Dottorini calvi

Dopo una breve pausa sono tornato a leggere un libro di Stephen King. La scelta è caduta su Insomnia consigliatomi da un collega che ha letto tutti i suoi libri. La lunga biografia di King offre un’ampia scelta e così ho voluto cercare un consiglio anche se con il Re è difficile pescare male. All’inizio ero orientato verso una raccolta di racconti ma alla fine ha vinto il romanzo. Anche in questo caso un romanzo abbastanza corposo ma al di sotto delle vette di prolissità raggiunte da King.

La storia inizia con i problemi di sonno che affronta l’anziano Ralph Roberts in seguito della morte della moglie. A questo si aggiungono anche altre preoccupazioni legate al suo amico Ed Deepneau che si dimostra violento con la moglie per motivi apparentemente folli. La privazione del sonno lo porta ad avere quelle che sembrano, almeno all’inizio, delle allucinazioni visive. Una notte vede uscire dalla porta della casa della sua vicina due ometti, da lui soprannominati dottorini calvi, con in mano uno strano paio di forbici. La successiva morte dell’anziana vicina sembra direttamente collegata alla presenza di questi due individui. Ralph si rende conto che le sue allucinazioni non sono altro che percezioni paranormali di un mondo superiore. Percepisce le aure delle persone, degli animali e delle piante, conosce la loro storia, vede il loro stato di salute. In breve scopre di essere stato scelto, insieme all’amica Lois Chasse, impedire la morte di migliaia di persone da questi personaggi che vivono in questo livello superiore fatto di auree. Tra segreti, mezze verità e paure la situazione precipita in una corsa contro il tempo.

Stephen King è alle prese con un romanzo paranormale dove il tema della morte è centrale. Non è certo la prima volta che King affronta questo tema ma riesce ogni volta a farlo con una sensibilità ed un rispetto profondi anche attraverso personaggi di fantasia. Il mondo superiore che Ralph percepisce è descritto in maniera lucida e realistica. I tre dottorni calvi, ispirati al mito delle Parche, sono personaggi misteriosi e inizialmente inquietanti. In particolare il cattivo Atropo è ben riuscito. Il romanzo è infarcito da citazioni dei romanzi della Torre Nera che è centrale nella definizione delle vicende. Essendo Derry lo sfondo della storia, non potevano mancare riferimenti ad It. Molti altri sono le citazioni che, chi non ha letto molti romanzi di King, può perdersi. Insomnia è quasi necessario per comprendere il finale della Torre Nera che può aver lasciato perplesso qualche lettore. Stephen King è geniale nel suo modo di raccontare e questa volta lo fa davvero con un ritmo serrato non privo di azione e suspense. King è un maestro nel legare i suoi romanzi l’uno con l’altro e con  Insomnia il suo universo, la sua Torre Nera, prendono forma attraverso i suoi personaggi.

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Notizie false

Dopo aver letto Il nome della rosa (Penitenziagite) poco più di un anno fa, avevo comprato Il cimitero di Praga pochi mesi prima della scomparsa di Umberto Eco. Ho scelto questo libro approfittando di un’offerta senza sapere di cosa si trattava. Rimasto per diverso tempo nella mia libreria, solo il mese scorso l’ho aperto, addentrandomi nel diario delle avventure di Simone Simonini. Eco ricostruisce la sua vita attraverso tre punti di vista differenti. C’è un Narratore che dà una collocazione alle vicende del diario di Simonini e cerca di mettere un po’ ordine nei momenti meno chiari della narrazione. C’è poi il diario, tenuto da un anziano Simonini che ripercorre la sua esistenza cercando di recuperare la memoria degli ultimi giorni. Ogni tanto si intromette in questo diario tale abate Dalla Piccola, che si rivelerà fin da subito essere una seconda personalità dello stesso Simonini. La trama va avanti tra flashback e le ricostruzioni del Narratore in un vortice di eventi non sempre semplici da seguire. Il risultato è un viaggio nella storia d’Italia e d’Europa tra il 1830 e il 1898.

Simonini è un falsario, che svolge il suo lavoro al sicuro nella sua attività di antiquario di copertura. Eco muove Simonini tra i principali eventi storici dell’epoca partecipando anche alla spedizione dei Mille. Il personaggio di Simonini è un antieroe senza scrupoli disposto ad uccidere o a far uccidere per soldi, ed è uno dei pochi personaggi di fantasia che compaiono nel libro. Gli altri sono tutti realmente esistiti ed è proprio questo che rende questo romanzo incredibile. Il romanzo affronta con una sottile ironia l’ascesa degli ideali antisemiti che hanno caratterizzato la prima metà del novecento. Simonini si impegna per diffondere l’odio verso gli ebrei, costruendo ad arte falsi che li mettono in cattiva luce. Il suo grande progetto è la descrizione di una riunione tra potenti ebrei che smaschererebbe il loro progetto di conquista del mondo. Il suo sogno si realizza in quello che oggi conosciamo come i Protocolli dei Savi Di Sion. Un documento sul quale si baseranno i principi dell’ideologia nazista. Eco crea il personaggio di Simonini come fosse il deus ex machina di tutto il falso di quegli anni. Il contorno è composto da personaggi reali, che davvero anno falsificato e inventato qualsiasi cosa pur di cavalcare il nemico del momento, fosse la Chiesa, i massoni, gli ebrei o i comunisti, plasmando il corso della storia.

Il cimitero di Praga è una lettura a tratti divertente e satirica, nella quale alcuni lettori malpensanti potrebbero rimanere disgustati dall’odio antisemita che pervade ogni pagina. Io al contrario l’ho trovato un libro che vuole smascherare le false credenze, alimentate da uomini senza scrupoli, mossi dal denaro e dal potere. Si può rivedere in questo romanzo l’odio che oggi si sta diffondendo verso la cultura mussulmana. Eco vuole metterci in guardia, per evitare che la storia si ripeta. Perché oggi si fa un gran parlare delle cosiddette fake news che altro non sono che false notizie messe in giro da megalomani e malintenzionati. Nel ottocento si diffondevano attraverso riviste sovversive o clandestine, oggi tutto avviene più velocemente e semplicemente attraverso i social network. Il cimitero di Praga è un libro perfetto per il momento storico che stiamo vivendo, un viaggio in un periodo storico confuso che mette in dubbio la storia che conosciamo, quella italiana ed europea. Se il lettore ha la pazienza di mantenere il filo narrativo tracciato dalle tre voci del romanzo, scoprirà una lettura molto interessante, perfino divertente, ed illuminante di uno dei più grandi scrittori italiani.

Umberto Eco
Umberto Eco

Due piccioni

Era da un po’ di tempo che non pubblicavo qualcosa rigurdo alle mie letture. Non perchè non ho letto nulla ma solo perchè diversi nuovi album usciti quest’anno hanno tenuto impegnato questo blog (e il suo autore) sul fronte musicale. Ma voglio recuperare. Doppia recensione. Una negativa e l’altra positiva. Due libri diversi tra loro in tutto e per tutto. Due recensioni a freddo, gli ho letti mesi fa, ma entrambi hanno lasciato il segno, per due motivi diversi. Ecco perchè ho pensato di unificare le due recensioni. Due piccioni.

Si comincia con quella cattiva che da tempo sostava tra le mie bozze in attesa di questa pubblicazione. Una volta terminato questo romanzo, mi è sorta spontanea una domanda: un libro può davvero far ridere? Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve sembrava poter essere un ottimo esempio di libro divertente, direi comico ma così non è stato, almeno per me. Il bestseller dello svedese Jonas Jonasson è un di quei libri che ti ritrovi sottomano ogni volta che vai in libreria e prima o poi, magari approfittando di uno sconto, finisce che lo compri. Premesso che non vado matto per i libri di questo genere, ero comunque incuriosito. Qualche anno fa lessi Lui è tornato di Timur Vermes anch’esso definito divertente e sì rivelò essere una lettura interessante. Non proprio da morir dal ridere ma divertente sì. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve lo sembrava altrettanto ma invece si è rivelato più noioso del previsto.

Il romanzo racconta di un certo Allan Karlsson che, il giorno del suo centesimo compleanno, decide di scappare dalla casa di riposo nella quale si trova. Da quel momento il poi fa la conoscenza di svariati personaggi che lo accomapagneranno nella sua fuga. La polizia e i giornalisti seguiranno le incredibili tracce che lo strano gruppo si lascerà dietro. Tra un capitolo e l’altro Jonasson racconta la vita di Allan che si fonde con gli avvenimenti storici del ventesimo secolo. Ed è proprio di questi capitoli che è spontaneo rivedere il personaggio di Forrest Gump. Allan è artefice, incosapevolmente, di numerosi fatti che hanno cambiato il corso della storia ma è proprio in qui che Jonasson incespica tra realtà e fantasia. Tutto appare troppo assurdo e alla lunga è una sensazione che stanca il lettore. Tutto può succedere ed è fin troppo scontato che Allan ne esca sempre indenne. La parte ambientata ai nostri giorni è ancora più assurda, alcuni personaggi sono così stupidi da risultare fastidiosi. Il commissario di polizia è sempre un passo indietro e alla fine la fa passare liscia a tutti. Non posso non citare tutti i morti che ci sono in questo libro, che vanno all’altro mondo nei modi più disparati. Lo so, tutto questo dovrebbe essere divertente ma non lo è. I capitoli della vita di Allan, spesso troppo lunghi e raffazonati, rallentano la rocambolesca fuga del centenario. Poi c’è anche il finale che si riduce ad un nulla di fatto.

Hanno realizzato anche un film e forse è più divertente (ne dubito) ma non l’ho visto. Il romanzo mi ha deluso e ho fatto fatica ad arrivare in fondo. Non mi piace lasciare a metà un libro e ho resistito. Forse Jonasson con Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve voleva fare solo un po’ di satirà politica e sociale sul ventesimo e ventunesimo secolo e io non l’ho capita. Sarà che la comicità svedese non è nelle mie corde. Le vicende storiche sono sminuite da battute e situazioni paradossali che si aggrappano con le unghie ai fatti. Lo stile dello scrittore svedese non è così brillante come si vorrebbe per questo genere di libri a mio parere. In definitiva. Il bestseller di Jonasson ha sicuramente divertito tanti lettori ma ne ha annoiati altrettanti e io faccio parte di questi ultimi.

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Meglio dedicarsi a libri migliori, come ad esempio I Pilastri della Terra di Ken Follett. Imponenete romanzo storico pubblicato nel 1989 e considerato un dei capolavori dello scrittore gallese. Essendo ambientato nel medioevo non potevo farmelo mancare nel mio percorso letterario dedicato a questo periodo storico. Se per alcuni i libri che superano le mille pagine sono a tutti gli effetti dei mattoni e quindi da non provare nemmeno a leggere, per me sono motivo di curiosità. Cosa aveva di così interessante Follett da raccontare per riempire mille pagine? L’unico modo per scoprirlo è leggerlo o andare su wikipedia. Io l’ho letto.

I Pilastri della Terra narrano le vicessitudini di diversi personaggi che si scambiano il ruolo di protagonista nell’Inghilterra medievale, esattamente tra il 1120 e 1174. Al centro c’è la costruzione della cattedrale di Kingsbridge e il priore Philp. Si può dire che i personaggi di questo romanzo si possono dividere in due categorie i buoni e i cattivi. I buoni sono guidati dal priore Philip e ne fanno parte Tom il costruttore e la sua famiglia, il suo figlioccio Jack e la bella Aliena. Dall’altra parte il violento William Hamleigh e il perfido vescovo Waleran Bigod e il loro seguito. Alcuni passano da una parte all’altra mossi dall’avidità o solo perchè gli conviene. Per tutta la durata del romanzo queste due fazioni si scontrano tra inganni, vendette e violenze. A volte c’è giustizia, altre volte no. Ma c’è sempre una sorta di giustizia divina che rimette tutto a posto, non senza qualche sacrificio. La fantasia si mescola alla storia, soprattutto nel finale. Mille pagine che volano via senza particolari rallentamenti e non è affatto facile riuscirci ma stiamo parlando pur sempre di Ken Follett. Forse l’unica parte poco convincente è il viaggio di Aliena in Europa alla ricerca di Jack. Mi è parso un po’ troppo semplice. Inghilterra, Spagna e Francia attraversate senza particolari problemi con un neonato al seguito. Da sola. Nel medioevo. L’unica parte che mi ha lasciato un po’ perplesso.

Si tratta del primo romanzo di Ken Follett e devo dire che non ho incontrato particolari difficoltà ad affrontarlo. Un vero autore di bestsellers che sa come tenere incollato il lettore alla storia. I Pilastri della Terra è il primo di quella che dovrebbe essere una trilogia e  il secondo è Mondo Senza Fine. Leggerò anche quest’ultimo ma non subito. Ho altri libri ad attendermi. Stephen King, ad esempio, ma soprattutto ho messo finalmente le mani su una raccolta di tutti (tutti) i racconti di Edgar Allan Poe. Non sopportavo l’idea di averne letti molti ma non tutti. Il Maestro merita un approfondimento. Sto arrivando, caro vecchio Ed.

Il romanzo infinito

Ho terminato con La spada e il calice la trilogia dello scrittore Bernard Cornwell. I tre libri raccontano la storia dell’arciere inglese Thomas di Hookton che va alla ricerca del Santo Graal, dopo la morte del padre (un prete) che dichiarava di possederlo. L’avventura si svolge nei primi anni della cosiddetta Guerra dei Cent’anni, nella metà del XIV secolo. Bernard Cornwell è considerato un maestro dei romanzi storici d’avventura e non è difficile capirne perchè. Anche in quest’ultimo capitolo, Cornwell, ci porta nello spietato mondo medievale tra eresie, perstilenze e battaglie. In particolare La spada e il calice rispetto ai precedenti, si concentra maggiormente sulla narrazione delle vicende romanzate e non si sofferma troppo sulle battaglie storiche. Per poter arrivare al dunque, l’autore, si inventa località e castelli pur rimanendo credibile nei dettagli. Le lunghe e appassionanti battaglie che caratterizzavano i due capitoli precedenti, lasciano il posto ad un ritmo più serrato dell’avventura che vedrà Thomas accusato di eresia, da qui il titolo originale Heretic. Io non sono in grado di dire quanto Cornwell sia fedele ai fatti storici e alla vita di allora ma è lui stesso ad informarci, alla fine dei suoi romanzi, cosa è vero e cosa no. Ciò che è sicuro, è che questo autore ha riacceso il mio interesse verso la storia medievale e ai romanzi ambientati in questo affascinante periodo storico. Non è un caso che infatti sono già su un altro romanzo storico, Il nome della rosa, del nostro Umberto Eco.

La spada e il calice riserva, come naturale che sia, un colpo di scena finale mitigato però se siete stati dei lettori attenti. Forse con questo trucco l’autore ha voluto sottolineare ciò che si dice riguardo al Santo Graal, ovvero che solo chi sa riconoscerlo potrà trovarlo. Il particolare non mi è sfuggito nel corso del secondo libro e mi sembrava strano che il nostro eroe inglese non se ne fosse accorto. Nel terzo libro abbiamo conferma che non se ne era accorto affatto. Qui sta la capacità di Cornwell di creare personaggi che credono di essere i migliori ma in fondo sono come tutti gli altri, con le loro contraddizioni. Più volte Thomas accusa i suoi nemici di essere spietati e senza Dio per le barbarie che compiono senza rendersi conto che lui stesso ha commesso le stesse violenze. Almeno finché un vecchio abate non glielo fa notare.

In conclusione questa trilogia composta da L’arciere del re, Il cavaliere nero e infine da La spada e il calice è stata appassionante ma soprattutto istruttiva. Ci insegna che gli uomini medievali non erano tanto diversi da noi ma solo un po’ più ignoranti e superstiziosi. Forse anche oggi lo siamo ma non ce ne rendiamo conto, così come non se ne rendevano conto allora. Ci insegna che le guerre sono terribili e ingiuste ma in grado di cambiare la storia, non tanto per il loro esito ma quanto per i loro effetti collaterali. Ci insegna che l’odio vicendevole tra Scozia e l’Inghilterra non è rimasto fermo là nel lontano 1300 ma è arrivato fino a noi come testimonia la voglia di indipendenza scozzese. La storia è il romanzo più bello e doloroso che non sarà mai scritto perchè è impossibile farlo. Autori come Bernard Cornwell ci provano e ci consegnano ogni volta un pezzettino di questo infinito romanzo.

Bernard Cornwell
Bernard Cornwell

Lunghi giorni e piacevoli notti

Ho aperto l’ultima porta. Quella in cima alla Torre. Ebbene sì, sono arrivato in fondo alla saga della Torre Nera di Stephen King. L’ultima volta che ne avevo scritto su questo blog ero giunto al quinto libro intitolato, I Lupi Del Calla. Seguono nell’ordine La Canzone Di Susannah e La Torre Nera. Anche se da qui in poi c’è pericolo spoilers, non voglio anticipare nulla della trama e tanto meno del finale ma questo viaggio insieme a Roland, Jake, Eddie, Susannah e Oy è stato straordinario. Perchè come lo stesso King ci ricorda, prima di concludere, che il viaggio è più importante della meta. Infatti l’autore ferma il lettore, avidamente interessato solo al finale, e lo avvisa: il finale non è mai abbastanza bello perchè si tratta pur sempre di un addio. Il finale è senza dubbio originale e risponde a molte domande ma al di là di come va a finire questo viaggio verso la Torre è stato, ancora una volta, straordinario. Affezionarsi ai personaggi creati da King è sempre facile e se poi questi personaggi ci accompagnano per sette libri diventa difficile separsene. Io non so quanti autori possano vantarsi di essere un personaggi di una loro opera ma è sicuro che lo Zio Steve è tra questi. Ha un ruolo importante ed è curioso leggere come descrive sè stesso. King è narratore e personaggio allo stesso tempo, non semplice creatore di una storia. Mescola sapientemente realtà e fantasia mettendo al centro l’incidente che lo ha colpito nel 1999. Se solo King non fosse un autore di romanzi di fantasia, noi ingenui lettori potremmo prendere tutto per vero.

Ho letto qualche critica rigurdo al finale, soprattutto per l’ultimo scontro tra Roland e il Re Rosso. Anche io ho provato un po’ di delusione nel vedere il Re Rosso, tanto pazzo quanto pericoloso, relegato in fondo al romanzo, quasi impotente di fronte a Roland. Così come la fine del mitico Walter O’Dim (aka Randall Flagg aka L’Uomo In Nero) che viene fatto fuori (sempre ammesso che sia morto) “senza se e senza ma” da Mordred. La tal cosa ci fa pensare a quanto possa essere pericoloso il Dan-Tete per il ka-tet di Roland. Ma in realtà la suo ruolo è sì importante ma non così determinante ai fini della storia. Insomma i due supercattivi si sgonfiano un po’ nel finale ma forse il motivo è da cercare in quel bisogno di King di chiudere la saga prima che fosse troppo tardi. Infatti non ha esitato a riaprirla alla prima occasione con La Leggenda Del Vento pubblicato nel 2012. Se c’è una cosa che noi fans del Re sappiamo è che il nostro non è un maestro dei finali e credo che ne sia coscente anche lui. La Torre Nera vuole essere lo scrigno del modo kingniano, fatto dalla sua fantasia e quella di altri ed è dunque ovvio che rispecchi i pregi e difetti di questo autore. Forse a volte in questa serie King ha usato qualche scappatoia o trovata magica per uscire da alcune situazioni complesse ma tutto è perdonato. Non sono d’accordo con chi ritiene che King si sia imbarcato in un impresa più grande di lui. Chi dice queste cose è uno di quei lettori che King ammonisce negli ultimi capitoli, ovvero i lettori avidi di finali.

Conclusa questa serie (mi manca l’approfondimento de La Leggenda Del Vento) posso dire che La Sfera Del Buio è il libro che ricordo meglio e il più appassionante. Nel frattempo sto leggendo a ritmi molto blandi la serie a fumetti in lingua originale, che racconta la storia in ordine cronologico e non seguendo la saga letteraria. Finora ho apprezzato molto la resa grafica e artistica dei racconti di King. Ora potrò dedicarmi ad altre opere del Re, sopratutto L’Ombra Dello Scorpione anche se ho messo gli occhi su altri libri. Prima mi prendo una pausa dai suoi romanzi ma so che non durerà a lungo.

Stephen King
Stephen King

N-O-L-A

Io come tanti ho ceduto alla lettura de La verità sul caso Harry Quebert del giovane scrittore francese Joël Dicker. Ho approfittato di uno sconto e l’ho comprato. Ho letto recensioni positive a riguardo ma anche altrettante che non lo erano ma non mi sono lasciato influenzare. C’è chi per principio non legge best seller perchè li considera spazzatura ma io non sono così prevenuto. Se il genere mi interessa non vedo perchè non concedergli una lettura e poi per uno come me che ama King e Deaver (due scrittori cintura nera di best sellers) è roba da poco. Eccomi dunque tra le mani La verità sul caso Harry Quebert che già a partire dal titolo incuriosisce. Qual è la verità? Ma soprattutto chi è Harry Quebert?

Harry Quebert è un scrittore che ha raggiunto il successo con il suo Le origini del male. In cerca di ispirazione per questo libro, nell’estate del ’75, si ritira in una casa sull’oceano ad Aurora, nel New Hampshire negli Stati Uniti. Questa tranquilla cittadina viene sconvolta dalla scomparsa della quindicenne Nola Kellergan. Trentatré anni dopo il suo corpo viene ritrovato sepolto nel giardino di quella casa. Marcus Goldman è anche lui uno scrittore ma è soprattutto un caro amico di Quebert. Goldman farà di tutto per provare l’innocenza del suo mentore fino a scoprire tutta la verità. Questa è l’incipit della storia ed è meglio non rivelare altro. La prima parte del libro (o per meglio dire i primi due terzi) sono, a mio parere, un po’ lenti e ripetitivi. Joël Dicker insiste su alcuni passaggi che, seppur si riveleranno determinanti in seguito, potevano essere rappresentati diversamente. L’ambientazione è suggestiva ma forse non sufficientemente sfruttata a dovere ma è solo un dettaglio. Passata questa prima parte priva di colpi di scena, il libro entra nel vivo. Allora sì che faticherete a smettere di voltare pagina. In pochi attimi tutto si smonta, non ci saranno più certezze e la ricerca della verità si farà piu dura per Marcus Goldman. Joël Dicker mette in scena una trama contorta che si distende solo alla fine, con tanti colpi di scena ed equivoci. I personaggi sono un po’ stereotipati ad eccezione di Marcus Goldman e pochi altri. Ad esempio, mi è capitato spesso di confondere i due poliziotti Travis Dawn e il capitano Pratt ma forse è po’ colpa mia.

La verità sul caso Harry Quebert è un libro che vuole essere un romanzo d’amore, un thiriller, un giallo con alcuni dialoghi divertenti. Mi riferisco alle telefonate tra Goldman e sua madre che strappano più volte un sorriso. La leggerezza di alcuni punti però smorza la tensione generale che Dicker non sempre riesce a mantenere. Se vuole fare thriller Dicker ha molto da imparare ancora da maestri come Deaver e le idee non gli mancano di certo. La verità sul caso Harry Quebert non può essere un romanzo d’amore perchè sarebbe troppo frammentario e incompiuto. Non può essere un thriller perchè la tensione è troppo blanda per buona parte della storia. Non è nemmeno un giallo, perchè di fatto manca un vero e proprio colpevole nel senso più stretto della parola. Forse uno o più colpevoli dell’omicidio della giovane Nola ci sono ma la morale vuole essere una: tutti sono responsabili delle proprie azioni e direttamente o indirettamente contribuiscono a rendere sempre più torbida la faccenda. In definitiva La verità sul caso Harry Quebert è un romanzo ben scritto e con una trama avvincente ma con qualche difetto dovuto probabilmente alla poca esperienza di Joël Dicker. Personalmente mi è piaciuto soprattutto nel momento in cui la verità inizia a venire a galla. Vale il prezzo del biglietto, come si suol dire.

Leviatano

Chiamatemi Ismaele. Così inizia uno dei capolavori della letteratura americana, Moby Dick. Herman Melville pubblicò questo romanzo nel 1851, dopo una serie di libri di successo ma Moby Dick, come si potrebbe pensare, non fu il suo successo maggiore. Anzi, segnò praticamente la fine della sua attività di scrittore. Fu stroncato dalla critica e le copie vendute furono pochissime. Solo molti anni dopo fu riscoperto e diventò una delle storie più conosciute. Moby Dick è un classico che mi mancava. Tutti conosciamo la Balena Bianca e il capitano Achab ma quanti possono dire di aver letto il romanzo? Eccomi dunque alla fine di questa avventura. Si sono spesi fiumi di parole su questo libro e leggendolo ne capisco anche il motivo. Non è una semplice storia. Nell’introduzione dell’edizione Feltrinelli (la consiglio, soprattutto per le sue numerose note) è riportato un fatto curioso. L’edizione originale contava 470 pagine. Le pagine che raccontano l’avventura di Ismaele a bordo della baleniera Pequod erano un centinaio, di cui solo una trentina riguardavano lo scontro tra Achab e Moby Dick. Cosa c’è quindi nelle restanti 370 pagine? Mi verrebbe da rispondere: tutto. Si parla di balene, classificazione di balene, vita delle balene, balene nella mitologia, balene nella storia, balene nella letteratura, balene nell’arte, scheletri di balene, interiora di balene ma anche tutto sulla caccia alle balene. Come si cattura una balena, come si uccide, come si lavora, come si estrae l’olio, lo spermaceti, come si vive su una baleniera, quali sono i compiti di ciascuno, quali sono le leggi che regolano la caccia, quel è il futuro delle caccia alle balene. In quest’ultimo punto Melville ci aveva visto lungo. Pensava che continuando con quel passo, i leviatani degli oceani, sarebbero diminuiti di numero ma pensava anche che non sarebbero mai scomparsi. Melville conosceva bene queste cose essendo stato su navi mercantili e baleniere. Oltre a tutto questo non si contano digressioni filosofiche, ironiche, satiriche. Tutto, insomma. La storia spesso si ferma per fare spazio a tutte queste cose che il narratore, Ismaele, sembra conoscere perfettamente. Sa anche tutto quello che succede sulla nave, anche cose che a volte viene da chiedersi come faccia a saperle. Ismaele è presente ovunque ma è soprattutto l’unico sopravvissuto del disastro del Pequod. Poi c’è Achab, il vecchio capitano monomaniaco, ossessionanto dalla vendetta. Uccidere Moby Dick è per lui lo scopo ultimo della sua esistenza e niente e nessuno potrà fermarlo. Achab è un personaggio che alterna momenti di lucidità degna del migliore filosofo a momenti di totale pazzia e irrazionalità. Dall’altra parte la preda Moby Dick, enorme capodoglio bianco, che spinge la narrazione fino all’epico scontro finale.

Moby Dick è un romanzo per chi ama “leggere” e non semplicemente “leggere una bella storia”. Un romanzo adatto a chi, come me, ama le digressioni e le continue interruzioni che raccontano tutt’altro. La definizione che mi viene da dare a Moby Dick non è romanzo d’avventura ma semplicemente, un libro. Un libro da leggere per il solo piacere di farlo. Perdersi a bordo del Pequod e nei mari che attraversa è qualcosa di unico. Credo di non aver mai letto mai nulla di così coinvolgente e istruttivo. Moby Dick richiede, però, una buona dose di pazienza e attenzione nei passaggi più filosofici e descrittivi che si contrappongono a scene divertenti e ironiche, spesso enfatizzate da un linguaggio teatrale. Limitarsi alla conoscenza della Balena Bianca e del capitano Achab per sentito dire, è un vero peccato. Leggere Moby Dick è davvero un’esperienza unica che di sicuro ripeterò appena ne avrò voglia.

Dio ti aiuti, vecchio, i tuoi pensieri hanno creato una creatura dentro di te; e colui che l’intensità del pensiero rende un Prometeo, di quel cuore per sempre si ciberà un avvoltoio; quell’avvoltoio è la creatura stessa che egli crea.