Mi ritorni in mente, ep. 42

L’anno musicale comincia a delinearsi, uscita dopo uscita, novità dopo novità. Tra vecchie e nuove conoscenze ci sono diversi appuntamenti da segnare sul calendario. Anche se ancora non c’è una data certa, il secondo album dei London Grammar vedrà la luce quest’anno ed è anticipato dal singolo Rooting For You. Il brano è accompagnato da una bella versione live nella quale si può apprezzare al meglio la straordinaria voce di Hannah Reid. La compagine inglese è chiamata a bissare l’ottimo esordio If You Wait del 2013.

Il gruppo olandese Mister And Mississippi dopo due album all’insegna del folk pop dal sapore americano, sono pronti a tornare il 6 Aprile con il nuovo Mirage. Il cambio di sonorità è evidente ma non è detto che sia un male. Il gruppo capitanato da Maxime Barlag svolta verso un alternative rock, un po’ elettronico, un po’ psichedelico. Sono già due i singoli in circolazione, HAL9000 e Lush Looms. Qui sotto il video originale quanto inquietante di HAL9000.

Questi sono i giorni

Tra i ritorni più interessanti di quest’anno si è aggiunto anche il terzo album della cantautrice americana Angel Olsen, intitolato MY WOMAN. Proprio all’inizio di quest’anno ho pubblicato la recensione del suo album d’esordio Half Way Home del 2012. Ho voluto ascoltarlo per completare così la sua discografia, insieme a Burn Your Fire For No Witness del 2014. Angel Olsen mi è sempre piaciuta perchè è in grado di trasmettere, attraverso le sue canzoni, emozioni intense sia quando ha un piglio più rock piuttosto che uno più folk o pop. Un cantautrice di razza che non si è posta il problema di come piacere a tutti e questo MY WOMAN portebbe rappresentare uno spartiacque della sua carriera.

Angel Olsen
Angel Olsen

Intern apre l’album con il suono dei synth che qui sono l’eccezione. La voce della Olsen è elegante ma intensa, così come ci ha da sempre abituati. Qualche brivido ci ricorda che è tornata con tutta la disperazione del suo animo, “I don’t care what the papers say / It’s just another intern with a resumé / I am going to fall in love with you some day / I’m gonna fall in love and run away / I’m gonna fall in love and run away“. La successiva Never Be Mine è un bel rock dal sapore d’altri tempi. Angel Olsen riesce ad incantare con le chitarre, una bella melodia e il ritmo. Una delle migliori dell’album, una triste canzone d’amore, “He wants to know why / He wants to know why / I only want to know you / I want to tell him / I know the feeling / This time I swear that I do“. Shut Up Kiss Me è il primo singolo dell’album, un’accattivante pezzo indie rock carico di energia. La Olsen non è nuova a queste cose e dimostra di sentirsi a suo agio sempre e comunque, “I could take it down to the floor / You don’t have to feel it anymore / A love so real that it can’t be ignored / It’s all over baby but I’m still young / I’m still young“. Anche Give It Up è della stessa pasta. Sembra che la Olsen voglia richiamare alla memoria un rock che non esiste più ma che piace ancora, “In my arms and fast asleep / In my arms and all my dreams / Where you are is where I want you / Where you are is where I want to / Where you are is where / I want to be / I want to be / I want to be“. La prima metà dell’album, quella più rock, termina con Not Gonna Kill You. Qui si sente tutta l’influenza del rock americano della musica della Olsen, fondendo sapientemente il suo passato e il suo presente, “My watch is blurry when I look down at my hands / I’m just another, alive with impossible plans / I turn the lights low but we both know where we are / And when it’s over, what becomes of your pure heart?“. La seconda parte dell’album è dedicata alle ballate, malinconiche e tristi, che non possono mai mancare. Heart Shaped Face fa da contrasto e riapre le porte alla Olsen degli esordi. Qui i tempi cominciano a dilatarsi così come il ritmo, “I never wanted to be someone who had to leave it all behind / Even still there is no escape for what I face, I faced before / Have whatever love you wanna have / But I can’t be here anymore“. Ma forse è Sister che conserva tutta la poesia e la drammaticità dello suo stile. Per quasi otto minuti Angel Olsen ci rapisce con un’interpretazione al limite delle lacrime. Ecco l’altro lato di quest’artista che amo, “Everywhere I go / I can see your face / Alive and gone at once / Hey, that’s the way I see this place / And though this blessing was a curse / Before I opened up my heart / You learn to take it as it comes / You fall together, fall apart“. Those Were The Days ha un’atmosfera romantica e sfocata. La Olsen sfodera una voce sussurrata e sensuale come non mai, “See how you’re laughing with those you don’t know as well / I hear you saying I’m the one but I wish I could tell / Funny how time can can make you realize and realize / And then realize“. In Woman risiede l’anima di questo album. Un’altra ballata, personale e sentita. Un’interpretazione eccezionale, “You can leave now if you want to / I’ll still be around / This parade is almost over / And I’m still your clown“. Pops chiude l’album trasformando Angel Olsen in una sorta di Lana Del Rey. Ma in realtà sotto l’apparenza c’è un forte richiamo alla Olsen degli esordi, disperata che da sfoggio alla sua voce che io definirei “lacrimosa”. Sì, credo sia il modo migliore per definire la sua voce, “All those people, they don’t see me / Baby, don’t leave / Please believe me / Couldn’t love ‘em if I tried to / No one understands me like you“.

Angel Olsen continua il suo percorso musicale con questo MY WOMAN nel quale non ci sono strappi con il passato. Tutto cambia ma lentamente e Angel Olsen non rinnega sé stessa ma si mette in gioco, dimostrando sempre più di essere un’artista ormai matura. Abbiamo di fronte una cantautrice che non si lascia trasportare facilmente dalle mode del momento e questo, si sà, divide il pubblico e la critica. Io trovo MY WOMAN un album intenso e senza scampo, come i due precedenti. Mi rendo conto che Angel Olsen non è quel genere di artista che può piacere a tutti, ma vi invito ancora una volta ad ascoltare un suo album per intero. Perchè sono sicuro che vi piacerà almeno una canzone. Anzi, ne sono convinto.

Piccola roccia

Questo album è, per certi versi, un’azzardo da parte mia. Un veloce ascolto a qualche canzone e poi ho divorato tutto intero questo Emotions And Math, esordio della cantautrice americana Margaret Glaspy. Chitarra elettrica e voce graffiante hanno subito catturato la mia attenzione e mi solleticava l’idea di essere davanti ad una cantautrice dalla forte personalità al suo esordio. Margaret Glaspy ha tutte le carte in regola per essere una delle rivelazioni di questo 2016 che ha riservato tante sorprese e ancora ne riserverà. L’estate starà anche volgendo al termine ma l’autunno è pronto a portare nuova linfa alla mia collezione che va ad espandersi ormai in maniera incontrollata.

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Margaret Glaspy

La title track Emotions And Math apre l’omonimo album. Saltano subito all’orecchio la chitarra e la voce della Glaspy, a tratti quasi fanciullesca e in altri graffiante. Un mix affascinante, “I’ve gotta get outta this tree, off of this limb / I’m a woman actin’ like a kid / A skinny mess that’s breathless / From tellin you all the things that I’m gonna do“. Situation amplifica queste sue caratteristiche. Margaret Glaspy è ruvida quanto basta per esprimere un senso di rabbia e rifiuto, in modo chiaro e diretto in poco più di due minuti, “Cause you don’t know my situation / We’ve had at most one conversation / Don’t come out of the blue / And tell me what to do“. Il singolo You And I è accattivante e orecchiable. Un bel riff di chitarra squote l’aria e ci trascina in un vortice. Una delle canzoni più belle di questo album, un’ottima dimostrazione di talento, “Here I thought we had some kind of understanding / That we’re no Dick and Jane out on parade / Not looking for lengthy or demanding / Nothing lost if nothing’s gained“. Ma c’è anche spazio per una ballata rock com Somebody To Anybody che fonde poesia e chitarra elettrica. La Glaspy non rinuncia a graffiare ma lo fa con attenzione e naturalezza, senza risultare in alcun modo forzata, “I’m a little rock on a big mountain / Nobody’s calling my name / Nobody’s paying me mind / I’m a little drop from a big fountain / Oh I blend in and that’s fine“. Ha un bel ritmo la successiva No Matter Who che prova qualcosa di più pop. La cantautrice americana dimostra di avere nelle sue corde anche queste canzoni, mettendo in risalto il suono della chitarra, “But no matter who let the phone ring / There’s no reason to be leaving you guessing / No matter who got you down / Even the weakest of the weak have come around / No matter who“. Lo stesso si può dire di Memory Street, aspra ballata malinconica e notturna. Ancora una volta Margaret e la sua chitarra sono le protagoniste indiscusse della scena, una graffiante quanto l’altra, “Ring the alarm / I’m on memory street / With him on my arm / And my feet on the dash of that car / I don’t dare / Walk down memory street / Why remember / All the times I took forever to forget?“. Pind And Needles è un bel pezzo rock, trascinante e affascinante. Senza dubbio da mettere tra i migliori brani questo album, per l’interpretazione e l’esecuzione. Da ascoltare, “Cause I don’t wanna watch my mouth / No, I don’t wanna act like that / Can’t figure it out / I don’t wanna hold you ‘til I’m good and ready to / Oh I don’t wanna be / On pins and needles / Around you / Of all people / Of all people“. Anthony è la canzone più dolce dell’album non senza un po’ di quella rabbia che trapela dalla voce della Glaspy, “Anthony never brought me anything / No diamond wedding ring / Oh why did I lay by his side? / Nights like this / Without a kiss / I’d watch him paint on / His canvas / Oh but Anthony / Never chose me“. La triste Parental Guidance è il punto più alto dell’album. Una canzone intensa ma sommessa, dove la voce è distorta, ingoiata dalla suono della chitarra. Il ritornello vale l’intero brano, “Wake up / It’s early morning / Fall in love / With the shit town you were born in / Make friends / With kiddies you can’t relate to / And try play it cool in the schoolyard / So that nobody hates you“. You Don’t Want Me riporta un po’ di brio lungo la tracklist. Ancora graffiante la voce della Glapsy, ancora sincera e schietta, senza troppi giri di parole, “Every every woman / And their mum / Is wondering where you’re from / All in good time / You’re gonna change your mind“. La successiva Love Like This è la più oscura dell’album. Qui la cantautrice americana graffia con la chitarra, in contrasto con il canto. Una prova di carattere e un tentativo di trovare uno stile personale, “Once we gave our hearts / With a kiss / And here you are / Throwing away a love like this / Surely, you’ve never been / In love like this / What am I gonna do?“. L’album si chiude con la bella Black Is Blue che racchiude, con il suo ritmo blando, tutto il mondo della Glapsy. Un finale in scioltezza, rilassato, “There’ll be no time / There’s been no time / To be broken-hearted / Soon as we stopped / Little girl started / They’re talking again / I got no friends / And black is blue / Black is blue“.

Emotions And Math è il classico album che migliora ascolto dopo ascolto. Forse all’inizio appare un po’ monotono ma Margaret Glapsy fa emergere le sfumature poco alla volta, senza mai rinunciare a quella chitarra che sorregge ogni canzone. Emotions And Math incuriosisce perchè ha qualcosa di nuovo, diverso e lancia questa cantautrice nell’orbita degli artisti più promettenti. Margaret Glapsy mette in piedi un album solido dove dodici canzoni, insieme, non raggiungono nemmeno i trentacinque minuti di durata. Niente assoli di chitarra o esibizioni vocali ma solo un inteso viaggio tra le emozioni e le tribolazioni di un’artista del nostro tempo.

Siamo vivi?

Questo album degli Augustines era una buona occasione per il gruppo di ritrovare quell’urgenza, quella rabbia dell’esordio, andata un po’ smarrita nel precedente. Ma terzo capitolo della band statunitense intitolato This Is Your Life, prende però un’altra strada. Billy McCarthy e soci provano a ricominciare da capo, rimescolando le carte senza rinunciare alla loro identità. Un ritorno, quello degli Augustines, che attendevo per capire se c’era ancora qualcosa di forte che potesse uscire da un loro disco, un’onda di energia e di riscatto. This Is Your Life centra in pieno l’obiettivo.

Augustines
Augustines

Il travolgente inizio di Are We Alive la dice lunga. L’inconfondibile voce di McCarthy si fa spazio tra la perfetta unione di melodia e ritmo, tipica del gruppo. C’è solo un po’ più di elettronica ad arricchire il nuovo sound della band, “Are we alive? / Or are we just kidding ourselves? / I’m terrified / Of being alone / The pale dying light / Of my back window / Is fading, alright / And I don’t wanna be what I am tonight“. La successiva When Things Fall Apart è una delle migliori dell’album. Vitale e pulsante, nella quale McCarthy si può esprimere al meglio. Il ritornello è tutto da cantare e farà sicuramente presa durante i concerti, “We go someplace, to get a new start / you gotta move on when things fall apart / We go someplace, to get a new start / you gotta move on when things fall apart“. The Forgotten Way incarna l’altra faccia della band. Una sorta di marcia a cavallo tra sogno e realtà che incanta per la sua vaga tristezza che trasmette. Running In Place si fonda unicamente sulla straordinaria voce di McCarthy accompagnato dal duo senegalese Pape & Cheikh. Non è la prima volta che gli Augistines provano a portare un po’ di world music nel loro rock ma questa volta il risultato è migliore. Da ascoltare. La stessa collaborazione si può sentire in May You Keep Well, ballata rock intensa e emozionante. Il gruppo non perde mai di vista l’obiettivo dell’album e riesce sempre a mantenere il controllo delle sue atmosfere. Con Landmine il gruppo mette in scena un’altra ballata che riporta ai loro esordi, ulteriore conferma che la rinascita è finalmente compiuta, “Well it died, on the fourth of july / But we’ll think of something / to patch up our sides / Honey my head bleeds / And tears it to seams / But we’ll think of something / And sleep by the ocean. / But I’m a landmine“. Suona quasi come una supplica Hold Me Loneliness, che mette in risalto, ancora una volta, l’espressività nella voce di McCarthy. Indie rock a briglia sciolta per No Need To Explain richiama gli esordi ma il gruppo sa come non cadere nella tentazione di autocitarsi. Ci vuole proprio un po’ di rock tra tutte quelle ballate. L’inno della title track This Is Your Life è il manifesto dell’album. Racchiude tutta l’anima di questa band così come l’ultima Days Roll By. Ennesima power-ballad che chiude il cerchio ma subito si sente la voglia di ricominciare ad ascoltare questo disco, con la voglia di cogliere tutte le sfumature possibili.

This Is Your Life è a tutti gli effetti un buon album. Gli Augustines sono riusciti a rinnovarsi prima che fosse troppo tardi. Billy McCarthy trova la sua dimesione in questo album che nonostante il forte impatto live che avranno queste canzoni, non si possono definere “da stadio”. Il gruppo mantiene i suoi tratti caratteristici e la sua genuinità, riuscendo ad evolvere in modo naturale senza cercare un ritorno al passato. Sono contento per loro e per me, che più ascolto questo This Is Your Life e più lo sento mio e credo che nessuno possa sfuggire alla potenza espressiva e trascinante di questa band, sia quando accelerano, sia quando rallentano.

Anima immortale

Sono passati quasi cinque anni da quando scrissi per la prima volta su questo blog riguardo alla band canadese Wintersleep. Sono molto legato a questo gruppo e ricordo ancora quando ascoltai per la prima volta il loro brano più conosciuto Weighty Ghost. Ho dovuto aspettare quattro anni prima di poter ascoltare un nuovo album. Infatti il loro quinto album Hello Hum è del 2012 e dopo qualche ripensamento e il cambio di etichetta discografica ha visto la luce The Great Detachment, sesta fatica del gruppo canadese. Il titolo è già eloquente di per sè ma bastano pochi secondi per cogliere il rinnovamento di questo gruppo ormai attivo da quindici anni.

Wintersleep
Wintersleep

Si comincia con Amerika energico inno rock dove ritroviamo la chitarra di Tim D’eon e Loel Campbell, alla batteria, in gran spolvero. C’è sempre la voce di Paul Murphy, più calda e meno distaccata rispetto alle uscite precedenti. Bentornati, “What am I trying to find? / Are you alive, oh my Amerika? / Perennial with the Earth And freedom, love, and law, and life / Perennial with the Earth / My freedom, I don’t wanna die“. Segue la trascinante Santa Fe, che accelera il ritmo. La voce distorta, le chitarre e la batteria si fondono esplodendo in un ritornello rock accattivante. I Wintersleep virano verso sonorità quasi pop rock ma con la loro esperienza e mestiere, riescono a non rendere banale una canzone, che in mano ad altri, sarebbe potuta esserlo. Lifting Cure è un altro inno indie rock, vibrante e colorato. Murphy se la cava bene anche con il falsetto sequito a ruota dalla chitarra di Tim D’eon. I Wintersleep sembrano avever abbandonato le tonalità scure del passato ma le sorprese devono ancora arrivare. La successiva More Than è forse il brano più debole dell’album ma nel quale si possono ritrovare i Wintersleep del procedente Hello Hum. C’è anche un finale da cantare tutti in coro, “I read your letter, printed it up, / Crumpled up the paragraphs so that / I could fit it in my mouth / The words you said / That you were meant for / That despite everything you said before / I’m still in your head / And I love you more / More than I said then / More than I said / More than I ever felt before“. Il gruppo canadese torna alle origini con la cupa Shadowless. Al centro c’è la voce di Murphy, la musica è essenziale ed eterea. Sempre alla ricerca di una melodia, di un ritmo che finisce per crescere d’intensità nella seconda metà. I cari vecchi Wintersleep fanno centro ancora infilando anche un finale da brividi. Sulla stessa frequenza la bella Metropolis, un viaggio nottuno tra i volti e i pensieri di una grande città. Paul Murphy è ispirato e guida i suoi lungo strade buie, a dare il passo ci pensa i buon Campbell, sempre presente, pronto a lasciare il segno. Tra le migliori dell’album, “A full-grown man, / Man casually dressed / Caught a thought in a plan / In a busy metropolis / Hold tarot cards held to tightly to his chest / As if to protect / As if his life depended on / His way to work / Some other more adventurous“. Spirit è una pulsante canzone originale e viva. Qui si nasconde il titolo dell’album e “il grande distacco” si sente nella rinnovata energia di questo gruppo che non finisce mai di stupire. A darne prova ci pensa Freak Out. Indie rock dal sapore americano, veloce e divertente. Loel Campbell ci da dentro senza sosta e gli altri non faticano a stargli dietro, ormai lo conoscono bene. Attenzione, ritornello appiccicoso. Love Lies è un passo indietro verso i suoni elettronici di quattro anni fa. Un’atmosfera fumosa e sfuggente si forma lentamente intorno noi fino a trovare una via di fuga in una melodia e un ritornello prepearati con cura. L’esplosiva Territory vede la preziosa partecipazione di Geddy Lee, bassisita del gruppo rock canadese Rush. Un mix perfetto tra musica e testo, dove Murphy appare rigenerato e ispirato. Chiude The Great Detachment la sorprendente Who Are YouI Wintersleep scelgono un indie pop dal sapore dolce e spensierato. Sono capaci anche di questo, lo hanno dimostrato in passato e continuano a farlo.

I Wintersleep sono un gruppo in continuo movimento. Cambiano sempre, anche a costo di perdere l’etichetta di band indie rock. Sono un gruppo sottovalutato a mio avviso ma che il recente riscontro che sta avendo il singolo Amerika, dimostra il loro straordinario talento. Un gruppo che sembra avere un’anima immortale, un marchio di fabbrica che non cambia mai. Questi tre amici, Paul Murphy, Tim D’eon e Loel Campell sono il cuore pulsante del gruppo, accompagnati come sempre da Jon Samuel e Mike Bigelow. The Great Detachment è un album che rilancia i Wintersleep sotto una nuova forma ma con l’anima intatta.

Re pallidi, filamenti e lanche

Lo scorso anno ho riscoperto una band che avevo colpevolmente lasciato in un angolo. Questa stessa band è tornata a Gennaio con un nuovo album. Mi riferisco agli americani Shearwater capitanati dal carismatico Jonathan Meiburg e al loro nono album Jet Plane And Oxbow. Anche se di questa band avevo ascoltato sono l’album Rook non potevo farmi scappare questa novità. Il singolo Quiet Americans mi ha catturato subito ed ero sicuro di trovarmi davanti ad un altro grande album di questa band. Jet Plane And Oxbow segna una svolta più elettronica e dal sapore anni ’80, lasciandosi alle spalle le remiscescenze folk del passato ma il fascino e il mistero degli Shearwater rimane intatto.

Jonathan Meiburg
Jonathan Meiburg

Si inizia con Prime nella quale un’ipnotica melodia fa da sfondo alla voce inconfondibile di Meiburg. C’è un’atmosfera leggendaria che non abbandona gli Shearwater e questa canzone non fa eccezione, affogando in un turbine di conufuso di suoni “Well I followed you down in a dream / To the floor of a valley under siege / With a gunmetal moon, / and a river like wire“. Quiet American è la prima delle canzoni più impegnate del gruppo. Magnetica e carica di rabbia è la punta di diamante dell’album. Meiburg è ispirato e carico, tutto funziona a meraviglia, “Or lying alone in the eastern light, / Sleeping in the morning hours / And the only sound / From the lantern-covered hills / The only light / From a day yet to begin / The only signs / Of the guns in silhouette / Are only sound / Are only light / Only, only!“. Pulsazioni elettroniche in A Long Time Away accedono la protesta contro ogni guerra. Meiburg da profondità e tensione ad ogni singolo verso di questa canzone, “And it never goes dark / Under these lights / It never goes cold / Under fire / Bring the drums / Bring the lights / Bring the wires“. Backchannels vede un Meiburg in gran spolvero, misterioso e affascinante. Un ritorno alle sonorità del passato, inserito perfettamente tra le nuove canzoni, “And a droplet falls / From the dropper’s eye / Blooms like a wave / That slowly overruns / all of your days / And slips the caul / From off your eyes / You face alone / A fear / that’s dragging us all / in its wake“. In contrapposizione c’è Filaments dal ritmo sincopato nel quale si muove sinuosa la voce di Meiburg. Ci sono anche vage contaminazioni orientaleggianti e qualche sperimentazione in un dei brani più originali e oscuri di questo album, “In the center of the sun, / in the stain spilling out into the light / In the calling of the gulls, / in the river running out into the night / Some people run from themselves / Some chain the dogs to the gate / Some are living a lie“. Pale Kings è epica come un inno che nasconde una tristezza per una nazione in decadenza. Ma non manca la speranza di un futuro migliore nel testo e nella voce di Meiburg, sempre più carismatica, “You know how sometimes / You’re so tired of the country, / Its poptones and its pale kings / And its fences like knives / But in the same breath / Your heart breaks with the feeling / With love and with grieving / For its irrational life / Right / Now“. Only Child è una solitaria e malinconica ballanta pop rock. Forse non è tra le più originali ma comunque una bella canzone dal vago sapore anni ’90, “The masters of / Your lonely kingdom / Pulled you along / With red-rimmed eyes / Through endless hours / Of drill and harness / Until you fell, surrendering“. La successiva Glass Bones è un ritorno all’indie rock vibrato e pulsante. Meiburg è inseguito dai riff di chitarra e dal ritmo concitato, un inseguimento in terre sconosciute. Da non perdere, “Are they luring you back with old glories? / Drunk on the dregs of some darkened paradise? / Lulled by an alien feeling / Till you’re suddenly blind / Till you’re barely alive / With glass bones“. Wildelife In America è un classico rock americano, malinconico ma carico di speranza. Si percepisce come un’urgenza espressiva, una ricerca di un modo per trasmettere un messaggio di conforto. Una delle canzoni più calde e intime degli Shearwater, “Back before / Back in our school days / You were wild-eyed / Before the damage was done / You tasted that fear / in your mouth on Sundays / But you know / You know it’s not living“. Più pop e meno originale del resto dell’album è Radio Silence. Il risultato è comunque accattivante e orecchiabile nonostante sfiori i sette minuti. Meiburg dimostra di saper trovare sempre il modo di lasciare traccia con la sua voce, con sprazzi alla Micheal Stipe, “Choking on signal, sucking on silence / Sodium lights on the monument’s face / Radio London, Radio Cyprus, / Where the Lincolnshire poacher’s / shaking his cage“. Chiude Stray Light At Clouds Hill, lenta marcia in perfetto stile Shearwater. Oscuro quanto basta con un effetto eco discutibile ma funzionale, un buon modo per salutarsi, “I jump over mountains / I vault over islands / I roar through the houses / I skim on the oceans alone / And see only outlines“.

Gli Shearwater sono tornati con un album convincente e ispirato. Jonathan Meiburg non perde mai l’occasione per mettere in mostra la sua voce e il resto del gruppo lo serve allo scopo. Non ho ascoltato il resto della loro discografia, ad eccezione di Rook, e non posso dire se questo è il loro migliore album oppure no. Posso solo dire che ho ritrovato gli Shearwater di Rook, solo sotto una veste più rock e meno folk. Un ritorno che è stata una sorpresa perchè questa band al nono album dimostra di avere ancora qualcosa da dire, senza lasciare nulla al caso a partire dai testi. Ora non mi resta che ascoltare gli altri sette album che mi rimangono. Sarà un piacere farlo.

L’acqua calda

Ultimamente avevo voglia di tornare ad ascoltare un po’ di sano indie rock. Non mi restava che pescare nel mucchio ma non è stato facile trovare l’artista giusto. Le band indie rock nascono come funghi ogni giorno e poche catturano la mia attenzione. C’è stato un gruppo, però, che mi ha convinto più di altri. Sono gli inglesi Kid Wave, ovvero Serra Petale, Mattias Bhatt e Harry Deacon, capitanati dalla frontwoman Lea Emmery. La band ha pubblicato il suo album d’esordio nel Giugno di quest’anno, intitolato Wonderlust. Fin dalle prime note ho capito che non avevo tra le mani un album molto originale ma senza dubbio un album indie rock e tanto basta. Volevo indie rock e i Kid Wave mi hanno dato indie rock. Non chiedo altro.

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Kid Wave

La traccia di apertura è anche la titletrack Wonderlust. Chitarre in primo piano e melodia trascinante. Avrete già la sensazione di averla sentita da qualche parte ma nessuno inventa niente dal nulla. La voce della Emmery è fagocitata dalla musica, fino a diventare parte di essa, “Why you’re so hard all the time / It’s like your head, it slips on down / You’re like a goldfish in a bowl / But still your love goes on and on“. Luminosa e viva è la successiva Gloom. Una melodia malinconica percorre tutto il brano che esplode in un finale liberatorio. Nient’affatto male, “Some days we dance and some days we don’t / Some days we’re young and some days we’re old / Some days we’re sad and wanna go home / Some days we live and some days we don’t / Some days we dance and some days we don’t“. Honey è altrettanto carica di energia. Le chitarre riempiono la scena, sostenute dal ritmo. Questo è un buon esempio di indie rock, “Everyone’s different, everyone’s right / And the lights you took with you left me tonight / Surfing down colours and rivers of blood / And the sun’s making shapes, making shapes in my head / Some say dreaming is a waste of time / I can’t get you out of my mind“. Best Friend è più pop e la Emmery non si nasconde. Sempre alla richerca della melodia, i Kid Wave, sfornano un brano irresistibile e orecchiabile, tra i migliori dell’album. Improvvisamente il ritmo rallenta con Walk On Fire e ci mostra l’altra faccia della band. Una lenta ballata, smorzata dalla voce indolente della Emmery. Una bella prova per mettere in risalto altre qualità lontane dal rock, che si ritrova però nel finale. La successiva Baby Tiger ci va giù pesante. La Emmery non cambia registro ma il resto della band spinge sul pedale dell’acceleratore. Si lascia da parte un attimo la melodia a favore di distorsione e ritmo per il giro di boa dell’album. Si ritorna alle atmosfere di apertura con All I Want. Ancora chitarre protagoniste e un po’ più di vivacità nella voce, ci catturano e ci fanno ascoltare un altro brano indie rock accattivante e brillante, “To change the common faster, / Closed in my sorrow / Always fooling running after, / Just go with them before they rise / Do you hear them coming for you?“. Una parentesi più pop che rock è il lento Sway nella quale Lea Emmery risulta calata perfettamente nella parte. Un gusto vagamente retrò pervade il brano e giova al gruppo. Una boccata d’aria fresca. Freeride ti fa davvero venir voglia di correre. Come in precedenza, la chitarra tesse la trama. Una trama già nota a molti ma che non ci stancheremo mai di ascoltare. I’m Trying To Break Your Heart mi convinse ad approfondire la conoscenza dei Kid Wave. Ritornello appiccicoso ma l’energia che ci mette il gruppo è sempre apprezzabile. Qui ho ritrovato l’indie rock che cercavo. Chiude Dreaming On leggera ed eterea. Qui l’approccio soft della Emmery trova il suo ambiente ideale, facendosi trasportare della musica. Succede anche a chi ascolta, venendo accompagnato dolcemente fino alla fine.

I Kid Wave scoprono l’acqua calda ma almeno è calda davvero. Il loro indie rock è un ritorno alle origini, dove la melodia gioca un ruolo fondamentale. Fra tante band solo loro mi hanno convinto e un motivo ci deve essere anche se ancora non l’ho ben capito. Sono dell’idea che questi quattro ragazzi abbiano dismostrato con questo album di avere un asso nella manica ma che non è ancora giunto il momento di tirarlo fuori. Ai Kid Wave serve solo tempo per poter trovare l’amalgama giusta tra ciò che sono loro e ciò che sono stati i loro maestri. Gli perdono qualche sensazione di “già sentito” solo perchè sarebbe successo lo stesso con altre band indie rock oggi in circolazione. Non resta che il tempo e l’esperienza possano dare una forma più personale a Lea Emmery e soci.