Una mentina in tasca e una pallottola tra i denti

Ho l’abitudine a non lasciarmi influenzare troppo da ciò che gli artisti raccontano riguardo alla loro musica. Le varie interviste che rilasciano in occasione dell’uscita del nuovo album sono numerose (tanto più sono famosi) ma io non le leggo spesso, quasi mai a dire la verità. Da quel che so, Margo Price, è riuscita a dire definitivamente addio all’alcol che le stava causando non pochi problemi ma a quanto pare non sa rinunciare al fumo e a occasionali “viaggi” indotti dai funghi allucinogeni. Molte di queste cose sono anche scritte nel suo libro autobiografico Maybe We’ll Make It uscito lo scorso anno e che racconta gli anni più difficili della sua carriera e della sua vita. Anche se personalmente preferisco mettere da parte tutte queste cose almeno per un momento quando ascolto per la prima volta un album, il nuovo Strays è frutto di tutti questi cambiamenti che spingono la Price a superare le regole del country.

Margo Price
Margo Price

In Been To The Mountain è una carrellata di immagini legate ai ricordi e alle contraddizioni di una vita al limite. Il country rock dalle contaminazioni psichedeliche è la cifra stilistica dell’album e questa traccia di apertura lo mette subito in chiaro. Lo stesso vale per la bella Change Of Heart, una delle canzoni più potenti che io ricordi di Margo Price, soprattutto musicalmente. Non è da meno Light Me Up che è un crescendo country rock che vede la partecipazione di Mike Campbell. Insieme a Sharon Van Etten dà vita a Radio un orecchiabile inno al diritto di poter stare un po’ in santa pace, lontano da tutto e da tutti. Forse la canzone più inedita per questa cantautrice è Time Machine dalle tinte luminose e dal gusto pop. Il resto dell’album si muove tra ballate country come la splendida County Road che si dispiega in un fiume di parole lungo i suoi sei minuti, oppure la poetica e solitaria Landfill che chiude l’album. Alle collaborazioni partecipa anche la band statunitense Lucius nel rock lento di Anytime You Call. Completano l’album la dolorosa Hell In The Heartland e la cupa e scarna Lydia, che scava a fondo, senza mezzi termini o giri di parole. Una delle canzoni più dure della Price, non solo di questo album.

Strays ci restituisce l’immagine di una Margo Price in pieno controllo della sua musica e della sua carriera artistica. Tanto spazio a canzoni liberatorie ma anche a quelle più riflessive, tutte con la volontà di ribadire ancora una volta che le cose cambiano e si può iniziare una vita nuova. Un album che in qualche modo sancisce una rinascita personale e una maggiore convinzione di percorrere la strada intrapresa già con il precedente That’s How Rumors Get Started. Ciò che ho sempre amato della musica di Margo Price è il contrasto tra la sua voce pulita e apparentemente innocente con la sua immagine di cattiva ragazza e la sua storia difficile. Anche se, per sua stessa ammissione e senza dimenticare che nella vita privata è anche moglie e madre, non tutto è come appare e c’è anche un po’ di costruzione del personaggio ma Strays è finora è il suo album che rimarca di più questo contrasto. Un ottimo album senza alti e bassi che viaggia a velocità costante e, senza trovare resistenza, si fa spazio con energia per le strade della vita.

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La casa gialla e la ragazza vestita di bianco

Non è la prima volta, e non sarà nemmeno l’ultima, che mi faccio attrarre dalla copertina di un album prima ancora che dal suo contenuto. Questa volta è casa dai muri gialli e il tetto blu scuro. Tutt’attorno un giardino rigoglioso, nel quale fiori e rampicanti fanno da cornice all’immagine di una ragazza vestita di bianco. Al primo piano, da una delle due finestre centrali, si affaccia un’anziana signora. Non è nient’altro che la fotografia della casa della nonna, un vecchio edificio scolastico, eppure sembra racchiudere una storia, un’istantanea di un giorno qualsiasi dalla simmetria perfetta. Questa è la copertina di Carvings, secondo album della cantautrice norvegese Juni Habel. Quasi non sarebbe stato necessario nemmeno ascoltare prima di acquistare. Dovevo assolutamente entrare in quella casa o quanto meno mettere piede in giardino per scoprire cosa aveva da raccontare la ragazza vestita di bianco.

Juni Habel
Juni Habel

Rhythm Of The Tides è quello che mi aspettavo. Un oscuro folk intimo e fatto della materia dei sogni, nel quale se ne coglie la tensione e la fragilità attraverso la voce della Habel. Il ricordo della sorella scomparsa rivive nella splendida Valiant scegliendo un folk moderno a due voci. Canzoni come Chicory e Little Twirl offrono sollievo e un momento di leggerezza. La Habel mostra il suo lato più luminoso, dove musica e parole si rincorrono, dove la voce diventa delicata ed evoca atmosfere nostalgiche. La semplicità e l’essenzialità ricercata da quest’artista si può apprezzare in I Went Out And Sought For Your Name che ripercorre i corridoi oscuri dell’anima. Dopotutto questa è la cifra stilistica di questo album come confermato dalla conclusiva e dolorosa I Carry You, My Love. Meno cupe e più luminose, ma non meno malinconiche, sono When We Awake e la delicata Drifting Pounds Of The Train che vanno a completare le otto canzoni di questo album, componendo un ritratto personale e profondo.

Se fosse un libro, invece di un album musicale, Carvings sarebbe un compendio su come scrivere canzoni folk contemporanee ma dall’anima senza tempo. Juni Habel incarna nel più completo dei modi il modello ideale della cantautrice folk del nostro tempo, sempre alla ricerca di un’essenzialità che va al di là della semplice estetica. L’obiettivo finale è quello di restituire un parte di sé, rendendo participi, per quanto possibile, gli ascoltatori. Seppure non mi piace fare confronti tra artisti diversi, non posso evitare di notare, ripescando dalla mia memoria musicale sempre più ampia, somiglianze con altre cantautrici, su tutte Aldous Harding per quanto riguarda i momenti più indie folk di questo Carvings e Rachel Sermanni nei brani più tradizionali e intimi. Juni Habel ci regala un album folk di pregevole fattura e di intensità rare, foriero di ottime sensazioni per chiunque ami questo genere musicale.

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C’è vita laggiù nei posti più bui

Ho un ricordo legato all’album Dear Happy della cantautrice inglese Gabrielle Aplin: è stato uno degli ultimi album che ho ascoltato prima che l’epidemia cambiasse improvvisamente le nostre abitudini. L’album infatti risale a fine gennaio di quell’anno che tutti noi ricordiamo ma sono passati più di dieci anni da quando ascoltai per la prima volta quest’artista. Più passano gli anni e più si avvera il mio desiderio di partecipare al processo di crescita di un artista nel corso della sua carriera. Per la Aplin è arrivato il momento del suo quarto album, intitolato Phosphorescent. Dopo le vaghe contaminazioni folk degli esordi è passata più o meno rapidamente ad un pop cantautorale dal gusto squisitamente british. Con Dear Happy la svolta pop è stata decisamente più marcata e appariva più come la fine di un capitolo piuttosto che l’inizio di uno nuovo. Questo nuovo album, fin dai primi singoli, si è mostrato più maturo ed introspettivo rispetto al suo predecessore.

Gabrielle Aplin
Gabrielle Aplin

Phosphorescent non si discosta molto dal pop proposto dalla Aplin in questi ultimi anni e canzoni come Skylight, Take It Easy e Don’t Say, che poggiano su beat elettronici e ritornelli orecchiabili, si lasciano ascoltare più volentieri. In brani come Good Enough o l’ottimo singolo Call Me si possono riascoltare le sonorità più intense e leggere per le quali quest’artista ha sempre avuto particolare abilità nel dar loro equilibrio, anche grazie alla voce morbida e innocente. Non mancano canzoni nel quali emerge un sound pop soul come in Anyway o Wish Didnt Press Send che per lo meno ci offrono qualcosa di diverso da parte della Aplin. Spazio anche a ritmi danzerecci con Never Be The Same che scorre via senza pensieri, ripercorrendo il solco tracciato dal precedente Dear Happy. Per trovare l’anima di questo album bisogna cercarla in canzoni come Don’t Know What I Want o l’ottima Mariana Trench nelle quali la nostra si spoglia di qualsiasi orpello pop e scava dentro sé stessa. In quest’ultima in particolare, la voce della Aplin è sola con il pianoforte, come in passato è già successo e con ottimi risultati. Le atmosfere distese e effimere si ritrovano anche in Half In Half Out che incanta dando il giusto spazio all’influenza di un pop moderno e giovane.

Nonostante le apparenze, Gabrielle Aplin non è più una ragazzina e questo Phosphorescent in qualche modo sembra voler sottolineare questo passaggio importante. La spensieratezza lascia spazio alla riflessione ma non necessariamente alla tristezza o alla malinconia. La sua voce educata è tratto che più caratterizza le canzoni nelle quali ritrovano, in parte, le sonorità e le influenze degli esordi. Gabrielle ripercorre con Phosphorescent la strada intrapresa nel 2015 con Light Up The Dark (il mio preferito in assoluto tra i suoi) e successivamente smarrita, in alcune occasioni, nella ricerca di un pop moderno ma spesso poco personale e prevedibile. Phosphorescent è dunque un album ben riuscito che, tra alti e bassi, ci restituisce una Gabrielle Aplin ispirata e sulla via di una maturità artistica da tempo ricercata. Resta inteso che lei avrà sempre un posticino speciale tra la mia musica, che si è conquistato negli anni nonostante il suo non sia tra i miei generi preferiti. Per questo ha doppiamente il merito di esserci riuscita.

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Il canto degli uccelli

Un altro album che avrebbe meritato il suo spazio su questo blog lo scorso anno è tender del trio folk Lady Maisery uscito a novembre. Hazel Askew, Hannah James e Rowan Rheingans formano un gruppo tra i più talentuosi e innovativi del panorama folk inglese, giunto al loro quarto album. Senza dimenticare anche lo splendido Awake Arise: A Winter Album in collaborazione con Jimmy Aldridge e Sid Goldsmith. Le melodie, l’unione delle voci e la sperimentazione dei suoni sono da sempre dei tratti caratteristici di questo trio al femminile, in bilico tra tradizione e modernità. Come è successo per altri artisti, ho accolto subito il loro appello su Kickstarter e ho contribuito anche io alla realizzazione dell’album. Lo faccio spesso perché è un po’ come ricevere un regalo, non so mai cosa aspettarmi e la sorpresa è assicurata.

Lady Maisery
Lady Maisery

L’album è composto da canzoni originali e da diverse cover. La title track tender, scritta dalla Rheingans, è una canzone confortante e caratterizzata dallo stile folk etereo alla quale le Lady Maisery ci hanno abituati. Lo stesso vale per l’incantevole bird i do not know, scritta dalla Askew e echoes, nella quale la James rievoca i momenti più difficili e la separazione dalle persone care durante il lockdown. Le tre voci e le sperimentazioni musica danno vita ad un folk moderno di grande impatto. La voce della Askew ci guida nella magica scientist che vuole trasmettere un messaggio di speranza tra le tante difficoltà dei nostri tempi. La morte dell’attivista e femminista Anna Campbell ispira Rowan per rest now mentre Hazel realizza una canzone oscura ispirata ad una vecchia storia dai risvolti misogini e da esperienze personali, intitolandola the fall, l’autunno. noughts & crosses vuole richiamare alla memoria le belle immagini di una natura pulita e libera durante il lockdown. Un’effimera illusione, spazzata via subito dal ritorno alla normalità. Come da titolo birdsong è una dichiarazione d’amore per il canto degli uccelli, spesso ignorato o coperto dal suoni degli uomini. Se con queste canzoni originali le Lady Maisery danno prova del loro talento, le cover ne costituiscono un’ulteriore conferma a partire dalla bella hyperballad. Personalmente la trovo migliore dell’originale di Björk (per la quale non nutro particolare interesse). Questa versione con solo le voci ed usando il corpo come strumento a percussione è straordinaria. L’altra cover è 3000 miles dà una veste folk al brano originale di Tracy Chapman, conservandone però tutta la sua fragilità.Solo voce invece per child among the weeds, di Lal e Mike Waterson. Una canzone dolce fatta di immagini semplici e commoventi.

Le Lady Maisery con tender trovano il perfetto equilibrio tra tradizione e modernità, sperimentando ma senza andare oltre le sonorità del folk inglese. Si percepisce come questo album sia frutto di un’ispirazione vivida e coerente, nel quale trovano spazio la natura, l’ambiente e il mondo femminile. Un trio questo che ci offre un visione ampia e fresca sul folk delle nuove generazioni, muovendosi su un solco già tracciato ma capace ancora di riservare sorprese. Ormai lo stile delle Lady Maisery è così ben consolidato da poter toccare alcuni “mostri sacri” della musica e riuscire perfino a far meglio. Merito di una sensibilità e di un talento che si svelano pienamente in questo tender.

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Legato al ritmo di un tempo che si perde

Sul finire dello scorso anno è uscito il primo album del progetto solista del cantautore Ewan MacPherson, a me già noto per lo splendido lavoro che da anni porta avanti con i Salt House, insieme alla moglie Lauren MacColl (che partecipa anche in questa occasione) e Jenny Sturgeon. Il nome scelto per questo progetto è Hushman che poi da il titolo anche all’album stesso. Tutte le canzoni, eccetto due, sono scritte da MacPherson che in realtà a già pubblicato due album come solista Norther nel 2008 e Fetch! nel 2016. Il folk cantautorale di MacPherson e il suo stile sono riconoscibili anche nella sue collaborazioni e, consapevole di quanto di buono realizzato finora, non esitato a buttarmi anche su questo Hushman.

Ewan MacPherson
Ewan MacPherson

La prima cosa che ho apprezzato ascoltando Hushman è che tra le altre canzoni ho riconosciuto Freshwater Salt, giù pubblicata nel prima album dei Salt House. Il titolo dell’album era Lay Your Dark Low del 2013 e in quell’occasione era interpretata da Siobhan Miller, che poi lasciò il gruppo insieme a Euan Burton. I Salt House divennero così un trio con l’arrivo delle Sturgeon. Insomma, Freshwater Salt era già una splendida canzone allora e lo è altrettanto interpretata dal suo autore. Ma la magia della voce e della scrittura di MacPherson, la ritroviamo anche in It’s All In The Distance o in The Rising Line. Lo suo stile etereo e riflessivo richiama i silenzi della natura e il mondo interiore, in particolare in canzoni come Remedy For A Hollow Heart. C’è anche una bella canzone dedicata alla moglie Lauren intitolata She Climbs The Munros e che compare anche nel video. Oltre queste canzoni originali ci sono Duke Henrik, una traduzione di una canzone tradizionale svedese e Beltane, anch’essa tradizionale ma riproposta in una particolare versione moderna ma altrettanto affascinante.

Hushman è un album nel quale possiamo ammirare il talento di cantautore di Ewan MacPherson che con la sua voce sommessa e fragile ci incanta e ci porta in un mondo malinconico fatto di melodie e parole. Ogni ascolto di questo album porta con sé una nuova scoperta: un suono nascosto che sfugge al primo ascolto, la particolare struttura di una canzone oppure qualche parola che si perde nell’aria. Tutte queste cose danno vita ad un insieme di canzoni coeso e coerente anche grazie allo stile riconoscibile di Ewan MacPherson. Hushman scorre lento alternando momenti più oscuri ad altri più luminosi ma senza mai uscire da una comfort zone di suoni e parole. Al di là delle apparenze, questo è un album solido e forte, frutto dell’esperienza e della volontà di creare qualcosa di onesto e naturale.

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Questa sporca dozzina

Questo blog è arrivato al suo dodicesimo giro intorno al sole. Come ogni 8 di gennaio eccomi qui a scrivere qualche pensiero in occasione del compleanno di questo mio blog. Innanzitutto devo riconoscere che come previsto, anche nel 2022 poco o nulla è cambiato da queste parti. Mi ero ripromesso di provare a cambiare un po’ l’impostazione dei miei post ma non l’ho fatto. Ebbene, forse ci siamo. Credo sia arrivato il momento di rivedere qualcosa ma prima è necessaria una premessa, perché non è come state pensando. 

Come qualcuno di voi saprà, da qualche anno sono iscritto a Twitter. Decisi di farlo solo perché stare dietro alle novità musicali senza qualcosa che aggregasse le varie fonti (siti, blog, artisti ecc), era diventato sempre più difficile. Facebook e il suo fondatore non mi sono mai stati simpatici e così ho scelto il social dell’uccellino. Già che c’ero ho collegato il mio profilo a questo blog e ciò mi ha dato anche qualche soddisfazione. Come è noto quest’anno un ricco signore annoiato ha deciso di portare un lavandino nella sede di Twitter. Non invidio per nulla Elon Musk, nemmeno per il suo conto in banca, anche se gli riconosco dei meriti (l’acquisizione del social network non è tra questi). Nel periodo più buio del social, quando sembrava che stesse per andare a fare compagnia di MySpace, ho deciso di provare Mastodon, che rappresenta una specie di simil-twitter, almeno nella forma. 

Vi racconto la mia esperienza all’interno dell’istanza italiana più importante. Non sto a spiegavi cos’è un’istanza, perché per quello che voglio raccontarvi, non è necessario. Sappiate solo che ne esistono diverse all’interno di Mastodon (che di per sé non è un social network come lo intendiamo di solito). La prima impressione che ho avuto appena iscritto è la stessa che ho provato quando mi è capitato di iscrivermi ad un forum. Un gruppo ristretto di utenti e amministratori accoglie amichevolmente il nuovo arrivato, per buona educazione, ma poi è compito dello stesso trovare spazio all’interno della comunità. Mi sta bene. Ci sono delle regole, ovviamente. Ogni istanza ha le sue: alcune scritte, altre no. Le prime sono condivisibili e per rispettarle basta aver un po’ di buon senso. Niente di ché ma ovviamente rappresentano un problema per i cosiddetti “leoni da tastiera” e i vari “no-qualcosa”. Con queste regole il clima perciò è sereno anche se un po’ uniforme. Le seconde, quelle non scritte, sono un po’ più insidiose e difficili da rispettare. Principalmente perché non sono alla portata di tutti e poi perché potrei anche non volerle rispettare. Una su tutte è quella di non linkare direttamente i video da YouTube. Queste regole da “nerd open source contro il sistema” non aiutano certo l’integrazione di chi è meno avvezzo a certe pratiche. Ma mi sta bene, ancora. Il problema con Mastodon si rivela essere soprattutto mio (che poi è lo stesso che mi ha tenuto lontano dai social network per anni). Mi ero iscritto a Twitter per seguire chi produce contenuti e notizie. Per rimanere aggiornato, insomma. Mastodon in questo è naturalmente ancora parecchio indietro e non si è rivelato quindi molto adatto allo scopo. A questo punto mi si è rivelata la verità sui social network, verità che sono riuscito a nascondere su Twitter in tutti questi anni: io non capisco del tutto la loro utilità. Mi spiego meglio. A me di foto di cani, gatti, tramonti, mari, montagne, boschi, piatti e vacanze non frega nulla. Di pensieri sparsi buttati lì come fossero poesie, aforismi a caso, meme vari, considerazioni, opinioni non richieste e battutine non frega nulla. Capite bene che tutto ciò che ho evitato per anni in un attimo me lo sono ritrovato seguendo una decina di profili (di cui neanche la metà attivi). Non è colpa di Mastodon (su Twitter è cento volte peggio anche in termini di linguaggio), semplicemente è un volto dei social che fatico a comprendere. Ho voluto provare anche io a essere social ma proprio non ci sono tagliato. E lo sapevo. 

Ma perché raccontarvi tutto questo? Perché se ho provato Mastodon per ripartire con i social, questo mi ha fatto tornare al punto di partenza. Ovvero a questo blog. Il mio ecosistema virtuale ha raggiunto il suo equilibrio nel corso degli anni e non ho bisogno di destabilizzarlo provando a fare il bravo utente social che ci tiene a fare sapere a tutti cosa sta pensando mentre è in coda alla posta o che il proprio gatto è un fenomeno a fare il gatto. Questo blog, nel bene o nel male, è un pezzo di me e qui mi troverete se vi va di leggere quello che scrivo. Niente foto di piatti, tramonti imperdibili o foto delle vacanze, ve lo posso assicurare. Grazie a questo mio vano tentativo di essere più social ho deciso di dedicare più attenzione a questo blog e a tutta la bella community che si è creata in dodici anni. Lo farò, paradossalmente, alleggerendo i miei post e (forse) rendendoli più frequenti. Non prometto nulla ma ho seriamente intenzione di provarci. Mal che vada sarà tutto come è sempre stato. Non so se l’ho mai fatto prima (non sono bravo in questo genere di cose) ma ringrazio chi mi legge da anni, chi lo sta facendo per la prima volta adesso, chi mi ha letto in passato e a chi lo farà in futuro. Grazie. Ci rivede da queste parti (un po’ meno sui social network).

Non mi giudicate – 2022

Come tutti gli anni è giunto il momento di tirare le somme di questo 2022. Sono 72 i miei album usciti quest’anno e quindi candidabili per la breve selezione che troverete qui sotto. Come sempre, ma quest’anno in particolar modo, è stato difficile scegliere per alcune categorie. Forse anche a causa nel gran numero di album, molti di più del 2021. Avrei voluto dare spazio su questo blog ad altri album ma anche sulle recensioni ho dovuto fare delle scelte, spesso a malincuore. Ma tutto ciò mi ha aiutato a restringere la rosa dei candidati per questa lista. Ecco dunque svelati i miei personalissimi migliori album del 2022. Buona parte degli esclusi lì trovate comunque tutti qui: 2022. E i restanti? Li trovate un po’ qui, su Bandcamp, e un po’.. chissà dove.

  • Most Valuable Player: Aldous Harding
    Pochi altri artisti sono paragonabili a lei. Con il suo Warm Chris si conferma una delle più originali cantautrici della sua generazione. Una di quelle che si faranno ricordare a lungo. Ascoltare per credere.
    Amore è il nome del gioco
  • Most Valuable Album: Palomino
    Il ritorno delle First Aid Kit è segnato da un album eccezionale. Probabilmente il più bello della loro carriera sotto tutti i punti di vista. Positivo e solare ma venato di una malinconica maturità.
    Lascia che il vento ti riporti a casa
  • Best Pop Album: Dance Fever
    I Florence + The Machine danno vita ad un album potente ma allo stesso tempo fragile e insicuro. Le difficoltà del lockdown ci mostrano una Florence Welch meno dea e più mortale.
    Welch la Rossa, il diavolo e la voce d’oro
  • Best Folk Album: To Have You Near
    Categoria colma di ottimi album. Alla fine però l’angelica voce di Hannah Rarity riesce a spuntarla sulle contendenti. Il suo è un folk moderno ed emozionante che prende ispirazione dalla tradizione.
    Un vento pieno di ricordi
  • Best Country Album: No Regular Dog
    Pochi dubbi sul migliore album di questa categoria. Kelsey Waldon ci regala un album solido nel quale ogni canzone si completa con le altre, dove non c’è un solo passo falso. Non so quante volte l’ho riascoltato.
    Consunto come un vecchio paio di jeans
  • Best Singer/Songwriter Album: Loose Future
    Altra categoria affollata di ottimi album. Ho voluto premiare il coraggio di Courtney Marie Andrews di rinnovarsi e trovare nuove strade. Il risultato è ottimo come lo è sempre stato per questa cantautrice americana.
    La vita è migliore senza piani
  • Best Instrumental Album: Beatha
    Quest’anno ho ascoltato album prevalentemente strumentali più del solito. La mia scelta ricade però su quello di Tina Jordan Rees, stimata musicista scozzese, che debutta da solista con le sue composizioni originali.
  • Rookie of the Year: Iona Lane
    Con Hallival questa cantautrice inglese debutta con un album che è una finestra sulle bellezze della natura ma anche sugli uomini che la abitano, arrivando infine a noi stessi. Un folk moderno e senza tempo.
    Brutale bellezza avvolta dalle mareggiate occidentali
  • Sixth Player of the Year: Katie Spencer
    Quando ascoltai The Edge Of The Land non avrei mai pensato di inserirlo tra i migliori di quest’anno. Ma pian piano è cresciuto e ogni tanto mi chiama ancora a sé ed io ritorno piacevolmente da Katie.
    Come il gelsomino la sera
  • Defensive Player of the Year: Erin Rae
    Non poteva mancare questa cantautrice con il suo Lighten Up che torna a deliziarci con la sua voce unica e le sue canzoni sincere. Un album rassicurante e familiare, dove rifugiarsi quando se ne sente il bisogno.
    Sotto un vecchio familiare bagliore
  • Most Improved Player: Hailey Whitters
    La mia scelta ricade, senza esitazioni, sull’album Raised. Il country spensierato e solare ma anche un po’ nostalgico di questa cantautrice trova qui la sua massima espressione. Semplicemente irresistibile.
  • Throwback Album of the Year: Saint Cloud
    Complice il debutto del duo Planis, ho riscoperto questo album del 2020 di Waxahatchee ovvero Katie Crutchfield. La sua voce carismatica e il suo stile particolare mi hanno conquistato subito.
    Mi ritorni in mente, ep. 86
  • Earworm of the Year: Karma Climb
    Molte sono le canzoni che mi sono ronzate in testa per un bel po’. Forse più delle altre c’è questa degli Editors, che sono tornati come sempre carichi di novità, con il loro EBM. Tom Smith è una garanzia.
    È così che ci nascondiamo dalla vita moderna
  • Best Extended Play: I Promised You Light
    Sono ben due gli EP pubblicati quest’anno da Josienne Clarke, uno di brani originali e uno di splendide cover. Ho scelto il primo solo perché ne ho scritto a riguardo da queste parti ma anche l’altro Now & Then merita un ascolto.
    Queste furono le prime luci
  • Honourable Mention: Nikki Lane
    Non potevo dimenticare lei e il suo Denim & Diamonds. Un ritorno in grande stile a distanza di anni. Una album maturo e personale che segna una svolta rock ma che non rinnega l’anima outlaw country di questa cantautrice.
    Ti farà girare e ti sputerà fuori

Mi ritorni in mente, ep. 87

Arriva il Natale e non possono mancare le innumerevoli versioni delle varie canzoni natalizie. Dai classici senza tempo a quelle più particolari, passando per alcune originali. Ovviamente capita spesso che artisti diversi propongano le stessa canzoni riviste secondo il loro stile e gusto.

Quest’anno ho voluto raddoppiare e farvi ascoltare due versioni di The Little Drummer Boy, anche conosciuta come The Carol of the Drum. L’originale è della compositrice statunitense Katherine K. Davis che la scrisse nel 1941. In Italia non è molto conosciuta ma se vi interessa esiste anche la versione italiana intitolata Il Piccolo Tamburino. Io vi propongo due versioni diametralmente opposte. Una più classica e vagamente soul di Lauren Daigle, che punta tutto sulla splendida voce di quest’artista, e l’altra è decisamente più sperimentale e alternativa. I Wintersleep e il loro “little dummer boy” Loel Campbell ci danno dentro. Ognuno ha il Natale che preferisce e qualsiasi sia il vostro, vi faccio i miei sinceri auguri.

Meglio tardi che mai, ep. 2

Prima di che finisca anche quest’anno ho deciso di raccogliere qui qualche uscita che avrebbe meritato un post dedicato su questo blog. Purtroppo non è stato possibile nelle scorse settimane ma ora è arrivato i momento di rimediare. Ecco dunque qualche consiglio. Sarò breve, lo prometto, lascio spazio alla musica.


Fritillaries è un progetto della cantautrice folk Hannah Pawson che debutta con l’omonimo Fritillaries. Insieme al musicista Gabriel Wynne, propone un folk moderno ma allo stesso tempo non lontano dalla tradizione inglese. L’album è davvero molto bello e vario. Atmosfere distese e malinconiche vi accompagneranno lungo tutta la sua durata. Un nome da tenere presente in futuro.


Per la cantautrice canadese Rosie Valland, il nuovo Emmanuelle rappresenta il suo terzo album, nonché la conferma dei quanto ci ha fatto ascoltare con il precedente BLUE. Il suo è un pop moderno nel quale non mancano sperimentazioni ma in più occasioni si dimostra anche capace di creare melodie orecchiabile e accattivanti, come nel caso di Attiser le dilemme.


Quest’anno ha visto anche il ritorno di una delle voci più belle del folk scozzese, ovvero quella di Siobhan Miller. Nel suo nuovo album Bloom, riunisce la band che l’ha accompagnata nel fortunato Strata, portando nuova linfa ai brani tradizionali e cover contemporanee. La voce della Miller è sempre perfetta e pulita in questo album nel quale si respira l’amore per il folk in tutte le sue sfumature.


Andrea von Kampen è una cantautrice folk americana che debutta ora anche come attrice nel film A Chance To Encounter. Nel film interpretata una cantautrice folk che trova l’amore in Italia, più precisamente a Taormina. Le canzoni del film, interpretate dalla von Kampen, sono raccolte in un EP omonimo del film. In attesa di vedere il film (molto probabilmente disponibile solo in lingua originale) si può ascoltare questa manciata di canzoni davvero piacevole, nello stile delicato di quest’artista.

L’inverno non viene mai meno al suo dovere

Cosa può nascere da un gruppo di amici che mette in piedi una band nella quale ognuno porta le proprie esperienze ed influenze? Una risposta potrebbe darcela un “supergruppo” formato da artisti esperti che attraversano Regno Unito. Il suo nome è The Magpie Arc. Personalmente sono venuto a conoscenza di questa band grazie a nomi a me noti, come Nancy Kerr e Findlay Napier. Insieme a loro ci sono Martin Simpson, Tom A Wright e Alex Hunter. Il loro primo album Glamour In The Grey sancisce definitamente l’inizio di un’avventura nata per puro piacere di fare musica insieme, dopo tre EP e registrazioni live. Ero sinceramente curioso di scoprire questo gruppo e così mi sono divorato tutti e tre gli EP (fortunatamente pubblicati poi in un unico pacchetto) e questo album di debutto. Oggi mi limiterò a consigliarvi l’album perché merita davvero un post dedicato su questo blog prima che l’anno volga al termine.

The Magpie Arc
The Magpie Arc

Si comincia subito alla grande con All I Planted, che mescola un folk rock trascinante alla voce inconfondibile della Kerr. Un inizio che cattura subito per le sue sonorità anni ’70 e l’energia messa in gioco. Non è da meno la successiva Don’t Leave The Door Open che è nelle mani sapienti di Napier che dà vita ad un power pop orecchiabile. Spazio alle chitarre che ci ricordano i tempi d’oro del rock inglese. C’è posto anche per la tradizione americana con Pans Of Biscuits. Questa volta è il turno di Simpson al microfono che ci regala un’interpretazione potente e di mestiere, che rimane fedele alle sonorità folk, sostenute però dalla vitalità del rock. Wassail è un salto indietro nel tempo dove psych rock e folk si incontrano in una turbolenta unione. Nancy Kerr guida le danze, aggiungendo fascino e mistero ad un tripudio di chitarre. Tough As Teddy Gardner prende in prestito molto dal rock anni ’70 ed è forse il brano nel quale si percepisce ancora più forte la volontà di questo gruppo di divertirsi e provare ad uscire dagli schemi. Dopo questa abbuffata rock, spazio al folk con Long Gone che racchiude però al suo interno un’anima prog. Un brano che fa da sponda al successivo The Gay Goshawk che rivede la Kerr in sella. Una canzone tradizionale proposta però nello stile che caratterizza la band e questo album. Con I Ain’t Going Nowhere ci si sposta in territori country finora inesplorati dai Magpie Arc che non vogliono porsi limiti, dimostrando così tutto il loro amore per la musica. Segue Jack Frost, una cover dell’originale di Mike Waterson. Una versione più ricca e potente che amplifica il fascino e il mistero dell’originale. The Cutty Wren chiude il cerchio e torna su un vibrante folk rock affidato alla voce della Kerr. Anche questa è una canzone tradizionale ma nelle mani dei Magpie Arc tutto assume una nuova forma.

Glamour In The Grey è un album estremante vario e altrettanto sorprendente. Rock e folk si mescolano, prevalendo a volte uno sull’altro ma restituendo nell’insieme un disco coerente, nato da un’idea comune molto chiara. Ogni canzone trasmette la passione di fare musica, di unire stili ed influenze diverse per fa nascere qualcosa di unico che allo stesso tempo richiama sonorità del passato. The Magpie Arc non è un supergruppo nato con un preciso scopo o con per ragioni commerciali. Per questo motivo è un esperimento perfettamente riuscito, un unione di forze che hanno portato a questo Glamour In The Grey. Ho scelto di farvi ascoltare All I Planted semplicemente a titolo esemplificativo ma ogni canzone merita un ascolto. Tutto l’album merita un ascolto. Non c’è modo migliore per chiudere questo anno, con una sorpresa come questa.

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