Una buona occasione

Prima che il nuovo anno, con le sue novità musicali, prenda il sopravvento su questo blog mi sembra giusto recuperare qualche uscita dello scorso anno che ho mancato di recensire. Tra queste c’è l’album Strata della cantante scozzese Siobhan Miller. Un album dalle tinte del folk tradizionale, rese ancora più magiche dalla sua voce morbida. Strata è suo secondo album da solista. In precedenza è stata la voce del gruppo Salt House nel album di debutto Lay Your Dark Low (anche questo è un album che ho ascoltato lo scorso anno) per poi essere sostituita da Jenny Sturgeon (al debutto solista con From The Skein) nel nuovo Undersong in uscita questo mese. Ebbene come avrete notato la musica chiama altra musica e Strata è arrivato così.

Siobhan Miller
Siobhan Miller

Si comincia con Banks Of Newfoundland brano tradizionale che racconta del lunghi viaggi in nave per raggiungere l’isola di Terranova. Una ballata dai tratti epici che ci fa subito innamorare della voce della Miller, “So we’ll rub her round and scrub her round / With holystone and sand, / And say farewell to the Virgin Rocks / On the Banks of the Newfoundland“. La successiva What You Do With What You’ve Got è una cover dell’originale di Si Kahn. Un canzone che invita a lottare per ciò che è giusto e sentirsi responsabili, “What’s the use of two good legs if you only run away / What’s the use of the finest voice if you’ve nothing good to say / What good is strength and muscle if you only push and shove / And what’s the use of two good ears if you can’t hear those you love“. One Too Many Mornings è un’altra cover questa volta di un brano di Bob Dylan, trasformata dalla Miller in una melodiosa ballata molto lontana dal country folk della coppia Cash-Dylan ma è stato fatto davvero un ottimo lavoro, “Down the street the dogs are barkin’ / And the day is a-gettin’ dark / As the night comes in a-fallin’ / The dogs’ll lose their bark / An’ the silent night will shatter / From the sounds inside my mind / Yes, I’m one too many mornings / And a thousand miles behind“. Pound A Week Rise canzone folk sul lavoro in miniera scritta dal cantautore scozzese Ed Pickford. Molto bella la versione riarrangiata di Siobhan Miller, “So it’s down you go, down below Jack / Where you never see the skies / And you’re working in you’re dungeon / For you’re pound a week rise“. The Unquiet Grave è una triste e malinconica ballata tradizionale. Una canzone poetica dove la voce della Miller è dolce e morbida. Una delle più belle dell’album, “I’ll do as much for my true love / As any young girl may, / I’ll sit and mourn all on his grave / For twelve months and a day“. Tra le mie preferite c’è sicuramente Thanksgiving Eve di Bob Franke. Un testo che loda la vita. Un’interpretazione eccezionale. Tutto perfetto dalla musica alla voce. Da ascoltare, “It’s so easy to dream of the days gone by / So hard to think of the times to come / And the grace to accept every moment as a gift / Is a gift that is given to some“. The Sun Shines High un altra ballata folk tradizionale che mette in mostra tutta la delicatezza e la melodia che c’è nella voce della Miller, “Oh, the sun shines high on yonder hill, / And low in yonder town / In the place where my love Johnny dwells, / The sun goes never down“. The Month Of January pesca ancora dalla tradizione, facendo affidamento sulle voce e provando qualcosa di originale per l’accompagnamento. La storia di una donna abbandonata nella neve di un freddo Gennaio, “For the taller that the palm tree grows, oh, the sweeter is the bark, / And the fairer that a young man speaks, oh, the falser is his heart. / Oh, he’ll kiss you and embrace you till he thinks he has you won; / Then he’ll go away and leave you all for some other one“. La successiva False, False è ancora una canzone tradizionale, sempre reinterpretata dalla Miller in un stile riconoscibile ed affascinante, “False, false, have you been to me, my love; / How often have you changed your mind. / But since you’ve laid your love on another fair one, / I’m afraid you’re no more mine“. Un altro classico è Bonny Light Horseman. Un amore che finisce a causa delle guerre napoleoniche. Una bella versione che si affida alla voce della Miller per rendere al meglio oltre ad un magnifico accompagnamento, “Oh, when Boney commanded all his troops for to stand, / He’s levelled his cannon all over the land, / He’s levelled his cannon for the victory to gain, / And he slew my light horseman from the wars coming home“. Per chiudere l’album ci si affida un pezzo forte come The Ramblin’ Rover di Andy M. Stewart. Una bella versione che la rende ancora più orecchiabile e piacevole da ascoltare e canticchiare, “Oh, there’re sober men in plenty, / And drunkards barely twenty, / There are men of over ninety / That have never yet kissed a girl. / But gie me a ramblin’ rover, / And fae Orkney down to Dover. / We will roam the country over / And together we’ll face the world“.

Strata di Siobhan Miller è un album composto da belle canzoni cantate e riarrangiate nel migliore dei modi. Se ci si vuole avvicinare al folk tradizione d’oltremanica questa è una buona occasione. L’approccio di Siobhan Miller ha dato nuova forza ai brani che ha reinterpretato, conservandone però intatta la poesia e il fascino. Strata è un’altra delle mie scoperte dello scorso anno che non potevo non condividere su questo blog. Un album da ascoltare tutto d’un fiato che ci permette di scoprire nuove canzoni e una cantante di sicuro talento.

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Come i nani

Eccomi ancora qui a su questo blog dopo sette anni. Non mi sembra vero che per sette anni consecutivi sono riuscito a tenerlo in vita, anche in modo piuttosto dignitoso, devo ammettere. Continuerò a farlo finché avrò tempo (un’oretta per scrivere si trova sempre) ma soprattutto finché ne avrò voglia. Sì perché quella a volte può venire meno e anche se si ha un’intera giornata libera per scrivere va finire che non si scrive nulla. Fortunatamente non mi succede spesso e quando capita basta buttare giù qualche riga per ritrovare la voglia perduta.

Vi rivelerò un segreto. Forse più che un segreto è una fantasia proibita. Chissà se succede solo a me oppure è ricorrente in chi ha un blog. Ogni tanto mi capita di pensare all’ultimo post, quello di addio. Un post dove si salutano tutti e ci si scusa ma a causa del sopraggiungere di altri impegni il blog verrà abbandonato a sé stesso. La data dell’ultimo articolo resterà immobile come un orologio segna l’ora del delitto nei migliori gialli. Quell’identità virtuale che ci siamo creati sarà destinata ad appannarsi sempre di più, scomparendo nella fitta nebbia dalla quale è venuta. È giusto rivelare al lettore la causa dell’abbandono? Oppure bisogna mantenere il riserbo sull’accaduto? Forse non è nemmeno necessario un post d’addio. Semplicemente si abbandona il blog e gli avventori vedranno la data dell’ultima attività allontanarsi sempre più indietro nel tempo. Capiranno da soli. Chi c’è dietro quel nome, penseranno, non scrive più, non scriverà più. Che fine avrà fatto? Niente di grave spero. Magari ha solo perso la password. Oddio, non gli sarà successo mica qualcosa di brutto! Forse non aveva semplicemente più voglia o tempo. No, non è bello non scrivere nulla, i poveri avventori potrebbero restarci male. Oppure ai poveri avventori non frega assolutamente nulla dell’ennesimo blogger che non ce l’ha fatta, che ha abbandonato la barca che lui stesso sì è fatto. Diciamocelo, in fondo me la sono andata a cercare. Un po’ per noia, un po’ per curiosità ma me la sono andata a cercare comunque. Ma resto padrone di questo blog e decido io per lui. Scrivere l’ultimo post sarebbe la cosa giusta da fare. Può arrivare a sorpresa, un articolo come un altro. Zac! L’avventura è finita. Oppure giunge dopo un più o meno lungo periodo d’inattività. Era già nell’aria. Che bravo si è preso la briga di scrivere ancora una volta per noi lettori. Addio e buona fortuna. O chissenefrega, tanto non leggerò nemmeno il tuo ultimo post. L’addio deve essere breve, criptico, lasciare un po’ l’amaro in bocca a chi legge. Un addio lungo è un controsenso. Non avevi più voglia di scrivere sul blog e poi infili un commiato lungo mille parole? O forse è giusto così, sì un post lungo è un degno finale. In pochi arriveranno fino in fondo. Meglio così. Alla fine poi io, blogger amatoriale dimissionario, volevo solo salutare. Per una questione di educazione, non per altro.

Quel momento non è ancora giunto ma è bene pensarci per tempo. Forse ogni blogger dovrebbe tenere un post d’addio per ogni occasione nelle bozze. Pensateci se non l’avete già fatto. Dopo sette anni smettere con questo blog sarebbe un piccolo cambio di abitudini, quasi di vita. Almeno per quanto mi riguarda cambierebbero i miei fine settimana. Ho scritto abbastanza per oggi e NON è un post d’addio questo. Per quello devo ancora pensare a cosa scrivere e non credo arriverà presto. Sono pronto per un altro anno di musica e di libri. E di blog, ovviamente.

Bosco incantato

Sul finire dello scorso anno, un po’ a sorpresa, è uscito il terzo album delle The Staves, in collaborazione con yMusic, intitolato The Way Is Read. Le tre sorelle Staveley-Taylor hanno scelto questo sestetto di musica classica di New York su consiglio di Justin Vernon. L’originalità dei musicisti di yMusic e le voci delle The Staves ha prodotto un album che esce dai consueti schemi del trio inglesee dà vita più ad un progetto a sé stante che ad un vero e proprio terzo album. The Way Is Read ha catturato così la mia attenzione, consapevole di ascoltare qualcosa di diverso dal solito e più classico.

The Staves & yMusic
The Staves & yMusic

L’album si apre con Hopeless, dove le voci delle tre sorelle si uniscono nella consueta armonia, introducendoci nelle atmosfere dell’album. Per chi non le conoscesse queste sono le The Staves, “I’m hopeless in the morning / And helpless in the night / I’m hopeless in the morning / And helpless in the night“. Con la successiva Take Me Home facciamo la conoscenza degli yMusic. In un rincorrersi di archi e fiati si sprofonda in una sorta di bosco incantato. Musica e voci si fondono in un inseguimento senza sosta, dalle immagini nitide ed evocative, “If only I was younger, / wouldn’t be so old / If you should find me out / there could you take me home / Could you take me home, / could you take me home / Could you take me home“. C’è tutta la poesia delle The Staves in Trouble In My Mind. Qui la presenza yMusic appare più defilata ma non meno importante all’interno del brano. Un canzone di rara bellezza e purezza, “And you know it when it / Holds you under a wave / Cold and dying Moving in reverse, / slow motion I feel it, / t’s in my skin, / oh it’s in the heart of me“. Segue una versione breve di una composizione musicale già pubblicata da yMusic, intitolata Blanded Stance. Atmosfere rarefatte ed eteree che ci accompagnano al brano successivo. In All My Life prendono il sopravvento gli archi, che introducono il canto delle The Staves. Qui si ha una profonda fusione tra musica classica e un canto moderno, generando un brano originale e artistico, “Oh my life / Never seen the way in the light / Never known the heaven in night / Or the sound of the Northern Lights“. Lo stesso vale per Silent Side. Qui però la presenza di yMusic si limita ad accompagnare le tre voci delle The Staves che propongono un brano perfettamente nel loro stile impeccabile, “Only to go hungry, / only to go spare Starter poet, / looking for somewhere / I can feel you now, / you’re back it makes me weak / I could lay you down, / lay you down to sleep“. Con Year Of The Dog, gli yMusic reinterpretano una canzone di Sufjan Stevens. L’elettronica del cantautore americano lascia il posto ai fiati e archi del sestetto e le tre sorelle arricchiscono il tutto con le loro voci. Courting Is A Pleasure è fondata sull’armonia delle voci, inframezzate da straordinarie melodie di archi. Una delle canzoni più poetiche e magiche dell’album, “Never marry a fair young maid / With a dark and a roving eye / Just you kiss her / and you embrace her / Never tell her the reasons why“. All The Times You Prayed ci riporta alle sonorità più folk degli esordi delle The Staves. Il canto va ad unirsi alla musica classica della band. Ancora una canzone delicata e poetica, “Here again but who / to sing to now / You’re so far away / Tell me all the times you prayed / Tell me all the times you prayed“. La bella Appetite ha un piglio più pop ed è una delle più orecchiabili dell’album. Una canzone che va idealmente a legarsi alla precedente, quasi ne fosse una continuazione, “I’ve got an appetite / (I’ve got an appetite) / Keeps me up in the night / (Tell me all the times you prayed) / I can never leave alone“. Si prosegue sulla stessa onda con Spring Of Thyme. Archi e fiati tratteggiano lo sfondo sul quale aleggiano le tre voci delle sorelle, “Once I had a sprig of thyme / It grew both night and day / ‘Till a false young man came / a’courting to me / And he stole all my thyme away“. La conclusiva The Way Is Read è un coinvolgente brano, che chiude in corsa così come la prima traccia apriva questo album, “I see you in the silence / Sailors on a frozen sea / Heaven’s arms to sunder me / Falling on the night / Sailors on a frozen sea / Away, away, away / Under the starry sight / Under the wayward night / Under the Northern Lights“.

La collaborazione tra le The Staves e yMusic ha dato vita ad un album particolare e interessante. Un album dove folk e musica classica si uniscono, trovando i giusti appigli attraverso le voci delle sorelle Staveley-Taylor. The Way Is Read è per certi versi un album ambizioso che non merita ascolti distratti e questo è raro oggigiorno. Ogni canzone al suo interno è come una storia sola, e alcune di esse contengono riferimenti alle altre. I testi sono sfuggenti e affascinanti ma qui è la musica a fare la differenza. Il sestetto yMusic ha un’impronta capace di dare magia alle canzoni, come le scenografie su un palcoscenico. The Way Is Read non è un album convenzionale ma saprà affascinarvi come pochi altri.

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Non mi giudicate – 2017

L’ultimo giorno è arrivato e come sono solito fare da tre anni, pubblico una lista dei migliori album di questo 2017 appena finito. Se devo essere sincero, questa volta ho fatto davvero fatica a scegliere. Non perché è stato un anno povero di buona musica, al contrario, ho dovuto “sacrificare” qualcuno che ha comunque trovato spazio per una menzione d’onore dopo gli album e gli artisti premiati. Per chi volesse avere una panoramica più completa di tutti i nuovi album che ho ascoltato quest’anno può trovarli tutti qui: 2017. In realtà, ci sono altri album che non hanno avuto spazio su questo blog, forse lo troveranno in futuro o forse no.

  • Most Valuable Player: Amy Macdonald
    Lasciatemi cominciare con il ritorno di Amy Macdonald e il suo nuovo Under Stars a cinque anni di distanza dall’ultimo album. Un ritorno che attendevo da tempo e non poteva mancare in questa rassegna di fine anno. Bentornata.
    Amy Macdonald – Down By The Water
  • Most Valuable Album: Semper Femina
    Laura Marling è sempre Laura Marling. Il suo Semper Femina è la dimostrazione che la Marling non può sbagliare, è più forte di lei. Ogni due anni lei ritorna e ci fa sentire di cosa è capace. Inimitabile.
    Laura Marling – Nouel
  • Best Pop Album: Lust For Life
    Non passano molti album pop da queste parti ma ogni volta che c’è Lana Del Rey non posso tirarmi indietro. Lust For Life è uno dei migliori della Del Rey che è riuscita a non cadere nella tentazione di essere una qualunque pop star. Stregata.
    Lana Del Rey – White Mustang
  • Best Folk Album: The Fairest Flower of Womankind
    La bravura di Lindsay Straw e la sua ricerca per questa sorta di concept album sono eccezionali. Un album folk nel vero senso del termine che mi ha fatto avvicinare come non mai alla canzone tradizionale d’oltre Manica. Appassionante.
    Lindsay Straw – Maid on the Shore
  • Best Country Album: All American Made
    Il secondo album di Margo Price la riconferma come una delle migliori cantautrici country in circolazione con uno stile inconfondibile. Non mancano le tematiche impegnate oltre alle storie di vita americana. Imperdibile.
    Margo Price – A Little Pain
  • Best Singer/Songwriter Album: The Weather Station
    Determinato e convincete il ritorno di Tamara Lindeman, sempre più a sua agio lontano delle sonorità folk. Il suo album omonimo è un flusso di coscienza ininterrotto nel quale viene a galla tutta la sua personalità. Profondo.
    The Weather Station – Kept It All to Myself
  • Rookie of the Year: Colter Wall
    Scelta difficilissima quest’anno. Voglio puntare sulla voce incredibile del giovane Colter Wall. Le sue ballate country tristi e nostalgiche sono da brividi. Serve solo un’ulteriore conferma e poi è fatta. Irreale.
    Colter Wall – Me and Big Dave
  • Sixth Man of the Year: Jeffrey Martin
    Forse la sorpresa più piacevole di quest’anno. Questo cantautore americano sforna un album eccellente. In One Go Around ogni canzone è un piccolo gioiello, una poesia che non risparmia temi importanti. Intenso.
    Jeffrey Martin – Poor Man
  • Defensive Player of the Year:  London Grammar
    Il trio inglese ritorna in scena con una album che riconferma tutto il loro talento. Con Truth Is A Beautiful Thing non rischiano ma vanno a rafforzare la loro influenza electropop lontano dalle classifiche. Notturni.
    London Grammar – Non Believer
  • Most Improved Player: Lucy Rose
    Con il suo nuovo Something’s Changing la cantautrice inglese Lucy Rose, si rialza dalle paludi in un insidioso pop che rischiava di andargli stretto. Un ritorno dove il cuore e le emozioni prendono il sopravvento. Sensibile.
    Lucy Rose – End Up Here
  • Throwback Album of the Year: New City Blues
    L’esordio di Aubrie Sellers è un album che ascolto sempre volentieri. Il country blues di questa figlia d’arte è orecchiabile e piacevole da ascoltare. Un’artista da tenere d’occhio il prossimo anno. Affascinante.
    Aubrie Sellers – Sit Here And Cry
  • Earworm of the Year: Church And State
    Non è stato l’anno dei ritornelli, almeno per me, ma non in questo post poteva mancare Evolutionary War, esordio di Ruby Force. La sua Church And State è una delle sue canzoni che preferisco e che mi capita spesso di canticchiare. Sorprendente.
    Ruby Force – Church and State
  • Best Extended Play: South Texas Suite
    Non potevo nemmeno escludere Whitney Rose. Il suo EP South Texas Suite ha anticipato il suo nuovo album Rule 62. Il fronte canadese del country avanza sempre di più e alla guida c’è anche lei. Brillante.
    Whitney Rose – Bluebonnets For My Baby
  • Most Valuable Book: Storia di re Artù e dei suoi cavalieri
    L’opera che raccoglie le avventure di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda mi ha fatto conoscere meglio i suoi personaggi. Scritto dal misterioso Thomas Malory e pubblicato nel 1485, questo libro è stato appassionante anche se non sempre di facile lettura.

Questi album hanno passato una “lunga” selezione ma non potevano mancare altre uscite, che ho escluso solo perché i posti erano limitati. Partendo dagli esordi folk di Emily Mae Winters (Siren Serenade), Rosie Hood (The Beautiful & The Actual) e dei Patch & The Giant (All That We Had, We Stole). Mi sento di consigliare a chi ha un’anima più country, due cantautrici come Jade Jackson (Gilded) e Jaime Wyatt (Felony Blues). Per chi preferisce un cantautorato più moderno e alternativo c’è Aldous Harding (Party). Chi invece preferisce qualcosa di più spensierato ci sono i Murder Murder (Wicked Lines & Veins). Questo 2017 è stato un album ricco di soddisfazioni e nuove scoperte. Spero che il prossimo si ancora così, se non migliore.

Buon 2018 a chi piace ascoltare musica e a chi no…

best-of-2017

Mi ritorni in mente, ep. 49

È la vigilia di Natale e come è tradizione serve una canzone natalizia per creare la giusta atmosfera. Oltre ai classici che ogni anno vengono riproposti dai più svariati artisti, ci sono anche degli inediti. Quest’anno è la volta di Amy Macdonald. Il brano si intitola This Christmas Day ed è dedicato a sua nonna che era affetta dal morbo di Alzheimer. Per questo i proventi della canzone andranno alla Alzheimer’s Research UK.

La cantautrice scozzese è autrice di una bella canzone malinconica accompagnata da un video composto da immagini di una Amy bambina in compagnia della sua famiglia e della nonna. Nel suo Natale di bambina rivediamo il nostro Natale di bambini. Quale modo migliore per augurare a tutti Buon Natale?

Di legno e di pietra

Ci sono alcuni album che durante quest’anno ho ascoltato ma non ne ho scritto su questo blog. Ho dato priorità alle nuove uscite e così gli album usciti negli anni scorsi sono piano piano finiti in fondo alla lista. Prima di chiudere l’anno però mi sembra corretto dare spazio ad uno di questi album, uscito lo scorso anno ma che merita di essere condiviso con voi che state leggendo. Si tratta di Big Deal, terzo album della cantautrice canadese Kelly Sloan. Uscito nel Marzo dello scorso anno, era molto probabilmente finito nel raggio nel mio radar in quell’occasione, ma solo quest’anno l’ho riscoperto e ascoltato. Ed è stata davvero una fortuna.

Kelly Sloan
Kelly Sloan

Love Is Plenty apre l’album con il suo indie pop dalle sonorità americane. La voce della Sloan, calda ed educata, si muove tra le chitarre. Questo è solo l’inizio, un assaggio della varietà di quest’artista, “I am waking to the sun today / I know you’re far away / But do you know / If you’re looking up from where you are / We can’t be very far away“. La title track Big Deal vira verso un indie rock che ricorda quello di Angel Olsen. Una riflessione sulla vita da musicista e cantante, che assume i contorni del sogno tra i riverberi della chitarra, “I’m pretty big in a little town / My Mum’s friends know me / ‘cause I play around / I play the chords and I sing the words / And if they’re lucky I repeat the verse“. La successiva Made Of Wood è un brillante folk rock americano, sorretto dalla melodia tracciata dalla chitarra. Una poesia di immagini frutto del talento della Sloan, “I have come and I will stay / I threw my bones in that lake / And I’ll take my heart and go where I am from / I am made of wood and you are made of stone“. Annie Edson Taylor si ispira alla storia di questa donna che per evitare la miseria decise di compiere un’impresa. Nel 1901 si gettò dalle cascate del Niagara dentro un barile. Il gesto andò a buon fine ma, a causa di un tradimento, non le porto la fama sperata. Kelly Sloan ne fa un indie rock accattivante, “She is taking on water / A sinking family stone / She is going to leave it all / At Niagara Falls / It will all come tumbling down / All she had was gone / So she was going to the falls“. Be The Woman And The Man cambia registro e si porta verso una melodia country. La Sloan si dimostra a suo agio anche in questa ballata malinconica, “And then one day it rained / With the pain of yesterday / For forty nights she stayed / ‘til her dreams did go away / ‘cause a shadow never stays“. Di nuovo un ritorno a qualcosa di più rock con Tracers. Le chitarre suonano un beat anni ’60, la voce della Sloan è ferma ma dolce, “Sleeping in my room at night / Covered in your broken light / You’re a figment of someone passing by / And you’re coming to my door / Oh oh and I try“. Sulla stessa lunghezza d’onda anche To The Water. In primo piano le chitarre, la voce della Sloan è energica, rock. Una delle canzoni più belle dell’album, “Then something starts to take you down / And no one knows what’s going on / You were running / But now you’re crawling on all fours now“. O Brother è una splendida ballata country folk dalle atmosfere oscure. Kelly Sloan fa ancora centro, cambiando ma rimanendo fedele a sé stessa ed esprimendo tutta la sensibilità della sua musica, “Call me a cheater but there was no other way / To win a game no one’s playing / Some of us try and the rest never change / Now or then or whenever“. Your Only Ride è una delle mie preferite. Le parole scorrono veloci, cavalcando una melodia lenta e trascinante. Una canzone intensa e sincera che conquista al primo ascolto, “Then I hear a voice callin’, telling me to shut ‘er down, / Don’t worry about where you are, where you were and where you can’t be now / It’s all in your head and plus, it doesn’t even matter“. L’album si chiude con Turn To Me. Un orecchiabile indie pop, che pesca a piene mani dal cosiddetto french pop. Una canzone luminosa e avvolgente, “Turn to me, turn to me / You don’t know where you’re going / They’ll follow you and take you in / And I’ll live alone forever“.

Big Deal è un album nel quale troverete tutte le sfumature della musica cantautorale americana e le influenze dell’indie pop. Kelly Sloan, pur spostandosi su stili diversi, riesce a mantenere uno stile unico e coerente lungo tutta la durata dell’album. Proprio questa caratteristica è il punto di forza di un album nel quale ogni ascoltatore troverà almeno una canzone di suo gradimento. Personalmente mi piacciono tutte e Big Deal l’ho ascoltato più e più volte, cogliendone ogni volta nuove sfumature. Big Deal non meritava di rimanere in fondo a quella lista. Kelly Sloan si è guadagnata un posto di riguardo nella mia musica.

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Nuvole viola

Dopo il buon esordio Gentle Heart (Cor gentile) dello scorso anno, questo Ottobre è tornata con un nuovo album la cantautrice inglese Saskia Griffiths-Moore. Composto da dodici canzoni, Night And Day segna un nuovo inizio per quest’artista. Un passaggio importate alla ricerca di una maggiore visibilità e un pubblico più ampio. La strada intrapresa da Saskia è stata quella di arricchire il suo sound, proponendo un folk rinnovato e più moderno. Per sottolineare questa sua volontà alcune canzoni di Night And Day erano state già pubblicate anche nel suo esordio ma in una veste decisamente diversa. Incuriosito da queste novità non potevo perdermi il suo secondo album ed eccolo qui ad allietare questo mio autunno.

Saskia Griffiths-Moore
Saskia Griffiths-Moore

L’iniziale All For You è un’orecchiabile folk pop nel quale si sente tutta la rinnovata energia di Saskia. Una riflessione sulla sua nuova vita come cantautrice, la sua scelta di dedicare la sua vita alla musica, “Two years. Forty cities. A couple of meltdowns. Especially in the first few months. / Strange behaviour. I’ve lost my flavour mmm, I can’t recover, the pictures of the past“. Il singolo Write Me A Song è un epico pezzo folk, con venature rock. Un altro ritornello che si lascia ricordare facilmente, impreziosito dalla sua voce unica. Il testo è una dimostrazione di talento, “Jenny, Jenny, would you write me a song? / Coz it’s been years since I’ve felt at home, or where I could belong, / And I haven’t met a single man who would put down his guns, / So, Jenny, would you write me a song? / David, David here I wrote you a song“. Hiding è accompagnata da un pianoforte e riprende le sonorità del precedente album. Un viaggio, fatto di immagini, nella Londra notturna, una poesia in musica. Una delle canzoni più belle di questo album, “But all I feel is you, / right up in the blue, / Hiding in the wind, / I see you still“. Wash It Away viene riproposta in una nuova versione meno marcatamente folk. Saskia arricchisce la sua tavolozza di colori grazie alla sua band. Un passo avanti davvero apprezzabile, “Like a flower that blooms once, in life’s enormous dace we will be washed away. / And once is all that’s needed on this joyus earth we’re breeded and then washed away“. La title track Night And Day è la canzone più oscura dell’album. Essenziale e sfuggente, sorretta dalla voce di Saskia che dà prova di maturità, “By your side or far away. / In dark of night or joyful day. / And even if you pass away. / I’m with you night and day“. La successiva After è un brillante folk dalle sfumature americane. Con questa canzone Saskia prova ad alzare l’asticella e il risultato è ottimo, “Purple clouds and rainbow skies. / This colourless place, free of time. / Let the shadows coming rolling on by. / And feel the power running deeply“. Anche In Time è riproposta in una versione completamente rinnovata. Inutile dire che la scelta è più che azzeccata. Saskia migliora sotto ogni aspetto, “Stop fooling child, you’ve many years before you / Many transitions to go through, / nothings the same don’t you know / That most of us here / have spent the whole of our lives / desperately trying to find / our ways back in time“. Joy Of Defeat è un melodioso folk pop carico di buone sensazioni. Un’altra canzone che definisce il nuovo corso di questa cantautrice, “Only you’ll know when you reach the end, / Still I don’t want to lose you my friend. / And I know that it’s not my place now to offer help, / But know that I would if I could untie your rope“. Con Falling, Saskia prova con un pop cantautorale elegante e misterioso. Si tratta di una delle canzoni più affascinanti di questo album, “What’s that on the table? Over there, by the door / Are you coming with me, or do I leave you here, burning by the door?“. Gone è un poetico folk con uno dei testi più belli dall’album. Una canzone ispirata che riscalda il cuore. Ogni cosa è al suo posto, tutto è perfetto, “And so they wail in despair! They cry ‘it’s utterly unfair’ / That one should leave this little town, but I can hardly hear them now. / Out and running with the wind I feel the rain over my skin. / It’s storms out in the wild. I feel I’m burning from inside“. Chiude l’album White Mountain Thyme è una canzone tradizionale scozzese. Saskia ne fa una versione delicata e malinconica davvero eccezionale, “Oh the summertime is coming / And the trees are sweetly blooming / And the wild mountain thyme / Grows around the purple heather / Will ye go, Laddie go?“.

Saskia Griffiths-Moore con Night And Day compie un importante passo in avanti nella direzione giusta. Una produzione più ricca dà maggiore risalto alle capacità di questa cantautrice, sia vocali che di scrittura. Night And Day porta Saskia verso un cantautorato folk più moderno, che unisce la tradizione all’accessibilità del pop. Le buone impressioni del suo esordio sono state nettamente superate da questo album, che mi ha sorpreso cogliendomi del tutto impreparato. Saskia ha una voce unica, del tutto particolare e questo album ne valorizza il talento, facendoci scoprire una cantautrice di sicuro interesse.

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