Mi ritorni in mente, ep. 78

Lo scorso anno segnato dall’epidemia, ha sconvolto le nostre vite soprattutto a causa del cosiddetto lockdown. Senza entrare in altre questioni spinose, tra le attività rimaste ferme in attesa di tempi migliori ci sono quelle legate all’arte e all’intrattenimento. Gli artisti ne hanno risentito parecchio, soprattutto quelli che non possono permettersi di stare fermi a lungo. In alcuni casi questi mesi di sospensione sono stati fonte di ispirazione, non certo di canzoni allegre e spensierate. Oggi voglio condividere due canzoni di altrettanti artisti che hanno saputo dare voce, e musica, a questo particolare momento che stiamo vivendo.

Jeffrey Martin, nel suo consueto stile riflessivo e malinconico, trova conforto nelle piccole cose, senza dimenticare di essere parte di qualcosa di più grande. Insieme alla sua compagna Anna Tivel hanno girato gli Stati Uniti in una sorta di tour che li ha portati a vedere questo mondo fermo, in attesa. Da questa esperienza nasce la sua I Know What I Know che sembra volerci dire che ognuno deve fare la sua parte. Questo cantautore americano ha un talento, ma soprattutto un’anima, che meritano più di un ascolto.

I read the news
I watch the speeches on the TV
The only thing true is nobody is who they’rе claiming to be
I know what I know
I’ve seen what I’ve seen
Thе tighter I hold, the easier it is to sleep
I know what I know
And I’ve seen what I’ve seen
The tighter I hold, the easier it is to sleep

Jade Jackson invece prende spunto dal distanziamento sociale, di sei piedi negli Stati Uniti, per scrivere una canzone che riflette sui cambiamenti che questo a portato nella vita di tutti noi. 6FT Changes è una nostalgica ballata che richiama alla memoria i momenti spensierati in compagnia. I concerti, le serate insieme, le pacche sulle spalle, gli abbracci. Tutto questo un giorno è stato messo da parte senza una certezza di quando tornerà.

Six feet changes the way it was
Handshakes and hugs in a crowded space
Dancing with strangers and holding up beers
Tapping on shoulders and whispering in ears
Was taken for granted all these years

In buone mani

Tra i ritorni più attesi di quest’anno c’è senza dubbio quello dei London Grammar, trio inglese che ha esordito nel 2013 con l’album If You Wait. Furono una delle rivelazioni di quell’anno e si proposero come una delle promesse indie più interessanti. Hannah Reid, Daniel Rothman e Dot Major sono tornati poi nel 2017 con Truth Is A Beautiful Thing riuscendo a ripetere l’ottima prova del primo album ma senza prendersi troppi rischi. Quattro anni dopo eccoli tornare con Californian Soil, il terzo disco della loro giovane carriera, lasciando le aspettative nei loro confronti immutate. Saranno riusciti i London Grammar a scrollarsi di dosso quella fastidiosa sensazione di essere considerati eterne promesse? Per farlo, il gruppo affida le redini della band alla loro frontwoman, che appare per la prima volta sola in copertina, e alla sua voce unica e inconfondibile.

London Grammar
London Grammar

L’apertura è affidata alla breve Intro, pezzo strumentale dalle atmosfere eteree, quasi mistiche. Sul finale una voce distorta ci ricorda il titolo dell’album. La title track Californian Soil arriva subito dopo. Un beat lento e pulsante alla voce della Reid che da il via alla magia. Questo trio torna nella sua forma migliore, dimostrando quel talento che non è mai mancato,”I left my soul / On Californian soil / And I left my pride / With that woman by my side / I never had a willing hand / And I never had a plan / But I’m glad I found you here / But I’m glad I’ve got you here / But I never had a name / And I never felt the same“. Con la successiva Missing si avvicina alle sonorità degli esordi, lasciando da parte toni epici e teatrali per affrontare temi più concreti e personali. La voce della Reid resta centrale con cambi di velocità che catturano chi ascolta, “I worry that one day you’ll go missing / And who will notice when you’re gone / I better call your father from afar / And break the news that you have vanished / Like a star“. Lose Your Head è una delle canzoni che preferisco di questo album. Un delicato electro pop, affascinate e martellante. Qui l’attenzione si sposta sull’aspetto musicale e il suono delle parole, “I need to learn / When this thing called love / When it’s a mirror, baby / Can you see all those parts of me / Broken across the world / I need to find some kind of peace of mind / It’s a demon baby / When it comes like my oldest friend / Have you got a friend in the night“. Lord It’s A Feeling vede la voce della Reid muoversi veloce in una confessione senza respiro. Il trio usa l’elettronica con sapienza, senza esagerare, “I saw the way you made her feel like she should be somebody else / I know you think the stars align for you and not for her as well / I understand I can admit that I have felt those things myself / I saw the way you laughed behind her back when you fucked somebody else“. How Does It Feel ha tutte le caratteristiche che hanno fatto la fortuna di questo gruppo. Un intro affidato alla voce poi un crescendo che questa volta esplode in un ritmo danzereccio piuttosto inedito per loro, “You regret now / Does it hurt? / In the confusion / That things have stayed the same / And I know / Now I’ve learned / To never make the same mistake“. Segue Baby It’s You, una canzone d’amore nello stile dei London Grammar. Un beat segue il canto morbido della Reid, dando vita ad una bel pop, etereo e sognante, “All this painted faces, singing back to me / There’s an ocean here, but you are all I see / And nothing else matters / You, baby, it’s you / You, baby, it’s you“. Call Your Friends si affida ancora allo stile consolidato della band, procedendo sottotraccia senza mai esplodere con decisione. Un ottimo lavoro di precisione, “Every time I tried to make myself seem small / In the arms of others who never loved me better / All the ways I tried to make myself less selfish / It never made them stay and I can’t love me like this / I can’t love me like this“. All My Love lascia più spazio alla musica che alle parole. Quelle poche che ci sono, sono pura melodia. Il loro suono è musica e Hannah Reid lo sa benissimo, “Oh darling, I see all of your colour / Drain from you / Oh darling, I feel off your energy / As it starts to fade from you / And I see all your shadow in pieces on the floor / People, they want more from you and / I see your shadow“. Talking è una canzone differente dalle altre. I toni sono più scuri e confidenziali, la musica minimale. Il lato più poetico e l’attenzione alla scrittura viene fuori in canzoni come questa,”All of these roads are / Leading to nowhere, you see / When this world ends as we know it / What’s left will be you and me“. I Need The Night ha un atmosfera misteriosa, notturna. La musica è tratteggiata e come sempre sostiene con maestria la voce. Un ritornello orecchiabile, che si lascia ricordare, apre alle pulsazioni elettroniche, “I need the night / And I need this drink / Will you sit with me and bring all of your friends / Chase the morning light till all of this ends“. Si chiude con America. La realizzazione dei propri sogni, la libertà sono racchiuse in questa canzone matura e molto meno elettronica delle altre. Semplicemente magnetica,”And I hope that you find it, all that you need / I hope that you stay young and wild and free / You’ll have America / And I hope that you’re better than all of your friends / I hope that they hold you until the end / You can America“.

Californian Soil ci riconsegna dei London Grammar diversi, più maturi e consapevoli dei loro mezzi. L’adolescenza artistica è alle spalle e hanno capito che è arrivato per loro il momento di fare sul serio. Ben sapendo che Hannah Reid è inevitabilmente l’anima della band, Daniel Rothman e Dot Major non si limitano a reggere il gioco, ma si danno da fare trovando il giusto bilanciamento tra musica e voce. Le loro canzoni sono si sono sempre basate su questo. Meno toni epici e cinematografici e più spazio al pop ma con attezione. I London Grammar restano ancorati ad un mondo indipendente, almeno musicalmente, rimanendo lontani dalle mode del momento. Californian Soil è un album solido, meno statico del precedente, che si candida ad essere uno dei migliori di quest’anno. Al di là di tutto ciò, c’è la confortante sensazione che la musica, per questo genere in particolare, è in buone mani.

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Sotto quei tatuaggi

Questo 2021 comincia a presentarsi, musicalmente, piuttosto interessante. Come qualcuno di voi saprà, quando sento parlare di album di debutto, la mia curiosità mi spinge a non farmelo scappare, spesso anche rischiando di uscire dalla mia comfort zone musicale. Non è esattamente il caso di Morgan Wade, dato che non mi sono poi tanto allontanato dai miei generi preferiti, ma la notizia del suo debutto, quel faccino un po’ imbronciato e tutti quei tatuaggi da cattiva ragazza mi hanno conquistato. Questa cantautrice americana aveva già pubblicato un album nel 2018 con la sua band The Stepbrothers e quindi Reckless si può considerare a tutti gli effetti il suo debutto solista. Di cos’altro avevo bisogno per decidermi a concedere una possibilità a questa ragazza? Di niente, direi.

Morgan Wade
Morgan Wade

Wilder Days apre il disco al suono della chitarra. La voce ruvida della Wade si prende subito il centro della scena con rock classico che racconta di un amore che non ha funzionato, “You said you hate the smell of cigarette smoke / You only use to smoke when you drank / When you lived in Chicago / Unsure where the wind blows / I wish I’d known you in your wilder days“. Con Matches And Metaphors si percepisce con più forza l’influenza della musica fine anni ’90 e inizio millennio. Una canzone riflessiva, accattivante e malinconica, “I sure like your sounds and if you were here / I’d love to get you high then lay down, I / Want you hanging around / I’ve been needing something good / Hey, baby, can I use you right now?“. Other Side risente delle influenze country che portano la Wade a guardarsi indietro e ripensare alla sua vita in modo sincero e profondo. Una delle canzoni che preferisco di questo album, “You knew my skin back before I had all these tattoos / You remember me on late nights strung out from pills and booze / We’ve had some bad times, baby, but we had some good times, too / You knew my skin back before I had all these tattoos“. La successiva Don’t Cry è una ballata rock che fa emergere l’anima di Morgan Wade. La voce graffiata e le chitarre che riempiono l’aria sono ingredienti che fanno sempre presa sull’ascoltatore, “Don’t cry, don’t cry, don’t cry / At some point, your hero must die / To escape the hands of time / It’s okay to not be alright, and / Let it go, let it go, let it go / Face the truth and bare your soul / Lose yourself and break your heart / It’s a beautiful thing to fall apart“. Mend è una canzone scritta prima che l’artista abbandonasse l’alcol, una canzone che sembra una disperata richiesta di aiuto, “Turn that car around / You don’t need to be leaving me now / Come to bed and I will shut my mouth / And I don’t know what’s wrong with me / But you came along and finally I see / The type of love I know I need / No words spoken, I’m so broken / I hope you can mend me“. Last Cigarette è un country che richiama influenze pop e rock. Anche qui la dipendenza è protagonista ma si parla d’amore, che forse fa male ma al quale è difficile rinunciare, “Tell me the truth: Is it over for you? / It isn’t for me, but I’ll say what you want me to say / Addiction is strong, I know it’s wrong / But I need that high, I ain’t gonna lie / Give me tonight. So I can be alright / I can hold your body and you can hold mine“. Take Me Away è un’altra ispirata ballata che mostra le fragilità che emergono dopo anni di lotta, sotto quell’aspetto così duro. Si sa che anche l’anima più rock sa sciogliersi quando si trasforma in musica, “I’m so good at rеsisting / Been putting up my best defensеs / But I am growing weak / Baby, baby, lay me down / Take the words out of my mouth / I’m too tired to speak“. La title track Reckless riassume lo spirito di questo album e il percorso affrontato della Wade nella sua vita. Un bel pezzo rock, non c’è altro da aggiungere, “Reckless, no headlights / Driving too fast down shadow lines / Reckless, hand in the fire / No one to love, while I’m walking on the wire / Reckless, all alone / My heart is broken on the side of the road / I could fix it if I hеad home / You ain’t here to drivе me / Reckless“. Northern Air è un a canzone malinconica molto ben scritta ed interpretata dalla spiccata personalità country. Morgan Wade riesce ad evocare ricordi ed emozioni con sorprendente talento, “So tell me / Tell me, how’s that northern air / And do you think of me when you’re all alone? / I could drive all night to be there / ‘Cause I don’t think that I could stand / One more night on my own / Won’t you bring yourself on home?“. L’album si chiude con un’altra ballata intitolata Met You. Una canzone d’amore sincera, dove gioia e dolore sembrano mescolarsi e confondersi, “And the streetlights, they might as well, burn and hold out / Ain’t nothing bright as you, ever step foot in this godforsaken town / You lied and you left, and I’m wonderin’ what the hell I should do? / I’d seen it all, or so I thought, until I met you“.

Reckless è un album che non ha bisogno di molti ascolti per lasciarsi apprezzare. Lo stile onesto e sincero di Morgan Wade cattura subito l’ascoltatore che entra velocemente in sintonia con lei grazie soprattutto a collaudate melodie rock e country. Sono questi i due generi che più caratterizzano la musica di questa cantautrice che fa rivivere certe sonorità di inizio millennio che, evidentemente, non sono ancora andate perdute. Il suo passato turbolento, legato all’abuso di alcol, influenza le tematiche di questo disco che vuole segnare un nuovo inizio, un ritorno alla sobrietà. Reckless è un ottimo esordio, un diamante grezzo, come si dice in questi casi, che solo il tempo e l’esperienza saprà raffinare.

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Ancora un altro libro, ep. 6

L’ultimo episodio di questa rubrica risale a gennaio e quindi è arrivato il momento di raccogliere qui le impressioni sulle letture che ho affrontato in questi mesi. Dopo aver salutato, solo temporaneamente, il buon David Forster Wallace, mi sono dedicato al secondo capitolo della saga di Dune, scritta da Frank Herbert, intitolato Il Messia di Dune. Questo capitolo della saga fantascientifica di Dune è più breve del precedente ma decisamente più lento. Non che il primo sia tutto azione e dialoghi ma questa volta è la trama a non essere particolarmente brillante. Herbert indugia troppo sulle visioni di Paul e Alia, non sfruttando appieno gli intrighi del complotto, lasciando che tutto si risolva da sé o quasi. Paul Atreides, conosciuto anche come Muad’dib, il Kwisatz Haderach, è dotato, più di altri, del potere di avere visioni del suo futuro che si confondono e si sovrappongono, rendendole di difficile interpretazione. Arrakis passa in secondo piano, dando più spazio all’Imperatore, sacrificando così il fascino di questo pianeta che ha reso speciale il primo capitolo. Ci sono anche molti aspetti interessanti ne Il Messia di Dune, ad esempio l’introduzione del personaggio di Hayt, il ghola creato dal Bene Tleilaxu, ovvero un clone di Duncan Idaho, uno dei protagonisti del primo Dune. Anche la presenza di nuove razze e creature dimostrano la vivace fantasia di Herbert. In definitiva, questo libro mi ha dato l’impressione di essere un’introduzione ai futuri sviluppi della saga che non abbandonerò certo ora.

Stephen King trova sempre spazio tra le mie letture e questa volta lo fa con la raccolta di racconti brevi, A volte ritornano. Il Re mette in mostra tutte le sue doti tecniche e la sua vivida immaginazione in questi venti racconti. Alcuni sarebbero poca cosa in mano ad altri autori ma non nella sua. Altri invece sono dei piccoli capolavori, ad esempio Jerusalem’s Lot (che anticipa Le notti di Salem), A volte ritornano, Il compressore, Camion o Il cornicione, solo per citarne alcuni. Quest’ultimo mi ha fatto sudare freddo, letteralmente. Come non citare Risacca notturna che getta le basi per un capolavoro come L’ombra dello scorpione. I figli del grano è un altro di quelle storie che solo King sa imbastire, così come il commovente L’ultimo piolo. Nonostante sia stata prima volta che leggevo questa raccolta, leggendo Il bicchiere della staffa (collegato sempre alla vicende di Jerusalm’s Lot) ho avuto l’impressione, molto forte, di conoscere già la storia. A meno che lo zio Steve non sia venuto a farmi visita nel sonno, sussurrandomela all’orecchio (ne dubito ma non lo escluderei), è probile che l’abbia letta in qualche libro di antologia che si leggono a scuola. Cos’altro aggiungere? A King basta una semplice idea per imbastire una storia fatta di personaggi credibili che si muovono in un mondo fatto di dettagli che lasciano il lettore senza fiato.

In seguito sono tornato sulla saga storica che racconta della Guerra delle Due Rose, scritta da Conn Iggulden e in particolare il suo secondo libro intitolato Trinity. Questo capitolo è più ricco di battaglie e azione rispetto al precedente, oltre al fatto che ci sono meno personaggi e ciò rende la storia più lineare e più coinvolgente. L’autore riesce nella non scontata impresa di rimanere imparziale quando narra le vicende tra le due fazioni dei Lancaster e degli York. Non ci sono buoni o cattivi, entrambi hanno le loro buone ragioni per combatte contro ciò che ritengono ingiusto. Spesso mi sono trovato in d’accordo con York per poi subito dopo fare lo stesso con la regina Margherita, sposa di re Enrico VI dei Lancaster. Come succede spesso nei romanzi storici, dove protagonisti sono persone realmente esistite, la loro fine non è dettata dal sentimento dell’autore ma dal corso della Storia. E questa riserva dei colpi di scena. Una lettura scorrevole che trasporta il lettore in un altro mondo dove tutto sembrava avere più valore e il tempo scorreva più lento ma inesorabile, in un’Inghilterra ancora alle prese con le ferite della Guerra dei Cent’anni.

Infine ho letto AIR: La storia di Michael Jordan scritto dal giornalista americano David Halberstam. Non è il genere di libro che leggo di solito, perché le biografie, soprattutto di personaggi contemporanei, non fanno per me. Ma mi è stato regalato in quanto sono un appassionato di pallacanestro, o di basket come diciamo erroneamente noi italiani, e quindi è per questo che si trova nella mia libreria. Il titolo originale, Playing for Keeps: Michael Jordan and the World He Made, rende meglio l’idea del suo contenuto rispetto alla versione italiana. Non racconta infatti la vita di Michael Jordan, anche se copre il periodo che va dall’università al secondo ritiro, ma piuttosto la sua ascesa sportiva e dei cambiamenti che ha portato, non solo nella pallacanestro, ma in tutto lo sport. L’autore si sofferma sulla forza di volontà si quest’uomo di vincere, di eccellere, in qualsiasi cosa che fosse una finale NBA o una partita a carte. Per buona parte del libro il giornalista salta avanti e indietro nel tempo senza un apparente motivo. Infatti la lettura è più scorrevole e appassionante quando poi i fatti vengono raccontati in ordine cronologico. Le parentesi sulle altre squadre, oltre ai Bulls, sono interessanti e curiose e danno una panoramica più ampia della NBA degli di fine anni ’80 e ’90. L’unico grosso difetto sono le numerose ripetizioni e la tendenza ad insistere su concetti già espressi in precedenza, oltre ad una traduzione non sempre perfetta, a mio parere. Mi sarebbe piaciuto anche un inserto fotografico, come spesso accade in questo genere di libri, e un albo d’oro che riassumesse la carriere di MJ ma non c’è niente di tutto questo. Un libro per appassionati insomma, se non si basket, di sport in generale.

Scie chimiche, abito bianco e country

Chi legge questo blog da qualche tempo sa che non sono un appassionato di pop da classifica e in generale di artisti particolarmente celebri, fatto salvo per qualche eccezione. Una di queste è sicuramente Lana Del Rey. Tutti ricordiamo il suo exploit con la canzone Video Games di dieci anni fa e il gran parlare che si è fatto del suo album Born To Die del 2012. Dopo essersi costruita un personaggio piuttosto originale ai tempi, ma mai eccessivo per la verità, ha saputo, come poche altre, formare un nutrito gruppo di imitazioni più o meno riuscite. Chi si aspettava di vederla diventare una pop star sforna hit è rimasto deluso. Infatti Lana Del Rey ha saputo piazzarsi a cavallo di un pop mainstream ad uno più indie, rimanendo piuttosto fedele a sé stessa. A distanza di due anni dall’ultimo Norman Fucking Rockwell! ecco Chemtrails Over The Country Club che riaccende il mio interesse verso un’artista che ogni volta prova ad uscire un po’ di più dal personaggio, rivelandosi sempre meritevole di attenzione.

Lana Del Rey

White Dress offre un inizio soft, sussurrato che ci ricorda subito che stiamo ascoltando un album della Del Rey. I ricordi di dieci anni di musica e la fatica degli esordi sembrano accumularsi in questa fragile ballata. Si comincia bene, lentamente e senza clamori, “When I was a waitress / Wearing a white dress / Look how I do this / Look how I got this / When I was a waitress / Working the night shift / You were my man / Felt like I got this“. La title track Chemtrails Over The Country Club riprende le pigre melodie tipiche di questa artista. Tutto funziona a meraviglia, dando vita ad una calda atmosfera famigliare e rilassata. Niente sorprese ma nessuno se le aspetta dopotutto, “I’m on the run with you, my sweet love / There’s nothing wrong contemplating God / Under the chemtrails over the country club / Wearin’ our jewels in the swimming pool / Me and my sister just playin’ it cool / Under the chemtrails over the country club“. Segue Tulsa Jesus Freak. Anche qui la nostra Lizzy non si discosta molto dal suo standard, riproponendo la sua formula vincente, canto svogliato e immagini di quotidiana decadenza. Bene, cos’altro chiedere? “You should stay real close to Jesus / Keep that bottle at your hand, my man / Find your way back to my bed again / Sing me like a Bible hymn / We should go back to Arkansas / Trade this body for the can of Gin / Like a little piece of heaven / No more candle in the wind“. Let Me Love You Like A Woman è una di quelle canzoni che rendono unica Lana Del Rey ma che offrono l’appiglio per qualche critica. Melodia lenta ma orecchiabile, una canzone d’amore nel suo stile rilassato e effimero che lascia il segno, “Let me love you like a woman / Let me hold you like a baby / Let me shine like a diamond / Let me be who I’m meant to be / Talk to me in poems and songs / Don’t make me be bittersweet / Let me love you like a woman / Let me hold you like a baby / Let me hold you like a baby“. Anche Wild At Heart riesce nella stessa impresa. Un bel ritornello, cantato con più convinzione del solito che rende questa canzone una delle più riuscite di questo album. Da ascoltare,”I left Calabasas, escaped all the ashes / Ran into the dark / And it made me wild, wild, wild at heart / The cameras have flashes, they cause the car crashes / But I’m not a star / If you love me, you’ll love me / ‘Cause I’m wild, wild at heart“. Dark But Just A Game è un brano che offre all’ascoltatore le diverse facce della musica della Del Rey, da quella più cantautorale a quella più pop e sfrontata. Una mix di sound ben congegnato che rappresenta un po’ un unicum nella sua discografia, “We keep changing all the time / The best ones lost their minds / So I’m not gonna change / I’ll stay the same / No rose left on the vines / Don’t even want what’s mine / Much less the fame / It’s dark but just a game“. Not All Who Wander Are Lost cita addirittura Tolkien, mettendo in luce le doti poetiche e riflessive della Del Ray. Uno splendido ritornello fa da cornice a strofe delicate e immagini di viaggio, “The thing about being on the road / Is there’s too much time to think / About seasons of old / As you pour yourself a drink / ‘Cause every time I said no / It wasn’t quite what I meant / If you know what I mean“. Con Yosemite si affacciano delle sonorità più folk, agevolate da un accompagnamento acustico che ben si sposa con la voce malinconica della Grant. Una decisa variazione dal punto di vista musicale, meno a livello di tematiche, “You make me feel I’m invincible / Just like I wanted / No more candle in the wind / It’s not like I’m invisible / Not like before when I / Was burning at both ends“. La successiva Breaking Up Slowly vede la partecipazione, un po’ a sorpresa di Nikki Lane, quasi a sottolineare la volontà della Del Rey di avvicinarsi alle sonorità dell’americana. Il duetto è riuscito, la canzone è buona ma la presenza di Nikki non è sufficiente a completare la metamorfosi, “‘Cause breakin’ up slowly is a hard thing to do / I love you only, but it’s makin’ me blue / So don’t send me flowers like you always do / It’s hard to bе lonely, but it’s the right thing to do“. Ci riprova con Dance Till We Die, tra citazioni e riferimenti all’immaginario country. Lana Del Rey rimane fedele a sé stessa e, a mio parere, c’è poco da fare ma non è necessariamente una cosa negativa, “I’ve been covering Joni and dancing with Joan / Stevie’s calling on the telephone / Court almost burned down my home / But, God, it feels good not to be alone“. Si chiude con For Free, cover dell’originale di Joni Mitchell che suggella le intenzioni della Del Rey. Insieme a quest’ultima ci sono Zella Day e Weyes Blood che ne confezionano una riuscita versione, “Now me I play for fortunes / And those velvet curtain calls / I got a black Limousine and two gentlemen / Who escort me through these halls / And I’ll play if you got the money / Or if you’re a friend to me / But the one man band / By the quick lunch stand / He was playing real good for free“.

Chemtrails Over The Country Club è un timido tentativo di Lana Del Rey di cambiare registro, scivolando verso sonorità che vanno alternative folk all’americana. Tutto ciò non mi è sembrato così marcato come certe recensioni che ho letto lasciavano intendere. Il folk americano è ben altra cosa e se anche musicalmente, in poche occasioni, ci si può avvicinare, il modo di cantare di Lana Del Rey resta immutato e ci riconduce inevitabilmente, di nuovo a Lana Del Rey. Questo è l’ennesimo ottimo album di quest’artista e ne ricalca le caratteristiche che tutti ormai, dopo dieci anni, ben conosciamo. Il tentativo di coinvolgere altre colleghe e di citare le paladine del folk ha prodotto una serie di canzoni ben bilanciate tra loro, sempre riflessive e malinconiche e quindi non molto distanti dalle ultime uscite. Insomma con Chemtrails Over The Country Club, Lana Del Rey fa di nuovo centro ma se l’obiettivo era quello di esplorare nuove sonorità allora non mi sento di dire “missione compiuta”, rimandando il mio giudizio al prossimo disco, forse già in uscita quest’anno.

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Lettere d’amore alla prateria

Questo album è rimasto a lungo nella mia wishlist e solo in occasione dell’ultimo Bandcamp Friday, mi sono deciso ad acquistarlo. Prairie Love Letter aveva tutte le caratteristiche che mi piace trovare nella musica country ma, come spesso mi accade, la lunga carriera della cantautrice americana Brennen Leigh mi aveva fatto esitare. Non per chissà quale motivo ma semplicemente perché preferisco scoprire un artista dai suoi primi passi piuttosto che entrare quando lo spettacolo è già iniziato. A volte però è giusto fare uno strappo alla regola per evitare di perdersi qualcosa che vale la pena ascoltare davvero. Mi sono bastati pochi minuti per capire che era proprio quello che andava fatto.

Brennen Leigh
Brennen Leigh

Don’t You Know I’m From Here apre l’album ed è subito chiaro il suo tema. I ricordi della propria terra, di una città lasciata anni fa ma dove ancora resistono salde le radici della Leigh. Una malinconica canzone country ma è solo l’inizio, “I left here full of vinegar back in ‘99 / Guitar in my back seat, big time on my mind / My desire to leave the old me in the dust could not have been more sincere / I looked down my nose at friends, turns out I might need them again / Don’t you know I’m from here“. La successiva Billy & Beau racconta di uno sfortunato amore omosessuale tra due ragazzi. Un amore mai dichiarato ma del quale, chi canta, ne era a conoscenza, nonostante i silenzi dell’amico, “The heart wants to go where the heart wants to go and you can’t undo it / Billy never told me so but I just knew it / Billy loved Beau“. The John Deere H è una spensierata ballata country, una dichiarazione d’amore per… un vecchio trattore. Una canzone così sincera e naturale che non c’è modo di dubitare su ciò che ci racconta questa cantautrice, “The H was made in a factory down in Waterloo / But my dad had got her second hand from some folks that we knew / She wasn’t sleek and she wasn’t fast, took a while to get her going / But she beat a horse and a hand held plow for cutting hay and hoeing“. The North Dakota Cowboy è un altro gioiellino country che racconta di questo ragazzo dagli occhi verdi del quale si invaghì Brennen, o chi per lei, molti anni fa. Un bel giorno se ne andò ma rimase sempre giovane nei suoi ricordi, “His eyes were green as Norway pines, his laughter warm and pure / But he felt a burden in his mind even love could not have cured / And that North Dakota cowboy, handsome, young, adored / Rode off into the prairie sky in his rusty yellow Ford“. Bastano poco meno di due minuti per esprimere tutta la bellezza e la forza della musica country in Yellow Cedar Waxwing. Sono ancora i ricordi d’infanzia ad ispirare le canzoni della Leigh, questa volta è un uccello giallo che noi chiamiamo beccofrusone dei cedri, “There’s a yellow Cedar Waxwing on the Juneberry bush / In the golden sunlight shining through the trees / God made the birds and flowers, He is everywhere we look / God loves the Cedar Waxwing; all the more He’ll care for you and me“. Little Blue Eyed Dog è un incalzante bluegrass che racconta come un cagnolino randagio abbia cambiato la vita a chi lo ha salvato. Una canzone fatta di bei sentimenti e tenerezza, “In some God forsaken Texas town / Looky here, what have I found / A little brown and blue eyed hound / Running in a hail storm / Ain’t it funny what the Lord can do / I thought that I was saving you / Now I’m wondering who rescued who / Welcome to your new home“. Di tutt’altro tenore I Love The Lonesome Prairie. Questo album è appunto un “lettera d’amore alla prateria” e questa canzone, lenta e melodiosa, ne è l’emblema. Meravigliosa, c’è poco altro da aggiungere, “I love the lonesome prairie / Where the grass rolls like waves on the sea / The lonesome prairie wind is like a lifelong friend / No, the prairie’s not lonesome to me / Oh the prairie’s not lonesome to me“. Non sarà come la città ma proprio per questo che è bella Elizabeth Minnesota. Una vita semplice e immersa nella natura, che potrebbe far storcere il naso agli amanti della città, che non possono capire, “I love my dad’s homegrown tomatoes and my grandma’s scalloped potatoes / Elizabeth Minnesota is my home / Well you might call me hillbilly but what you think don’t matter really / Elizabeth Minnesota is my home“. Prairie Funeral racconta con sorprendente vividezza e sensibilità un funerale di molti anni fa. Non mancano i racconti e la musica che unisce chi ha accompagnato quest’uomo per l’ultimo saluto, “It was a funeral on the prairie, all his children gathered round / Put him in a horse drawn wagon, drove him into town / In the dark of February snow covered up the ground. / In a pioneer church made out of sod we sang A Mighty Fortress Is Our God“. Tra le mie preferite c’è sicuramente la bellissima You’ve Never Been To North Dakota. Un affascinante viaggio fatto di immagini del North Dakota, una canzone d’altri tempi, pura e semplice. Da ascoltare, “Have you looked up and read the note / Aurora Borealis wrote / While you were gently sung to sleep by a coyote / Felt your joints get stiff and cold / To let you know you’re growing old / Then you’ve never been to North Dakota“. Non c’è spazio ai sentimentalismi in Pipeline, c’è una terra da difendere. Chiunque tu sia non farai passare il tuo oleodotto. Il messaggio è semplice ma c’è ancora qualcuno che non vuole capire, “You got big ideas and a great big paycheck / And a closet full of designer suits / Custom shoes of Italian leather / But you ain’t laying no pipeline / But you ain’t laying no pipeline / But you ain’t laying no pipeline through this land“. Si chiude con Outside The Jurisdiction Of Man. Una canzone molto bella, triste e solitaria, che lascia incantati per la sua durezza, “So let my remaining time all pass / On a blanket of swaying prairie grass / And then won’t you bury me ‘neath the work of God’s own hand / Outside the jurisdiction of man“.

Prairie Love Letter è un album meraviglioso. è davvero difficile descrivere a parole quello che queste canzoni ti lasciano dentro. Brennen Leigh non ne sbaglia una e, tra ricordi d’infanzia, storie e messaggi, ci racconta l’amore per la sua terra, per quelle praterie desolate ma anche ricche di vita. Le capacità si songwriting di quest’artista sono a dir poco eccezionali. Raramente ho trovato una tale capacità di ritrarre i ricordi con le parole con tanta vivacità e sentimento. Sì lo so, non c’è nulla di nuovo in tutto questo. Si tratta pur sempre di country, bluegrass, americana ma ogni volta, ogni benedetta canzone, mi sorprende come fosse la prima volta. Un sentito grazie a Brennen Leigh e a chiunque abbia collaborato a questo album. Perché è qualcosa di speciale, davvero.

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Caleidoscopi e sogni

Tre anni fa rimasi sorpreso dall’album Azalea che segnava il debutto della cantautrice americana Lydia Luce. Il suo talento di musicista si rifletteva nelle melodie delle sue canzoni dall’animo folk, rendendolo molto piacevole e del quale conservo ancora ottimi ricordi. Lo scorso mese è uscito Dark River, anticipato da vari singoli che lasciavano intendere che il percorso intrapreso dalla Luce aveva trovato il suo naturale sviluppo, proseguendo su quelle melodie ed atmosfere che l’avevano preceduto. Ecco che, stuzzicato di singoli pubblicati, mi sono precipitato, senza esitazioni, su questo nuovo disco.

Lydia Luce
Lydia Luce

Occasionally apre l’album e subito Lydia Luce ci cattura con una voce morbida e melodiosa. Una canzone d’amore fragile, che riprede le sonorità dell’americana ma con in più il suono della viola, strumento suonato da quest’artista, “Like a snake you wait / In tall grass and vine you hide away your face / Out of reach your vision comes to me / And suddenly you’ll cross my mind“. Un variazione rock prende piede nella title track Dark River. Non è nuova la Luce in queste sonorità nelle quali rivela di avere un insospettabile voce graffiante, “I go down to the dark river they can’t see me there / I’m gonna drink til my bellies full / Pour it out when they need my help / Pour it out Pour it out / Please won’t you save some for me“. Molto più vicina allo stile scelto nel suo disco di debutto, Tangled Love, è una delicata e solare canzone d’amore, un amore complicato. Lydia Luce con le parole e soprattutto con la musica, dà vita ad una dei brani più poetici di questo album, “Well, you let me in again into your world / Darker than velvet, warmer than air / Taking me down, but I willingly go / Dancing in arbitrary motion“. Something To Say è una canzone personale, intima. La voce della Luce è leggera, quasi un sussurro. Le parole e la musica impongono una riflessione sulla vita e sull’amore, “I’m waiting for a chancе to breathe / Searching for thе words to speak / Could you take it from here? / If I had something to say, if I had something to say / If I had something to say, I’d say it“. La successiva Never Been Good riprende le sonorità rock ma senza rinunciare alla melodia. Spazio dunque all’energia e alla vitalità che questa cantautrice dimostra di avere, “You’ve been lay-low and keeping quiet / And I’d give anything to pass away the time / You say your head is a liar / I know the feeling / You try to keep it on the inside / But it’s showing“. Si ritorna presto però a ritmi decisamente più lenti e melodie più malinconiche con Maybe In Time. Una canzone che suona come una preghiera notturna, effimera ma profonda, “So I left the windows open / To let in the divine / And maybe I am just looking / For the spirit of the night“. Leave Me Empty è una delle canzoni che preferisco di questo album. Il ritmo vince sulla melodia ma la Luce sa trovare il giusto equilibrio affondandosi maggiormente alle sonorità del folk americano, “‘Cause I’m hollow, nothing but a shell and a shadow / Holding myself on a tightrope, dangling / I can’t cast it off, cup out of Maries just to pass along / All the time I’m gonna spend here alone patiently / You can’t fill me up, so leave me empty“. Somehow invece non può fare a meno di una melodia e di una poesia che avevano reso speciale il primo album. Qui Lydia Luce mette in mostra tutto il talento come musicista, prima di tutto, e come autrice poi. Una canzone meravigliosa, da ascoltare, “Somehow, sometimes I keep repeating all the old lines / Getting lost inside my own mind / Something longing to get out / Somehow, if I never wake from sleeping / Kaleidoscopes and dreaming / I’d give anything to keep this, even for a little longer“. Dopo un inizio sommesso, All The Time esplode un folk rock di ampio respiro che vede le chitarre protagoniste. Una canzone che parla di riscatto e accettazione, in un mondo sempre più complesso, “Cover up uneasy / You’re so pretty and pleasing / What’s the filter for? / You’re not here to ruin someone’s garden / But I’m still out here looking / I beg you, stop pretending / I am on my knees / But you don’t even own me an apology“. Stones è una canzone d’amore nella quale emergono le difficoltà e il peso delle cose non dette. Lydia Luce tratteggia con le voce un’atmosfera malinconica e tutt’altro che leggera,”I’ll tell you all my secrets / They weigh me down like stones / And I don’t wanna hate on / I just wanna let it go“. L’album termina con Just The Same. Alla base dell’ispirazione sembra esserci la fine di un amore, sottolineata dal suono del pianoforte. Una ballata lenta e triste, che cresce pian piano verso il finale, “I try to find the song that I once knew / You knew it too / But I guess it’s truе / That nothing ever stays the samе / And you, there’s something new“.

Dark River è un altro ottimo album che conferma le qualità di Lydia Luce. La preponderanza di canzoni melodiche e al suono degli archi, e quindi della viola, non deve trarre in inganno. Quest’artista riesce a coniugare le diverse anime del genere americana, trovando nuova linfa proprio attraverso le sue doti di musicista. La voce della Luce è uno strumento aggiunto che va al di là delle parole. Non mancano momenti più rock nei quali emerge il lato più energico di quest’artista ma che sanno inserirsi bene all’interno dell’album. Naturalmente Dark River deve fare a meno dell’effetto sorpresa di Azalea ma riesce comunque a dare quel brivido particolare, quella sensazione di trovarsi di fronte ad un’artista musicale completa e, a mio parere, sottovalutata.

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Mi ritorni in mente, ep. 77

In questi dieci anni di blog ho avuto modo di ascoltare numerosi artisti e di seguirli per anni. Non tutti però hanno pubblicato regolarmente nuove canzoni o album. Anzi alcuni di essi sembrano scomparsi nel nulla. Forse, non avendo fortuna hanno cambiato lavoro oppure hanno scelto di fare un’altra vita o hanno messo su famiglia. Ho scorso i nomi degli artisti della mia collezione e li ho raccolti in una playlist.

Ho cominciato da Broken Twin alias Majke Voss Rossom, che dopo il suo debutto intitolato May del 2014 non si è fatta più sentire. Pare però stia per tornare usando il suo vero nome. Speriamo. Poi c’è anche Annie Eve sulla quale non sono riuscito a trovare nessuna traccia. Niente più Facebook e neanche il sito esiste più. Credo che il suo Sunday ’91 del 2014 rimarrà il suo primo e ultimo album. L’artista che però mi ha dato l’idea di realizzare questa playlist è Joseph Lyons, conosciuto come Eaves. Anche lui dopo il suo primo, e probabilmente ultimo What Green Feels Like del 2015, è finito nell’oblio ed è davvero un peccato per il suo talento. Una band interessante, formata da tre ragazzi inglesi, i Millbrook, dopo l’omonimo album del 2015, hanno scelto il silenzio. Non si trova più traccia di loro in internet. Anche gli Snowmine, dopo aver pubblicato due album, l’ultimo nel 2014 sono spariti. In realtà qualche nuovo singolo c’è stato ma non ne è seguito nulla. Anche gli Stillwater Hobos non li rivedremo più insieme. L’ultimo My Love, She’s In America del 2014, è un piccolo gioiellino folk e ora la band è da considerarsi sciolta. Che fine ha fatto Tina Refnes? Dopo un singolo di qualche anno fa che seguiva il suo debutto, No One Knows That You’re Lost del 2015 non c’è stato più nulla. E così anche lei è finita in questa playlist.

Sono solo sette artisti per il momento. Ho raccolto qui, chi davvero ha fatto perdere le tracce di sé da anni. Altri, oltre a questi, sono comunque attivi sui social ma da qualche anno non pubblicano nulla di nuovo. Mentre preparavo questo articolo ho anche scoperto anche che altri artisti, apparentemente scomparsi, stanno tornando, addirittura con un nuovo album. Altri sono fermi da pochi anni che è troppo presto per considerarli spacciati. Altri hanno dichiarato di essersi presi una pausa qualche anno fa e io li aspetto ancora per un po’ prima di arrendermi. Spero che tra queste “meteore” possiate trovare qualcosa di interessante, mentre vi godete un altro lockdown un anno dopo.

Conoscere la notte

Capita a volte di scoprire un nuovo artista, ascoltare il suo album per innumerevoli volte e poi passare anni ad aspettare che pubblichi qualche cosa di nuovo. In alcuni casi, l’artista non scompare del tutto, continua a fare concerti, qualche post sui social o cose di questo tipo. Di Lael Neale invece ho pensato quasi che si fosse ritirata e che la possibilità di ascoltare un suo nuovo disco fosse molto remota. Ma, un po’ a sorpresa, dopo il debutto I’ll Be Your Man nel 2015, questa cantautrice americana è tornata quest’anno con Acquainted With Night. Innanzitutto sono contento che non si sia ritirata e che io possa finalmente assaporare nuove canzoni di un’artista che si rivelò quell’anno una sorpresa, rimasta in sospeso per sei lunghi anni.

Lael Neale
Lael Neale

Blue Vein si presenta subito con una sonorità più scarna e lo-fi delle precedenti produzioni delle Neale. Resta immutata la su voce cristallina, che scivola sul suono della chitarra e dell’Omnichord, strumento predominante in questo album. La successiva Every Star Shivers In The Dark abbraccia appieno questa rivoluzionaria semplicità. Accompagnamenti ridotti all’osso che fanno risaltare la voce e le parole. Emerge tutto il talento di questa cantautrice, avvolgendo e incantando l’ascoltatore. La title track Acquainted With Night è straordinariamente poetica e delicata. Una poesia in musica, ancora resa essenziale dal suono dell’Omnichord ma illuminata dalla voce della Neale, così solitaria e magica. White Wings sottolinea quella necessità di togliere, di asciugare le canzoni alla fresca brezza della sera. Tutto è così chiaro ma allo stesso tempo distorto e disturbato dalla registrazione tutt’altro che perfetta. How Far Is It To The Grave prosegue sulle stesse atmosfere ma c’è meno incanto e più tristezza. Leal Nale ci prende per mano e ci porta in un mondo fatto di poesia e vita. For No One For Now introduce un ritmo che sostiene la voce, sempre impalpabile di questa artista. Una canzone solitaria, fatta di cose semplice e immagini quotidiane. Sliding Doors & Warm Summer Roses si poggia su di un tappeto di suoni frammentario e sfuggente, sul quale si posa un canto morbido che ammalia. Così come succede in Third Floor Window. C’è la volontà di estrarre dai pensieri, solo l’essenziale. Poche note e parole scelte fanno una canzone, che come questa si reggono da sole senza bisogno di altro. Let Me Leave By The Side Of The Road riproduce un effetto a due voci che offre una variazione rispetto ai brani precedenti. Poco meno di due minuti bastano a Lael Neale per creare un’atmosfera del tutto particolare. L’album si chiude con Some Sunny Day. Si va ad aggiungere un po’ di ritmo ad una delle canzoni più luminose e più vicine a quelle dell’esordio.

Acquainted With Night non era quello che era lecito aspettarsi dopo anni di silenzio e lavoro. Ci si sarebbe aspettati un disco variegato e complesso, ricco di spunti e sperimentazioni, invece è tutto l’opposto. Pare che sia stata proprio questa infruttuosa ricerca a trascinare per le lunghe la realizzazione di questo album. Un ritorno alla semplicità, rappresentata dall’esclusivo utilizzo dell’Omnichord e imposta dalle limitazioni dello scorso anno, ha sbloccato Lael Neale che ha potuto così realizzarlo. Lontano in quanto a sonorità rispetto al debutto, Acquainted With Night però ci offre comunque la possibilità di tornare ad ascoltare un’artista che ha saputo rinnovarsi facendo un passo indietro e scavare dentro di sé. Un’anima più poetica ed artistica emergono con forza da questo album, non di facile ascolto per la sua monocromia e scelta stilistica, ma capace, senza dubbio di incantare e riflettere. Bentornata Lael.

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Due amici

Era il 2011 quando Tom Smith, leader degli Editors, e il suo amico e collega Andy Burrows, si unirono per realizzare un album di canzoni di Natale, intitolato Funny Looking Angels. Da allora ognuno ha proseguito per la propria strada per poi ritrovarsi di nuovo insieme e pubblicare quest’anno un album dal titolo eloquente Only Smith & Burrows Is Good Enough. Il duo, che non di definisce una band, è inevitabilmente caratterizzato dalla voce di Smith che in queste occasioni si discosta dalle atmosfere cupe che caratterizzano la musica del suo gruppo più importante. Bello rivederli insieme Smith & Burrows che con quell’album di dieci anni fa hanno scritto delle canzoni che ancora oggi mi sovvengono alla mente quando quando arrivano le feste.

Smith & Burrows
Smith & Burrows

All The Best Moves apre l’album e sembra riprendere quella gioiosa energia già espressa nella precedente occasione. Non c’è modo migliore di cominciare questa nuova avventura insieme, “Get me a car, get me a limousine / And take me out to the music scene / On second thoughts I saw this thing on the news / Kids getting killed for the shoes that they chose / Sometimes life’s meant to pass you by / We’re all so small look at the size of the sky“. Segue la più scanzonata Buccaneer Rum Jum che vede Burrows prendere il microfono e illuminare questi momenti bui. Una canzone con un accompagnamento ricco e vario che mostra il talento del duo, “Got a one way ticket now you marauder / There’s nothing left for you round here / I’m not gonna mend your broken pieces anymore / With a little luck you might come down / With a little luck you might come back to me“. Torna Smith con Spaghetti. Una canzone veloce ed che riflette sulla bellezza di una vita ingarbugliata. Una canzone decisamente leggera e divertente, nello spirito di questi cantautori, “I’m gonna mess you up, just like spaghetti / I’m gonna fill my cup up to the limit / Gonna suck you down, just like spaghetti / Can you see my crown, don’t you forget it / I’vе been working you, well I’ll take the minutеs / I’ll be turning this town upside down for years, for years, oh“. Momento nostalgia con Old TV Shows con Andy che si alterna con Tom. Un brano poetico e un po’ malinconico ma risollevato dal ritornello orecchiabile, “Oh, come look at us now / A broken record will last forever / You couldn’t pick us out of the crowd / When it worked just couldn’t miss us / It’s over like top of the pops / Just a day the time’s had its way with / Over and over we’d lay / Memories like old TV shows“. La canzone che preferisco è Parliament Hill, ballata di speranza e conforto. Smith mette i brividi con la sua voce e Burrows allevia la tristezza con il ritornello. Cosa chiedere di meglio? “There’s a warm rain, are you feeling alright? / Well, I know it ain’t easy when you can’t sleep at night / There’s a band playing and they don’t give you peace / Well, I know it ain’t easy when the noises won’t cease“. Bottle Tops è un altro brano fresco che richiama le sonorità del gruppo di Smith ma con un’atmosfera meno cupa, “Untie, she’s with the bottle tops, then / Hope that you’ll notice me when you do it’ll all come clear / I’m on my own you see, just for the moment baby / I’ll be your one and only, I’ll die a happy man“. I Want You Back In My Life è una canzone d’amore malinconica ma ricca di quella speranza che questi due artisti sanno sempre regalare, “Get me out of this hole / Too much of me with myself and I’m in trouble / All the clouds are grey and the wind has the bitter bite / All I know is I want you back in my life“. Decisamente più pop Aimee Move On. Ricorda le sonorità del brit pop e si appoggia sulla vocalità incredibile di Smith. Un’altra bella canzone che sa emozionare, “I was the worst, I was the best / No, I was the best of the worst of the rest / Don’t make them miss the chances wе missed / Wouldn’t it be wonderful if I wasn’t such a fool / Stеp outside, howl at the moon“. Too Late è un pezzo pop da ballare che viaggia veloce e si illumina nel ritornello liberatorio. Buone sensazioni emergono da ogni singola nota,”Please, we don’t have forever / Play a song, play a song that keeps this together / It’s too late now / Don’t be hard on yourself, just ‘cause everything’s over / It’s too late now / Don’t be hard on your brothers or hard on your sisters“. Si chiude con Straight Up Like A Mohican. I due sembrano divertirsi insieme e forse è proprio questo lo scopo dell’album, “You and me, we’re probably thinking the same thing / Like where did it all go wrong? / Making me feel alive and suddenly I don’t know why / Where did it all go wrong?“.

Only Smith & Burrows Is Good Enough è un album fatto da due amici che si vogliono semplicemente divertire e accendere una luce in questi momenti difficili. Quando Tom Smith smette i panni dell’enigmatico front-man degli Editors, trascinato dal sempre positivo Andy Burrows, il risultato non può che essere questo: un’album spensierato ma non troppo leggero, fatto di buoni sentimenti, che non dimentica però i momenti difficile. Non me ne voglia in buon Andy ma la voce di Smith è fondamentale per il duo. Il suo modo di cantare, la sua interpretazione aggiungono quel qualcosa in più anche in canzoni meno celebrali alla quale ci ha abituati. Only Smith & Burrows Is Good Enough offre un ascolto piacevole, intriso dal sentimento di reciproca amicizia di questi due cantautori e del loro talento, che strappa una sorriso più di una volta.

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