Portando le speranze di una vita precedente

A sei anni di distanza dall’ultimo Jet Plane And Oxbow, ha visto finalmente la luce il nuovo album degli Shearwater, intitolato The Great Awakening. La sua realizzazione è stata messa alla prova dalle difficoltà economiche della band capitanata da Jonathan Meiburg, che ha dovuto ricorrere ad una fortunata campagna di crowdfunding. Lo stesso Meiburg nel frattempo ha anche pubblicato il suo primo libro, A Most Remarkable Creature: The Hidden Life and Epic Journey of the World’s Smartest Birds of Prey, ne quale racconta la sua passione per il caracara, uno dei rapaci più intelligenti del pianeta. L’arrivo della pandemia ha poi ulteriormente rinviato l’uscita del disco. The Great Awakening dunque si è fatto attendere ma è giunto finalmente il momento di ascoltarlo.

Jonathan Meiburg
Jonathan Meiburg

Highgate si apre subito con la voce carismatica di Meiburg. Una canzone che riporta alle sonorità precedenti ad Animal Joy e non è un illusione. Gli Shearwater tornano al loro sound più caratteristico, “Here comes your heart attack / Starless and bible black / And here is the endgame / Lightning flicks down again / Back in the wilderness / And inside of the sanctum“. No Reason procede lenta ed inafferrabile. La voce tratteggia parole che riecheggiano su un tappeto sonoro essenziale ma stratificato, “If one could only understand / All this speaking / And all the little boats rising / Encephalon ranging through time / (You’re wrong, you’re right) / That’s no reason to cry / It’s no reason to cry / You won’t look in its eyes“. Il singolo Xenarthran è una canzone dalle atmosfere notturne dove è la suggestione musicale e il suono della voce di Meiburg a fare la differenza. Un viaggio nel buio, ispirato dal mondo animale, chiuso dalla registrazione del richiamo delle scimmie urlatrici realizzata dallo stesso Meiburg, “While the night / Circles round the day / While the night / Circles round the day / The question is / How can you fool the mind / You fool the body / What’s in the box in the backseat / And dial down the senses / Flares as far as the eye can believe“. Laguna Seca è forse il brano che più si avvicina alla produzione recente della band. Una canzone inquieta soffocata dalle distorsioni che possiede un fascino particolare, “Walk into traffic / Or settle down / A sudden shiver / From underground / The hollow feeling / The yellow sky / And fortune favors / The bigger lie / Of ugliness / Offer me something / I’ll never return / The end of all respect / The lives on the brink / Of ugliness“. Everyone You Touch torna ad un suono pulito e meno stratificato che gira intorno alla voce unica del frontman di questa band. Una canzone che solo gli Shearwater possono fare, “Endlessly rustling / Talk and don’t pause for breath / Everyone coming here / Looking for someone else / Watching them tearing up / The tracks along the line / Mirror ball standing in / For galaxies of light“. Empty Orchestra è tra le mie preferite oltre che essere decisamente più orientata verso il lato più rock del gruppo. Torna quel sentimento di rabbia e di speranza che emergeva nei due album precedenti, “And what have you done? / What have you learned / From all these stubborn people? / It doesn’t bear thinking / When you look at it now / When it’s all against the needle / I couldn’t believe / You were never ashamed“. La successiva Milkweed è un brano profondamente essenziale e introspettivo. Il testo è scarno e soggetto ad interpretazioni e si rivela come emergendo dall’oscurità, “Sift through / What’s shining / Watering down the weeds / I think you enjoyed it / Look at him / He’s wrong / And he knows / He enjoys it / Warm bodies / Cold energy / Tungsten / Radium / Hexane / He enjoys it“. Detritivor procede lenta ed eterea. La voce di Meiburg è uno strumento musicale che si confonde con la musica. Inafferrabile ma densa di suoni, “Do you remember / Everyone look at your hands / The sun came over the mountains / And when I looked back / I didn’t see anyone / Where do you come from / And where do you go / I think I / Was sleeping / Until the first / Of the day’s / Fresh demands“. Segue Aqaba che incarna perfettamente lo stile degli Shearwater ma rappresenta anche un’eccezione. Infatti è una rara canzone d’amore, anche se non particolarmente esplicita in tal senso, “And floods the iris / Unfurls the waves / Ride them up, ride them up, ride them up / Ride them up, ride them up, ride them up / In the threshing of love’s / Distortions and shimmerings / The stubbornest husk / Flakes away“. There Goes The Sun è la canzone più lunga dell’album, sfiora infatti gli otto minuti, ma capace allo stesso tempo di scorrere via leggera, carica di speranza, “Under pallid skies / Endless traveling / All this rising and receding / Uncertain soldier / Doubled in, doubled in distress / Doubled in distress / Could you save yourself? / Staring long enough / Will the clouds relent / And show the moon / In strong relief? / Strung out or taken in“. Si chiude con The Wind Is Love che non solo racchiude lo spirito dell’album ma sul finale riproduce, sovrapposte, alcune delle tracce precedenti, “Far across the day / Carrying the hopes of a former life / That never fully died / Holding its shape in your mind again / It overruns your eyes / Fills the storm drains / Start now“.

The Great Awakening segna un ritorno potente di un band unica, da tempo ormai nelle mani salde di Jonathan Meiburg. Abbandonato il rock e la rabbia dei due album precedenti, gli Shearwater tornano a quelle sonorità dilatate e eteree che dagli esordi ne hanno caratterizzato la produzione. Non è un album semplice, né orecchiabile ma ogni ascolto rivela un pezzo di sé. Molte canzoni superano i cinque minuti di durata ma nonostante ciò The Great Awakening non risulta pesante, grazie alla sapiente scelta di non caricare troppo la musica e di lasciare, come sempre, spazio alla voce di Meiburg che rende gli Shearwater riconoscibili ed unici nel panorama alternativo. Bentornati.

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Speravo di parlare un po’, la musica era già iniziata

In questi ultimi due anni ho avuto la sensazione di aver precorso i tempi con largo anticipo, annusando nell’aria che la musica folk, americana, country o simili stava tornando di moda, soprattutto nella musica indie. Forse in questi anni difficili si è voluto tornare ad un genere riconoscibile, quasi di conforto, che ci riportasse in acque sicure. Ultimo è il caso di Angel Olsen, cantautrice americana con una carriera ormai più che decennale alle spalle, che con il nuovo Big Time ha messo da parte il pop alternativo per provare qualcosa di diverso, lasciandosi influenzare dal country appunto. Ero curioso riguardo a questo nuovo corso, certo che nella mani della Olsen non può che uscire qualcosa di buono.

Angel Olsen
Angel Olsen

All The Good Time non lascia dubbi su quali sonorità la Olsen abbia deciso di puntare. Una canzone celebra i bei momenti passati con la persona amata ma quell’amore è arrivato al capolinea, “Well I won’t be the one to keep holding you back / If there’s somethin’ you’re missin’ then go right ahead / I’ll be long gone, thanks for the songs / Guess it’s time to wake up from the trip we’ve been on / So long farewell, this is the end / And I’ll always remember you just like a friend“. La title track Big Time è ancora più marcatamente country ma la voce e l’interpretazione della Olsen sono al di sopra di qualsiasi genere. Una delle più belle canzoni dell’album, “And I’m losin’, I’m losin’, I’ve left it behind / Guess I had to be losin’ to get here on time / And I’m living, I’m loving, I’ve loved long before / And I’m loving you big time, I’m loving you more“. La successiva Dream Thing rallenta e si riprende le sonorità più eteree che da sempre la produzione di questa artista. L’atmosfera malinconica e l’accompagnamento sono il punto di forza di questa canzone, “I was lookin’ at old you, lookin’ at who you’ve become / I was hopin’ to talk some, music had already begun / I never thought that you / Wouldn’t be able to / Put it all behind / I guess I was blind“. Sulle note di un pianoforte prende forma Ghost On. Con voce calda e morbida, Angel Olsen si prende la scena. Una ballata dolce che emoziona con semplicità, “I know I have my own remorse / I often overthink, of course / The past is with us, it plays a part / How can we change it? How do we start?“. Non nascondo che All The Flowers è una delle mie preferite di questo album. Angel sfodera la sua voce più melodiosa, con quel suo modo unico di cantare, dando corpo ad una poesia (la melodia mi ricorda un’altra canzone, forse italiana, ma non sono riuscito a capire quale), “I’ll be gone so fast, I’ll fly / Across the midnight sky / Arrived or leaving / You can bet I’m dreaming / You can bet I’m dreaming / I’ve been spending too much time / Searching in vain, to find / The only reason / The only reason“. Right Now è ancora un’altra canzone che mescola la vocazione indie della cantautrice con lo stile country, questa volta strizzando l’occhio al rock, “We all know that it’s hard / Hard to stay forever / But I’m telling you right now / If we’re apart or here together / I need to be myself / I won’t live another lie / About the feelings that I have / I won’t be with you and hide“. Segue This Is How It Works, che pesca a piene mani dal country ma la Olsen non rinuncia a dare il suo tocco personale. Probabilmente questa è la canzone più country dell’album, “I know you can’t talk long / But I’m barely hanging on / I’m so tired of telling you / It’s a hard time again / It’s a hard time again / Tell me something good / Pull me out from what I’m in“. Go Home va in controtendenza, una dolorosa confessione che si esprime attraverso alti e bassi in un folk rock liberatorio, “I wanna go home / Go back to small things / I don’t belong here / Nobody knows me / How can I go on? / With all those old dreams / I am the ghost now / Living those old scenes“. Through The Fires è un lento che danza sulle note del pianoforte e si affida alla voce della Olsen. Una canzone meravigliosa e dalle sonorità classiche e senza tempo, “I felt the change and it came back around / Then I moved in to the feeling I found / And the feeling I found showed me how I could lose / To love without boundary and put it to use“. Si chiude con Chasing The Sun, nel quale ritroviamo il pianoforte ma la voce è sommessa, un sussurro delicato. Anche questa canzone ogni secondo sembra uscito da un passato lontano, “Write a postcard to you / When you’re in the other room / Just writing to say that I can’t find my clothes / If you’re lookin for something to do / Drop everything I’m doing / Nobody needs me here / I’ll go wherever you are going, I’ll be somewhere near“.

Big Time è qualcosa di più che l’album country di Angel Olsen. Non si può negare il deciso cambio di sonorità capace però di conservare l’approccio emotivo e poetico con il quale quest’artista ha sempre affrontato le sue canzoni. Non possiamo sapere se questa svolta si tratta di una parentesi temporanea, una necessità magari di voler tornare alle origini, oppure un nuovo corso che durerà più a lungo. Di sicuro c’è che Big Time è un ottimo album, il più immediato probabilmente della Olsen e quello che va incontro maggiormente ai gusti di una platea più ampia. Se questo revival country ha a volte una valenza puramente commerciale, nel caso di Angel Olsen, non riesco a pensare sia così. Big Time si candida ad essere uno dei migliori album di questo anno che è quasi arrivato a metà e che ci riserverà ancora numerose sorprese come questa.

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Un vento pieno di ricordi

Il tempo scorre veloce e sono già passati quattro anni dall’album di debutto della cantautrice scozzese Hannah Rarity. Lo scorsa settimana è stato pubblicato il nuovo To Have You Near, che ho potuto ascoltare con tre settimane di anticipo per il semplice motivo che ho partecipato alla sua campagna di crowdfunding. Come scritto sopra, il tempo passa, non solo per me ma anche per Hannah Rarity e dunque, alla luce degli singoli più recenti, era prevedibile un’evoluzione della sua musica verso un folk moderno e meno tradizionale. Ma la principale caratteristica di quest’artista resta la voce, e quella va oltre ogni genere ed etichetta (ascoltare Land O’ The Leal per avene un’idea). Dunque non resta che scoprire qual è il frutto di questi quattro anni nei quali è successo di tutto.

Hannah Rarity
Hannah Rarity

L’album si apre con la malinconica Home. Una canzone che esprime il desiderio di avere una casa, non una semplice abitazione ma un posto del cuore, “I want a home / Not just a place to lay my head / I want a home / Where someone’s sleeping in my bed / A tap that drips in perfect time with all my peaceful dreams“. Friend è uno dei momenti più alti dell’album. La Rarity canta con voce calda e commossa una canzone piena di sentimenti. Un testo profondo ma semplice. Da ascoltare, “Got your note, the one you wrote / To say things got out of hand / I’d been meaning to ask how your Father is / And did you move to the city like you planned?“. Shades Of Gloria è una cover dell’originale Gerry O’Beirne. Hannah ne fa una versione splendida, che corre sulle note di un pianoforte. La sua voce è semplicemente meravigliosa, non c’è altro da aggiungere, “The wind is full of memories / That murmur and sigh / Hills lie in the foaming grass of Clare / Below the cold moon’s eye / But you should come and see them now / When they are on fire / And running with the shades of Gloria“. I’m Not Going Anywhere è una canzone che vive grazie alla melodiosa voce della sua interprete. Una poesia rassicurante e intima, molto ispirata, “And when you go to sleep tonight / Don’t you let the bed bugs bite / I’ll be with you till morning light / You’ll light a candle / And wish I was there / But I’ll never leave you / I’m not going anywhere“. Hard Times è un versione di una canzone tradizionale intitolata anche ‘Hard Times Come Again No More’, scritta nel 1894 da Stephen Collins Foster e molto conosciuta ai tempi della guerra civile americana. Una canzone che invoca la fine dei tempi difficili, che ben si s’addice anche ai nostri, “‘Tis a song, a sigh of the weary / Hard times, hard times, come again no more / Many days you have lingered around my cabin door / Oh, hard times, come again no more“. Non esistono due voci così agli antipodi come quella di Hannah e Tom Waits ma questa versione di Take It With Me è perfetta. Da una parte, la ruvida ed imperfetta interpretazione di Waits, dall’altra quella pulita e avvolgente di quest’artista, “Phone’s off the hook / No one knows where we are / It’s a long time since I drank champagne / The ocean is blue / As blue as your eyes / I’m gonna take it with me when I go“. She Must Be Mad è una canzone originale che ricorda le sonorità dell’esordio. La voce angelica e il testo poetico sono tutto quello che serve a rendere questa canzone magica, “She must be mad to give her heart away / She must be mad to give her heart away / While she gives herself so freely, I’m still waiting for the day / She must be mad not to see all we can see / She must be mad not to see all we can see / Well that’s maybe what she’s thinking when she looks at me“. La successiva Kaleidoscope è una una canzone folk ancora una volta malinconica ma piena di amore e ricordi. Un accompagnamento essenziale guida il canto come sempre eccezionale, “Hours go by without one word / I thought I heard you laugh / We sailed around the South of France / In a better life long past / I heard a song, an old refrain / It led me from this place / I felt the breeze of summer air / Across my younger face“. Non poteva mancare un omaggio alla Scozia e la Rarity sceglie una canzone di Davy Steel intitolata Scotland Yet. Una bella canzone, una dichiarazione d’amore per la propria terra, “Oor mither tongue spoke different ways that past tae present ties / Each separate and yet entwined is where oor real strength lies / For should one strand unwind itself, the others tae forsake / Then a’ would be forever lost fur a’ the strands would break“. Chiude l’album la bella Comes The Hour. Una canzone folk ma dal piglio moderno, l’interpretazione della Rarity è da brividi, “Who will take this trembling hand? / Lead me in this dance now / Hold me close or watch me fall / Who will take the chance now? / Who will trade a sacred kiss / When love has been my crime? / Who will trust love knowing this / When it comes the time?“.

Tra canzoni originali, covers ed interpretazioni, To Have You Near ci fa ascoltare un’artista dalla voce straordinaria, capace di dare corpo alle emozioni più profonde. Il folk più tradizionale lascia spazio a sonorità più moderne ma dall’anima classica. La giovane vitalità di Hannah Rarity si percepisce in un amore per quest’arte, nella cura nei dettagli. Un talento, quello di questa cantautrice, non fine a se stesso ma sempre alla ricerca di qualcosa di speciale, difficile (ma non impossibile) da mettere in musica. To Have You Near è indubbiamente un album di ottime canzoni che ci fa scoprire una Hannah Rarity più matura e consapevole dei propri mezzi ma non per questo meno sensibile al potere del canto e delle emozioni.

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Welch la Rossa, il diavolo e la voce d’oro

Dieci anni. Tanto è passato da quando sono stato catturato e portato nel mondo magico di Florence +The Machine, la band progetto capitanata da Florence Welch che nel 2009 ha debuttato con l’acclamato Lungs. Il quinto album, intitolato Dance Fever, è uscito lo scorso maggio a quattro anni di distanza dal precedente High As Hope che aveva ulteriormente consolidato il sound della band. Cosa aspettarsi, dunque, da questa nuova fatica, nata nei lunghi anni di pandemia? In generale da Florence +The Machine non ci si aspettano sorprese ma un pop di qualità, riconoscibile e affascinante. Non resta che ascoltare e tornare di nuovo alla corte della regina rossa.

Florence Welch
Florence Welch

King apre le danze, con la voce inconfondibile della Welch che corre sinuosa sulle pulsazioni della musica. Una canzone profondamente personale che affronta le insicurezze e le consapevolezze della propria età, “I need my golden crown of sorrow / My bloody sword to swing / My empty halls to echo with grand self-mythology / I am no mother / I am no bride / I am king“. I mostri che albergano nell’animo emergono in Free che corre con ritmo sincopato. Le sonorità ci riportano agli esordi e ci ricordano perché questa band è così amata da allora, “I’m always running from something / I push it back, but it keeps on coming / And being clever never got me very far / Because it’s all in my head / “You’re too sensitive” they said / I said “Okay, but let’s discuss this at the hospital”“. Choreomania sottolinea in modo marcato il tema di fondo dell’album, la mania di ballare, un’ossessione irresistibile. Una canzone che va in crescendo, avanzando lenta ma costante, guidata dall’energia della Welch, “And I am freaking out in the middle of the street / With the complete conviction of someone who’s never had anything actually really bad happen to them / But I am committed now to the feeling“. La successiva Back In Town segna un momento più riflessivo e malinconico. Una canzone insolitamente scarna ed essenziale per la band, sorretta dalla voce della sua leader, “I’m back in town, why don’t we go out / And never go to sleep? / Throw our dreams out, let them pile up on the streets / I thought that I was here with you / But it was always just an empty room / ‘Cause it’s always the same“. Girls Against God continua sulle stesse sonorità ma il testo è molto personale e frammentario. Florence si lascia andare a ricordi ed immagini del passato, e lo fa con passione e sensibilità, “And it’s good to be alive / Crying into cereal at midnight / If they ever let me out, I’m gonna really let it out / I listen to music from 2006 and feel kind of sick / But, oh God, you’re gonna get it / You’ll be sorry that you messed with this“. La successiva Girl Dream Evil vira verso un pop rock in pieno stile della band. Le atmosfere oscure ribaltano il mito della ragazza dei sogni, “Am I your dream girl? / You think of me in bed / But you could never hold me / And like me better in your head / Make me evil / Then I’m an angel instead / At least you’ll sanctify me when I’m dead“. Preyer Factory è un breve intermezzo di poco più di un minuto che concede pieni poteri alla voce della Welch, “All the things that I ran from / I now bring as close to me as I can / Ripping hotel sheets with gritted teeth / My montage of lost things / My shiny trinkets of grief“. Cassandra sembra una riflessione, tra realtà e immaginazione, del periodo difficile del lockdown. Un mondo fermo dove ognuno era solo e perso,”Well, can you see me? / I cannot see you / Everything I thought I knew has fallen out of view / In this blindness I’m condemned to / Well, can you hear me? / I cannot hear you / Every song I thought I knew, I’ve been deafened to / And there’s no one left to sing to“. Heaven Is Here è un’altra canzone personale con chiari rifermenti alla carriera di artista. Breve nella durata e scarna ma originale nell’accompagnamento, “And I ride in my red dress / And time stretches endless / With my gun in my hand / You know I always get my man / And every song I wrote became an escape rope / Tied around my neck to pull me up to Heaven“. Tra le mie preferite c’è la bella Daffodil. Qui sente la versione più epica, quasi mistica dei Florence + The Machine. Tutto è ben bilanciato e ispirato. Da ascoltare, “There is no bad, there is no good / I drank all the blood that I could / Made myself mythical, tried to be real / Saw the future in the face of a / Daffodil / Daffodil“. Il singolo di punta dell’album, nonché la canzone più in linea con la consueta produzione, è sicuramente My Love. C’è poco da aggiungere, la classe e lo stile della Welch sono qui, “I was always able to write my way out / Song always made sense to me / Now I find that when I look down / Every page is empty“. Nemmeno un minuto per Restraint, nella quale Florence canta con voce sommessa pochi versi, “And have I learned restraint? / Am I quiet enough for you yet?“. Cambio di passo con The Bomb. Nonostante il titolo faccia presagire altro, ci troviamo invece di fronte ad un lento dalle tinte classiche. Una canzone d’amore come di deve, “I’ve blown apart my life for you / And bodies hit the floor for you / And break me, shake me, devastate me / Come here, baby, tell me that I’m wrong / I don’t love you, I just love the bomb“. Si chiude con Morning Elvis. Una canzone dolorosa e triste, che sembra raccontare le difficoltà di essere un’artista e soffrire sul palco come l’ultimo Elvis, “Well, pick me up in New Orleans / Pinned in a bathroom stall / Pick me up above my body / Press my corpse against the wall / I told the band to leave without me / I’ll get the next flight / And I’ll see you all with Elvis / If I don’t survive the night“.

Dance Fever è un album figlio del suo tempo che ci riporta ad una Florence Welch più umana, per così dire. Le incertezze, le insicurezze e la voglia di riscatto di questi tempi emergono da ogni strofa. Non c’è volontà di sperimentare per i Florence + The Machine, se non in brevi e rare occasioni, ma l’ennesimo tentativo riuscito di mantenere sempre alta la qualità delle loro canzoni. Questo è stato finora il loro segreto: fare sempre delle ottime canzoni, senza forse prendersi dei rischi ma del resto non hanno nemmeno il bisogno di farlo. Non ne ha bisogno Florence Welch, che si dimostra ancora un’artista irraggiungibile ma meno dea e sempre più mortale.

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Come il gelsomino la sera

Due anni fa, per mia fortuna, recuperai un album del 2019 intitolato Weather Beaten della cantautrice inglese Katie Spencer. Un debutto notevole che metteva in luce il suo talento, sia come musicista, sia come autrice. Quest’anno è uscito il suo seguito, dal titolo The Edge Of The Land. L’album è stato registrato in due giorni, dal vivo in studio ed è chiaro l’intento di restituire all’ascoltatore un’esperienza più sincera e vicina. La musica della Spencer non è immediata ma proprio per questo ha la capacità di svelarsi pian piano, ascolto dopo ascolto.

Katie Spencer
Katie Spencer

Take Your Time apre l’album, la chitarra acustica accompagna la voce morbida della Spencer che ci invita a prenderci tutto il tempo che ci serve. Ritroviamo con piacere le sonorità dell’esordio, “Seasons come, people grow / Wounds heal, so deep below / Take your time, take your time / Show me now, what surrender brings / Peace and solitude, some wondering / Take your time, take your time“. La title track The Edge Of The Land si dispiega su immagini che richiamano l’oceano, pennellando con le note e con la voce una canzone malinconica. Da ascoltare, “The passion fires of yesterday / Still burn bright and can’t be washed away / By the salt tide that ebbs and sways / Shapes our land into what we see today / At the edge of the land“. Segue Silence On The Hillside, una canzone dalle atmosfere rassicuranti e tranquille. Katie Spencer ha la capacità di trasportarci in un posto sicuro, con semplicità e sincerità, “Silence on the hillside / You know, it feels like night time / But the birds sing, and the sun shines / And it’s deserted down in the valley / People with family / Sharing quiet stories at home“. Roads è una canzone fatta di ricordi dolorosi che si rivelano sulle note pulite e riconoscibili della chitarra. Katie Spencer con poco riesce a fare molto, “I see you dancing in that confident way / Now I know, you were roaming around / In your infinite circle of doubt / And it all comes rolling back / Some of these memories have been kept hidden / Far off the beaten track / On the roads in my mind“. Bear’s Tune è un brano strumentale che troviamo a metà dell’album e ci fra apprezzare le doti di musicista di questa cantautrice insieme alla sua band. A seguire la bella Shannon Road che vive di nostalgia, di immagini di fine estate. La voce della Spencer è delicata, ci prende per mano come una vecchia amica, “Someone’s burning his old wardrobe on the green / And all the kids are laughing / Barefooted on the grass / And the cold is coming in, it’s september again / And the streetlights, they flicker on and off / On and off, on and off / It’s the shannon road silent disco“. Wormhole è una canzone di rinascita che trasmette sensazioni positive, che danno conforto. Tutto si allinea, musica e voce, in una splendida melodia, “Sadness is a teacher / Who we must come to know / He lets us know where we can go / Like the wind that bites my cheeks / Or like the jasmine in the evening / You make me strong, come the day“. Go Your Way è l’unica canzone non scritta dalla Spencer. Si tratta infatti di una cover dell’originale di Anne Briggs, riproposta in una forma meno tradizionale ma più nelle sue corde, “Friends and strangers bring stories / When asked where you have been / Magic stories they do tell to me / You go your way oh my love / You go your way oh my love“. Sweet And Gentle è un brano che lascia molto spazio alla musica che alle parole. Una canzone dalle atmosfere notturne e distese, che si illumina di speranza, “All my answers come to me / In the night time, so softly / Sweet and gentle, as the snow falls / So quietly“. L’album si conclude con Forevermore che si anima di amore e dolcezza, non senza una velata malinconia che risiede naturale nella voce di Katie, “Before you go, I wish you well with your travelling / May the darkness turn to light within / God only knows what’ll happen then / You don’t know whether you’re coming or going / Forevermore, forevermore“.

The Edge Of The Land è un album che segna l’ulteriore passo in avanti di Katie Spencer verso uno stile proprio e riconoscibile. La qualità di questo album è molto alta e per questo motivo non è un album sempre di facile ascolto. Niente melodie orecchiabili o ritornelli accattivanti, solo un lento e costante progredire di parole e musica. Katie Specer possiede la rara abilità di incantare chi ascolta e trasportarlo altrove, dando l’impressione di vedere e sentire cose che, noi comuni mortali, fatichiamo perfino a comprendere. The Edge Of The Land forse non è un album per tutti i gusti ma è un album di tutti, un luogo in cui ritrovarsi con sé stessi, un posto sicuro, senza sorprese.

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Ancora un altro libro, ep. 10

Dopo gli ottimi Imprimatur e Secretum, il terzo capitolo delle avventure di Atto Melani e del “ragazzo” senza nome, intitolato Veritas, si rivela essere un passo indietro rispetto ai precedenti romanzi scritti dalla coppia Monaldi e Sorti. Sempre ottima la ricostruzione storica ma stavolta si eccede con la fantasia e la presunzione. La morte dell’imperatore Giuseppe I è un pretesto debole che costringe gli autori ad aggiungere carne al fuoco per tenere in piedi la storia. In particolare la nave volante, con tanto di autopilota, mette a dura prova la sospensione dell’incredulità che, in un romanzo storico, non dovrebbe essere necessaria (o almeno non quanto un fantasy). Senza contare che resta un mistero la sua utilità all’interno della storia. La serie di omicidi è eccessivamente prevedibile e inutilmente brutale. Il colpevole viene svelato con un colpo di scena copiato pari pari da “I soliti sospetti” (film che all’epoca fu rivoluzionario ma rivisto oggi non più di tanto). Mi è parso inoltre che la prosa sia più moderna che nei precedenti ma forse è solo una mia impressione, così come lo sono le numerose ripetizioni degli stessi concetti. Mi spiace scriverlo ma questa volta Monaldi e Sorti hanno toppato e non di poco. Veritas resta un thriller di pura fantasia, con un intreccio debole, supportato però, come sempre, da un’immensa documentazione.

Sono tornato da Scott Lynch che ci porta per mare nel secondo capitolo dei Bastardi Galantuomini, intitolato I pirati dell’oceano rosso (Red Seas Under Red Skies). La struttura del romanzo resta la stessa del primo libro Gli inganni di Locke Lamora: Locke e Jean mentre stanno mettendo a segno uno dei loro colpi, rimangono invischiati in affari più grossi di loro. Chi conosce poco o nulla di termini marinareschi si troverà confuso quanto i protagonisti, lo stesso autore ammette poi di aver fatto un po’ confusione e di essersi inventato qualche termine. L’intreccio è il punto di forza di questa serie che, tra truffe, intrighi e tradimenti, tiene incollato il lettore fino al finale che lascia alcune questioni in sospeso per i volumi successivi. Linguaggio forte e violenza, ma anche molta ironia, restano i tratti distintivi di un fantasy fuori dagli schemi. Il mondo creato da Lynch si arricchisce di nuovi particolari e parole (ottima la traduzione), facendoci scoprire le sue regole e sui meccanismi che sovvertono quelli del nostro. Ora non mi resta che il successivo La repubblica dei ladri che finora è l’ultimo pubblicato da Lynch. Il prossimo The Thorn Of Emberlain pare sia di prossima pubblicazione ma è così da qualche anno ormai. Forza Scott ce la puoi fare!

Se con La svastica sul sole, Philip K. Dick non mi aveva pienamente convinto, con Ubik ho capito perché questo autore è così amato. La capacità di Dick nel creare una storia dalla struttura solida ma allo stesso tempo confusa, è il punto di forza di questo libro. Ambientato nel 1992, che all’epoca rappresentava un futuro relativamente lontano, l’umanità ha trovato il modo di mantenere in semivita le persone in punto di morte e avere contatti con loro. Tutto ruota attorno alla vita e alla morte e a questo stato di sospensione innaturale. Nella prima metà del romanzo Dick ci confonde con termini presi in prestito dalla fantascienza dell’epoca per poi, nella seconda, accelerare il ritmo e trovare numerosi colpi di scena. Un romanzo che corre senza sosta, senza passaggi a vuoto, che soffre solo di un immaginario fantascientifico ormai obsoleto ma continua ad offrire spunti di riflessione. Probabilmente leggerò altro di Dick ma l’impressione, leggendo opinioni qua e là, è che Ubik resta il punto più alto della sua produzione.

Impolverato e sfinito dal sentiero solitario

Lo scorso anno ho avuto il piacere di scoprire una cantautrice country, che per troppo tempo ha atteso nella mia whislist. Quando ho saputo che Brennen Leigh avrebbe pubblicato un nuovo album non me lo sono lasciato scappare. Questa volta però non è sola ma è accompagnata dalla band country Asleep At The Wheel attiva dagli anni ’70. Il titolo dell’album è Obsessed By The West ed è chiaro che cosa ci avrei trovato dentro. Country, western, bluegrass, americana e tutto ciò che ci può portare nel mitico west degli Stati Uniti.

Brennen Leigh
Brennen Leigh

L’apertura è affidata a If Tommy Duncan’s Voice Was Booze, una canzone che vuole essere un omaggio agli anni ’30 e ad uno degli esponenti di spicco della musica country di quei tempi. Se la sua voce fosse alcolica, dice la canzone, sarei sempre ubriaca, “If I had an old cast iron stove I’d whip us up a rhubarb pie / With berries and cream, wouldn’t that be a dream / Then I could lay right down and die / If I had a time machine I’d set it to ‘39 / And if Tommy Duncan’s voice was booze I’d stay drunk all the time“. In Texas With The Band ci racconta di quanto sia bello suonare in Texas. Una canzone allegra e con il giusto swing, che vede la partecipazione di Ray Benson, “I’ve rode on trains and aereo-planes / Ate steak and calamari / Shook the hands of diplomats / And played their fancy parties / Well I don’t mean to gripe or brag / Sure, the high life has been grand / But I’d trade my wage just to be on stage / In Texas with a band“. La successiva If I Treated You Like You Treat Me ci parla di un amore finito male. Qui c’è Emily Gimble ad alternarsi con Brennen Leigh e il risultato è una canzone country dalle melodie vintage, “If I treated you like you treat me / You’d run away and cry / You’d be wiping your little eyes / You’d be telling me goodbye and walking out the door“. Anche Same Dream è una canzone che parla d’amore. Un malinconico country classico, impreziosito dalla voce melodiosa della Leigh, “When you first said you loved me I knew I felt the same / But I was scared because I’d barely healed from an old flame / I made you wait too long, dear, and at last you gave up trying / But maybe some day we’ll dream the same dream at the same time“. Segue Tell Him I’m Dead, che vede la partecipazione di Katie Shore, è un brano spensierato e divertente che vuole farla finita con un amore che non ha funzionato, “If you think you’ve found your mister right, you’re wrong / He’ll love you fast and hot but not for long / For a while I held onto him tight / But if your eye’s on him I won’t put up a fight / I’d rather cuddle with a cactus, all curled up in my bed / And if he comes around, tell him I’m dead“. La title track Obsessed With The West è una splendida ballata dedicata ad un territorio ricco di fascino ma anche duro e spietato. Brennen Leigh ci porta lontano come solo lei sa fare, “I’m obsessed with the west, that ruleless old gal / Always coming or going, she can’t be corralled / Her buzzing cicadas, her chalky white rocks / Her high dancing grasses, her black buzzard flocks“. Comin’ In Hot è una divertente cavalcata di chi vive sempre di corsa, rincorrendo chissà cosa. Un canzone che scaccia i pensieri tristi, “And when It’s my appointed date / To stand up at those pearly gates / Much as I hate to make him wait / Tell old Saint Pete I’m running late / I’m coming in hot, I may not be there on the spot / My eyes are propped open and my nerves are shot / Lordy hang on, I’m coming in hot“. I Was Just Thinking Of You è un lento che sembra aver viaggiato nel tempo per giungere fino a noi. Una nostalgica canzone d’amore, semplice e dolce, “Yesterday I went by that old place we used to go / It’s exactly the same as it was all those lifetimes ago / Then just for a laugh I played that old song we once knew / Funny, I was just thinking of you / Funny, I was just thinking of you“. I Don’t Want Someone Who Don’t Want Me è una canzone leggera che racconta di un amore non corrisposto o forse no. Brennen Leigh è perfetta, la sua voce pulita corre veloce senza esitazioni, “When I first met you baby I was smitten by your charm / It felt so good to be the one a hanging on your arm / I might regret forever that I had to set you free / But don’t want someone who don’t want me“. Tra le mie preferite di questo album c’è Riding Off Onto Sunset Boulevard. Il canto melodioso e malinconico da vita ad una bellissima canzone in stile western che ci fa viaggiare con la fantasia, “I rode into town one day / Dusty, broke and tired / Worn out from the lonesome trail / A working man for hire / It’s been a couple weeks now / Since I’ve had a decent meal / The cowboy boots I’m wearing / Are rubbing blisters on my heels“. Decisamente tutt’altro tono in You’re Doing It Wrong. Una canzone spensierata e ironica che dimostra la versatilità di questa cantautrice, “You’re doing it wrong / All day long / You came from so far away / But you never left Waterloo, IA / You missed the point / And all the greasy joints / You’re headed on to Rome / You should have just stayed home / You’re doing it wrong“. Cosa dire poi della conclusiva Cottonwood Fuzz? Un ricordo d’infanzia luminoso e gioioso. Un gioliellino tenuto per ultimo, “And the cottonwood doing what the cottonwood does / Cottonwood fuzz, light as a feather / Soft as the summer nights that we spent together / If I can’t stop smiling honey it’s because / Love’s floating on the air like cottonwood fuzz“.

Obsessed By The West è un viaggio nella musica country e folk americani, e Brennen Leigh è nata per tutto questo. La sua voce è ferma e capace di dare la sfumatura giusta ad ogni canzone. Rispetto al suo predecessore, questo è ancora più vivo, brulicante di vita e di amore. Un album irresistibile che non può non piacere, al di là delle preferenze riguardo al genere musicale. Qui si vedono confermati tutti i cliché della musica country ma in questo caso è un pregio più che un difetto. Obsessed By The West ci porta in un mondo che forse non esiste più, o forse no, o semplicemente può esistere ancora se lo vogliamo.

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Non c’è più niente da salvare

Non sapevo nulla riguardo alla storia di Jessica Willis Fisher e della sua famiglia, sono arrivato a lei leggendo una recensione come tante che ha attirato la mia attenzione. Non sarò certo io a riportarla qui, ognuno di voi potrà farlo cercando un po’ in rete, se vuole. Ma è chiaro fin dal titolo del debutto solista di questa cantautrice e musicista americana, che Brand New Day vuole segnare l’inizio di una nuova vita, lontano dalle brutte esperienze che ha vissuto. Ho l’impressione a volte di prevedere con facilità cosa ascolterò ancora prima di premere play. Mi bastano la copertina dell’album, qualche foto promozionale, l’artwork in generale, per indovinare. Questo album profumava di country americano fino al midollo. Ed era quello che volevo.

Jessica Willis Fisher
Jessica Willis Fisher

La title track Brand New Day dà il via non solo all’album ma anche alla speranza di un futuro migliore. Un country positivo e luminoso che lascia buone sensazioni, “Life can’t let you down / When you’re leaving rock bottom with the lost and found / Luck comes knocking on the way / Jump don’t turn around / You’re gonna hit the net before you touch the ground / Love will rise again and say it’s a brand new day“. La successiva Fire Song affronta il passaggio più doloroso, ovvero lasciarsi alle spalle il passato, bruciare ogni sua traccia. In un’atmosfera notturna spicca il suono del violino della Willis Fisher, “Wake up, wake up / This ain’t just a dream / The smoke is fillin’ up the room / Can you smell the kerosene? / Let go, let go / There’s nothin’ left to save / There’s poppin’ in the timbers / And the sky’s about to cave“. Hopelessly, Madly è una canzone d’amore che può apparire banale ma è soprattutto sincera che si lascia ricordare per un bel ritornello, cantato con voce angelica, “Laying down in thе dark you kiss me goodnight / I feel the warmth of your body and everything’s right / I don’t know why the time should fly and go so fast / But I believe that you and me can make this last“. Segue Slow Me Down, una ballata che corre sulle note di una chitarra acustica. Un invito a non vivere la vita con frenesia e saper rallentare per godersi le gioie della vita, “Sweet, sweet simplе life and / Spending all my time with you and mе and family around / And get more of this, sweet, sweet way of living / I didn’t know what I was missing, taking all for granted until now / Baby, slow me down, baby, slow me down“. Con Lucky One si vira verso un country blues che ci ricorda di non mollare mai di fronte alle difficoltà. Jessica Willis Fisher dimostra di saper cambiare registro con naturalezza tra una canzone e l’altra, “You can try and say it’s all right / When you should cry and say it’s not alright at all / But if you lie, heaven help you when you fall / ‘Cause it’s a long way down, a long way down / When you’re not the lucky one“. My History forse non è un caso che si piazza a metà di questo album. Qui Jessica cerca di affrontare la propria storia con un country delicato ma duro allo stesso tempo, “All my story now belongs to me / I will try to build a better life for me / No one else will know what I could see / I am my survivor and you will be my history“. River Runaway si apre con le note del violino che introduce il canto della Willis Fisher. Una canzone che lascia molto spazio alla musica e fa risaltare il suo talento di musicista, “River runaway / Oh, I’m ready to ride to the end of the line / No more need to stay / No one else will believe in the path only mine“. You Move Me mi ha ricordato la Musgraves degli esordi. Una canzone sulla forza dell’amore, semplice e dolce, “Here is how love was to me, I could look and not see / Going through the emotions, not knowing what they mean / And it scared me so much, that I just wouldn’t budge / I might have stayed there forеver if not for your touch only mine“. La successiva Gone è un’iniezione di fiducia ed energia. Ancora una volta il tema è la volontà di guardare avanti e seguire la propria strada, “And I’ll keep walking down this road I’m on / Knowing you’ll be gone and I’ll be fine / And I’ll keep going ‘til there’s no more fear / Knowing I’ll be here and you’ll be gone“. L’album si chiude con October First che affronta in modo più esplicito le vicende che hanno segnato la vita di Jessica e della sua famiglia. Una canzone toccante quanto liberatoria, “Oh, the times have changed but so have I / And I can’t help but wonder why I even wrote this song / Oh, you’ll have to reap the seeds you’ve sown / And I’ll leave well enough along and just keeping going on / I’ll just keep going on“.

Brand New Day è un album dalle melodie immediate, squisitamente country, con un approccio marcatamente americano ma nel quale si percepisce una volontà forte di chiudere un capitolo doloroso della vita. Jessica Willis Fisher sceglie di farlo attraverso la musica, quella musica che ha unito la sua famiglia. Un album che può essere ascoltato anche senza conoscere nulla di tutto quello che ha vissuto ma che comunque sa trasmettere una sensazione di riscatto e fiducia. Brand New Day è un bell’album nel quale spicca la componente emotiva e ci fa conoscere un’artista di sicuro talento da tenere d’occhio nel prossimo futuro.

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Mi ritorni in mente, ep. 83

Dopo un anno dal suo ultimo disco, intitolato Ignorance, la cantautrice canadese Tamara Lindeman ha pubblicato lo scorso marzo un altro album dal titolo How Is It That I Should Look At The Stars. Il suo progetto The Weather Station si arricchito quindi un nuovo capitolo ma si tratta di un disco del tutto particolare. Infatti è da vedersi più come un’appendice di Ignorance, fatto di canzoni scartate, forse incomplete a volte così personali da avere paura di pubblicarle.

Registrato live in tre giorni, How Is It That I Should Look At The Stars, è un ritorno alle sonorità acustiche e dilatate tipiche degli esordi della Lindeman. Un album scarno e sincero nel quale sembra di invadere la sfera privata di un’artista che non si è mai nascosta in tutti questi anni di carriera. Un album nel quale non esistono ritornelli orecchiabili o melodie di facile presa ma al quale vale la pena concedere un ascolto, a partire da questa Endless Time.

Brutale bellezza avvolta dalle mareggiate occidentali

Non conoscevo molto la musica di Iona Lane, cantautrice di stanza a Leeds ma quando ho saputo che aveva bisogno di supporto per il suo album di debutto, non ho esitato a contribuire. A volte mi piace acquistare un album a scatola chiusa e con largo anticipo. L’attesa è durata fino allo scorso marzo, quando Hallival è stato pubblicato. Con curiosità mi sono messo all’ascolto e ho capito subito che avevo fatto bene a dare fiducia a Iona Lane. C’è tutto quello che mi piace della musica folk e i nomi di chi a collaborato con lei sono una garanzia.

Iona Lane
Iona Lane

Western Tidal Swell apre l’album, ispirandosi alle montagne dell’isola di Rum in Scozia. Un folk di ampio respiro, uno sguardo sulle bellezze di quel territorio e la sua aspra natura, “Drink from Kilmory well / Forever you’ll be bound / To Shearwaters on the slopes of Hallival / Brutal beauty wrapped in western tidal swell / Brutal beauty wrapped in western tidal swell“. La successiva Mary Anning si ispira alla storia una paleontologa vissuta nel 1800 ma che essendo donna ha dovuto vedere le sue scoperte ai colleghi maschi. Qui la voce e lo stile della Lane mi hanno ricordato Rachel Sermanni e questo è un bene, “Naivety is clear to see / Wiped from their memories / For breaking ground in man’s dominion / They’re after my compliance / They shut the door on my discoveries / Bought my name scrubbed it out / Bought my name scrubbed it out / Told me beyond any doubt“. Tipalt Burn è un folk dalle tinte che vede la collaborazione di Jenny Sturgeon in un dialogo tra il fiume omonimo e il Vallo di Adriano. Il suono della chitarra accompagna la voce della Lane, dolce e eterea, “Said the burn to the wall / There’s use within your tumbled brick / You’re slumped in the ground / Here’s a chance to repurpose relics / In the borderlands / You’re making your home / Nature’s gift will give you / A licence to roam“. May You Find Time è una canzone dalle sonorità tipiche della tradizione folk. La scrittura è pulita, poetica e il canto galleggia sulle note degli archi. Da ascoltare,”Look for tides to take your sorrow / Let currents take you / Wild lands you’re free to borrow / To your island go / May you find time to love another / Explore the world as a pair / Share all you have / All you have is to share“. Fingal & Bran si ispira ai monoliti di Machrie Moor per raccontare una storia di compagnia e condivisione. Iona Lane riesce ancora a dare a vita ad una canzone splendida, “Aged Titan’s past his prime / His old friend Bran is moving slower / Soon they’ll hear three knocks in tow / But to spite tide and tide, they’ll protect one another / For years we explored peaty wastelands / Blown barren by westlin winds“. Schiehallion racconta invece del cosiddetto esperimento dello Schiehallion avvenuto nel 1774 per tentare di misurare la densità della Terra e le celebrazioni che ne seguirono. Brano che vede la partecipazione di due musiciste come Rachel Newton e Lauren MacColl, “How do you measure the weight of the earth / The sun the moon and all our neighbours / Just an only lonely mountain / And tricks of scientific labour / Caught by surprise / Mythical animals run and ride“. Il suono inconfondibile di un shruti box si spande in Mermaid. La voce si prende la scena in una melodia folk solitaria e oscura che ci racconta la leggenda di una sirena, “To this day her presence haunts the loch / Her body deformed by the shoreside / She lurks in the depths, tries to hide / But now she resides / As the mermaid of Assynt / The mermaid of Assynt“. Headspace è una delicata canzone folk, breve e personale. Una canzone senza tempo e bella nella sua semplicità, “As time’s flown and I’ve grown / On my own a stones throw / As time’s flown and I’ve grown / To love you / Oh I do / Oh I love you / Oh I do“. Crossroads si affida ad un folk più moderno, tratteggiato sulle note della chitarra. Un’altra bella canzone, ben scritta ed interpretata, “You showed me how to live on our own land / Against armoured boots who hurt ‘cause they can / Let’s take our chance meet tomorrow where I’ll be / On our crossroads we can dance and love we can be free“. The Poet & The Painter sembra voler racchiudere qualcosa di inafferrabile, così come fanno la poesia e la pittura. Un brano essenziale, dalle atmosfere dilatate e di grande effetto, “The line that you drew / Across the page from where I see me and you / A palette of blue / That swirls around you / A canvas your brushes choose“. Chiude l’album Humankind, nella quale ritroviamo Jenny Sturgeon. La voce della Lane corre sulle note della chitarra, in un delicato equilibrio, “May you find, in due time / What we need, is a soul / To follow us / Only to remind that / When we fall, and we all fall / Someone will be there to hear us / May you find, then rewind / Some of your time, for humankind“.

Hallival è un ottimo album di debutto che mette in luce le capacità, affinate negli anni, di Iona Lane. Come succede spesso nella musica folk, di oggi e di ieri, sono le piccole cose, le più semplici a dare ispirazione per delle canzoni che vogliono regalarci qualche minuto di poesia. Hallival è una finestra sulle bellezze della natura ma anche sugli uomini che la abitano, arrivando infine a noi stessi. Un piccolo universo a sua volta contenuto in uno più grande. Iona Lane usa con sapienza ed attenzione tutti gli stilemi del folk moderno che trae a piene mani dal passato, onorandolo con rispetto e ammirazione.

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