Questo è lo scopo delle canzoni

Seguo Tamara Lindeman e il suo progetto solista, The Weather Station, ormai da diversi anni e posso dire che è una delle mie preferite. Questa cantautrice canadese non è quel genere di artista che mi piace ascoltare a ripetizione, preferisco invece trovare il tempo giusto da dedicarle. Dagli esordi folk sono passati ormai più di dieci anni e il sound di The Weather Station è cambiato soprattutto nell’omonimo album del 2017 che precede appunto il nuovo Ignorance. Il suo spirito ambientalista e la sua sensibilità ai temi del nostro tempo si riflettono da sempre nella sua musica e più che mai in questo disco.

The Weather Station
The Weather Station

L’album si apre con Robber che con la consueta voce quasi sussurrata la Lindeman ci spiega che ci sono ladri e ladri. Non tutti entrano in casa con il volto coperto, tanti sono protetti dalle leggi, dalle parole e dal potere. Tutto questo su uno sfondo musicale articolato e ricco, “No, the robber don’t hate you, the robber don’t hate you. He had permission – permission by words, permission of thanks, permission of laws, permission of banks, white table cloth dinners, convention centres, it was all done real carefully“. La successiva Atlantic si srotola sul un ritmo della batteria, riflettendo su come affrontare i cambiamenti. Preoccuparsi di tutto oppure fare finta di niente? La voce della Lindeman appare disperata, di chi è alle prese con qualcosa più grande di lei, “Thinking; I should get all this dying off of my mind, I should really know better than to read the headlines, does it matter if I see? Or really can I not just cover my eyes? Oh tell me, why can’t I just cover my eyes?“. Tra le mie preferite c’è Tried To Tell You nella quale questa cantautrice si confessa cercando di spiegare come, attraverso le canzoni, cerchi di dare un messaggio. Non senza difficoltà, “This is what the songs are for, this is the dirt beneath the floor; I cannot sell you on your own need. But some days there might be nothing you encounter, to stand behind the fragile idea that anything matters“. Parking Lot ha delle influenze pop decisamente più marcate delle canzoni che la precedono. C’è però un sentimento poetico che si scontra con la dura realtà, sull’essere un’artista sincera e diretta. Un brano perfetto sia nella scrittura che nella scelta musicale, “I confess I don’t wanna undress this feeling, I am not poet enough to express this peeling. Was I not yet naked enough? Too quick to blush; already I am too much. Is it alright that I don’t wanna sing tonight?“. Loss non si allontana dalla sonorità che caratterizzano questo album ma risultando più criptica nel significato. Restano un senso di inquietudine e impotenza palpabili, “But you knew the story had never been true – loss is loss. What was it last night she said? ‘At some point you’d have to live as if the truth was true.’ When it gets too hard to not know what you knew. Loss is loss“. Separated appare più essenziale nell’accompagnamento musicale ma rimanendo profonda nel suo significato. Una tra le migliori di questo disco, nonché una delle più sperimentali di quest’artista, “To carry for you out in the open fields, I bore it by feel; in my stupid desire to heal, every rift every cut I feel, as though I wield some power here, I lay my hands over all your fear, this gushing running river here, that spills out over these plains, soaking in all this rain“. In Wear la Lindeman prova ad immaginare il mondo come un abito da indossare, troppo largo eppure così stretto. Una riflessione fatta di un’immagine nitida e potente, “It does not matter to the world if I embody it. It could not matter less that I wanted to be a part of it. Still, I fumble with my hands and tongue, to open and to part it. I tried to wear the world like some kind of jacket“. Segue una lunga ballata intitolata Trust, la più lunga dell’album. I toni scuri nascondono le immagini poetiche ed evocative della fine di un amore. Una canzone potente ed affascinante, “Bring me all the evidence; the baskets of wild roses, the crumpled petals and misshapen heads of reeds and rushes, the bodies of the common birds, robins, crows, and thrushes, everything that I have loved and all the light touches, while we still have time“. Heart è un’altra canzone che ricalca i ritmi delle precedenti, sempre guidata dalla voce della Lindeman. Non sembra esseci fine all’ispirazione che ha dato vita a questo album, “I don’t have the heart to conceal my love, when I know it is the best of me. If I should offend you, I will show myself out, you can bury me in doubt if you need to. I can walk out in the street, no-one need look at me, it is with my eyes I see“. Si chiude con Subdivisions. Una canzone malinconica, solitaria. Si riesce a vedere quello che canta, come fosse un romanzo, un’istantanea di vita, “Got in the car, and the cold metallic scent of snow caught in my throat as I reached out to turn on the radio; the unfamiliar songs, the voices sing of love, and of wanting to dance and to sing in the rhythm of“.

Ignorance è un album che amplifica tutte le qualità della scrittura di Tamara Lindeman, dando forza al progetto The Weather Station. C’è un sentimento di rabbia che serpeggia tra le sue note, spezzato da un senso di impotenza e insicurezza. Ci troviamo di fronte ad un’artista che non si nasconde e che punta il dito contro chi è indifferente ai cambiamenti del mondo che ci circonda. Non c’è spazio per canzoni leggere o inutilmente sentimentali, in Ignorance si scava nel profondo in cerca di risposte. Questo disco è mosso da un’ispirazione urgente che fa fare un balzo in avanti a The Weather Station, diventando così il mezzo di diffusione di un messaggio di riscatto e consapevolezza. Un album importante che dimostra tutto il talento della Lindeman e si propone come uno dei migliori di questo anno appena iniziato.

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Non chiudere gli occhi

Il mese di Febbraio ha portato con sé nuova musica, nuove uscite discografiche molto attese, come il nuovo album delle The Staves. Le tre sorelle inglesi Emily, Jessica e Camilla Staveley-Taylor tornano con Good Woman, a sei anni di distanza terzo album If I Was e a quattro da The Way Is Read in partecipazione con yMusic. Questa volta non c’è più la sapiente mano di Justin Vernon, che aveva saputo rinfrescare il sound del trio, dietro la produzione del disco. Le tre sorelle, in seguito a gioie e dolori che hanno caratterizzato la loro vita familiare, hanno ritrovato l’ispirazione per questo nuovo album che appare fin da subito come un nuovo inizio. Ecco dunque Good Woman che apre la stagione, almeno per quanto mi riguarda.

The Staves
The Staves

La title track Good Woman apre l’album ed è ispirata dalla madre e dalla nonna delle sorelle, entrambe scomparse nel 2018, di cui si può ascoltare una conversazione in sottofondo. Una riflessione su cosa significhi essere una brava donna, con le consuete tre voci ma un approccio più indie pop del passato, “Surrender is sweet, forgiveness divine / But who will build statues of me when I leave you all behind? / When I’m carrying weight but I know it’s not mine / With half a heart it’s hard to start, but I feel as though“. Best Friend riprende le più recenti sonorità del trio per dare vita ad una canzone sull’amicizia. Una visione quasi adolescenziale e pura, come le voci delle Staves, “I can see you running now / You can see me / Burning in a blackout / Coming down / Oh, said you got a new car / Give me a ride home / You could be my best friend / You could be my best friend“. La successiva Careful, Kid sorprende per la svolta indie rock, soprattutto a livello musicale. Le voci sono sporcate, distorte in un modo del tutto inedito per le sorelle, “All the kicks in the ribs / They can really make you weak / And I’m coming back ‘round / From a five-year rebound / Would you give me one side to go on?“. Next Year, Next Time torna in acque sicure. Sono soprattutto le tre voci ad essere protagoniste e raccontano di quella volontà di rimandare un sogno, un desiderio per quando sarà il momento adatto, se mai ci sarà, “So we marked it out as something we would try / Next year, next time / And we marked it out as something we would try / Next year, next time“. Segue Nothing’s Gonna Happen che è una delle canzoni più acustiche e vicine all’esordio che possiamo ascoltare in questo album. Morbide e rassicuranti, le voci delle sorelle, sono perfette come sempre e ci deliziano come la prima volta, “If I could reach you now / I’d say that I am proud / Of everything you’ve done / And the wonderful man I know you have become / ‘Cause maybe you don’t know“. Anche Sparks rispolvera quella stessa vena folk. Una canzone poetica e sincera, fatta di immagini delle piccole cose quotidiane, “Trying to see you / Trying to tell you that I’m / Living in your home now / And holding on / I love your hair / I love your heart, I need you there“. Paralysed è una canzone essenziale, caratterizzata da un’interpretazione dimessa, almeno inizialmente per poi crescere nel finale. Una canzone sul senso di impotenza e smarrimento dopo la fine di una relazione, “Paralysed and sore / For the longing / The belonging / It isn’t fair / Why don’t you care? / What a thing it is just to bore yourself / To ignore yourself and pretend“. Devotion è il cuore pulsante di questo album e ne racchiude in sé lo spirito. Una canzone che parla della sensazione di essere in balia di qualcuno, dalle tonalità potenti e nuove per le Staves, “Well I could blow those fucking windows out / Leave them dragging down the road / Your affliction isn’t mine to hold and / How should I know how to?“. Failure abbraccia sonorità indie rock ed è tra quelle che preferisco di questo album. Ironica ma non troppo, venata da un senso di tristezza spazzato via dalla consapevolezza che la vita va avanti, nonostante il dolore che hanno affrontato le sorelle dopo l’ultimo album, “I’m a failure now / Nobody wants to play with me / Nothing left to say to me anymore / I’m a failure now / Nobody wants to sing with me / Nothing left to bring to me anymore“. Satisfied si interroga se ciò che si ha avuto finora è sufficiente per ritenersi soddisfatti. Un’altra canzone sincera, intima ma soprattutto riflessiva, “Wasted time, wasted while / Guilty lying on your back / Wasted talk on the telephone / Why’d you do it like that“. Si continua con Trying dove le tinte si fanno più scure, le più scure di tutto l’album. Una canzone per certi versi dolorosa, dove le voci delle sorelle di uniscono in un canto tanto grandioso quanto disperato, “Don’t close your eyes / Please step to this / You can say I don’t know pain and so it don’t exist / I’m in my room / And that’s all there is“. Si chiude con Waiting On Me To Change che riaccende una luce di speranza con note soul. Una delle canzoni più affascinanti e magiche di Good Woman, la bellezza di aspettare il momento opportuno senza fretta, “Said you’re waiting on me to change / What you doing that for? / When I said I’ll stay the same, same, same, same, same, same / Same guy I was before“.

Good Woman segna il ritorno sulla scena delle The Staves, tre cantautrici che hanno subito conquistato pubblico e critica fin dai loro esordi. Se da una parte c’è la chiara volontà di rompere con il passato, adottando un piglio più indie pop e moderno, dall’altra resta inalterata la vocalità delle sorelle, sempre capaci di incantare con le loro armonie. Non ho dunque percepito questo album come un vero e proprio nuovo inizio, se non nei contenuti più personali, ma una naturale evoluzione di quanto era stato fatto nel precedente If I Was. Certo in sei anni sono cambiate tante cose e la pausa dalla musica del trio, ha giovato all’ispirazione di una maturità conseguita. Good Woman, in definitiva, è un ottimo album, nel quale ritrovare le The Staves di sempre ma con qualcosa in più, qualcosa di diverso che è difficile spiegare a parole.

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Mi ritorni in mente, ep. 76

Dieci anni fa vedeva la luce l’album di debutto della cantautrice inglese (di origini italiane) Anna Calvi. Non a caso infatti, verrà ripubblicato in edizione speciale il 14 maggio. Ricordo che questo album lo ascoltai sul finire del 2011 ma lo misi presto da parte, avendo suscitato in me reazioni in contrasto con la critica entusiasta di allora. Ci riprovai qualche mese dopo e ne rimasi folgorato. Difficile scegliere la migliore tra quelle dieci canzoni ma indubbiamente il trittico composto da Desire, Suzanne And I e Blackout non può lasciare indifferenti.

Anna Calvi in questi dieci anni ha saputo centellinare le sue uscite discografiche, riuscendo nella non facile impresa di evitare colpi a vuoto. Finora la musica della Calvi è stata un viaggio nel suo animo irrequieto, nelle sue passioni e nelle sue incertezze. Quando non si esibisce appare come una ragazzina, con una chitarra troppo grande per lei e una voce incerta e timida. Finché la chitarra non suona e la sua voce non diventa una delle più belle del rock degli ultimi dieci anni, è difficile immaginare quello che può fare Anna Calvi. Se non la conoscete ancora allora è giunto il momento di provare un assaggio di questa piccola grande donna. Questa è Desire. Questa è Anna Calvi.

Storia di una maga

C’è ancora tempo per me di recuperare qualche uscita che mi sono perso lo scorso anno. In realtà il nome di Jess Williamson, cantautrice americana, compare da parecchio tempo nella mia personale wishlist, è uno di quei nomi che ritorna sempre quando mi metto alla ricerca di nuova musica. All’inizio di questo 2021 mi sono deciso di ascoltare il suo ultimo album, uscito lo scorso maggio, intitolato Sorceress. Il suo folk pop mi è piaciuto subito e non me lo sono fatto scappare un’altra volta.

Jess Williamson
Jess Williamson

L’apertura è affidata a Smoke che dapprima ci fa assaggiare la voce morbida ed etera della Williamson per poi lasciare spazio alle chitarre. Un inizio affascinante e ben bilanciato,”We like staying home, we like running round / Fix my hair and make-up when I go downtown / Don’t care if we’re alone, the trick is where you are / You can wear my clothes, we can take my car / And that’s what I get to give / That’s what I get“. As The Birds Are si presente con un folk pop dalle atmosfere vintage. La voce della Williamson è suadente e malinconica. Tutto è come dovrebbe essere, “Annie, put your weapon down / I saw you last night / You were running round / With them coyotes hollerin in the city streets / They don’t lay a hand on me“. La successiva Wind On Tin è una delle canzoni che preferisco di questo album. Un ritmo carico di sogni e speranze che si mescola con con quelle sonorità cosmiche che hanno caratterizzato le sonorità di questa artista, “Helpless, helpless, helpless / We all sang along / There is a braid that binds us / And his thread ain’t gone / Heard a sound so heavenly / Were the angels singing just for us? / Or is that what the wind out here does on tin?“. La title track Sorceress è una canzone che parla d’amore con delicatezza, nella quale la Williamson è accompagnata da una musica essenziale. Un’atmosfera intima e riflessiva pervade il brano e il finale è sorprendente, “But I’m not trying to tame a lion / I want to be caressed / Yes, there’s a little magic in my hat / But I’m no sorceress / Sorceress“. Decisamente più pop, Infinite Scroll, che ricorda le sonorità anni ’80. Jess però dimostra ugualmente di essere a suo agio, rivelandosi una cantautrice abile e di talento, “You watched me laugh in the face of the clock / And fall down stairs with barely a knock / I was on one then, really leading the pack / Swearing love can’t die when I believed that / Time did unfold like an infinite scroll“. Love’s Not Hard To Find è una romantica ballata che si affida un folk pop luminoso e positivo. La voce della Williamson appare fragile e pronta a spezzarsi in qualsiasi momento, “I don’t know what you need now, baby / I can’t read your mind / If it’s love you’re looking for / Love’s not hard, hard to find, hard to find“. How Ya Lonesome vira verso un folk country che ricorda un po’ Lana Del Rey. Una delle canzoni più belle e ricche di fascino di questo album, facile innamorarsene, “Big moon shine all over the house / It didn’t work then, well it don’t work now / Sage them stones, gonna rinse ‘em out / Asked for help, they let me down“. Segue Rosaries At The Border si sposta in territori più acustici e confidenziali, con chiari rifermenti religiosi. Jess Williamson continua a sorprendere per la sua duttilità e capacità, “They told her life was better on the other side / You’ll give your babies a better chance / Than you had in your whole life / For the fate of her family, and as she prayed to Jesus Christ / She came running“. Tra le mie preferite non posso escludere Ponies In Town. Una chitarra e la voce calda sono più che necessari a quest’artista a creare una delle canoni più poetiche e immaginifiche di questo album, “I got a little money now, I buy the fancy eggs / My thoughts are calm and quiet when I lay down my head / Take anything you want from me, my love, I give it free / I don’t keep track of what is owed, you got no debts with me“. Si ritorna alle influenze del pop con Harm None che racconta di un’amore più forte delle difficoltà, “Still my heart is wrestling here / In the tar pits, slinging fear / Pray we never grow so old / That you can’t show us what you know / Miss miracle“. Si chiude con Gulf Of Mexico. La Williamson affronta il passare degli anni meditando su cosa significhi essere una donna. Un finale riflessivo e maturo, “A woman goes through phases and a woman goes alone / I can’t quite explain it, cause I don’t always know / Now was it another lifetime or not so long ago? / I’m remembering you swimmin’ in the Gulf of Mexico“.

Sorceress è un album che mi ha sorpreso innanzitutto per la produzione che l’accompagna. Il panorama di un certo cantautorato indie folk sì è molto inflazionato negli ultimi anni, sfornando numerosi artisti che finiscono per assomigliarsi. Eppure esiste ancora chi è in grado di distinguersi come ha fatto Jess Williamson. Ogni canzone è ben bilanciata all’interno di tutto l’album che spazia del folk, al pop fino a toccare il country. La produzione, dicevo, risulta brillante in questo senso, supportata del talento della Williamson. Sorceress è un album davvero ben fatto, senza cadute, rivelandomi un altro nome da tenere in considerazione per i prossimi ascolti.

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Filipendula ulmaria

Per il momento le uscite del 2021 tardano ad arrivare, c’è da attendere febbraio per ascoltare qualcosa di nuovo. Nel frattempo recupero qualche disco dello scorso anno come questo Wildhorse della cantautrice norvegese Malin Pettersen. Si tratta del suo secondo album, pubblicato lo scorso ottobre e più o meno da allora fa parte della mia collezione. Perché dunque ho aspettato tanto a scriverne? Non so esattamente perché ma è andata così. Sono sempre in tempo per recuperare. In realtà, Malin Pettersen, è uno di questi nomi che mi sono appuntato ormai da parecchio tempo e l’occasione dell’uscita del suo nuovo Wildhorse, ha risvegliato in me l’interesse per la sua musica.

Malin Pettersen
Malin Pettersen

La traccia di apertura California ci lascia intuire che le sonorità americane saranno quelle che caratterizzeranno maggiormente questo album. Un nostalgico nella memoria di un viaggio nell’assolato stato americano, “California, my heart’s beating for ya / California poppies blowing in the wind / Out in the fields / You know how I feel / About the gold“. Segue la luminosa e positiva Hometown. La voce della Pettersen è fresca e la melodia orecchiabile, “I left my worries but I took control / If you ask me I’d say I’m on a roll / People back home would say I’m on a spin / But the same old people / don’t know where I’ve been / I gotta go / Gotta go“. Particles è una ballata d’amore vecchia scuola. Voce suadente su di un sottofondo poco invadente. Semplicemente romantica e po’ melensa, “I hear scientists say particles / move in the strangest ways / That some can move in waves / and sometimes even fly through space / Not the strongest telescope / can see it’s flight, but yet we know / That it has to be there because it has to be so / Just like the love I have for you“. Holding Lonely è un bel brano country che parla ancora d’amore senza tralasciare una buona dose di malinconia, “Any other night / You’d probably change my mind / Any other night / I’d lay you down / But I can’t keep you companied / No, that won’t make things right / I’ve been holding lonely / Way too tight“. Decisamente più vivace, Let’s Go Out. Qui la Pettersen sfordera una delle canzoni più orecchiabili e trascinanti di questo album, nonché una tra le mie preferite, “Sometimes you know what you want / You just don’t want to admit it / The future’s not too far away / Just stay close to me baby / Let’s change each other’s lives now“. La successiva Arkansas ci trasporta nel sogno americano dove è tutto è possibile. Trovate diamanti e oro, nella terra della speranza. Una canzone ispirata e brillante,”I hear you can dig for diamonds / In the Arkansas state park / I hear you can still find gold in Denver / I hear somebody’s trying to make gold out of something else / I think there are some things / they forget to remember / And the people are going crazy / I hear you can dig for diamonds in the Arkansas state park“. Decisamente più riflessiva I Don’t Care. Anche in questo caso la Pettersen dimostra di avere nel sangue la musica dei grandi cantautori americani, come molti suoi connazionali del resto, “I don’t care for laughing / For it would be untrue / I don’t care for breathing much / But I don’t care to die / And I don’t care for living / Seems like I’m bound to try“. Weightless è una canzone che suona come una confessione intima e fragile. La voce della Pettersen è delicata e sfuggente, supportata da un accompagnamento essenziale ma efficacie,”When I was young / All I wanted / Was to be mysterious / To hide myself / Inside my head / And always act so serious / I wanted to be shy / I wanted to get high / But I wasn’t / And I didn’t / Except for a couple of times“. La più leggera Mr. Memory affronta l’eterno rapporto tra la memoria e la bottiglia. Bere per dimenticare sembra essere l’unica strada percorribile a volte, “Mr. Memory, meet Mr. Bottle. / He’s the only true friend I’ve ever known. / Mr. Bottle, meet Mr. Memory. / He’s the kind of friend that just won’t leave you alone. / Mr. Bottle don’t remind me of all the things that I do wrong“. Wildhorse Dream è una bella canzone, anche questa volta illuminata dalla voce pulita della Pettersen, arricchita da vaghe sonorità pop, “Being on a plane / Is like leaving all the pain behind / What I listen to / What I eat / And who I’m gonna meet / It all gets lost in time / It’s like time’s not even time moving forward / But just movements that help us keep track“. Chiude la malinconica Queen Of The Meadow. Una delle canzoni più poetiche di questo album. Davvero ben scritta e interpretata. Lascia dietro di sé solo sensazioni positive, “Because the good times were plenty / And the bad ones won’t bother me now / I’ve learned more that I knew / my mind could, somehow / And as a memory of all the good life gave / I want Queen of the Meadow on my grave“.

Wildhorse è davvero un ottimo album di una delle esponenti migliori del filone americana del Nord Europa. Un album fatto di canzoni mai sopra le righe, sempre ben bilanciate tra malinconia e gioia. Malin Pettersen è una cantautrice indubbiamente abile e di talento che ha quella rara capacità di fare un passo indietro rispetto a chi ascolta. Le sue canzoni diventano in qualche modo le tue, come un regalo fatto senza aspettarsi nulla in cambio. Wildhorse è da annoverare tra le migliori uscite dello scorso anno ed solo colpa mia se sono arrivato un po’ in ritardo.

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Ancora un altro libro, ep. 5

Nello scorso episodio mi sono dilungato riguardo al romanzo Il Signore delle Mosche di William Golding, analizzando quello che, secondo me, era poco convincente. In seguito ho letto altri libri che mi hanno decisamente più soddisfatto. Partiamo dal Beowulf tradotto in prosa nientemeno che dal professor John R.R. Tolkien. Il poema originale, in inglese antico, è stato scritto, probabilmente, intorno al 700 da un poeta tuttora anonimo. Solo una copia è giunta fino a noi ed è all’incirca dell’anno 1000. Sono diverse le difficoltà per chi si volesse cimentare nella traduzione di questo poema epico che sfrutta l’allitterazione e non le rime, come si potrebbe pensare. Uno: l’inglese antico è una lingua piuttosto oscura perché sono rimasti davvero pochi testi scritti. Tolkien ovviamente è un esperto ma anche lui ha avuto non poche difficoltà con la traduzione. Due: l’unica copia manoscritta al mondo è stata gravemente danneggiata dall’incendio della Cottonian Library che la conservava nel 1731. Alcune pagine sono pressoché illeggibili. Tre: Nel corso dei secoli chissà quante volte il Beowulf (titolo assegnato solo in tempi recenti) è stato copiato, passando di amanuense in amanuense. Qualcuno, su consiglio di qualche poeta successivo all’originale, ha aggiunto o modificato qualcosa, credendo di fare cosa gradita. Inoltre alcuni copisti è probabile che non comprendessero appieno l’inglese antico e si sono presi la libertà di correggere quelli che secondo loro erano errori. Dunque il buon Tolkien affronta un’impresa che non a tutti è riuscita appieno e non manca certo di farlo notare ai colleghi che lo hanno preceduto. Questo libro non nasce come tale ma è opera del figlio Christopher che ha raccolto tutto il materiale del padre che riguardava il poema. Lezioni, appunti, disegni e ovviamente la traduzione divisa in tre documenti che a volte si contraddicono tra loro. Christopher Tolkien però fa un ottimo lavoro regalandoci una versione in prosa scorrevole. Le note al testo sono molto interessanti e curiose anche se a volte un po’ troppo tecniche. In aggiunta c’è anche il Racconto Meraviglioso, una riscrittura della storia di questo eroe fatta da J.R.R. Tolkien e ricavata dalle informazioni estrapolate dal testo ed epurata dalle numerose leggende storiche che la pervadono. Lettura consigliata ma non per tutti. Alcuni passaggi del poema risultano confusi, quasi incomprensibili. Non per colpa delle difficoltà di traduzione ma perché il nostro Beowulf fa parte di una più ampia tradizione leggendaria che è andata perduta. L’autore del poema fa accenni a personaggi e ad eventi che per noi oggi sono del tutto sconosciuti ma allora dovevano essere ben noti. Non preoccupatevi quindi se qualche passaggio non vi sarà chiaro, anche per Tolkien è stato così.

Poi sono passato ad una lettura più leggera, ovvero La stirpe dei fedeli di Terry Goodkind, terzo volume della saga fantasy de La spada della verità. Come nei due capitoli precedenti questo autore mette in scena una storia scorrevole e ricca di fantasia. Non ci si annoia mai. Non ci sono lungaggini o descrizioni minuziose ma tanti dialoghi e azione. Questa volta Richard deve affrontare la duplice minaccia della Stirpe dei Fedeli e dell’Ordine Imperiale guidato dal temibile Jagang. Ovviamente non mancano la Madre Depositaria Kahlan e il mago Zedd, sempre coinvolti in situazioni complicate con poche vie d’uscita. Devo però ammettere che questa volta ho trovato un po’ confusi alcuni passaggi temporali e qualche contraddizione. All’interno del Palazzo di Profeti il tempo scorre più lentamente ma non sempre questa cosa viene presa in considerazione né sfruttata a dovere dal buon Goodkind. Inoltre la distanza dalle Terre Centrali al Vecchio Mondo richiede a volte un lungo viaggio altre volte no (espedienti magici a parte). L’intreccio è più debole rispetto ai due libri precedenti ma introduce nuovi sviluppi per i successivi volumi, lasciando diverse questioni in sospeso. Non sono un fanatico dei fantasy ma non posso nascondere che la pagine volano via una dopo l’altra con sorprendete facilità.

Infine è stato il turno di David Foster Wallace e il suo romanzo d’esordio intitolato La scopa del sistema. L’autore americano anticipa molte delle particolarità che caratterizzeranno il suo capolavoro Infinite Jest, che ho letto un paio di anni fa. Le situazioni assurde, i personaggi bizzarri e complessati, i dialoghi fiume, le storie nella storia, i capitoli slegati dalla trama principale ecc. Lenore Beadsman è una protagonista che subisce l’iniziativa degli altri e viene risucchiata dagli eventi senza riuscire a fare nulla per impedirlo. Il finale in questo senso è emblematico. La fantasia di DFW è senza freni e ti incanta con le parole (notevole la traduzione) e il potere della parola è al centro romanzo, così come la scomparsa della bisnonna di Lenore, anch’essa Lenore di nome. Una figura curiosa che non compare mai direttamente del romanzo ma sembra essere l’artefice di tutto ciò che accade (o forse no). I dialoghi tra Lenore (nipote) e il suo quasi findanzato Rick Vigorous sono incredibilmente brillanti, così come le trascrizioni delle sedute di entrambi con lo psicoterapeuta Dr. Jay Curtis (e le sue brecce e membrane). Sono decine i personaggi che si alternano in questo romanzo e tutti hanno qualcosa di strano, nel loro comportamento e del loro aspetto, e tutti indimenticabili. I dialoghi sono semplicemente perfetti, cinematografici, scorrevoli. Un viaggio che si rivela senza meta ma un gran bel viaggio. Consigliato a chi vuole affrontare David Foster Wallace per la prima volta, evitando così il ben più folle (e lungo) Infinite Jest.

Mi ritorni in mente, ep. 75

Uno degli ultimi album che ho acquistato lo scorso anno è URRANTA, debutto della cantante scozzese Deirdre Graham. La particolarità di questo album è che è interamente cantato in gaelico scozzese e ripropone dieci canzoni tradizionali. Le lingue gaeliche hanno un fascino del tutto particolare ma devo ammettere che, al momento ci capisco ben poco. Ma questa ovviamente è una mia mancanza a cui cercherò di rimediare approfondendo la conoscenza di queste lingue.

URRANTA ridà nuova vita a queste canzoni, offrendole a noi con un piglio moderno ed un ricco accompagnamento orchestrale. Si passa dalle ballate al pianoforte come Seinneam Cliù nam Fear Ùr (Canto le lodi degli uomini nuovi), Dòmhnall nan Dòmhnall (Donald dei Donalds) e Tha Mi Sgìth ‘n Fhògar Seo (Sono stanco di questo esilio) alle canzoni nelle quali gli archi riempiono l’aria e accompagnano la voce della Graham, Uamh an Òir (Grotta d’oro) oppure Iain Ghlinn’ Cuaich (John di Glen Quoich). Molto più moderne ma altrettanto affascinanti sono Òran Mòr Scoirebreac (La grande canzone di Scoirebreac), Mairead nan Cuiread (L’astuta Margaret) e Moch an-Diugh a Rinn Mi Èirigh (Mi alzai presto). Non mancano anche sonorità più folk, rappresentate da ‘S Gann Gun Dìrich Mi Chaoidh (Non salirò più). Un album vario ma accomunato dalla passione per la tradizione e per le influenze musicali che vanno al di là della lingua scelta.

Blog d’alluminio

Eccomi giunto al decimo anniversario di questo blog. Dieci anni, di cui l’ultimo, il 2020 davvero particolare. Un anno nel quale ciascuno di noi, chi più chi meno, ha visto cambiare le proprie abitudini, la propria routine casa-lavoro, casa-studio o casa-qualcos’altro. Tutti ne siamo stati toccati in qualche modo. Io ho smesso, dallo scorso febbraio, di essere un pendolare, ritrovandomi da un giorno all’altro in smart working (che di smart ha poco o niente). Nel frattempo ho anche lavorato in ufficio per un paio di mesi, rinunciando però a prendere il treno. Questo cambio di routine ha determinato due cose: niente più letture e musica in treno. Sono riuscito ad organizzarmi diversamente per le letture approfittando della sera o subito dopo aver chiuso con il lavoro. Ma con la musica ho faticato un po’, dedicandogli un tempo più frammentato che in passato.

Tutto questo si è ripercosso sul blog anche se non in maniera apparente. Ho continuato a scrivere e a pubblicare regolarmente ma, devo ammetterlo, ho fatto più fatica degli anni passati. Preso dallo scoramento della situazione, soprattutto per il lavoro, e dal cambio di abitudini, ho pensato più volte di saltare qualche appuntamento con il blog. Perché non limitarmi ad ascoltare musica senza dover per forza renderne conto qui? In realtà succede già che qualche album non passi da queste parti, scegliendo tra quelli del momento e preferendo le nuove uscite. In tutta sincerità spesso scrivere di un album mi aiuta comprenderlo meglio ed ad apprezzare i dettagli che solo ascoltandolo non possono essere colti. Però mettersi lì, davanti al pc ed inventarsi qualcosa da scrivere, non è sempre facile. Per questo, dopo dieci anni, perso lo slancio iniziale verso l’ignoto e l’euforia di condividere ciò che mi piace, comincio a sentire il peso di un obbligo che nessuno mi ha imposto. Con questo non voglio dire che chiudo tutto e dico addio ma che sarò solo un po’ più flessibile con me stesso, che non proverò ad essere sempre così puntuale ogni settimana. Mi prenderò la libertà di un weekend libero ogni tanto e rivedrò probabilmente la forma delle mie recensioni, in modo da impiegare meno tempo per scriverle. Ma non è detto, forse continuerò così e non cambierà niente. La verità è che potrei impiegare questo tempo per altro, non so ancora esattamente per cosa ma ci sto pensando. Ci sono parecchi libri che vorrei leggere, altrettanti film che vorrei vedere e fare qualche passeggiata in più, DPCM permettendo.

Un fiume spericolato

Inizio il nuovo anno con un album uscito lo scorso novembre, intitolato Reckless River. Si tratta del debutto, dopo una serie di EP, della cantautrice inglese Zoë Wren che ha già avuto modo di farsi notare anche con altre collaborazioni, ad esempio nel duo Roswell con Jasmine Watkiss. Seguo quest’artista da un po’ di anni e ho atteso questo debutto, che finalmente è arrivato, per soddisfare la mia curiosità. Realizzato tra Londra e Lugano, questo album affonda le sue radici nel folk inglese ed è arricchito dalle doti di chitarrista della Wren che si propone come una delle promesse più interessanti del panorama folk.

Zoë Wren
Zoë Wren

Smoky Sunrise ci fa assaporare subito il suono della chitarra che accompagna la voce della Wren. Una canzone che affronta i sentimenti che sono affiorati dando l’addio alla sua Londra. Lo stile di questa cantautrice è pulito e classico, senza tempo. Elephants And Drums, nella quale si rivela il titolo dell’album, è una canzone dalle tinte scure. La voce della Wren è percorsa un profondo sentimento di malinconia, schiarito soltanto dalle note della chitarra. La successiva Cecilia prende spunto dal folk tradizionale per raccontare la storia della sua bisnonna di origini slovene. Una canzone che parla di altruismo e sacrificio in modo commovente. Welcome Here richiama le sonorità della tradizione e affronta con sensibilità la condizione dei senzatetto che abitano le nostre città e condividono i marciapiedi con gli artisti di strada. Come Home invece si rifà ad un folk dal sapore americano. Una canzone che spicca sulle altre per suo piglio differente ed energico. L’unica canzone tradizionale dell’album è Let No Man Steal Your Thyme. Un brano che non solo mette in risalto la voce cristallina della Wren ma anche le sue capacità alla chitarra e di tutti i musicisti che l’accompagnano. Ring In Your Pocket racconta ancora delle esperienze come artista di strada di questa cantautrice. Un uomo lascia cadere un anello di fidanzamento nella custodia della sua chitarra. Una canzone poetica e carica di speranza. London Town è un delicato e ispirato quadro della vita nella capitale inglese. Zoë Wren si dimostra un’abile songwriter che osserva il mondo che la circonda, traendone immagini per la sua musica. Don’t Touch My Guitar si sposta in territori decisamente più blues per soffermarsi sulle numerose e fastidiose esperienze come artista di strada. Un’occasione di deliziarci delle sue abilità alla chitarra. L’album si chiude con la bella What If che testimonia la sua esperienza dei sui laboratori di canto nella carceri con un’associazione di beneficenza. Una canzone, anche in questo caso, di speranza e vita nuova. Un piccolo gioiello in questo ottimo album.

Reckless River non delude le aspettative e ci fa conoscere un’artista di sicuro talento. Zoë Wren, oltre ad un’eccezionale abilità nel suonare la chitarra, evidente anche a uno come me che ne capisce poco o nulla, si dimostra altrettanto abile nella scrittura dei testi. Le parole sono scelte con cura e veicolano un messaggio, una storia, spesso chiari ed efficaci. Un album di debutto notevole, che richiama le sonorità dei cantautori che hanno ispirato Zoë Wren in questi anni di attività e che ci fanno apparire più matura, artisticamente, di quanto lo non sia anagraficamente. Reckless River è una delle sorprese che l’anno appena passato ha portato con sé, regalandoci la possibilità di ascoltare Zoë Wren nella sua forma migliore.

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Com’è andata?

Siamo arrivati in fondo a questo 2020. Qualcuno ce l’ha fatta, qualcun altro purtroppo no. Spero voi stiate tutti bene. Io ho passato indenne questi 366 giorni (un giorno in più era proprio quello che ci voleva) ma non si può dire lo stesso per molti di noi. Passeremo alla storia, non c’è dubbio. Non sappiamo ancora come andrà a finire. Forse passerà tutto presto, non certo in maniera indolore ma passerà prima o poi. Oppure l’umanità si estinguerà piano piano, tra pandemie, inquinamento e surriscaldamento globale, e tra qualche decina di anni rimarrà solo qualche sparuto villaggio di sopravvissuti. Come ne L’ombra delle scorpione o Io sono leggenda.
Sembra passato un secolo da quando andavo in ufficio su di treno affollato e tornavo a casa la sera su di un altro ancora più affollato. Quando andavo a vedere le partite di basket nei fine settimana insieme a migliaia di persone. Quando si poteva vedere un film senza notare quanto le persone sono vicine, senza esclamare “che assembramento!” appena c’è un po’ di folla. Quando tutti puntavano il dito contro Fontana perché indossava una mascherina in TV gettando nel panico i cittadini, non sapendo che di lì a poco l’avremmo indossata tutti quella mascherina. Quando era poco più che un’influenza. Quando siamo andati a prendere in Cina quel ragazzo con la febbre usando un aereo militare attrezzato per il biocontenimento, non sapendo quello che stava succedendo qui, proprio sotto il nostro naso. Quando tutti orgogliosi ci vantavamo di aver individuato i due simpatici cinesi in vacanza con il virus, non sapendo che questi erano soltanto la punta di un iceberg. Quando le immagini del lockdown cinese ci facevano impressione. Poveretti, pensavamo, forse stanno esagerando un po’ ma così imparano a mangiare i pipistrelli vivi. Non sapendo che saremmo arrivati anche noi a quello. Al lockdown intendo, non a mangiare i pipistrelli vivi. Non ancora almeno. Quando a colpi di slogan, Milano, Bergamo e la Lombardia tutta si vantavano che non si sarebbero mai fermate. Poi ci siamo dovuti fermare di fronte alla processione di camion dell’esercito. Quando la domanda più importante senza risposta era “dov’è andato Bugo?”. Quando non sapevamo cosa fossero un DPCM, un tampone molecolare, un asintomatico o un’autocertificazione. Quando non sapevamo che ci fossero così tanti esperti di virus ed epidemie, o tipi diversi di mascherine.

Queste righe che seguono le scrissi diverso tempo fa, con l’intenzione di pubblicarle una volta finito tutto ma siccome non si vede una fine, ho pensato sarebbe stato meglio farlo in questa occasione. Sono incompiute. Non ho saputo dare loro una degna conclusione. Rimarranno così, in memoria di quello che è stato. Di quel momento in cui ho smesso definitivamente di scriverle, perché non sapevo più dove stavo andando a parare. Prendetele per quello che sono, un flusso di pensieri e ricordi che, forse, ci accomunano un po’ tutti.

È arrivato all’improvviso. O forse no, dovevamo aspettarcelo. Ma no dai! Chi se lo sarebbe mai aspettato dopotutto. Deve essere successo per colpa di uno che andava in giro come se niente fosse. Problema risolto, abbiamo trovato il colpevole. L’avevano detto che non ci sarebbe stato nessun pericolo. Da queste parti tutto funziona bene, non c’è niente di cui preoccuparsi. Nel dubbio lunedì in ufficio ci vado in macchina e mi porto il lavoro a casa. Ho preso il treno per tutto il mese senza sapere nulla, se doveva succedere sarebbe già successo. Nel dubbio meglio la macchina comunque, anche se non so quanto potrò lavorare da casa. Un paio di settimane, non c’è niente di cui preoccuparsi. Meno male che non ho rinnovato l’abbonamento del treno. Dai che questa settimana lavoro da casa. Mi distraggo un po’ di più ma è più comodo, o no? Non c’è bisogno di svegliarsi presto. Passano i giorni e mi accorgo di passare il mio tempo seduto davanti al pc. Ve bene ma non è molto diverso che essere in ufficio, ti pare? Mi manca la mia passeggiata in stazione mentre ascolto la musica. Posso ascoltarla mentre lavoro, cosa che di solito non faccio. Non mi piace molto però, finisce per essere un sottofondo che a malapena colgo.

I giorni passano e lavorare a casa mi infastidisce sempre di più. Sono a casa ma non posso fare quello che faccio abitualmente. Tutti coloro che sono costretti a casa si dedicano ai loro hobby, ai libri che non hanno mai letto, ai film che non hanno mai visto. Io invece, purtroppo o per fortuna, continuo a lavorare. Non è un lavoro essenziale ma si continua a farlo, il perché non lo so esattamente o forse sì. I soldi. Alla fine muovono tutto. Questa è la prima cosa alla quale dovremmo ripensare una volta passato il peggio. Abbiamo viaggiato per il mondo come fosse il giardino di casa nostra. Lo abbiamo fatto come turisti, per necessità o per lavoro. Credevamo di essere i padroni e invece non lo siamo per niente. Laddove c’era la normalità ho capito esserci il privilegio. Non ti accorgi dell’importanza di qualcosa finché non te la tolgono, dicono. Mi manca uscire di casa? Neanche più di tanto. Non sono mai stato uno molto sociale e socievole. Mi sembra strano soprattutto non poter uscire liberamente per comprare qualcosa che non sia strettamente necessario o di uscire per una passeggiata.

Che poi a volte mi ritrovo a non pensare ad altro. Se penso al lavoro, penso a quando potrò tornare in ufficio, quando finirò questa parvenza di ferie che ferie non sono, quando potrò smettere di indossare guanti e mascherina e non sentirmi più a disagio. Magari è solo un brutto sogno. Magari domani è tutto finito e si potrà riprendere. Magari non finirà mai e questa è la nuova normalità. Leggo gli esperti che un giorno dicono una cosa e quello dopo un’altra. Anche loro non sanno più che pesci pigliare. Leggo le profezie, alcune ottimistiche che non si rivelano mai veritiere, altre pessimistiche che speriamo non si rivelino veritiere. Ma è tutta una montagna di fuffa, mi dico. Forse, chissà, vuoi vedere che sotto sotto ci prendono? Forse se i Maya avevano ragione. Forse aveva ragione quel vecchio libro sulle presunte profezie di Giovanni XXIII. Forse il buon vecchio Malachia ci ha preso anche stavolta. Ezechiele ci è andato giù pesante per essere sicuro di prenderci. Quella Sylvia Browne eppure l’aveva detto. Beh, come non citare Nostradamus che va bene per qualsiasi cosa. Il buon Bill Gates è stato meno criptico ma nessuno gli ha dato retta. Pure Branko aveva detto la sua.

Poi mi ritrovo ad ascoltare i numeri delle sei del pomeriggio. Non tornano mai. Ci vuole davvero un veggente per interpretarli. Che poi non hanno senso, dicono. E quindi, niente più numeri? Come facciamo ha sapere come sta andando? Un qualche significato devono pur averlo. Che poi visti in percentuale non sono poi così spaventosi. Sì ma rispetto a cosa? A niente? Sì, allora sono un po’ più spaventosi. Ma non c’è da preoccuparsi, andrà tutto bene. In che senso? Per tanti le cose non sono andate affatto bene. Nel senso che finirà prima o poi. Ah sì, questo è sicuro. Per alcuni è finirà prima ma tant’è. Sembra secoli fa, quando tutto andava come sempre, vero? Sembra che siamo fermi da anni. Che il bollettino sia una tradizione nazionale, come Sanremo di febbraio. Mentre noi qui affoghiamo nelle domande senza risposta e nei numeri, la Natura continua il suo corso. Anzi si fa beffe di noi e sta meglio senza. L’acqua e l’aria si puliscono, gli animali arrivano in piazza e il silenzio avvolge tutto. La Natura è più forte perché lei è padrona della Terra e l’uomo una delle sue tante creature. Ah ma non illudiamoci. Vedrete che tutto questo non ci cambierà poi molto. Questione di anni e poi tutto tornerà come prima. L’umanità raramente ha imparato dai propri errori. Ma forse questa volta sarà diverso.

Bello questo 2020 vero? Tutti in piazza a festeggiarlo quando è arrivato. Non mi è mai piaciuta la festa di Capodanno. Non ho mai capito cosa ci sia da festeggiare. E poi è un anno bisestile, lo sanno tutti che “anno bisesto, anno funesto”. Non credo a queste cose ma il mio 2016 non è stato felicissimo e questo 2020 non mi ispirava per niente. Sotto quel simpatico 20 doppio che ci metteva in guardia dallo scrivere le date correttamente per esteso, si nascondeva un problema più grosso. Molto più grosso.