Welch la Rossa e la speranza

Il loro ultimo How Big, How Blue, How Beautiful era stato uno dei migliori album del 2015. I Florence + The Machine quest’anno sono tornati con un nuovo lavoro intitolato High As Hope. Niente più bianco e nero in copertina e lo sguardo di Florence Welch è un più sereno ma non troppo. Tutto lascia presagire che le atmosfere di questo album saranno diverse dal suo predecessore. Quarto disco per il gruppo britannico, capitanato da un ormai iconica Florence Welch e da Isabella “Machine” Summers, che ha segnato come pochi altri il panorama musicale degli ultimi dieci anni. Le aspettativa per un nuovo album sono sempre alte quando si parla di questa band e High As Hope non fa eccezione considerando l’ottimo successo del capitolo precedente. Ebbene, non resta che ascoltarlo, sapendo che mi stupirò una volta di più della voce di questa ragazza.

Florence Welch
Florence Welch

Si inizia con la poetica June. Un classico brano dei Florence + The Machine, dove la voce della Welch regge il timone della canzone. Lentamente si sale di tono, sfociando nella consueta epicità della band. Cos’altro chiedere? “I hear your heart beating in your chest / The world slows till there’s nothing left / Skyscrapers look on like great, unblinking giants / In those heavy days in June / When love became an act of defiance“. Il singolo Hunger è funziona come un orologio. Tutto procede nella direzione giusta. Positività e un pizzico di malinconia sono gli ingredienti di questo album e questo brano ne incarna al meglio le caratteristiche, “At seventeen, I started to starve myself / I thought that love was a kind of emptiness / And at least I understood then the hunger I felt / And I didn’t have to call it loneliness“. South London Forever una riflessione sulla vita, potente e lucente. Florence Welch dismette per un attimo i panni di cantautrice poliedrica per rifugiarsi in quelli più intimi e personali. Il risultato è come sempre ottimo, “And we’re just children wanting children of our own / I want a space to watch things grow / But did I dream too big? / Do I have to let it go? / What if one day there is no such thing as snow? / Oh God, what do I know?“. Il brano più interessante, perché differente dal resto dell’album, è senza dubbio Big God. La musica lascia spazio a tutta la forza espressiva della Welch. Tutta la forza e il tormento dell’amore emergono dal suo canto libero. Da ascoltare, “You need a big god / Big enough to hold your love / You need a big god / Big enough to fill you up“. Sky Full Of Song riprende le prime sonorità del gruppo. Melodie sognanti e tristemente dolci prendono forma poco a poco, trasmettendo un senso di beatitudine non affatto facile da evocare, “Grab me by my ankles, I’ve been flying for too long / I couldn’t hide from the thunder in a sky full of song / And I want you so badly but you could be anyone / I couldn’t hide from the thunder in a sky full of song“. La successiva Grace è guidata dal suono di un pianoforte e vede la Welch elevarsi al livello di cantante confidenziale, senza rinunciare alla distintiva potenza della sua voce, “I’m sorry I ruined your birthday you had turned 18 / And the sunshine hit me and I was behaving strangely / All the walls were melting and there were mermaids everywhere / Hearts flew from my hands and I could see people’s feelings“. Patricia ricalca ancora le sonorità del passato della band. Tanta energia e un ritornello orecchiabile, marchio di fabbrica inconfondibile. Florence Welch dimostra di non aver perso affatto lo smalto qualche hanno fa, “Drink too much coffee and think of you often / In a city where reality has long been forgotten / Are you afraid? ‘Cause I’m terrified / But you remind me that it’s such a wonderful thing to love“. 100 Years è un magnetico pezzo pop dove la voce della Welch guida le danze. Il resto della band la segue ma appare evanescente, in secondo piano, come spesso è accaduto in questo album, “Then it’s just too much, I cannot get you close enough / A hundred arms, a hundred years, you can always find me here / And lord, don’t let me break this, let me hold it lightly / Give me arms to pray with instead of ones that hold too tightly“. The End Of Love è una ballata accompagnata dalle note del pianoforte. Il coro nel ritornello è pura energia, esaltazione di un brano pop di razza, “And in a moment of joy and fury I threw myself / In the balcony like my grandmother so many years before me / I’ve always been in love with you / Could you tell it from the moment that I met you?“. La conclusiva No Choir cattura l’attenzione con il suo inizio a cappella per poi lasciarsi andare ad un sound leggero e sognante. Il canto potente della Welch da corpo ad una musica impalpabile, “There will be no grand choirs to sing / No chorus could come in / About two people sitting doing nothing / But I must confess / I did it all for myself / I gathered you here / To hide from some vast unnameable fear“.

Con High As Hope i Florence + The Machine non si prendono il rischio di alzare ulteriormente l’asticella della loro carriera. Danno una mano di colore al suo monocromatico predecessore e rispolverano, in parte, il sound degli esordi. Florence Welch si prende la scena, come sempre, ma questa volta non è lei a prevalere sulla band. Piuttosto è “la macchina” ha fare un passo indietro, lasciando che la carismatica rossa si possa muovere liberamente. High As Hope è in definitiva un album che soddisfa le attese ma che lascia intendere la volontà di non forzare troppo la mano come successe con Ceremonials nel 2011. Florence Welch si riconferma una delle donne più carismatiche e di talento del scena musicale internazionale e questo album dimostra che non ha bisogno di un accompagnamento epico per emergere. High As Hope non ferma i Florence + The Machine e rilancia la sfida per il prossimo futuro.

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L’alba del buio

Dopo aver ascoltato un paio di anni fa il suo EP Black Bird, ero curioso di sentire Tori Forsyth nel suo primo album. Lo scorso maggio è uscito Dawn Of The Dark composto da dodici brani che rappresentano per la cantautrice australiana l’inizio di una nuova avventura. Il titolo scelto la dice lunga su quello che troveremo in questo album ma la Forsyth riesce comunque a riservare qualche sorpresa. Il suo è perlopiù alternative country, con qualche spunto blues e rock, che strizza l’occhio a tutto quello che si trova al di là dell’oceano Pacifico. Per me basta e avanza questo per tornare finalmente ad ascoltare Tori Forsyth, potendola apprezzare alle prese con un LP.

Tori Forsyth
Tori Forsyth

L’apertura è affidata al singolo Grave Robber’s Daughter che si apre sulle note di un banjo. La voce della Forsyth graffiante e imbronciata è il tratto più distintivo della sua musica. Un inizio che cattura l’attenzione. La successiva Broken Machine è una bella ballata country. Le atmosfere rilassate e malinconiche evocate da questo brano racchiudono il mood dell’album. I richiami al passato sono inevitabili ma Tori Forsyth si smarca bene. Un piglio più pop si può ascoltare in Snow White. L’effetto della musica avvolgente e solare è smorzato dalla apparenze indolenza della cantautrice australiana. Un ascolto piacevole ben calibrato tra musica e parole. Vira verso un country rock con Redemption. Il ritmo di alza e le chitarre si fanno sentire, la voce della Forsyth è ancora più graffiante. Una canzone orecchiabile e accattivante. Più sentimentale Heart’s On The Ground che gioca sporco puntando dritto al cuore. Un country perfetto in ogni sua parte arricchito da un violino che si ricollega alla tradizione americana. Non si chiede niente di meglio. Anche la successiva Fiddle non è da meno. Qui vince la forza vocale delle Forsyth che tiene le redini del brano per buona parte della sua durata. A farla da padrona sono ancora i sentimenti. In The Morning è l’altra canzone scelta come singolo. Cattura subito fin dalle prime battute, sviluppandosi poi in un rock imbronciato. Tori Forsyth spazia con la voce, trovandosi sempre a proprio agio e dimostrando sicurezza. Hell’s Lullaby rallenta la corsa dell’album, facendo sprofondare l’ascoltatore in questa ninnananna scura e solitaria. Un accompagnamento di archi dà profondità a tutto il brano, mescolandosi alla voce. Doti vocali messe in risalto da War Zone, con un intro da brividi che si sviluppa in un vibrante country. Una delle migliori canzoni dell’album nella quale la cantautrice australiana esprime al meglio il suo talento. Ma tra le mie preferite non può mancare Violet Town. Bella e malinconica ballata country che si rifà alle sonorità dei grandi del passato. La voce della Forsyth si fa più morbida mantenendo però quel qualcosa in più che la caratterizza. La successiva White Noise ci riporta in un’atmosfera tesa e vagamente blues. Tori Forsyth appare ancora svogliata fino ad esplodere in un rock dove le chitarre si scatenano. Si chiude con un’altra ballata intitolata King Horses. Un saliscendi di emozioni, nel quale il ritornello è piuttosto orecchiabile. Un ottimo bilanciamento in una delle canzoni più originali di questo album.

Senza ombra di dubbio Dawn Of The Dark è un esordio di tutto rispetto. Tra richiami alla tradizione country americana, variazioni rock e spruzzate di pop, Tori Forsyth si muove con sicurezza senza lasciar intendere di essere al primo album. Questa cantautrice non ha proprio nulla da invidiare ad altre colleghe ben più note di lei. La sua voce è il suo punto di forza, usata sempre con attenzione, senza forzature. Rispetto ad suo EP d’esordio, Tori Forsyth ha fatto ben più di un passo in avanti, confezionando un album dove ogni traccia è parte di un insieme più ampio, di un’idea. Un album non troppo pensante ma nemmeno leggero che lascia intravedere molto chiaramente tutte le potenzialità di questa artista.

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Le ultime luci della sera

Ora che le giornate estive sono più lunghe e la sera scende lentamente è bene accompagnarla con della musica appropriata. Arriva giusto in tempo tra nella mia collezione un album uscito lo scorso Aprile. El Coyote è l’album omonimo di una band canadese capitanata da tre ragazze, Angela Desveaux, Katie Moore e Michelle Tompkins. La scorsa settimana ho pubblicato la recensione dell’ultimo album di Erin Rae ed è proprio lei che ho risentito nelle canzoni di El Coyote. Fin dalle prime note ho capito che questo era uno di quegli album che avrebbe necessitato qualche ascolto in più del normale per essere apprezzato al meglio. A mio parere questo è un pregio per un album, sempre.

El Coyote
El Coyote

L’album si apre con la bella Come Around che subito ci porta nelle rilassanti atmosfere della loro musica. Un mix di voci e un accompagnamento essenziale ma ricco sono la ricetta di questo gruppo, “But you’re always going and darling you don’t stop. / We all need some time and a moment to figure it out. / Getting lost in a daydream. Awake and wandering around / See I know you’ll come around when you want to“. Tra le mie preferite c’è sicuramente Only Temporary, una riflessione sulla precarietà della vita e sulle cose belle che ci riserva. Tutto è così leggero e confortevole, ogni nota e ogni parola sono al posto giusto, “They’ll be no talk of wasted time, / no talk behind our backs, / The plans we had and lovers at hand, a place they’ll all soon have. / It’s only part of living life, / And soon you’ll be freed of, / The good, the bad, the nothing at all, / Embrace the ones you love, / ‘cause they’re only temporary too“. Vale lo stesso per la successiva By The Gate. Una triste canzone d’amore che affonda a piene mani nella tradizione americana, deliziandoci con la sua delicatezza, “How long must I wait, how long til I hear back from you? / Too late to save face, in their whispers I hear the word “fool.” / Days flow, the rains fall, can’t make out one drop from another / Oh as I wait for my falsehearted lover“. Lighten Up Diane è un invito ha prenderla alla leggera. Una ballata dalle distese sonorità country che ci culla dolcemente con l’intento di scacciare qualche pensiero di troppo, “Lighten up you say. Have a drink on me, / Come on, lighten up Diane. / And as the jukebox plays and the lovers sway / It’s here I realize you don’t give a damn“. Another Day è ancora una riflessione sulla vita e sul tempo che passa. El Coyote mantengono lo stesso passo, come in una lenta danza che allevia il peso di un’altra giornata, “Another day later / Of a life to refine / To all that is real / Leave the lusting behind / And soon we will find / A beauty so rare / A truth that is learned / Oh, it’s just another day“. La successiva Tip Jar alza il ritmo ed è ancora un invito a godersi la vita. Queste ragazze e la loro band fanno un ottimo lavoro e sfornano una delle canzoni più orecchiabili di questo album, “But if I don’t wake up tomorrow promise me that you’ll / Go collect my last paycheque, get it signed over to you / Empty out the tip jar, tie one on real wide / Drink to life and living, like it’s your last night alive“. Time Will Tell è un’incantevole ballata country che evoca un’atmosfera fraterna e l’amore per le piccole cose della vita. Dopotutto è il tema ricorrente di questo album, “Round tables and table wine / Fiery faces on a starry night / The break of laughter on the long drive / There’s always someone there to remind“. Leaving Thunder è ancora una ballata in perfetto stile americano ma con un sottile fascino pop. Come nelle altre canzoni, le belle melodie e le voci si confermano il punto di forza di questa band, “Thought I found a place / A place where everything was so right / A quick escape from routine life / Thought I found the man / The one who’d make everything right / So I could slow down my stride“. In Satellite Lost ritroviamo la serenità della sera, in una ballata solitaria e malinconica. Un gioiellino per purezza e semplicità, “You’re no alone, not in the dark, / glossy smiles reflect a glow. / That’s how you know it’ll be all right, / cause we’re all lost in the night“. L’album termina con Begin Again che vira verso un sommesso folk rock che invita a ricominciare a vivere. Riassumendo, di fatto, il messaggio dell’intero album, che spegne così le ultime luci della sera, “Let your life do the leading / Give your memories away / Let the loss go on teaching you / Now’s the time to be in / Let’s begin again“.

Queste tre artiste hanno fatto bene a riunirsi per dare vita al progetto El Coyote. L’album è da ascoltare tutto d’un fiato mentre si ozia piacevolmente. Lasciarsi trasportare dalle melodie delle chitarre acustiche e dalle irresistibili pennellate del suono di una pedal steel, è quanto serve per godersi appieno le sue canzoni. Questa band ha fatto un album nel quale non ci sono particolari cambi di ritmo o velocità ma dove tutto procede serenamente e in modo prevedibile. Sì, è un album prevedibile ma proprio per questo rassicurante o, per meglio dire, confortevole. Insomma qualche che sia stata la vostra giornata, entusiasmante, noiosa o pesante, è bene passare dalle parti di El Coyote per passare anche solo pochi minuti in piacevole compagnia.

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Nel grande schema

Il suo precedente album intitolato Soon Enough del 2015, mi ha accompagnato per diversi mesi con il suo sound americano sempre elegante e rassicurante. Erin Rae con la sua angelica voce è in grado di dare vita ad atmosfere eteree e sognanti, poggiate su emozioni più che concrete. Il nuovo album Putting On Airs pone la cantautrice americana verso una nuova direzione, iniziando dalla piccola ma significativa scelta di pubblicarlo sotto il nome di Erin Rae, rimuovendo quello della sua band The Meanwhiles. Che ci sia sotto la volontà di esprimere una musica più personale? Per scoprirlo non resta che ascoltare Putting On Airs.

Erin Rae
Erin Rae

Si inizia con Grand Scheme nella quale si intravede una nuova vena psych-rock, addolcita dalla voce morbida della Rae. Il grande schema di cui tutti facciamo parte è alla base di questa canzone che funziona un po’ con un’introduzione. La title track Putting On Airs si rifà ad un sound più vicino al classico folk americano. Un richiamo all’album d’esordio con contaminazioni anni ’60. Uno dei migliori brani dell’album. Si continua con la bella Bad Mind. Una canzone molto personale che si affida ad un accompagnamento essenziale per trasmettere un messaggio di accettazione della propria sessualità. La successiva Can’t Cut Loose è una canzone di più ampio respiro che si affida a sonorità indie, sempre smussate dalla voce inconfondibile della Rae. Il perfetto esempio della nuova direzione musicale intrapresa. Love Like Before è un’orecchiabile canzone dai ritmi del sud degli Stati Uniti. Erin Rea riesce sempre con la voce ad attirare l’attenzione ma senza mai prendere il sopravvento sulla musica, in questo caso piuttosto curata. June Bug è una canzone più marcatemene folk. Un folk moderno, contemporaneo, più vicino a quello europeo piuttosto che a quello americano. Mississipi Queen è una delle canzoni che preferisco di questo album. Un folk cantautorale, lento ma accattivante. Un accompagnamento ricco accende di colori questa canzone. Da ascoltare. Il vibrante indie rock di Like The First Time spezza la serenità apparente dell’album. Di fatto Erin Rae si accoda alla nuova ondata di cantautrici che si affida al suono della chitarra elettrica per esprimersi in nuove forme. The Real Thing invece è uno sguardo al passato. La cantautrice americana torna alle atmosfere dell’esordio cercando maggiore profondità musicale ed espressività. Anchor Me Down si fa strada con un accompagnamento sognante, dove la voce della Rae si muove sempre con eleganza e delicatezza. Un gioiellino di poesia e musica. Wild Blue Wind è un potente folk rock abbastanza inedito per la Rea. Tutto funziona a dovere, c’è il ritmo, c’è la melodia. Un brillante esempio della versatilità di questa artista che riesce a variare di genere senza snaturare la sua musica. Chiude l’album la breve Pretend. Una canzone semplice e melodica, che poggia sulla voce della Rae che vola leggere su un tappeto di suoni e sulla chitarra acustica.

Rispetto al suo predecessore, questo Putting On Airs vede Erin Rae alle prese con sé stessa più che in passato. Il risultato è un lento, ma progressivo, distaccamento dal folk americano e un avvicinamento ad un cantautorato folk più moderno e sperimentale. La ricerca di una maggiore espressività della cantautrice americana va oltre gli stili musicali, andando alla ricerca delle nuove forme del folk. Putting On Airs rappresenta, molto probabilmente, quello che viene definito un album di transizione. La strada tracciata con l’album dell’esordio prosegue ma la destinazione sembra essere differente. Erin Rae non vuole essere un’interprete di un genere musicale ma un’artista più completa che in questo album prova a staccarsi , senza strappi, alla tradizionale sound di Nashville.

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Mi ritorni in mente, ep. 53

L’estate si sta facendo avanti ma manca ancora qualche settimana alle tanto agognate ferie. A causa di qualche impegno lavorativo che mi porterà via qualche ora del weekend, mi vedo costretto a rinunciare alla mia consueta recensione della settimana. Ma per fortuna questa rubrica mi viene in soccorso e mi permette di continuare a scrivere di musica su questo blog senza impiegare troppo tempo.

Affrontare una recensione di un album prevalentemente strumentale non è, almeno per me, impresa facile. Credo che sia più semplice limitarsi ad ascoltarlo. Bando alle ciance e vado quindi a recuperare per voi un album uscito nel 2017 intitolato The Seer. L’album è ad opera della violinista scozzese Lauren MacColl, già ascoltata come membro dei Salt House. Un primo ascolto di questo album solista mi aveva affascinato e per i successivi è stato altrettanto. Il violino della MacColl accompagna e guida la band in un album prevalentemente strumentale, ad eccezione di paio di brani cantati da Rachel Newton. Le sonorità sono quelle tipiche della musica folk scozzese e tutte sono di grande impatto. The Seer vuole raccontare, attraverso la musica, la vita e le profezie di Coinneach Odhar, il veggente di Brahan, un leggendario profeta del XVII secolo che visse nella località di Easter Ross, in Scozia. Vi lascio con questa And Sheep Will Eat Men / Brahan e l’invito ad ascoltare l’album per intero.

Des monstres se cachent

Sono passati tre anni dall’ultimo album, intitolato Roses, della cantautrice canadese Couer de pirate, il primo nel quale c’erano alcuni brani in lingua inglese. Una scelta probabilmente più commerciale che artistica la sua, che non si è ripetuta nel nuovo capitolo della sua discografia, en cas de tempête, ce jardin sera fermé. Béatrice Martin sceglie di cantare nella lingua che preferisce, il francese, con la quale ha dichiarato di avere un feeling maggiore. Si tratta del suo quarto album, uscito a dieci anni di distanza dal suo esordio, fatto di malinconiche ballate pop accompagnate al pianoforte. Questo album arriva dopo importati cambiamenti nella sua vita privata e sentimentale, segnando una tappa importante nella carriere della giovane pop star canadese.

Coeur de pirate
Coeur de pirate

Somnambule ci riporta di indietro ai suoi esordi. Un’eccezionale ballata al pianoforte, personale e triste. La voce emozionante e innocente della Martin, che è sempre un piacere ascoltare, scava profonda nell’animo di chi ascolta, “Et je suis somnambule, mon rêve devient silence et j’erre sans lui / Les doutes d’une incrédule se perdent dans la nuit / Et tout s’est décidé, je ne vis que d’idéaux, de mots cassés / Je tente d’être complétée, d’amour et d’inconnu“. Il singolo Prémonition è un ritorno ad un pop moderno e contemporaneo. Il talento della Martin di creare delle ottime canzoni pop, senza l’aiuto della lingua inglese, è indiscutibile, “Et quand le jour se lève / Je reviens vers toi / ce que je reconnais, ce n’est que vide en moi / d’abus, je vis d’erreurs / tes mots comme une loi / comme une prémonition / on ne changera pas“. La successiva Je Veux Rentrer è un intenso brano pop che fa leva sulla forza delle parole e delle immagini. Béatrice Martin si mette a nudo, svelando così i lati oscuri dell’amore, “Et j’ai voulu crier, m’emporter car je souffre quand tu es en moi / mais le doute se forme, m’emprisonne car je suis censée t’aimer / mais ce que je sais, c’est que je veux rentrer / ce que je sais, c’est que je veux rentrer“. Dans Le Bras De L’autre si ispira alle sonorità tipiche del pop di matrice francese, più vicine a quelle ascoltate nel suo secondo album, “J’étouffe et je sens / Mon corps défaillir / Je sais que la nuit achève notre idylle / Je prends mon courage / Et j’attends de faire / Ce qui reste secret“. In Combustible la cantautrice canadese affronta i suoi demoni in una delle migliori canzoni dell’album. Un pop cantautorale di razza dove un testo ispirato e una musica orecchiabile si fondono alla perfezione, “Mais je t’ai averti, des monstres se cachent / Au fond de mon cœur, qui se mue en moi / Mais libre d’esprit / En secret, je prie / Que mon double enfin ne se libère pas“. Dans La Nuit è un pop elettronico molto più vicino alle produzioni recenti della Martin. Il brano vede anche la partecipazione del rapper canadese LOUD che si inserisce in una strofa, “Les gens tournent autour de moi / Ne m’ont pas vue m’endormir / Au son des basses qui résonnent / Dans mon tout, mon être chavire / Les amours se rencontrent enfin / Alors qu’on me voit souffrir / Je rêve, je m’envole“. Amour D’un Soir ricalca ancora il sound delle ballate pop di Roses. La Martin affronta ancore le pene dell’amore con la consueta sensibilità ed eleganza, senza rinunciare all’orecchiabilità della musica pop, “Mais je te quitterai dans mes rêves / Tu me fais voir que tout s’arrête / Mais c’est ta lourdeur qui m’achève / Et ta passion rappelle la mort / Tu me fatigues, j’en viens à croire / Ce n’est qu’un amour d’un soir“. In Carte Blanche la Martin non risparmia le parole affrontando ancora i tormenti dell’amore. Un brano che richiama il pop anni ’80 e tutt’altro che leggero come può sembrare, “Et j’ai beau rêver, encore espérer / Je sais que je ne te changerai pas, tes conquêtes restent entre nos draps / Et usée, par nos souffles coupés / On n’aura jamais carte blanche et je planifie ma vengeance sur toi / Sur elles mais surtout toi / Oh sur toi, sur elles mais surtout toi“. Malade è un pop oscuro e notturno dove il dolore è il suo filo conduttore. Una delle migliori canzoni dell’album, che ne incarna lo spirito, “Alors j’en deviens malade / Si tu as mal j’aurai mal / Le sol se brisera sous tout ce qui nous reste / Le temps qui veut qu’on se laisse / Alors partage ta douleur / De tes blessures, je saignerai / Si nous devons garder un silence face au danger / Sans toi, je me vois couler“. Per chiudere il cerchio Couer de pirate torna al suo pianoforte De Honte Et De Pardon. Una ballata oscura ed elegante come solo lei sa fare, che vibra di emozioni. Un altro gioiellino di musica e parole, “Et si ce qu’on raconte est vrai, je compterai mes regrets alors que tu défiles / Mon corps de tes mensonges / Tes lèvres quittent les miennes, te rappelles-tu les siennes / Celles qui n’ont jamais pu énoncer ton nom / De honte et de pardon“.

In conclusione, en cas de tempête, ce jardin sera fermé, è l’album nel quale Couer de pirate affronta la tempesta del suo cuore, dando vita a dieci canzoni che sono le più autobiografiche dell’artista. Un album che racchiude dieci anni di canzoni, dove trovano spazio tutte le sonorità pop che hanno caratterizzato la discografia di Béatrice Martin. C’è il pianoforte, le ballate e il pop accattivante ma intelligente. C’è tutto ciò che rappresenta Couer de pirate. Se per alcuni la scelta rinnovata di usare solo la lingua francese può rappresentare un limite, la Martin dimostra ancora una volta che non è così. Il francese le permette di esprimersi al meglio ed renderla riconoscibile in un panorama, come quello del pop internazionale, troppo spesso dominato dalla lingua inglese. Così facendo rinnega in parte la scelta del precedente album, dimostrando allo stesso tempo di tenere più alle emozioni che al facile successo. en cas de tempête, ce jardin sera fermé è l’album più rappresentativo di Couer de pirate, un buon punto di partenza per conoscere la sua musica.

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La strada verso casa

Il nome di Dori Freeman non mi era di certo nuovo ma fino ad ora non avevo mai approfondito la conoscenza della sua musica. Questa cantautrice americana ha all’attivo due album, il primo del 2016 che porta il suo nome e il secondo uscito lo scorso anno, intitolato Letter Never Read. Sono partito da quest’ultimo per scoprire Dori Freeman e il suo country cantautorale che va ad unirsi all’ondata revival di questi anni. Come ho scritto in precedenza, il suo nome si ripresentava spesso durante le mie ricerche e non ho voluto rimandare ulteriormente l’ascolto di questo album, spinto anche dall’ottima impressione dei primi ascolti.

Dori Freeman
Dori Freeman

Si comincia con la bella If I Could Make You My Own. Una canzone d’amore, inteso nel suo senso più ampio. La voce della Freeman è pulita e toccante, va a completare un accompagnamento country nella sua forma più classica, “Oh the rivers and seas may churn / Oh the flowers and leaves may turn / I need never to grieve and yearn / If I could make you my own“. La successiva Just Say It Now continua sulla stessa strada, svelandoci l’animo più dolce di questa cantautrice. Le bastano poche parole per riuscire ad esprimere anche il sentimento più profondo, “I wish my little heart had not been born so blue / I’m so much older for the things its put me through / And now I’m cryin’ on a big ol’ empty floor / And, yes, you wanted me, but I wanted you more“. Lovers On The Run si porta verso melodia più orecchiabili. Un’altra canzone d’amore delicata, che trova la sua forza in un accompagnamento essenziale ma efficacie. Da ascoltare, “Well I’ve listened to excuses and I’ve watched ‘em walk away / It’s only after holding me they say they cannot stay / I’ve spent many an hour writin’ letters never read / I’ve stared away the ceilings of a thousand lonesome beds“. Con Cold Waves, la Freeman ci propone una delle canzoni più tristi dell’album. In brani come questo si percepisce meglio la sua capacità di sposare il country con un cantautorato moderno e femminile, dimostrando così il suo talento, “The morning comes in fast, at least my dreams are done / There’s somethin’ livin’ in and weighin’ down my lungs / There’s something bitter and it’s tyin’ up my tongue / My body’s restless but I’ve got nowhere to run“. Seque una delle canzoni più curiose, Ern And Zorry’s Sneakin’ Bitin’ Dog. Interamente cantata senza alcun accompagnamento musicale, racconta di un ragazzo che deve affrontare ogni volta che torna a casa un terribile cane. Non teme nulla, a parte questo cucciolo per niente innocuo, “I learned the mud-holes and the ditches / The shortcuts and the fences / I could even cross old Elk Fork on a log / But what I always feared the most, more than ol’ dark holler’s ghost / Was Ern and Zorry’s sneakin’ bitin’ dog“. Un banjo accompagna Over There. Dori Freeman dimostra ancora di saper tenere le redini di una canzone anche solo con la voce e senza fare uso di virtuosismi. Davvero notevole, “Over there, over there / I’m gonna wear that starry crown over there / Well I got no skillet and I got no lid / And the ash cake tastes like shortnin’ break / And I’m gonna wear that starry crown over there“. I Want Too See The Bright Lights Tonight è una cover dell’originale di Richard Thompson. Un inno alla voglia di una serata senza pensieri dopo una settimana di duro lavoro. Tutto è perfetto, semplice ed evocativo, senza sbavature, “Meet me at the station, don’t be late / I need to spend some money and it just won’t wait / Take me to the dance and hold me tight / I want to see the bright lights tonight“. Turtle Dove è una triste canzone d’amore che esalta il lato dolce e sensibile della musica della Freeman. Anche questa volta si fa leva sulla semplicità e sull’essenziale, lasciando più spazio alle parole e ai sentimenti, “I never meant to fall in love / Come as the fated turtle dove / Plant her kiss upon my lips to stay / You are the one I’ve fallen for / Hard as I try I can’t ignore / Surely I know my heart is bound to pay“. That’s All Right è ancora una canzone malinconica, dove si riesce a cogliere tutta l’intensità dei sentimenti. La voce della Freeman si fa meno luminosa che in precedenza, dando più profondità al canto, “And every time / You held me down / You looked at me / Just like the devil had been found / But in your eyes / You knew it too / That it was only your reflection scaring you“. Chiude l’album la bella Yonder Comes As Sucker, cover dell’originale di Jim Reeves. Una versione spogliata di ogni accompagnamento, ad eccezione di un rullio di tamburi, “Railroad steamboat river and cannal yonder comes a sucker and he’s got my girl / And she’s gone gone gone gone and she’s gone gone gone / And I’ll bid her my last farewell“.

In questo Letter Never Read la parola d’ordine è semplicità. Dori Freeman va alla ricerca di un country essenziale, dove prevalgono le parole sulla musica. La sua voce pulita e dall’apparenza innocente contrasta con i sentimenti espressi nelle sue canzoni. Le cover presenti sono riproposte in una forma più semplice ma rispettosa. Dori Freeman è una cantautrice che definirla country significa dare un limite alla sua musica. Il suo approccio è più moderno di quanto possa apparire ma non per questo slegato dalla tradizione americana. Letter Never Read è un ottimo album, nel quale trovare il gusto semplice delle canzoni tradizionali con un’attenzione particolare ai testi piuttosto che ad una ricerca musicale.

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