La giostra della vita

Prima che finisca l’anno e diventi il momento di fare classifiche, è giusto dare spazio a nuovi album usciti sul finire di questo 2018. Come, ad esempio, Carousel della cantautrice texana Carson McHone. Il suo secondo album, uscito lo scorso ottobre, segue l’esordio del 2015 intitolato Goodluck Man ma che già conteneva in parte alcuni brani del nuovo album. Il suo è un country dalle sonorità classiche che va alla ricerca delle parole giuste piuttosto che di un ritornello orecchiabile. Non c’è bisogno di aggiungere che Carousel ha avuto subito la mia attenzione, considerando inoltre che si tratta a tutti gli effetti di un nuovo esordio, più curato e ricco nella produzione.

Carson McHone
Carson McHone

Sad apre l’album ed è subito chiaro il mood dell’album. Una ballata country che vuole scacciare una tristezza interiore che ormai è parte di sé stessi. La stessa tristezza che ha ispirato tante canzoni, “One night I had myself a dream / Me and Sad played hide-and-seek / And she could not find me ‘cause I would not cry / But it make me mean and I woke up tired“. La successiva Drugs affronta un malessere più profondo, il bisogno di medicinali per dormire o semplicemente della presenza di qualcuno. La voce della McHone è giovane ma sporcata da una nota ruvida e matura. Un’altra ballata country di grande effetto, “Your lullabies / They’re not enough / I can’t sleep hungry / I need drugs / I need drugs, I need drugs / I need drugs, I need drugs / I need your drugs“. Lucky racconta del dolore di una donna tradita dal suo amante. Carson McHone dimostra un talento eccezionale nella scrittura, riuscendo a trovare sempre le parole adatte, “Ain’t you lucky? Oh, ain’t you lucky / Lucky that I love being lonely? / Ain’t it swell? Oh, ain’t it swell / Swell that I don’t ever cry? / Ain’t it sweet that I buy / All your cruel, cruel lies? / Ain’t you lucky? Oh, ain’t you lucky, babe / Lucky that I love being lonely?“. Un blues vecchio stile con Good Time Daddy Blues. La cantautrice texana mostra il suo lato più da “cattiva ragazza” e accende uno dei brani più immediati dell’album, trascinato dalle chitarre e da un ritmo veloce, “So I’mma give that man a little piece of my mind / Tell him he best be stickin’ ‘round or else he’s wasting my time / Well I’m gon’ give that man, now, a little piece of my mind / Tell him he best be stickin’ ‘round or else he’s just been wasting time“. Dram Shop Gal è una triste ballata che vuole rimarcare il suo status di bad girl. Un rifiuto di essere considerata una brava ragazza, reso malinconico e agrodolce dalla musica e dalla voce della McHone, “I don’t trust no man that slick back his hair / Though he may be a millionaire / He got sticky hands and too much time / Leave me to wonder how he made that dime“. Una breve traccia musicale o quasi, Intro – Gentle, apre la strada alla successiva Gentle. La classica delle ballate country di un cuore spezzato ma con un’intensità particolare. Una delle canzone più belle di questo album. Da ascoltare, “My broken heart won’t play gentle with my mind / So every night I find myself thinking of you / But I’m only playing games / I bet my heart against my brain / And every time I lose“. La successiva Maybe They’re Just Really Good Friends è una bella canzone dalle sfumature honky-tonk che scacciano via un po’ di tristezza. Carson McHone si dimostra a suo agio con qualsiasi ritmo e velocità, “Well maybe they’re just really good friends / But if not I guess I’ll just pretend / That she means no more than me to him / After all, they’re only friends“. Così come nella lenta How ‘Bout It che ritorna sul tema della tristezza. Un’inevitabile parte si sé. Un pianoforte e la voce della McHone la rendono una delle canzoni più intime e sincere di questo album, “So how ‘bout this, I’ve got the blues / Got this feeling in my bones I can’t refuse / There’s lots of wanting in this world that someone’s gotta do / Tonight I guess I like the looks of you“. Goodluck Man è una ballata che esprime tutta le delicatezza e la sensibilità del songwriting di questa cantautrice. Davvero una bella canzone, nient’altro da aggiungere, “Simple is as simple does and beauty is deceiving / Sweeter is the melody you’re humming as you’re leaving / One more time I will choose to believe him“. L’album si chiude con la poetica Spider Song. Un testo ricco di immagini, nel quale emerge il lato più folk della sua musica. La voce si fa anche più morbida per l’occasione, “Well, pride does march / All chromed and starched / Against a brandished heart / But Jack, he will / ‘Til death defend his / Quiver full of darts“.

Carousel è un album che si compone di due livelli differenti. Uno più marcatamente country e sbarazzino che emerge al primo ascolto, l’altro più drammatico e sincero, più lento a venire fuori. Le due parti sono tenute insieme da quella malinconia, quella tristezza, che è alla base del disco. Carson McHone non può evitare di essere triste ma non per questo si arrende alla vita. La sua musica si accende e accelera per poi spegnersi e rallentare quando è il momento. Carousel vuole dimostrare che, appunto, la vita è una giostra e tutti siamo in sella a quei cavallini, tutti agghindati quanto tristi, che vanno su e giù, sempre in tondo.

Sito Ufficiale / Facebook / Twitter / Instagram / YouTube

Annunci

Qualcosa in più

Proprio sul finire dello scorso anno mi sono imbattuto nell’album Strata della cantautrice scozzese Siobhan Miller (Una buona occasione), rimanendo affascinato dalla sua voce. Quell’album raccoglieva un mix di canzoni tradizionali, cover e brani originali scritti dalla stessa Miller. Esattamente un mese fa è uscito il suo seguito intitolato Mercury, composto esclusivamente da canzoni originali. Siobhan Miller prova a introdurre sonorità contemporanee negli schemi del folk tradizionale affidandosi alla sua voce morbida ed educata. Non è sempre facile lasciare il terreno sicuro della tradizione e, farlo significa voler, prima di tutto, mettersi in gioco. Mercury è dunque qualcosa in più del suo terzo album, è un nuovo inizio e una conferma di una delle voci più apprezzate del panorama folk.

Siobhan Miller
Siobhan Miller

L’album si apre con la  title track Mercury. Subito si ritrovano tutte le caratteristiche della musica della Miller. Un accompagnamento ricco che si distacca dalla tradizione, così come era già successo in passato, e sostiene le sue indiscutibili capacità vocali. Sorrow When The Day Is Done esplora sonorità jazz per uno dei brani più accattivanti dell’album. Siobhan Miller illumina il brano con un’interpretazione brillante e pulita. Un esempio perfetto di come questo album sia influenzato da più stili musicali diversi. Strandline è una ballata al pianoforte, gentile e triste. Un pizzico di pop cantautorale si aggiunge con il suono delle chitarre, lasciando alla voce il compito di unire le sue varie sonorità. The Western Edge si rifà alla stile più vicino a quello abituale della Miller. Una vibrante sensazione di positività percorre la canzone, spiccando sulle altre. Tra le mie preferite c’è la bella ballata Slowest Days. La voce della Miller è così delicata e melodiosa da sembrare ancora più eterea. Una canzone ben scritta e realizzata in ogni suo aspetto, caratteristiche non sempre facili da trovare oggigiorno. Da ascoltare. La successiva Carrying Stream torna verso qualcosa di più vicino al folk. Siobhan Miller dimostra quanto di buono ha imparato nel corso degli anni. The Growing Dawn si ispira, in alcuni passaggi alla poesia The Bird That Was Trapped Has Flown del poeta scozzese James Robertson. Una canzone che non tradisce le atmosfere positive di questo album. Siobhan Miller riesce sempre a dare qualcosa in più ad ogni canzone. Keep Me Moving On è probabilmente la canzone più pop di Mercury. Ancora una volta sono i sentimenti più positivi a trovare spazio nelle canzoni della Miller, facilitata dalla sua voce. Losing rallenta il ritmo e si affida alla melodia. Una bella canzone molto vicina ad altri canzoni della Miller, profondamente ispirata dal folk tradizionale. Chiude l’album Let Me Mean Something accompagnata dal suono delle chitarre. Una canzone che ha tutte le caratteristiche per sciogliere anche il cuore più duro.

Mercury fa entrare, in modo più netto, Siobhan Miller nella categoria delle cantautrici. Non più quindi solo interprete di cover o ballate tradizionali ma autrice dei suoi stessi brani. Questa ragazza riesce a sfruttare la sua esperienza musicale e le sue innate doti vocali, per confezionare un album di ottima fattura. Ogni aspetto è curato nei dettagli ma è l’insieme di queste dieci canzoni a sorprendere maggiormente. La sua velocità è costante, l’atmosfera sempre positiva, a volta malinconica ma mai troppo, e la voce della Miller sempre perfetta e educata. Se siete amanti dei virtuosismi o delle voci graffiate, questo album non fa per voi. Se amate il rassicurante timbro vellutato e le interpretazioni sempre pulite e corrette, Mercury, ma in generale qualsiasi album di Siobhan Miller, è quello che state cercando.

Sito Ufficiale / Facebook / Twitter / YouTube

Mi ritorni in mente, ep. 57

Anche se non è passato molto tempo dall’ultimo appuntamento con questa rubrica, mi trovi costretto, a causa di un impegno, a rinunciare alla consueta recensione della settimana. Ma non temete, c’è sempre spazio per la musica. Proprio questo venerdì è uscito un “best of” che non può mancare nella mia collezione. Woman Of The World: The Best of 2007-2018 racchiude dieci anni di carriera della cantautrice scozzese Amy Macdonald, dal grande successo di This Is The Life al più recente Under Stars. Come questo blog può testimoniare, Amy Macdonald è un’artista alla quale sono particolarmente legato. Ha rappresentato per me una sorta di inizio del mio viaggio alla ricerca costante di nuova musica. Ma tutto questo credo di averlo già raccontato in un’altra occasione.

Lascio spazio alla musica con questo inedito contenuto nell’album, intitolato appunto Woman Of The World. Per chi conosce già Amy questa è una buona occasione per ripercorrere i suoi, e i nostri, ultimi dieci anni e per chi non dovesse conoscerla, beh, è giunto il momento di porvi rimedio.

La felicità di essere triste

Ogni tanto capita che vado alla ricerca di qualcosa di nuovo da ascoltare e senza pensarci troppo scelgo un album piuttosto che un altro. Difficilmente mi capita sottomano qualcosa che non mi piace per niente, anche perché cerco di restare il più vicino possibile ai miei generi preferiti. In una delle mie ultime ricerche il nome di Emily Fairlight mi è balzato all’orecchio piuttosto all’improvviso e il suo secondo album Mother Of Gloom è finito dritto nella mia collezione. Questa cantautrice neozelandese mescola le sonorità del folk americano e quelle del più moderno cantautorato alternative, il tutto tenuto insieme da una voce unica e interessante.

Emily Fairlight
Emily Fairlight

L’album si apre con la magnetica Body Below. La voce vibrata della Fairlight sarà una costante di questo album, delineandone la sua atmosfera oscura ma anche fortemente emotiva. Un inizio che ci spinge con forza verso il proseguo delle album. Più leggera ma ugualmente intensa, Drag The Night In, risulta essere una delle più orecchiabili dell’album. C’è eco anni ’90, una spinta verso quel indie rock ancora giovane contaminato dal folk americano. Segue la malinconica The Escape accresce quella sensazione di trovarsi di fronte ad un album fortemente ispirato e diretto. Emily Fairlight seppur affidandosi a ritmi e melodie semplici, riesce sempre a toccare le corde giuste. Water Water è una ballata country folk davvero ben scritta e interpretata. La voce della Fairlight si fa ancora più magnetica e carica di sentimento, trovando il suo apice in un finale liberatorio. Una delle canzone che preferisco. Da ascoltare. Una lenta ballata, avvolta dalle note delle chitarre, si cela sotto il titolo di Private Apocalypse. Ancora una volta il ritmo delinea l’anima del brano, scivolando via lento sulle note di una fisarmonica. The Desert è un intermezzo praticamente strumentale di un paio di minuti che spezza in due l’album. La successiva Time’s Unfaithful Wife riprende il passo cadenzato e trascinato dell’album. Emily Fairlight fa vibrare questa canzone come le corde della chitarra. Sinking Ship vira verso sonorità rock. Una ballata dove spazzole e chitarre distorte, cullano l’ascoltatore in un’atmosfera intima e confidenziale. Sembra calare la notte sull’album. The Bed si distingue per un bella melodia guidata dal suono di una fisarmonica. Un brano dal fascino europeo, che richiama emozioni malinconiche e un po’ nostalgiche, grazie al solitario suono della tromba. Segue Nurture The Wild che apre l’orizzonti e fa, si fa per dire, respirare l’album. Emily Fairlight svela un lato più delicato e meno oscuro, allietato dal suono familiare del banjo. Loneliest Race si srotola lenta, tra il suono delle trombe e la chitarra acustica. Un procedere lento che si propone essere un po’ il manifesto dell’album che si conclude con la successiva Breathe Baby Breathe. Poco più di un minuto dove la voce della Fairlight vuole lasciare che sia il suono delle parole a fare la canzone, più del loro significato.

Mother Of Gloom è un album che va ascoltato lasciandosi trasportare dalla lenta corrente del fiume nel quale è immerso. Emily Fairlight dimostra di essere sbocciata definitivamente in questo suo secondo disco e di aver trovato uno stile del tutto personale. Se da una parte assistiamo ad uniformazione nello stile di un certo tipo di cantautorato moderno, qui Emily riesce a distinguesi grazie ad una vicinanza alla tradizione americana, soprattutto nella scelta degli strumenti. Si nota anche una propensione a sfruttare la ritmica per dare corpo alla canzone e non ridurla a semplice accompagnamento. Mother Of Gloom richiede molteplici e pazienti ascolti per poterlo apprezzare fino in fondo ma ripaga pienamente l’impegno.

Sito Ufficiale / Facebook / Bandcamp

Mi ritorni in mente, ep. 56

Non sono mai stato un fan della musica jazz ma devo ammettere che mi mette di buon umore. Ho sempre pensato che questa musica sia solo “per chi se ne intende” e ne apprezza la tecnica e l’abilità dei suoi interpreti. I festival jazz abbondano qui in Italia (anche se non sempre si tratta di jazz in senso stretto) e ne deduco che sia piuttosto apprezzata. Dal canto mio, come ho scritto sopra, non sono un appassionato di questo genere anche se non gli manca niente per farsi piacere. Spesso esprime buoni sentimenti, ha attraversato generazioni di artisti rimanendo pressoché intatto ed è piacevole da ascoltare. Forse è proprio la sua apparente leggerezza che mi impedisce di provare quel bisogno di esplorare che provo per altri generi. Anche la sua sconfinata discografia mi mette a disagio. No saprei da dove iniziare.

Si dà il caso che diverso tempo fa, forse perfino lo scorso anno, mi sono imbattuto nel nome si Sarah McKenzie, cantautrice jazz australiana. Dopo qualche ascolto, la sua musica è rimasta da parte per un po’ in attesa di non so cosa. Dopo l’estate ho deciso di provare qualche genere un po’ diverso dai miei soliti (che ammetto essere abbastanza variegati ma non troppo), per vedere cosa sarebbe successo. Ed ecco che il jazz di Sarah McKenzie e il suo ultimo album Paris In The Rain mi sono tornati in mente. Non farò una recensione perché non ne sarei in grado ma mi limiterò ad ascoltare l’album e farlo ascoltare a voi. Devo dire che Paris In The Rain è davvero un buon album, mi piace e, sì, mi mette di buon umore. Non ho idea se sia un buon album jazz oppure no, non mi interessa. A me piace. Non è escluso che tornerò ad ascoltare qualcos’altro di Sarah McKenzie in futuro e forse potrei aver trovato un punto per iniziare ad esplorare la musica jazz anche se sono ben lungi da considerami un suo fan. Ma chissà magari un giorno…

Il vasetto del miele

A distanza di un anno dal debutto intitolato Please Be Mine, la cantautrice americana Molly Burch è tornata con First Flower. Il suo stile un po’ retrò aveva incantato critica e pubblico, facendosi apprezzare anche dal sottoscritto. Si dà il caso che Please Be Mine abbia avuto una vita piuttosto breve per quanto mi riguarda ed è finito presto nel mio personale dimenticatoio. Ma più per colpa mia che della giovane Molly Burch. Ho colto così l’occasione del secondo album per riscoprire la sua musica e provare di nuovo a vedere che sarebbe successo. La sensazione ascoltando i primi singoli era quella di un avvenuto cambio di sonorità, non troppo marcato ma comunque apprezzabile.

Molly Burch
Molly Burch

L’album inizia con Candy, un brano indie pop che anticipa le tematiche sentimentali dell’album. Le chitarre e la voce morbida della Burch, qui in bella mostra, saranno le colonne portanti di questo album, “Why do I care what you think? / You’re not my father / Don’t even bother, don’t bother me / Why do I like how you look? / You look like candy / You don’t understand me, don’t understand me“. Wild prosegue sulla stessa linea, affondando ancora di più le mani nel vasetto del miele. Il canto appare imperturbabile ma non freddo, avvicinandosi allo stile delle cantautrici di nuova generazione, “Wishful thinking’s got me blinded / Got me losing all control / It’s in my nature to be guarded / I wish I was a wilder soul / I wish I was a wilder soul“. Dangerous Place rispolvera il sound vintage pop dell’esordio. Molly Burch usa la voce con maestria, trasformandola in un vero e proprio strumento, trattando il tema dell’amore con intelligenza e creatività, “How did I not say it? / This is a dangerous place / How did I miss it? / This is a dangerous space / I hope I learn from my mistakes / I hope I forgive myself one day“. La title track First Flower richiama sonorità vagamente folk. Romanticismo e dichiarazioni d’amore si sprecano come nelle vecchie canzoni. L’approccio indie e moderno della Burch danno nuova linfa ad un altrimenti polveroso sound, “Just like the first flower that blooms in spring / To me you are, you are my everything / I like the way you hold me / Hold me, don’t let go / You don’t have to tell me, baby / I already know“. La successiva Next To Me è un lento, manco a dirlo, romantico. La chitarra resta la protagonista indiscussa insieme alla voce unica della Burch, “Love of mine / I kiss you goodnight / And then you turn over / Like it’s the end of your life / I just want to do everything with you / Is that so bad? / Honey, is that so bad?“. Good Behavior rallenta ancora, mettendo in luce le difficoltà nel portare avanti una relazione. La voce è guida la melodia di uno dei brani più orecchiabili di questo album, “How can I explain myself / When I can hardly control it well? / Do I need time, do I need a savior? / Will I ever know good behavior?“. Without You prova a mescolare le carte in tavola senza stravolgere il mood del disco. Molly Burch gioca con il suono delle parole e prova ad aggiungere un po’ di brio all’atmosfera, “You are my guiding light / How would I survive? / I don’t know what I would do without you by my side / You tell me what I don’t / I always want to know / I don’t know what I would do without you / I don’t know what I would do without you by my side“. Il singolo To The Boys vuole sottolineare la personalità dell’artista, come a voler dire ‘prendere o lasciare’. Un brano che segna una variazione sul tema principale dell’album, “I don’t need to scream to get my point across / I don’t need to yell to know that I’m the boss / That is my choice / And this is my voice / You can tell that to the boys / (You can tell that to the boys) / You can tell that to the boys“. True Love, come da titolo, riprende il discorso interrotto. Una vera e propria canzone d’amore, semplice e lineare, che vuole essere un piacevole ascolto, “Real love / It was true love / I never knew love before you, my baby / Real love / It was true love / I never knew love before you, my baby“. La successiva Nothing To Say affronta la fine di un amore. Molly Burch canta con la sua consueta voce morbida, fatta di alti e bassi. Una bella canzone, tra le migliori di questo album, “I loved you in the morning / I loved you in the evening / The thought of you kept me going / Even when you were leaving / You left me high and dry / Didn’t even say goodbye / The worst part of it all / Was how hard I used to fall“. Every Little Thing chiude l’album. Una lunga ballata e forse la prima vera e propria canzone triste del disco. Molly Burch rimane sul classico e non rischia sperimentazioni indie. Con questa, si potrebbe dire che l’album è giunto al suo compimento definitivo, chiudendo un ipotetico cerchio, “All the days I do try to be good / And so kind / Sometimes it is hard to live / That is why we must forgive / Every little thing / Every little thing / For every little thing we’ve done“.

First Flower, come il suo predecessore, non è affatto un ascolto semplice. Non perché abbia testi o musiche particolarmente complesse o sperimentali, tutt’altro. I testi sono spesso retorici, volutamente scontati, che richiamano il passato. La musica fa altrettanto, anche se in maniera più contenuta. Si tratta della sua natura un po’ monotona e svogliata che rende l’album poco immediato per un orecchio distratto. Molly Burch non sembra voler catturare l’attenzione di chi ascolta ma piuttosto farlo perdere in un’atmosfera irreale ed eccessivamente romantica. First Flower si contrappone al precedente Please Be Mine, più triste e schivo, ma conserva appieno lo stile apparentemente immutabile della Burch, che però sta virando verso un cantautorato moderno non molto distante, ad esempio, da quello di Angel Olsen. In definitiva First Flower è un buon album che solo il tempo saprà dirci se sarà destinato anche lui al dimenticatoio oppure no.

Sito Ufficiale / Facebook / Twitter / Instagram  / Bandcamp

Fuori dal tempo

Colter Wall, giovane cantautore canadese, ha esordito con uno degli album country più belli dello scorso anno, intitolato appunto Colter Wall (Questo vecchio ragazzo). Qualche settimana fa è tornato con un nuovo album, Songs Of The Plains, dal quale era lecito aspettarsi nient’altro che dell’ottimo country. Perché Colter Wall, con la sua voce unica e quasi irreale per i sui ventitré anni, è nato per fare country. La sua musica sembra non avere età, ancorata a schemi piuttosto rigidi e consunti ma in grado di conservare un fascino del tutto particolare. La prova del secondo album non si è fatta attendere, a Colter Wall bastano una chitarra e poche note per cominciare il viaggio.

Colter Wall
Colter Wall

Plain To See Plainsmen apre l’album. Una bellissima ballata, una dichiarazione d’amore per la sua amata terra. La voce di Colter Wall sembra scavare profonda nella memoria e tirare fuori sensazioni e ricordi così vividi che sembra di vederli, “Let me die in the country that I love the most / I’m a plain-to-see plainsman, and this I will boast / A heart that lies far from the East or West Coast / This plain-to-see plainsman is longin’ for home / Longin’ for home“. Saskatchewan In 1881 rievoca un mondo la vita era dura e non si esitava a sfoderare una rivoltella per difendersi dall’ennesima ingiustizia. Wall sembra poter viaggiare nel tempo, “Mr. Toronto man, go away from my door / You’ve got my wheat and canola seed, you’re askin’ me for more / Better fly ‘fore I produce my .44“. La successiva John Beyers (Camaro Song) racconta una storia di vendetta. Questo Beyers non la passerà liscia, chi canta non smetterà di dargli la caccia finché non avrà pagato con la vita. Cose che succedono, “John Beyers blew three holes in my ride / He put two in the tires and one in the side / Side panel of my 1969 / Camaro, and so it’s John I must find“. Wild Dogs è una cover dell’originale di Billy Don Burns. Una lenta ballata carica di nostalgia di un passato di uomini liberi e giovani. Colter Wall riesce ad essere ancora più intenso dell’interpretazione di Billy Don Burns, un prova incontrovertibile del suo talento, “We’d go runnin’ through the forest with the grace of an eagle / With the freedom of the wind and the strength of our youth / Just like our old friend the Indian, we’d only kill to feed ourselves / Or to protect those we loved from danger“. Calgary Round-Up è una canzone di Wilf Carter, storico cantautore country canadese. Colter Wall trasforma in una ballata il più gioioso yodel dell’originale. Il risultato la ringiovanisce soprattutto musicalmente, “We’re a jolly bunch of cowboys and we hope you are the same / We have no cares, the laws we seldom heed / Come gather in our circle and we’ll sing this round-up song / Headin’ for the Calgary Stampede“. Night Herding Song è una canzone country tradizionale. Solo voce o quasi, per un brano che incarna tutto lo spirito di questo genere. La vita è dura, sembra voler dire, “Oh say, little dogies, why don’t you lay down? / You’ve wandered and trampled all over the ground / Lay down, little dogies, lay down“. Wild Bill Hickok racconta le imprese del pistolero fuorilegge James Butler Hickok. In poco meno di tre minuti, Colter Wall, riesce a condensare la sua spericolata e leggendaria vita, “Wild Bill was born in Illinois on dry and fertile land / Pioneer of pistol ears and a dead shot with each hand / Claim he was the quickest, there’s few who’d ill-agree / If you were yet to saw this plainsman draw, still breathe like you and me“. The Trains Are Gone dipinge un paesaggio dimenticato. Basta poco, davvero poco, a questo cantautore per evocare luoghi spesso lontani da chi ascolta, “I know I’m young, I know I’m young / I’ve seen too few a settin’ sun / But the more I run the changes come / Swift as a freight train, the kind that’s gone“. Thinkin’ On A Woman sembra venire direttamente da un’epoca passata, dove tutto era più semplice e chiaro. Eppure è una canzone originale di Wall ma che riesce a cogliere le atmosfere di un tempo, “He’s been singin’ sad songs / Thinkin’ how she’s long gone / He’s treatin’ those that love him wrong / He’s ornery as the night is long / He’s been singin’ sad songs / Thinkin’ how she’s long gone / Thinkin’ on that woman / Thinkin’ on that woman“. Manitoba Man è un’altra ballata di grande impatto dove il viaggio e la vita si fondono, quasi fossero la medesima cosa, “But my time is past due and I ought to be movin’ along / I’ve been kickin’ my feet, wanderin’ these streets for too long / My good gal, she tells me she’s dreamin’ of raisin’ a son / But my time is past due, I ought to be movin’ along“. L’album si chiude con la tradizionale Tying Knots In the Devil’s Tail. Questo brano vede la partecipazione di Blake Berglund, anche lui canadese come Wall. Una canzone che rappresenta una spensierata eccezione in questo album, dove alcuni cowboys fanno fare una brutta fine nientemeno che al diavolo in persona, “So if you’re ever up in the Sierry Petes / And you hear one hell of a wail / Know it’s that Devil a-bellowin’ ‘round / About them knots in his tail / You’ll know it’s that Devil a-bellowin’ around / About them knots in his tail“.

Muovendosi tra brani originali, cover e canzoni tradizionali,  Colter Wall riesce sempre a trasportare l’ascoltatore in un mondo fatto di storie. Songs Of The Plains vuole essere proprio questo, un viaggio, fatto di parole e musica, che attraversa la sua terra giunge fino a noi. Colter Wall sembra sbucare dal passato, l’ultimo cavaliere rappresentate di un genere musicale che ha subito profonde trasformazione con il passare degli anni. L’impressione è quella di trovarsi davanti ad un incorruttibile anima country fuori dal tempo ma del quale si sente di averne un inconsapevole bisogno. Songs Of The Plains è un album nel quale Colter Wall riesce a dare il meglio di sé, dando l’impressione di poter scrivere e cantare canzoni come queste per il resto dei suoi giorni.

Sito Ufficiale / Facebook / Twitter / Instagram