La zona libera

Nonostante io continui a leggere libri regolarmente, molto meno regolarmente questi trovano spazio su questo blog. Dopo aver terminato le avventure dell’arciere Thomas di Hookton con L’eroe di Poitiers di Bernard Cornwell e attraversato la terra di mezzo con Tolkien e Bilbo ne Lo Hobbit, mi sono infilato nei dedali dei tribunali de Il processo di Kafka. Tre libri molto diversi tra loro ma tutti, per un motivo o per l’altro, mi sono piaciuti. Lo Hobbit mi ha permesso di approfondire la storia e i personaggi dietro a Il Signore degli Anelli tanto da spingermi verso quella che sembra una lettura più difficile de Il Silmarillion. Ma le letture difficili non mi spaventano, anzi mi incuriosiscono. Il processo del buon Kafka lascia un po’ l’amaro in bocca per la sua natura incompiuta ma è così surreale e perfino divertente che merita una seconda lettura.

Ma veniamo al tema della puntata. Finalmente dopo aver lasciato Stephen King un attimo in disparte, sono tornato da lui con un libro che desideravo leggere già da diverso tempo. L’ombra dello scorpione mi ha sempre affascinato a partire dalla trama e i libri belli corposi sono sempre ben accolti. Ma partiamo dal titolo. Dopo aver letto il romanzo non posso credere che i traduttori italiani non abbiano saputo trovare qualcosa di meglio. Certo il titolo originale The Stand era intraducibile ma L’ombra dello scorpione è davvero forzato e anche fuorviante. Di scorpioni ce ne sono ben pochi. A parte questo dettaglio, Stephen King questa volta decide di azzerare, o quasi, l’umanità con un virus influenzale ribattezzato Captain Trips. Per buona parte del romanzo King descrive un mondo che sta candendo a pezzi, nel quale la società di sgretola ad una velocità impressionate. Le autorità minimizzano ma anch’esse vengono spazzate via, lasciando spazio ad una nuova umanità. Ecco che qualcuno se ne approfitta subito, come Randall Flagg (personaggio ricorrente nei romanzi di King anche con nomi diversi) una sorta di signore delle tenebre, Satana in persona o il demone Legione. Flagg è un personaggio ambiguo e inquietante che per buona parte del romanzo si risparmia nelle sue apparizioni. Chi si oppone all’uomo nero è l’anziana Abagail Freemantle chiamata da tutti Mother Abigail. Donna pia, con una grande forza di volontà e saggezza. I personaggi sono destinati a scegliere se stare dalla parte del bene o del male. Tutto qui. King caratterizza i personaggi in modo ossessivo e li rende quasi reali o quantomeno verosimili. Viaggeremo insieme a loro attraversando gli Stati Uniti, soffriremo e gioiremo con loro, che siano cattivi o meno. Ognuno di noi, ne sono convinto, si riconoscerà o almeno proverà simpatia per uno o più personaggi in modo particolare. Il mio è Harold Lauder. Forse l’unico personaggio che è sempre in bilico tra Flagg e Mother Abigail. Per lui ho provato compassione e pietà. A mio parere il personaggio meglio caratterizzato da King, il più umano se vogliamo, anche se un po’ folle. Stephen King oltre a raccontare una storia si cimenta anche in digressioni filosofiche, teologiche e sociali, dimostrando di essere un uomo di cultura o almeno un uomo che si è ben documentato.

Non voglio addentrarmi nella trama e lascio che ve la racconti lo zio Steve, che in questo è nettamente meglio di me. Ma quello che dovete sapere è che ancora una volta che con King quello che conta è il viaggio e non la meta. Ne La Torre Nera mette in guardia il lettore e gli pone una domanda più o meno come questa: sei sicuro di voler sapere come va a finire? Io dico che chi si lamenta del finale de L’ombra dello scorpione ha solo perso tempo a leggere le precedenti novecento pagine. Il finale per me è stato come salutare quel gruppo di amici come Stu, Frannie, Tom, Larry, Nick, Harold compreso. Chiudere il libro e sapere che continueranno a vivere lì dentro, ripetendo la loro storia fintanto che qualcuno abbia la pazienza di leggerla.

Stephen King
Stephen King

Vivere uccide

Questo album è uscito circa un anno fa ma solo in queste settimane ho scelto di ascoltarlo per intero, dopo qualche assaggio qua e là. New City Blues segna l’esordio della cantautrice americana e figlia d’arte Aubrie Sellers. Basta qualche ascolto di alcune sue canzoni per rimanere attratti dal suo mix country rock e blues carico di energia e sentimento. Fin da subito si intuisce che le premesse per un album da ascoltare a rotazione ci sono tutte. Cercavo un album che vibrasse di chitarre rock e Aubrie Sellers è arrivata nel momento giusto, con il suo stile un po’ dark e misterioso.

Aubrie Sellers
Aubrie Sellers

Si parte bene con la trascinante Light Of Day. La voce della Sellers è affascinate e dà alla canzone quel qualcosa in più, muovendosi tra il ritmo della batteria e le chitarre. Un inizio rock che ci attrae verso il resto dell’album, “Running out of time / Running out of gas / Lucky as a mirror with a broken glass / Now I know what they mean when they say / Sure gets dark before the light of day“. L’irresistibile blues rock di Sit Here And Cry è un singolo perfetto. Orecchiabile e accattivante, una canzone bella energica ha tutto il sapore del buon rock a stelle e strisce. Aubrie Seller dimostra di saperci fare, “Better tell the boss I can’t come in / At least not until you love me again / Mommy’s gonna get a little bit tired / But it’s okay, it’s alright / It don’t take a whole lot of cash / To sit here and cry til you come back“. La successiva Paper Doll è un vibrante rock, che anche se non brilla di originalità e comunque ben confezionato. La Sellers ci mette tanta buona energia e il resto della band la segue in un’esplosione di chitarre, “All you are is a paper doll / Cardboard cutout / Just like all the rest of them / That don’t know how to stand out / From that one-trick crowd / Oh you’re just a paper doll, doll / Dressing up / Go put on your cheap makeup“. L’altra faccia della Sellers, più country e malinconica inizia a venire fuori con Losing Ground. La sua voce è dolce e ferma, la musica è perfetta, ogni cosa è al suo posto. Da ascoltare, “Guess you could say I’m getting used to it / One day I’m fine the next I’m in a ditch / But I’m not crazy / I’m just losing ground“. Magazines è una brillante e ironica canzone sulle notizie sensazionali delle riviste. Un bel ritmo e la consueta orecchiabilità, rendono questo brano uno dei più piacevoli da ascoltare di questo esordio, “How to lose twenty-five pounds today / How to make a million the easy way / Forty-five is the new eighteen / Read all about it in a magazine“. Segue il pop rock incalzante di Dreaming in The Day che si illumina con la voce della Sellers. Una canzone spensierata e sognante come da titolo che anche questa volta fa centro, “Last night, no it didn’t stop with the sunshine / Find myself sitting at a green light / My mind and that song play / Got me dreaming in the day / Dreaming in the day“. Liar Liar è una delle canzoni che preferisco di questo album. Oscura e affascinante con un traccia di rabbia. La voce della Sellers è conturbante e dà alla canzone una sfumatura particolare, “Liar, liar / Womanizer / Bargain bin / Romanticizer / Spin your web just like a spider does / Pants on fire / Flames get higher / Liar, liar“. Il lato più dolce e romantico viene fuori con Humming Song, che conferma il talento di questa cantautrice, capace di plasmare il suo stile in differenti canzoni, “You’d like to send her a letter but you know better / So you just flow without / I pick up up and read em when you’re not home / Singing“. Si ritorna al blues rock con Just To Be With You. Di nuovo le chitarre reclamano il loro spazio e Aubrie le insegue. Canzoni come questa sono l’anima dell’album e sono sempre interpretate con una carica giusta e coinvolgente, “I was walking by brand new dealer lots / So i hopped in a car and I wired it hot / I’m running 90 and if I get caught guess / I’ll tell the judge that I did it all just to be with you / Just to be with you just to be with you“. Aubrie Seller tira il freno a mano con la ballata rock People Talking. Una bella melodia ed un altrettanto bel ritornello si uniscono a creare una canzone davvero piacevole da ascoltare, “People talking never make a sound / My ears only burn when they’re not around / Go on believing what am I to do / It’s only people talking it’s not true“. La successiva Something Special è la più romantica dell’album. La voce della Sellers si fa dolce ed elegante come mai prima. Un testo che evoca immagini semplici ma che trasmettono serenità e amore. Ben fatto, “We could go down to the lake / Throw off our shoes / Jump into the water like there’s nothing to lose / Sky don’t get no bluer, love don’t get no truer than this / Then you could wrap me in a blanket / And steal a kiss“. Loveless Rolling Stone torna alle chitarre rock che caratterizzano questo album. Aubrie Sellers ancora una volta, insieme alla sua band, fa un ottimo lavoro confezionando un brano davvero molto buono, “I still taste the sweetness of your kiss / Like honeysuckle on a springtime vine / It’s true that you still have me / The road reminds me all the time / That once / I even called you mine“. Si prosegue con Like The Rain che ricalca le melodie più morbide del country americano. Sonorità malinconiche e una voce delicata, ci cullano tra le loro braccia sicure. Niente di più, niente di meno, “He’s like the rain / A beautiful storm that washes me away / And I could move on / But I just sit and wait for better weather / When everybody says he’ll never change / ‘Cause he’s like the rain“. Si chiude con Living Is Killing Me, country rock tirato e travolgente. Aubrie Sellers finisce così come aveva aperto questo album e confermando, una volta di più, di avere un’anima rock, “Walking home the street is broken / Clouds of smoke leaving me choking / Oh saint people please save a place for me / Cause living is killing me / Living is killing me“. Si aggiungono come bonus tracks la dolce e malinconica In My Room dei Beach Boys e un’altra bella cover, The Way I Feel Inside degli The Zombies.

New City Blues è a tutti gli effetti un buon esordio, che mescola sonorità rock, country e blues riuscendo ad alternare momenti di energia e di rabbia, ad altri più dolci e riflessivi. Aubrie Sellers prova a dare uno stile tutto suo alle canzoni e a volte di riesce soprattutto grazie alla sua voce, altre volte meno ma in esordio tutto è perdonato. New City Blues è un album da ascoltare magari in viaggio, in grado di ricaricare quelle batterie che ognuno ha dentro. Aubrie Sellers è sicuramente un’artista da seguire in futuro che ha nelle sfumature blues della sua voce il suo segreto e la sua forza.

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Lungo la costa

Mi ero ripromesso che quest’anno avrei ascoltato qualche cantautore in più, nonostante prediliga, come testimonia questo blog, le cantautrici. Per cominciare ho scelto il cantautore britannico Ren, nome d’arte scelto da Conor Owen per presentare il suo EP di debutto A Calling From The Shore. Da più di un anno dal mio approdo su Twitter ho potuto conoscere diversi nuovi artisti tra i quali proprio Ren e la sua My Heart Belongs To Ireland che mi ha subito catturato. Lo scorso mese questa canzone più altre quattro sono state pubblicate in questo EP e io, come d’abitudine ormai, non mi sono lasciato scappare l’occasione di approfondire la musica di Ren.

Ren
Ren

Si inizia con The Coast una canzone malinconica che evoca le coste del mare del Nord. La voce di Ren è gentile e rassicurante, con una grande capacità di trasmettere le sue emozioni in modo sincero,”I had a calling from the shore / To pack up all my things / And head for the ocean / So I left / Set all my goodbyes / And dried some teary eyes / And set my feel emotions / To the coast, the coast I go“. La successiva è la bella My Heart Belongs To Ireland. Una dichiarazione d’amore all’Irlanda e al suo fascino incontaminato. Davvero emozionante. Questa canzone vale da sola l’intero EP, “Something’s changed. I’m not the same / No longer am I rootless. I’ve found a home / Where the wild Atlantic ocean is the final resting place / For a sunset that lasts forever. Burning bright against my face / Now my heart belongs to Ireland“. All That I Need è un’altra canzone folk pop con un ritornello accattivante e orecchiabile. Le sonorità ricordano quelle degli anni ’90 e per noi non più giovanissimi ricordano gli anni spensierati di bambini. Late Night Drive, come da titolo, è un lento viaggio nella notte durante il quale nella mente affiorano i pensieri della giornata. Ren riesce ad evocare in maniera nitida queste immagini ed è una qualità non sempre facile da trovare in un artista. Piece Of Your Heart è una sognante canzone d’amore. Mi ha fatto tornare alla mente un Bon Iver degli inizi, avvolgente e minimale. Come il buon Justin Vernon, Ren riesce ad affascinare con la semplicità del suono della chitarra e la sua voce, “Do you find yourself lost in her eyes / Does your world seem to stop when she smiles / I know she feels it too / So let her have a piece of your heart / Your heart, your heart

A Calling From The Shore è un EP che ci permette di conoscere questo cantautore attraverso cinque canzoni sincere e ispirate. Tutte le canzoni sono anche arricchite da una produzione attenta e mai eccessiva. Ren è sempre in primo piano nelle sue canzoni ma lascia l’ascoltatore la libertà di vagare con i pensieri lungo le spiagge dell’oceano. A Calling From The Shore cresce ascolto dopo ascolto, dando forma ad immagini chiare e nitide in più di un’occasione. Questo EP è un buon inizio per riprendere ad ascoltare qualche cantautore in più in attesa di altre canzoni di Ren e chissà magari un suo album.

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Mi ritorni in mente, ep. 43

C’è una canzone che recentemente mi è tornata in mente. Ricordavo il nome del cantautore, Wax Mannequin, manichino di cera, moniker sotto il quale si nasconde il canadese Chris Adeney. Ma sopratutto ricordavo il video. Wax Mannequin cantava con una candela accesa in testa e la cera rossa gli colava intorno alla testa. Di per sé piuttosto curioso ma se ci aggiungiamo un’espressività fuori dalle righe, ecco che diventa difficile scordarsi un video così.

Lo stile di Wax Mannequin è difficile da inquadrare ma questa Beware del 2012 è un bella ballata folk. La sua carriera inizia nel 2000 e ha all’attivo sei album, questa canzone è estratta dal suo ultimo album No Safe Home.

Beware, beware
Take heed, take care
You’ve pumped our paper news
To sharp and shape our views

Vita analogica

Dopo il sorprendente Heartbreaker Of The Year del 2015 (Il diavolo ha preso in prestito i miei stivali), la cantautrice canadese Whitney Rose è tornata quest’anno con l’EP South Texas Suite e io non me lo sono lasciato scappare. Il suo country senza tempo ha un fascino tutto particolare e questo EP potrebbe essere l’assaggio del suo terzo album. Il mio crescente interesse verso la musica country è iniziato proprio con artisti come Whitney Rose che propongono questo genere nella sua forma più pura, quasi incontaminata. Il sapore delle belle canzoni di una volta è replicabile e questa cantautrice prova a dimostrarlo ancora con sei canzoni.

Whitney Rose
Whitney Rose

Si comincia con la romantica Three Minute Love Affair nella quale ritroviamo la Whitney Rose di sempre, solo più elegante e sicura di sé. La musica che l’accompagna è tanto classica quanto irresistibile, “Now there’s no else / No, darling, it’s just you and me / He ain’t got no future and we’ve got no history / ‘Cause honky-tonks, the whole entire world / Baby we can go anywhere / It’s a three minute love affair“. La successiva è Analog. Una canzone sulla volontà di tornare ad apprezzare tutto ciò che non è digitale e immediato, tornare ad apprezzare una vita lenta. Un tema originale per una canzone, “I don’t want advertisements on my telephone / Don’t want formal letters / Robo cars / Big box shopping malls / Digitally remastered / Won’t add it to fit your TV / I want analog / Analog, baby“. Il singolo My Boots è una di quelle canzoni che ti aspetti da una come Whitney Rose. Una canzone che invita ad essere sé stessi e fare un po’ come ci pare, “I’ll go if I can wear my boots / I don’t feel like high heel shoes / And that don’t mean that I’m crazy / That don’t mean I ain’t a lady / Ain’t gonna go as no one else / Only going as myself / I’ll go if I can wear my boots“. Un viaggio indietro nel tempo con la romantica Bluebonnets for My Baby. Tra steel guitar, violini e spazzole la nostra Whitney Rose si mostra a suo agio più che mai. Una delle migliori canzoni di questo EP. Da ascoltare, “Blue bonnets for my baby / When he comes home / Blue bonnets for my baby / When he comes home / Blue bonnets for my baby / When he comes home“. Segue la nostalgica Lookin’ Back On Luckenbach è la canzone più riflessiva tra queste sei. Whiteny Rose e la sua band sanno confezionare una canzone più gradevole dell’altra, “Lookin’ back on Luckenbach / Where I learned to walk the walk / Where I learned to play guitar / Man I really loved that bar / I left and had to pay the price / Of what it costs to leave paradise / I get choked up and I can’t talk / Lookin’ back on Luckenbach“. Ecco che proprio la sua band ha il suo spazio tutto per lei nella strumentale How ‘Bout A Hand For The Band che chiude questo EP.

Whitney Rose con South Texas Suite conferma tutto il talento che ha dimostrato di avere nelle precedenti occasioni. In questo EP si concentra tutta la nostalgia dei tempi andati quando tutto sembrava più bello e sereno e forse lo è stato davvero. Sei canzoni che si lasciano ascoltare per il loro piglio retrò e leggero ma che in realtà offrono più spunti di riflessione. In una società dove sembra che chi non corre è perduto, ecco che è bello scoprire che perdersi non è affatto poi così brutto. Rimanere indietro e provare a vivere “come ai vecchi tempi” non è impossibile. A patto di fare i conti con un po’ di nostalgia.

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Dove volano i draghi

Sono passati tre anni da quando ho ascoltato per la prima volta questo gruppo inglese che fino ad allora aveva pubblicato solo l’EP The Boatswain’s Refuge (Corpo di mille balene!). Da allora i Patch & The Giant ne hanno, letteralmente, fatta di strada, arrivando fin qui in Italia. Quest’anno ha visto la luce il loro primo album intitolato All That We Had, We Stole e non nascondo che è una delle uscite più attese ho marcato sul calendario di questo 2017. Il gruppo guidato da Luke Owen mette in scena un folk brillante con sfumature prese dalla musica balcanica e anglosassone. Questo esordio unisce canzoni vecchie e nuove che finalmente trovano il loro posto, tutte insieme, e ci guidano nel mondo dei Patch & The Giant, tanto colorato quanto misterioso.

Patch & The Giant
Patch & The Giant

Si inizia con la bella The Beggar’s Song, ballata folk che ha il sapore di un viaggio nella notte. La voce di Luke Owen è ruvida quel tanto che basta e si sposa perfettamente con il sempre ottimo accompagnamento musicale. La successiva A Local Man è uno dei cavalli di battaglia del gruppo. Saremo trascinati dal ritmo e dalle parole, un ritornello da canticchiare ci accompagnerà per giorni interi,”But if you’d ever stop to pause and listen, / You’d see what is missing / But all your eyes and all your ears / Are vacant, / Eluding time“. Ma i Patch & The Giant sanno anche rallentare e con The River si viene cullati da una brezza leggera. L’atmosfera è triste e malinconica, sottolineata dal violino di Gabriel Merryfield. Tra le canzoni già presenti nel primo EP non poteva mancate la straordinaria Love And War. Una poesia in musica, impreziosita dall’assolo di fisarmonica di Angie Rance. Senza dubbio una delle migliori dell’album se non del gruppo, “One of us is right, / The other seems to have lost their mind, / Where do you lay on down? / An eye for an eye, / And suddenly the whole world’s blind, / Or so a wise man said“. The Day You Went At Sea è un’altra ballata di rara sensibilità e abilità. La carismatica voce di Luke Owen è sempre foriera di ricordi pescati chissà dove. Chiudete gli occhi e lasciatevi trasportare dalle immagini che questa canzone porta con sé. The Sleeping Boat è un gran pezzo folk con un ritornello bello da cantare come se nessuno ti stesse guardando. Un ritornello liberatorio che la fa finire dritta dritta tra le mie preferite di questo album. Another Day è un’altra ballata carica di tristezza ma anche di rabbia dove viene fuori tutta l’energia del gruppo. I Patch & The Giant suonano insieme da anni ormai e in questa canzone si sente quanto sono affiatati e in sintonia tra loro, “Oh, I’m better than this / But your hand is a fist / And a fist is all it takes / Won’t you break my bones / And smash my swollen face“. Il singolo Flowers è un dolce brano un po’ malinconico. Ma si respira un’aria di libertà e riscatto. La voce di Luke Owen si dimostra versatile e ci conduce ad un finale prevalentemente strumentale dove troviamo tutte le caratteristiche di questo gruppo. Non poteva mancare un lento come Where My Boby Lies dove il gruppo abbandona per un attimo i territori sicuri del folk e esplora nuove vie di espressione. Una ballata emozionante e toccante, che cresce sempre di più fino ad esplodere in un finale epico e corale. Are You Listening? è una di quelle canzoni che il gruppo ha nella suo bagaglio da un po’. Una sorta di ninnananna leggera e sognante che fa salire qualche brivido lungo la schiena. Un’onda anomala chiamata America ci travolgerà. Un ritmo irresistibile vi entrerà dentro e non saprete resistere. Questo è in sintesi l’effetto di questa canzone, “I have seen the Devil cry / I have seen the Devil sin / singing songs of you and I”. La title track All That We Had, We Stole è ancora una ballata al pianoforte, intensa e riflessiva. Ai Patch & The Giant sembra che riesca qualsiasi cosa. Quest’ultimo gioiellino è la prova.

All That We Had, We Stole è l’album nel quale ritrovo quella band che con una canzone come Daniel mi aveva catturato e portato in quel gruppo di amici del quale, alla fine, senti di far parte anche tu. I Patch & The Giant con questo album segnano il loro esordio che è al contempo un punto di arrivo dopo anni “on the road” e l’inizio di una carriera che mi auguro, ma soprattutto gli auguro, sia ricca di soddisfazioni. I Patch & The Giant sono una delle proposte folk d’oltremanica più interessanti e promettenti di nuova generazione. Quest’anno si sta rivelando l’anno degli album attesi da lungo tempo e finora sono soddisfatto di come stanno andando le cose. Se vi interessa ascoltare della buona musica, che sicuro vi piacerà, questo All That We Had, We Stole merita un ascolto. Anche più di uno.

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Sotto lo stesso cielo

Questa non è una recensione come le altre. Ho atteso questo momento per cinque anni, tanto è il tempo passato da Life In A Beautiful Light, terzo album della cantautrice scozzese Amy Macdonald. La scorsa settimana è uscito Under Stars, il suo nuovo album dopo un’interminabile attesa. Se ho iniziato ad ascoltare musica così tanto come in questi anni lo devo, in qualche modo, al lei. Se questo blog è andato avanti per tutti questo tempo, lo devo a questi cinque anni passati ad aspettare questo album. Per ingannare l’attesa ho ascoltato altro ma non ho mai dimenticato Amy Macdonald. In cinque anni sono cambiate parecchie cose ma neanche poi tante. Mi ricordo quando ascoltavo Life In A Beautiful Light in treno, di ritorno dai primi giorni di lavoro, in una calda estate. Il lavoro è lo stesso e il treno anche. Io e Amy siamo più vecchi di cinque anni. Questo Under Stars si è fatto attendere ma alla fine è arrivato. La domanda che è naturale porsi è: ne è valsa la pena? Per scoprirlo non resta che ascoltarlo. Nella versione deluxe naturalmente.

Amy Macdonald
Amy Macdonald

Il singolo Dream On apre l’album e ritroviamo subito il pop rock accattivante e orecchiabile della Amy di sempre. Un ritornello che è finito per girarmi in testa per settimane e continuerà a farlo, un buon segno ma sopratutto un buon inizio, “Live on and dream on / I’m on top of the world and I’m on the right track / I’m on top of the world and I won’t look back“. La title track Under Stars è un trascinante pop che ci ricorda che siamo tutti sotto lo stesso cielo, nonostante le distanze. Una delle mie preferite di questo album e sono tante, “In life you gotta find your feet / In life you gotta dare to dream / Don’t worry / We still love you / You still feel it even when we’re miles apart / You’re living under Stars and Stripes“. Con Automatic, Amy Macdonald condivide con noi le emozioni di viaggiare per i mondo con sincerità e semplicità. Qui, come in altri brani, si sente tutta l’influenza di Bruce “The Boss” Springsteen, “Feeling sadness, feeling shame / I’ve taken the easy way out over and over again / Open road, I’m coming home / I’m free to live, I’m free to roam“. La successiva Down By The Water ci fa ascoltare una Macdonald inedita quasi soul. A sottolinearlo c’è la partecipazione della cantate soul Juliet Roberts. Uno dei suoi brani più toccanti e in questo album non il solo, “I tried to call you but you didn’t hear / Darkened feeling what you’re doing here / Where’s your baby? Where’s your girl? / Out in the water, out in the world“. Segue la bellissima Leap Of Faith dove tutto è perfetto. Melodia, ritmo ed un’interpretazione carica di energia. Mi piace cercare canzoni che rappresentano al meglio un album, ecco, questa potrebbe essere una di quelle, “I don’t know, if it’s Yes or No from me, but / All You do is hold me back / Standing on the water’s edge / Dreaming of a better place / I’d feel the air again / I’d feel the air again“. Amy Macdonald con Never To Late mette a segno un colpo basso per i nostri deboli cuori. Senza dubbio una delle sue canzoni più emozionanti. Un canzone di speranza e conforto, una di quelle canzoni che ti portano altrove, “Ain’t no use in sitting around / Waiting for the world to change / Never too late to stand your ground / Do what it takes to make them proud / And never too late the change your mind / The book has not been written / The page is blank, the scene is set / Let’s start at the beginning“. Si ritorna al pop rock con Rise & Fall. Ispirata al personaggio di Frank Underwood, questa canzone sarà in grado si scaldare il pubblico durante i concerti. Amy sa bene come si fa, “Everything must come to an end / Don’t rely on the trust of men / Remember how it used to be? / People helping those in need“. Un po’ di USA nella successiva Feed My Fire, una canzone d’amore come sempre carica di energia e buoni sentimenti, convogliati dalla voce inimitabile della Macdonald, “Picking up the pieces of the heart you left behind / Put me back together this new love I’ve found / Basking in the glory, masking out the pain / These memories in my head will never be the same again“. The Contender è un altro bel pezzo pop rock con un ritornello che ti fa venire voglia di correre. Una canzone che trasuda libertà e sacrificio, una Amy Macdonald in gran forma, “And I’ve got the scars to prove I’ve been there / I’ve got the marks from when I tried / I’ve covered miles and miles to get here / Only for you to cast me aside“. Prepare To Fall è, secondo me, la canzone che più rappresenta la crescita di quest’artista. Una canzone matura, quel genere di canzone mi sarebbe piaciuto trovare nel nuovo album ed eccola qui. Mi piace. Tutto qui, “Come rain, come shine / You’re happy all the time / Your dreams they didn’t come true / What the hell happened to you / Are you waiting for the call / I guess they didn’t get through it all / Be like me / Prepare to fall / Prepare to fall“.  Chiude l’album la splendida ballata From The Ashes, riflessione su tempo che passa e l’incertezza del futuro. Un bel modo per salutarsi, ancora una volta, “All my hopes and memories are blowing in the wind / I started off with nothing and I’m back her once again / The little things in life are free / The simple things like you and me / And like love, like love, like love, like love“. Prima dei titoli di coda c’è ancora qualche canzone riproposta in versione acustica e una bella (e immancabile) cover di I’m On Fire, del mitico Boss.

Under Stars arriva dopo anni passati ad ascoltare le nuova canzoni dai video di qualche concerto in giro per l’Europa. Ora trovo quelle canzoni sotto un unico nome, tutte insieme, nella loro forma migliore. Sotto quel sorriso e i suoi occhi azzurri (e qualche tatuaggio in più) ho trovato una Amy Macdonald ispirata e con tanta voglia di fare bene. Non esiste un album più bello dell’altro ma Under Stars è sicuramente quello nel quale le canzoni vanno ad incastrasti una con l’altra, c’è maggiore coesione tra loro che in passato. Si tratta del primo album dove Amy Macdonald a non ha scritto tutte le canzoni da sola e questo ha reso più ricca la tavolozza di colori a sua disposizione. Under Stars andrà a ripetizione per il resto dell’anno e oltre. Spero solo che il prossimo album non si faccia attendere come questo. Ma per ora mi godo il ritorno di un’artista alla quale sono legato particolarmente. Mi sono posto una domanda all’inizio di questo post e la risposta è una sola: sì.

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