Mi ritorni in mente, ep. 52

Il mio percorso di riscoperta dalla discografia degli Sherwater è continuato in queste settimane con l’album Animal Joy del 2012. Per la band texana capitanata dal carismatico Johnatan Meiburg si tratta del decimo album e precede l’uscita dell’ultimo (e ottimo) Jetplane And Oxbow del 2016. La voce unica di Meiburg e le atmosfere evocative della loro musica, fanno degli Shearwater uno dei gruppi indie rock che più amo in assoluto.

Questa Animal Life apre l’album e, a mio parere, è una delle più belle di questo gruppo. Il canto di Meiburg è senza respiro ed è la melodia sopra le chitarre. Ovviamente il resto dell’album non è da meno e non posso non consigliarne l’ascolto, per assaporare il fascino di una band sempre perfetta e affascinante.

Born inside the gates of the family
Hardened by a roman machinery
Cast among the building sites,
The coiling wires, the shots collected

 

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Pugni chiusi

Anche se a me sono sembrati di meno, sono passati tre anni dall’ultimo In Dream, quinto album della band britannica Editors. Il gruppo guidato dal carismatico Tom Smith è tornato quest’anno con la sesta fatica intitolata Violence. Quando si affronta un loro nuovo album bisogna sempre prepararsi a trovarci dentro qualcosa di diverso dai precedenti. Gli Editors sono sempre stati in precario equilibrio tra una band da stadio e il gruppo alternativo poco mainstream. Se da una parte è un bene, il non essersi piegati a facili hit alla Coldplay, dall’altra Smith e soci sono spesso tenuti poco in considerazione quando si citano le migliori band degli anni ’00. Questo Violence è dunque l’ennesimo ritorno che dal quale non sai cosa aspettarti. O forse lo sai già.

Editors
Editors

Cold apre l’album, affidandosi alle sonorità tipiche della band, nella quale ritroviamo l’elettronica che torna a concedere spazio alle chitarre. Un brano pop rock dalle tinte scure e non può essere altrimenti quando si ha che fare con gli Editors, “It’s a lonely life, a long and lonely life / Stay with me and / Be a ghost tonight, be a ghost tonight / But don’t you be so cold“. Se c’è una canzone che avrei voluto sentir fare da anni a questo gruppo, questa potrebbe essere proprio Halleluia (So Low). Testo criptico ma soprattutto un piglio energico e distorto. Finalmente la band di Tom Smith ritrova la scossa giusta, esprimendosi in una delle migliori canzoni di questo album, “You sold me a second hand joke / Young man, where there’s fire there’s smoke / Your mouth is fire and smoke / Just don’t leave this old dog to go lame / This life requires another name“. La title track Violence permette al gruppo di tirare fuori di nuovo i synth e tornare ai sui standard volutamente più epici. Oltre sei minuti di canzone nella quale la tensione è costante senza picchi. Un finale strumentale arricchisce e completa il tutto, “Baby we’re nothing but violence / Desperate, so desperate and fearless / Mess me around until my heart breaks / I just need to feel it / Baby we’re nothing but violence / Desperate, so desperate and fearless / Desperate and fearless“. Darkness At The Door è un vibrante rock che da un po’ di luce all’album. Un ritorno prepotente delle chitarre scorre come sangue nelle vene della musica degli Editors. Un altro gran pezzo da ascoltare, “This old town still gets out of line / Darkness at the door to greet me / This old town still gets out of line / Darkness at the door to greet me“. Nothingness si affida alla voce magnetica di Smith, ricalcando le orme del precedente album. Gli Editors nuotano in acque sicure ma riescono comunque a mantenere alta l’attenzione dell’ascoltatore, “I’m not mining for gold / But insecurity / Fooled by a trick of the light / Are you there? / I’m not breaking the mould / I wouldn’t fill it / Hold my life in your hands / If you dare“. Il singolo Magazine è un’invettiva verso i potenti corretti. Ancora una volta la band di Birmingham dimostra di avere tanta energia da mettere in musica, mescolando con attenzione degli ingredienti, “Now talk the loudest with a clenched fist / Top of a hit list, gag a witness / It takes a fat lip to run a tight ship / Just talk the loudest with a clenched fist“. Nonostante sia da diversi anni che circola questa canzone, No Sound But The Wind, non era mai stata pubblicata in un album. Originariamente scritta per la colonna sonora per un film della saga di Twilight, trova finalmente il suo posto in questo album. Una ballata romantica al pianoforte che mancava da un po’ nella loro musica, “Help me to carry the fire / We will keep it alight together / Help me to carry the fire / It will light our way forever“. Counting Spooks ci riporta ai fasti di In This Light And On This Evening anche se meno oscura e opprimente. Un ritornello che spicca sul sottofondo musicale, che nel finale si trasforma in un ritmo disco, “It’s getting late / The skyline’s a state / This city’s tired like we are / We’re holding it together / Counting spooks forever / I’m just so tired of numbers“. Chiude l’album, Belong, dove gli Editors sfoderano un lato più poetico e solitario. Un aspetto inedito e poco sfruttato dalla band. Un brano allietato da un accompagnamento orchestrale, interrotto dai riff elettrici delle chitarre, “In this room / A wilderness / You’re the calm / In that dress / Circling birds / Spits of rain / Rest your head / On the windowpane“.

In Violence (in copertina le prime due lettere VI compongono il numero sei romano, ad indicare il sesto album) gli Editors sembrano fare pace con sé stessi. Limitandosi a proporre solo nove canzoni, sono riuscita a conciliare le diverse anime dei loro album precedenti. Non hanno rinunciato né alle chitarre né ai synth, dando così uniformità all’intero lavoro non solo al suo interno ma anche rapportato con il resto della loro produzione. Tom Smith e la sua band sono tornati con grande energia in quello che sembra essere una sorta di album di transizione dove la strada da intraprendere non è ancora stata decisa. Quando si parla degli Editors non si sa mai se ne troveranno una, ma non è detto che questo sia una cosa negativa. Violence si tratta, a mio parere, dell’album più convincente della band dai tempi di In This Light And On This Evening e fa ben sperare per il futuro di questo gruppo da sempre messo alla prova da pubblico e critica.

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Tempi bui

Sono passati cinque anni da quando scoprii la musica della band inglese To Kill A King con il loro EP My Crooked Saint. Nel corso degli anni la loro musica è cambiata ma ha mantenuto dei punti fermi. Proprio all’inizio di quest’anno, il gruppo capitanato da Ralph Pelleymounter, ha pubblicato l’album The Spiritual Dark Age, che segue To Kill A King del 2015. Questa band mi incuriosì fin da subito e in tutti questi anni i To Kill A King non hanno mai deluso. Dopo la svolta, meno folk, nel loro secondo album ero curioso di sapere quale strada avessero intrapreso. L’idea alla base dell’album è interessante ma sarà abbastanza? Per scoprirlo non resta che ascoltarlo.

To Kill A King
To Kill A King

Apre l’album la title track Spiritual Dark Age, nella quale ritroviamo i To Kill A King di qualche anno fa. In primo piano sempre la voce inimitabile di Pelleymounter che sciorina parole che si incastrano nella musica, “Oh, forget about love / Not a hand from above / It’s not just some dream / And there’s the rub / Just chemicals that flood brain / They’re writing poetry / About serotonin and dopamine / Welcome to the Spiritual Dark Age“. The Unspeakable Crimes Of Peter Popoff si affida a ritmi funky e bordate rock per raccontare la figura del telepredicatore americano Peter Popoff. Una delle canzoni più orecchiabili e accattivanti dell’album, “He’s like 6 foot tall, his congregation looks so small, oh / See that holy snarl, sweat runs down, his lips are narrow / When you gonna fight that hatred? When you gonna heed the call? / Will you know I’m out of patience? On your feet you know it’s on, oh“. Compassion Is A German Word ricalca le sonorità tipiche della band. Qui i nostri tirano fuori un bel indie rock nel quale immancabilmente spicca la voce di Pelleymounter che ripete ossessivamente la parola compassion, “Don’t be so arrogant / You ain’t no different to anyone I’ve met / We’re all the heroes in our own film / Or maybe the villain in someone else’s / The Ned Flanders to someone’s Homer / The Cobain to someone’s Courtney“. Cherry Blossom Falls gioca sul suono delle parole. Lo hanno fatto spesso in passato i To Kill A King, e lo fanno ancora. Un brano da canticchiare, interrogandosi sul suo significato, “I was in the wicked sea / Drowning not waving if you please / Oh / See how the cherry falls / See how it falls / See how the cherry falls / See how it falls“. La successiva No More Love Songs ci fa scivolare in un indie pop, dove le parole escono una dopo l’altra. Niente più canzoni d’amore, ci promette il buon Ralph, non che la sua band ne abbia fatte molte, “I ain’t gonna write no more love songs / Cause they will stay after you’re long gone / I ain’t gonna write no more love songs / Cause they will stay after you’re long gone / It’s a dangerous game to play“. Tra le canzoni che preferisco c’è la bella Oh, Joy. Un brano oscuro, più sommesso rispetto al resto dell’album. Si percepisce una sorta di tensione, riassunta, in poche parole, nel ritornello, “Oh love / Oh my joy / Hold me close / The dark is pressing in“. Il gruppo sfrutta il momento e rimane nel buio della notte con The Good Old Days. Una canzone che dimostra tutta la maturità artistica del gruppo nel saper dare forma alle emozioni, “The good old days / You forget the jokes but the laughs remain / You never slept but you dreamt you life away / I said your name / Just to feel it on my lips again / To see if it still felt the same“. Con The One With The Jackals tornano agli esordi. Un brano principalmente acustico, carico di immagini, dove le parole scandiscono il tempo. Bella nella sua semplicità, “Never have I seen two filthier jackals / Circling around the corpse not that it matters now / Stretching the coat as they try for size / Claiming the boots that once were mine“. Con I Used To Work Here, Perhaps You Did Too? la band dà un colpo di spugna e passa all’attacco. Un rock che è quasi un rap, un ritornello fulminante. I To Kill A King sono capaci anche di questo, “Now mother Mary, she’s a mother to six / But at this point in the evening she tends to forget it / She’ll lie with anybody but her love loss ex Jimmy ‘the rat’“. My God & Your God è un trascinante indie rock guidato dalle chitarre. Pelleymounter segue il ritmo e si lancia in una delle sue migliori performance, “But my God and your God they don’t get along / As miserable apart as they were as one / Oh, my God and your God they don’t get along / Chasing each other like the moon chase the sun“. Con Bar Fights la band si diverte e fa divertire. Forse il brano più apertamente rock dell’album, “Ham strung / There’s no getting out of here / Oh wait / Shift your grip upon your gun / God damn / Watch your lip that fighting talk / Gold dust / You go big or you go home“. Chiude l’album la ballata And Yet…, riflessione sulla vita e tempo che passa. Si gioca ancora con il suono delle parole, gioco reso più evidente da un finale quantomeno curioso, “Because the weight to make our way / To tick the boxes neatly placed / I call bullshit, you call bullshit / This fleeting wondrous life won’t fit“.

The Spiritual Dark Age riprende là dove il precedente To Kill A King finiva. Il distacco dal folk è avvenuto ma non completamente. Le tracce più acustiche stanno lì a dimostrarlo. Il resto dell’album è un buon mix tra alternative e indie rock che gira attorno alla voce inconfondibile Ralph Pelleymounter. Da non sottovalutare i testi, sempre intelligenti ed originali. Ogni canzone compone una sorta di concept album sui nostri tempi e le loro contraddizioni. The Spiritual Dark Age, insomma, è un album fatto sia di canzoni orecchiabili ma anche di tematiche su cui riflettere.

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Mi ritorni in mente, ep. 42

L’anno musicale comincia a delinearsi, uscita dopo uscita, novità dopo novità. Tra vecchie e nuove conoscenze ci sono diversi appuntamenti da segnare sul calendario. Anche se ancora non c’è una data certa, il secondo album dei London Grammar vedrà la luce quest’anno ed è anticipato dal singolo Rooting For You. Il brano è accompagnato da una bella versione live nella quale si può apprezzare al meglio la straordinaria voce di Hannah Reid. La compagine inglese è chiamata a bissare l’ottimo esordio If You Wait del 2013.

Il gruppo olandese Mister And Mississippi dopo due album all’insegna del folk pop dal sapore americano, sono pronti a tornare il 6 Aprile con il nuovo Mirage. Il cambio di sonorità è evidente ma non è detto che sia un male. Il gruppo capitanato da Maxime Barlag svolta verso un alternative rock, un po’ elettronico, un po’ psichedelico. Sono già due i singoli in circolazione, HAL9000 e Lush Looms. Qui sotto il video originale quanto inquietante di HAL9000.

Questi sono i giorni

Tra i ritorni più interessanti di quest’anno si è aggiunto anche il terzo album della cantautrice americana Angel Olsen, intitolato MY WOMAN. Proprio all’inizio di quest’anno ho pubblicato la recensione del suo album d’esordio Half Way Home del 2012. Ho voluto ascoltarlo per completare così la sua discografia, insieme a Burn Your Fire For No Witness del 2014. Angel Olsen mi è sempre piaciuta perchè è in grado di trasmettere, attraverso le sue canzoni, emozioni intense sia quando ha un piglio più rock piuttosto che uno più folk o pop. Un cantautrice di razza che non si è posta il problema di come piacere a tutti e questo MY WOMAN portebbe rappresentare uno spartiacque della sua carriera.

Angel Olsen
Angel Olsen

Intern apre l’album con il suono dei synth che qui sono l’eccezione. La voce della Olsen è elegante ma intensa, così come ci ha da sempre abituati. Qualche brivido ci ricorda che è tornata con tutta la disperazione del suo animo, “I don’t care what the papers say / It’s just another intern with a resumé / I am going to fall in love with you some day / I’m gonna fall in love and run away / I’m gonna fall in love and run away“. La successiva Never Be Mine è un bel rock dal sapore d’altri tempi. Angel Olsen riesce ad incantare con le chitarre, una bella melodia e il ritmo. Una delle migliori dell’album, una triste canzone d’amore, “He wants to know why / He wants to know why / I only want to know you / I want to tell him / I know the feeling / This time I swear that I do“. Shut Up Kiss Me è il primo singolo dell’album, un’accattivante pezzo indie rock carico di energia. La Olsen non è nuova a queste cose e dimostra di sentirsi a suo agio sempre e comunque, “I could take it down to the floor / You don’t have to feel it anymore / A love so real that it can’t be ignored / It’s all over baby but I’m still young / I’m still young“. Anche Give It Up è della stessa pasta. Sembra che la Olsen voglia richiamare alla memoria un rock che non esiste più ma che piace ancora, “In my arms and fast asleep / In my arms and all my dreams / Where you are is where I want you / Where you are is where I want to / Where you are is where / I want to be / I want to be / I want to be“. La prima metà dell’album, quella più rock, termina con Not Gonna Kill You. Qui si sente tutta l’influenza del rock americano della musica della Olsen, fondendo sapientemente il suo passato e il suo presente, “My watch is blurry when I look down at my hands / I’m just another, alive with impossible plans / I turn the lights low but we both know where we are / And when it’s over, what becomes of your pure heart?“. La seconda parte dell’album è dedicata alle ballate, malinconiche e tristi, che non possono mai mancare. Heart Shaped Face fa da contrasto e riapre le porte alla Olsen degli esordi. Qui i tempi cominciano a dilatarsi così come il ritmo, “I never wanted to be someone who had to leave it all behind / Even still there is no escape for what I face, I faced before / Have whatever love you wanna have / But I can’t be here anymore“. Ma forse è Sister che conserva tutta la poesia e la drammaticità dello suo stile. Per quasi otto minuti Angel Olsen ci rapisce con un’interpretazione al limite delle lacrime. Ecco l’altro lato di quest’artista che amo, “Everywhere I go / I can see your face / Alive and gone at once / Hey, that’s the way I see this place / And though this blessing was a curse / Before I opened up my heart / You learn to take it as it comes / You fall together, fall apart“. Those Were The Days ha un’atmosfera romantica e sfocata. La Olsen sfodera una voce sussurrata e sensuale come non mai, “See how you’re laughing with those you don’t know as well / I hear you saying I’m the one but I wish I could tell / Funny how time can can make you realize and realize / And then realize“. In Woman risiede l’anima di questo album. Un’altra ballata, personale e sentita. Un’interpretazione eccezionale, “You can leave now if you want to / I’ll still be around / This parade is almost over / And I’m still your clown“. Pops chiude l’album trasformando Angel Olsen in una sorta di Lana Del Rey. Ma in realtà sotto l’apparenza c’è un forte richiamo alla Olsen degli esordi, disperata che da sfoggio alla sua voce che io definirei “lacrimosa”. Sì, credo sia il modo migliore per definire la sua voce, “All those people, they don’t see me / Baby, don’t leave / Please believe me / Couldn’t love ‘em if I tried to / No one understands me like you“.

Angel Olsen continua il suo percorso musicale con questo MY WOMAN nel quale non ci sono strappi con il passato. Tutto cambia ma lentamente e Angel Olsen non rinnega sé stessa ma si mette in gioco, dimostrando sempre più di essere un’artista ormai matura. Abbiamo di fronte una cantautrice che non si lascia trasportare facilmente dalle mode del momento e questo, si sà, divide il pubblico e la critica. Io trovo MY WOMAN un album intenso e senza scampo, come i due precedenti. Mi rendo conto che Angel Olsen non è quel genere di artista che può piacere a tutti, ma vi invito ancora una volta ad ascoltare un suo album per intero. Perchè sono sicuro che vi piacerà almeno una canzone. Anzi, ne sono convinto.

Piccola roccia

Questo album è, per certi versi, un’azzardo da parte mia. Un veloce ascolto a qualche canzone e poi ho divorato tutto intero questo Emotions And Math, esordio della cantautrice americana Margaret Glaspy. Chitarra elettrica e voce graffiante hanno subito catturato la mia attenzione e mi solleticava l’idea di essere davanti ad una cantautrice dalla forte personalità al suo esordio. Margaret Glaspy ha tutte le carte in regola per essere una delle rivelazioni di questo 2016 che ha riservato tante sorprese e ancora ne riserverà. L’estate starà anche volgendo al termine ma l’autunno è pronto a portare nuova linfa alla mia collezione che va ad espandersi ormai in maniera incontrollata.

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Margaret Glaspy

La title track Emotions And Math apre l’omonimo album. Saltano subito all’orecchio la chitarra e la voce della Glaspy, a tratti quasi fanciullesca e in altri graffiante. Un mix affascinante, “I’ve gotta get outta this tree, off of this limb / I’m a woman actin’ like a kid / A skinny mess that’s breathless / From tellin you all the things that I’m gonna do“. Situation amplifica queste sue caratteristiche. Margaret Glaspy è ruvida quanto basta per esprimere un senso di rabbia e rifiuto, in modo chiaro e diretto in poco più di due minuti, “Cause you don’t know my situation / We’ve had at most one conversation / Don’t come out of the blue / And tell me what to do“. Il singolo You And I è accattivante e orecchiable. Un bel riff di chitarra squote l’aria e ci trascina in un vortice. Una delle canzoni più belle di questo album, un’ottima dimostrazione di talento, “Here I thought we had some kind of understanding / That we’re no Dick and Jane out on parade / Not looking for lengthy or demanding / Nothing lost if nothing’s gained“. Ma c’è anche spazio per una ballata rock com Somebody To Anybody che fonde poesia e chitarra elettrica. La Glaspy non rinuncia a graffiare ma lo fa con attenzione e naturalezza, senza risultare in alcun modo forzata, “I’m a little rock on a big mountain / Nobody’s calling my name / Nobody’s paying me mind / I’m a little drop from a big fountain / Oh I blend in and that’s fine“. Ha un bel ritmo la successiva No Matter Who che prova qualcosa di più pop. La cantautrice americana dimostra di avere nelle sue corde anche queste canzoni, mettendo in risalto il suono della chitarra, “But no matter who let the phone ring / There’s no reason to be leaving you guessing / No matter who got you down / Even the weakest of the weak have come around / No matter who“. Lo stesso si può dire di Memory Street, aspra ballata malinconica e notturna. Ancora una volta Margaret e la sua chitarra sono le protagoniste indiscusse della scena, una graffiante quanto l’altra, “Ring the alarm / I’m on memory street / With him on my arm / And my feet on the dash of that car / I don’t dare / Walk down memory street / Why remember / All the times I took forever to forget?“. Pind And Needles è un bel pezzo rock, trascinante e affascinante. Senza dubbio da mettere tra i migliori brani questo album, per l’interpretazione e l’esecuzione. Da ascoltare, “Cause I don’t wanna watch my mouth / No, I don’t wanna act like that / Can’t figure it out / I don’t wanna hold you ‘til I’m good and ready to / Oh I don’t wanna be / On pins and needles / Around you / Of all people / Of all people“. Anthony è la canzone più dolce dell’album non senza un po’ di quella rabbia che trapela dalla voce della Glaspy, “Anthony never brought me anything / No diamond wedding ring / Oh why did I lay by his side? / Nights like this / Without a kiss / I’d watch him paint on / His canvas / Oh but Anthony / Never chose me“. La triste Parental Guidance è il punto più alto dell’album. Una canzone intensa ma sommessa, dove la voce è distorta, ingoiata dalla suono della chitarra. Il ritornello vale l’intero brano, “Wake up / It’s early morning / Fall in love / With the shit town you were born in / Make friends / With kiddies you can’t relate to / And try play it cool in the schoolyard / So that nobody hates you“. You Don’t Want Me riporta un po’ di brio lungo la tracklist. Ancora graffiante la voce della Glapsy, ancora sincera e schietta, senza troppi giri di parole, “Every every woman / And their mum / Is wondering where you’re from / All in good time / You’re gonna change your mind“. La successiva Love Like This è la più oscura dell’album. Qui la cantautrice americana graffia con la chitarra, in contrasto con il canto. Una prova di carattere e un tentativo di trovare uno stile personale, “Once we gave our hearts / With a kiss / And here you are / Throwing away a love like this / Surely, you’ve never been / In love like this / What am I gonna do?“. L’album si chiude con la bella Black Is Blue che racchiude, con il suo ritmo blando, tutto il mondo della Glapsy. Un finale in scioltezza, rilassato, “There’ll be no time / There’s been no time / To be broken-hearted / Soon as we stopped / Little girl started / They’re talking again / I got no friends / And black is blue / Black is blue“.

Emotions And Math è il classico album che migliora ascolto dopo ascolto. Forse all’inizio appare un po’ monotono ma Margaret Glapsy fa emergere le sfumature poco alla volta, senza mai rinunciare a quella chitarra che sorregge ogni canzone. Emotions And Math incuriosisce perchè ha qualcosa di nuovo, diverso e lancia questa cantautrice nell’orbita degli artisti più promettenti. Margaret Glapsy mette in piedi un album solido dove dodici canzoni, insieme, non raggiungono nemmeno i trentacinque minuti di durata. Niente assoli di chitarra o esibizioni vocali ma solo un inteso viaggio tra le emozioni e le tribolazioni di un’artista del nostro tempo.

Siamo vivi?

Questo album degli Augustines era una buona occasione per il gruppo di ritrovare quell’urgenza, quella rabbia dell’esordio, andata un po’ smarrita nel precedente. Ma terzo capitolo della band statunitense intitolato This Is Your Life, prende però un’altra strada. Billy McCarthy e soci provano a ricominciare da capo, rimescolando le carte senza rinunciare alla loro identità. Un ritorno, quello degli Augustines, che attendevo per capire se c’era ancora qualcosa di forte che potesse uscire da un loro disco, un’onda di energia e di riscatto. This Is Your Life centra in pieno l’obiettivo.

Augustines
Augustines

Il travolgente inizio di Are We Alive la dice lunga. L’inconfondibile voce di McCarthy si fa spazio tra la perfetta unione di melodia e ritmo, tipica del gruppo. C’è solo un po’ più di elettronica ad arricchire il nuovo sound della band, “Are we alive? / Or are we just kidding ourselves? / I’m terrified / Of being alone / The pale dying light / Of my back window / Is fading, alright / And I don’t wanna be what I am tonight“. La successiva When Things Fall Apart è una delle migliori dell’album. Vitale e pulsante, nella quale McCarthy si può esprimere al meglio. Il ritornello è tutto da cantare e farà sicuramente presa durante i concerti, “We go someplace, to get a new start / you gotta move on when things fall apart / We go someplace, to get a new start / you gotta move on when things fall apart“. The Forgotten Way incarna l’altra faccia della band. Una sorta di marcia a cavallo tra sogno e realtà che incanta per la sua vaga tristezza che trasmette. Running In Place si fonda unicamente sulla straordinaria voce di McCarthy accompagnato dal duo senegalese Pape & Cheikh. Non è la prima volta che gli Augistines provano a portare un po’ di world music nel loro rock ma questa volta il risultato è migliore. Da ascoltare. La stessa collaborazione si può sentire in May You Keep Well, ballata rock intensa e emozionante. Il gruppo non perde mai di vista l’obiettivo dell’album e riesce sempre a mantenere il controllo delle sue atmosfere. Con Landmine il gruppo mette in scena un’altra ballata che riporta ai loro esordi, ulteriore conferma che la rinascita è finalmente compiuta, “Well it died, on the fourth of july / But we’ll think of something / to patch up our sides / Honey my head bleeds / And tears it to seams / But we’ll think of something / And sleep by the ocean. / But I’m a landmine“. Suona quasi come una supplica Hold Me Loneliness, che mette in risalto, ancora una volta, l’espressività nella voce di McCarthy. Indie rock a briglia sciolta per No Need To Explain richiama gli esordi ma il gruppo sa come non cadere nella tentazione di autocitarsi. Ci vuole proprio un po’ di rock tra tutte quelle ballate. L’inno della title track This Is Your Life è il manifesto dell’album. Racchiude tutta l’anima di questa band così come l’ultima Days Roll By. Ennesima power-ballad che chiude il cerchio ma subito si sente la voglia di ricominciare ad ascoltare questo disco, con la voglia di cogliere tutte le sfumature possibili.

This Is Your Life è a tutti gli effetti un buon album. Gli Augustines sono riusciti a rinnovarsi prima che fosse troppo tardi. Billy McCarthy trova la sua dimesione in questo album che nonostante il forte impatto live che avranno queste canzoni, non si possono definere “da stadio”. Il gruppo mantiene i suoi tratti caratteristici e la sua genuinità, riuscendo ad evolvere in modo naturale senza cercare un ritorno al passato. Sono contento per loro e per me, che più ascolto questo This Is Your Life e più lo sento mio e credo che nessuno possa sfuggire alla potenza espressiva e trascinante di questa band, sia quando accelerano, sia quando rallentano.