Porte girevoli e mezze verità

Le tre sorelle Closner, Allison, Meegan, e Natalie hanno alle spalle due album con i quali hanno dimostrato di essere cresciute molto, arricchendo e sviluppando il loro pop. Il loro terzo album Good Luck, Kid uscito lo scorso settembre prometteva, già a partire dai singoli, ulteriori sviluppi. Seguo le Joseph dal 2014 e ogni volta sono sicuro di trovare dell’ottimo pop al femminile, energico e vivace nelle loro canzoni. Se la svolta marcatamente pop del precedente album si fermava a pochi brani, qui le tre sorelle si lasciano trasportare dal dolce richiamo del genere musicale più famoso ed indefinito di sempre. Non resta quindi che fare altrettanto, premere play e alzare il volume.

Joseph
Joseph

Il singolo di punta, Fighter, apre l’album con una bella dose di energia. Il ritmo esplosivo e le chitarre si scatenano in un ritornello orecchiabile. Queste tre ragazze mettono subito le cose in chiaro e tracciano le linee guida di tutto l’album, “Wide eyes, eyes wide / I want a fighter / Don’t lie this time / I need a fighter / You’re my bright side / I want it brighter / Don’t leave me in the dark / Don’t leave me in the dark“. La title track Good Luck, Kid è un pop dalle venature elettroniche. Le atmosfere notturne e le immagini che si susseguono veloci fanno di questa canzone una delle più sorprendenti di questo album. Un’ottima prova per le Joseph che dimostrano di saperci fare, “They handed you the keys / The driver’s seat is yours now / There’s nothing left to lean on / You’re the queen from here on out / No time for doubt / Good luck, kid“. Si rallenta con Green Eyes ma è un illusione. Il ritornello è un liberatorio pop rock ben bilanciato con la melodia delle strofe. Impareggiabile l’energia e la capacità di queste ragazze di non strafare mai, “Could’ve been the way / The moonlight hit the dashboard / Passenger window rolled down / That got me thinking / There’s something we should talk about / It’s not worth waiting out“. Le chitarre battono il tempo in In My Head. Le Joseph cantano all’unisono con la consueta forza ed energia. Un pop martellante ma addolcito da un’attenzione particolare per la melodia, “I’m trying to read your body language ‘cross the table / Wish I could see behind your eyes into the future / Cause here in my mind / Think I’m starting to try / I hope you can’t tell“. NYE richiama il pop anni ’80 nel quale le tre ragazze sembrano a proprio agio. Un lento da discoteca ben fatto e piacevole da ascoltare, con un testo semplice ma ispirato, “I don’t really feel a whole year older now / I’m still shaking but I’m bolder now / I need you to hold me even closer now / I know we’ll make it another year / But I don’t know how“. La successiva Revolving Door torna su sonorità più affini alle produzioni precedenti. Ritmi lenti e melodie in primo piano veicolano l’emozione nelle voci del trio americano, che non si risparmia in energia, “I forgave you for your mistakes / Somehow I’m the one who paid / Don’t you know it’s such a let down / I made it easy for you / She kept coming around / In a revolving door / Won’t someone let me out now / And make this go away“. Half Truths è una delle mie preferite. La batteria conduce, la chitarra tratteggia la melodia fino ad un esplosivo ritornello. Ancora una volte le sorelle Closner bilanciano alla perfezione le strofe più lente e riflessive, con il ritornello pop, “I’m in danger and I’m safe / Running fast, standing in place / I’m both things at the same time / And I don’t think it’s lying / To say half truths / So I have to tell myself to get through“. Presence è la più oscura dell’album. Qui l’anima rock prende il sopravvento, rivelandosi con il suono della chitarra elettrica. C’è ancora la notte che incombe su questa canzone, come in gran parte di questo album, “I was sitting in the backseat / Looking out the window / Riding in the fast lane / Not sure who was driving / I blink my eyes / The scene is gone“. Without You è la rappresentazione di questo album. Tutta la vitalità del gruppo emerge prepotente e scalda il cuore. Una ritornello da cantare a squarciagola, “Once you know something you can’t unknow it / Once you feel the buzz of a lightning strike / Once you see something you can’t unsee it / You’ve never been happier to lose a fight“. Un momento riflessivo con Side Effects. Le Joseph uniscono le loro voci, in una sola melodia, il risultato è straordinario. C’è tutta la dolcezza e sensibilità di queste ragazze, “First note you played on that midnight piano / Our voices raised, holding the stars in place / The first mile on the first road where we let go / First time we let our hearts race“. Segue Enough In Your Eyes. Pulsazioni elettroniche aprono uno dei brani più ambiziosi e originali di questo album. Le voci delle Joseph scivolano su un tappeto di suoni minimali, aprendo la strada verso nuovi territori sonori da esplorare, “Why do I hand you my pride / Give away what’s rightfully mine? / Why do I wait for you to say / When to slump my shoulders / Or stand up straight?“. Shivers torna su un pop più in linea con l’album. Questa volta però le ragazze fanno a meno di un ritornello liberatorio e optano per mantenere la tensione costante, più con il canto che con la musica, “Did I make it up / Everything I trusted? / Cause now it’s burning from the edges / Here the fire comes / Making ash and dust out of / Everything that made sense“. Room For You chiude il disco ed è una accorata ballata pop. Niente elettronica o ritmi sostenuti, solo le tre voci e un accenno di chitarra, “I hope to God the world will make some room for you / I hope you’re seeing colors that that world sees through / You know I’ll be right here holding this dream for you / I hope to God the world will make some room for you“.

Good Luck, Kid può rappresentare un punto di svolta per la carriera delle Joseph. Dopo il timido esordio in bilico tra folk e pop, e la successiva dimostrazione di preferire quest’ultimo, le sorelle Closner, con questo disco, lo abbracciano definitivamente. Lo fanno con  forza ma anche con sentimento, attraverso i testi mai banali che spesso risultano orecchiabili. La loro musica è trascinante e carica di speranza, non gioiosa o allegra, ma semplicemente viva. La copertina dell’album, dove le tre ragazze siedono in un automobile che sembra sfrecciare tra le luci della notte, rappresenta bene le atmosfere  al suo interno. Good Luck, Kid a mio parere è il miglior album delle Joseph, il primo nel quale le ho trovate particolarmente libere di esprimersi, senza la paura di staccarsi troppo da quel pop familiare e intimo con le quali sono nate. Il loro futuro è nelle loro mani e questo è solo il primo passo nella direzione giusta.

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Inchiostro – Scusate il ritardo

Con colpevole ritardo, torno a condividere alcuni disegni che ho fatto durante le ferie estive. Come al solito ho usato solo una penna ma ho cambiato un po’ i soggetti. Ne ho fatti meno dello scorso anno ma alcuni soggetti sono piuttosto complessi e ho impiegato più tempo del normale. Il teschio di corvo (o qualunque cosa sia) è stato il più impegnativo da realizzare. Per alcuni disegni mi sono ispirato a fotografie o illustrazioni, per altri me li sono inventati al momento. Non tutti sono riuscitissimi, lo ammetto, ma non sono poi da buttare via. Li trovate tutti qui Disegni 08/19 nel mio account Flickr.

Viaggio nel tempo

Sono passati cinque anni dall’ultimo album di questa artista. Quel Wishing Well l’ho ascoltato e riascoltato un numero incalcolabile di volte. Janne Hea era stata per me una sorpresa arrivata solo tre anni fa ma ancora oggi le sue canzoni mi emozionano come la prima volta. Anche di più, perché si portano dietro tre anni della mia vita. Sì, devo ammettere che avevo perso le speranze di poter ascoltare qualcosa di nuovo da Janne Hea dopo tanto tempo. E invece quest’anno è tornata con Lost In Time. Avevo un po’ paura di trovare questa cantautrice norvegese cambiata in questi anni e ritrovarmi fra le mani un album diverso. Invece no. Janne non è cambiata e io sono tornato indietro nel tempo, in un viaggio che solo la musica può permetterci di realizzare.

Janne Hea
Janne Hea

La title track Lost In Time apre l’album e subito la voce confortevole e calda della Hea ci accoglie nella sua casa. Tutto è come anni fa e io mi sento al sicuro. Gli archi e la chitarra l’accompagnano il canto folk sincero ed emozionato, esibendosi in un assolo da brividi. Too Late riprende le melodie dell’esordio, accelerando questo viaggio. Una riflessione sulla vita e su questo tempo che a volte gioca a nostro favore e altre volte ci gioca contro. La semplicità della musica della Hea gli permette di arrivare dritta al cuore e alla memoria di ciascuno di noi con una forza straordinaria. The Horizion è una poetica ballata folk, delicata e sognante. Qui Janne Hea esprime tutta la forza del suo storytelling, lineare e pulito. Non chiedo altro. Little Things ci trascina nella quotidianità, con confortevoli melodia. Qui ogni cosa è al suo posto, le parole sono familiari e sincere, tutto è dove dovrebbe stare. Per un attimo Janne ci illude che sia davvero così anche fuori da questo album. Scende un po’ di tristezza, un po’ di blues con Truth Be Told. Una vena scura percorre la voce della Hea che si sposa perfettamente con le sonorità del country d’oltre oceano. Andando oltre i cinque minuti e mezzo, questa canzone è la più epica e ambiziosa dell’album. Winding Road abbraccia invece sonorità più vicine al folk europeo. Una ballata che ancora una volta si fa apprezzare per la sua melodia e poesia. Da ascoltare in assoluto silenzio, senza distrazioni. Vi porterà altrove, continuando questo viaggio nel tempo. Carpenter’s Wife è un country folk orecchiabile e moderno. Janne Hea incanta con la sua voce ferma e rassicurante, illuminando il ritornello, seguita dalla sua impeccabile band. Si conclude con Seven Minutes. Una solitaria ballata, che si ispira alla tradizione americana e per la quale, questa cantautrice, sembra essere nata. Gli ultimi minuti di questo album, da godersi lasciandosi andare sulle note di questa canzone e il suo finale strumentale.

Lost In Time riprende laddove il suo predecessore era finito. Ogni cosa è ancora come l’avevo lasciata, ancora otto canzoni, diverse delle quali superano i cinque minuti, la voce di Janne Hea, la musica. Se nel 2016 Wishing Well mi aveva isolato da un anno difficile per me, Lost In Time mi ha riaperto le porte di quella casa, ritrovata dopo tanto tempo. Non riesco ancora a spiegarmi cosa abbia di speciale questa cantautrice. Non so cosa ci sia nella sua musica che mi conforta e mi abbraccia. Davvero non lo so. Posso ormai dire di aver ascoltato un po’ di tutto ma sono rari gli artisti che mi fanno questo effetto. E Janne Hea è una di questi. Lo è stata in passato, si è ripetuta con Lost In Time e spero lo farà anche in futuro. Ascoltate almeno una volta questo album. Ascoltate almeno una volta Janne Hea.

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Non provate a chiamarle

The Highwomen è un super gruppo nato dall’idea di Amanda Shires per celebrare il country femminile spesso snobbato dalle radio americane. Il suo nome si rifà ad un altro supergruppo formatosi negli anni ’80, The Highwaymen, che vedeva la partecipazione di quattro leggende del country, ovvero Johnny Cash, Waylon Jennings, Kris Kristofferson e Willie Nelson. Nella sua versione al femminile, insieme ad Amanda Shires, ci sono Natalie Hemby, Maren Morris e Brandi Carlile. Proprio quest’ultima mi ha convinto della bontà dell’iniziativa della Shires, sicuro che avrei trovato dell’ottimo country in questo esordio omonimo del gruppo. Carlile e Morris sono tra le cantautrici più in forma del momento mentre Shires e Hemby, oltre ad essere cantautrici, hanno scritto e collaborato con numerosi artisti della scena musicale country. Un mix perfetto che non potevo lasciarmi scappare.

The Highwomen
The Highwomen

Si comincia con Highwomen, una versione rivista di Highwaymen, nella quale si alternano la quattro voci, quattro storie di donne. Queste donne sono morte ma la loro storia vive ancora in mezzo a noi, perché hanno combattuto per i loro diritti. Non si poteva chiedere di meglio per cominciare, “I was a Highwoman / And a mother from my youth / For my children I did what I had to do / My family left Honduras when they killed the Sandinistas / We followed a coyote through the dust of Mexico / Every one of them except for me survived / And I am still alive“. Manifesto della band, la bella Redesigning Women. Un country moderno e trascinante nel quale spicca la voce della Carlile. Una canzone sulle donne e il loro ruolo di oggi, sempre in bilico tra la classica immagine e quella più moderna ed emancipata, “Full time livin’ on a half time schedule / Always tryna make everybody feel special / Learnin’ when to brake and when to hit the pedal / Workin’ hard to look good till we die“. Loose Change vede al microfono la Morris. Una delle canzoni più orecchiabili di questo album, che parla di come l’amore gira, “Loose change / I ain’t worth a thing to you / Loose change / You don’t see my value / I’m gonna be somebody’s lucky penny someday / Instead of rolling around in your pocket like loose change“. La successiva Crowded Table è il piccolo capolavoro. Una canzone positiva e corale. Le voci delle quattro ragazze creano un’atmosfera accogliente e calda, un invito alle donne ad unirsi, “I want a house with a crowded table / And a place by the fire for everyone / Let us take on the world while we’re young and able / And bring us back together when the day is done“. Decisamente più spensierata My Name Can’t Be Mama. Un veloce honky tonk che racconta come una mamma può lasciarsi andare ed essere semplicemente una donna almeno per un giorno, “Things are gettin’ better / But right now it’s not looking great / My ceiling still is spinning / From a night that went too late / I used to sleep this off / And let the shame just melt away / But not for tiny feet in hallways / Calling my name“. If She Ever Leaves Me è una ballata cantata dalla Carlile. Una canzone d’amore, un amore omosessuale. In un country di uomini etero, le donne si uniscono e cantano un altro amore, “I’ve loved her in secret / I’ve loved her out loud / The sky hasn’t always been blue / And it might last forever / Or it might not work out / But if she ever leaves me it won’t be for you“. Old Soul è un’altra ballata country, la più lunga dell’album, con leggere sfumature pop. C’è tutta l’energia della voce calda della Morris, sostenuta da tutto il resto del gruppo, “Oh to be a wild child for a day / All the promises I’ve ever kept / I’d line ‘em up to break / Oh to be a dancer on the edge / I’d rip the filter from my mouth / And all my cigarettes“. Decisamente più country è Don’t Call Me. La Shires prende le redini del gruppo e insieme alla Carlile danno vita ad una canzone ironica ma non troppo. Una coppia che gioca a fare le cattive ragazze, “You get yourself in another one of your binds / Run for help, yell for someone, pray for a sign / Dial 911, light a roadside flare, up and run / I don’t care, just don’t, don’t call me“. Un altro gioiello di questo album si presenta sotto il titolo di Only Child. Queste donne vogliono guidare una rivoluzione ma non dimenticano la dolcezza di essere mamme, “Pink painted walls / Your face in my locket / Your daddy and me / Your tiny back pocket / Mama’s first love / Last of my kind / You’ll always be my only child“. La successiva Heaven Is A Honky Tonk è un omaggio a quegli highwaymen che hanno ispirato questo gruppoCash e Jennings ci hanno lasciato e chissà se lassù continuano a cantare le loro canzoni e a fare baldoria, “There’s a choir singin’ in a southern accent, a fiddle in the band / There’s a “Hallelujah!” on the lips of every dying man / Mama, don’t you cry when they’re dead and gone / Jesus, he loves his sinners and Heaven is a honky-tonk“. Il ricordo del padre morente si risveglia nella canzone della Shires intitolata Cocktail And A Song. Una ballata commovente ed ispirata che mette in evidenza tutto il talento di questa cantautrice, “The day is close, no it won’t be long / Couple of cocktails and a song / Don’t you let me see you cry / Don’t you go grieving / Not before I die“. Si chiude con un altro eccezionale esempio di country dal titolo Wheels Of Laredo. Scritta e cantata da Brandi Carlile è una delle più belle di questo album e interpretata anche nell’ultimo album di Tanya Tucker, prodotto proprio dalla cantautrice americana. Un inno di libertà, emozionante ed intenso, “Singing, if I was White-Crowned Sparrow / Well I would float upon the southern skies of blue / But I’m stuck inside the wheels of Laredo / Wishing I was rolling back to you“.

The Highwomen è un album speciale ed eccezionale per la densità di qualità che troverete al suo interno. Quattro cantautrici che hanno unito le loro forze, il loro talento regalandoci quello che è già l’album country dell’anno. Ogni canzone è un piccolo capolavoro, ogni componente trova il suo spazio, il suo piccolo momento in cui far sentire la sua voce. Il messaggio che unisce le canzoni è una rivendicazione del ruolo delle donne nel mondo di oggi e in quello di ieri, aprendo la strada ad un futuro migliore. Quei quattro highwaymen saranno sicuramente fieri di queste quattro highwomen che hanno saputo rendere omaggio alla tradizione country nel migliore dei modi. Brandi Carlile mi ha reso partecipe di questo progetto che spero abbia una seguito, e che per ora rappresenta una pietra miliare del country femminile e non solo.

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Tristezza fuori contesto

Chi segue questo blog sa che da anni sto aspettando un passo falso di Lana Del Rey. Sto aspettando che faccia un album sfacciatamente pop, sfacciatamente commerciale. In questo senso il nuovo Norman Fucking Rockwell partiva con il piede sbagliato. Nessuna collaborazione con rapper, elettronica, hit passeggere, ecc. Niente di tutto ciò. Anzi, un singolo di oltre nove minuti di durata. Una scelta tutt’altro che commerciale. Elizabeth Woolridge Grant sembrava voler confermare il suo status di pop star anticonvenzionale, lontana dalle mode e dagli eccessi delle suo colleghe, giovani e meno giovani. Il progetto Lana Del Rey, perché in fin dei conti è di questo che si tratta, apre un nuovo capitolo, il quinto della sua carriera e io sono di nuovo qui pronto ad affrontarlo.

Lana Del Rey
Lana Del Rey

La title track Norman Fucking Rockwell apre l’album. Una ballata al pianoforte che racconta una love story con un ragazzo più giovane, che ricorda per le sue sonorità l’album precedente. La Del Rey usa, come sempre, la sua voce ammaliante in un modo unico ed impeccabile, “‘Cause you’re just a man / It’s just what you do / Your head in your hands / As you color me blue / Yeah, you’re just a man / All through and through / Your head in your hands / As you color me blue / Blue, blue, blue“. Mariners Apartment Complex è una delle ballate più belle della Del Rey. Intima e personale, nella quale la cantautrice americana appare più vulnerabile. C’è sempre quella tristezza di fondo che mai l’abbandona, “You took my sadness out of context / At the Mariner’s apartment complex / I ain’t no candle in the wind / I’m the bolt, the lightning, the thunder / Kind of girl who’s gonna make you wonder / Who you are and who you been“. Gioiellino dell’album è senza dubbio Venice Bitch. Quasi dieci minuti di immagini malinconiche e suoni distorti. Qui Lana Del Rey fa tutto quello che una pop star non dovrebbe fare e ne esce vincitrice. Questo album vive intorno a questi dieci minuti di delreysmo puro, “Fear fun, fear love / Fresh out of fucks, forever / Tryin’ to be stronger for you / Ice cream, ice queen / I dream in jeans and leather / Life’s dream I’m sweet for you / Oh god, miss you on my lips / It’s me, your little Venice bitch / On the stoop with the neighborhood kids / Callin’ out, bang bang, kiss kiss“. Fuck It I Love You è una storia d’amore alla Del Rey, un po’ maledetta e sofferta. Qui si rivede un po’ l’anima autolesionista e pessimista dell’esordio, ricordandoci che quella Lana non è del tutto scomparsa, I moved to California, “I moved to California / But it’s just a state of mind / Turns out everywhere you go / You take yourself, that’s not a lie / Wish that you would hold me / Or just say that you were mine / It’s killing me slowly“. Unico guizzo squisitamente pop è la bella versione di Doin’ Time dei Supreme, che ha sua volta prendeva spunto da Summertime di Porgy & Bess del 1935. Lana Del Rey non si limita a farla sua ma si prende la libertà di cambiare parte del testo. Canzone perfetta per l’estate, con una Del Rey in splendida forma, “Summertime, and the livin’s easy / Bradley’s on the microphone with Ras M.G. / All the people in the dance will agree / That we’re well-qualified to represent the L.B.C. / Me, me and Louie, we gon’ run to the party / And dance to the rhythm, it gets harder“. Con Love Song si ritorna alla normalità. Ancora una ballata malinconica nella quale la Del Rey ci sguazza come solo lei può fare. Questo è il genere di canzone che ci fa amare od odiare quest’artista. Non sto nemmeno a dirvi da che parte sto, “Oh, be my once in a lifetime / Lying on your chest / In my party dress / I’m a fucking mess, but I / Oh, thanks for the high life / Baby, you’s the best / Passed the test and yes / Now I’m here with you and I“. Cinnamon Girl continua sulla stessa strada provandoci con un piglio più pop ma sempre in linea a quanto proposto finora dalla Del Rey. Voce melodiosa e calda accompagnata da una musica impalpabile,”There’s things I wanna say to you, but I’ll just let you live / Like if you hold me without hurting me / You’ll be the first who ever did / There’s things I wanna talk about, but better not to give / Like if you hold me without hurting me / You’ll be the first who ever did“. How To Disappear ci ricorda una Del Rey vintage già sentita in altre occasioni. Questa canzone è la più poetica e nostalgica di questo album che ben si sposa con l’immagine positiva del nuovo corso della cantautrice americana, “Now it’s been years since I left New York / I got a kid and two cats in the yard / The California sun and the movie stars / I watch the skies getting light as I write / As I think about those years / As I whisper in your ear / I’m always gon’ to be right here / No one’s going anywhere“. Con California continua l’operazione nostalgia, in maniera anche più marcata ed intensa. Immagini di una calda estate californiana si rincorrono venate di quel malessere tipico della nostra Elizabeth, “We’ll do whatever you want, travel wherever how far / We’ll hit up all the old places / We’ll have a party, we’ll dance till dawn / I’ll pick up all of your Vogues and all of your Rolling Stones / Your favorite liquor off the top-shelf / I’ll throw a party, all night long“. La successiva The Next Best American Record doveva essere inclusa nel precedente Lust For Life del quale ne eredità l’atmosfera. Lana Del Rey non cambia mai, viva Lana Del Rey, “My baby used to dance underneath my architecture / He was ’70s in spirit, ’90s in his frame of mind / My baby used to dance underneath my architecture / We lost track of space / We lost track of time“. The Greatest è davvero una gran bella canzone che vuole raccontare l’America decadente di oggi senza dimenticare che c’è ancora speranza. Tra le migliori di questo album, “If this is it, I’m signing off / Miss doing nothing the most of all / Hawaii just missed a fireball / LA’s in flames, it’s getting hot / Kanye West is blond and gone / Life on Mars ain’t just a song / I hope the lifestream’s almost on“. Con Bartender la nostra torna a giocare con la voce e il suo modo unico di cantare. Quel bart-t-t-tender in punta di lingua solo lei può cantarlo senza sembrare ridicola. Solo lei può dirlo in una maniera così sexy, “I bought me a truck in the middle of the night / It’ll buy me a year if I play my cards right / Photo-free exits from baby’s bedside / ‘Cause they don’t yet know what car I drive / I’m just tryna keep my love alive“. Happiness Is A Butterfly è la solita ballata notturna ma si lascia ascoltare volentieri come sempre, senza aggiungere niente di più all’album, “If he’s a serial killer, then what’s the worst / That can happen to a girl who’s already hurt? / I’m already hurt / If he’s as bad as they say, then I guess I’m cursed / Looking into his eyes, I think he’s already hurt / He’s already hurt“. L’album si conclude con Hope Is A Dangerous Thing For A Woman Like Me To Have – But I Have It. Se pensavate che la brava Lana avesse esaurito tutte le sue cartucce, vi siete sbagliati. Questa è una ballata di tutto rispetto. Intensa ed ispirata, profondamente malinconica. Da ascoltare, “There’s a new revolution / A loud evolution / That I saw / Born of confusion / And quiet collusion / Of which mostly I’ve known / A modern day woman / With a weak constitution / ‘Cause I’ve got / Monsters still under my bed / That I could never fight off / A gatekeeper carelessly dropping / The keys on my nights off“.

Norman Fucking Rockwell prosegue con il nuovo corso, più positivo e speranzoso, intrapreso dal Lana Del Rey dal precedente Lust For Life. Forse le lodi spese da altri per questo album sono state piuttosto eccessive ma a ben vedere dopo cinque album (e un’infinita di altre canzoni) quest’artista si riconferma una delle più originali e interessanti della sua generazione. Ha saputo trasformarsi e cambiare, riuscendo a non stancare mai ed evitando di uniformarsi al pop monotono di oggi. Solo Lana Del Rey può essere Lana Del Rey e chiunque prova ad emularla ha perso già in partenza. Questo album è un ulteriore passo in avanti della sua carriera (pare sia già pronta uno nuovo il prossimo anno) e mette in chiaro che il suo progetto è molto più serio di quello che poteva sembrare inizialmente. Quattordici canzoni, la maggior parte ballate, che si uniscono in un ritratto femminile ampio e potente. Tutto corredato dal modo lascivo di cantare della Del Rey oltre ad un’innumerevole presenza della parola fuck e le sue derivazioni. Ma questo è Norman Fucking Rockwell, questa è Lana Del Rey e non c’è niente da fare.

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Una tigre che si chiama desiderio

A distanza di quattro anni dall’ultimo album è uscito lo scorso mese So It Turns della cantautrice scozzese Rachel Sermanni. Quest’artista è stata una delle primissime con le quali mi sono avvicinato alla musica folk nell’ormai lontano 2012 e ancora oggi resta una delle mie preferite. L’esordio Under Mountains metteva in risalto le doti di scrittura della Sermanni e il successivo Tied To The Moon la vedeva alle prese con qualcosa di diverso dal folk puro. Tra un album e l’altro è diventata mamma della piccola Rose e ha cercato ispirazione in un monastero buddista. L’album è stato finanziato grazie al crowdfunding, al quale sono contento di aver dato il mio contributo per risollevare le sfortunate sorti finanziare della Sermanni. Che Tied To The Moon fosse un album di transizione era piuttosto evidente ed è dunque d’obbligo scoprire questo So It Turns per capire come inizia il nuovo capitolo della sua carriera.

Rachel Sermanni
Rachel Sermanni

Put Me In The River torna a farci ammirare tutta la semplicità e la tristezza della musica della Sermanni. Una canzone che è una richiesta di aiuto, una ricerca di serenità. La delicatezza della musica e la forza delle parole si uniscono dando vita ad una lunga e confortevole poesia, “Your foot was to the floor / My hand was on the wheel / Burning up the track in fearless green / Oh I was shaking coz my arrogance had just surfaced as a whale / Strange that as of yet no one has seen“. See You è un brano dolce, luminoso. Rachel Sermanni riabbraccia il folk ma mantenendo il suo stile contemporaneo e personale, capace di spazzare via i pensieri, “I saw you when I closed my eyes / Memory is strange / And I was just a stranger to you / I saw you under big blue skies / The day it lead into the dark and I was left to cry without you / That’s when I saw you“. La successiva If I riflette sulla vita, sulle sue possibilità. Una canzone brillante ed ispirata, impreziosita da un assolo di chitarra che dà un tocco blues, “If I said goodbye / If I let this go / Will I ever know / How he is in love? / If I wear these shoes / If I walk this path / Could I ever have / A family?“. Wish I Showed My Love è una delle canzoni più belle e commoventi di questo album. C’è tutta la poesia di cui è capace quest’artista e quella venatura oscura e triste che caratterizza le sue canzoni migliori. Da ascoltare, “So I had to show my love / Had to let him know my feelings / Had to read the words I’d written down / Lying on a bed / In the Paris afternoon light / Couldn’t look him in the eye so I turned around“. What Can I Do è tra le mie preferite. Un grido di dolore per questi tempi confusi e disperati. Una preghiera, una richiesta di aiuto. Una Sermanni impotente che rivela un approccio nuovo alla sua musica, “What Can I do Lord what can I do? / I feel so helpless I feel so blue / Where can I go Lord / Where Can I go? / I’m in the dark hoping somebody knows / Where I should go Lord, Where do I go?“. Typical Homegirl prova a risollevare il morale, con il suo piglio jazz anche se il testo non è dei più allegri. Con questa canzone si riscoprono le sonorità del precedente album oltre al talento di questa cantautrice, “If I concealed my feelings what good would that do you? / I’m sitting here until you see. / Wont be changing position, closing my legs, / You can ignore me but soon you will beg to please me“. Come To You sembra uscita direttamente dal suo primo disco. Il suono di una chitarra pizzicata, voce morbida e melodiosa e poco più. Non serve altro per fare una bella canzone, “Once again I come to you with questions / For answers you can only know. / Once again I feel a nameless tension, from it I can only grow. / Once again I leave without an answer but your words inside my head remain“. Namesake è una canzone poetica, nella quale si inseguono immagini epiche e misteriose. Una delle canzoni più affascinanti di questo album, “In the passing of a year it is revealed to me / In the passing of a fear I see true / Day on day until my spirit was buried in heavy dunes of clay, / I was fossilised, petrified, the river never stays“. Il desiderio è una tigre in Tiger. Una belva feroce, pericolosa in libertà ma che soffre chiusa in una gabbia. Probabilmente la canzone che più dimostra la crescita artistica della Sermanni, “Desire is a Tiger take her to the temple / You like her but she’ll never understand the middle way. / You take her to the garden where surely there is space but every bird that ever flew there gets put between her teeth / So you put her in a cage / She cries until you answer / All your tears and all your rage“. Troviamo in fondo all’album la title track So It Turns. Qui è custodito lo spirito di questo album. Tutta la magia delle parole e della musica di questa cantautrice, “How do I forget about / All of me without / A drink in hand, some good band how do I forget? / How did you forget about / All of It without / Another word, another thought so easy you forgot“.

Con So It Turns, Rachel Sermanni raggiunge la sua maturità artistica che va oltre quello di cantautrice. In questo album si vuole esprimere un pensiero, quasi uno stile di vita. Ci mostra la crescita costante di quest’artista, riflettendo ciò che è accaduto nella sua vita privata e non solo. I cambiamenti nel mondo, l’incertezza del futuro, trovano spazio nelle sue canzoni con semplicità ed efficacia. Più diretto e uniforme del suo predecessore, So It Turns, è il miglior album finora di Rachel Sermanni e l’aver attraversato con lei e la sua musica questi ultimi sette anni è stato un piacere. Lo sarà ancora, ovunque il fiume del tempo ci porterà.

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Questo è l’autunno

Con l’ultimo i,i il progetto Bon Iver, capitanato da Justin Vernon, chiude il ciclo delle stagioni iniziato con l’inverno di For Emma, Forever Ago del 2008, proseguito con la primavera di Bon Iver del 2011 e l’estate di 22, A Million del 2016. Dunque è l’autunno la stagione rappresentata da i,i (si legge “ai comma ai”) e per questa occasione il gruppo di artisti sotto il moniker Bon Iver si espande come non mai, rappresentato però sempre dal caro vecchio Justin. Ho sempre subito il fascino della musica dei Bon Iver e 22, A Million è, per me, ancora oggi uno degli album più enigmatici che abbia mai ascoltato. Chissà cosa ci nasconde sotto quella barba il cantautore del Wisconsin questa volta. Impossibile scoprirlo se non addentrandosi nelle complessa e sfuggente foresta della sua musica.

Justin Vernon
Justin Vernon

Yi è un breve intro di trenta secondi nel quale si sentono suoni confusi e qualche parola. Anche questo è Bon Iver, “Yeah / You recording Trevor? / Yes“. Segue, senza pause, iMi che richiama le sonorità distorte e spezzate del suo predecessore. La melodia cerca spazio in modo interrotto, solo l’inconfondibile timbro vocale di Vernon è musica. Le parole sono usate con attenzione, è il loro suono che conta non tanto il significato, “If forgiveness is a chore / What you waiting for / We been here before / And I can’t ignore it anymore / You know the way it goes / How much longer then? (I show you in) / (Now I’ll tell you why)“. La successiva We si apre verso scenari piuttosto inediti per il gruppo. Un brano che si potrebbe definire normale ma caratterizzato comunque dai tratti unici dei Bon Iver, “Im coming over for another story told / Im saying homie that its not what you been sold / Its hardly what you’d know“. Holyfields, è la canzone più affascinante e orecchiabile di questo album. Justin Vernon canta come solo lui può fare, e parola dopo parola, come pennellate dipingono un quadro astratto. Una meraviglia, “Bonded weights / Don’t favor them / If it’s all that you don’t do / It’s lacerate / Better let them pass away“. Anche la successiva Hey, Ma rappresenta al meglio la musica di questo gruppo. Qui il testo prende il sopravvento sul resto, senza rinunciare a distorsioni e virtuosismi elettronici. Uno dei punti più alti di questo album, “Full time you talk your money up / While it’s living in a coal mine / Tall time, to call your Ma / Hey Ma, Hey Ma / Tall vote, you know you mope it up / Well you wanted it your whole life / You’re back and forth with light“. Si torna al primo amore, la melodia, con U (Man Like). Di elettronica c’è poco niente, c’è tutta la purezza e poesia e il talento di Vernon. Ancora un’ottima prova, “Well, I know that we set off for a common place / And the lines have run too deep / How much caring is there of some American love / When there’s lovers sleeping in your streets?“. Naeem vede un Justin Vernon bello carico, che gioca con la voce in un crescendo mai così energico. Un testo criptico e carico di immagini, marchio di fabbrica del gruppo, “All along em / I can hear me / I go for the caste / I fall off a bass boat / And the concrete’s very slow / And the concrete’s very slow / All along the sideliness bigger / I’m over the dash / I’m having a bad bad toke / But the berries still to come / All along them I can hear ya“. Jelmore ritorna ai suoni spezzati e alla voce guida di Vernon. Non c’è nulla di nuovo in questa canzone, tutto è già sentito e per questo dannatamente confortevole, “How long? / Will you disregard the heat / Half beat / It’s no misnomer though / I’ve the feeling that I better go / So / I slide right out the door“. Faith ci fa riscoprire il fascino del nome Bon Iver. Delicata e melodiosa, senza essere troppo complessa. Una canzone che si stratifica pian piano, crescendo di intensità, battito dopo battito, “Shattered in history / Shattered in paint / Oh, and the lengths that I’d / Stay up late / But brought to my space / The wonderful things I’ve learned to waste“. Marion si affida alla voce di Vernon per trasportarci nelle sue calme acque. Essenziale e magica, così vicina alle sonorità dell’esordio, “Well I thought that this was half a love / Well I thought that this was half a love / Follow to the rising sea / Well I thought that this was half a love“. Segue l’enigmatica Salem. Anche in questo caso c’è poco spazio per l’elettronica e a vincere è ancora una volta la melodia. Il testo forse non significa nulla o forse sì, ma è straordinariamente musicale e commovente, “Cause abnormalities / Surely / Are everywhere you see / So what I think we need / Is elasticity, empowerment, and ease“. Sh’Diah si rifugia in un territorio già battuto più volte da Bon Iver. Ma che male c’è? Il buon Justin può permettersi di ripetere sé stesso all’infinito, “How often ya gonna see now / Truly what ya cease to be / Will you adjust your scenery / Well you find the time / Don’t you / For the Lord“. Chiude RABi una delle canzoni forse più personali di Vernon. Con questo non intendo che sia chiara ed esplicita ma emerge con forza una malinconia portata dal peso dei ricordi, “When we were children, we were hell bent / Or oblivious at least / But now it comes to mind / We are terrified / So we run and hide / For a verified little peace“.

i,i ha l’intento di celebrare la decennale carriera del nome Bon Iver, e della sua anima Justin Vernon. Un gruppo che non è un gruppo, un cantautore che non è un cantautore, insomma l’entità Bon Iver sfugge alle etichette come la sua musica. In questo album troviamo l’elettronica di 22, A Million, gli inni astratti dell’album omonimo e la poesia di For Emma, Forever Ago. Qui i Bon Iver non hanno voluto alzare l’asticella ulteriormente ma hanno preferito navigare in acque conosciute e tranquille. Non c’è di fatto la sorpresa suscitata del suo predecessore ma l’invito ad esplorare ancora una volta la musica dei Bon Iver. Chissà come proseguirà questa avventura, come Justin Vernon la guiderà, se farà storcere ancora qualche naso o non si prederà il rischio di farlo di nuovo. Quello che è sicuro è che i,i è un album con sopra il nome di Bon Iver e quello che ci troverete dentro è tutto quello che il nome di Bon Iver ha fatto di buono in questo nuovo millennio.

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