Cacciatore e preda

Rosso. Sembra non poter rinunciare a questo colore. Anna Calvi torna prepotentemente in scena dopo cinque anni dall’ultimo One Breath. Cinque anni passati a rincorrere un’ispirazione tanto intensa quanto tormentata. Un percorso personale che la portata a dare alla luce, quest’anno, il suo terzo album, intitolato Hunter. Quello che è rimasto in questi cinque anni è sicuramente il colore rosso. Ogni suo album ha un richiamo a colore del sangue, della passione, della vita. Non si può mai sapere cosa aspettarsi da questa cantautrice inglese che, con la sua chitarra e quella voce magnetica e sensuale, ha saputo conquistare nel corso degli anni, sia la critica che il pubblico. Compreso me, come ho più volte sottolineato in questo blog.

Anna Calvi
Anna Calvi

As A Man apre l’album anticipando il fil rouge che lega le sue canzoni. Un primo ritorno alle sonorità dell’esordio, dove protagonista resta il suono della chitarra elettrica. La Calvi usa la voce come uno strumento dalla quale emerge una certa urgenza artistica, “If I was a man in all but my body / Oh would I now understand you completely / If I was a man in all but my body / If I was walking and talking / As a man“. La title track Hunter è l’emblema di questo album. Ritmi lenti e voce sensuale, svelano una Calvi più libera che in passato. Il singolo è accompagnato da un video dai contenuti piuttosto espliciti, contenuti, peraltro, alla base del album, “I dressed myself in leather / With flowers in my hair / The red light of the window / Nothing can compare / One more taste / One more time / One more time / I open the door wide / I wanted to survive / Nothing lasts / Nothing lasts“. La successiva Don’t Beat The Girl Out Of My Boy convoglia più chiaramente il messaggio della Calvi. Lo scambio dei ruoli, uomo-donna, maschio-femmina come fondamento della libertà sia sessuale che espressiva, “You’re so fine / There’s no words, just you and I / So wild / Like the darkest waves at night / I shout out let us be us / Don’t beat the girl / Out of my boy / Don’t beat the girl / Out of my boy / Don’t beat the girl / Out of my boy“. Indies Or Paradise il brano più ambizioso dell’album. Teatrale e animalesco, nel quale Anna Calvi canta sussurrando nervosamente, tra distorti assoli di chitarra e un celestiale ritornello. Un ritorno in gran forma, non c’è dubbio, “God? / Crawl down, down on my knees / Crawling through the trees, like an animal / I taste taste taste of the dirt / Taste the dirt of us / God I feel the rain rain rain on my back / Crawling through the trees, like an animal / I go…“. Swimming Pool ci riporta a quell’elegante e passionale musicalità per la quale la Calvi si è fatta apprezzare in passato. Un accompagnamento orchestrale dall’incedere lento e costante, luci notturne sulla superficie dell’acqua. Da ascoltare, “Shadows of light / Shadows divide on the earth / Come down to the swimming pool / Down we will dive / Down to the night of the earth / Come down to the swimming pool“. Alpha vuole ribaltare il concetto di maschio alfa. Qui la donna, o la parte maschile di essa, a dominare e dividere. Il potere è nelle sue mani. Tra più o meno espliciti riferimenti sessuali e sospiri, Anna Calvi si fa strada prepotentemente nella parte più animale di ognuno di noi, “The lights are on, the radio is on / My body is still on / The lights are on, the radio is on / My body is still on / Electrified / I wanna know if I can satisfy / I wanna know if I can pacify / I wanna know“. Chain contiene chiari riferimenti ad una relazione omosessuale dove, ancora una volta, i ruoli si scambiano. La voce selvaggia della Calvi è rapita da un turbinio di chitarre, a sottolineare una liberatoria promiscuità, “I’ll be the boy / You be the girl / I’ll be the girl / You be the boy / I’ll be the boy / (Wonderful feeling) / Ch-ch-chain me / Ch-ch-chain me / Ch-ch-chain me / Ch-ch-chain me“. Wish è una cavalcata rock, sensuale e, a tratti celestiale. Un saliscendi di emozioni, guidate da una Calvi a briglie sciolte, ancora una volta libera da qualsiasi vincolo, chiudendo con un assolo la tempesta sollevata da questo album, “I got one more wish before I die / So please don’t you stop me / No don’t you stop me / I got one more wish before I die / So please don’t you stop me / No don’t you stop me“. Si sa che dopo la tempesta arriva la quiete e questa inizia con Away. Anna Calvi si spoglia di qualsiasi accompagnamento musicale e, sola con la sua chitarra, dimostra di non aver bisogno di altro che il suo talento, “You know I ask no more of it all / You know I ask no more of it all / You know I ask no more of it / You know I ask, just take it all / And I will blow it away / Away, away, away, away, away“. Sulla sua scia, si arriva alla conclusiva Eden. Una delle più bella canzoni di questa artista, a mio papere. Quasi in contrasto con il resto dell’album, è un elegante poesia in musica. Speranza e solitudine si mescolano ed esprimono il lato debole dell’animo umano. Anna Calvi in precedenza ha espresso forza e sicurezza ma qui si rivela delicata e fragile più che mai, “I tell a lie / On your bed so small / With your heroes on the wall / In the fading light / Through the window I see / All your poplar trees“.

Come spesso succede in casi di questo tipo, ci si è soffermati troppo sul lato sessuale ed esplicito dell’album che al suo percorso all’interno di esso. Hunter si potrebbe definire un concept album dove i riferimenti alla cultura gender e le allusioni piuttosto esplicite al sesso ne sono solo una parte. Hunter è un percorso, prima di tutto mentale, affrontato dalla Calvi stessa, perennemente in bilico tra fragilità e forza. In questi cinque anni la cantautrice inglese ha affrontato il suo animo diviso, trovando così la sua strada. La sua strada è nessuna strada, è un indeterminato percorso, qui espresso attraverso la confusione tra ciò che è considerato maschile e femminile. Hunter è un album fatto di passione, insicurezza e sudore, dove il sangue, rosso, pulsa nelle vene significando vita e istinto animale. Hunter è meno celebrale e più selvaggio del suo predecessore ed eguaglia per eleganza e forza, l’esordio omonimo della cantautrice. Un album che si propone come uno dei migliori di questo 2018.

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Mi ritorni in mente, ep. 55

Quando si parla di revival anni ’70 o ’80, tutto bene. Ma quando il revival riguarda gli anni ’90, ecco che mi rendo conto che sono passati da un bel pezzo. Sono però contento che gli anni a cavallo del vecchio e nuovo millennio possano essere d’ispirazione per le nuove generazioni di artisti.

Un ottimo esempio di questo revival è la giovane cantautrice inglese Jade Bird. Vent’anni, un EP intitolato Something American alle spalle e un album in dirittura d’arrivo. Sono bastate queste poche cose per far conoscere e apprezzare una delle proposte più interessanti dello scorso anno. Qui sotto Lottery uno dei tre singoli, insieme a Furious e Uh Huh, scelti per anticipare il suo debutto. Il suo è un mix tra pop, rock e country che mette da parte tutta l’elettronica che va molto di moda adesso. Tanta energia, voce e un approccio old school che ci mancava. Se non vi è ancora giunta all’orecchio la sua musica, io sono qui per fare in modo che ciò avvenga.

Il cielo è in fiamme

Tra le uscite di quest’estate, che ormai si prepara a lasciare il posto all’autunno, c’è ne stata un che ha catturato la mia attenzione anche grazie ad alcune recensioni positive. I mesi più caldi dell’anno non sono certo il periodo più prolifico in termini di nuove uscite e quindi trovare un album nuovo sotto l’ombrellone è sempre un piacere. Uscito lo scorso luglio, And The Sky Caught Fire della cantautrice americana Nichole Wagner, faceva proprio in caso mio. Sonorità che viaggiano dal country all’americana e un po’ di folk a stelle e strisce sono più che sufficienti per premere play e godersi in tutta tranquillità un debutto interessante.

Nichole Wagner
Nichole Wagner

Winner Take All apre l’album facendo subito presa con le consolidate trame del folk americano. Parole, immagini e una storia da raccontare, su un sottofondo blues che tocca le corde giuste, “I watched you roll another cigarette / You just laughed, said they hadn’t killed you yet / Here we are, with the night closing in / On a place we could have called home / Way back when“. Sfumature country rock con l’esplosiva Dynamite. Una canzone dove la vita, il lavoro e la terra danno forma all’uomo che ne resta legato per sempre. Nichole Wagner dimostra talento nella scrittura, accompagnandola con una musica accattivante, “Initiate. Detonate. Blow it up. Walk away. / It’s easier to just cut and run / But I’m my mother’s only son / I got dynamite in my blood / I got dynamite in my blood“. Le ballate non mancano e Yellow Butterfly è una di queste. Un brano delicato che svela una Wagner più intima e sentimentale. Un’ottima interpretazione ed un accompagnamento essenziale e moderno, “I wish that I could hold you and keep you safe / But I might crush you and then you couldn’t fly away / My yellow butterfly“. A partire dal titolo, Rules Of Baseball, rivela un testo curioso ed originale. Un’amore finito, paragonato ad una partita persa di baseball. Un punto di vista interessante, spiegato in un trascinante ritmo country, “And I’d explain the rules of baseball / But we both know you don’t care / Add it to the list of all the things we don’t share / Days are getting shorter, the summer is almost through / The most important rule of baseball: / There’s no crying when you lose“. The Last Time sprofonda invece in un’atmosfera più scura e triste. Una chitarra appena accennata accompagna la voce della Wagner, che rivela un’altra sua sfumatura. Un procedere lento che sfocia in un finale rock liberatorio, “I feel storm clouds forming, the air is heavy / There’s your eyes / Lightning flashed, your words are thunder / No surprise / I sip my coffee in the empty silence / It’s hard to breathe / Keep my fear from raining down / Until you leave“. This Kind Of Love è un brillante country dallo stampo classico. Un’altra storia d’amore finita, un altro dolore da affrontare ma la vita va avanti, sembra volerci dire Nichole, “Maybe this is over / No hanging on to the past / Maybe this kind of love, no it wasn’t meant to last / We should have seen it coming / Now the die is cast / Maybe this kind of love wasn’t meant to last“. La successiva Let Me Know mette da parte la tristezza per lasciare spazio ai buoni sentimenti. Una canzone luminosa e orecchiabile, con un testo leggero ma non banale, “Painted you from memory, your blue eyes shining like the sea / When the light hits your face just right / And in your hair a touch of grey just like the sky was that day / The first time, we said goodbye“. Fires Of Pompeii (We Should Walk Away) è una canzone d’amore, che vede la partecipazione di Rod Picott. Un country elegante e notturno a due voci che segna uno dei punti più alti di questo album, “There’s a million reasons this should work / Unless we’re buried in ashes / You’re not him and I can’t replace her / There’s a likelihood we’ll both get hurt / There’s a likelihood we’ll both get burned / We should walk away / We should walk away“. Reconsider Me è una cover dell’originale di Warren Zevon del 1987. Una bella ballata d’amore in una versione più country di quella di Zevon, “When you’re all alone / And you need someone / Telephone, I’ll come running / Reconsider me / Reconsider me / If the past / Still makes you doubt / Darlin’, that was then / And this is now / Reconsider me / Reconsider me“. L’album si conclude con Spark & Gasoline, un’altra canzone che parla d’amore, questa volta volta non c’è traccia di tristezza e tutto va per il verso giusto, “You and me babe, we’ll continue to sing / Our songs are different but they mean the same thing / We never thought we could go this far / Sometimes love is just a shooting star“.

And The Sky Caught Fire è un album di debutto che nasconde al suo interno canzoni che offrono spunti interessanti. Nichole Wagner si distingue per il suo songwriting onesto e poco ruffiano. L’impressione è che questa cantautrice dia importanza alle parole più di alcune sue colleghe, e questo fa ben sperare per il suo futuro. And The Sky Caught Fire ha superato le mie personali aspettative, soprattutto dopo ripetuti ascolti. Nessun brano è così orecchiabile da stancare né troppo difficile da ricordare, e questo dà all’album la caratteristica di essere, in qualche modo, sempre nuovo ad ogni ascolto ma con qualcosa di famigliare nelle sue note. Sì, è questo che mi piace di questo genere di musica. Sai sempre cosa aspettarti ma ti sorprende ogni volta e non sai perché.

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Il destino d’un bracconiere

Chi segue questo blog sa che da tempo seguo con interesse la musica folk tradizionale britannica e devo dire che quasi riesco a distinguere quella inglese da quella scozzese o irlandese. Al dì là di un aspetto strettamente musicale, l’accento e spesso anche la lingua usata fanno la differenza. A volte non è poco più che un dialetto, altre volte è il meno comprensibile gaelico. Ultimo ad aggiungersi alla mia collezione è The Poacher’s Fate è una raccolta di dodici canzoni tradizionali inglesi, proposti dalla coppia Laura Smyth e Ted Kemp. L’album è uscito lo scorso novembre ma è da maggio che l’ho acquistato e da allora l’ho ascoltato con tutta calma, tirandolo fuori di tanto in tanto. Il bello di questa musica è proprio questo, non si presta ad un consumo veloce e distratto ma richiede attenzione e interesse per ciò che queste canzoni raccontano. Forse è per questo che ho aspettato così tanto per scriverne su questo blog.

Laura Smyth & Ted Kemp
Laura Smyth & Ted Kemp

L’album si apre con la title track The Poacher’s Fate. Le due voci si uniscono e raccontano di sei giovani bracconieri che escono a caccia di fagiani ma vengono scoperti dal guardiacaccia. Questo giura di uccidere uno dei ragazzi e a farne le spese è il più giovane e coraggioso del gruppo, “I and five more a poaching went to kill some game was our intent / As through the woods we gaily went no other sport we’d try / And the moon shone bright not a cloud in sight / The keeper heard us fire our gun and to the spot did quickly run / He swore before the rising sun that one of us should die“. Alizon Device racconta di una giovane donna molto povera che vorrebbe comprare tre spille da un venditore ambulante incontrato per strada. Il venditore si rifiuta di farlo e la insulta solo perché povera. La ragazza allora si augura la morte del venditore e, grazie a qualche potere oscuro, cade a terra morto poco dopo. Non a caso la figura di Alizon Device è associata spesso a quella di una strega, “And when he spoke these spiteful words it made my heart full sore / I vowed he would not speak such words to young maids anymore / And at these thoughts my will was done, down the pedlar fell / And all the while I feared that I had damned my soul to hell“. There Is A Tavern è una canzone che parla d’amore e del dolore quando questo finisce, è tradito o non corrisposto. Una delle canzoni più belle di questo album, “There is a tavern in yonder town / Where my true love goes and sets him down / He takes another girl on his knee / Now don’t you think that’s a grief for me?“. La successiva Murder In The Red Barn è cantata da Ted Kemp e racconta la vera storia dell’omicidio di Maria Marten avvenuto nel 1827. L’assassino è William Corder e questa canzone è una sorta di confessione ed è una delle tante ispirate a questo fatto di cronaca. In particolare questa è del 1912, “My name is William Corder / The truth I do declare / I courted Maria Marten / Both beautiful and fair / I promised that I’d marry her / All on one certain day / Instead of that I was resolved / To take her life away“. Cecilia è la storia di una ragazza che si veste da uomo per mettere alla prova l’amore della sua dolce metà. Tutto finisce per il meglio, la ragazza riesce a dimostrare la sua lealtà e, una volta rivelato l’inganno, sposa il giovane, “Cecilia on one certain day / She dressed herself in man’s array / With a brace of pistols all by her side / To meet her true love, to meet her true love / To meet her true love away did ride“. Winder’s Hornpipe / Kill Him With Kindness è un brano strumentale in due parti che divide l’album a metà e fa apprezzare le doti di musicisti della coppia. Segue Here’s Adieu To All Judges And Juries che racconta il dolore di un uomo che viene esiliato. Tutto la sua disperazione per essere lontano dalla sua amata emerge dai versi di questa canzone. Sette lunghi anni lontano da lei, “Here’s adieu to all judges and juries, / Justice and Old Bailey too. / Seven years I’m parted from my true love, / Seven years I’m transported, you know“. The Brown Hare Of Whitebrook è una poesia scritta da Ammon Wrigley ispirata ai paesaggi di Saddleworth. Alcuni uomini danno la caccia ad una lepre che però riesce sempre a fuggire. Dopo un lungo inseguimento e riconoscendosi sconfitti, uno dei cacciatori giura di lasciare in pace la lepre per sempre, “Going down the dale by Alphin they heard John Andrew’s horn / And every lad worth rearing was hunting bread and born / The squire and the poor man, hand in hand went they / And the life was worth the living in old John Andrew’s day“. Brave Benbow racconta la morte dell’ammiraglio John Benbow in una battaglia navale durante la guerra di successione spagnola. L’eroico ammiraglio, nonostante abbia perso entrambe le gambe, vuole continuare a combattere e questa canzone, in una delle sue versioni, celebra il suo gesto, “Admiral Benbow lost his legs / by chain shot, by chain shot / Admiral Benbow lost his legs by chain shot / he down on his stumps did fall and quite bitterly he did call / ‘Fight on my British Tars, ‘tis my lot, ‘tis my lot’“. Segue The Manchester Angel che racconta la storia di una giovane recluta che si innamora di una donna conosciuta in un pub di Manchester chiamato The Angel. La loro storia d’amore dura poco perché il soldato deve tornare subito al fronte. La canzone è legata ai fatti storici dell’insurrezione giacobita del 1745 e questa è una versione del 1906, “It’s coming down to Manchester to gain my liberty, / I met one of the prettiest girls that ever my eyes did see / I met one of the prettiest girls that ever my eyes dd see / At the Angel Inn in Manchester, there is the girl for me“. Wild Rover affronta una tematica ricorrente nelle ballate folk ovvero quella delle bevute e il girovagare senza meta. Qui il protagonista dopo una vita di bagordi decide di smettere e ritornare a casa come fece “figliol prodigo”, “It’s coming down to Manchester to gain my liberty, / I met one of the prettiest girls that ever my eyes did see / I met one of the prettiest girls that ever my eyes dd see / At the Angel Inn in Manchester, there is the girl for me“. Chiude l’album The Carrickmannon Lake. Una canzone d’amore, un amore non corrisposto, di origine irlandese, “One evening for my pastime a ramble I did take / Down by yon crystal fountain called Carrickmannon Lake / Down by yon crystal fountain an image I did view / Sure nature never could design an image quite like you“.

The Poacher’s Fate è un album di ballate tradizionali, eccetto Alizon Device scritta dalla Smyth, riproposte in maniera semplice e mantenendosi fedeli alla tradizione. Laura Smyth e Ted Kemp sono una coppia che ben si completa, dove la voce femminile prevale nella maggior parte delle canzoni. Conoscere il significato delle canzoni è quantomeno indispensabile per apprezzare questo album, e in generale questo genere di musica, che non si propone di essere immediato. Ammiro sempre la volontà di questi ragazzi di portare avanti la tradizione, a volte con un tocco di modernità e altre, come nel caso di Laura Smyth e Ted Kemp, mantenendosi il più possibile fedeli ad una versione originale, che spesso è andata persa con il passare degli anni o, addirittura, secoli.

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Una bottiglia vuota nel vicolo

Ho conosciuto Anna Tivel grazie alle sue collaborazioni con Jeffrey Martin e ho deciso così di ascoltare il suo ultimo album uscito lo scorso anno, intitolato Small Believer. La musica di questa cantautrice americana ha tutte le caratteristiche che piacciono a me e Martin ha fatto il resto. Questo album è uno di quelli che mi sono tenuto in serbo per ascoltarlo beatamente durante le vacanze estive e devo ammettere che non potevo fare scelta migliore. Le atmosfere intime e introverse della sua musica sono l’ideale per passare alcuni minuti di relax cullati dalle melodie e dalla voce. Eccomi dunque alla prese con il quarto album di Anna Tivel.

Anna Tivel
Anna Tivel

L’iniziale Illinois affronti temi con il viaggio e la solitudine, che vanno spesso a braccetto. La voce delicata della Tivel esprime una fragilità che è raro trovare così naturale. Il folk cantautorale americano è una costante di questo album, “And nothing hurts like crying on a long drive home / Nothing worse than hiding in the dark alone / From the beautiful lights of a dangerous love“. Saturday Night esprime il contrasto tra il sabato sera chiassoso e la volontà di passare una serata tranquilla in solitudine. Anna Tivel esprime bene i sentimenti di chi è introverso è preferisce stare solo, anche il sabato sera, “The only light in the basement apartment, the flicker and fade of time / The heavy and hopeful heart of a Saturday night / Of a Saturday night“. La successiva Alleway è una delle canzoni che preferisco di questo album. Una riflessione su una vita di coppia che deve affrontare le difficoltà della vita. In quella melodia, in quelle parole ed immagini ritrovo tutta la bellezza delle canzoni di Jeffrey Martin, “But sometimes still at night I dream, an empty Bottle in the alleyway / On a night so clear a billion stars are born / And each one is a world I guess, of dust and flame And wishes cast / By lovers hoping love will last til morning“. Dark Chandelier racconta la storia di Tommy, un operaio che ha passato la vita in fabbrica, fa un incidente guidando ubriaco di notte. La voce della Tivel è tagliente, ferma, in contrasto con il suo timbro delicato, “Thirty-one years on the factory floor / The grease and the motor, the seven to four / And the face of his daughter, no child anymore / His wife and his mother, his life and his love“. Ancora la notte e la solitudine si ripresentano alla porta con Blue World. Poetica riflessione sulla vita, fatti di singole immagini che si susseguono una dopo l’altra, quasi uscissero naturalmente, senza filtri, “And no one to call your name / And no one to bring a rose / And you come to the heavy gate / And you open it all alone / And a wild magnolia blooms / On the damp uncovered earth / And the twist of the tangled roots / And you’re leaving the blue world“. Last Cigarette è tra le migliori di questo album. Tra le più orecchiabili ma non meno intensa e malinconica delle altre. Ancora immagini di vita quotidiana, di difficoltà affrontate con tutta la forza e la speranza di un riscatto, “You woke and the window wide open, your pillow, all wet from the rain in the night / The trail of a siren, the red and white neon, a broken reflection, a cry / Just a girl in the alley, a bicycle bell, and the last cigarette won’t light“. Riverside Hotel è un altro gioiello di poesia e malinconia. Tutta la sensibilità della Tivel viene fuori in un incessante melodia triste e malinconica, “A memory comes winding through the ruin of his mind / The hardhats and the heavy boots, the nail gun’s ringing whine / A jungle with the same sharp sound, his brothers falling all around / They built them up, just to tear them down, and left him half alive“. Ordinary Dance racconta il passare del tempo attraverso le immagini di una casa che si va svuotando e invecchia. Anna Tivel usa la voce e la musica come un pennello per di dipingere un quadro, “And nobody remembers anymore / Nobody remembers anymore, it’s just another story that never got told / And ordinary dance across an ordinary floor / Nobody remembers anymore“. In All Along è protagonista ancora il viaggio, la nostalgia di casa. Tutto è perfetto, un accompagnamento mai sopra le righe che lascia emergere la voce della Tivel, “There you go just running, like a color, like an engine / You got ninety miles to get back to the place where you were born / And truth is just a sound you make, when no one else is listening / And the blue and bitter wind has left you feeling mighty low“. Con Highest Building la cantautrice americana si spinge verso sonorità più rock. Quello che è fatto è fatto, sembra voler dire questa canzone, “And the sun beats on the highest building / And a shadow on the street below / And there ain’t no fixing what’s been broken / And there ain’t no price for what’s been sold“. La title track Small Believer chiude l’album. Voci, persone e paesaggi si fondono, portandoci nell’universo poetico e solitario della Tivel, “And small believer i’m alive i guess / The whiskey mixing with a dream i had / The music lifting me above the bed / The silver trumpet and the clarinet“.

Anna Tivel è una cantautrice che non nasconde sé stessa all’ascoltatore. Small Believer è un viaggio sia dentro l’animo che fuori, una lunga riflessione sulla vita e le sue piccole cose che la rendono preziosa. I sentimenti più tristi e malinconici trovano espressione attraverso la musica, sempre essenziale, e la sua voce delicata. Anna Tivel ha il talento di cogliere le più piccole sfumature della quotidianità, frutto di riflessioni fatte, molto probabilmente, in solitudine. Small Believer non è un album immediato ma nemmeno un ascolto difficile. Basta solo sapersi ritrovare, anche solo un po’, nelle sue atmosfere e scoprire così di essere di fronte ad una cantautrice dalle eccezionali qualità che mai avrebbe potuto fare altro nella vita. Qui sotto Anna Tivel e Jeffrey Martin con Alleway.

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Inchiostro – Il ritorno

Anche quest’anno, durante le ferie, ho dedicato un po’ di tempo al disegno. Lo scorsa estate avevo ripreso a disegnare condividendone i risultati con voi lettori di questo blog con un post intitolato Inchiostro. La settimana scorsa ho ripreso la penna in mano e ho iniziato a riempire i fogli bianchi che avevo davanti. In realtà è da gennaio che mi tengo in allenamento facendo qualche disegno (più o meno riuscito) nei ritagli di tempo, arrivando così con il polso più sciolto all’appuntamento delle ferie.

Ebbene potete trovare quello che ho prodotto su Flickr a questo link Disegni 08/18. Sempre al mio profilo ci sono anche i disegni che ho fatto da gennaio. Tutti fatti usando una semplicissima penna nera. Anche questa volta non mi sono aiutato con una matita. La prendo un po’ come una sfida, o mi riesce al primo colpo o lascio perdere. Penso di essere migliorato rispetto allo scorso anno anche perché mi sono cimentato in soggetti più complessi, impiegando anche più di mezz’ora per un sola figura.

Chi ha tempo da perdere in questo ferragosto può divertirsi a riconoscere qualche volto noto tra quelle figure che non si propongono certo di essere dei ritratti ma devo ammettere che qualcuno di questi è inconfondibile.

Disegno0818

Mi ritorni in mente, ep. 54

Finalmente è tempo di vacanze e come lo scorso hanno questo blog si prende una settimana di vacanza. Ed è proprio dal 2017 che arriva questa canzone. Numerosi album mi hanno accompagnato la scorsa estate ma c’è una canzone che più di altre che mi ritorna in mente.

Con White Mustang di Lana Del Rey è stato amore al primo ascolto. Canzone lenta, noiosa proprio come una giornata eccessivamente afosa. Un buon esempio della musica della cantautrice americana. Bhè, non resta che ascoltarla mentre si ozia beatamente cercando di salvarsi dal caldo.

Buone vacanze