L’alba del buio

Dopo aver ascoltato un paio di anni fa il suo EP Black Bird, ero curioso di sentire Tori Forsyth nel suo primo album. Lo scorso maggio è uscito Dawn Of The Dark composto da dodici brani che rappresentano per la cantautrice australiana l’inizio di una nuova avventura. Il titolo scelto la dice lunga su quello che troveremo in questo album ma la Forsyth riesce comunque a riservare qualche sorpresa. Il suo è perlopiù alternative country, con qualche spunto blues e rock, che strizza l’occhio a tutto quello che si trova al di là dell’oceano Pacifico. Per me basta e avanza questo per tornare finalmente ad ascoltare Tori Forsyth, potendola apprezzare alle prese con un LP.

Tori Forsyth
Tori Forsyth

L’apertura è affidata al singolo Grave Robber’s Daughter che si apre sulle note di un banjo. La voce della Forsyth graffiante e imbronciata è il tratto più distintivo della sua musica. Un inizio che cattura l’attenzione. La successiva Broken Machine è una bella ballata country. Le atmosfere rilassate e malinconiche evocate da questo brano racchiudono il mood dell’album. I richiami al passato sono inevitabili ma Tori Forsyth si smarca bene. Un piglio più pop si può ascoltare in Snow White. L’effetto della musica avvolgente e solare è smorzato dalla apparenze indolenza della cantautrice australiana. Un ascolto piacevole ben calibrato tra musica e parole. Vira verso un country rock con Redemption. Il ritmo di alza e le chitarre si fanno sentire, la voce della Forsyth è ancora più graffiante. Una canzone orecchiabile e accattivante. Più sentimentale Heart’s On The Ground che gioca sporco puntando dritto al cuore. Un country perfetto in ogni sua parte arricchito da un violino che si ricollega alla tradizione americana. Non si chiede niente di meglio. Anche la successiva Fiddle non è da meno. Qui vince la forza vocale delle Forsyth che tiene le redini del brano per buona parte della sua durata. A farla da padrona sono ancora i sentimenti. In The Morning è l’altra canzone scelta come singolo. Cattura subito fin dalle prime battute, sviluppandosi poi in un rock imbronciato. Tori Forsyth spazia con la voce, trovandosi sempre a proprio agio e dimostrando sicurezza. Hell’s Lullaby rallenta la corsa dell’album, facendo sprofondare l’ascoltatore in questa ninnananna scura e solitaria. Un accompagnamento di archi dà profondità a tutto il brano, mescolandosi alla voce. Doti vocali messe in risalto da War Zone, con un intro da brividi che si sviluppa in un vibrante country. Una delle migliori canzoni dell’album nella quale la cantautrice australiana esprime al meglio il suo talento. Ma tra le mie preferite non può mancare Violet Town. Bella e malinconica ballata country che si rifà alle sonorità dei grandi del passato. La voce della Forsyth si fa più morbida mantenendo però quel qualcosa in più che la caratterizza. La successiva White Noise ci riporta in un’atmosfera tesa e vagamente blues. Tori Forsyth appare ancora svogliata fino ad esplodere in un rock dove le chitarre si scatenano. Si chiude con un’altra ballata intitolata King Horses. Un saliscendi di emozioni, nel quale il ritornello è piuttosto orecchiabile. Un ottimo bilanciamento in una delle canzoni più originali di questo album.

Senza ombra di dubbio Dawn Of The Dark è un esordio di tutto rispetto. Tra richiami alla tradizione country americana, variazioni rock e spruzzate di pop, Tori Forsyth si muove con sicurezza senza lasciar intendere di essere al primo album. Questa cantautrice non ha proprio nulla da invidiare ad altre colleghe ben più note di lei. La sua voce è il suo punto di forza, usata sempre con attenzione, senza forzature. Rispetto ad suo EP d’esordio, Tori Forsyth ha fatto ben più di un passo in avanti, confezionando un album dove ogni traccia è parte di un insieme più ampio, di un’idea. Un album non troppo pensante ma nemmeno leggero che lascia intravedere molto chiaramente tutte le potenzialità di questa artista.

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Il cassetto della memoria

Cercando qualche nuova uscita da ascoltare, ho incrociato il nome di Ashley Monroe e non è stata la prima volta. Già nel 2015 il suo Blade mi aveva incuriosito dopo che lo avevo visto inserito tra i migliori album country di quell’anno. Ma come spesso mi accade non avevo ulteriormente approfondito la sua musica. Da qualche parte però, in un cassetto della memoria, il suo nome è rimasto fino a qualche tempo fa quando sono venuto a conoscenza del suo quarto album intitolato Sparrow. Ashley Monroe oltre alla carriera da solista, fa parte del trio country tutto al femminile Pistol Annies, con pezzi da novanta come Angaleena Presley e Miranda Lambert. Sparrow si presentava con tutte le carte in regola per ascoltare del buon country e così ho colto l’occasione al volo.

Ashley Monroe
Ashley Monroe

L’inizio è affidato alla bella Orphan, una triste ballata country. La voce cristallina della Monroe è capace di dare forma ed intensità al brano, lasciando trasparire le emozioni. Un ottimo inizio che cattura l’ascoltatore, “Nobody told me what I should do / When the world starts to rumble and shake under you / How does an orphan find its way home? / Reach out with no hand to hold / How do I make it alone?“. Hard On A Heart è un elegante canzone arricchita da un bel accompagnamento orchestrale. Un’incitazione a non arrendersi, un dialogo tra sé stessi ed il proprio cuore, “Heart, don’t give up on me now / We’ve got a long way to go / I know we’ve put in some miles, me and you / But I can still see the road“. Il singolo Hands On You fa leva sul fascino della voce della Monroe. Rimpianti d’amore e occasioni mancate fanno da sfondo ad una canzone sensuale, “I wish I was still half drunk / Still tangled up / Still making love / But instead I’m alone in bed with you in my head / Can’t get you out of my head / Mmm, mmm / My only regret“. La successiva Mother’s Daughter è malinconicamente country. Musica e voce si uniscono in una melodia dolce ed orecchiabile, rendendola una delle canzoni dell’album che preferisco, “When she was younger she was more like her father / Faithful and stronger / She was the light in his eyes / And she’ll deny it, but now that he’s no longer / She’s her mother’s daughter / Until the day she dies“. Si potrebbe dire lo stesso di Rita. Una canzone intensa che ancora una volta vede la presenza di un accompagnamento orchestrale eccezionale, mai sopra le righe. Da ascoltare, “How are you, Rita? / How are you, Rita? / Are you too tired to even try? / How are you, Rita? / Who’s got you, Rita? / I’m too in love to let it die“. In Wild Love, la Monroe torna a sfoderare il lato più sensuale della sua voce. Una canzone su un disperato bisogno di amare, piacevole da ascoltare, “I’m on a mission / I take what’s given / It’s rightfully mine / I will embrace it / I wanna taste it, ooh / Drowned in the wine / Wild love / Wash over me like Barcelona rain / Wild love / Take hold of me and I’ll never be the same“. This Heaven è una ballata romantica d’altri tempi. Un lento sentimentale che si affida ad un tappeto musicale ben collaudato ma sempre efficace, “This heaven that I’m holding don’t cost much of anything / You can hear the angels sing empty songs with broken wings / When a heart grows weary start lookin for the light / And when there’s nothin’ else to try, you keep searchin’ for a different high“. Seque I’m Trying To, pezzo country da tratti classici. Ancora una volta la Monroe dà spazio alle atmosfere tristi ma lascia trasparire una speranza attraverso la musica, “How long do you try before you let it die? / What do you need to know before you know? / Trying to read your mind is like driving when you’re blind / If only all this trying made it so“. Con She Wakes Me Up (Rescue Me), Ashley cambia marcia, infilando un vibrante country rock. Una canzone carica di amore e di gioia che lascia intravedere il lato più luminoso di questo album, “I love my baby, she’s the light of the world / She wakes me up with the sun in her eyes / She’s not perfect but she’s my little girl / And the night goes cold when she cries“. La successiva Paying Attention è un’altra bella canzone, che fa leva sui sentimenti. Sempre perfetto e gradevole l’accompagnamento orchestrale, che si dimostra una costante in questo album, “You promised i’d miss you when you walked away / You were right when you told me I’d be sorry someday / Well, I’m paying attention to you / Oh now, I’m paying attention to you“. Molto bella, a partire dal testo, Daddy A Told You. Una toccante canzone dedicata al profondo rapporto tra padre e figlia, “Daddy I told you I was gonna fly / I’d get out of that town alive / Don’t worry, I kept your name and your picture in a frame / Just like you, I got a lot in my heart / It won’t let me fall apart / I’ll always be your little girl / I love you more than this whole world“. Keys To The Kingdom chiude l’album. Un brano dolce e sognante, una ballata che ha il sapore della sera. Scelta musicale e canto si uniscono alla perfezione, “I was handed keys to the kingdom / I was given a haunted guitar / And it made me sing / Every song it ever wrote and then some“.

In definitiva Sparrow si è rivelato l’album che mi aspettavo e che volevo ascoltare. Ashley Monroe con la sua voce suadente e malinconica dà forma a tutto l’album. Ogni canzone trova la sua giusta collocazione e tutte vanno nella stessa direzione. Musicalmente la scelta di prediligere un accompagnamento orchestrale piuttosto che affidarsi ad uno più tipicamente country o pop, è molto azzeccata. Niente è sopra le righe in questo album e tutto procede per il verso giusto. Niente strappi o virtuosismi, come fosse una giornata serena in cui tutto va bene. Ecco, Sparrow, è adatto da ascoltare quella sera in cui non potevamo chiedere di meglio al giorno appena trascorso.

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Un fiore nel cemento

Sono passati cinque anni da quando, per una fortunata serie di coincidenze, sono incappato nella musica di Kacey Musgraves. L’album di allora, intitolato Same Trailer Different Park aveva fatto conoscere al grande pubblico questa cantautrice country americana. Con il successivo Pageant Material ha fatto il definitivo salto di qualità, ritagliandosi il suo spazio nel panorama country. La voce dolce e i testi a volte pungenti della Musgraves la hanno resa unica e riconoscibile. A tre anni di distanza dall’ultimo album la nostra cantautrice era attesa al varco. Il successo, si sa, ha il suo prezzo e per rimanere sulla cresta dell’onda è necessario fare delle scelte. Il nuovo Golden Hour era un album molto atteso nel quale si nutrivano grandi aspettative. Ma la domanda era soltanto una: Kacey Musgraves averebbe continuato a proporre il suo country oppure si sarebbe piegata ad un facile pop da classifica? La risposta è tutta in questo album. Conoscendo la Musgraves, però, ero sicuro che la risposta non sarebbe stata tanto scontata.

Kacey Musgraves
Kacey Musgraves

Slow Burn apre nel migliore di modi l’album. Un country pop autobiografico che ci introduce nelle nuove sonorità vagamente psichedeliche. Un invito a vivere la vita secondo i propri tempi, in un mondo che va sempre più di fretta, “I’m alright with a slow burn / Taking my time, let the world turn / I’m gonna do it my way, it’ll be alright / If we burn it down and it takes all night / It’s a slow burn, yeah“. Lonely Weekend ritorna su quelle atmosfere malinconiche che non sono mai mancate nella musica delle Musgraves. Un ritornello orecchiabile e fresco, che regala un momento di spensieratezza, “It’s a lo.. it’s a lo.. it’s a lonely weekend (So lonely) / It’s a lo.. it’s a lo.. it’s a lonely feelin’ without you / I guess everybody else is out tonight (Out tonight) / Guess I’m hangin’ by myself, but I don’t mind (I don’t mind) / It’s a lo.. it’s a lo.. it’s a lonely weekend, yeah“. Il singolo Butterflies svela una Kacey romanticona in un pezzo prevalentemente pop, dal retrogusto di inizio millennio. Un brano colorato e forse eccessivamente sentimentale ma funziona, “Kiss full of color, makes me wonder where you’ve always been / I was hiding in doubt, ‘til you brought me out of my chrysalis / And I came out new / All because of you“. L’intro di Oh, What A World con la voce distorta lascia presagire una svolta elettronica ma non è così. La canzone continua poi sulle sonorità in linea con il resto dell’album, declamando una sorta di amore cosmico, “Oh, what a world, don’t wanna leave / All kinds of magic all around us, it’s hard to believe / Thank God it’s not too good to be true / Oh, what a world, and then there is you“. Mother, scritta sotto gli effetti del LSD, dura poco più di un minuto ma è una delle più intense dell’album. Poche parole e un pianoforte che accompagna la voce delicata della Musgraves. Una canzone apparentemente semplice ma sorprendentemente forte, “Wish we didn’t live, wish we didn’t live so far from each other / I’m just sitting here thinking ‘bout the time that’s slipping / And missing my mother, mother / And she’s probably sitting there / Thinking ‘bout the time that’s slipping“. La successiva Love Is A Wild Thing è forse la canzone più country di questo album. Rassicurante e malinconica quanto basta, farà contenti i fan della prima ora, “Running like a river trying to find the ocean / Flowers in the concrete / Climbing over fences, blooming in the shadows / Places that you can’t see / Coming through the melody when the night bird sings / Love is a wild thing“. A dispetto del titolo, Space Cowboy, non ha nulla a che fare con mandriani intergalattici. Una ballata sulle difficoltà dell’amore arricchita da suoni distorti che sottolineano l’anima psichedelica dell’album, “You look out the window / While I look at you / Sayin’ I don’t know / Would be like saying that the sky ain’t blue / And boots weren’t made for sitting by the door / Since you don’t wanna stay anymore“. Non so perché ma Happy & Sad una delle canzoni che preferisco di questo album. Non sarà la migliore, sarà eccessivamente zuccherosa, però a me piace. Il suo ritornello così liberatorio e solare, il suo stile un po’ anni ’90 ha un nonsoché di nostalgico, “Is there a word for the way that I’m feeling tonight? / Happy and sad at the same time / You got me smiling with tears in my eyes / I never felt so high“. Velvet Elvis è il primo dei due brani nel quale ogni traccia di country viene accantonata per un attimo a favore di ritmi più pop. Il suo contenuto leggero e il beat piuttosto pompato fanno scivolare via questa canzone senza particolari sussulti, “I don’t really care ‘bout the Mona Lisa / I need a Graceland kind of man who’s always on my mind / I wanna show you off every evening / Go out with you in powder blue and tease my hair up high“. Wonder Woman è un gradevole brano pop dal ritornello fresco ed estivo. Una canzone dove si ammettono le proprie debolezze, smontando l’immagine di una donna perfetta e sicura di sé in amore, “‘Cause, baby, I ain’t Wonder Woman / I don’t know how to lasso the truth out of you / Don’t you know I’m only human? / And if I let you down, I don’t mean to / All I need’s a place to land / I don’t need a Superman to win my lovin’“. Poi c’è High Horse. Una canzone in stile Daft Punk, che ha diviso i fan. Personalmente trovo sia una buona canzone ma sono contento che sia l’eccezione all’interno di questo album. Forse è l’unica canzone nella quale si può ritrovare lo stile pungente che ha caratterizzato in passato le canzoni della Musgraves, “I bet you think you’re first place / Yeah, someone should give you a ribbon / And put you in the hall of fame / For all the games that you think that you’re winning“. La title track Golden Hour è la classica canzone d’amore romantica e carica di buoni sentimenti. La classe e l’eleganza della voce sono indiscutibili e il resto viene da sé, “Baby don’t you know? / That you’re my golden hour / The color of my sky / You’ve set my world on fire, yeah / And I know, I know everything’s gonna be alright, mhm“. Chiude l’album la straordinaria ballata Rainbow. Rassicurante e commovente, questa canzone è da inserire tra le più belle di questa artista. Un pianoforte e un testo che faranno palpitare i cuori più sensibili, “Well, the sky is finally opened, the rain and wind stopped blowin’ / But you’re stuck out in the same old storm again / You hold tight to your umbrella, but darlin’ I’m just tryin’ to tell ya / That there’s always been a rainbow hangin’ over your head“.

La prima cosa che mi è venuta in mente ascoltando Golden Hour è una frase della stessa Kacey Musgraves, contenuta nella sua canzone Dime Store Cowgirl, che recitava: “You can take me out of the country / But you can’t take the country out of me“. Si potrebbe accusarla di non aver tenuto fede a quella dichiarazione ma io penso che sia invece l’opposto. Kacey Musgraves ha abbracciato sonorità più pop, arrivando anche ad abbandonare completamente quelle country (come con High Horse). Ma in qualche modo, per certi versi sfuggente, è riuscita ad essere la Kacey Musgraves che abbiamo sempre conosciuto. Il country c’è, è rimasto dentro di lei, sottotraccia. Ma voler assegnare a tutti i costi un genere o uno stile ad un album come questo è spesso una grande perdita di tempo. Io ho ritrovato la Kacey Musgraves che conoscevo ed è abbastanza per dire che Golden Hour mi piace, con i suoi difetti. In conclusione Golden Hour è un album che dimostra ancora una volta il talento di questa cantautrice.

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Cattive abitudini

Lo scorso anno incappai nella bionda cantautrice americana Logan Brill (Ape regina) e fui sorpreso dall’energia delle sue canzoni. Ma ciò che più mi sorprende è come, a distanza di un anno, il suo album Shuteye fatichi ad uscire dalla mia personale classifica degli ascolti. Segno che Logan Brill è risuscita nella non facile impresa di fare un album sempre piacevole da ascoltare e riascoltare. Perché fermarsi a Shuteye quando alla mia collezione mancava il suo album d’esordio? Ecco dunque Walking Wires, pubblicato nel 2013 che va completare la discografia di Logan Brill e a soddisfare la mia curiosità. Almeno per il momento.

Logan Brill
Logan Brill

No Such Thing As Ghosts apre l’album all’insegna delle atmosfere country che sono degnamente interpretate della Brill. La musica e i ritornello suonano familiari ma la sua voce dà un’energia particolare alla canzone. Segue l’accattivante country rock di Month Of Bad Habits. Un brano perfetto come singolo, con una Logan Brill a suo agio tra il suono delle chitarre. Un’anticipazione delle sonorità dell’album Shuteye. La canzone che preferisco di questo album è la successiva Scars. Una bella ballata arricchita dall’intensa interpretazione della Brill sempre in grado di trasmettere energia e allo stesso tempo essere delicata ed emozionante, “‘Cause your love is like a loaded gun. Should’ve put it down before you hurt someone. And if I survive this broken heart, soon you’ll be another scar“. Nobody’s Crying è un’altra bella canzone con un ritornello che ha tutto il sapore del country americano dell’originale di Patty Griffin. Sincerità è la parola d’ordine in canzoni come queste e Logan Brill è sincera. Lei sfodera la voce e ti viene voglia di cantare a squarcia gola. Rewind è una bella cover dell’originale di Paolo Nutini. La voce ruvida del cantautore scozzese è sostituita da quella morbida e pulita della Brill. Il risultato è sorprendente, con quel retrogusto americano in più, “I’m not sleeping at night. But I’m going from bar to bar. Why can’t we just rewind? Why can’t we just rewind? Why can’t we just rewind?“. Seven Year Rain è un’altra canzone che ricalca tutti i tratti caratteristici della musica della Brill. Un mix di malinconia e romanticismo che scaldano il cuore, con melodie collaudate ma di sicuro effetto, “Can’t stop the pain, can’t change the truth. Can’t take the shame of being here not loving you. Too tired to swim, too weak to crawl. And if you need someone to blame say it’s my fault. Call it love, ain’t no such thing. And I’m tired of this seven year rain“. Ne’er Do Wells è una cover di una canzone di Audra Mae. Una versione molto simile all’originale, con un piglio più rock. Una cover che dimostra tutta la bravura di questa cantautrice, “Ne’er do wells and woe be gones Show your face for we were wrong Ne’er do wells and woe be gones Feel no shame it won’t be long“. In canzoni come Write It On Your Heart viene fuori tutto il cuore della Brill. Una canzone di spiccata sensibilità e dolcezza. Un piacere per le orecchie che scaccia via i pensieri negativi. Tricks Of The Trade è un altra cover di una bella canzone di Paolo Nutini. Una versione più country ma molto ben fatta e rispettosa dell’originale. Chiude l’album Fall Off The Face Of The Earth che incarna tutta la bellezza delle ballate nelle corde di Logan Brill. Una canzone poetica che arricchisce questo album di un altro piccolo gioiello.

Logan Brill in questo Walking Wires si muove tra i nomi di Patty Griffin, Audra Mae, Paolo Nutini, Chris Stapleton e Andrew Combs, riuscendo nell’impresa di dare una propria impronta personale ad ogni canzone. Al di là dei singoli brani, questo album si ascolta piacevolmente, dall’inizio alla fine,  grazie all’interpretazione sempre sincera e spontanea di Logan Brill. La sua voce è il mezzo perfetto per veicolare un’emozione, una sensazione, spesso un po’ malinconica ma sempre positiva. Insomma se volete ascoltare un album rassicurante e familiare, Walking Wires è quello che fa per voi e il successivo Shuteye come sua naturale conseguenza.

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Vita analogica

Dopo il sorprendente Heartbreaker Of The Year del 2015 (Il diavolo ha preso in prestito i miei stivali), la cantautrice canadese Whitney Rose è tornata quest’anno con l’EP South Texas Suite e io non me lo sono lasciato scappare. Il suo country senza tempo ha un fascino tutto particolare e questo EP potrebbe essere l’assaggio del suo terzo album. Il mio crescente interesse verso la musica country è iniziato proprio con artisti come Whitney Rose che propongono questo genere nella sua forma più pura, quasi incontaminata. Il sapore delle belle canzoni di una volta è replicabile e questa cantautrice prova a dimostrarlo ancora con sei canzoni.

Whitney Rose
Whitney Rose

Si comincia con la romantica Three Minute Love Affair nella quale ritroviamo la Whitney Rose di sempre, solo più elegante e sicura di sé. La musica che l’accompagna è tanto classica quanto irresistibile, “Now there’s no else / No, darling, it’s just you and me / He ain’t got no future and we’ve got no history / ‘Cause honky-tonks, the whole entire world / Baby we can go anywhere / It’s a three minute love affair“. La successiva è Analog. Una canzone sulla volontà di tornare ad apprezzare tutto ciò che non è digitale e immediato, tornare ad apprezzare una vita lenta. Un tema originale per una canzone, “I don’t want advertisements on my telephone / Don’t want formal letters / Robo cars / Big box shopping malls / Digitally remastered / Won’t add it to fit your TV / I want analog / Analog, baby“. Il singolo My Boots è una di quelle canzoni che ti aspetti da una come Whitney Rose. Una canzone che invita ad essere sé stessi e fare un po’ come ci pare, “I’ll go if I can wear my boots / I don’t feel like high heel shoes / And that don’t mean that I’m crazy / That don’t mean I ain’t a lady / Ain’t gonna go as no one else / Only going as myself / I’ll go if I can wear my boots“. Un viaggio indietro nel tempo con la romantica Bluebonnets for My Baby. Tra steel guitar, violini e spazzole la nostra Whitney Rose si mostra a suo agio più che mai. Una delle migliori canzoni di questo EP. Da ascoltare, “Blue bonnets for my baby / When he comes home / Blue bonnets for my baby / When he comes home / Blue bonnets for my baby / When he comes home“. Segue la nostalgica Lookin’ Back On Luckenbach è la canzone più riflessiva tra queste sei. Whiteny Rose e la sua band sanno confezionare una canzone più gradevole dell’altra, “Lookin’ back on Luckenbach / Where I learned to walk the walk / Where I learned to play guitar / Man I really loved that bar / I left and had to pay the price / Of what it costs to leave paradise / I get choked up and I can’t talk / Lookin’ back on Luckenbach“. Ecco che proprio la sua band ha il suo spazio tutto per lei nella strumentale How ‘Bout A Hand For The Band che chiude questo EP.

Whitney Rose con South Texas Suite conferma tutto il talento che ha dimostrato di avere nelle precedenti occasioni. In questo EP si concentra tutta la nostalgia dei tempi andati quando tutto sembrava più bello e sereno e forse lo è stato davvero. Sei canzoni che si lasciano ascoltare per il loro piglio retrò e leggero ma che in realtà offrono più spunti di riflessione. In una società dove sembra che chi non corre è perduto, ecco che è bello scoprire che perdersi non è affatto poi così brutto. Rimanere indietro e provare a vivere “come ai vecchi tempi” non è impossibile. A patto di fare i conti con un po’ di nostalgia.

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Sulla buona strada

Tra le uscite dello scorso anno che ho mancato di riportare su questo blog per una banale questione di tempo c’è un album intitolato Good. Hayley Reardon, ventenne cantautrice americana agli esordi, è una di quello scoperte che ho fatto attraverso NoiseTrade, un ottimo sito per scoprire nuova musica e sostenere gli artisti. Questo suo album ha fin da subito attirato la mia attenzione, in primo luogo perchè è il suo esordio, e poi perchè il suo stile a cavallo tra pop cantautorale e folk americano è nelle mie corde. Senza pensarci troppo mi sono buttato su Good certo di trovare al suo interno qualcosa di buono, good, appunto. Questo è il risultato.

Hayley Reardon
Hayley Reardon

La title track Good ci introduce nel delicato mondo della Reardon. C’è la tenerezza di un amore giovane e quella traccia di malinconia che dà forma ai sentimenti. Una canzone che mette in luce il suo talento cristallino, “People do crazy things / Try everything / Just to be who they think the should / But you, you do it ‘cause you’re good, good, good / Don’t let nobody tell you you aren’t good / You are good“. La successiva Would You Wait ha tutto il gusto del pop adolescenziale ma con una sensibiltà matura. La voce della Reardon è giovane ancora da scoprire ma le potenzialità ci sono e questa canzone ne dà prova, “I’m begging trying to tell you / That my head is like a city some days / Only when we’re laying in our whispers / Do I start to hear the street noise fade / I could come along fine“. C’è il fascino del folk americano nella bella Ghost. Una delle canzoni più mature dell’album, un’interpretazione intense e delicata allo stesso tempo, “Speak my words under water to make sure you hear / ‘Cause you live underwater on black coffee, burnt fear / And they all say they told me, but nobody told me / I guess you don’t know, don’t know, don’t know / Until you know“. Paper Mache ha quel tocco blues che la rende una delle canzoni più orecchiabili dell’album. Qui la Reardon è a suo agio, giocando con la voce e ammaliando l’ascoltatore. Ben fatto, “When everybody’s taking their hearts out to be framed / Here I am pulling at my edges hoping my name fades / From this paper, paper, paper mache / Leave my paper heart to blame / I’ll build it better when I’m better one day“. Con The Going si ritorna alla semplicità di un pop folk carico di sentimenti. C’è sempre quella malinconia di fondo, un tratto che è caratteristico di quest’artista e di tante altre della sua generazione. Una generazione di talento, “Does it hit you in your bones like seasons / Your finger ache with reasons / Why its getting too still here to breathe when / You’re face to face with your life for a second“. The High Road è destinata a rimanere nella vostra testa per un po’. Il ritmo si alza e la voce della Reardon è irrestibile nel ritornello. Un’ottima prova di songwriting, “At least I only want / What I say I do / I may be last to dance / But hell I’m first to move / And if I ever tried to pull off / All the crazy things you do / I’d want you to skip the high road too“. Segue la triste ballata Fourth Grade, davvero notevole per la dolcezza e sensibilità con la quale è stata scritta e cantata. La voce della Reardon si fa calda e confortante e rende questa canzone una delle migliori di questo album, “I met a girl today in fourth grade / It’s her first year with a locker / And a teacher with a first name / She’s smiling as she tells me / Weekend homework isn’t easy / But she can’t wait to be as old as me“. When I Get To Tennessee è un’altra canzone che con semplicità sa creare la giusta atmosfera un po’ malinconica ma positiva. In queste canzoni viene fuori la giovane età di questa artista ed è un bene, “But every time I get two hundred dollars and a brand new dress / I’m gonna fly you to the city just to catch my breath / It’s gonna be hard not to hold your hand / But we’ve still got a world to share when we can / When we can, when we can, when we can“. Con Count si abbassano le luci e si spande nell’aria una ballata romantica e solitaria. Una canzone che scalda il cuore, “And oh, when you’re looking from the last round / You’re laying with your head down / You’ll say it only mattered cause we made it / It only mattered cause we made it home“. Holes In Your Pocket è sulla stessa lunghezza d’onda della precedente e ancora una volta basta un chitarra per fare una canzone. Canzoni come queste arrivano dritte, lungo strade larghe e pianeggianti, “I could sew the holes in your pockets / I’m only scared of the ones in your hands / How much do you lose when you’re walking / How much more do I not understand / Because I want all of you, all of you, all of you / I want all of you“. Chiude l’album Work More che ne racchiude i suoi aspetti migliori, “A world where we dance like Steinbeck writes / Where the dust lines the floor like lights / Where the songs don’t say get rich or die trying / ‘Cause you build the paper life and the paper still goes flying“.

Hayley Reardon con questo suo Good si presenta come una cantautrice che ama la semplicità nelle sue canzoni. Chitarra e voce sono spesso sufficienti per dare forma a questi brani. Questo è un buon esordio dove ancora si sente quella maracata sensibilità che i giovani cantautori sanno trasmettere attraverso le loro canzoni. Un esordio che mi ha incuriosito e mi ha convinto a mettere Hayley Reardon tra gli artisti da tenere d’occhio per il futuro. Good è un ottimo compagno per i freddi pomeriggi d’inverno e la sera che arriva presto.

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Correre con le forbici in mano

Edwina Margaret “Fanny” Lumsden è una cantautrice australiana che, insieme alla sua band The Thrillseekers, ha pubblicato il suo album d’esordio intitolato Small Town Big Shot. I modi simpatici di Fanny Lumsden e la sua musica mi hanno subito conquistato. Un country dal sapore australiano che diverte ed emoziona, è alla base di questo album. Un country fresco e irresistibile. Ancora una volta è capitato che sia bastato il singolo Soapbox per farmi desiderare l’intero album. Al suo interno ho trovato tutto quello che mi aspettavo ci fosse dietro il sorriso contagioso di Fanny Lumsden, che mi ha accompagnato in queste settimane d’autunno e di lavoro.

Fanny Lumsden
Fanny Lumsden

Una delle migliori canzoni dell’album, Bravest Of Hearts, dà il via. Fanny Lumsden ci porta nella sua famiglia, nei colori della sua terra. Una canzone sincera che arriva dritto al cuore, grazie all’immediatezza della musica country e alla voce dolce della Lumsden. Soapbox è un brillante brano non a caso è stato scelto come singolo. Luminosa e accattivante, questa canzone vi ritroverete a fischiettarla in men che non si dica. Da ascoltare. Con la title track Small Town Big Shot si entra nella parte più malinconica e romantica dell’album. Qui Fanny Lumsden mette in mostra tutto il suo talento come cantautrice, scrivedo una ballata country a colpo sicuro. Si può dire lo stesso della bella Land Of Gold. Qui si sente il sorriso e la gioia di quest’artista. Non è facile trasmettere queste sensazioni, se non con la sincerità che a Fanny Lumsden sembra non mancare. Weatherman è spensierata, carica dei colori del buon country illuminato dal caldo sole dell’Australia. Ancora una volta il ritornello è irresistibile e intelligente. Totem Tennis continua sulla stessa lunghezza d’onda. Fanny Lumsden è regina della scena, servedosi di un carisma che non gli manca. Il gruppo che l’accompagna è allo stesso modo protagonista con un country rock trascinante. Rattle & Your Roll ci riporta alle sonorità più tranquille ma carica di sentimento. Una delle canzoni più belle dell’album che mostra un volto meno spersierato di questa cantautrice ma ugualmente efficace. Una delle canzoni più originali e brillanti dell’album è senza dubbio Sea Elephant School. Una canzone che fa subito presa grazie alla musica coinvolgente, al ritmo e la voce energica della Lumsden. Sicuramente da considerare tra le migliori di questo album. C’è spazio per il romanticismo con I Choose You che va sul sicuro. Fanny Lumsden e la sua band ci mettono tanto cuore e si sente. La voce si fa dolce, la musica evocativa. Tutto pefetto, insomma. Bastards esplora ancora il lato più sentimentale di questo album. Un’interpretazione intensa e sentita che spicca su tutte le altre canzoni. Chiude l’album la bella Sunstate che ci fa assaporare del buon country che nasce al di là del Pacifico ma non ha confini. L’ultima traccia riassume bene tutte le sfumature di questo album e la versatilità della voce della Lumsden.

C’è qualcosa in questo Small Town Big Shot, difficile da spiegare, che ti fa compredere che non stai ascoltando un’artista americana. Sembra che, in quelche modo, Fanny Lumsden e la sua band riescano a portare un pò di Australia nella loro musica country. Un album d’esordio che ha alle spalle anni di lavoro e si sente davvero, perchè Small Town Big Shot è un album solido, senza troppe sbavature. Fanny Lumsden è una carismatica frontwoman che fa della sua simpatia e sincerità i suoi punti di forza. Un album che mi sento di consigliare a chi vuole ascoltare qualcosa di leggero ma intelligente e onesto. Un’altra piccola sorpresa di questo anno che sta per finire. L’ennesima prova che c’è sempre qualcosa di nuovo da ascoltare e da scoprire.