Mi ritorni in mente, ep. 47

Scoprire nuova musica è sempre una cosa piacevole, oltre che uno dei miei passatempi preferiti. Ascoltare nuovi artisti e aggiungere alla propria collezione nuovi album è l’obiettivo del fine settimana, così come scrivere una loro recensione. Questo è solo un lato della medaglia. L’altro lato legato alla triste verità che il tempo passa inesorabile e nuovi album escono e io continuo ad accumulare album. Succede che devo sacrificare qualche uscita in favore delle novità del momento. Gli album vengono pubblicati più velocemente di quanto io riesca a scrivere. Ma nulla andrà perso! Questa rubrica è una buona occasione per recuperare.

Questa volta è il turno di Robyn Stapleton, cantante scozzese, che porta avanti la canzone tradizionale scozzese, inglese e irlandese. Il suo primo album s’intitola Fickle Fortune ed è stato pubblicato nel 2015. Dodici canzoni nel pieno rispetto della tradizione, legate tra loro dalla voce melodiosa della Stapleton. All’inizio di quest’anno ha pubblicato il suo secondo album, The Songs of Robert Burns una raccolta delle più belle composizioni del noto poeta scozzese Robert Burns, vissuto nella seconda metà del ‘700. Fickle Fortune è un album che ho apprezzato molto per la sua purezza e poesia. La voce della Stapleton è davvero eccezionale e paladina di quel “bel canto” che nonostante tutto ancora resiste. Giusto per citare le mie preferite, The Two Sisters, The Shuttle Rins, Bonnie WoodhallJock Hawk’s Adventures in Glasgow, The Lads That Were Reared Amang Heather. L’album The Songs of Robert Burns è nella mia personale wishlist da quando è uscito e sarà mio appena possibile. Nel frattempo concedente un ascolto a The Two Sisters. Non costa nulla.

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Circolo virtuoso

Lucy Rose è una di quelle artiste al quale sono particolarmente legato. Lei è stata una delle prima cantautrici dalle quali sono partito alla scoperta di tutto un mondo musicale fino ad allora a me ignoto. Il primo album Like I Used To del 2012 (Timidi esordi) mi aveva fatto scoprire un’artista di sicuro interesse per gli anni a venire. Dopo tre anni uscì Work It Out (Fino alla fine) che mi lascio un po’ perplesso soprattutto dal punto di vista della produzione. Mi auguravo un ritorno alle origini per Lucy Rose. Ebbene dopo un tour in Sud America organizzato dagli stessi fan, dopo aver viaggiato a lungo loro ospite, la cantautrice inglese ha riscoperto il piacere di scrivere canzoni e di cantare. Rigenerata e sull’onda delle emozioni ha visto la luce il nuovo Something’s Changing. Nel titolo è riassunta l’anima di questo ritorno che personalmente attendevo con curiosità.

Lucy Rose
Lucy Rose

La prima traccia Intro apre l’album con un delicato arpeggio e la voce delicata della Rose. Il primo segno che qualcosa sta cambiando, “It’s just a song but, without it / Would I’ve told you this? / I’m crazy without you, I’m crazy with you / This is bliss“. La successiva Is This Called Home è una canzone che conforta e scalda il cuore. L’accompagnamento orchestrale è azzeccato e si sposa perfettamente con la voce della Rose. Una delizia per le orecchie, “Now my head is sore / When no one’s around / To help me feel you / Am I monster? / Did I deserve all of those words? / ‘Cause I still believe“. Strangest Of Ways si snoda sulla melodia di una chitarra, per poi crescere nel ritmo. Una canzone che richiama l’esordio del 2012, “Who’d have thought it, who’d have thought it? / I could be yours when I’ve never been mine / Who’d have thought it, who’d have thought it? / This is the place for me and my bones“. Una delle canzoni che preferisco è sicuramente Floral Dresses. Con la partecipazione delle The Staves è preziosissima, Lucy Rose ritrova la sua forma migliore. Una poesia in musica che fa della sua semplicità il suo punto di forza, “I don’t wanna wear your floral dresses / And my lips won’t be coloured / I don’t want your diamond necklace / Your disapproval cuts through“. Sulle note di un pianoforte, prende forma Second Chance che si sviluppa in un trascinante pop delicato ma potente. Un’altra dimostrazione di talento e mestiere, che era mancato alla Rose in altre occasioni, “Morning came / And it left me with a bitter taste / Of a mould I don’t fit / But with many others we commit / Heaven knows this is real“. Love Song è una delle canzoni più belle di questo album. Un accompagnamento ricco ma non eccessivo, illumina questa canzone di una luce particolare, sbocciando nel finale in un cambio di marcia, “I found peace in a world so cruel / You made me believe in something anew / You’re my beginning, you’re my life till the end / I’d never let you walk on by“. Non smette di sorprendere Lucy Rose che infila un’altra canzone come Soak It Up che vede la partecipazione di Elena Tonra (Daughter). Una canzone viva e carica di speranza, “You’re lying in bed / Please open those weary eyes / It’s lying ahead / I’m just on the other side, woah-oh, woah-oh / It’s you, it’s all for something / And it’s you that could make it, make it happen“. Ispirata alla figura della mitologia greca che personifica il destino, Moirai è un meraviglioso esempio di cantautorato pop britannico. Tra le note del pianoforte e l’accompagnamento orchestrale, Lucy Rose trova la sua dimensione, “But Moirai, you let me down, you let me down / You let my love walk away without a fight / And the house is cold and the sheets so clean and I’m figuring out / When Moirai, you let me down, you let me down“. No Good At All è un richiamo agli anni ’70 ma anche all’ultimo album della cantautrice inglese. Una canzone che ha tutto il gusto del buon pop del passato ma rinfrescato dalla sua ritrovata creatività, “Hey baby, won’t you let me come and kiss you / All night long, all night long / Don’t worry, I won’t tell nobody / That you are the one until dawn“. La canzone più intima dell’album è Find Myself, e anche una delle più belle della Rose. Un accompagnamento musicale perfetto per la sua semplicità e resa, “A life changed in an instant / And here we are drinking / I wish I had some way to make it more than just okay / Forsake it / It’s times like these I wonder / ‘What the hell is going on?’“. Nell’ultima canzone, I Can’t Change It At AllLucy Rose si lascia andare in un meraviglioso crescendo orchestrale. Una canzone un po’ malinconica ma che racchiude lo spirito dell’album e il suo intento, “I can hear you calling me / I can hear you from across this open sea / I can hear your voice as it is calling me / Calling for somebody to help you be free / But it’s not me“.

Something’s Changing segna un ritorno importante soprattutto per Lucy Rose. Una ritrovata ispirazione traspare in ogni singolo brano, illuminato dalla sua voce delicata. L’esperienza in Sud America ha plasmato questo album dalla prima all’ultima nota, dando vita a canzoni ispirate. Lucy Rose riparte da zero o quasi, una dichiarazione d’amore verso i fan, che da semplici ascoltatori, sono diventanti amici anche se a volte lontani. La musica ha avvicinato questi due mondi, generando a sua volta altra musica che, come nel caso di Something’s Changing. Un circolo virtuoso che mantiene in vita la musica. Questo è quello che dovrebbero fare i cantautori e Lucy Rose lo ha capito, sperimentandolo in prima persona. Bentornata Lucy.

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Questo vecchio ragazzo

Ai primi ascolti, così come i successivi, sembra di ascoltare un qualche veterano del country. Uno di quei vegliardi che imbracciando una chitarra, dalla qualche strappano qualche nota, evocano con la voce e il canto storie dure e intense. Ma il nome di Colter Wall non lo troverete negli annali del country, non ancora almeno. Perché alla sua giovane età di ventidue anni è ancora al suo album d’esordio. La sua voce però sembra quella di un uomo navigato, che ne a viste talmente tante da non poter fare a meno di metterle in musica. Il suo omonimo album esordio non potevo lasciarmelo scappare, non potevo lasciarmi scappare la nascita di una stella.

Colter Wall
Colter Wall

L’album si apre con la brillante Thirteen Silver Dollars, con la quale Colter Wall subito ci cattura con la sua voce e le sue storie. Si ha subito la sensazione di ascoltare qualcosa di unico, “And then out jumps this old boy / About twice the size of me / He asked me for my name and where I dwell / I just looked him in the eye / And sang ‘Blue Yodel Number 9’ / He didn’t catch the reference, I could tell“. Codeine Dream è una ballata country lenta ed essenziale. Una canzone carica di malinconia, amplificata dalla voce profonda di Wall sorretta quasi esclusivamente da una chitarra, “Every day it seems / My whole damn life’s just a codeine dream / I don’t dream of you / Anymore“. Me And Big Dave è un’altra intesa canzone country. Chi sia Big Dave o cosa rappresenti non è dato sapere, ognuno è libero di interpretarla come vuole, “Me and a big Dave were just trying to stay upright / We were chasing white lines and warping our minds last night / We were killing the time though we sure didn’t know it / Hunting down rhymes with a Kentucky poet / Me and big Dave were just trying to stay alive“. Il pezzo forte dell’album si cela sotto il titolo di Motorcycle. Colter Wall sfodera una ballata country d’altri tempi, che evoca il sogno di avere una moto e viaggiare in libertà. Da ascoltare,   “Well, I figure I’ll buy me a motorcycle / Wrap her pretty little frame around a telephone pole / Ride her off a mountain like a old harlow / Figure I’ll buy me a motorcycle”. Kate McCannon ha tutte le caratteristiche della cosiddette murder ballads. Il protagonista della canzone uccide per gelosia la bella Kate e ricorda l’episodio dalla cella di una prigione, “Well the raven is a wicked bird / His wings are black as sin / And he floats outside my prison window / Mocking those within / And he sings to me real low / It’s hell to where you go / For you did murder Kate McCannon“. In un intermezzo parlato intitolato W.B.’s Talkin, Colter Wall viene presentato da uno speaker radiofonico. Snake Mountain Blues è una cover di una canzone di Townes Van Zandt. Il country blues scorre nelle vene di Wall e arriva a noi attraverso la sua voce, così profonda, così carismatica, “Mr. Ten Dollar Man / Let me tell where you’re bound / Drink your green liquor / Lord, you roll to the ground / Well you come around here / With your money in your hand / Tasting my woman / Well you die where you stand“. La successiva You Look To Yours è una canzone dove il protagonista incontra tre donne in tre città diverse. In tutti i tre i casi è un nulla di fatto, ognuno per la propria strada, “Two folks in our condition / We’ll never leave this bar room with our pride / So go about your earthly mission / Don’t trust no politicians / You look to yours and I will look to mine“. Transcendent Ramblin’ Railroad Blues è una ballata matura ed intensa. Colter Wall esprime tutto il suo talento come cantautore, toccando le corde giuste dell’anima. Impossibile rimanere indifferenti, “So lay me down easy / Lay me down hard / Light my cigarette and make my bed / Somewhere beneath the stars / Don’t look for me in glory / Don’t look for me below / ‘Cause I’ll be riding on that freight / Where the souls of ramblers go“. La successiva Fraulein è un’altra cover interpretata da Bobby Helms nel ’57 ma riproposta in seguito anche da Townes Van Zandt. In coppia con Tyler Childers, Colter Wall ripropone questa triste ballata, “Far across the deep blue water / Lives an old German’s daughter / On the banks of the old river Rhine / There I loved her and left her / Now I can’t forget her / She was my pretty fraulein“. L’album si chiude con Bald Butte, una montagna dell’Oregon, che dà l’ispirazione per questa ballata solitaria e contemplativa, “Well he rode across the Grey Back camp / Up in Cypress Hills / They said they left the US nation / On the day that Richmond fell / They whistled Dixie and set him up a still“.

Colter Wall è un album che ci fa conoscere questo emergente cantautore originario del Canada ma con l’anima che sembra trapiantata da qualche parte oltre confine. Ogni canzone incarna un ideale country che fa della sua forza la semplicità. Una produzione scarna mette al centro la voce unica di Wall, lasciandola libera di esprimersi e trasmettere l’intensità dei testi. Colter Wall fa parte di una nuova ondata di cantautori country che ricerca nella tradizione la nuova strada per un genere, il country, spesso maltrattato e condizionato dalle mode. Un album d’esordio da non lasciarsi scappare, dove si può ascoltare un country puro anche se un po’ retorico, soprattutto a causa delle giovane età di Wall. La sua stella è luminosa e il futuro per lui sembra già scritto.

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La dolce malia delle sere d’agosto

Lana Del Rey me la fatta di nuovo. Ogni volta penso che Elizabeth Woolridge Grant si tradirà, precipiterà in un pop da classifica insipido ma di successo. Il nuovo Lust For Life già si presentava bene in tal senso, vedendo la collaborazione di personaggi come The Weeknd, A$AP Rocky e Playboi Carti. Poi mi è bastata Love è mi sono sciolto. Lana Del Rey è tornata, mi sono detto, e io ci sono cascato un’altra volta. Ormai vittima del suo incantesimo, mi sono buttato anche su Lust For Life come ho fatto per i suoi precedenti album sperando, in un certo senso, di trovare un qualche motivo per puntare il dito contro di lei e finalmente liberarmi della sua malia. Pensate forse che ci sia riuscito?

Lana Del Rey
Lana Del Rey

Love apre l’album riportandoci a quella epicità rilassata dei suoi esordi. Quella cupezza di allora è lasciata da parte, si percepisce un’aura di speranza, di riscossa. Un ritornello magnifico su una musica “scenografica”. Una delle migliori di questo album, anzi una delle migliori canzoni di Lana Del Rey, “You get ready, you get all dressed up / To go nowhere in particular / Back to work or the coffee shop / Doesn’t matter ‘cause it’s enough / To be young and in love / To be young and in love“. Segue la title track Lust For Life che riprende il filone svogliato e depresso tanto caro alla cantautrice americana. Voce suadente e melodiosa che ben si accompagna a quella di The Weeknd. Contaminazioni hip-hop che richiamano le sonorità del primo Born To Die, “Take off, take off / Take off all of your clothes / They say only the good die young / That just ain’t right / ‘Cause we’re having too much fun / Too much fun tonight, yeah“. 13 Beaches è la classica canzone pigra e malinconica della Del Rey ma quanto ci piace! Il ritornello si accende ma la velocità è sempre quella: bassa. Siamo al sicuro, “It took thirteen beaches to find one empty / But finally it’s mine / With dripping peaches / I’m camera ready / Almost all the time“. Con Cherry si rispolverano le atmosfere vintage. Un bianco e nero, affascinante anche se consunto. Lana del Rey sfodera l’arma della sua voce calda, sensuale e non concede la grazia a nessuno, anche a costo di stenderlo con qualche parola di troppo, “Darlin’, darlin’, darlin’ / I fall to pieces when I’m with you, I fall to pieces / My cherries and wine, rosemary and thyme / And all of my peaches (are ruined)“. Meno di tre minuti per assaporare quel gioiellino chiamato White Mustang. Voce trascinata, parole smorzate. Sembra di essere in una giornata afosa, quando qualsiasi cosa è troppo. Come il ritornello cantato in quel modo. Non infierire Lana, “The day I saw your white Mustang / Your white Mustang / The day I saw your white Mustang / Your white Mustang“. Summer Bummer è il più influenzato dall’hip-hop di A$AP Rocky e Playboi Carti. Non sono un fan di questi duetti e ne farei volentieri a meno, ma Lizzy salva tutto senza troppo sforzo, “Hip-hop in the summer / Don’t be a bummer, babe / Be my undercover lover, babe / High tops in the summer / Don’t be a bummer, babe / Be my undercover lover, babe, mmm“. Groupie Love è malinconica quanto basta, con una Lana Del Rey sempre seducente, accompagnata dalle rime di A$AP Rocky. Questo duetto lo preferisco al precedente ma forse queste due canzoni sono le più deboli dell’album, “You’re in the bar, playing guitar / I’m trying not to let the crowd next to me / It’s so hard sometimes with the star / When you have to share him with everybody / You’re in the club, living it up“. Si torna su binari a me più congeniali con In My Feelings. Si torna ad una Lana Del Rey quasi rock, avviluppata dalle spire dei synth, trovando una via di fuga nel ritornello, “‘Cause you got me in my feelings (got me feeling so much right now) / Talking in my sleep again (I’m making love songs all night) / Drown out all our screaming (Got me feeling so crazy right now)“. Con Coachella – Woodstock In My Mind, Lana Del Rey rispolvera le atmosfere sognanti e malinconiche, di grande impatto. Un inno ai grandi festival musicali all’aperto che ogni anno richiamano migliaia di persone, “‘Cause what about all these children / And what about all their parents / And what about about all their crowns they wear / In hair so long like mine / And what about all their wishes / Wrapped up like garland roses / Round their little heads / I said a prayer for a third time“. Una semplice chitarra apre God Bless America – And All The Beautiful Women In It, una delle canzone più ispirate dell’album. Un ritornello che rimane in testa, cantato con quel modo svogliato e profondo ma incredibilmente efficace, tipico della Del Rey, “God bless America / And all the beautiful women in it / God bless America / And all the beautiful women in it, may you / Stand proud and strong / Like Lady Liberty shining all night long / God bless America“. Anche When The World Was At War We Kept Dancing ci fa ascoltare una Lana Del Rey in splendida forma, molto vicina all’ultimo album. Più fredda e distaccata, ma sempre affascinate come solo lei sa essere, “No, it’s only the beginning / If we hold on to hope / We’ll have a happy ending / When the world was at war before / We just kept dancing / When the world was at war before / We just kept dancing“. Beautiful People Beautiful Problems vede la partecipazione della cantautrice americana Stevie Nicks, un duetto riuscito per una delle canzoni più belle di questo album. La voce melliflua della della Del Rey contrasta con quella più ruvida della Nicks creando il giusto mix, “Blue is the color on the shirt of the man I love / He’s hard at work, hard to the touch / But warm is the body of the girl from the land he loves / My heart is soft, my past is rough“. Ma forse il cuore caldo e pulsante di questo album risiede nella bella Tomorrow Never Came. Anche questa volta un duetto perfetto ed emozionante con Sean Lennon, “I waited for you / In the spot you said to wait / In the city, on a park bench / In the middle of the pouring rain / ‘Cause I adored you / I just wanted things to be the same / You said to meet me out there tomorrow / But tomorrow never came / Tomorrow never came“. La successiva Heroin ripropone una Lana distante ma capace di evocare atmosfere mistiche e fumose. Nulla di nuovo sotto il sole di questa calda estate, “Topanga is hot tonight, the city by the bay / Has movie stars and liquor stores and soft decay / The rumbling from distant shores sends me to sleep / But the facts of life, can sometimes make it hard to dream“. Un pianoforte per Change. Una Lana Del Rey che vuole lanciare un messaggio di speranza, di cambiamento appunto. Una ballata poetica di rara sensibilità, “Every time that we run / We don’t know what it’s from / Now we finally slow down / We feel close to it / There’s a change gonna come / I don’t know where or when / But whenever it does / We’ll be here for it“. Get Free chiude l’album, facendoci riassaporare per l’ultima volta quel gusto vintage tanto cara alla nostra, in una della canzoni più personali e intime. Il suo modern manifesto, “Sometimes it feels like I’ve got a war in my mind / I want to get off but I keep riding the ride / I never really noticed that I had to decide / To play someone’s game or live my own life / And now I do / I want to move / Out of the black / Into the blue“.

Lust For Life è per Lana Del Rey un ritorno alle sonorità di Born To Die ma sapientemente arricchito dalle esperienze successive e dalla volontà, sempre maggiore, di essere una cantautrice piuttosto che una pop star. Tutto comincia con un sorriso in copertina, sullo sfondo (molto probabilmente) lo stesso pick-up che appare nel primo album. Poi vengono le canzoni e si nota un cambiamento nell’approccio, c’è un messaggio di fondo. Un messaggio che le nuove generazioni sanno tirare fuori da quella apparente evanescenza nella voce della Del Rey. Lust For Life è forse il miglior album di quest’artista per completezza ed ispirazione. Un album afoso, caldo e svogliato ma dal quale escono folate di una fresca brezza di speranza. Lana Del Rey è stata un’ottima compagna di quest’estate, senza bisogno di tormentoni o hit passeggere. E la risposta è: no, non sono riuscito a liberarmi dalla sua maila neanche stavolta.

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Si ricomincia

Finalmente questo blog riprende a pieno regime, tornando a riempirsi di recensioni. Tanta musica è arrivata alle mie orecchie in queste settimane e oggi è il turno di dare spazio e risalto a Jaime Wyatt. Cantautrice americana, segnata da un passato tormentato che ha lasciato qualche traccia nella sua musica, che si presenta con Felony Blues. L’album rappresenta una sorta d’esordio, un nuovo inizio ed è stato pubblicato quest’anno. Dopo aver letto recensioni molto positive ma soprattutto dopo aver ascoltato qualche sua canzone, l’album è finito dritto nella mia collezione. Si tratta di sette canzoni che incarnano tutte le caratteristiche della musica americana con qualche occhiatina al soul, interpretate da un’artista carismatica.

Jaime Wyatt
Jaime Wyatt

L’accattivante country blues di Wishing Well apre l’album, l’energia delle chitarre fa risaltare la voce graffiata della Wyatt. La vibrante interpretazione e il ritornello orecchiabile sono un ottimo biglietto da visita nel suo mondo. Your Loving Saves Me viaggia sulla stessa lunghezza d’onda. Un brano che trasmette gioia e un senso di speranza, con un bel assolo di chitarra sul finale. Una delle mia preferite dell’album che vede anche la partecipazione del cantautore americano Sam Outlaw. Il ritmo rallenta con la poetica From Outer Space. La lontananza di un astronauta è usata come metafora di amore distante. Jaime Wyatt dimostra di trovare la propria dimensione anche in questo genere di ballate. Wasco è un sorprendente country blues che parla di amore sognato dietro alle sbarre. Ispirato dall’esperienza in carcere della Wyatt, un’esperienza che segna molte delle canzoni di questo album. Si continua con la bella Giving Back The Best Of Me. Una struggente ballata personale, sorretta dalla voce della Wyatt che si fa malinconica e sensibile. Una prova di tutto il talento come cantautrice. L’album si riaccende con Stone Hotel un vibrante country ispirato da un’esperienza personale che ha con sé tutte le caratteristiche del cosiddetto outlaw country. Il ritornello è orecchiabile e immediato. Da ascoltare. Chiude Misery And Gin una bella cover del originale di Merle Haggard. Jaime Wyatt non si allontana molto dalla versione originale, rendendo omaggio ad un grande cantautore.

Felony Blues è un album profondamente ispirato dalla vita di Jaime Waytt e porta con sé tutto il dolore ma anche la speranza di una nuova vita. La cantautrice americana si muove bene sia nelle ballate più lente e malinconiche che nelle migliori cavalcate country. C’è sempre sullo sfondo un alone di tristezza, veicolato in primo luogo dalla voce delle Wyatt. Una voce graffiata che la rende carismatica e affascinante. L’unico difetto di questo Felony Blues sta nel fatto che è composto da solo sette canzoni, per una mezz’ora di musica. Tenendo conto di questo sentito, altre tre canzoni sarebbero state il giusto compimento di un album che apre ad un futuro promettente per Jaime Wyatt, non solo a livello musicale ma anche personale.

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Inchiostro

Questa estate ho avuto il tempo di tornare a fare qualcosa che mi è sempre piaciuto: disegnare. Anni fa avevo già postato qualcosa su questo blog riguardo al disegno, Una matita e un post-it, ma poi non ho più fatto nulla. Quando disegno mi piace essere solo, sentirmi libero di disegnare ciò che voglio senza nessuno che ti osserva. Quando si è bambini disegnare è considerato quasi un gioco ma quando si cresce si trova sempre meno tempo per farlo. Ma non è sempre una questione di tempo, almeno per me, è sopratutto la possibilità di restare soli e lasciarsi trasportare per qualche ora dalla frenesia di far correre la matita o la penna sulla carta che spesso non si concretizza. Non ho mai fatto corsi di disegno a mano libera, sono un autodidatta e so che questo è un dono, che però non ho mai coltivato abbastanza.

Ecco che quest’anno, complice una settimana di vacanza solitaria, ho riscoperto il gusto di disegnare. Ho preso un vecchio album da disegno, nel quale c’erano un paio di vecchi disegni a matita ma anche molti fogli bianchi e ho cominciato. Avevo una matita spuntata, nessun temperino e nessuna gomma. Non mi restava che una comunissima penna nera a punta fine. Quello che vedrete qui sotto è fatto a completamente a penna (ad eccezione del “piede”, che avevo abbozzato con la matita spuntata). La penna era nuova e dopo sei giorni avevo praticamente finito l’inchiostro. Ho disegnato per quasi tre volte al giorno, un disegno dopo l’altro con la musica in sottofondo. Mi sono ispirato a varie fotografie, copertine di album ma qualcosa è anche frutto della mia fantasia. Il risultato sono 80 disegni che troverete nella galleria qui sotto. Altrettanti schizzi e prove ma anche errori sono finti nel cestino. Quello che vedrete nella gallery non è perfetto ma qualcosa di buono c’è. Mi accorgevo di migliorare giorno per giorno. Ora che le vacanze sono finite temo che mi fermerò di nuovo ma, credetemi, non ho mai disegnato così tanto in vita mia. Perciò farò in modo di non smettere completamente anche se non potrò farlo tre volte al giorno. Condivido con voi questi miei lavori. Spero vi piacciano come è piaciuto realizzarli. QUI per vedere la gallery su Flickr o cliccando l’immagine qui sotto.

Disegni 08/17

Mi ritorni in mente, ep. 46

È tempo di vacanze e tutti i miei buoni propositi di scrivere una recensione cadono nel vuoto e si sciolgono nel caldo d’agosto. Le vacanze sono vacanze dopotutto e anche questo blog, o meglio il suo autore, si prendono una pausa. Ma questo è il momento più adatto per affondare le mani negli album che ho accumulato in queste settimane e prepararmi per i per i prossimi post in vista di un autunno ricco di nuova musica. Quando arrivano le vacanze mi viene sempre in mente una vecchia canzone dei R.E.M., Permanent Vacation. Una canzone che risale ai primissimi esordi del gruppo americano, non certo una delle migliori ma è una di quelle rarità sempre interessanti. Quale occasione migliore per ascoltarla ancora una volta e cantarla durante queste vacanze?

I’m on a permanent vacation
Nothing left to move
I want a revelation
Nothing left to prove
I could take it with me
Leave you all behind
I got some kind of feeling
Burnin’ on my mind

Sleeping late in the morning
Stay out all night long
Every day is like the one before
I’m going wrong