Crocevia

C’è ancora tempo per scoprire musica nuova andandola a cercare tra gli album dell’anno passato. Io ascolto e mi segno, metto in wishlist, qualsiasi cosa mi incuriosisca. Poi quando è il momento vado a recuperare qualche album tra questi. Bound è stato pubblicato lo scorso novembre ed è il frutto della collaborazione di due artiste di stanza a Glasgow, Jenn Butterwoth e Laura-Beth Salter. Entrambe attive da tempo nella scena folk britannica, hanno deciso di unire le forze e le capacità in questo progetto. Jenn alla chitarra e Laura-Beth al mandolino, formano una coppia dalle caratteristiche interessanti che, fin dalle prime note di questo album di esordio insieme, invoglia all’ascolto e alla scoperta della loro musica.

Jenn & Laura-Beth
Jenn & Laura-Beth

Si comincia con Let The Sun Shine Down On Me / Than Hall’s e si tratta di riarrangiamento di una classico di Jean Ritchie ma con la musica originale della Salter. Il mandolino ha un suono unico e riconoscibile che dà sempre nuova vita alle canzoni quando è ben sfruttato, come in questo caso. Lo stesso vale per la strumentale Shine. Un brano luminoso e carico di buone sensazioni. Un perfetto sottofondo per questa primavera che volge all’estate, che ha il potere che scacciare i pensieri. Da ascoltare. The Braver One richiama le sonorità di un folk più contemporaneo e carico di significato. Chitarra e mandolino si mescolano alla perfezione creando un’atmosfera scura e forte. La successiva Wings On My Heels è una cover di una canzone di Boo Hewerdine. Una bella canzone dai tratti pop allietati dalla voce cristallina della Butterworth. La strumentale 1,2,3,4 / Joseph Salter’s è un altro brano strumentale diviso in due parti, la prima scritta dalla Butterwoth e la seconda dalla Salter. Entrambe orecchiabili, che traggono ispirazione dalla tradizione ma con un interessante piglio moderno, veloce e tirato. Una delle canzoni che preferisco di questo album è sicuramente The Great Divide. Si tratta di un cover della cantautrice americana Kate Wolf, cantata dalla Salter e sempre accompagnata dalla chitarra acustica e dal mandolino, i due strumenti musicali caratteristici del duo. Rispetto al brano originale, questo accompagnamento, dà alla canzone un impronta più british e meno americana ma sua la purezza e la poesia si conservano intatte. Apple At The Crossroads / Elzwick’s Farewell è uno brano strumentale composto in due parti, la prima è del musicista scozzese Calum MacCrimmon, la seconda è una musica tradizionale. Segue a ruota, If I Had A Lover / The Belle Of The Ball, una canzone del cantautore scozzese Bert Jansch, arricchita dalla musica originale della Butterworth. Un’ottima reinterpretazione che esprime al meglio il talento di queste due ragazze, unite dalla passione per la musica. There Is A Time è anche questa una cover di un classico dei The Dillards, band bluegrass americana. Jenn & Laura-Beth rallentano il ritmo e la portano nei territori del folk dall’altra parte dell’oceano. Quasi un’altra canzone, rinata sotto una nuova forma. Hasse’s A / 32 Bars Of Filth è un altro brano strumentale, sempre in due parti. La prima degli svedesi Väsen e a seguire un pezzo scritto da Luke Plumb dei Shooglenifty. Chiude l’album Come To Jesus, cover della cantautrice americana Mindy Smith. Le sonorità country dell’originale vengono rimpiazzate da quelle più folk del duo. Il risultato però è un buon mix tra le due, dimostrando ancora una volta la bravura di queste due artiste.

Bound è lo straordinario prodotto della collaborazione tra due artiste che propongono una serie di canzoni completamente rivisitate, intervallate da brani strumentali originali e non. Ogni scelta di questo album, dimostra la grande ricerca musicale che questo duo ha saputo fare in Bound. Jenn Butterwoth e Laura-Beth Salter hanno dato alla luce un coinvolgente viaggio nella musica folk, mescolando con attenzione modernità e tradizione. Una collaborazione, questa, che spero non rimanga isolata, non solo per il piacere di ascoltare la loro musica ma anche per scoprire nuovi artisti e nuove canzoni, come è successo con questo album.

 

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Mi ritorni in mente, ep. 44

Il mese di Maggio è ricco di nuove uscite interessanti è gli album da ascoltare si accumulano di settimana in settimana. Oltre alle nuove uscite ci aggiungo qualche album degli anni passati e stare al passo è impegnativo ma piacevole. Oggi mi prendo una pausa e torno alla mia rubrica a pubblicazione casuale.

Tra la tanta musica che non ha trovato spazio su questo blog lo scorso anno c’è un EP d’esordio della cantautrice inglese Janileigh Cohen. Nel 2015 ha pubblicato As A Child, un piccolo gioiellino di musica folk composto da cinque canzoni. La straordinaria voce della Cohen rende ogni canzone a suo modo speciale e poetica. Su tutti la title track As A Child , Old Friend e Same Old Road. Vi invito ad ascoltarlo per intero qui: janileighcohen.bandcamp.com, se volete passare qualche minuto in tranquillità e serenità in una domenica come questa.

Senza volto

Quando scopro un nuovo artista, mi piace cercare qualche informazione su di lui. Al giorno d’oggi è piuttosto facile farlo attraverso internet, Wikipedia o i social network. Ma nel caso di Rob Reid è stato praticamente impossibile. Avevo aggiunto il suo EP Paradise alla mia wishlist di Bandcamp e qualche giorno fa è entrato nella mia collezione. Paradise è stato pubblicato l’anno scorso e mi ha subito attirato per il suo bel sound americano. Rob Reid è un cantautore canadese e questo è il suo debutto. Si può scoprire qualcosa in più sul suo sito ufficiale e poco o nulla nella sua pagina Facebook. Non una sua foto o interviste. Interessante di questi tempi, no? Ci sono solo otto canzoni che parlano per lui. Nient’altro.

Si inizia con la rockeggiante Paradise. Le chitarre hanno un suono famigliare, confortevole. La voce di Reid è perfetta per queste canzoni, questo classico rock americano. Un inizio irresistibile che ci spinge a proseguire nell’ascolto di questo EP. Più folk e distesa, la successiva Honest Monday. Come da titolo è una canzone sincera, dall’apparenza spontanea, che si risolve in meno di due minuti. Niente male. Roll On è orecchiabile e solitaria. Rob Reid sembra avere tanto da raccontare e sa farlo con una semplicità e maturità invidiabili. Così come riesce a fare con la successiva Devil’s Shoulder. Un folk americano oscuro e desolato, che cresce tra contaminazioni blues. Nulla di nuovo ma quello che conta è ciò che questa canzone riesce a trasmettere. Lo fa attraverso la via più semplice e sicura. Un’altra ballata country come Erin’s Song (Guiding Light) continua a farci viaggiare in territori conosciuti e famigliari. Rob Reid duetta con una voce femminile che (ahimè) non sono riuscito a scoprire a chi appartiene. Un altro piccolo mistero che si aggiunge al quadro. Don’t Mean To Confuse You, a dispetto del titolo, confonde con le sue chitarre a briglia sciolta. Reid si rivela un rocker abile molto differente da quello ascoltato finora. Il ritmo è tirato e le parole escono veloci come un treno nel deserto. Colpisce nel segno. Dust And Decay è una splendida ballata country malinconica. Lo stile è collaudato ma supportato dalla voce carismatica del cantautore canadese. Ancora la chitarra è protagonista, come potrebbe essere altrimenti? All My Friends è un’altra trasformazione di Reid, che chiude questo suo EP con ironia e ritmo. Un country ballabile da fine serata, un buon modo per salutare gli amici.

Paradise è un bignami del folk rock americano. C’è un po’ di tutto. Rob Reid è un buon ambasciatore in terra canadese del rock a stelle e strisce. La scrittura è matura e fa pensare ad un debutto tardivo. Con queste canzoni forse abbiamo conosciuto Rob più di quanto possa fare una fotografia o un profilo social. In un mondo, anche quello musicale, dove apparire è diventato fondamentale, Rob Reid ha scelto di rimanere in una sorta di anonimato e non mi stupirei affatto se il suo fosse solo un nome d’arte. Paradise, in definitiva è un veloce viaggio nel paese del country, in compagnia di un amico un po’ schivo ma sincero.

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Serenate per sognatori

Quando si tratta di un album di debutto non posso certo lasciarmelo scappare. Soprattutto dopo aver partecipato alla campagna di crowdfunding. Questo metodo di finanziamento si sta diffondendo sempre di più tra gli artisti che non godono di un pubblico vasto e che vogliono continuare a fare ciò che amano senza piegarsi alle leggi del mercato. Emily Mae Winters ha potuto così dare alla luce Siren Serenade, album di debutto che segue l’EP Foreign Waters uscito lo scorso anno. Le premesse di un debutto di tutto rispetto erano racchiuse in quell’EP e nelle canzoni che hanno anticipato l’album, che si è rivelato una piacevole sorpresa.

Emily Mae Winters
Emily Mae Winters

La traccia di apertura è la malinconica Blackberry Lane che ci introduce nelle sonorità folk della Winters. La sua musica è un buon mix tra il folk tradizionale e americano ma con un approccio contemporaneo. Un inizio che affascina e cattura fin dalle prime note. La successiva Anchor è una delle canzoni più emozionanti di questo album. La musica delicata accompagna la meravigliosa voce della Winters. Un crescendo inteso che mostra il lato più folk legato alla tradizione. Fiddlers Green è una canzone popolare irlandese e non nascondo che è tra quelle che più mi ha impressionato in questo album. Non tanto per la canzone in sé, il folk irlandese è sempre benvenuto, ma soprattutto per l’interpretazione della Winters e l’uso che ne fa della voce. Il finale strumentale è pura gioia per le orecchie. La title track Siren Serenade è quella canzone che non ti aspetti. In questo brano vengono fuori le sfumature soul nella voce delle cantautrice inglese. Ritmo e melodia di sole voci si fondono, creando un piccolo gioiellino all’interno di questo album. As If You Read My Mind è una bella ballata pop nella quale spicca il suono del pianoforte. La musica accompagna la voce della Winters, sempre intesa e calda. Una canzone breve che conferma la purezza del talento di questa cantautrice. Hook, Line and Sinker è una canzone orecchiabile che richiama alla tradizione del country americano. Davvero molto bello poter ascoltare canzoni con stili diversi nello stesso album ma tutti accomunati dall’ottimo lavoro della Winters e della sua band. La successiva Miles To Go è carica di speranza e buoni sentimenti. Una canzone che nella quale si assapora il gusto del folk americano, grazie all’immancabile e caratteristica steel guitar. The Star è un affascinante canzone dai tratti misteriosi. La voce della Winters di muove sicura e potente tra gli archi e il pianoforte. In questo album è la canzone più imponente, a tratti epica, che si possa ascoltare. The Pirate Queen è ispirata alla figura della pirata irlandese Anne Bonny. Lo stile della canzone è quello tipico delle canzoni marinaresche, che ci fanno venire voglia di imbarcarsi. I pirati hanno da sempre un fascino del tutto particolare e questa canzone riesce a catturarlo alla perfezione. Down By The Sally Gardens è una canzone ispirata al poema omonimo del poeta irlandese William Butler Yeats. Qui c’è tutta l’atmosfera delle canzoni popolari irlandesi, romantiche e malinconiche. Chiude l’album la teatrale Reprise. Emily Mae Winters esprime al meglio il concetto di folk contemporaneo, con un brano etereo e sognante. La sua voce è morbida quanto basta per dare quel fascino misterioso a tutto il brano.

Siren Serenade è un album di debutto che racchiude tutto il talento di Emily Mae Winters come cantautrice, supportata da musicisti che con il loro accompagnamento lo arricchiscono. Il principale punto di forza di questo album è sicuramente la capacità della Winters di spaziare dal folk irlandese a quello inglese, passando per quello americano. Un viaggio tra stili diversi che permette, a chi ascolta, di trovare in ogni canzone qualcosa di speciale. Alcune canzoni sono più pop e perfino soul, rivelandoci di cosa è capace Emily Mae Winters. Se in un album di cover e inediti fai fatica a distinguere gli uni dagli altri, se non le conosci, allora il gioco è fatto. L’album è già un classico. Ed ecco che Siren Serenade si propone come candidato tra i migliori album di debutto di quest’anno, un album da ascoltare e riascoltare, trovandoci ogni volta un motivo per sorprendersi e sognare.

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Gli altri siamo noi

Come è già successo qualche tempo fa, ho voluto approfondire la conoscenza della musica di un artista, non limitandomi ad un solo EP, quello più recente, ma mettendone insieme un paio. Questa volta è successo con due EP della cantautrice inglese Emma Ballantine che recentemente ha pubblicato Somebody’s Story che raccoglie quattro canzoni ispirate ad altrettante storie vere. In precedenza avevo avuto il piacere di ascoltare due sue canzoni come The Love I Seek e Perfect Crime. Ero rimasto davvero impressionato dallo stile e dalla voce della Ballantine, così ho messo insieme, per questa recensione, l’EP Tourist del 2015 e il più recente Somebody’s Story.

Emma Ballantine
Emma Ballantine

Tourist si apre con la bella The Love I Seek, una canzone intensa sulla forza dell’amore. Fin dai primi ascolti, cattura grazie alla sua energia e quella chitarra che ha un ritmo spagnolo. Da ascoltare, “Weigh up the pros and cons / I see your calculation but your answer is wrong / And I’m not an equation or a final exam / Why can’t you love me as I am?“. La successiva Perfect Crime è una vibrante canzone dalle sfumature rock, che trova la sua forza nella voce della Ballantine. Una voce versatile che sa trasmettere, in questo caso, un senso di urgenza e tensione. Una dimostrazione di talento, “The perfect crime / The perfect crime / The scars are out, are out of sight / My eyes are blind / My hands are tied / Your victim is in my mind“. Tourist è una canzone poetica e intensa. Il ritornello è gioia per le orecchie, Emma Ballantine tira fuori il meglio di sé. Una delle canzoni più emozionanti di questo EP, “Cause ooh, I’m just passing through / We barely met at all / So I’m barely leaving you / Tell me this before I go / Is your heart built for this? / For falling in love with a tourist“. Segue una bella cover, The Queen & The Soldier di Suzanne Vega. Una versione non lontana dall’originale, solo dalle sonorità più folk, “A soldier came knocking upon the queen’s door / He said, “I am not fighting for you any more” / And the queen knew she’d seen his face someplace before / And slowly she let him inside“. Chiude Fall, che affascina per le sue atmosfere delicate e malinconiche. Una canzone che, con la sua semplicità, esalta il talento di questa cantautrice, ricordandomi un’altra artista come Hattie Briggs “I was born in September when the leaves were turning brown / Halfway between the summer and the wintertime / And that may be why I never make up my mind, who knows?“.
L’EP Somebody’s Story inizia con l’ottima Secret Tunnel. C’è stata un’evoluzione musicale che ha portato Emma Ballantine verso uno stile più moderno ma ugualmente efficace. Questa canzone è ispirata dalla storia di Lisa, che dopo anni di abusi subiti dal padre, trova una nuova famiglia pronta a difenderla. La successiva è la triste Harmonise, ispirata alla storia di Brian che fino all’ultimo, a dispetto della malattia, ha continuato a suonare per amore della musica. Astronaut racconta la storia di Vicki che, negli anni ’50 lascia la sua casa in Inghilterra per raggiungere e sposare Jack, di stanza in Kenya. Il messaggio è semplice, l’amore abbatte i confini e le distanze. Through Your Eyes si ispira alla storia di James, affetto da autismo, che riesce a vedere il mondo in modo diverso, trovando la gioia nelle piccole cose di questo mondo distratto. Tutte le storie complete si possono leggere qui: somebodysstory.com

Emma Ballantine riesce, attraverso le sue canzoni, ha esprimere il meglio del cantautorato femminile inglese degli ultimi anni, spaziando dai brani più acustici e folk, passando per il rock fino al pop. Tourist rappresenta al meglio questa caratteristica, facendo emergere il suo aspetto poetico e musicale. Il recente Somebody’s Story, invece sorprende per la sensibilità di Emma. Mettere in musica storie che non la riguardavano direttamente non è cosa semplice. Scrivere una canzone cercando ispirazione nelle storie altrui è una responsabilità importante che necessità di una buona dose di sensibilità e una capacità di immedesimazione non banali. Emma Ballantine è una cantautrice che fa quello che tutte le cantautrici, e cantautori, dovrebbero fare: rendere eterne e vicine le emozioni, che siano esse le nostre o quelle degli altri.

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Notizie false

Dopo aver letto Il nome della rosa (Penitenziagite) poco più di un anno fa, avevo comprato Il cimitero di Praga pochi mesi prima della scomparsa di Umberto Eco. Ho scelto questo libro approfittando di un’offerta senza sapere di cosa si trattava. Rimasto per diverso tempo nella mia libreria, solo il mese scorso l’ho aperto, addentrandomi nel diario delle avventure di Simone Simonini. Eco ricostruisce la sua vita attraverso tre punti di vista differenti. C’è un Narratore che dà una collocazione alle vicende del diario di Simonini e cerca di mettere un po’ ordine nei momenti meno chiari della narrazione. C’è poi il diario, tenuto da un anziano Simonini che ripercorre la sua esistenza cercando di recuperare la memoria degli ultimi giorni. Ogni tanto si intromette in questo diario tale abate Dalla Piccola, che si rivelerà fin da subito essere una seconda personalità dello stesso Simonini. La trama va avanti tra flashback e le ricostruzioni del Narratore in un vortice di eventi non sempre semplici da seguire. Il risultato è un viaggio nella storia d’Italia e d’Europa tra il 1830 e il 1898.

Simonini è un falsario, che svolge il suo lavoro al sicuro nella sua attività di antiquario di copertura. Eco muove Simonini tra i principali eventi storici dell’epoca partecipando anche alla spedizione dei Mille. Il personaggio di Simonini è un antieroe senza scrupoli disposto ad uccidere o a far uccidere per soldi, ed è uno dei pochi personaggi di fantasia che compaiono nel libro. Gli altri sono tutti realmente esistiti ed è proprio questo che rende questo romanzo incredibile. Il romanzo affronta con una sottile ironia l’ascesa degli ideali antisemiti che hanno caratterizzato la prima metà del novecento. Simonini si impegna per diffondere l’odio verso gli ebrei, costruendo ad arte falsi che li mettono in cattiva luce. Il suo grande progetto è la descrizione di una riunione tra potenti ebrei che smaschererebbe il loro progetto di conquista del mondo. Il suo sogno si realizza in quello che oggi conosciamo come i Protocolli dei Savi Di Sion. Un documento sul quale si baseranno i principi dell’ideologia nazista. Eco crea il personaggio di Simonini come fosse il deus ex machina di tutto il falso di quegli anni. Il contorno è composto da personaggi reali, che davvero anno falsificato e inventato qualsiasi cosa pur di cavalcare il nemico del momento, fosse la Chiesa, i massoni, gli ebrei o i comunisti, plasmando il corso della storia.

Il cimitero di Praga è una lettura a tratti divertente e satirica, nella quale alcuni lettori malpensanti potrebbero rimanere disgustati dall’odio antisemita che pervade ogni pagina. Io al contrario l’ho trovato un libro che vuole smascherare le false credenze, alimentate da uomini senza scrupoli, mossi dal denaro e dal potere. Si può rivedere in questo romanzo l’odio che oggi si sta diffondendo verso la cultura mussulmana. Eco vuole metterci in guardia, per evitare che la storia si ripeta. Perché oggi si fa un gran parlare delle cosiddette fake news che altro non sono che false notizie messe in giro da megalomani e malintenzionati. Nel ottocento si diffondevano attraverso riviste sovversive o clandestine, oggi tutto avviene più velocemente e semplicemente attraverso i social network. Il cimitero di Praga è un libro perfetto per il momento storico che stiamo vivendo, un viaggio in un periodo storico confuso che mette in dubbio la storia che conosciamo, quella italiana ed europea. Se il lettore ha la pazienza di mantenere il filo narrativo tracciato dalle tre voci del romanzo, scoprirà una lettura molto interessante, perfino divertente, ed illuminante di uno dei più grandi scrittori italiani.

Umberto Eco
Umberto Eco

Visioni cosmiche

Lasciai questa band olandese alle prese con un folk etereo, dalle contaminazioni americane, circa due anni fa e ora li ritrovo un po’ cambiati. I Mister And Mississippi sono tornati quest’anno con il loro terzo album, intitolato Mirage. La copertina spaziale e vagamente psichedelica, lasciava intravedere una svolta piuttosto decisa verso sonorità lontane dal folk degli esordi. I primi singoli, non hanno fatto altro che confermare questa mia sensazione. Quando c’è da esplorare un mondo nuovo, anzi qui si parla di spazio interstellare, io non mi tiro indietro. Mirage mi incuriosiva e non vedevo l’ora di ascoltarlo. Maxime Barlag e soci mi hanno colto impreparato ma non significa che sia un male. Affatto.

Mister And Mississippi
Mister And Mississippi

L’album si apre con la contagiosa Wolfpack. La voce della Barlag è distorta e aleggia tra linee di basso ed eco elettronici. Subito si delinea il nuovo corso della band, che tra i synth, trova una forma nuova e convincente. Anche la successiva Lush Looms fa leva sul ritmo e sulla voce morbida ma vagamente fredda della Barlag. Il ritornello è orecchiabile e richiama alla memoria un sound anni ’90. Il revival di questo decennio un po’ dimenticato sembra cominciato davvero. La successiva The Repetition Of Being Alone è più vicina alle produzioni precedenti del gruppo. A mio parere una delle migliori canzoni dell’album che dimostra l’abilità della band nello scrivere canzoni. La titletrack Mirage si apre con un muro di chitarre distorte, spezzato dalla voce sognante ed eterea della Barlag. Il sound è una sorta di rock psichedelico lanciato verso un futuro fantascientifico. Ed è proprio questa l’anima dell’album. Il singolo HAL9000 è un accattivante brano, facile da ricordare. Il titolo è ispirata al celebre supercomputer della navicella Discovery del film di Kubrick 2001: Odissea nello spazio. Una canzone davvero ben fatta. La successiva Pulsar sembra uscita da un album degli Editors. Suoni elettronici e futuristici danno forma alle nuove sonorità new wave dei Mister And Mississippi. Una canzone che di fatto non decolla mai, viaggiando a velocità costante nello spazio. Con i suoi cinque minuti e mezzo, Vices/Virtues è il tentativo di produrre un brano dai tratti epici, alleggerito dal ritornello. La band in questo brano riesce a coniugare al meglio il suo passato e il suo presente, arricchendosi di dettagli musicali. Interstellar Love Part I è un breve intro musicale ad Interstellar Love Part II che rappresenta il cuore pulsante dell’album. Sonorità anni ’80 per una delle canzoni più mature e ispirate di questo album. L’artificiosità dei suoni e il finale sperimentale meritano un’attenzione particolare. Da ascoltare. Replicants è un finale etereo, vibrante che ripropone i tratti caratteristici del gruppo ma sotto una forma più moderna e più coraggiosa. Un brano segna la fine di un viaggio nel buio dello spazio infinito.

I Mister And Mississippi con Mirage, riescono nella non facile impresa di cambiare, anche piuttosto radicalmente, senza perdere la loro identità. La forza di questo album sta nella coesione tra le singole tracce che lo compongono. Tutto riconduce ad immagini di stelle lontane e pianeti sconosciuti. Che siano dentro di noi o al di fuori, questo sta all’ascoltatore decidere. Quella figura astratta in copertina è la perfetta sintesi di un album che ha tolto i Mister And Mississippi dalle pericolose sabbie mobili del pop folk, lanciandoli in orbita, tra new wave e revival anni ’80. Guidati dalla carismatica Maxime Barlag, sempre più protagonista, il gruppo olandese riesce a sorprendere e a spazzare via un po’ della polvere che si era formata sull’ultimo album.

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