Meglio imparare ad annegare

Tra i nomi emergenti della musica country spicca quello di Vincent Neil Emerson, cantautore americano al suo secondo album omonimo. Nonostante la giovane età, questo ragazzo ha già avuto dalla vita numerosi dolori. Il suicidio del padre, l’alcolismo, la morte del fratello in un incendio e la perdita di un amico per colpa della droga. Anche la vita in strada ha plasmato l’animo di Vincent Neil che non si è lasciato sopraffare dal dolore e, grazie all’ispirazione arrivata dal compianto Townes Van Zandt, ha trasformato tutto in canzoni e questo album ne è il risultato. Anche Colter Wall ne è rimasto impressionato e dunque perché non seguire il consiglio di un altro grande cantautore country di nuova generazione?

Vincent Neil Emerson
Vincent Neil Emerson

Si comincia con Texas Moon, un ballata country che ci porta a vagare per le strade in cerca di qualcosa. La voce di Emerson è magnetica e carismatica, sembra essere nata per tutto questo, “Well I been worn out for much too long / Livin’ somewhere between right and wrong / And I’m only useful after I’m gone / Absence don’t always make the heart grow fond“. La successiva Debtor’s Blues è un country blues, scritta con sincerità ed un raro talento. Una poesia dolorosa e forte che non lascia indifferenti, “Well the world is on its head / And I thank my lucky stars that I ain’t dead / I’ve spent my whole life in the red / And I’ve done my best to keep my family fed / But when I lay my burdens down / Keep my debts out of your mind just for a while / All my troubles and my trials / They lay scattered on the trail for miles and miles“. High On The Mountain è un honky tonk vecchio stile che ci fa ascoltare un bel assolo di chitarra e ci intrattiene per qualche minuto, “High on a mountain-top again / High on a mountain-top again / High on a mountain with all my ramblin’ friends / High on a mountain-top again“. Uno dei momenti più alti dell’album è sicuramente Learnin’ To Drown. Ballata country autobiografica ben scritta e capace di dare qualche brivido. Vincent Neil Emerson dimostra tutto il talento del quale è dotato e ci regala una canzone tanto triste quanto meravigliosa, “I spent my whole life wonderin’ why I’m down / I don’t feel easy if the blues don’t come around / And my face don’t look right without a frown / Well if you can’t swim you better learn to drown“. Ripplin’ And Wild si rifà alle sonorità del folk americano per ripercorrere con la mente tutte le difficoltà della vita e il vagare senza meta. Emerson canta la necessità di rifugiarsi in qualcosa e l’alcol sembra l’unica risposta, “Well the life of a rambler is matched by the gambler / I’m reelin’ straight out of my mind / Well I just don’t feel right underneath all these lights / So I hide in the pleasures I find“. In Durango la città messicana fare da sfondo ad una canzone di separazione e malinconia. Un’altra bella canzone che ci avvicina sempre di più all’anima di questo artista, “So I sit down on the tarmac / Let the tears fall in my lap / And I thought about the way she laughed / Eyes of green, the love they’ve seen, well / I guess it don’t mean a thing / In the end darlin’, oh in the end“. Il pezzo forte dell’album si nasconde sotto il titolo di The Ballad Of The Choctaw-Apache. La melodia richiama la leggendaria Jolene e anche questa volta è una storia triste. Una diga strappa ai nativi americani le loro terre, il denaro non può ripagarli di tutto ciò che hanno perso, “Well 180,000 acres of ancestral land / That’s all been river bottom, flooded by the dam / I am a proud Choctaw-Apache man / But it just don’t mean a thing to the faces in your hand“. White Horse Saloon torna ad affrontare il demone dell’alcolismo. All’apparenza una canzone leggera ma che nasconde un malessere che sembra senza fine, “As I count the change, all that’s left in the bank / Well I can’t help but think of all the time gone to waste / Time equals money, money еquals time / But sometimes thе reason well it don’t always rhyme“. High On Gettin’ By è ancora una sincera confessione, tutti i sogni si infrangono contro la dura realtà. Emerson tratteggia la melodia con la chitarra ma è la voce che emoziona e fa riflettere. Un gioiellino da ascoltare, “I got my first child on the way and the bills are all unpaid / I should have finished high school, got a job and learned to save / But the words they keep on fallin’ and the highway keeps on callin’ to my pen“. Si chiude con Saddle Up And Tamed che alleggerisce l’album e canta l’amore per una donna. Questo ragazzo ci sa fare non c’è più alcun dubbio ormai, “Well I’ve been out here stumblin’ through the world just like a child / And often I don’t know which way to turn / And I ain’t the smartest but I’m smart enough to know / When the sparks start to fly honey, let it burn“.

Vincent Neil Emerson è un album che è ad di sopra di qualsiasi genere musicale. Sì, perché al di là che possa piacere o meno la musica country, e qui è al meglio, questo cantautore ha messo un pezzo di sé stesso in ogni canzone. C’è quella famosa urgenza creativa che nasce da eventi tragici e dipendenze difficili da estirpare. C’è la vita di un uomo in queste canzoni. Vincent Neil Emerson si prende la scena con una voce sempre venata di tristezza che sembra chiedere solo un po’ di comprensione. Qui c’è quello che un cantautore dovrebbe fare, provare a mettere in musica e in parole qualcosa di più grande e insondabile. La musica country viene incontro a chi, come quest’artista, è in grado di sfruttarne le infinite risorse emotive.

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Il tempo è un grande guaritore

Lo scorso anno ho finalmente potuto ascoltare la musica di Josienne Clarke dopo che per anni era rimasta della mia wishlist. Il suo album In All Weather mi aveva piacevolmente sorpreso e non ho resistito a recuperare poi il suo debutto da solista One Light Is Gone. Quest’ultimo è uscito ad undici anni di distanza dal nuovo A Small Unknowable Thing. Cantautrice e poli-strumentista abile, Josienne Clarke è da anni sulla scena musicale ma non per questo si accontenta di rimanere nella sua comfort zone, finalmente libera dai desideri di una casa discografica e di produttori. Non sapevo cosa aspettarmi da questo nuovo album ma ero sicuro che avrei ritrovato la voce di quest’artista e ciò mi è stato sufficiente per precipitarmi appena possibile su questo disco.

Josienne Clarke
Josienne Clarke

Super Recogniser ci introduce in questa nuova avventura. Una dichiarazione di intenti che viaggia sulle note di una chitarra. La voce della Clarke si prende la scena e taglia l’aria con le parole, “Clarke isn’t being told what to do. / Trying to strike a chord / That you haven’t heard before / You’ll recognise it / You recognise it all“. Il suono distorto della chitarra in Like This apre alle nuove sonorità di questo album ma sembra continuare con il tema di apertura. La libertà di esprimersi attraverso la musica era limitata dagli altri. Non più ora e forse questa chitarra graffia proprio per liberarsi dal passato, “White noise for the ear / Valium to the brain / Same voice mumbling / Over and over / Over and over again / I’m sick and tired of being told it doesn’t stick / When you won’t sing it, / When you won’t sing like this“. Never Lie riprende invece il sound al quale la Clarke ci aveva abituati. Una voce venata di malinconia ma viva e vibrante, canta una riflessione sul peso della verità, “If you can only learn to let it lie / Then all the falling stays up in the sky / I never lie / The truth runs all through my inside / Just pretend you didn’t hear / Nothing good will ever disappear / I can never lie, dear / The truth is like a needle in my ear“. Forse la canzone più oscura dell’album è Chains. Tutti abbiamo delle catene nella vita, che ci trattengono da qualcosa e delle quali fatichiamo a liberarci. Josienne Clarke continua a colpire con la voce e le parole e c’è poco spazio all’interpretazione, “These, these are the chains we forge in life / And I’ve finally found a promise I can keep / But is it too late / Is it all laid to waste / Does it all run too deep ?“. La successiva If It’s Not continua sulla stessa lunghezza d’onda e nella sua breve durata riesce ad esprimere il sentimento di un amore come coronamento e senso della vita, “If it’s not a love I can use / What is it for, what is it for? / If it’s not a dream that I’m in / It’s really no good to me“. Cambio deciso di marcia con Sit Out che svolta verso un sound più rock. Una canzone carica di risentimento che corre sulla voce pulita della Clarke, “I’ve not heard a word of contrition / You don’t learn how to firm your position / All you stand for / Makes me want to sit out“. Sting My Heart è un’altra breve riflessione in musica. C’è una traccia di dolore nella voce e le parole sono pesate una ad una, “No I don’t have a shell / And why can’t you tell / Why don’t you care / Why isn’t it a thing / To sting my heart so badly“. Tra le canzoni che preferisco c’è The Collector. Ispirata dal romanzo di John Fowles, “Il collezionista”, è tessuta su una melodia leggera ed orecchiabile. Ma è solcata da un suono distorto e un senso di oppressione che la voce della Clarke trasmette attraverso le parole, “You’re the collector / You’ll keep me forever / A small unknowable thing / With you as preceptor / Cos you’re the collector / Who owns unownable things / By pinning their wings“. Tiny Bit Of Life riflette ancora sulla vita e sull’amore, su di un tappeto di suoni scorre leggera la voce. Una poesia carica di sentimento che prova tutto il talento di questa cantautrice, “I’m not being maudlin dear / It’s hard a thing to resign / Know all you wanted all at once / And lose it at the same time“. A Letter On A Page sembra continuare la riflessione sulla vita e il tempo intrapresa nel album precedente. La musica e l’arte si legano alla vita e di essa diventano espressione, “Love is like setting sun / Like a letter on a page / One will burn / The other slowly fades / So I love you like a setting sun / Like I’ll know no other day / All temporary truth / Sung upon a stage“. Ma le sonorità rock si riprendono la scena con Deep Cut, questa volta smorzate da un approccio folk. Un taglio netto con qualcosa che appartiene al passato, vecchie canzoni e antichi rancori. A volte arriva il momento di dire basta, “You’re nothing but a deep cut in my back catalogue / You’re nothing but wasted time / A rejected line / From a song I never sing anymore / I wish you whatever you want / But don’t come darkening my door“. Out Loud è un’altra canzone della quale è facile innamorarsi. Voce melodiosa e una chitarra sostengono parole di rivalsa e rinascita. Josienne Clarke non sbaglia e tutto funziona a meraviglia, “I married this guy / And I didn’t lie but I barely told a soul / Pretty cold / And the next guy I had, well I didn’t share that / And no one even knows“. Repaid è ancora una poesia e forse anche il testo più criptico di questo album. Un accompagnamento ricco e vario da profondità alla canzone, illuminata come sempre dalla canto, “I cannot be maligned / Or mislaid / I will not be defined / Or displayed / For all that I remain / I will not give way“. Unbound segna la fine dell’album e suona come un saluto. Un arrivederci ad un tempo che ci vedrà ancora una volta diversi, “Time is a great healer / And I’d wager space can do that to / As I look out at all the water / I feel damage beginning to undo“.

A Small Unknowable Thing è un album che vede rinnovarsi in Josienne Clarke l’amore per la musica, per ciò che è il suo lavoro, la sua vita. E lo fa con una ritrovata libertà d’espressione e la volontà di sperimentare nuovi suoni. Josienne Clarke però non può nascondere quella sua voce così pulita ma sempre venata da una malinconia che può diventare rabbia o gioia. Nulla può mascherarla. Sono quattordici le tracce che compongono A Small Unknowable Thing ma la maggior parte di esse resta sotto i tre minuti, a testimonianza dell’urgenza creativa ed espressiva che ha accompagnato la sua nascita. I pensieri affiorano frammentari, portati dalla mente e dal cuore, impressi in istantanee sincere e libere da condizionamenti. A Small Unknowable Thing è un ottimo album, uno di quelli che ti fa riflettere se sia necessario scrivere di esso oppure limitarsi all’ascolto e lasciare quindi che tutto vada da sé.

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Persi in questo incantesimo

A distanza di due anni dal precedente Old Country, torna la cantautrice americana Andrea von Kampen e lo fa con l’album That Spell, uscito lo scorso agosto. I singoli che lo hanno anticipato confermavano intatto lo stile di quest’artista, con le sue melodie folk e la voce delicata ed eterea. Come sempre, quando giunge il momento di ascoltare il secondo album di un artista, la curiosità è alta perché non si può mai sapere cosa si troverà al suo interno. Alcuni artisti però, come la von Kampen, non danno mai l’impressione di voler sorprendere e quindi cambiare radicalmente il loro approccio alla musica. Puntano piuttosto su ciò che esprime meglio la loro personale visione, lasciando che sia più naturale e semplice possibile.

Andrea von Kampen
Andrea von Kampen

Un solo verso per poco più di un minuto, dal titolo Of him, I Love Both Day And Night, apre l’album. Un’introduzione gentile e sfuggente alla musica di quest’artista, ispirata alle parole di Walt Withman, “Of him, I love both day and night / Though I heard somewhere he had gone / That was the first time that I lived / Now it all seems so twisted and wrong“. Segue Take Back Thy Gift che conferma lo stile poetico della von Kampen. Una canzone malinconica che insegue una melodia fragile e sognante, che sembra voler intrappolare piacevoli ricordi, “Oh, the woods decay, so do they / Plow the fields, then lie beneath / I remember wild and sweet melodies / In April, hear those lips that kiss so sweet“. La title track That Spell è carica di speranza e di sogni. La melodia è luminosa e dolce, accarezzata da un canto morbido. Un canzone che trasmette positività e ottimismo ma che invita a combattere per tutto ciò che è ingiusto, “Lost inside that spell for a while / All of us learn the trick of a silent smile / And, ladies, they now hold the keys / And I don’t say yes to you because you want me to“. Celilo si poggia sul suono della chitarra e si ispira alle sonorità più classiche del folk americano. Questo brano vuole trasmettere le sensazioni, i cambiamenti di questa località dell’Oregon caratterizzata dalla presenza di nativi americani, “Goodbye to the place my mother knew / The lives we lost just to benefit the few / This land is your land and this land is mine / Where are my wheat fields and dust clouds rolling by?“. The Wait è una lenta ballata, che parla di vita e di amore. La von Kampen prende in prestito le parole del poeta Ranier Maria Rilke e le trasforma in canto nel migliore dei modi, “It is life in slow motion / It’s the heart in reverse / It’s a hope-and-a-half / Too much and too little at once“. Water Flowing Downward è forse la canzone più oscura e malinconica di questo album. Il testo è criptico, composto di cose dette e non dette, che affascina e carica di mistero questa canzone, “Take what’s given / And don’t ask questions / Do your best to look away / But I can’t go softly / I won’t go gently / I’ll choose the water everyday“. Carolina è una canzone nostalgica, poetica e toccante, ispirata da Carolina in My Mind di James Taylor. La voce della von Kampen la illumina con la sua delicatezza e leggerezza. Una delle canzoni più belle di questo album, “I want the Carolina James told me / From my childhood / And all the while Mom sang along / I knew she understood / That all of us need to go / Where we can be heard / And I know my time has come / I think my time has come / Maybe my time frame’s getting blurred“. La successiva Don’t Talk (Put Your Head On My Shoulder) è introdotta dalle note di un pianoforte. Le sonorità folk vengono messe da parte in favore di un sognante e romantico pop che meglio di fa apprezzare la voce di quest’artista, “Don’t talk, put your head on my shoulder / Come close, close your eyes and be still / Don’t talk, take my hand and let me hear your heartbeat“. Si torna alle sonorità folk con la bella Wedding Song. Una canzone romantica, come lascia presagire il titolo, ma nient’affatto scontata. Il testo è molto poetico e sensibile, ispirato dalla storia di Romeo e Giulietta, “Father, bless us both with hearts to share / My pure invocation of a lover’s prayer / Please don’t hesitate for time only takes / Still be in love when the morning breaks“. Si chiude con Magdalene che ricalca le sonorità dell’esordio. Il suono della chitarra e la voce malinconica bastano per darci ulteriore prova del suo talento ed emozionarci un po’, “Ohh, ohh / History is wrong from time to time / Ohh, ohh / The winners, oh, the winners always lie / Mm, mm / My Magdalene“.

That Spell è un album nato durante la quarantena dello scorso anno, in quel tempo sospeso che tutti noi abbiamo affrontato. Andrea von Kampen tira fuori una serie di canzoni che vogliono racchiudere ricordi e riflessioni, sensazioni sfuggenti che solo grazie ad una scrittura sicura e pulita, riescono a sopravvivere. Rispetto all’esordio c’è una maggiore varietà di suoni, sempre prevalentemente acustici, che rispecchiano le diverse emozioni che la von Kampen vuole trasmettere. That Spell è un album breve, apparentemente semplice ma che richiede più ascolti prima di apprezzarne lo sforzo creativo che si traduce in un delicato e lento viaggio fatto di pensieri. Andrea von Kampen fa un passo avanti molto importante, senza rinunciare a nulla di ciò che di buono aveva fatto all’esordio, anzi migliorandosi ulteriormente.

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Inchiostro – Permesso verde

Anche quest’anno mi è stata concessa la possibilità di dedicare qualche ora al disegno durante le ferie estive. Ho ripreso in mano la penna e un blocco di fogli bianchi e questo è il risultato. Ho faticato un po’ a trovare dei soggetti che non fossero sempre gli stessi e probabilmente è per questo che ne ho fatti qualcuno in meno. Diversi mi hanno richiesto parecchio tempo e qualche tentativo a vuoto ma alla fine sono piuttosto soddisfatto di quello che ho fatto. Nessuno di questi è esente da errori ed imperfezioni ma pazienza. Cerco sempre di migliorarmi per quanto possibile. Galleria Flickr: Disegni 08/21

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Un bel disastro

L’estate di solito non porta con sé grosse novità musicali eppure tra le poche uscite si possono nascondere delle interessanti novità. Tra queste il debutto della cantautrice statunitense Leah Blevins, intitolato First Time Feeling. L’album è una raccolta di dieci canzoni, scritte in altrettanti anni passati a cercare fortuna a Nashville tra mille difficoltà. Il momento di vederle finalmente insieme in questo disco è arrivato e io non mi sono fatto scappare questa occasione, attratto dalla voce dolce e graffiata allo stesso tempo di questa artista.

Leah Blevins
Leah Blevins

L’album di apre con Afraid che introduce la voce della Belvins e il suono graffiante della chitarra. Un alternative country che viene dall’anima e riserva un’attenzione particolare alla melodia. Un inizio lento ma non privo di quella fiamma che brucia dentro. Beautiful Disaster è una ballata country meravigliosamente ricca di emozioni. La voce della Blevins sa essere ruvida e morbida insieme e fa emergere immagini vivide. Una canzone molto bella, tra le più belle di questo album. La title track First Time Feeling è orecchiabile e trascinante ma sempre venata di malinconia. Le chitarre restano in primo piano e illuminano la voce della Blevins. Una canzone che funziona sotto tutti i punti di vista. La successiva Little Birds è un’altra ballata dolce e sognante. Una melodia delicata di dispiega pian piano rivelando emozioni sincere e profonde. Leah Blevins con semplicità mette in mostra il suo talento e si confida con chi l’ascolta. Fossil si rifà a sonorità folk rock ma non dimentica la melodia. La voce si fa cristallina e lascia il segno, in un procedere lento ma costante con una sensazione di ineluttabilità che la percorre. Tra le mie preferite c’è Magnolias, canzone biografica che si poggia su di un ritmo folk pop molto ben fatto. Anche qui la forza dei sentimenti emerge da ogni nota, a testimonianza della sincerità con la quale sono state scritte queste canzoni. Clutter sprofonda in un lenta ballata carica di sentimento. Un canzone dalle melodie vecchia scuola che ben si completa con la voce della Blevins, questa volta più dolce e delicata. Segue Believe, un bel country pop dettato dal ritmo. Anche questa volta questa cantautrice scrive una canzone orecchiabile ma non banale e ben bilanciata. Un piacere da ascoltare. Mexican Restaurant è una triste ballata country che corre sulle note di una chitarra. La voce della Blevins fa emergere le cicatrici che la vita le ha procurato. Commovente e toccante, anima solitaria. L’album si chiude con Mountain. Leah Blevins sceglie ancora la semplicità e si rifà ad un country classico e nostalgico. La sua voce è perfettamente quello che ci vuole non si può chiedere altro.

First Time Feeling è un debutto sorprendente, carico di significato, nel quale si percepisce il lungo precorso che ha portato alla sua realizzazione. Leah Blevins ha una voce che non poteva passare inosservata ancora per molto ed essa è ciò che rende questo album speciale. La sua capacità di essere dolce e dura, richiamando alla memoria quella di grandi nomi del country del passato. Le melodie sono quelle del country ma una vena oscura corre lungo ogni traccia, emergendo dalla voce della Blevins che a volte sembra spezzarsi. First Time Feeling è sicuramente tra i migliori album di questo 2021 e spero sia solo il primo di una serie, perché sarebbe un peccato se tutti gli sforzi di questa ragazza si rivelassero vani.

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Cinque colpi delle dita, ep. 7

Eccomi. Riprendo da dove avevo finito la scorsa settimana. Altri venti film che visto nell’ultimo anno. Brevissime recensioni, giusto per stuzzicare la curiosità, o avvisarvi che potreste passare inutilmente qualche minuto della vostra vita.

The Founder – Storia di chi fece diventare McDonald’s grande, rubandone però l’idea ad altri. Un film incredibile e presentato sotto la veste di una commedia agrodolce. Ben fatto. Si lascia vedere fino alla fine. Voto 7
I segreti di Wind River – Thrillerone ambientato nel freddo Wyoming. Tutto perfetto, ambientazioni, attori e sceneggiatura. Il finale un po’ deludente, quasi prevedibile. Peccato. Voto 7
Better Watch Out – Un rapimento del tutto particolare. Violento sì ma non troppo. A tratti poco credibile. Forse una commedia amara? Non so. Un po’ mi ha deluso e anche annoiato. Voto 6
Il professore e il pazzo – La storia vera di come ha preso vita l’Oxford English Dictionary alla fine del ‘800. Sean Penn e Mel Gibson tengono banco dettando il ritmo. Un bel film come quelli di una volta e passato un po’ in sordina. Voto 7
Predestination – Viaggi nel tempo. Mi piacciono. Storia contorta. Mi piace. Paradossi temporali. Non chiedo altro. Su carta funziona alla perfezione, al cinema mostra i punti deboli ma c’è poco sa fare. Voto 8
Sono tornato – Si ride? Non molto. Fa riflettere? Non molto. Commuove? Per nulla. L’idea copiata da un libro tedesco è trasformata nella solita caciara all’italiana. Ah c’è Frank Matano. Un voto in meno. Voto 6
Bye Bye Germany – Film tedesco che racconta di un uomo in fuga dalla Germania del dopoguerra. Un po’ commedia, un po’ drammatico. Non male ma poco più che un film per la televisione. Voto 6
Sette minuti dopo mezzanotte – Un bambino si rifugia in un mondo fantastico per sfuggire alle difficoltà della vita. Originale, ben recitato e splendidi effetti speciali. Ma soprattutto commovente, molto commovente. Voto 8
The Lighthouse – Film in bianco e nero. Robert Pattinson e Williem Dafoe (che non sbatte mai le ciglia durante un monologo!) sono alle prese con la follia della solitudine. Perde molto con il doppiaggio. Non per tutti. Voto 7
Capitan Philipps – Storia vera di un attacco pirata ad un nave container. Ricostruzione molto verosimile dal ritmo serrato. Offre alcuni spunti di riflessione e non cade mai nell’azione sfrenata. Voto 8
I soliti sospetti – Cult che fece epoca. Oggi appare scontato ma resta comunque un grande film. Ho intuito il colpo di scena in anticipo ma il regista gioca sporco e ti insinua il dubbio. Troppo facile così. Voto 8
Loving Vincent – Gli ultimi giorni di vita di Van Gogh in un film dipinto a mano. Proprio così. Ogni fotogramma è un dipinto a olio nello stile dell’artista. Molti pittori hanno partecipato alla realizzazione. Un’opera d’arte. Voto 8
Moschettieri del re – Non so perché l’ho visto. Non fa ridere e sembra tutto fuori luogo. Solo l’accento di Favino merita di essere ascoltato. Il resto è inguardabile e il finale inutile. Ma Matilde Gioli sa recitare? Voto 5
L’uomo che uccise Hitler e poi il Bigfoot – Mi aspettavo qualcosa di diverso. Lo stile è simile a quello dei Cohen ma manca qualcosa. Lo guardi fino alla fine per capire dove vuole arrivare. Buono ma non troppo. Voto 7
Alita, l’angelo della battaglia – Mi ostino a vedere film di fantascienza tratti da manga. Chiassoso, lungo e a tratti patetico. Finale aperto per un sequel. Ottime ambientazioni e CGI ma protagonista insopportabile. Voto 6
Stanlio & Ollio – L’ultimo tour del duo comico più famoso. Steve Coogan e John C. Reilly sono magnifici. Un bel film come quelli di una volta. Fa ridere, commuovere e mostra il lato umano di due grandi. Voto 8
Franklyn – Fantasia e realtà si mescolano in un thriller originale nell’ambientazione ma non tanto nelle idee. Forse rimane qualche punto in sospeso ma merita una visione. Ah c’è Eva Green. Un voto in più. Voto 7
Opere senza autore – Filmone di due ore e mezza ispirato alla vita di un artista tedesco in una Germania divisa. Visivamente splendido e senza censure. Storia intrigante da finale un po’ così ma che nulla toglie al resto. Voto 8
Tutti lo sanno – Qualcuno l’ha descritto come una soap opera fatta bene. Sono d’accordo. Ti immagini chissà quale intrigo e quali segreti. Ma poi la bolla si sgonfia in un niente. Ah c’è Penelope Cruz. Un voto in più. Voto 6
La vedova Winchester – Non lasciatevi ingannare dalla storia vera, è solo un pretesto per il solito horror all’americana pieno di jumpscare. Si poteva fare di più. Scenografie ripetitive e storia banale. Voto 6

Cinque colpi delle dita, ep. 6

Nel momento in cui sono iniziate le mie ferie mi sono detto: ho tutto il tempo di preparare un paio di post per quando sarò in vacanza e non avrò il pc con me. Sono già passati diversi giorni ma non ho ancora scritto una riga. Per la verità non saprei nemmeno di cosa scrivere. Per quanto riguarda la musica ho scritto quello che dovevo scrivere, consigliato quanto andava consigliato, a parte qualcosa che è rimasto inevitabilmente fuori. C’è qualche album nuovo ma non l’ho ancora ascoltato per bene e quindi tanto vale aspettare. Potrei consigliarvi qualche lettura ma rispetto all’ultima volta che ho scritto, ho letto un paio di libri e un altro che sto per finire. Quindi non ne vale la pena. Anche perché uno di questi merita giusto un paio di righe. Quindi di cosa potevo scrivere? Cinema, giusto. Ecco di cosa potrei scrivere! A quando risale l’ultimo appuntamento? Aprile dello scorso anno?! Non è possibile! E invece sì. Ne ho visti parecchi nel frattempo. E posso sapere anche quanti e quali. Come? Tenendo traccia e votando i film che vedo su Trakt.tv. Qui il mio profilo: trakt.tv/users/joerjoe. Ve lo consiglio, soprattutto per farsi un’idea di un film che si vuole guardare. Siccome sono tanti cercherò di essere breve ma voglio riportarli tutti. Cominciamo:

Jojo Rabbit – Bello. Molto bravi gli attori, originale il modo in cui viene raccontato il nazismo. Un po’ troppo americano ma poco male. Commedia e drammatico molto ben bilanciati. Voto 8
La isla minima – Thriller spagnolo. Non ricordo molto se non che aveva un buon ritmo e una bella storia in secondo piano legata ai due protagonisti. Voto 7
Il ricatto – Elijah Wood è un pianista che si trova in pericolo mentre suona il piano ad un concerto. Se sbaglia un pezzo complicatissimo sono guai. Piuttosto scontato ma si lascia vedere. Voto 6
The Horseman – Un western vecchio stampo con quella faccia di bronzo di Tommy Lee Jones. Mi piacciono i western lo ammetto e questo è buono. Voto 7
The Joker – Cosa aggiungere a quanto è stato detto di questo film? Niente. Non mi piacciono i film di supereroi ma questo è qualcos’altro. Davvero ben fatto e incredibilmente crudele e imprevedibile. Voto 10
Life, Non oltrepassare il limite – Polpettone fantascientifico e si sa già come comincia e come finisce. Nel mezzo un sacco di azione spaziale. Solo se vi piace il genere e avete 100 minuti liberi. Voto 6
Finché morte non ci separi – Un film a metà tra horror e commedia molto riuscito. La protagonista interpretata da Samara Weaving è irresistibile e calata perfettamente in un contesto grottesco e splatter. Voto 7
Molly’s Game – Filmone con Jessica Chastain che conduce letteralmente i giochi. La storia vera di una donna e il suo giro di poker esclusivo. Forse un po’ tirato per le lunghe ma i film dove si parla tanto non mi dispiacciano. Voto 7
C’era una volta a… Hollywood – Un Tarantino più spento e lento del solito. Ma mi è piaciuto. Il finale lascia spaesati ma anche un senso di sollievo indescrivibile. Nostalgico e bello da vedere. Voto 8
7 sconosciuti a El Royale – Sette sconosciuti si ritrovano chiusi in un motel. Pensi che sia il classico film in cui scopri che sono tutti legati tra loro da qualcosa. No. Rimangono sette sconosciuti e finisce così. Voto 6
Parasite – Non si capisce se deve far ridere o riflettere oppure inorridire. No, non si capisce bene. Però è davvero un film da vedere. Sorprendente, sia per l’idea di base, sia per la sceneggiatura così particolare. Voto 9
Arancia Meccanica – Posso riassumerlo in tre righe? Certo che no. Iconico è dire poco. Inquietante e senza filtri. Difficile da comprendere fino in fondo ma per il tempo deve essere stato davvero rivoluzionario. Voto 8
Grindhouse, A prova di morte – Tarantino voleva solo divertirsi. Chi siamo noi per negargli questo suo diritto? Sceneggiatura inesistente e azione folle e scene splatter a volontà. Voto 7
Inception – Christopher Nolan ci da dentro. E dentro e ancora dentro. E non si capisce se poi se ne esce o no. Capolavoro. Da vedere almeno una volta nella vita. Meno cervellotico di quanto dicono. Il finale poi… Voto 10
Terminal – C’è Margot Robbie. Solo per lei metto un voto in più. Il resto è incomprensibile e inconcludente. Non ho capito nulla. Altro che Inception, a questo manca proprio un’idea di fondo. Voto 6
Odio l’estate – Finalmente Aldo, Giovanni e Giacomo tornano a fare quello che sanno fare meglio. Ridere ed emozionare. Non esageriamo. Non è un capolavoro ma è confortante sapere che nulla è perduto. Voto 8
Ghost in the shell – Film fantascientifico ispirato ad un manga. Lento, scontato e inspiegabilmente interpretato da un mix di attori orientali e occidentali. Ah c’è Scarlett Johansson. Un voto in più. Voto 6
Il colpevole – Thiriller danese che consiste nella constate ed ininterrotta inquadratura di un agente che parla con gli altri quasi esclusivamente al telefono. Riuscirà a risolvere un caso di rapimento senza vedere nulla? Voto 8
John Wick – Volevo vedere un bel film dove si sparava, sparava e molti morivano. Ho visto un film dove si è sparato, sparato e molti sono morti. Non mi è piaciuto. Ah c’è un apparizione fugace di Bridget Regan. Un voto in più. Voto 6
Green Book – Credevo nella solita storia vera carica di buon senso. Mi sono dovuto ricredere. Un film intelligente e affatto scontato, che offre un spaccato di un tempo che fu e che non è ancora del tutto chiuso. Voto 8

Mi fermo qui per oggi. Non voglio annoiarvi proprio a ferragosto. I restanti venti la prossima settimana. Nel frattempo approfitto delle vacanze per vedere ancora qualche film. Se fa troppo caldo per uscire, qualcosa da vedere ve l’ho consigliato. Alla prossima.

Mi ritorni in mente, ep. 80

Tra le novità in arrivo dopo l’estate, e non sono poche, c’è stato spazio per una sorpresa. Jade Jackson e Aubrie Sellers, due dei nomi più in vista dell’alternative country al femminile, hanno deciso di unire le forze. Jackson+Sellers è il nome scelto per il nuovo progetto che vedrà compimento con l’album Breaking Point previsto per il 22 ottobre prossimo. Non avrei mai immaginato una collaborazione tra queste due cantautrici e soprattutto mai avrei potuto sperare in un album. Ma evidentemente questo 2021 non ha ancora finito con le sorprese.

Il primo singolo è una cover dell’originale di Julie Miller ed si intitola The Devil Is An Angel. Una versione molto più rock che riprende, ovviamente, le sonorità care alle due ragazze. Cos’altro aggiungere? Che mi piace e non vedo l’ora di mettere le mani sopra l’album. Non so se è lo stesso per voi ma questo è un po’ il tormentone della mia estate, altro che Mille e singoloni reggaeton (sposorizzati) che vanno tanto di moda e sono tutti uguali (per davvero, non tanto per dire). Forse sto invecchiando. Forse è meglio così…

Le rocce eterne al di sotto di noi

Katherine Priddy ha dovuto attendere parecchio tempo prima che la spuntassi dalla mia lista. Negli ultimi anni solo singoli ed EP per la giovane cantautrice inglese, l’album di debutto si è fatto attendere ed io ho aspettato. Lo scorso giugno ecco tra le mie mani The Eternal Rocks Beneath ed io non mi sono fatto trovare impreparato. Ma devo essere sincero, sono andato sulla fiducia, non sapendo cosa aspettarmi esattamente. Certo, avrei trovato qualcosa più vicino al folk che ad un altro genere ma non sapevo altro. Mi sarebbe piaciuto? Come al solito esiste un solo modo per scoprire. Premere play ed iniziare ad ascoltare.

Katherine Priddy
Katherine Priddy

Indigo dà inizio all’album, con la sua melodia leggera e la voce morbida della Priddy. Le atmosfere sono eteree e nostalgiche, un’anima folk che si illumina con soluzioni indie ricche e varie. Wolf è una cavalcata dalle sonorità magiche e selvagge. Una delle canzoni più affascinanti di questo album, con un finale epico e coinvolgente. About Rosie è un intima ballata che ricorda il più tradizionale folk inglese. Una canzone malinconica personale, accarezzata dalla voce melodiosa della Priddy. Notevole per sensibilità e sincerità. La successiva Icarus prende spunto dal mito greco di Icaro per raccontare quel sentimento di insoddisfazione che a volte ci prende. Delicata, un brezza leggera che è un piacere ascoltare. Eurydice trae spunto ancora dalla mitologia. La voce è un sussurro e pian piano cresce in un delicato gioco di suoni. Una canzone che dimostra talento e maturità più di altre, con chiare contaminazioni alternative rock. Letters From A Travelling Man ritorna a sonorità marcatamente folk, veloce e orecchiabile. Un po’ di americana prende possesso di questa canzone, deviando dal sound prevalente dell’album. Un bella canzone, piacevole da ascoltare. The Spring Never Came ritorna sulle sonorità malinconiche e scure. La melodia sta tutta nella voce di questa artista che sa usarla come uno strumento musicale. Una canzone complessa, influenzata dalla canzone francese, nello stile e nelle atmosfere. Ring O’Roses è decisamente più oscura ed eterea, vicina ad un folk moderno ispirato alla tradizione. La voce della Priddy è meravigliosamente magnetica, sovrapposta ad altre, quasi fosse un coro nell’ombra. Isle Of Eigg ha decisamente un’ispirazione folk, dettata dalla natura e dalla sua bellezza. Katherine Priddy sceglie la semplicità per guidare l’ascoltatore in panorami selvaggi e incantevoli. Si chiude con The Summer Has Flown. Il susseguirsi delle stagioni scandisce la vita e questa canzone racchiude l’anima di questo disco, incantando con un finale gioioso e liberatorio.

The Eternal Rocks Beneath è un album che racchiude anni di canzoni per Katherine Priddy, che finalmente trovano una casa. Difficile inquadrare questo album sotto un genere piuttosto che un altro. Le sue dieci canzoni sono così naturali e sincere, così curate nei dettagli che l’attenzione rivolta a loro le rende semplicemente canzoni al dì la di etichette e classificazioni. Il folk prevale ma appare quasi come conseguenza naturale dovuta all’origine, all’ispirazione che ad esse ha dato vita. The Eternal Rocks Beneath è un album sorprendente ma allo stesso tempo confortevole, familiare. Katherine Priddy dimostra di saper scrivere bene e cantare altrettanto, mettendo la voce al servizio della canzoni, per meglio esprimere i sentimenti di essa. Un bell’album, senza dubbio ed un ancor più notevole debutto.

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Una mano sul volante, finestrini abbassati

Un paio di anni fa era passato da queste parti un artista che si esibiva con il nome di Almighty American. Il suo esordio risaliva però al 2017 e da allora ne avevo perso le tracce. Quest’anno però è arrivato un nuovo album, intitolato Make It Right, che vede il cantautore americano scegliere suo nome di battesimo, ovvero Michael Gay. Una scelta forse orientata ad esprimere un maggiore senso di sincerità e ottenere un contatto diretto con chi ascolta. Il suo è un country folk cantautorale, spesso scarno nei suoni ma ricco nella scrittura, caratterizzato dalla voce carismatica del suo interprete ed autore.

Michael Gay
Michael Gay

Enjoy The Ride, si apre con un giro di chitarra che introduce la voce di Gay, che ci racconta del viaggio come metafora della vita. Tra incertezze e difficoltà, l’importante è godersi il viaggio, “I’m always getting lost, and I’m finding all time / It don’t usually matter like I think / May forget just where I’m going / Guess I’ll know when I arrive / ‘Til then it’s one hand on the wheel, windows down / Enjoy the ride“. La strada che scorre veloce è protagonista anche in Sleeper Cab. Un amore on the road che sembra non voler finire mai. Le chitarre guidano il ritmo e la canzone scorre via, lasciando sensazioni positive, “She’s got her feet up on the dash / Traffic’s going slow / And we’re singing along to some Johnny Cash / That’s playing on the radio / We’re going to Jackson / We’re gonna mess around / Big rig relaxin’ / Eastbound and down“. Good Enough è una ballata che loda la vita semplice, nella quale ci si accontenta di quanto di buono essa ci offre. Una delle canzoni che preferisco di questo album, per quanto è poetica e sincera, “That’s good enough / Everything’s alright / There’s no sign of trouble / No worry on my mind / My scales are level / When you’re at my side / Oh, It’s good enough to call you mine“. La title track Make It Right è una canzone malinconica che riflette sulla vita e i suoi fallimenti. Però c’è la volontà di non mollare ed andare avanti, “These stories I keep selling, they’re just spit-shined pulp romances / You can ask my friends, they’ll all agree that I’m out of second chances / I can point to where it all went wrong, draw the play-by-play in the ashes / Where I was doing what I knew to make it right / Now I’m doing what I can to make it right“. La successiva Born To Fix ci racconta la fine di un amore che diviene un’occasione per scrivere una canzone. Ancora una canzone sincera che non nasconde le debolezze di questo cantautore, “You’re not a problem I was born to fix / There’s no way to talk me out of this / I’m not gonna die up on that cross / Good luck with moving on / Hell, maybe this’ll make a good country song / But I’ve no use for old dogs who won’t learn tricks / And boy, you’re not a problem I was born to fix“. Una storia di amicizia si rivela in You Can Run, con una melodia triste e la voce che la segue, cantando parole cariche di malinconia. Una canzone che dimostra tutta la spiccata sensibilità di questo artista, “You turned to me and smiled and said / “You know as well as I / There’s something you don’t want to say” / Staring straight ahead, I said / “That fight may go a few more rounds today”“. Two Cups Of Coffee racconta della solitudine di un uomo e della tragica dipartita della moglie. Per ricordarla, ogni volta prepara due tazze di caffè. Una canzone triste e toccante, davvero ben scritta ed interpretata, “Nearly 30 years I joked I hoped I got to be the first to go / Then that bastard in his Lexus left me high and dry without a hand to hold / Between you and I she was the stronger of the two of us by far / Now only thing I know to do is sing my songs and wish upon a star“. Beautiful Bastard è di tutt’altro tenore, è un elogio nei confronti di un altro artista. C’è ancora tristezza nelle parole di Gay ma anche stima e rispetto, “There’s magic you made in the way that you sang / I’ll know for the rest of my life / I’ll keep writing songs, try to spell out my blues / But I’ll never sing them like you / You had a fire in your eyes / You made that whole room come alive“. Only Heaven Knows è una canzone fatta di immagini, di pensieri in libertà. Micheal Gay non si nasconde e si confida con chi lo ascolta, “Only heaven knows all the secrets I’ve been keeping / Only heaven knows how I’ve bent the devil’s ear / Only heaven knows all the shades of blue I’m feeling / Only heaven knows what the hell I’m doing here“. Chiude l’album Younger Man’s Game, una ballata al pianoforte che riflette su tempo che passa. Si comincia ad essere più così giovani e si tirano le somme della propria vita confrontandola con quella degli altri, “All of my friends turned a page / To wedding bands and steady wage / Now there’s kids and bills to pay / I’m happy for them anyway / I always see them smiling on the screen / And I wonder, do they ever think of me?“.

Make It Right è un album nel quale Michael Gay si apre con sincerità a chi lo ascolta, e credo che la rinuncia al nome Almighty American si esplicativa in tal senso. I temi sono ricorrenti, uno su tutti la sua vita da cantautore, l’amicizia, l’amore e gli anni che passano. Un cantautore solitario che sa trovare però conforto in ciò che la vita gli offre. Il suo stile guarda alla tradizione americana, fatta di storie e quotidianità e le canzoni sono spesso malinconiche ma sempre con una vena di speranza e resistenza che le percorrono. Se questo rappresenta un nuovo inizio per Michael Gay allora direi che ci sono i presupposti per un futuro interessante, augurandogli che possa continuare ancora per molti anni.

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