Spalle al muro

Dopo l’ottimo album From The Stillhouse (Fuori legge), che ho consumato a forza di ascoltarlo, la band canadese Murder Murder è tornata quest’anno con il suo seguito intitolato Wicked Lines & Veins. Questi sei ragazzi dell’Ontario sono pronti a raccontarci storie dove nessuno ha scampo e farci calare in un mondo elettrizzante. Nonostante avessi piena fiducia in questa band, ritenevo difficile bissare le atmosfere così lucide ed evocative di From The Stillhouse senza ripetersi. Invece i Murder Murder hanno saputo fare anche di meglio. Ora non resta che ascoltare il nuovo album e ancora una volta sperare di uscirne vivi.

Murder Murder
Murder Murder

Si comincia con Sharecropper’s Son, storia di un giovane che perde il suo lavoro come mezzadro. Un rabbioso bluegrass dove nel finale, per disperazione, il ragazzo sembra far fare una brutta fine al suo padrone, “A quarter pasture on a rich man’s farm / Turn the rich man’s soil / Six feet deep and six feet long / Turn the rich man’s soil / I turned a rich man’s soil“. La successiva Pale Rider Blues è una cavalcata veloce e senza sosta. Un ritmo sincopato fa da sfondo ad un scarica di parole, veloci come proiettili. I Murder Murder dimostrano di essere in splendida forma, “Mean mister called the marshal and he come for blood / That dirty old marshal, he come for blood / So they dam up creeks, and dry up the floods / ‘Til the hacks and the buggies wade in the mud“. Non possono mancare ballate come The Last Daughter. Una torbida storia di famiglia, che si srotola veloce fino al triste epilogo. I Muder Murder danno alla canzone la giusta tensione, senza fronzoli, “Old Mr. Baer and his mean old mare / And five of his pretty little daughters / Went down to the river while the sun burned high / To fill five barrels full of water“. Un’altra ballata, questa volta disperata e graffiante, è Reesor County Fugitive.  Cinque minuti intensi e un’interpretazione eccezionale dove il racconto prende il sopravvento sulla musica. Da ascoltare, “And if today the good lord’s burning hand / Should take me to the promised land / At least I know I’m going home / Either way I’m going home tonight“. La title track Wiked Lines & Veins è un accattivante blues, un viaggio in un mondo inospitale e spietato. Una delle canzoni più oscure e affascinanti di questo album, “Wicked lines and veins / Mark the north side of the plains / They’ve got nothing left to claim / Not even God, his eternal right“. Un amore al limite raccontato in Goodnight, Irene. Un vero e proprio outlaw country che viaggia sulle ali del banjo e del violino. Nel finale un omaggio al classico omonimo di Lead Belly, “Irene was hard, she packed a knife, / and she swore like a trucker / She ran the scams on all the boys in from the bay / She wore her hair in Monroe curls and boys she was a beauty / I could not look away“. Il singolo I’ve Always Been a Gambler racchiude dentro di sé tutte le caratteristiche di questa band. Un bel country accattivante, carico di immagini. Uno dei pezzi forti dell’album, “I’ve always been a gambler, I always play to win / And I’ll be sure to cut your throat if I see you again / Won’t you lay your money down, / now won’t you make peace with your sins / Cause I can tell that you’ve been ‘round too long“. The Death Of Waylon Green è l’ultimo canto di un condannato a morte. Voce graffiante e melodie rock scorrono come sangue in questa murder ballad, inquieta e vendicativa, “If I could bring that Waylon Green / back to life again / I’d do so just to kill him twice / And then I’d lay my head“. A tutta velocità con Cold Bartender’s Wife. Una spirale di follia e gelosia, nella quale le parole colpiscono veloci come una scarica di pugni. Senza pietà, “She held him up on a cool clear night / And she robbed him of his life / You may pass through town but don’t mess around / With the cold bartender’s wife“. Una donna si fa giustizia da sola in Shaking Off The Dust. I Murder Murder fanno un’altra vittima, raccontando la sua storia con spietata lucidità, “Cars rolling by / Young couples in love / The winds come blowing and they’re kicking up the dust / He wore a tattoo that read “hard as stone” / One day she woke up and found some fire of her own“. Si chiude con una bella ballata country intitolata Abilene. Una triste storia nonché una delle più belle ballate mai scritte da questo gruppo, “Once I had a darling wife / Her name was Abilene / She had hair like ravens’ feathers / And eyes of olive green / If she ever looked at me with sadness / Her sadness I would end / And if she’d cried for nothing / I’d fire into the wind“.

I Murder Murder ti inseguono e ti mettono con le spalle al muro. Con Wicked Lines & Veins si fanno strada a colpi di bajo e violino, colpendo ripetutamente, senza sosta. Che siano veloci cavalcate o lente ballate, i Murder Murder sanno come tenere banco, incantando l’ascoltatore con le loro storie dal finale tutt’altro che lieto. Wicked Lines & Veins è un grande ritorno che prosegue nel solco scavato dal precedente From The Stillhouse ma che è in grado di trascinare, con maggiore convinzione, chi ascolta in uno scenario tormentato e inquieto. Se avete quaranta minuti da concedere ai Murder Murder fatelo. Non ve ne pentirete. E visti i tipi, non lo prenderei solo come un consiglio.

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I texani non sanno ballare

Dopo l’ottimo Heartbreaker Of The Year (Il diavolo ha preso in prestito i miei stivali) la cantautrice canadese Whitney Rose è tornata quest’anno con il nuovo album Rule 62. La regola 62, nel gergo degli Alcolisti Anonimi, è “non prendersi troppo sul serio” e ascoltando lo stile musicale e l’approccio di Whitney Rose, questa definizione, è senza dubbio calzante. In questi tempi confusi, la sua musica dal fascino retrò, funziona meglio di qualsiasi sperimentazione lasciando dietro di sé un gusto del tutto particolare. Con Rule 62 si tenta il salto di qualità con un occhio al passato è uno sul presente.

Whitney Rose
Whitney Rose

Si comincia subito con I Don’t Want Half (I Just Want Out) che racconta l’addio di una donna al suo amante. C’è una donna di troppo e piuttosto che un amore a metà è meglio nessuno. Molto bello l’assolo di chitarra nel finale, “Here’s a goodbye kiss / Now, you’ll never touch these lips / And please tell your girlfriend / She can have all my clothes / I wanna make myself real clear, I won’t be roundabout / I don’t want half, I just want out“. Con Arizona si precipita in un godibile country rock, orecchiabile e spensierato. La voce della Rose è morbida e si muove sinuosa tra il ritmo della batteria e le chitarre, “Guess I should’ve known by the way you treat your mama / Guess I should’ve reckoned warning signs / Guess that I was blinded, guess that I was fool / Saw you and I had to make you mine“. Non può mancare una ballata come Better To My Baby. Lo struggente tentativo di ricominciare con un amore finito, raccontato su una musica senza tempo, “What I wouldn’t do to make us happy again / What I wouldn’t give to have him back here in my bed / You hold the world when you hold his hand / So don’t you break that heart of gold / Just be thankful every day that he’s your man“. You Never Cross My Mind è un’altra ballata ma più malinconica. Il testo è un gioiellino dove si arriva a negare l’evidenza pur di dimostrare che lei non pensa più lui, confermando, di fatto, il contrario, “No one ever needs romance / Texans don’t know how to dance / Truckers, they don’t know the road / Grown-ups never cry / You never cross my mind“. Una storia pericolosa quella in You Don’t Scare Me, una delle più belle canzoni di questo album. La voce innocente della Rose è nella sua espressione migliore, “I know you’ve broken up some hearts / Went and tossed ‘em to the sea / Well, someone beat you to the punch / You don’t scare me / There’s no damage you can do / Ain’t already done / Just look into my eyes, you’ll see / You don’t scare me“. Il singolo Can’t Stop Shakin’ è racchiuso nel titolo. Impossibile resistere al ritmo della musica e al carisma della Rose. Un brano vicino al sound del precedente album ma arricchito dai dettagli e dall’esperienza, “Come on, baby, hold me close / Don’t make me shake all alone / I can’t stop shakin’ / I can’t stop shakin’“. Tied To The Wheel è un altra ballata country malinconica al punto giusto. La dura vita da camionista, una vita in viaggio, sempre al volante. Un tema insolito per una donna ma Whitney Rose è convincente, “Yeah, I guess it’s my good luck / To make my living driving a truck / But it’s times like this that make me feel / That I’m tied to the wheel“. Ancora un camionista protagonista di Trucker’s Funeral. Questa volta è però il giorno del suo funerale nel quale la figlia scopre che suo padre ha due mogli, ciascuna in uno stato diverso. Il country racconta storie e questa è una bella storia, “At that trucker’s funeral / Two women buried wedding rings / If you’re at a trucker’s funeral / Be prepared for anything“. Wake Me In Wyoming è un altro bel brano in perfetto stile Whitney Rose. Il tema del viaggio e della lontananza funzionano sempre soprattutto cantati con voce morbida e malinconica, “Let me sleep / Just wake me in Wyoming / I don’t wanna feel how far away I’m going / Let me sleep / ‘Til we cross that state line / So I can’t change my mind and just go back home“. Un amore un po’ problematico quello di You’re A Mess. Un bel brano country dalle atmosfere romantiche con una Rose in totale controllo, “Sometimes I wanna punch you / I wanna slap your face / Make you feel all the marks and the scars you have placed“. Si chiude con un rock’n’roll vecchio stile intitolato Time To Cry. Whitney Rose è perfettamente calata nella parte, sfoderando tutta la sua voce, “And now you got the nerve to say you need me / To say you can’t believe I said goodbye / You watched me shed a thousand tears and then some / But now it’s your time to cry“.

Whitney Rose con Rule 62 si conferma una delle esponenti più talentuose di un certo revival country. Rispetto al suo predecessore, qui troviamo una maggiore ricchezza dal punto di vista musicale ma che non rappresenta certo nulla di innovativo. Ciò che è nuovo è piuttosto l’approccio più moderno nei testi e nel canto. Whitney Rose sa essere dolce e malinconica ma anche maliziosa e spensierata. Rule 62 è un album da ascoltare per intero in grado di trasportarci in un mondo dove il tempo sembra essersi fermato, ricco di sfumature e storie. L’invito è quello di non fermarvi alla sola canzone che potete ascoltare qui sotto e gustarvi uno degli album più piacevoli di quest’anno.

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Fuori legge

Definiscono la loro musica come bloodgrass, una musica dalla quale nessuno esce vivo. Interessante, mi sono detto, quando per la prima volta ho letto di questo gruppo. I Murder Murder sono sei ragazzi canadesi che si presentano con ballate che spaziano dal country al bluegrass, riuscendo subito ad accendere la curiosità con il loro gusto retrò e tradizionale ma fuori legge e un po’ cattive. In men che non si dica ci ritroviamo immersi nelle foreste dell’Ontario, tra risse da bar, storie sfortunate, di gelosia e tradimenti. Il tutto raccolto nel loro secondo album, pubblicato nel 2015 e intitolato From The Stillhouse.

Murder Murder
Murder Murder

Si parte con l’incalzante Sweet Revenge, una stroria di vendetta a bordo di un treno nero che viaggia senza sosta. Un brano che evoca immagini nitide dei paesaggi western di frontiera, “I dream I am flying out through the pines / Through to the Devil’s mouth / There’s some folks down there, they gotta pay for their sins / Eye for an eye, blood for blood / Sweet revenge“. Where The Water Runs Black è una straordinaria ballata guidata da un violino e accompaganta da un’immancabilie banjo. Una voce tagliente e carismatica ci racconta una stroria di tradimento. Una delle migliori canzoni dell’album che trova la sua perfezione nella sua tradizionalità e melodie famigliari, “And if you wanted I could take you / I walked that road ‘til the water runs black / I loved that woman but she left me lonely / She broke my heart, lord, she never turned back“. Si nasconde una storia di violenza sotto il titolo di Evil Wind. Facile lasciarsi ingannare dalle melodie gioiose ma è solo un’apparenza. I Murder Murder sono divertenti e spietati, “Well now I can’t remember / what was going through my head / My blood turned to fire / And my face turned red / And I flew into that room / Like a moth to a torch / An evil wind, an evil wind is gonna blow“. Duck Cove è una triste ballata che mette in luce tutto il talento di questa band, in grado di raccontare storie e mettendole in musica. Tutto suona tradizionale tuttavia allo stesso tempo c’è qualcosa di nuovo nel loro modo di porsi, “I never felt so low, / I looked through the port hole / And I saw the drop boat / headed for Duck Cove / The thought of my lover / out with another / Somebody else than the / one who has loved him“. Una storia di riscatto nella bella Movin On, una delle canzoni più positive dell’album. I Murder Murder spingono sempre sul pedale dell’acceleratore, sono un treno in corsa tra le foreste dell’Ontario, “I got friends in Brown and Hardy / And a brother down in Carling / I got family up north in Sudbury / Everybody knows / that I can’t set foot back in Mowat / There’s folks there’d like / to get their hands on me“. When The Lord Calls Your Name è una ballata lenta e strappalacrime. I Murder Murder propongono una canzone dal sapore vintage con una grinta e intensità di grande impatto, “So gather the angels, / and sing us a prayer / When his sights are upon you, / you can’t hide anywhere / Now accept and rejoice him, / not with pride, not with shame / And you’ll know my intentions, / when the lord calls your name“. The Last Gunfighter Ballad è la cover di un classico country scritto da Marty Robbins. La versione dei Murder Murder è più brillante e scanzonata dell’originale, “Stand in the street at the turn of a joke / Oh, the smell of the black powder smoke / And the stand in the street / at the turn of a joke“. Tanto breve quanto bella, Half Hitch Knot. Irresistibile ballata up tempo, dove le parole escono veloci, scappa anche qualche parolaccia. Cattivi ragazzi, “You’re a polite motherfucker / with your hands tied up / Like a barnyard pig just about to get stuck / The knife’s coming down if you like it or not / You won’t never get out of my half hitch knot“. La successiva Alberta Oil è una classica murder ballad, veloce e senza respiro. Ancora una volta i Murder Murder sono irresistibili in tutto e per tutto, “He was buried with his passport / in a black Alberta ditch / His life was cut far too short / by a cold Alberta bitch / We all knew what had happened / and it gave us all a fright / He was buried with his passport that night“. Bridge County ’41 è una bella ballata blues. Senza dubbio una delle canzone più intense di questo album, storia di un contrabbandiere, fuori legge come questo gruppo, “The law found me in the middle of the night / When I’s lyin’ on my back / in the pale moonlight / Couldn’t tell if I was dead or alive / Until they caught that little hint of blood / in my eye“. Chiude l’album un’altra ballata intitolata Jon & Mary. C’è poco altro che posso aggiungere arrivati alla fine di queste undici canzoni, se non avvisarvi che la tentazione di ricominciare dall’inizio è forte, “I parted with things / that I never though I’d sell. / It’s got to where I barely recognize myself. / The boy I was is gone, / it’s written on my face. / All the time that he spent dying, / her beauty never waned“.

Questo From The Stillhouse ci porta altrove, velocemente come un treno a vapore. I Murder Muder sembrano venire dal passato, ci riempiono le orecchie di buona musica, dal sapore d’altri tempi, sporca e impolverata. Hanno la faccia da duri come gli eroi dei film western ma un animo buono. Una particolarità di questo gruppo è che non hanno un vero proprio frontman ma si alternano al microfono dando ad ogni brano un’impronta personale e diversa. Qui sotto trovere una versione live di Bridge County ’41 ma non posso fare a meno di consigliarvi di ascoltare l’album completo, se volete essere anche voi per un attimo dei fuori legge, sporchi e impolverati.

Besoin d’aide

È successo di nuovo. Questa volta però si tratta di un ritorno. Negli ultimi anni mi sono lasciato prendere dalla musica in lingua francese, dopo iniziali perplessità, ho trovato un paio di cantautrici che mi hanno catturato con la loro musica. Inizialmente fu Cœur de pirate, seguita poi da Rosie Valland, ad entrare nella mia collezione. Quest’ultima ha pubblicato lo scorso Marzo un EP intitolato Nord-Est. Nel 2015 esordì con l’album Partir Avant riuscendo nella non facile impresa di essere la seconda artista francofona nella mia musica. Scrivo “francofona” perchè, Rosie Vallande così come Cœur de pirate, sono canadesi e sarebbe errato definirle francesi.

Rosie Valland
Rosie Valland

La prima delle sei canzoni di questo EP è la title track Nord-Est che riparte laddove Partir Avant finiva. Voce sempre graffiata, trattenuta e atmosfere notturne, sono i punti di forza di Rosie Valland. Uno stile riconoscibile che riesce efficacemente a trasmettere uno stato d’animo inquieto. Nos Guerres è invece meno cupa e rappresenta una curiosa eccezione nelle canzoni finora proposte della cantautrice canadese. Ritmo e riff di chitarra esplodono in un ritornello appiccicoso anche per chi, come me, non mastica francese. La migliore di questo EP. Da ascoltare. La successiva Concession sembra arrivare dritta dall’album d’esordio. Distorsioni elettroniche e ritmo disteso fanno da sfondo alla cantilenante voce della Valland. Un viaggio a bassa velocità  di oltre sei minuti, una prova di maturità intensa e ispirata. Più rock, L’isle, altro brano oscuro e teso. Rosie Valland è nel suo ambiente con quella voce che appare rotta dell’emozione. Un’interpretazione impeccabile accompagnata da chitarre distorte e uno straordinario assolo. Piccolo intermezzo strumentale con Calmer Le Vent – Part. I, introduzione alla successiva Calmer Le Vent – Part. II dove la Valland accompagnata da un pianoforte, sfodera la versione più dolce della sua voce. C’è sempre quella tristezza, quella malinconia di fondo che è l’essenza della sua musica, tutt’uno con la sua voce. Qui però è brava Rosie a non approfittarne troppo o almeno provarci.

Questo EP è uno di quei casi nei quali c’è da chiedersi se siamo di fronte ad una raccolta di canzoni che segnano un nuovo inizio o la fine di quello precedente. Sarei propenso a credere che queste canzoni siano rimaste fuori per un motivo o per l’altro dall’album Partir Avant e che la ragazza voglia proporre qualcosa di diverso la prossima volta. Ma non ne sono del tutto convito. Questo EP è una riconferma di quanto di buono questa cantautrice sa fare e l’ulteriore conferma che oramai la musica in francese non mi dispiace affatto.

Anima immortale

Sono passati quasi cinque anni da quando scrissi per la prima volta su questo blog riguardo alla band canadese Wintersleep. Sono molto legato a questo gruppo e ricordo ancora quando ascoltai per la prima volta il loro brano più conosciuto Weighty Ghost. Ho dovuto aspettare quattro anni prima di poter ascoltare un nuovo album. Infatti il loro quinto album Hello Hum è del 2012 e dopo qualche ripensamento e il cambio di etichetta discografica ha visto la luce The Great Detachment, sesta fatica del gruppo canadese. Il titolo è già eloquente di per sè ma bastano pochi secondi per cogliere il rinnovamento di questo gruppo ormai attivo da quindici anni.

Wintersleep
Wintersleep

Si comincia con Amerika energico inno rock dove ritroviamo la chitarra di Tim D’eon e Loel Campbell, alla batteria, in gran spolvero. C’è sempre la voce di Paul Murphy, più calda e meno distaccata rispetto alle uscite precedenti. Bentornati, “What am I trying to find? / Are you alive, oh my Amerika? / Perennial with the Earth And freedom, love, and law, and life / Perennial with the Earth / My freedom, I don’t wanna die“. Segue la trascinante Santa Fe, che accelera il ritmo. La voce distorta, le chitarre e la batteria si fondono esplodendo in un ritornello rock accattivante. I Wintersleep virano verso sonorità quasi pop rock ma con la loro esperienza e mestiere, riescono a non rendere banale una canzone, che in mano ad altri, sarebbe potuta esserlo. Lifting Cure è un altro inno indie rock, vibrante e colorato. Murphy se la cava bene anche con il falsetto sequito a ruota dalla chitarra di Tim D’eon. I Wintersleep sembrano avever abbandonato le tonalità scure del passato ma le sorprese devono ancora arrivare. La successiva More Than è forse il brano più debole dell’album ma nel quale si possono ritrovare i Wintersleep del procedente Hello Hum. C’è anche un finale da cantare tutti in coro, “I read your letter, printed it up, / Crumpled up the paragraphs so that / I could fit it in my mouth / The words you said / That you were meant for / That despite everything you said before / I’m still in your head / And I love you more / More than I said then / More than I said / More than I ever felt before“. Il gruppo canadese torna alle origini con la cupa Shadowless. Al centro c’è la voce di Murphy, la musica è essenziale ed eterea. Sempre alla ricerca di una melodia, di un ritmo che finisce per crescere d’intensità nella seconda metà. I cari vecchi Wintersleep fanno centro ancora infilando anche un finale da brividi. Sulla stessa frequenza la bella Metropolis, un viaggio nottuno tra i volti e i pensieri di una grande città. Paul Murphy è ispirato e guida i suoi lungo strade buie, a dare il passo ci pensa i buon Campbell, sempre presente, pronto a lasciare il segno. Tra le migliori dell’album, “A full-grown man, / Man casually dressed / Caught a thought in a plan / In a busy metropolis / Hold tarot cards held to tightly to his chest / As if to protect / As if his life depended on / His way to work / Some other more adventurous“. Spirit è una pulsante canzone originale e viva. Qui si nasconde il titolo dell’album e “il grande distacco” si sente nella rinnovata energia di questo gruppo che non finisce mai di stupire. A darne prova ci pensa Freak Out. Indie rock dal sapore americano, veloce e divertente. Loel Campbell ci da dentro senza sosta e gli altri non faticano a stargli dietro, ormai lo conoscono bene. Attenzione, ritornello appiccicoso. Love Lies è un passo indietro verso i suoni elettronici di quattro anni fa. Un’atmosfera fumosa e sfuggente si forma lentamente intorno noi fino a trovare una via di fuga in una melodia e un ritornello prepearati con cura. L’esplosiva Territory vede la preziosa partecipazione di Geddy Lee, bassisita del gruppo rock canadese Rush. Un mix perfetto tra musica e testo, dove Murphy appare rigenerato e ispirato. Chiude The Great Detachment la sorprendente Who Are YouI Wintersleep scelgono un indie pop dal sapore dolce e spensierato. Sono capaci anche di questo, lo hanno dimostrato in passato e continuano a farlo.

I Wintersleep sono un gruppo in continuo movimento. Cambiano sempre, anche a costo di perdere l’etichetta di band indie rock. Sono un gruppo sottovalutato a mio avviso ma che il recente riscontro che sta avendo il singolo Amerika, dimostra il loro straordinario talento. Un gruppo che sembra avere un’anima immortale, un marchio di fabbrica che non cambia mai. Questi tre amici, Paul Murphy, Tim D’eon e Loel Campell sono il cuore pulsante del gruppo, accompagnati come sempre da Jon Samuel e Mike Bigelow. The Great Detachment è un album che rilancia i Wintersleep sotto una nuova forma ma con l’anima intatta.

Langage universel

A volte succede che le strade che mi conducono verso un nuovo artsita abbiano origine da un’altro artista. Sono arrivato a Rosie Valland partendo da Cœur de pirate. O almeno credo. Devo esserci arrivato leggendo un articolo che consigliava alcuni giovani artisti canadesi da tenere d’occhio per il futuro. Tra questi c’era appunto Rosie Valland, cantautrice ventiduenne di Montréal. Nonostante sia prossima l’uscita del suo album d’esordio Partir Avant, il 18 di questo mese, sono voluto partire dal suo primo EP, pubblicato lo scorso anno, intitolato semplicemente Rosie Valland. Come forse avrete probabilmente già intuito, la ragazza canta in francese. Già mi sorprendevo che mi piacessero le canzoni in francese di Cœur de pirate ma mai avrei pensato di trovare un’altra artista francofona nelle mie corde. Eppure è successo. Questo EP mi ha sorpreso e non vedo l’ora di mettere le mani sull’album d’esordio.

Rosie Valland
Rosie Valland

Si parte con Mon Parfum, intensa ballata oscura. La voce della Valland è graffiante, tormentata ma sincera. La senzazioni si confermano con la successiva Apprendre à Tomber. Ancora la Valland appare tormentata ma la sua voce è più dolce. C’è da rimanerne incantati. Una canzone davvero molto bella, la migliore di questo EP. Mets Des Pierres viaggia sulla stessa lunghezza d’onda della precedente. In questa occasione però, Rosie sfodera una voce melodiosa che caratterizza il ritornello. Il brano che rimane in testa più facilmente, immediato nonostante sfiori i cinque minuti. Chiude questo assaggio della sua musica, Demande-moi Pas. Un’altra bella canzone eterea e dolce. La Rosie Valland graffiante dell’inizio appare più timida ma ancora tormentata. Una lunga poesia in musica, leggera e sfuggente.

Nonostante siano solo quattro canzoni, Rosie Valland, dimostra talento nel mettere in musica le emozioni. Davvero un peccato non aver trovato i testi, il francese proprio faccio fatica a capirlo. Ma la musica è un linguaggio universale e comprendere i testi non è poi così necessario. Se questo è solo una parte di quello che questa giovane artista sa fare, allora non posso fare altro che aspettare l’album d’esordio. Ancora una volta la lingua francese si rivela un valore aggiunto ma il caso ha voluto che le due uniche artiste francofone della mia collezione siano canadesi e non francesi. Questo non so cosa possa significare ma è così.

Mi ritorni in mente, ep. 28

Tempo fa avevo riascoltato, da qualche parte, una canzone della quale non ricordavo nè il titolo, nè l’artista. A tutti sarà capitata una cosa del genere che, nel suo piccolo, non è affatto piacevole. Però poi me ne sono quasi dimenticato ma questa settimana ho voluto provare a cercarla. Oggi esistono applicazioni come Shazam per fare questo genere di cose ma io non ce l’ho e mi sono affidato al caro buon vecchio signor Google. Ma cosa chiedergli? Bhe, innanzi tutto una canzone. Rock, un po’ folk. Poi c’era il ritornello che faceva più o meno così: mmh mmh ecc. Non molto a dire il vero. Ci ho provato. Ho cercato banalmente e stupidamente: “canzone folk rock mmh mmh”. Ero già rassegnato a non trovare nulla quando Google risponde. C’è una canzone che s’intitola “MMM MMM MMM MMM” di un gruppo canadese chiamato Crash Test Dummies. Non può essere, mi dico. Vado su Youtube e l’ascolto. Sì, è proprio lei! In un attimo ho avuto la risposta a una domanda che mi assillava da un po’.

I Crash Test Dummies sono un gruppo canadese famoso soprattutto negli anni ’90 e “MMM MMM MMM MMM” è la loro canzone più conosciuta contenuta nell’album God Shuffled His Feet del 1991. Finalmente l’ho trovata scoprendo anche un gruppo interessante che ha pubblicato il suo ultimo album nel 2010 dopo vari cambi di formazione.

Once there was this kid who
Got into an accident and couldn’t come to school
But when he finally came back
His hair had turned from black into bright white
He said that it was from when
The car had smashed so hard

Mmm Mmm Mmm Mmm
Mmm Mmm Mmm Mmm