Dove l’acqua è più blu

Risale al 2016 l’album di debutto della cantautrice inglese Bess Atwell (L’ultima parola) ma il suo ritorno, quest’anno con Big Blue, non poteva passare inosservato da queste parti. Purtroppo si tratta solo di un EP che raccoglie cinque canzoni ma la questione si pone solo sulla quantità e non sulla qualità. Il talento nella scrittura associato ad una voce morbida e malinconica quanto basta, si erano già fatti apprezzare al debutto. Bess Atwell ci fa assaggiare con Big Blue a quale punto è giunta la sua evoluzione musicale, se così si può dire. E io sono qui per questo, pronto ad ascoltare e lasciarmi circondare dal “grande blu”.

Bess Atwell
Bess Atwell

Il singolo d’apertura Swimming Pool è vicino alle sonorità dell’esordio, nel quale ritroviamo il lento incedere della musica e la melodiosa voce della Atwell. Un crescendo più indie rock fa da sfondo ad un testo davvero ben scritto e meravigliosamente incastonato nella musica, “You are my swimming pool / I close my eyes and pinch my nose / You are the only one / Who goes with me there / I see the pink and blue / And I love this fun, I never knew / But life still waits for me / I swear, I heard it’s true“. La successiva Grace ancora più deliziosamente melodiosa e lo specchio della sensibilità di questa cantautrice. Tutto è così perfetto da sembrare incredibile, “Baby took a fall from grace / But it never mattered any way / What d’you think my love is for / I don’t need it watered down / I can take you neat if you were ever in doubt / Meet me at the serpent’s house“. Cherry Baby è brano dalla tinte più scure che si da apprezzare per le sue atmosfere distese e notturne. Bess Atwell ha la rara capacità di mettere la sua voce sullo stesso piano della musica, dando una sensazione di uniformità eccezionale. Harvested rallenta il ritmo, risaltando ancora di più le sue doti vocali. Una canzone intima e toccante, una delle più belle di quest’artista per la fragilità che sa trasmettere. Chiude l’EP Ventor Villas che fa sprofondare l’ascoltatore nella serenità della notte. Dolce e lenta, piena di ricordi e immagini che non vogliono andarsene. Interessanti soluzioni musicali vanno ad arricchire qui lo stile della Atwell.

Big Blue è un EP che conferma le doti di cantautrice di Bess Atwell, amplificandole con scelte musicali moderne e sognanti. Ogni canzone suona così personale ed intima da farci provare empatia con lei ma, al contempo, evocare immagini universali di distensione e pace. Sì, Big Blue è un lento galleggiare nelle acque blu, del mare o semplicemente di una piscina, dove riaffiorano ricordi e sensazioni. In attesa di un nuovo album, che spero non tardi ad arrivare, possiamo goderci queste cinque canzoni che ci cullano, onda dopo onda, verso l’estate.

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L’unico suono che ho sentito

Tra gli album folk usciti recentemente, ha avuto la mia attenzione questo Enclosure delle Askew Sisters. Emily e Hazel Askew sono due sorelle inglesi che da tempo si esibiscono insieme e portano avanti la tradizione del folk inglese, arrivando quest’anno a pubblicare il loro quarto album. Ma questo incontro tra me e le sorelle Askew non è casuale. Infatti lo scorso anno ho ascoltato Cycle, un album delle Lady Maisery, terzetto folk tutto al femminile di cui fa parte Hazel. Le sonorità del folk inglese e gli arrangiamenti semplici ma curati sono proprio ciò che cerco in questo genere di musica. Eccomi dunque alle prese, ancora una volta, con un album che mi ha affascinato ancora prima di ascoltarne anche solo una nota.

The Askew Sisters
The Askew Sisters

Si comincia con la bella I Wandered By The Brookside che si rifà ad un testo raccolto nel 1916. Una testo insolitamente criptico per una canzone tradizionale, sopratutto nella versione delle sorelle Askew, “I wandered by the brookside, / I wandered by the mill; / I could not hear the brook flow, / The noisy wheel was still; / There was no sound of grasshopper / Or sound of any bird, / And the beating of my own heart / Was the only sound I heard“. Segue Goose & Common è una canzone di protesta del XVII secolo ma il suo tema è ancora valido oggi. La chiusura degli spazi pubblici e la privatizzazione del bene comune sono attuali e le parole di questa canzone hanno viaggiato fino a noi per ricordarci che non bisogna mai smettere di lottare, “The law condemns the man or woman / Who steals the goose from off the common, / But geese will still a common lack / Until they go and steal it back“. Segue The Wounded Hussar brano quasi esclusivamente strumentale. Ci saranno altri momenti come questo all’interno di questo album ma devo ammettere che questo è quello che preferisco. Georgie è una ballata tradizionale in una versione molto simile a quella portata in Italia da Fabrizio De André. Un accompagnamento essenziale ma affascinante e oscuro. Segue una traccia strumentale in tre parti, The Zodiac / Joy After Sorrow / Minoway. Si può apprezzare tutto il talento delle sorelle come musiciste ascoltando queste melodie guidate dal suono della fisarmonica. My Father Built Me A Pretty Tower è il cuore di questo album. Un canzone tradizionale più nota con il titolo di The Famous Flower Of Serving Men e racconta di una donna che viene privata di tutto e vede morire suo marito e suo figlio. In cerca di riscatto si finge un uomo e riuscendo ad entrare a corte del re. Una volta scoperta la sua vera identità diventerà regina. Questa ballata descrive bene la condizione della donna in passato, sempre legata ad un uomo, e che per essere davvero libera ha dovuto diventare uomo lei stessa, “I put my head down upon a block, / And I cut off my yellow locks; / I cut my locks and I changed my name / From Ellen Fair to Sweet William“. The Firr Tree è un breve pezzo strumentale che ci introduce alla successivo London’s Loyalty / Heady Days. Le sorelle Askew concedono ancora tanto spazio alla musica quanto alle parole, sottolineando l’importanza di entrambe nella tradizione folk. La musica inoltre “apre” grazie al suo linguaggio universale e non “chiude” come da tema dell’album. Castle By the Sea, più conosciuta come Lady Isabel And The Elf Knight o anche  come The Outlandish Knight, offre un contrasto tra le melodia allegra e il testo triste. Una donna viene condotta da un uomo in riva al mare, con la promessa di sposarla. Ma scoprirà presto la verità. L’uomo vuole gettarla in mare e ucciderla. Sarà però la donna a farlo, liberandosi così dalla sua sottomissione, “Arise, arise my lady fair / For you my bride shall be / And we will dwell in my silven bower / In a castle by the sea / Come bring along your marraige fee / That you can claim today / And also bring your swiftest steed / The milk white and the grey“.  Chiude l’album Moorfields è la triste testimonianza di una donna che piange il suo amato chiuso in un manicomio. La musica e il canto danno una forte sensazione di tristezza, non senza una debole luce di speranza.

Enclosure è uno di quegli album folk che non si limita a rinvigorire la sconfinata tradizione musicale inglese ma vuole dare anche un messaggio. Le recinzioni, le chiusure, di cui questo album parla, siano esse figurate o meno, sono tutt’ora presenti nella nostra società, anche se in forme apparentemente diverse. Emily e Hazel Askew hanno ben chiaro quale sia il messaggio e lasciano che sia la musica le le parole a raggiungere chi sa ascoltare. Enclosure, come è successo con altri album folk, è una finestra sul passato, distante solo quando si contano gli anni, ma così vicino che si può toccare. Le Askew Sisters, con questo album, hanno creato qualcosa si speciale con garbo ed umiltà ma forte e diretto nei temi.

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Nel palmo di una mano

Sono passati cinque anni da quando ascoltai per la prima volta Ribbon di una quattordicenne Billie Marten. Da allora questa cantautrice inglese ha pubblicato un EP, e due album, l’ultimo proprio quest’anno intitolato Feeding Seahorses By Hand. Titolo curioso che ben si addice alla sua delicata visione poetica. La sua giovane età e quel modo di cantare poco appariscente, spesso associato a Laura Marling, possono ingannare l’ascoltatore sulla leggerezza delle sue canzoni. Questo suo secondo album mette alla prova uno stile, quello della Marten, che oggi è spesso abusato e preso sottogamba da molti giovani artisti.

Billie Marten
Billie Marten

Cartoon People è una canzone che prende spunto dall’America di Trump per tracciare un quadro delicato e malinconico. La Marten non rinuncia al suo modo sommesso di cantare, sostenuto dal suono delle chitarre e una ritmica più evidente che in passato, “The only guy that’s got you in the palm of his hands / Is busy today with someone else’s plans / She chooses life and then she chooses a man / He’s picking her up but she don’t give a damn“. Mice sottolinea una sensazione di stanchezza. La vita ha volte sembra troppo pesante da sopportare nonostante l’età. Una canzone matura, accompagnata da sfumature moderne e interessanti, “And the stars, they look like little mice / To me, I am my only vice / Sat on a dead man’s bench / The sun cools my neck / It covers my skin / The earth pulls me back / How ‘bout that?“. Il sound rinnovato si sente meglio in Betsy. Le chitarre stendono il tappeto sul quale scivola lente la voce della Marten. Riflessioni sul clima d’odio e sul fanatismo religioso che pervadono il mondo di oggi, nella speranza di un mondo migliore, “Bang bang baby you’re dead / Politics will mess with your head / Oh you voice of the people / You leader of evil / You messed up the church / Put a gun to the steeple“. Un accompagnamento scarno ma non privo di suoni elettronici in sottofondo, danno vita a Blood Is Blue. Qui Billie Marten appare ancora più fragile ed oscura ma capace ancora di cullare l’ascoltatore con i suoi toni pacati, “I pour it out for you / My baby, I’m a fool / Our love is new / I speak, I speak like you / No matter who you are, I imitate you / Cut my body open / Completely dry / I’m a slaughtered pig and I’m happy to die“. Blue Sea, Red Sea fa penetrare un raggio di sole in questo album. Una canzone poetica dai colori giovani e freschi ma sempre pervasi da quella persistente malinconia nella voce della Marten,”And it’s all good ‘cause I feel it too / Hanging around with nothing to do / Make friends with the angels that blessed you / Maybe together we get in the good“. Vanilla Baby rappresenta bene la musica della Marten. Un brano molto vicino alle sonorità dell’esordio, che rendono unica quest’artista capace di sposare melodia e parole in un delicato equilibrio, “I am only as good as you want me to be / I don’t pick up the phone if I don’t want to speak / I am only as good as you want me to be / I don’t know what I’m doing / It’s easy to see“. Molto bella anche Toulouse ispirata dalla città di Tolosa. Se fosse un dipinto sarebbe un acquerello dai colori chiari, appena accennati. Billie Marten mostra tutto il suo talento di cantautrice, “We have the makers and the movers / The lifeguards and the gardeners who are / Killing time like big / Spilling on his paper / The old boys with the new girls / The lovers with the half-pipes / And the solos, the wolves, the men“. She Dances si sviluppa provando nuove soluzione musicali che possano dare risalto al canto. Ancora immagini delicate e fragili si susseguono lentamente in un avanzare di parole e musica, “And as she reads aloud, ankles hanging off the bed / She’ll read to nobody, or was it something that she said? / She is like the trees, the sun that creeps through my window / She knows her body, the kind that turns you into gold“. La successiva Bad Apple è una canzone personale, una riflessione sulle scelte della proprio vita. Billie Marten dimostra ancora di essere cresciuta, e noi con lei, “Well I just like to sing / Forget everything and write of colour and string / Talk of life in the sea / And none of that will ever be healthy for society“. Forse il brano più maturo è Boxes. Si affrontano le difficoltà della vita in una società votata al consumo con una visione lucida e profonda. Ma c’è ancora spazio per i sentimenti, “We are boxes on boxes / On boxes on boxes, haunted / And we have things we don’t need / We are with and without in the road / So damn tired of being a lady / So damn bored of being a girl / Then again / If we look at it plainly / I’d feel the same if I were a boy“. Anda rallenta ancora il procedere dell’album con semplicità e meraviglia. Billie Marten non ha intenzione di accattivarsi l’ascoltatore che facili melodie ma lo sorprende pian piano, “Colourful boxes against our grave / Take it in hand / We have traveled a long way / And I have not seen myself / In several days / And man it feels good to not think / The sea, the sand, the air / The salt in your hair“. Chiude in modo perfetto la bella Fish. Canzone breve ed essenziale che custodisce con eleganza lo spirito dell’album, “Honestly, floating, it’s all good to me / I feel quite innocuously, being peacefully / I like the water / I like the sea / I like the way it used to be“.

Feeding Seahorses By Hand svela una Billie Marten cresciuta e più consapevole delle sue capacità e del mondo che ci circonda. Dodici canzoni che denotano la volontà di questa cantautrice di rallentare i ritmi di una vità snaturata dalla velocità con la quale viene vissuta e consumata. Nuove idee, soprattutto musicali, rinnovano il suo sound lasciando intatta quella sensazione di piacevole staticità della sua musica. La velocità di questo album è lenta, la voce della Marten è sommessa, non c’è alcun tipo di fretta o urgenza. Feeding Seahorses By Hand è la naturale prosecuzione del suo predecessore, una crescita apparentemente lenta ma forte e costante che lascia intendere che il talento di quella quattordicenne non è andato affatto perduto.

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Mi ritorni in mente, ep. 61

Mi prendo una pausa dalla consuete recensioni ma non smetto di consigliarvi buona musica (o almeno spero lo sia anche per voi). Questa volta torno al 2015 quando il secondo album della cantautrice inglese Nadine Shah, intitolato Fast Food, mi era giunto alle orecchie ma per qualche ragione non l’ho mai ascoltato. In questi ultimi tempi sto cercando di recuperare qualche disco che mi sono lasciato scappare e Fast Food sicuramente meritava di essere preso al volo. Ma c’è sempre tempo per recuperare.

La musica della Shah si rifà alle grandi interpreti del rock d’autore, affidandosi al suono delle chitarre ed ad un’atmosfera oscura e tesa. I testi sono forti e affascinanti, tracciati dalla voce profonda di questa cantautrice. Tra le mie preferite di questo album posso citarvi Matador, Living e la trascinate Stealing Cars. Ma la verità è che Fast Food è un album da ascoltare per intero per assaporarne davvero la sua energia e forza.

Oh it’s criminal
I’m stealing cars in my dreams
That neither you or I can drive
Passing the time away, cinema twice a day
Now, I’ve nowt left to see
Put the guilt in me, my anxiety
Check your pulse when I speed

Nell’angolo in blu

Fin dal primo album omonimo del 2014 (Baudelaire nel pomeriggio), l’artista neozelandese Aldous Harding (al secolo Hannah) si era distinta per il suo folk dark poetico e, se vogliamo, anche un po’ bizzarro. Il suo successore, Party (Il mondo ti sta cercando), si rifaceva a sonorità più contemporanee ma ugualmente indecifrabili. Lo scorso mese ha visto la luce la terza fatica di questa artista, dal titolo Designer. Aldous Harding resterà sempre per me l’autrice di una canzone, Stop Your Tears, che mi ha fatto arrivare ad un nonnulla dal stillare qualche lacrima per la sua profonda e misteriosa tristezza che sa trasmettere. Ebbene, al terzo album la ventinovenne Hannah è giunta ad una prova importante, dove poter saggiare fin dove la sua eccentricità può spingersi senza perdere quella straniante lucidità che la caratterizza.

Aldous Harding
Aldous Harding

Fixture Picture introduce le sonorità del nuovo album, più ritmiche e dinamiche. La voce della Harding è delicata, trasformandosi con un tono più distaccato nel ritornello. Subito si percepisce quanto questa cantautrice sia una vera artista, le sue canzoni sono arte moderna, “I’m on / I’ve never burned bright / And how’s the wine where you live? / Bet it’s expensive / One day we’ll share a glass together and the ride the dunes / I’m writing tune“. La title track Designer è anch’essa sostenuta dal ritmo, nel quale si inserisce la cantilenante voce della Harding. Le parole sono spigolose ed essenziali, il canto luminoso ma con una vena oscura che lo percorre. Da ascoltare, “Oh, holy bosses leave me here / I’m diving off that memory / Stop painting up your lives like wives / Give me your finger à l’amour, designer“. La successiva Zoo Eyes sprofonda in un ritmo lento, nel quale la voce della Harding cambia tonalità nel ritornello. Una canzone intima e personale che non manca di quei momenti estranianti al quale ci ha abituati, “Nice, nice to have remembered, well, a pin / A colourful bride, they are magnificent / Do you love me? / Again, again in the morning / In the light, a playing fight / And the nectar, Dubai, Dubai / Zoo eyes, zoo eyes, zoo eyes“. Treasure ci riporta alle sonorità dell’esordio ma qui Hannah prende il sopravvento su Aldous e ci mostra, almeno in parte, il suo volto privo di maschere. Una canzone indie folk che sorprende per la sua semplicità dalla quale spesso questa cantautrice si tiene lontano, “What will you do if the game keeps changing? / Will you die on the vine, choosing it over? / And when you bleed out, you’ll know better than that / And that you couldn’t take it“. Il singolo The Barrel è una delle canoni più belle di queste album. Orecchiabile, visionaria (diciamo pure incomprensibile) nella sua raffinata essenzialità. Aldous Harding qui delinea le linee guide dell’album, il nuovo corso ha inizio qui, al centro della tracklist, “It’s already dead / I know you have the dove / I’m not getting wet / Looks like a date is set / Show the ferret to the egg / I’m not getting led along“. La ballata Damn è profondamente triste e personale. Ancora una volta la Harding toglie la maschera e affronta un male di vivere che da sempre traspare nelle sue canzoni ma mai in modo così esplicito, “I did at one time attempt / In landing sleeves and a silly ribbon / There must be a reason, he said / I know the reason, he meant / Damn it, Hanny / When you jump up and down / The chains almost sound like a tambourine“. Weight Of The Planets è un gioiellino caratterizzato della voce melodiosa e delicata della Harding ma che inevitabilmente suona impostata, lontana dalla sua naturale tonalità. Proprio questo rende questa canzone affascinante, “I can do anything / Nothing is stopping me / I can be anything / But I’ve got the weight of the planets / I’ve got the weight of the planets / I’m lost“. Heaven Is Empty è una ballata dark in perfetto stile Harding. Una voce, questa volta profonda, segue una melodia triste e appena accennata. Questa cantautrice dimostra ancora tutto il suo talento, “Heaven is empty, nobody’s there / I brought my camera, it stayed in its bag / People ask me all the time what I want / The answer is one, Heaven is empty“. Si chiude con Pilot. Un brano dove la voce della Harding è protagonista, ancora una volta diversa e funzionale al suo significato, difficile da comprendere se ci si sofferma solo sul significato delle parole. Un’altra canzone che rende speciale questo album, “I don’t know how to behave / Reacting, fists dangling / About the same time every day / Sometimes an outfit blows in from the street / I can bring in the bolts and sleep / But the old flag knits and rises / Shells and shards dust the yard

Aldous Harding non si smentisce e continua a lavorare sui suoi punti di forza. Testi criptici ma evocativi, musica essenziale ma curata nei minimi dettagli, rendono Designer il manifesto definitivo di questa straordinaria artista. La voce è diversa in ogni traccia, a volte più femminile e innocente, altre più maschile e straniante. La produzione ha saputo dare un’anima all’album, scegliendo delle sonorità comuni ad ogni brano, formando un’idea di coesione tra loro. Aldous Harding ha saputo sviluppare il suo stile, rendendolo sempre più unico e riconoscibile dimostrando una maturità ormai pienamente raggiunta. Non mi piace definire un album “il migliore” tra quelli di un’artista ma senza dubbio, nel caso di Designer, posso fare un’eccezione.

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Una rosa selvatica

Il panorama del folk britannico è sempre molto vivo e sostenuto da artisti giovani che voglio portare avanti l’ampia tradizione musicale della loro terra, che ha influenzato la musica fino ai giorni nostri. Non è difficile trovare nuovi album da ascoltare composti da canzoni, sia tradizionali che originali, che si ispirano profondamente a questo genere musicale. Questo è il caso del debutto di Odette Michell con l’album intitolato The Wildest Rose. Questa cantautrice inglese, che avevo avuto modo di apprezzare nel suo EP By Way Of Night, mi aveva incuriosito grazie alla sua voce e alla capacità di scrivere canzoni che sembrano tradizionali anche se sono, di fatto, originali. Insomma, un debutto folk che non potevo lasciarmi scappare.

Odette Michell
Odette Michell

La title track The Wildest Rose è uno dei brani più accattivanti dell’album, grazie sopratutto ad un intro musicale affascinante. La voce della Michell è pulita, senza tempo e perfetta per questo genere di canzoni. Non ci poteva essere inizio migliore di questo. La successiva The Banks Of Annalee è una ballata solare che ci porta verso un folk più contemporaneo. Odette Michell usa la voce in modo delicato ed elegante in una delle canzoni più belle di questo album. Rolling Shores Of England vede la partecipazione del musicista Phil Beer che canta insieme alla Michell. Una canzone che ancora una volta richiama la tradizione ma che vuole anche dare un messaggio vicino al nostro tempo. Il singolo Bless The Ground You Grown Own è una canzone meravigliosamente malinconica ma positiva. Qui la Michell ci invita a riscoprire la nostra terra, quella dove siamo nati e cresciuti. Uno dei valori più presenti nella musica folk ad ogni latitudine. Great Old Northern Line è un bel brano folk dalle sfumature pop. La linea ferroviaria inglese racconta storie di vita di tutti giorni, non in modo anacronistico ma anzi è un’istantanea sul nostro tempo e dei pendolari (come me). L’unica canzone non originale ma estratta dall’enorme catalogo delle ballate tradizionali è True Lovers Farewell. La voce della Michell si muove leggera e melodiosa tra le note di una chitarra. Perfettamente in linea con il resto dell’album. I Once A Shepherd sembra ancora una canzone tradizionale ma non lo è. Odette è brava a scrivere i testi e la musica in modo così classico che ci fa dimenticare che stiamo ascoltando canzoni scritte dalla stessa Odette. Light Up London Town è un’orecchiabile ballata ispirata alla congiura delle polveri. Un accompagnamento ricco e contemporaneo sostiene il canto della Michell. Segue Dance Me Through The Night, una canzone dalle sonorità più contemporanee ed eteree. Qui la melodia della voce è valorizzata da un accompagnamento essenziale. Chiude l’album la bella The Eastern Seas che ci sposta in un’atmosfera più oscura, che richiama più da vicino le melodie celtiche. Odette Michell mette in risalto tutte le sue dote vocali, delicate e sognanti.

The Wildest Rose è un passo in avanti rispetto al suo predecessore e conferma le capacità di Odette Michell di scrivere canzoni che sembrano a tutti gli effetti provenire direttamente dalla tradizione inglese. Il piglio è giovane ma lontano da rivisitazioni troppo moderne e volutamente accattivanti. Nonostante questo l’album offre un ascolto piacevole ma non leggero, soprattutto al primo tentativo. La voce della Michell suona così classica e senza tempo che non si può fare a meno di rimanerne affascinati. The Wildest Rose è un buon compromesso tra il folk più tradizionale, che può risultare non un facile ascolto ad un orecchio poco avvezzo, e quello più moderno e giovane grazie ad un’ottima produzione. Con questo debutto Odette Michell può ritagliarsi il suo spazio nel panorama del folk britannico e noi continuare ad ascoltare dell’ottima musica folk.

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La giovane rabbia

Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Jade Bird? Questa cantautrice inglese, classe ’97, è da almeno un paio di anni che si è fatta notare per il suo talento e il suo stile rock scarno ed energico. Tanti sono i singoli che hanno fatto alzare l’attesa per il suo esordio, dopo l’ottimo EP Something American, che si è rivelato a noi solo lo scorso Aprile. Jade Bird, questo è titolo del debutto tanto atteso (e pubblicizzato) che finalmente presentava questa ragazza alla prova più importante. Al bando atteggiamenti sexy, smorfiette da selfie e influenze “pop da classifica”, questa ragazza va dritta al sodo. Un’anima rock nascosta da una faccia d’angelo ma che emerge da una voce da brividi.

Jade Bird
Jade Bird

Ruins apre l’album e ci introduce alla musica della Bird. Una ballata rock che parla d’amore e di insicurezza. Sarà il suono della chitarra ad accompagnare la voce in maggior parte dell’album, “‘Cause I mean it when I say that / I don’t understand / And I mean it when I say that / I’m not sure who I am / ‘Cause one minute I love you / And the next it’s all in ruins / A minute thinkin’ of you / And the next it’s all in ruins“. Lottery è una delle canzoni che più preferisco. C’è tutto l’energia e i colori che solo la giovane età della Bird possono sprigionare. Tutto è bilanciato, dalla scelta musicale al canto, con un testo semplice ma intelligente. Da ascoltare, “You used to tell me that / Love is a lottery / And you got your numbers / And you’re betting on me / You used to say that / Love is a game / But you got your numbers / And you’re betting on me“. La successiva I Get No Joy è forse la canzone più potente dell’album. Una Jade Bird letteralmente on fire ci scarica addosso un rock veloce e rabbioso. Uno dei momenti migliori di questo album, un mix di adolescenza e maturità sorrette dal talento puro di questa ragazza, “I get no joy / I get no joy / All the words my mother said / Can’t seem to get them out my head / Everything becomes everything / You live, you learn, you love, you’re dead / I get no joy“. Side Effects rallenta il ritmo ma la Bird non ha intenzione di mollare il colpo e continua a spingere. Un pop rock brillante ma non esente da quella giovane rabbia che pervade l’album, “Whatcha say we just get away? / Pack up and save it for a rainy day / It’s a side effect of love, my dear / Whatcha say we get out, just run? / Follow our instincts in the settin’ sun / It’s a side effect of havin’ you near that’s got me“. Le ballate non mancano e tra le più accattivanti c’è sicuramente My Motto. C’è ancora l’amore a far soffrire ed ispirare la Bird che prova ad arricchire il suo accompagnamento, addolcendo il suo stile ruvido, “And that’s my motto / Don’t let ‘em near enough to let me down / All this love ever does is break me now / And if it hurts so much to stay, then let him go / Oh, that’s my motto“. Does Anybody Knows si spoglia di tutto lasciando solo il suono appena accennato della chitarra. Una canzone intima che lascia tutto il palcoscenico alla voce pulita ma graffiata della Bird, “Time goes slowly / Walking through the city / Like the reckoning / I’m alone out here / And all this noise / Static from the TVs / And the telephone poles / That won’t connect you to me“. Echi grunge nell’esplosiva Uh Huh. Jade Bird è incontenibile, la sua voce si sporca come non mai. Un fiume in piena, carico di gelosia, racchiuso in poco più di due minuti senza respiro, “She’s got you on your knees like a little boy / Everybody sees that you’re just a little toy / She’s got a boxful that her daddy likely bought / She asks you if you love her and you nod and say / Uh huh“. Jade Bird non capisce cosa abbia di speciale quest’altra ragazza in Good At It. Toni più smorzati rispetto al brano precedente ma il tema è lo stesso. La sua voce carica contrasta con una musica più leggera e il risultato è irresistibile, “Is she a saint? / Is her skin made of gold? / That’s all I can think of / For why you don’t call me no more / And are her lungs / Made of steel? / So when she says she loves you, you forget how I made you feel“. Si continua con la malinconica 17. L’amore tira ancora le fila di una ballata ben scritta ed interpretata in modo impeccabile. Non c’è posto per la rabbia qui, “Stay, let me explain why I act so mean / Don’t look away, baby, it’s not all that it seems / I’m so afraid that you’ll just get up and leave / My heart will break like I’m 17 / Break like I’m 17“. Con Love Has All Been Done Before torna colpire dritto in faccia. Un amore perfetto, va tutto per il verso giusto ma manca qualcosa, ci vorrebbe qualcosa di più e la nostra non lo manda certo a dire, “You are good and you are pure / The angel knocking at my door / But I need something, something more / ‘Cause love has all been done before / And you are sweet and you are nice / Keep me calm and satisfied / But I need something, something more / ‘Cause love has all been done before“. Going Gone un po’ a sorpresa vira verso un sound country che mette in chiaro, se qualcuno avesse ancora dei dubbi, l’influenza americana nella formazione artistica della Bird, “Sorry, Mr. Einstein, it’s already past your bedtime / Back to begin talkin’ shit, get over yourself / I’m sure you would go very far if you even had a car / But I hate to inform you’re still living in your mother’s house“. Non poteva mancare la ballata conclusiva, ed eccola sotto il titolo di If I Die. Strano sentire una ragazza ventenne intonare una sorta di ultimo desiderio. Un segno di maturità espresso attraverso una scrittura pulita e lucida, “If I die, put me in a song / Tell everyone how in love I’ve been / If I die, put me in a song / So I’ll live on in your melody / If the day comes where I am gone / Let me go and be happy / And if you’re sad then make up a tune / That I can listen on, you’ll carry“.

Il debutto di Jade Bird ci conferma tutte le ottime impressioni che il suo EP ci aveva lasciato, anzi svelando margini di miglioramento inaspettati. Le sonorità di questo album ripercorrono decenni di musica pop e rock. Una cosa affatto scontata trattandosi di un’artista poco più che ventenne. Poche le influenze british ma decisamente più evidenti quelle oltreoceano. Jade Bird, sotto una voce spavalda e una voglia di stupire, svela ancora un po’ dell’impaccio dell’adolescenza, del tutto comprensibile vista l’età, ma che non intacca un talento innato per questo mestiere. Jade Bird è il debutto che ogni artista sogna di fare ma che a che questa cantautrice finirà per andare stretto presto, a causa di un talento e di un’energia che la porteranno a staccarsi dai sui riferimenti musicali per sognare una carriera ricca di soddisfazioni. Intanto continueremo ad ammirarla in uno degli album più attesi di questo 2019.

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