room / Leave you a sweet dream / Of what used to be / And I wish this whiskey / Didn’t burn like your memory / I wish you loved me / As much as you don’t“.

Shuteye è un album da ascoltare tutto d’un fiato, con la mente sgombra e la voglia di lasciarsi accompagnare dalla voce di Logan Brill. Un album che non richiede impegno, che entra subito in circolo al primo ascolto. Di belle ragazze che fanno country ce ne sono tante ma Logan Brill potrebbe sorprendervi per la sua energia e semplicità. Ora quella curiosità per quella ragazza bionda con gli occhi azzurri si è trasformata in un interesse che devo approfondire con il suo primo album Walking Wires. Quindi se vi va di ascoltare un po’ di buon country al femminile e passare una piacevole mezz’ora questa è l’occasione per farlo.