Fuori legge

Definiscono la loro musica come bloodgrass, una musica dalla quale nessuno esce vivo. Interessante, mi sono detto, quando per la prima volta ho letto di questo gruppo. I Murder Murder sono sei ragazzi canadesi che si presentano con ballate che spaziano dal country al bluegrass, riuscendo subito ad accendere la curiosità con il loro gusto retrò e tradizionale ma fuori legge e un po’ cattive. In men che non si dica ci ritroviamo immersi nelle foreste dell’Ontario, tra risse da bar, storie sfortunate, di gelosia e tradimenti. Il tutto raccolto nel loro secondo album, pubblicato nel 2015 e intitolato From The Stillhouse.

Murder Murder
Murder Murder

Si parte con l’incalzante Sweet Revenge, una stroria di vendetta a bordo di un treno nero che viaggia senza sosta. Un brano che evoca immagini nitide dei paesaggi western di frontiera, “I dream I am flying out through the pines / Through to the Devil’s mouth / There’s some folks down there, they gotta pay for their sins / Eye for an eye, blood for blood / Sweet revenge“. Where The Water Runs Black è una straordinaria ballata guidata da un violino e accompaganta da un’immancabilie banjo. Una voce tagliente e carismatica ci racconta una stroria di tradimento. Una delle migliori canzoni dell’album che trova la sua perfezione nella sua tradizionalità e melodie famigliari, “And if you wanted I could take you / I walked that road ‘til the water runs black / I loved that woman but she left me lonely / She broke my heart, lord, she never turned back“. Si nasconde una storia di violenza sotto il titolo di Evil Wind. Facile lasciarsi ingannare dalle melodie gioiose ma è solo un’apparenza. I Murder Murder sono divertenti e spietati, “Well now I can’t remember / what was going through my head / My blood turned to fire / And my face turned red / And I flew into that room / Like a moth to a torch / An evil wind, an evil wind is gonna blow“. Duck Cove è una triste ballata che mette in luce tutto il talento di questa band, in grado di raccontare storie e mettendole in musica. Tutto suona tradizionale tuttavia allo stesso tempo c’è qualcosa di nuovo nel loro modo di porsi, “I never felt so low, / I looked through the port hole / And I saw the drop boat / headed for Duck Cove / The thought of my lover / out with another / Somebody else than the / one who has loved him“. Una storia di riscatto nella bella Movin On, una delle canzoni più positive dell’album. I Murder Murder spingono sempre sul pedale dell’acceleratore, sono un treno in corsa tra le foreste dell’Ontario, “I got friends in Brown and Hardy / And a brother down in Carling / I got family up north in Sudbury / Everybody knows / that I can’t set foot back in Mowat / There’s folks there’d like / to get their hands on me“. When The Lord Calls Your Name è una ballata lenta e strappalacrime. I Murder Murder propongono una canzone dal sapore vintage con una grinta e intensità di grande impatto, “So gather the angels, / and sing us a prayer / When his sights are upon you, / you can’t hide anywhere / Now accept and rejoice him, / not with pride, not with shame / And you’ll know my intentions, / when the lord calls your name“. The Last Gunfighter Ballad è la cover di un classico country scritto da Marty Robbins. La versione dei Murder Murder è più brillante e scanzonata dell’originale, “Stand in the street at the turn of a joke / Oh, the smell of the black powder smoke / And the stand in the street / at the turn of a joke“. Tanto breve quanto bella, Half Hitch Knot. Irresistibile ballata up tempo, dove le parole escono veloci, scappa anche qualche parolaccia. Cattivi ragazzi, “You’re a polite motherfucker / with your hands tied up / Like a barnyard pig just about to get stuck / The knife’s coming down if you like it or not / You won’t never get out of my half hitch knot“. La successiva Alberta Oil è una classica murder ballad, veloce e senza respiro. Ancora una volta i Murder Murder sono irresistibili in tutto e per tutto, “He was buried with his passport / in a black Alberta ditch / His life was cut far too short / by a cold Alberta bitch / We all knew what had happened / and it gave us all a fright / He was buried with his passport that night“. Bridge County ’41 è una bella ballata blues. Senza dubbio una delle canzone più intense di questo album, storia di un contrabbandiere, fuori legge come questo gruppo, “The law found me in the middle of the night / When I’s lyin’ on my back / in the pale moonlight / Couldn’t tell if I was dead or alive / Until they caught that little hint of blood / in my eye“. Chiude l’album un’altra ballata intitolata Jon & Mary. C’è poco altro che posso aggiungere arrivati alla fine di queste undici canzoni, se non avvisarvi che la tentazione di ricominciare dall’inizio è forte, “I parted with things / that I never though I’d sell. / It’s got to where I barely recognize myself. / The boy I was is gone, / it’s written on my face. / All the time that he spent dying, / her beauty never waned“.

Questo From The Stillhouse ci porta altrove, velocemente come un treno a vapore. I Murder Muder sembrano venire dal passato, ci riempiono le orecchie di buona musica, dal sapore d’altri tempi, sporca e impolverata. Hanno la faccia da duri come gli eroi dei film western ma un animo buono. Una particolarità di questo gruppo è che non hanno un vero proprio frontman ma si alternano al microfono dando ad ogni brano un’impronta personale e diversa. Qui sotto trovere una versione live di Bridge County ’41 ma non posso fare a meno di consigliarvi di ascoltare l’album completo, se volete essere anche voi per un attimo dei fuori legge, sporchi e impolverati.

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Besoin d’aide

È successo di nuovo. Questa volta però si tratta di un ritorno. Negli ultimi anni mi sono lasciato prendere dalla musica in lingua francese, dopo iniziali perplessità, ho trovato un paio di cantautrici che mi hanno catturato con la loro musica. Inizialmente fu Cœur de pirate, seguita poi da Rosie Valland, ad entrare nella mia collezione. Quest’ultima ha pubblicato lo scorso Marzo un EP intitolato Nord-Est. Nel 2015 esordì con l’album Partir Avant riuscendo nella non facile impresa di essere la seconda artista francofona nella mia musica. Scrivo “francofona” perchè, Rosie Vallande così come Cœur de pirate, sono canadesi e sarebbe errato definirle francesi.

Rosie Valland
Rosie Valland

La prima delle sei canzoni di questo EP è la title track Nord-Est che riparte laddove Partir Avant finiva. Voce sempre graffiata, trattenuta e atmosfere notturne, sono i punti di forza di Rosie Valland. Uno stile riconoscibile che riesce efficacemente a trasmettere uno stato d’animo inquieto. Nos Guerres è invece meno cupa e rappresenta una curiosa eccezione nelle canzoni finora proposte della cantautrice canadese. Ritmo e riff di chitarra esplodono in un ritornello appiccicoso anche per chi, come me, non mastica francese. La migliore di questo EP. Da ascoltare. La successiva Concession sembra arrivare dritta dall’album d’esordio. Distorsioni elettroniche e ritmo disteso fanno da sfondo alla cantilenante voce della Valland. Un viaggio a bassa velocità  di oltre sei minuti, una prova di maturità intensa e ispirata. Più rock, L’isle, altro brano oscuro e teso. Rosie Valland è nel suo ambiente con quella voce che appare rotta dell’emozione. Un’interpretazione impeccabile accompagnata da chitarre distorte e uno straordinario assolo. Piccolo intermezzo strumentale con Calmer Le Vent – Part. I, introduzione alla successiva Calmer Le Vent – Part. II dove la Valland accompagnata da un pianoforte, sfodera la versione più dolce della sua voce. C’è sempre quella tristezza, quella malinconia di fondo che è l’essenza della sua musica, tutt’uno con la sua voce. Qui però è brava Rosie a non approfittarne troppo o almeno provarci.

Questo EP è uno di quei casi nei quali c’è da chiedersi se siamo di fronte ad una raccolta di canzoni che segnano un nuovo inizio o la fine di quello precedente. Sarei propenso a credere che queste canzoni siano rimaste fuori per un motivo o per l’altro dall’album Partir Avant e che la ragazza voglia proporre qualcosa di diverso la prossima volta. Ma non ne sono del tutto convito. Questo EP è una riconferma di quanto di buono questa cantautrice sa fare e l’ulteriore conferma che oramai la musica in francese non mi dispiace affatto.

Anima immortale

Sono passati quasi cinque anni da quando scrissi per la prima volta su questo blog riguardo alla band canadese Wintersleep. Sono molto legato a questo gruppo e ricordo ancora quando ascoltai per la prima volta il loro brano più conosciuto Weighty Ghost. Ho dovuto aspettare quattro anni prima di poter ascoltare un nuovo album. Infatti il loro quinto album Hello Hum è del 2012 e dopo qualche ripensamento e il cambio di etichetta discografica ha visto la luce The Great Detachment, sesta fatica del gruppo canadese. Il titolo è già eloquente di per sè ma bastano pochi secondi per cogliere il rinnovamento di questo gruppo ormai attivo da quindici anni.

Wintersleep
Wintersleep

Si comincia con Amerika energico inno rock dove ritroviamo la chitarra di Tim D’eon e Loel Campbell, alla batteria, in gran spolvero. C’è sempre la voce di Paul Murphy, più calda e meno distaccata rispetto alle uscite precedenti. Bentornati, “What am I trying to find? / Are you alive, oh my Amerika? / Perennial with the Earth And freedom, love, and law, and life / Perennial with the Earth / My freedom, I don’t wanna die“. Segue la trascinante Santa Fe, che accelera il ritmo. La voce distorta, le chitarre e la batteria si fondono esplodendo in un ritornello rock accattivante. I Wintersleep virano verso sonorità quasi pop rock ma con la loro esperienza e mestiere, riescono a non rendere banale una canzone, che in mano ad altri, sarebbe potuta esserlo. Lifting Cure è un altro inno indie rock, vibrante e colorato. Murphy se la cava bene anche con il falsetto sequito a ruota dalla chitarra di Tim D’eon. I Wintersleep sembrano avever abbandonato le tonalità scure del passato ma le sorprese devono ancora arrivare. La successiva More Than è forse il brano più debole dell’album ma nel quale si possono ritrovare i Wintersleep del procedente Hello Hum. C’è anche un finale da cantare tutti in coro, “I read your letter, printed it up, / Crumpled up the paragraphs so that / I could fit it in my mouth / The words you said / That you were meant for / That despite everything you said before / I’m still in your head / And I love you more / More than I said then / More than I said / More than I ever felt before“. Il gruppo canadese torna alle origini con la cupa Shadowless. Al centro c’è la voce di Murphy, la musica è essenziale ed eterea. Sempre alla ricerca di una melodia, di un ritmo che finisce per crescere d’intensità nella seconda metà. I cari vecchi Wintersleep fanno centro ancora infilando anche un finale da brividi. Sulla stessa frequenza la bella Metropolis, un viaggio nottuno tra i volti e i pensieri di una grande città. Paul Murphy è ispirato e guida i suoi lungo strade buie, a dare il passo ci pensa i buon Campbell, sempre presente, pronto a lasciare il segno. Tra le migliori dell’album, “A full-grown man, / Man casually dressed / Caught a thought in a plan / In a busy metropolis / Hold tarot cards held to tightly to his chest / As if to protect / As if his life depended on / His way to work / Some other more adventurous“. Spirit è una pulsante canzone originale e viva. Qui si nasconde il titolo dell’album e “il grande distacco” si sente nella rinnovata energia di questo gruppo che non finisce mai di stupire. A darne prova ci pensa Freak Out. Indie rock dal sapore americano, veloce e divertente. Loel Campbell ci da dentro senza sosta e gli altri non faticano a stargli dietro, ormai lo conoscono bene. Attenzione, ritornello appiccicoso. Love Lies è un passo indietro verso i suoni elettronici di quattro anni fa. Un’atmosfera fumosa e sfuggente si forma lentamente intorno noi fino a trovare una via di fuga in una melodia e un ritornello prepearati con cura. L’esplosiva Territory vede la preziosa partecipazione di Geddy Lee, bassisita del gruppo rock canadese Rush. Un mix perfetto tra musica e testo, dove Murphy appare rigenerato e ispirato. Chiude The Great Detachment la sorprendente Who Are YouI Wintersleep scelgono un indie pop dal sapore dolce e spensierato. Sono capaci anche di questo, lo hanno dimostrato in passato e continuano a farlo.

I Wintersleep sono un gruppo in continuo movimento. Cambiano sempre, anche a costo di perdere l’etichetta di band indie rock. Sono un gruppo sottovalutato a mio avviso ma che il recente riscontro che sta avendo il singolo Amerika, dimostra il loro straordinario talento. Un gruppo che sembra avere un’anima immortale, un marchio di fabbrica che non cambia mai. Questi tre amici, Paul Murphy, Tim D’eon e Loel Campell sono il cuore pulsante del gruppo, accompagnati come sempre da Jon Samuel e Mike Bigelow. The Great Detachment è un album che rilancia i Wintersleep sotto una nuova forma ma con l’anima intatta.

Langage universel

A volte succede che le strade che mi conducono verso un nuovo artsita abbiano origine da un’altro artista. Sono arrivato a Rosie Valland partendo da Cœur de pirate. O almeno credo. Devo esserci arrivato leggendo un articolo che consigliava alcuni giovani artisti canadesi da tenere d’occhio per il futuro. Tra questi c’era appunto Rosie Valland, cantautrice ventiduenne di Montréal. Nonostante sia prossima l’uscita del suo album d’esordio Partir Avant, il 18 di questo mese, sono voluto partire dal suo primo EP, pubblicato lo scorso anno, intitolato semplicemente Rosie Valland. Come forse avrete probabilmente già intuito, la ragazza canta in francese. Già mi sorprendevo che mi piacessero le canzoni in francese di Cœur de pirate ma mai avrei pensato di trovare un’altra artista francofona nelle mie corde. Eppure è successo. Questo EP mi ha sorpreso e non vedo l’ora di mettere le mani sull’album d’esordio.

Rosie Valland
Rosie Valland

Si parte con Mon Parfum, intensa ballata oscura. La voce della Valland è graffiante, tormentata ma sincera. La senzazioni si confermano con la successiva Apprendre à Tomber. Ancora la Valland appare tormentata ma la sua voce è più dolce. C’è da rimanerne incantati. Una canzone davvero molto bella, la migliore di questo EP. Mets Des Pierres viaggia sulla stessa lunghezza d’onda della precedente. In questa occasione però, Rosie sfodera una voce melodiosa che caratterizza il ritornello. Il brano che rimane in testa più facilmente, immediato nonostante sfiori i cinque minuti. Chiude questo assaggio della sua musica, Demande-moi Pas. Un’altra bella canzone eterea e dolce. La Rosie Valland graffiante dell’inizio appare più timida ma ancora tormentata. Una lunga poesia in musica, leggera e sfuggente.

Nonostante siano solo quattro canzoni, Rosie Valland, dimostra talento nel mettere in musica le emozioni. Davvero un peccato non aver trovato i testi, il francese proprio faccio fatica a capirlo. Ma la musica è un linguaggio universale e comprendere i testi non è poi così necessario. Se questo è solo una parte di quello che questa giovane artista sa fare, allora non posso fare altro che aspettare l’album d’esordio. Ancora una volta la lingua francese si rivela un valore aggiunto ma il caso ha voluto che le due uniche artiste francofone della mia collezione siano canadesi e non francesi. Questo non so cosa possa significare ma è così.

Mi ritorni in mente, ep. 28

Tempo fa avevo riascoltato, da qualche parte, una canzone della quale non ricordavo nè il titolo, nè l’artista. A tutti sarà capitata una cosa del genere che, nel suo piccolo, non è affatto piacevole. Però poi me ne sono quasi dimenticato ma questa settimana ho voluto provare a cercarla. Oggi esistono applicazioni come Shazam per fare questo genere di cose ma io non ce l’ho e mi sono affidato al caro buon vecchio signor Google. Ma cosa chiedergli? Bhe, innanzi tutto una canzone. Rock, un po’ folk. Poi c’era il ritornello che faceva più o meno così: mmh mmh ecc. Non molto a dire il vero. Ci ho provato. Ho cercato banalmente e stupidamente: “canzone folk rock mmh mmh”. Ero già rassegnato a non trovare nulla quando Google risponde. C’è una canzone che s’intitola “MMM MMM MMM MMM” di un gruppo canadese chiamato Crash Test Dummies. Non può essere, mi dico. Vado su Youtube e l’ascolto. Sì, è proprio lei! In un attimo ho avuto la risposta a una domanda che mi assillava da un po’.

I Crash Test Dummies sono un gruppo canadese famoso soprattutto negli anni ’90 e “MMM MMM MMM MMM” è la loro canzone più conosciuta contenuta nell’album God Shuffled His Feet del 1991. Finalmente l’ho trovata scoprendo anche un gruppo interessante che ha pubblicato il suo ultimo album nel 2010 dopo vari cambi di formazione.

Once there was this kid who
Got into an accident and couldn’t come to school
But when he finally came back
His hair had turned from black into bright white
He said that it was from when
The car had smashed so hard

Mmm Mmm Mmm Mmm
Mmm Mmm Mmm Mmm

Eclissi personale

Lo scorso anno, dopo un tira e molla, presi la decisione di ascoltare il secondo album della cantautrice canadese Tamara Lindeman e del suo progetto che porta avanti sotto il nome di The Weather Station. L’album che ascoltai era All Of It Was Mine del 2011. Rimasi così affascinato dalla voce sommessa e dai testi semplici e poetici della Lindeman che lo scorso autunno non mi sono lasciato scappare What Am I Going To Do With Everything I Know, una via di mezzo tra un EP e un album. In quel momento ho avuto la conferma di quanto fosse speciale The Weather Station e quanto ancora poteva regalarci questa straordinaria artista. La notizia dell’uscita del terzo album intitolato Loyalty era una di quelle da segnarsi sul calendario. Eccolo dunque questo Loyalty che si presenta con in copertina Tamara Lindeman rivolta di spalle che guarda all’orizzonte, quasi a volersi nascondere e a lasciare spazio alla sua musica, la sua voce e i suoi testi.

Tamara Lindeman
Tamara Lindeman

L’album si apre con Way It Is, Way It Could Be. Una canzone capace di riscaldare una fredda giornata d’inverno, la voce della Lindeman scivola via impalpabile tra le morbide melodie di questo brano, “You looked small in your coat, one hand up on the window, / so long now you’d been lost in thought. / No snow on the road – we’d been lucky, / and it looked like we would be well past Orléans / and past Montmagny, the road giving way to river / the frozen Saint Lawrence white and blue“. La titletrack Loyalty è straordinariamente intima e profonda, tutte caratteristiche peculiari della musica dei The Weather Station. Non si può fare a meno di rimanere incantati ad ascoltare, “There’s a loneliness – I don’t lose sight of it. / Like a high distant satellite, / one side in shadow, one in light. / But I didn’t mind to be alone that night, in a city / I’d never seen – all these skyscrapers pooling on a prairie“. Floodplain è più solare, una boccata d’aria fresca. Si sente anche il ritmo di una batteria, come un cuore che batte. Un altro brano molto bello, “Could it really be so effortless, / all in my sight, many hillsides – / green and black and distant, and rivers serpentine, glinting“. Shy Woman è uno dei momenti più alti di questo album. Atmosfere familiari e rassicuranti, abbracciate della voce sempre sotto traccia della Lindeman. Un piccolo gioiellino anche, e soprattutto, per il testo, “Ice on the trees since New Year’s Eve, / coming down in white sheets. / All white power lines, / swaying high and heavy. / You were staring out, your eyes real straight – / like nothing touches you these days“. Con Personal Eclipse si torna a sentire con più forza i The Weather Station del precedente album, più lenti e acustici. Una canzone nostalgica, un diario di un viaggio negli Stati Uniti, “I remember the smoky cups of coffee at the continental divide, / mesas rose up there beside me. I felt like I’d arrived. / I walked on the streets of California in the wail of car alarms. / Men would shout out to me passing, a stranger with crossed arms“. Life’s Work è tra le più belle di questo album. Tamara sembra parlare a tu per tu con l’ascoltatore accompagnata da una melodia sognante nella quale si districa un testo più criptico rispetto ai brani precendenti, “I listened; I always did listen to you. / Singing all the way through – / your life’s work: passion, caution, timing“. Like Sisters è in assoluto la canzone che preferisco tra quelle di questa straordinaria artista. La capacità della Lindeman di scrivere testi chiari e semplici ma estremamente poetici, qui è nella sua migliore espressione. Dalla sua voce traspare un’emozione che non è facile veder emergere con questa forza in questa cantautrice. Un piccolo capolavoro, il cuore di questo album, “When she moved out, sometimes he’d call me; / I never should have answered. / Sometimes you give, you’re giving all you have, / and sometimes you’re the taker..“. I Mined è delicata e evanescente. Una canzone folk nella quale la Lindeman prova a giocare con la voce ma sempre moderatamente, come di consueto, “All through the night and down in your eyes, / I mined and mined and mined. / Given time, what I looked for I would find; / I was right, I was right, I was right“. Tapes è un blues che rappresenta un’eccezione. Poche parole e un canto melodioso si trascinano meravigliosamente per più di quattro minuti, “Years ago, walking alone, / you sang ‘Oh.’ / In your high strange voice, / your feet scuffing along the pavement. / Trying to sing what you meant, / late at night – it was too important“. I Could Only Stand By è l’ennesima bella canzone, dal sapore americano. Ancora una volta Tamara ci incanta e ci rapisce nel suo mondo intimo e familiare di sempre, “I stood beside you, thin as a kite, wincing in the wind’s cool bite. / Telling me you’ll never get nothing right. / Laughing as you said it, in the low sunlight – / so brief in November, and impossibly bright“. Chiude l’album la breve At Full Height e qui mi fermerei con le parole. Non si poteva chiudere meglio questo album e io non vorrei rovinare il finale, “Like air so cold it hurts to breathe it. / And the colour comes to my face. / And I don’t tell my mother, I don’t tell my sister, / something so tender I’d rather not speak it, / even when I know it – that he’s mine“.

Loyalty non è un album da ascoltare più e più volte fino a consumarlo ma è un album da ascoltare quando se ne sente il bisogno. Qualcosa di fragile e prezioso che non vorremmo sciupare. Ogni ascolto è un passo verso l’anima di Tamara Lindeman, sembra di vedere quello che vede lei, quello che sente. I suoi testi non sono frasi fatte o volutamente criptici ma sono semplici, con parole ed espressioni di uso comune. Vuole parlarci a tu per tu ma senza impressionarci o sorprenderci. La sua musica è come un diario, intimo e volte prevedibile ma fatto di piccole gioie e momenti tristi. La sua voce sembra nascondesi meno all’ascolto rispetto al passato ma non prende mai il sopravvento, non focalizza l’attenzione. The Weather Station prova con questo album ad avere più visibilità al di fuori dal Canada e spero la possa avere, perchè meriterebbe di più. Tamara Lindeman si conferma una cantautrice unica nel suo genere dalla delicatezza e sensibilità, nonchè talento, eccezionali.

L’âme sereine

Lo scorso anno rimasi incantato dalla musica e dalla voce della bella cauntautrice canadese Béatrice Martin, conosciuta anche con il nome di Cœur de pirate. Quest’anno ho voluto continuare il viaggio alla scoperta della sua discografia. Nonostante la pubblicazione del suo terzo album di inediti sia ormai imminente, non ho saputo aspettare di sentire nuove canzoni e mi sono precipitato sul suo secondo album, intitolato Blonde del 2011. Cœur de pirate rappresenta un’eccezione nella mia collezione per il semplice fatto che si tratta di un’artista che ha scelto il francese come lingua per le sue canzoni. Cœur de pirate ha dichiarato di preferire il francese perchè è una lingua che le permette di esprimersi al meglio. Non posso che essere d’accordo, almeno nel suo caso. Se infatti anche a voi, come me, nutrite (o nutrivate) qualche perplessità riguardo alla musica in lingua francese, Béatrice Martin potrebbe velocemente farvi cambiare idea. L’album d’esordio mi aveva fatto un’ottima impressione e questo Blonde non è da meno. Anzi.

Cœur de pirate
Cœur de pirate

Si comincia con la corale Lève Les Voiles che fa leva sull’assonaza delle parole nel testo della canzone. Perfetta per iniziare con il piede giusto, “Lève les voiles, ô voilier blanc / Mais lève au vent qui tourne  /Lève les voiles sur d’autres chemins / Rêvant de voir la fin“. Il singolo di punta è Adieu, scoppiettante pop addolcito dalla voce della Martin. Questa canzone mostra la rinnovata vitalità della cantautrice e le nuove sonorità dell’album, in una delle sue tante sfaccettature, “Mais dis-moi adieu demain / Mais dis-moi adieu en chemin / Va voir les autres, je n’en pense rien / Je t’ai aimé, mais je t’assure que c’est la fin“. Danse At Danse è sulla stessa lunghezza d’onda della precedente. Dall’inizio dell’album, curiosamente, appare sempre nei testi la parola “fin” (fine). La fine di un amore, evidentemente, “Mais danse et danse sans que j’aie à t’aimer / Je ne t’aurai plus quand ce sera demain / C’est si dur de grandir, je sais / Même sans moi, tu connais la fin“. La successiva Golden Baby è allegra e spensierata, un piccolo gioiellino. Una canzone che dimostra quanto la Martin sia migliorata nel suo songwriting dai tempi del suo esordio, “Golden Baby, c’en est assez / De courir te faire désirer / Dans ces lumières qui donnent vie à nos nuits“. Se finora si è trattato di pop, Cœur de pirate ci sorprende con Ava. Con questo brano si comincia a fare sul serio e ci apre ad un sorriso. Una delle migliori canzoni dell’album. Da ascoltare, “Oh, l’aime si tu veux, mais son rire laisse une trace / Et, des blessures, tu peux renaître si tu t’arraches / De ses mots, de promesses, de mensonges qui blessent / Mais ne sors pas si tu souffres, mon Ava“. Più vicina alle atmosfere dell’esordio, Loin D’Ici che vede la partecipazione del collega e connazionale Sam Roberts. Una canzone d’amore, niente di più ma sempre molto piacevole da ascoltare e riascoltare, “Et j’ai laissé mon cœur loin d’ici / Valsant dans un coin de ton pays / Sans regrets, je ne sais si l’on doit commencer / Une histoire si l’on doit se quitter“. Dolce e sognante, Les Amours Dévouées, che si aggiunge ai piccoli capolavori di questo album. Tutto è molto francese, notturno e scivola via meravigliosamente sull’inconfondibile voce della Martin. Da ascoltare, anche questa, “Mais j’arrive et que celles qui t’attendent ne t’attendent plus jamais / Ou se fassent un sang d’encre pour ce diamant que j’ai / Si je dois moi-même tendre la carte d’une dévouée“. Ritorna a sentirsi molto bene l’amato pianoforte in Place De La République, chiaramente dedicata a Parigi. Forse la canzone più cantautorale di tutte, più personale. Un’altra bella canzone, “Ce soir, ne m’oublie pas / Je t’attendrai au moins le temps de dire / Que j’ai voulu prendre le plus grand risque / Un soir qui m’a rendue bien triste / Un soir, Place de la République“. Anche in Cap Diamant il pianoforte è il miglior compagno della voce di Cœur de pirate. Una dolce ballata, rilassante e magica, anche un po’ malinconica, “Et tu m’as volé ce qu’il reste de l’été / Des berceuses que tu chantais pour me calmer / Ne me laisse plus ici, ne me laisse plus cette fois / Même si je ne suis rien pour toi“. Si riaccendono le luci e con Verseau, si torna al pop di inizio album. Come si fa a stancarsi di ascoltare Cœur de pirate? “Laisse-les tomber ce soir / Ces envies de voir tes limites / Et tu ne nous fais que du mal quand tu franchis ces lignes / Je suis brûlée par l’usure / Je ne vis que pour tes yeux de gris / Et de mon mal, j’avale mes larmes et mes cris“. Saint-Laurent è una di quelle canzoni che non possono essere cantate in nessun altra lingua se non in francese. Tutto questo ha un nome, chanson, Et si tu dors seul ce soir parmi leurs pleurs d’aurore / Et si tu me laisses dans tes bras, je t’attends, boulevard Saint-Laurent“. Chiude la splendida La Petite Mort, dalle sonorità scure e malinconiche. Un melodia che ci culla nel migliore dei modi verso la fine di questo bell’album, “Si l’on me perd, sache que je serai la tienne / Et au creux de ses bras, la mort nous bercera / Car si l’on me perd, c’est seulement pour rester la tienne / Et au creux de ses bras, la mort nous bercera“. Nella versione dell’album che ho, c’e anche una tredicesima canzone intitolata Hôtel Amour che non fa altro che arricchirlo ulteriormente.

Ora posso dire che Blonde è, a mio parere, migliore dell’esordio. Tutto quello che c’era di buono, è stato amplificato, frutto anche dell’acquisita maturità dell’artista, più consapevole dei propri mezzi. Blonde è un album che si lascia ascoltare più e più volte nonostatante la sua natura semplice e pop. Béatrice Martin incanta con la sua voce e le sue melodie, confermando tutto il suo talento. Questo album è un album di canzoni d’amore, è vero, ma non è banale e scontato. Béatrice Martin vuole coniugare la tradizione francese con un pop fresco e giovane, riuscendoci. Perchè Cœur de pirate ha venticinque anni e se va avanti di questo passo potrebbe crescere tanto da uscire dai confini che la lingua che ha scelto per le sue canzoni le impone. Non siate scettici, come lo sono stato io, nei confronti della canzone francese. Concedete un ascolto a questa cantautrice che saprà incantarvi.