Mi ritorni in mente, ep. 71

In questo anno difficile per tutti è arrivato il momento, anche per me, di staccare dalla routine quotidiana. Chi come me non si è mai fermato, nemmeno quando l’Italia intera era immobile, non vedrà l’ora di lasciarsi alle spalle questi mesi. Per questo mi prenderò una pausa da questo blog di una o due settimane, giusto il tempo di ascoltarmi un po’ di nuova musica e disegnare ma soprattutto oziare. Sì, pensatela come volete, per me le vacanze sono vacanze e passare il tempo a non fare nulla è la cosa che al momento desidero di più. Ci sarà spazio anche per un viaggio ma prima devo ricaricare le pile.

Quando qualche settimana fa ho ascoltato questo album di Ira Wolf, mi è presa quella voglia di vacanze, di stare seduto ad ammirare un panorama senza pesare a niente, senza parlare ma soprattutto senza dover ascoltare nient’altro che il silenzio e i suoni della natura. The Closest Thing To Home sembra giunto alle mie orecchie nel momento giusto, restando lì ad aspettarmi dal 2017, anno della sua pubblicazione. Ira Wolf è un’artista che ho assaggiato nel corso degli anni ma solo da poco mi sono finalmente deciso ad ascoltare The Closest Thing To Home. Un ottimo album fatto di delicate canzoni folk e country, una più bella dell’altra. Se come me state oziando, facendo finta che non sia cambiato niente, oppure state facendo un viaggio per scappare chissà dove, questo album saprà tenervi compagnia come il migliore dei compagni di viaggio.

Buone vacanze a tutti, ci rivedremo presto…

Una luna piena sopra una strada vuota

Quest’anno sono stati diversi gli album che rimandati causa pandemia. Tra le nazioni più colpite ci sono proprio gli Stati Uniti, terra natia di Margo Price, cantautrice country tra le più apprezzate di nuova generazione. Proprio il suo nuovo That’s How Rumors Get Started è stato rinviato allo scorso luglio, nella speranza che le cose migliorassero. Non è stato così ma il suo terzo, e atteso, album è arrivato lo stesso. Sotto la direzione di Sturgill Simpson, il disco ha preso sempre più forma, spingendo la Price lontano dal country, ma non troppo, e avvicinandola a nuove ed interessanti vie musicali. Personalmente ero curioso di ascoltarlo ed ero certo di trovarci ancora una volta tanta buona musica.

Margo Price
Margo Price

Si comincia proprio con la title track That’s How Rumors Get Started, un malinconico country rock ammorbidito dalla voce della Price. Si può già intuire il nuovo corso di questo album e la sua distanza dal country più classico, “And here you are / Still doin’ you / Never worked out / But it never stopped you / All I know is every time / That your lips are parted / Right behind my back / That’s how rumors get started / That’s how rumors get started“. Segue Letting Me Down che spinge con più decisione verso un blues rock. La storia di una deludente storia d’amore fa da sfondo ad un brano tra più accattivanti di questo album, “You were in another dream I had / Still running from your dead beat dad / I had a feeling it would turn out bad / And I never woke up / Bad luck you know it don’t come cheap / But shit changes baby, nothing’s concrete / A full moon above an empty street / I only wanted your love“. Twinkle Twinkle è il singolo scelto per promuovere l’album e ha fatto storcere i naso a qualcuno. Qui la svolta verso un rock più marcato è completa ma resta un’eccezione. Una rabbia sottile e la voglia di riscatto pervadono le parole di questa canzone, “Drive-in movies, Coca-Cola / Sweet 16, that kiss of death / Don’t you cry when you should laugh / I smell liquor on your breath / I smell liquor on your breath“. Tra le mie preferite c’è la bella Stone Me. Una triste melodia nasconde una storia difficile e sofferta. Margo Price canta con voce fragile ma sicura, senza risparmiarsi con le parole, “Through the mud and rain you can drag my name / You can say I’ve spent my life in vain / But I won’t be ashamed of what I am / For your judgement day I don’t give a damn“. La successiva Hey Child non è un inedito. Fu pubblicato, infatti, all’interno dell’album Test Your Love dei Buffalo Clover, gruppo di cui faceva parte la stessa Price. Una canzone dalle tinte soul che ben si confà alle sonorità di questo album, “Your lamp is burnin’ low, and the streets are cold and wet / You’re just a face without a name / But when you wake up and find there’s nothin’ left / Oh, honey, baby, ain’t it a shame?“. Un rock dai richiami anni ’80 con Heartless Mind. La voce della Price è in contrasto con l’accompagnamento ruvido e sporco. Un esperimento, tutto sommato, finito bene, “I got a restless feeling that I’m wasting my time / You got a mindless heart, you got a heartless mind / Before you use me, try to treat me kind / You got a heartless mind, you got a heartless mind“. Si rallenta con Gone To Stay, che ritorna verso qualcosa più simile al country ma senza rinunciare al rock. Una bella canzone che ci fa apprezzare anche le doti di scrittura di quest’artista, “Baby, when I’m gone / You’re learnin’ how to live / Remember not to take so much / So you have something left to give / Just think of me in the love that I leave behind / Let it grow around you / Like a tie that binds“. Decisamente blues What Happened To Our Love? che riflette su una storia d’amore finita. Una canzone poetica ma che esplode in un finale rock liberatorio, “He asked you questions only I could answer / You were the music and I was the dancer / You were the medicine and I was the cancer / What happened to our love?”. La più country di tutte è probabilmente Prisoner Of The Highway ma non mancano contaminazioni soul. Una vita sempre in viaggio, tra sacrifici e un vagare senza meta. Da ascoltare, “I passed by farms and trailers / As I drove through little towns / I found trouble in the city / I never set my suitcase down / And in those empty alleys / Where retaining walls decay / I just kept a-moving as a prisoner of the highway“. La conclusiva I’d Die For You ha il pregio di chiudere in modo epico, abbastanza insolito per la Price. Un’accorata dichiarazione d’amore, con tutta l’energia possibile, “But all I want, make no mistake / Oh, I don’t have a side to take / And I can’t live for them, it’s true / But honey, I would die for you / Oh baby, I would die for you / I would die for you / I’d die for you“.

That’s How Rumors Get Started porta la musica di Margo Price, lontano dai territori pianeggianti ma insidiosi del country. In questi ultimi tre anni, quest’artista sembra aver trovato una nuova strada da percorrere. Tra sonorità soul, rock e blues, il folk americano e il country si perdono in un eco lontana. Una Margo Price nuova ma non per questo diversa. C’è la sua voce, il suo stile sincero e diretto che qualsiasi cosa si possa fare rimarrà sempre incollato a lei. In questo album non viene rinnegato il passato ma, anzi, si estende lungo nuove vie, che aprono alla Price un futuro interessante, tutto da esplorare.  That’s How Rumors Get Started è un gran bell’album che potrebbe rappresentare davvero una svolta importante per la cantautrice americana.

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La volpe nera

Ho sempre subito il fascino delle lingue sconosciute. Non che io sia un appassionato ma non riuscire a decifrare una frase o un testo, è per me una delle poche cose che ancora risveglia quel senso di mistero e avventura che l’età adulta si porta via. Ecco forse perché questo artista ha catturato subito il mio interesse. Il suo nome Dàibhidh Stiùbhard (si pronuncia Da-vie Stew-arshd) è già di per sé curioso, almeno a queste latitudini, ma mi è parsa chiara, fin da subito, la sua origine irlandese. Il suo album di debutto, intitolato An Sionnach Dubh, la volpe nera, è una raccolta di canzoni tradizionali dell’Ulster, una regione a nord dell’Irlanda, e altri brani in irlandese e gaelico scozzese, oltre a due sue composizioni. Ma al di là del mio interesse per il folk e le lingue sconosciute, il canto di questo giovane ragazzo è la cosa che più mi ha convinto ad ascoltare questo album.

Dàibhidh Stiùbhard
Dàibhidh Stiùbhard

L’album inizia con Úirchill an Chreagáin che ci immerge lentamente nelle sue atmosfere. Saremo subito catturati dalla voce magnetica di Stiùbhard e dal suo canto. Il suono dell’organo riempie l’aria e lo accompagna, “A fhiafhir charthanaigh / Ná caitear thusa ‘néalta / Ach éirigh go tapaidh / Agus aistrigh liom siar sa ród / Go tír dheas na meala / Nach bhfuair galla intí réim go fóill / ‘S gheobhair aoibhneas / Ar hallí ‘mo mhealladhsa le siamsa ceoil“. The Stately Woods of Truagh è una canzone tradizionale in lingua inglese ma cantata con un forte accento. Una versione profondamente rispettosa della tradizione ma proposta con un accompagnamento che la rinvigorisce, “From out the shady woods of Truagh, MacKenna rides at noon / The sun shines brightly, not a cloud darkens the skys of June / No eye has he for nature’s charms, they don’t distract his brain / As through the flowery vales he takes his way and never draws the reins“. A Stór Mó Chroí è un altra bellissima canzone tradizionale resa ancora più magica, e se vogliamo più triste, dall’interpretazione di Stiùbhard. Una canzone capace di toccare le code dell’anima e l’immortalità della musica, “A Stor Mo Chroi, in the stranger’s land / There’s plenty of wealth and wailing / Though gems adorn the rich and grand / There are faces with hunger pailing“. Si prosegue sulla stessa strada con John Adair. Una triste ballata, che ha tutto il fascino del folk tradizionale. La voce di questo artista è come uno strumento musicale, in perfetta sintonia con la musica che l’accompagna, “For fifty weary years our race has tilled this mountainside / And smoothed Glenveagh’s once rugged paths and stemmed the Atlantic tide / Full fifty homes are levelled now, and wild cries rend the air / May fifty thousand curses fall on cruel John Adair“. Kin of Cú Chulainn è scritta da Stiùbhard è si ispira alla figura di Cú Chulainn, eroe della mitologia irlandese. Il testo si poggia su una melodia ispirata a The Bold Thomas Clarke di P.J. McDonald e si fonde perfettamente con il resto dell’album. La successiva The Overgate lascia spazio alla sola voce. Una ballata di origine scozzese conosciuta anche con il titolo Wi’ My Rovin’ Eye, che mostra le doti vocali di quest’artista, “For as I gaed doon the Overgate I met a bonnie wee lass. / For she winked to me with the tail of her e’e as I went walking past. / Wi’ my roving eye, fol-a doo-a-di, / My rovin’ di-dumderry, wi’ my rovin’ eye“. Vines on the Mountain come nel caso precedente, il testo è stato scritto da Dàibhidh ma la musica fa parte del patrimonio tradizionale. Un’altra prova di talento, tanto più se si considera che si tratta di un debutto. Scritta in gaelico scozzese, Òran Eile don Phrionnsa, è una versione dall’originale di Alexander MacDonald. Una canzone che incarna tutto il fascino di quelle terre e della loro gente. Molto bello anche in finale strumentale, “Thug ho-o, laithill ho-o / Thug o-ho-ro an aill libh / Thug ho-o, laithill ho-o / Seinn o-ho-ro an aill libh / Och ‘sa mhaduinn’s mi dusgadh / ‘S mor mo shunnd’s mo cheol-gaire / O’n a chuala mi ‘m Prionnsa / Thighinn do dhuthaich Chlann Ra’ill“. Si chiude con Belfast Market, cantata a cappella. Scelta perfetta per concludere, con la semplicità e la purezza della voce di questo artista.

An Sionnach Dubh è un debutto che ci svela un artista che nutre un profondo amore per la musica e il canto delle sue terre. Dàibhidh Stiùbhard ha una voce che incanta e sembra nata per queste canzoni. Un album che vuole essere custode della tradizione e allo stesso tempo traghettarla verso le nuove generazioni. Queste lingue, questi dialetti fanno parte di un’eredità immateriale ma importante che scava nella storia, non solo delle isole britanniche ma di tutta Europa. An Sionnach Dubh è tra gli album più belli ed affascinanti che mi è capitato di ascoltare quest’anno e il nome di Dàibhidh Stiùbhard è di quelli da appuntarsi e tenere d’occhio nel prossimo futuro.

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Un nido di vespe

Anche da queste parti il bisogno di vacanze si sta facendo sentire ma ci sarà da aspettare ancora qualche settimana. Nel frattempo ci pensa qualche nuova uscita a tenermi impegnato (a parte il lavoro ovviamente) e tra queste c’è Kitchen Sink della cantautrice inglese Nadine Shah. Non è la prima volta che ascolto un album di quest’artista ma la sua scoperta da parte mia è piuttosto recente. Risale infatti a poco più di un anno fa l’occasione in cui ascoltai Fast Food, il suo secondo album. Ho aspettato ad ascoltare il successivo Holiday Destination, tanto che è arrivato prima alle mie orecchie questo Kitchen Sink. Quarto album dunque che si presentava, per certi aspetti, piuttosto diverso da suoi predecessori. Ma Nadine Shah mi piace per la sua voce e la sua vocazione rock e sapevo che avrei comunque trovato tutto questo ancora.

Nadine Shah
Nadine Shah

Si parte con Club Cougar, dalla quale emerge la voce della Shah sotto i colpi dei synth. Una canzone che appare un po’ ironica, o forse non lo è, sulla differenza di età in una relazione, in questo caso clandestina e fugace, “Call me pretty, make your manoeuvre / One year younger, call me a cougar / All dressed up, think I did it for ya / Make eye contact, think I adore ya“. Il singolo Ladies For Babies (Goats For Love) torna su sonorità più indie rock. La voce della Shah è affascinante e misteriosa, restando uno dei suoi punti di forza, “He wants his lady / To be a lady / To care less, be hairless / All he wants in fairness / Is a baby / A little baby / To care for, be there for / But careful, she could turn out like / Ladies for babies and goats for love“. Buckfast è uno sgangherato rock che trova equilibrio grazie al canto di quest’artista. Il tutto simboleggia un stato di ebrezza nel quale è difficile mettere le cose a fuoco, “Take a swipe at the other in your bed / Makes a change from the others in your head / And the voices said / Pretend to everyone you wish that you were dead“. Dillydally è una riflessione sullo scorrere inesorabile del tempo. La voce della Shah si muove sinuosa su un tappeto di suoni in precario equilibrio. Particolarmente ispirata ed originale questa canzone, che esce un po’ dai binari del rock, “Stop your counting of years / Stop the wreck in your mind / Stop your feeling of fears / You’re divine / See you checking off lists / See you counting the time / All the ones that you missed / You will find“. La successiva Trad prende di mira le tradizioni, vecchie e nuove, ribaltandole. Il risultato è incerto e criptico. Dipende dai punti di vista ma è sicuro che Nadine Shah sa essere schietta quanto misteriosa, “Shave my legs / Freeze my eggs / Will you want me when I am old / Take my hand / Whilst in demand / And I will do as I am told / Take me to the ceremony / Make me holy matrimony“. La title track Kitchen Sink è una canzone dalla musica essenziale che si poggia sulla voce carismatica della sua interprete. Le chitarre fanno la voce grossa, spezzando il flusso delle parole e al loro ritmo, “Don’t you worry what the neighbours think / They’re characters from kitchen sink / Forget about the curtain-twitchers / Gossiping boring bunch of bitches / And I just let them pass me by / And I just let them pass me by“. Kite lascia spazio alle suggestioni della musica, bastano poche parole per dare vita ad una delle canzoni meno ruvide di questo album. Mi ha ricordato Anna Calvi e la cosa, oltre a non essere una novità, è positiva, “Sometimes I lie but there are times I am right / Sometimes I want to end it all with goodnight / All that I want is you to fly like a kite / All that I want is you to fly like a kite“. Ukrainian Wine è ancora una canzone che affronta, a suo modo, il peso degli anni e delle responsabilità. Scorci privati e confusi si intravedono nelle crepe causate dalle debolezze che ognuno di noi ha e fatica ad ammettere, “Ask me to grow up / But keep pouring me wine / I lost my cards and keys / Lost the ground from the sky / I fell and grazed my knees / Watch me walk a straight line“. Segue Wasps Nest è una delle mie canzoni preferite di questo album. Ha un fascino particolare, un po’ orientale. La voce grave della Shah è irresistibile e la rende unica tra tante sue colleghe. Walk è una canzone che procede a balzi, un su e giù come in un loop infinito. Una canzone particolare che esce dai canoni di quest’artista e definisce nuove vie, “Running gauntlets / Swerving perverts / Put my waist size to the wayside / Nasty surprise / More prying eyes / I don’t want your love / I have got enough / I just want to walk“. Si termina con Prayer Mat. Anche in questo caso il ritmo è lento e rilassato, quasi a volerci rendere partecipi di una sensazione di vuoto e ricerca. L’ultima canzone riflette i sentimenti di questo album e il suo fragile equilibrio, “Could live another life of this / I would / Choose you every time / Settle for another day of this / But we’re / Running out of wine“.

Kitchen Sink è il classico album che non si deve spiegare o raccontare. L’unica cosa da fare è ascoltarlo, lasciando che ognuno di noi tragga le proprie conclusioni. Di certo Nadine Shah non si nasconde dietro una maschera e lascia che queste canzoni rivelino qualcosa di più del suo animo. Musicalmente rimane fedele alle sonorità rock che da sempre l’accompagnano, riuscendo però ad amalgamarle con qualcosa di diverso. Kitchen Sink è un album sincero ma non semplice, a volte diretto e altre meno, ma comunque carico di significati che si possono scovare nelle parole oppure lasciare che sia il nostro inconscio a rivelarli.

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Lunga vita alla natura selvaggia

Non è la prima volta che decido di partecipare ad una campagna di crowdfunding per sostenere la realizzazione e la pubblicazione di un album ma questo è (e sarà) un anno particolare per chi vive facendo musica. Quindi sostenere un artista diventa più importante di quanto non lo fosse già prima. Tra gli ultimi album c’è The Wilderness Yet, debutto del gruppo omonimo. Si tratta di un trio di artisti della scena folk inglese che si sono uniti per dare vita a questo nuovo progetto. A farne parte la coppia Rowan Piggott e Rosie Hodgson, insieme a Philippe Barnes. L’album uscirà il prossimo 24 luglio ma ho potuto averlo in anticipo per i motivi che ho spiegato sopra. Tra canzoni tradizionali e brani originali The Wilderness Yet si propone come una delle uscite folk più interessanti di quest’anno.

The Wilderness Yet
The Wilderness Yet

The Beauties Of Autumn è una canzone originale scritta dalla Hodgson che celebra la bellezza del suo Sussex nelle prime ore del mattino. Una delicata e poetica canzone che richiama le melodie della tradizione, a partire dall’accompagnamento del duo Piggott e Barnes. La successiva A Bruton Farmer è una canzone tradizionale, conosciuta anche con altri titoli. Racconta la sfortunata storia di una ragazza alla quale viene impedito dai fratelli di sposare il suo amato. Come spesso accade in questi casi non c’è lieto fine. In A Fair Country si ispira così profondamente al vasto repertorio del folk tradizionale che sembra anche lei farne parte ma non è così. Un brano originale a tre voci che ci fa ammirare tutto il talento di questi artisti. La successiva Queen & Country è una canzone di Piggott, già comparsa nel suo album e nel suo progetto Songhive, che raccoglie canzoni con il tema comune delle infaticabili api. Qui riarrangiata ed interpretata dalla Hodgson. Chalice Well / The Wellcombe Hills è un brano strumentale nel quale possiamo ascoltare il flauto di Philippe Barnes. La prima parte è una composizione di quest’ultimo e la seconda è di Pigott. Woman Of The Woods è una canzone originale scritta dalla Hodgson e già comparsa nel suo album di debutto. Una storia di una donna disposta ad aiutare gli altri nonostante le numerose difficoltà. Una bella canzone cantata con la voce melodiosa di quest’artista. Song Of The Whale è una cover dell’originale di Eric Bogle, cantautore folk di origine scozzese. Una versione musicalmente più ricca ed addolcita dalla voce della Hodgson. Una canzone contro la caccia alle balene, un’attività che ha caratterizzato in passato la storia dell’uomo e ancora oggi è oggetto di tensioni. Hjältedyrkan è una polska, una musica ispirata dalle danze scandinave, arricchito dalla vocalità della Hodgosn. Questa è una composizione originale di Piggott come regalo di compleanno per un amico. Una musica affascinante e misteriosa. Rowan Piggott è anche l’autore della bella The Thrush’s Anvil. Come molte altre canzoni folk, il tordo ne è il protagonista indiscusso. Molto bello il ritornello nel quale si percepisce la sintonia tra i vari componenti di questo gruppo. Da ascoltare. Of Men Who’ll Never Know è un brano originale accompagnato da una melodia della tradizione svedese, Ack högaste himmel. Questi tre ragazzi riescono a creare ancora una volta qualcosa di meraviglioso e ricco di fascino, dove voce e musica si alternano come in una danza. Piggott e Barnes si dividono i meriti per il brano strumentale in tre parti Pete’s Jig / Poor Hildegard / Joan Brodie’s, dando libero sfogo al loro talento, il primo con il violino e il secondo con il flauto. Ispirato dalla poesia Inversnaid di Gerard Manley Hopkins, The Wilderness Yet da il titolo all’album e nome al trio. Tre voci che all’unisono danno vita e nuova linfa a questa poesia che ha ispirato altri artisti. Si chiude con Seán Ó Duibhir A’ Ghleanna, reinterpretazione di una ballata irlandese che racconta della resistenza di Sean O’Dwyer contro l’invasione di Oliver Cromwell.

The Wilderness Yet è un album che celebra l’intesa tra questi tre artisti, che condividono i loro talenti, confezionando un album di debutto di assoluta qualità. Ognuno di loro contribuisce a creare un perfetto equilibrio di queste tre parti. La tradizione emerge anche nelle composizione originali, rivelandone così la sua immortalità, attraversando i secoli e giungendo fino a noi. Un album riscoprire la bellezza della natura che ci circonda e che a volte siamo incapaci di vedere. La musica serve anche a questo, e i The Wilderness Yet ci sanno portare un po’ di serenità in questi tempi difficili. L’augurio migliore che si può fare in questo momento, è quello di poterli rivedere insieme su un palco e tornare al più presto con nuove canzoni. Nulla è scontato ormai, e sostenere la musica in questo momento è qualcosa che ci renderà un po’ più felici in futuro.

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Mi ritorni in mente, ep. 70

Non ho molti album composti da brani esclusivamente strumentali ed è per questo che da un po’ di tempo sto cercando di rimediare. Tra gli ultimi c’è Shine, debutto solista della musicista irlandese Caroline Keane. Numerose sono le sue collaborazioni con altri artisti e sempre per offrire il suo talento come suonatrice di concertina. Questo suo album raccoglie numerosi brani della tradizione irlandese, da quelli legati al ballo a quelli più lenti e malinconici.

Un album come questo ci ricorda la bellezza della musica, lontana dalle contaminazioni sintetiche ed elettroniche che oggi ci invadono. Tornare alle origini è qualcosa di speciale, che evoca immagini ormai dimenticate. Mi ha accompagnato in questo inizio d’estate, non riuscendo a farne a meno ogni volta che volevo ascoltare qualcosa. Qui sotto potrete ascoltare l’album nella sua interezza, uscito lo scorso Maggio, e il consiglio è quello di farlo non appena avete qualche minuto libero per poterlo fare in tutta tranquillità.

Fare a pezzi e ricostruire

Devo ammettere che in questi mesi ho dovuto cambiare le mia abitudini, come tutti del resto, e anche se ormai non lavoro più da casa da diverse settimane, ho abbandonato la mia routine e quindi ridotto il tempo che dedico all’ascolto di nuova musica. Fortunatamente le nuove uscite scarseggiano e ho così tempo per recuperare qualche disco pubblicato all’inizio di quest’anno sventurato. Come nel caso di Tear Things Apart, debutto solista di Carolyn Kendrick, cantautrice americana di stanza in quel di Nashville, Tennessee. Si tratta di un EP di sei brani, che mi ha attratto fin dall’inizio per la sua copertina semplice e naturale, e che ad un primo ascolto sembrava celasse del buon folk americano. Invece si è rivelato una sorpresa, molto più vario di quanto le etichette possano descrivere.

Carolyn Kendrick
Carolyn Kendrick

Si comincia con la title track Tear Things Apart, una bella canzone dal gusto classico del folk americano. Una canzone positiva e luminosa, con un accompagnamento ricco e vario ma leggero come una brezza estiva, “I like to tear things apart / Then build them right back up again / I like the feel of the hammer and the nails / In the palm of my hand / It don’t matter if I do the same thing / Over and over again / I like to tear things apart / And build them right back up again“. La successiva Come With Me è una canzone d’amore delicata ed elegante. Anche qui gioca un ruolo fondamentale la musica, che si tiene lontana da qualsiasi definizione, apparendo più libera, “I’m a metaphor, you’re like a simile / I’m a healthy pour and you’re like the glass that / Holds me, holds me / Holds me, holds me / Won’t you hold me, hold me“. Con Mesquite Street, la Kendrick ci sorprende con il suo swing. Rimane davvero poco del folk a stelle e strisce, rivelandosi una sorprendente variazione all’interno di questo EP e sottolineando la versatilità di quest’artista, “Way down on mesquite street / Tequila’s flowing like water and wine / Why don’t we mosey on over / Cause you know we ain’t alive for a long time“. Stick Around rientra in carreggiata, deliziandoci con una bella canzone sulla forza dell’amore. Vibrazioni rock pervadono questo brano ma la voce delle Kendrick addolcisce il tutto, dandogli un nuovo equilibrio, “Just a little longer and I know the feeling will pass / If you wait just a little longer / You can sweep all your worries about us / Underneath the rug, shouldn’t my love be enough / Please stick around, even when the going’s tough“. Un po’ di bluegrass con Little Lorrie. L’amore su una pista da ballo corre veloce, al ritmo di questa canzone. La Kendrick ci regala il lato più folk della sua musica, grazie anche al suo inseparabile violino, “Little Lorrie, little Lorrie’s got her dancing shoes / Little Lorrie, little Lorrie’s got the rhythm and the blues / And the oohs and the aahs, she knows what she wants / I know that she doesn’t want me“. Si chiude con Silver Dagger, una canzone tradizionale cantata con voce eterea e malinconica. Una ragazza costretta dalla famiglia a rinunciare al suo amato, è il tema di questa triste ballata, reinterpretata con un piglio moderno ma rispettoso, “Don’t sing me love songs, you’ll wake my mother / She’s sleeping here right by my side / In her right hand lies a silver dagger / She says that I can’t be your bride“.

Tear Things Apart è stato davvero una sorpresa per me. Nonostante le basi siano vicine al folk americano, o americana, Carolyn Kendrick riesce sempre a discostarsi un po’ da esse, rendendo questo EP vario e, per questo, interessante. C’è la tradizione ma anche una visione più moderna dell’essere autrice ed interprete delle proprie canzoni. Sei brani che racchiudono un background musicale più vasto di quello che possono lasciare intendere. Spero solo che, visti i tempi, questo Tear Things Apart possa vere un seguito al più presto, perché questa artista mi ha incuriosito con la sua versatilità e la particolare attenzione alla musica.

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Serpente a sonagli

Una delle novità che più mi incuriosivano in questa prima metà del 2020, c’era il nuovo album della cantautrice americana, Jaime Wyatt. Il titolo dell’album è Neon Cross e segue quello che può considerarsi a tutti gli effetti il suo debutto, Felony Blues, uscito nel 2017. La vita di questa ragazza non è stata affatto tranquilla ma, tra delusioni discografiche, droga e pure un passaggio in prigione, sembra aver finalmente trovato la sua strada con questo nuovo disco. La sua musica è un country vecchio stile, sempre un po’ malinconico ed oscuro ma anche un po’ irriverente e ribelle. All’epoca Felony Blues mi fece un’ottima impressione e sapevo che questo Neon Cross non mi avrebbe deluso.

Jaime Wyatt
Jaime Wyatt

Si parte con una lunga ballata country intitolata Sweet Mess. La voce graffiata della Wyatt ci rende subito consapevoli di quelle cicatrici interiori che si porta dentro. Invece di iniziare l’album con il botto, sceglie di farlo in modo diverso. Ma ecco che la Wyatt che avevamo conosciuto esplode con la title track Neon Cross. Un bel country rock trascinante che fa leva ancora sulla voce della sua interprete, dal quale questo disco sembra prendere vita. La successiva L I V I N vuole confessare quell’inconfessabile paura di vivere. Un country che ci riporta indietro del tempo, che sotto una melodia spensierata nasconde un malessere più profondo. La svolta rock arriva con Make Something Outta Me. Non nascondo che è una delle mie preferite per come la Wyatt riesce ad incastrare le parole tra le note delle chitarre. Avremmo più bisogno di canzoni come queste. Con By Your Side si ritorna alla ballata, questa volta con una marcata venatura rock. Sono le chitarre a guidare la voce della Wyatt, sempre più drammatica e intensa. Just A Woman vede la partecipazione di una veterana della musica country come Jessi Colter. Si sente l’influenza del country anni ’70, le pedal steel e tutto il resto. La cantautrice americana si misura con qualcosa si estremamente classico e vince la sfida. Si sentono gli echi del precedente Felony Blues in Goodbye Queen. Jaime Wyatt dimostra la sua capacità di adattarsi ed adattare la sua voce alle varie sfumature del genere country con un’altra canzone orecchiabile. Mercy torna verso un country classico d’altri tempi. Un accorato appello reso ancora più profondo grazie al timbro vocale della Wyatt, fragile e segnato. Tra le mie preferite c’è Rattlesnake Girl. Un bel country rock ben bilanciato e facile da ricordare. Qui si possono apprezzare le doti di questa cantautrice e la sue capacità di scrittura. Da ascoltare. Hurt So Bad è un’altra ballata alla quale partecipa anche Shooter Jennings, cantautore country nonché produttore di questo album. Una canzone personale ed intima, quasi una liberazione. Chiude l’album Demon Tied To A Chair In My Brain cover in salsa country di una canzone di Dax Riggs. Una canzone che sembra stata scritta proprio per Jaime Wyatt tanto si presta bene per la sua voce.

Non c’è dubbio che Neon Cross sia uno di quegli album che non possono in alcun modo deludere. Come è possibile farlo quando il country suona così classico e genuino, quando un’artista, in questo caso Jaime Wyatt, ci mette l’anima, portando con sé il peso del suo passato? Il disco precedente era meno riflessivo e più diretto, qui invece, seppur non mancano momenti rock, la Wyatt sceglie di rallentare la velocità e regalarci qualche ballata in più. Siamo di fronte ad un’artista che ha tanto da raccontare e sa farlo bene. Neon Cross è solo il primo passo di una nuova vita e l’inizio di una carriera che molti sognano. Questo è un ottimo album che contiene dell’ottimo alternative country. Cos’altro chiedere di più?

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Ancora un altro libro, ep. 2

Avevo concluso lo scorso anno, dando qualche consiglio letterario. Sono passati sei mesi da allora ed è arrivato il momento di aggiornarvi riguardo alle mie letture. In questi primi mesi del 2020, caratterizzati da quella cosa di cui sarete al corrente un po’ tutti, non hanno visto incrementare di molto il numero di libri che ho letto. Sopratutto perché non ho mai smesso di lavorare, per la maggior parte del tempo da casa, e quindi ho smesso di leggere comodamente in treno. Non so quando riprenderò a fare il pendolare ma per il momento cerco di leggere nei ritagli di tempo e la sera. Ma non voglio dilungarmi oltre e passerei ai fatti.

Il primo libro che ha aperto questo nefasto 2020 è Dune di Frank Herbert. Non sono un appassionato di fantascienza ma ero attratto da questo romanzo perché ho letto a riguardo opinioni entusiastiche. Il fatto che sia stato pubblicato 1965 può far pensare ad una fantascienza datata e non più credibile (cosa vera solo in alcuni dettagli insignificanti, come i libri su microfilm). Invece, essendo ambientato in un lontano futuro, circa 24.000 anni, mette in crisi chiunque voglia fare delle previsioni. All’inizio si fa un po’ fatica ad entrare nel mondo creato da Frank Herbert. Tanti nomi, spesso di derivazione araba e latina, tante usanze e personaggi. Piano piano però si entra nello spirito del libro. Ed è sorprendente come nel 1965, Herbert abbia anticipato tanti temi oggi molto attuali: ecologia, sfruttamento delle risorse e guerra santa. Un libro ricco di tematiche, affrontate all’interno di un thriller fantascientifico dalla tensione costante. Per scelta dell’autore, alcuni passaggi temporali non vengono raccontati e questo a volte spezza la lettura e lascia spaesati. Un libro che fa riflettere anche se non si è appassionati di fantascienza come me. Leggerò anche il seguito, conscio del fatto che l’intera saga copre un arco temporale di 16.000 anni! Attendo il film in arrivo (forse) entro l’anno con interesse.

Non può un fedele lettore di Stephen King, non provare a leggere qualcosa di Shirley Jackson. Abbiamo sempre vissuto nel castello è un romanzo piuttosto breve e non strettamente horror come si potrebbe pensare. Infatti qualcuno potrebbe restare deluso dal fatto che c’è poca azione e colpi di scena clamorosi. Il classico libro che si deve leggere per il piacere di farlo, solo così si può arrivare al finale che, in qualche modo, cambia la prospettiva delle vicende raccontate e ci fa salire un brivido lungo la schiena. Sono rimasto sorpreso dalla capacità della Jackson di introdurci lentamente nella vita delle due sorelle Blackwood, rendendoci partecipi della loro vita privata e di un passato pesante. Ho già altri libri della Jackson pronti da leggere e non vedo l’ora di affrontare ancora quest’autrice piuttosto enigmatica.

Mi è stato regalato La svastica sul sole di Philip K. Dick. Conosciuto anche come L’uomo nell’alto castello (traduzione letterale del titolo originale), racconta di una storia alternativa nella quale i tedeschi e i giapponesi vincono la seconda guerra mondiale. Primo romanzo di Dick che leggo e forse non l’ho compreso appieno. L’idea dei nazisti che vincono la seconda guerra mondiale è stata all’epoca a dir poco geniale ma secondo me molto poco approfondita. Per volontà dell’autore, vengono presentati al lettore vaghi accenni alle conseguenze di questo evento che avrebbe cambiato la storia. Le vicende dei personaggi danno l’impressione che si possano intrecciare ma più le pagine scorrono e più è forte la sensazione che non sarà così. Il ruolo dell’uomo nell’alto castello tutt’ora mi sfugge. Sembra che Dick abbia buttato lì un’idea, ottima peraltro, ma ha lasciato che altri gliela rubassero negli anni a venire. Non mi ha entusiasmato, devo essere sincero, e per il momento non ho intenzione di leggere altro di questo autore.

Ho proseguito anche con il secondo volume della saga de La Spada della Verità di Terry Goodkind, intitolato La Pietra delle Lacrime. Cosa dire, lo stile di Goodking è scorrevole ed è piacevole leggere le avventure di Richard e Kahlan. Tanta magia, combattimenti e uno sguardo diretto ad un lettore adulto o quasi. Piuttosto corposo ma mai troppo lento, anche se c’è qualche ripetizione di troppo. Non un capolavoro ma un buonissimo libro che intrattiene e a tratti fa anche riflettere. Una saga fantasy controversa scritta da un autore controverso ma sono anche io tra quelli a cui piace, almeno finora. Se volete una lettura estiva di svago ma non troppo, questa saga potrebbe fare per voi. Continuerò sicuramente con il prossimo volume ma non subito.

Non poteva deludermi e non l’ho ha fatto, Secretum della coppia Monaldi e Sorti. Un altro giallo/thriller storico molto accurato e interessante, sopratutto per le vicende storiche connesse. Gli stessi protagonisti del precedente Imprimatur sono alle prese con un conclave imminente e la successione al trono di Spagna. Suggestive le ambientazioni romane, molto dettagliate, nel quale si svolgono le loro avventure, narrate in un linguaggio settecentesco. Sempre precise e sorprendenti le note storiche che sono il punto di forza di questa serie di romanzi. Il vero colpo di scena lo offre la storia e non tanto il romanzo in sé. Se non avete mai letto Monaldi e Sorti vi consiglio di farlo subito anche se richiede un po’ di impegno. Non vedo l’ora di tornare a leggere di Atto Melani e il “ragazzo” senza nome.

La delusione è arrivata con Il Re in Giallo (o Il Re Giallo), raccolta di racconti di Robert W. Chambers. Precursore delle tematiche di H.P. Lovecraft e altri autori è tornato alla ribalta in tempi recenti dopo un periodo nel dimenticatoio e, senza offesa, forse c’era un motivo. I primi racconti che fanno riferimento al Re in Giallo sono i migliori. Poi questa raccolta include altri racconti decisamente meno coinvolgenti. Chambers si perde in lunghe descrizioni che non aggiungono niente ai racconti e annoiano il lettore. I personaggi sono solo dei nomi sulla carta, vanno e vengono confondendosi tra loro. Ho letto Poe e Lovecraft ed altri autori simili ma Chambers l’unico che mi ha messo in difficoltà. Ho fatto fatica ha finirlo e ammetto di aver saltato qualche pagina di descrizioni negli ultimi racconti. Non proprio consigliato a meno che lo volete leggere per beneficio di inventario e colmare il buco nella vostra libreria tra Poe e Lovecraft.

Infine sono ritornato sui romanzi storici con Conn Iggulden e il suo Stormbird, il primo di una serie di quattro romanzi ambientati in Inghilterra alla fine della guerra dei Cent’anni. Le vicende narrate aprono le porte a quella che sarà ricordata come la Guerra delle Due Rose. Davvero ben scritto e scorrevole, sopratutto nei dialoghi. Il linguaggio è forse un po’ moderno ma sicuramente più accessibile. Una sorpresa che mi ha ricordato un altro grande autore di romanzi storici come Bernard Cornwell. Quest’ultimo di sofferma più sui dettagli delle battaglie mentre Iggulden preferisce soffermarsi sulle vicende politiche e sugli uomini che hanno deciso la storia. L’autore si prende qualche libertà rispetto alla realtà me ne rende conto nelle note storiche al termine del romanzo.

Mi ritorni in mente, ep. 69

Di questi tempi molti artisti sono anche loro costretti a restare a casa, con un futuro molto incerto di fronte a loro. C’è chi cerca di restare vicino ai fan cantando qualche canzone in streaming, chi organizza veri propri concerti, sempre in streaming, ma con posti limitati ed un biglietto da pagare e chi invece cerca aiuto economico attraverso campagne di crowdfunding o simili. La cantautrice scozzese Amy Macdonlad ha scelto di condividere online qualche canzone direttamente da casa sua e di scriverne anche una tutta nuova.

Si intitola A Piece Of My Heart ed è stata ispirata da questi tempi difficili di isolamento. Una bella canzone che spero sia inclusa nel prossimo album della Macdonald che era previsto entro quest’anno. Vi lascio ascoltare la canzone, sperando posso portare un po’ di conforto mentre si vede la luce in fondo a questo tunnel.

Cos something came along
like a bolt from the blue,
and it changed your life,
and it changed mine too,
and nothing feels the same,
nothing feels the same at all.
And the world went quiet
and the lights went dark,
And once we were together
now we’re miles apart,
I’m sending you a piece,
sending you a piece of my heart,
So we’ll never be apart.