Fuoco incrociato

Gold Rush è stato pubblicato nel 2017 ed è rimasto da allora nella mia wishlist musicale. L’estate e l’inevitabile blocco delle uscite discografiche mi ha permesso di recuperare il secondo album della cantautrice americana Hannah Aldridge. Il suo country contaminato dalle sonorità rock e blues mi aveva conquistato subito ma, come spesso mi capita, ho aspettato troppo prima di ascoltarlo. Non avevo più scuse ed era giunto il momento di scoprire un’artista sapevo averebbe avuto tutte le caratteristiche per rientrare tra la mia musica preferita. Ecco dunque Gold Rush che segue Razor Wire del 2014 ed anticipa una raccolta live, Live In Black And White, dello scorso anno.

Hannah Aldridge
Hannah Aldridge

Aftermath apre l’album con il suono delle chitarre e ci avvia verso un country rock tanto classico quanto buono. La voce della Aldridge è graffiante ma educata con una venatura dark che ne caratterizza ogni singola canzone. La successiva Dark Hearted Woman è una ballata rock che amplifica questa anima oscura. Un assolo di chitarra elettrica aggiunge fascino ad un canzone che ci inizia a svelare una delle tante sfumature che questa cantautrice sa creare. Burning Down Birmingham è un bel pezzo country, energico e trascinante. La Aldridge è eccezionale, supportata da una band che ne esalta le doti vocali. Una delle migliori di quest’album per orecchiabilità e immediatezza. Da ascoltare. Segue The Irony Of Love che è di tutt’altro tenore. Qui Hannah Aldridge rallenta l’andatura senza rinunciare al quel sentimento di rabbia celato sotto la sua voce. Una delicata cavalcata rock che cresce pian piano fino al finale. Shouldn’t Hurt So Bad è uno dei brani che preferisco di questo album. Si sente l’influenza southern rock che mi fa tornare in mente quei quattro ragazzi di Athens, che di questo stile ne hanno fatto il loro marchio di fabbrica. Davvero un bella canzone. Il singolo di punta dell’album è No Heart Left Behind, un country rock carico e potente. Hannah Aldridge tiene le redini della canzone con sicurezza e mestiere. Un altro brano orecchiabile e trascinante che ci fa ammirare il talento di questa cantautrice. Living On Lonely è un bel country blues che sfiora i cinque minuti e mezzo ma il carisma e l’interpretazione della Aldridge permettono a questo pezzo di essere una delle ballate più belle di questo album. La voce graffiata delle canzoni più rock lascia spazio alla sua versione più morbida e malinconica. La successiva I Know To Much ha un fascino tutto suo. Un rock oscuro nel quale la Aldridge gioca a fare la cattiva ragazza. Le chitarre conducono il gioco e scorrono come un torrente in piena. Lace è una lunga confessione che va oltre i sei minuti. L’anima blues della Aldridge spinge per emergere, con una pulsione sensuale e magnetica. Uno dei brani più maturi e intensi di questo disco. Si chiude con la title track Gold Rush, un altra canzone intensa e dolorosa. In un album personale, questa è forse la canzone che scava più a fondo di tutte. Un finale che sembra mettere in pace le molteplici le anime tormentate dell’album.

Gold Rush è un album che vuole imbrigliare un’inquietudine derivata da storie di autodistruzione e delusioni. Hannah Aldridge è in cerca di riscatto e attraverso la sua voce, l’energia e la rabbia, emerge forte questa sensazione. Sicuramente quest’artista va ad aggiungersi a quelle da tenere d’occhio per il prossimo futuro. Colpevolmente ho lasciato che questo album mi sfuggisse ma per fortuna la mia tendenza al scartare il meno possibile in fatto di musica mi ha permesso di scoprire questo gioiellino che racchiude tutte le variazioni del rock americano. Gold Rush è un album personale e forte ma allo stesso tempo orecchiabile e molto piacevole da ascoltare. Le sue sonorità familiari ci conducono tra le braccia di un genere musica che non stanca mai e si rivela sempre essere uno dei più affascinanti e sorprendenti.

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Mi ritorni in mente, ep. 62

Anche quest’anno si stanno avvicinando le ferie ma devo ammettere che questo mese di Luglio sembra più lungo del solito. Ma tra una decina di giorni sarà finito anche lui e lascerà spazio al più estivo dei mesi, Agosto. Dato che non ho, al momento, nuovi album da sottoporre alla vostra attenzione, mi limiterò ad una sola canzone nuova nuova.

The Highwomen è un supergruppo tutto al femminile formato da Brandi Carlile, Amanda Shires, Maren Morris e Natalie Hemby. Il loro album di debutto è previsto per il 6 Settembre ma nel frattempo ci possiamo ascoltare il primo singolo Redesigning Women. Un bel country rock nello stile di Brandi Carlile, che la vede insieme alle sue tre compagne, dare alle fiamme oggetti che solitamente sono associati alle donne. Che dire? Se c’è di mezzo Brandi Carlile sarà sicuramente un album da non lasciarsi scappare.

Rose rosso scuro

Dopo l’ottimo Gilded del 2017 (Lacrime salate), la cantautrice americana Jade Jackson ci riprova con il nuovo Wilderness. Lo stile della Jackson, che mescola country e rock, è sempre piacevole da ascoltare e lo dimostra il fatto che Gilded lo ascolto volentieri tutt’ora. Si è dimostrato uno di quei dischi che non invecchia mai e ogni volta è come la prima volta. Il primo singolo Bottle It Up non mi ha sorpreso, nel senso buono, e ho ritrovato tutto ciò che mi era piaciuto di quest’artista. Ho notato che il rock si è fatto più marcato ma volevo aspettare di ascoltare l’album per intero prima di trarre conclusioni. Ora posso dire di averlo fatto.

Jade Jackson
Jade Jackson

Bottle It Up dà il via, trascinandoci subito nel country rock della Jackson che non perde quel fascino da bad girl. In realtà è più romantica di quanto sembra volendo imbottigliare i bei momenti per poterne bere un goccetto quando ci si sente un po’ giù, “Bottle it up the way we feel right now / Whenever I get lonely gonna drink a little down / Bottle it up the way you’re holding me / If ever I get lonely gonna pour myself a drink“. La successiva City Lights è tra quelle che preferisco. La batteria scandisce il ritmo, le chitarre e la voce ci mettono il resto. Una canzone dalle venature rock, addolcite dalla voce malinconica delle Jackson, che rivela una scrittura poetica ricca di immagini, “Traffic flows like water / Rivers, white and red / Some roads stretch forever / Some come to an end / Yeah and I can see the city lights shining / I can hear the cars drive by / I wonder where they’re going to“. Don’t Say That You Love Me racconta di un amore ardente che le parole “ti amo” farebbero esplodere. Un brano pop rock, leggero e fresco, da ascoltare e riascoltare, “Don’t say that you love me / ‘Cause I heard those words before / Don’t say that you love me / Only makes me want you more / And I feel alright now / Ain’t nothing gonna bring me down / And I feel alright, yeah / Whenever you’re around“. Divisa tra amore e sogni in Multiple Choice, Jade Jackson ci travolge con un rock sentimentale. Qui quest’artista dimostra la sua abilità di scrittura, ispirandosi alle sonorità più classiche del cantautorato americano, “Your skin is dappled in dark leaves / Shadows cast by the moon behind the trees / Windows cracked, lets in a cool breeze / Wondering what the hell’s come over me“. Segue Now Or Never che si concede una deviazione decisamente più rock. Voce da dura e chitarre che invadono l’aria, confermano le sonorità scelte per questo album. Jade Jackson non sbaglia un colpo, “I don’t wanna wait for somethin’ real / Like a thief with nothin’ to steal / Fool’s gold fills an empty chest / Broken love and bitterness / Yeah, you ask me to wait / So I wait, feels like forever / It’s got to be now or never“. Tonight ritorna su un sound più country e malinconico. Le difficoltà d’amore prendono anche il cuore di una ragazza rock, che le affronta con una bella canzone, “Dark red, fragrant roses / Would make anybody blush / A warm embrace, a handsome face / Could give any lonely heart a rush / I’m confused / But that don’t take away my right to refuse / If you let me choose / I wouldn’t do something that I don’t want to“. Le ballate non possono mancare e Dust è una di queste. La voce rotta della Jackson dà la giusta tensione ad una canzone triste e toccante, impreziosita dal suono inconfondibile di una pedal steel. Una canzone matura e ancora una volta davvero ben scritta, “She was right, what she said, what she told me I’d become / That I’d be just like her, I’d be nothing but knocked up by twenty-one / I bear his child, and so therefore I must stay / But I wish that I too could float away“. Long Way Home vira verso sonorità decisamente più country. Jade Jackson si rifà ai grandi nomi che hanno fatto di questo genere uno stile di vita, senza però rinunciare alla chitarra elettrica e al suo indiscutibile fascino, “Nine times out of ten I’ll write my number wrong / If I wasn’t lonesome, how would I stay strong / When depression’s dark as the night is long / A pair of arms becomes where I belong“. Loneliness parla di promesse infrante e solitudine. Una delle migliori canzoni di questo album, per passione e interpretazione. Jade Jackson è in forma e ha una grande voglia intrappolare emozioni nelle sue canzoni, “How come loneliness is something we don’t talk about / Broken promises, hardly ever spoke aloud / I can’t do this anymore / Is my heart worth fighting for? / How come loneliness is something we don’t talk about / It’s something I don’t talk about“. La title track Wilderness riprende le sonorità che hanno caratterizzato la prima parte dell’album, srotolando un trascinante rock. Un ritornello orecchiabile completa una delle canzoni più oscure del disco, “I can’t handle all my stress / To you, this I must confess / It’s alright / Never know what I’ll come home to find / Maybe another memory to leave behind“. Shiver è essenziale e solitaria. Il suono confortante di una chitarra e la voce della Jackson, danno vita ad un altro gioiellino malinconico al punto giusto, “Baby do you want me back / Cause I be coming home so fast / You won’t even know that I ever left / Shoulda seen those buzzards flying / Maybe then I’d know our love was dying / Loving you was like the river / I couldn’t help but shiver“. L’album si chiude con Secret. Il ritmo e le chitarre provano a nascondere un segreto che sta creando qualche pensiero di troppo alla nostra Jade. Sarà sicuramente un segreto rock, “I tried to scream in a dream / But I was speechless / I woke up in a cold sweat / Dreamt that somebody told my secret“.

Wilderness ripropone gli stessi ingredienti del suo predecessore con l’aggiunta di un piglio più rock e meno country. Resta indiscutibile la capacità di Jade Jackson di sfornare canzoni orecchiabili ma mai scontante, soprattutto dal punto di vista dei testi. In alcuni casi si nota una maggiore maturità in essi seppure il tema principale resta quello dell’amore. L’energia del rock si completa con i sentimenti e le storie del country, confermando la giovane cantautrice americana come una delle stelle del futuro firmamento di questo genere musicale. Wilderness vede il ritorno di una Jade Jackson in ottima forma per niente interessata a cedere ai logori meccanismi commerciali, mantenendo quell’aria da bad girl sentimentale che è un piacere per gli occhi e le orecchie.

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La giovane rabbia

Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Jade Bird? Questa cantautrice inglese, classe ’97, è da almeno un paio di anni che si è fatta notare per il suo talento e il suo stile rock scarno ed energico. Tanti sono i singoli che hanno fatto alzare l’attesa per il suo esordio, dopo l’ottimo EP Something American, che si è rivelato a noi solo lo scorso Aprile. Jade Bird, questo è titolo del debutto tanto atteso (e pubblicizzato) che finalmente presentava questa ragazza alla prova più importante. Al bando atteggiamenti sexy, smorfiette da selfie e influenze “pop da classifica”, questa ragazza va dritta al sodo. Un’anima rock nascosta da una faccia d’angelo ma che emerge da una voce da brividi.

Jade Bird
Jade Bird

Ruins apre l’album e ci introduce alla musica della Bird. Una ballata rock che parla d’amore e di insicurezza. Sarà il suono della chitarra ad accompagnare la voce in maggior parte dell’album, “‘Cause I mean it when I say that / I don’t understand / And I mean it when I say that / I’m not sure who I am / ‘Cause one minute I love you / And the next it’s all in ruins / A minute thinkin’ of you / And the next it’s all in ruins“. Lottery è una delle canzoni che più preferisco. C’è tutto l’energia e i colori che solo la giovane età della Bird possono sprigionare. Tutto è bilanciato, dalla scelta musicale al canto, con un testo semplice ma intelligente. Da ascoltare, “You used to tell me that / Love is a lottery / And you got your numbers / And you’re betting on me / You used to say that / Love is a game / But you got your numbers / And you’re betting on me“. La successiva I Get No Joy è forse la canzone più potente dell’album. Una Jade Bird letteralmente on fire ci scarica addosso un rock veloce e rabbioso. Uno dei momenti migliori di questo album, un mix di adolescenza e maturità sorrette dal talento puro di questa ragazza, “I get no joy / I get no joy / All the words my mother said / Can’t seem to get them out my head / Everything becomes everything / You live, you learn, you love, you’re dead / I get no joy“. Side Effects rallenta il ritmo ma la Bird non ha intenzione di mollare il colpo e continua a spingere. Un pop rock brillante ma non esente da quella giovane rabbia che pervade l’album, “Whatcha say we just get away? / Pack up and save it for a rainy day / It’s a side effect of love, my dear / Whatcha say we get out, just run? / Follow our instincts in the settin’ sun / It’s a side effect of havin’ you near that’s got me“. Le ballate non mancano e tra le più accattivanti c’è sicuramente My Motto. C’è ancora l’amore a far soffrire ed ispirare la Bird che prova ad arricchire il suo accompagnamento, addolcendo il suo stile ruvido, “And that’s my motto / Don’t let ‘em near enough to let me down / All this love ever does is break me now / And if it hurts so much to stay, then let him go / Oh, that’s my motto“. Does Anybody Knows si spoglia di tutto lasciando solo il suono appena accennato della chitarra. Una canzone intima che lascia tutto il palcoscenico alla voce pulita ma graffiata della Bird, “Time goes slowly / Walking through the city / Like the reckoning / I’m alone out here / And all this noise / Static from the TVs / And the telephone poles / That won’t connect you to me“. Echi grunge nell’esplosiva Uh Huh. Jade Bird è incontenibile, la sua voce si sporca come non mai. Un fiume in piena, carico di gelosia, racchiuso in poco più di due minuti senza respiro, “She’s got you on your knees like a little boy / Everybody sees that you’re just a little toy / She’s got a boxful that her daddy likely bought / She asks you if you love her and you nod and say / Uh huh“. Jade Bird non capisce cosa abbia di speciale quest’altra ragazza in Good At It. Toni più smorzati rispetto al brano precedente ma il tema è lo stesso. La sua voce carica contrasta con una musica più leggera e il risultato è irresistibile, “Is she a saint? / Is her skin made of gold? / That’s all I can think of / For why you don’t call me no more / And are her lungs / Made of steel? / So when she says she loves you, you forget how I made you feel“. Si continua con la malinconica 17. L’amore tira ancora le fila di una ballata ben scritta ed interpretata in modo impeccabile. Non c’è posto per la rabbia qui, “Stay, let me explain why I act so mean / Don’t look away, baby, it’s not all that it seems / I’m so afraid that you’ll just get up and leave / My heart will break like I’m 17 / Break like I’m 17“. Con Love Has All Been Done Before torna colpire dritto in faccia. Un amore perfetto, va tutto per il verso giusto ma manca qualcosa, ci vorrebbe qualcosa di più e la nostra non lo manda certo a dire, “You are good and you are pure / The angel knocking at my door / But I need something, something more / ‘Cause love has all been done before / And you are sweet and you are nice / Keep me calm and satisfied / But I need something, something more / ‘Cause love has all been done before“. Going Gone un po’ a sorpresa vira verso un sound country che mette in chiaro, se qualcuno avesse ancora dei dubbi, l’influenza americana nella formazione artistica della Bird, “Sorry, Mr. Einstein, it’s already past your bedtime / Back to begin talkin’ shit, get over yourself / I’m sure you would go very far if you even had a car / But I hate to inform you’re still living in your mother’s house“. Non poteva mancare la ballata conclusiva, ed eccola sotto il titolo di If I Die. Strano sentire una ragazza ventenne intonare una sorta di ultimo desiderio. Un segno di maturità espresso attraverso una scrittura pulita e lucida, “If I die, put me in a song / Tell everyone how in love I’ve been / If I die, put me in a song / So I’ll live on in your melody / If the day comes where I am gone / Let me go and be happy / And if you’re sad then make up a tune / That I can listen on, you’ll carry“.

Il debutto di Jade Bird ci conferma tutte le ottime impressioni che il suo EP ci aveva lasciato, anzi svelando margini di miglioramento inaspettati. Le sonorità di questo album ripercorrono decenni di musica pop e rock. Una cosa affatto scontata trattandosi di un’artista poco più che ventenne. Poche le influenze british ma decisamente più evidenti quelle oltreoceano. Jade Bird, sotto una voce spavalda e una voglia di stupire, svela ancora un po’ dell’impaccio dell’adolescenza, del tutto comprensibile vista l’età, ma che non intacca un talento innato per questo mestiere. Jade Bird è il debutto che ogni artista sogna di fare ma che a che questa cantautrice finirà per andare stretto presto, a causa di un talento e di un’energia che la porteranno a staccarsi dai sui riferimenti musicali per sognare una carriera ricca di soddisfazioni. Intanto continueremo ad ammirarla in uno degli album più attesi di questo 2019.

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Una luce in lontananza

Continua la mia ricerca di nuova musica lontano dai generi che ascolto più spesso e tra i nomi che mi ero appuntato in passato c’è quello di Elles Bailey. Questa cantautrice inglese, ma dal cuore evidentemente oltreoceano, era già giunta alle mie orecchie un paio di anni fa con il suo esordio Wildfire, di cui avevo letto recensioni molto positive. Per qualche motivo non ho colto l’occasione di ascoltare quell’album a suo tempo e solo con l’uscita lo scorso Marzo del nuovo Road I Call Home, l’ho aggiunto alla mia collezione. Il suo sound blues non è molto distante da certa musica country che già ascolto ma la sua capacita di mescolare questi due generi con un po’ di soul mi ha incuriosito. Per non parlare poi della sua voce all’apparenza consumata, che in realtà è condizionata dall’aver passato diciassette giorni intubata all’età di tre anni a causa di una polmonite. Elles Bailey dunque è una nuova artista tutta da scoprire, almeno per me, e non resta che iniziare proprio da Road I Call Home.

Elles Bailey
Elles Bailey

Hell Or High Water ci introduce lentamente ma non senza energia, alla musica della Bailey. Le chitarre blues, insieme alla sua voce graffiata sono un biglietto da visita irresistibile per chiunque. Un crescendo che ci dà un assaggio del prosieguo dell’album. La successiva Wild Wild West fin dal titolo tra ispirazione dalle sonorità di un country rock dalle tinte scure. Difficile immaginare la voce della Bailey al di fuori di questo contesto musicale ma tutto è così perfetto che non c’è bisogno di ascoltare altro. Dopo due canzoni dall’anima prevalentemente rock, la bionda Elles ci prova con Deeper, una ballata soul tutta energia e cuore. La sua voce conduce il gioco e dimostra dimestichezza con un modo di cantare spesso abusato ed enfatizzato fino a snaturarlo. Elles Bailey invece non fa niente di tutto questo ed il risultato è eccezionale. What’s The Matter With You è profondamente blues e ne segue i suoi schemi alla perfezione. Lento e pronto esplodere, questo brano farebbe invidia a colleghe ben più in vista di lei. Ancora la voce è protagonista e le chitarre si limitano ad un discreto ma fondamentale accompagnamento. Tra le canzoni che preferisco c’è la bella Medicine Man. Un country blues di mestiere ma dal fascino sempre irresistibile. Qui c’è tutta le passione per questo genere musicale e la cultura che porta con sé. La title track Road I Call Home è un movimentato blues rock che scivola via veloce. Un’interpretazione carica e piena dove Elles Bailey non perde un colpo e fa salire qualche brivido lungo la schiena, complice anche l’eccezionale band alle sue spalle. Foolish Hearts ha tutta l’impostazione di una classica ballata romantica e un po’ malinconica. Il tutto ovviamente profondamente legato ad un sound molto soul nel quale la Bailey sembra trovarsi perfettamente a suo agio. Un ondata di luce e vitalità si fa prepotentemente spazio con la folgorante Help Somebody. La scelta musicale è azzeccatissima. Ricca e trascinante, dove trova lo spazio che merita, il canto della Bailey. Una delle migliori di questo album. Little Piece Of Heaven racchiude meravigliosamente al suo interno un sound anni ’90. Una canzone carica di speranza con una chitarra solare che sostiene la voce della Bailey, più morbida che in precedenza. Si torna ad un country blues con Miss Me When I’m Gone. Questo brano rappresenta al meglio tutte le caratteristiche di questa cantautrice. Ogni cosa è al posto giusto e un assolo di chitarra prima del finale è più che doveroso. Light In The Distance è una splendida ballata dove la voce della Bailey corre sulle note di un pianoforte. Questo genere di ballate sono sempre il modo migliore di chiudere un album e questa non fa eccezione.

Road I Call Home è un album che scorre velocemente, trascinato dalla voce potente ma educata di Elles Bailey. Non ci sono virtuosismi fini a sé stessi o momenti fiacchi, tutto procede per il verso giusto, una tensione costante tiene in piedi l’album. Elles Bailey è la sua band hanno ben chiaro il sound che vogliono dare all’intero lavoro, lo si percepisce traccia dopo traccia. L’energia che questa cantautrice vuole imprimere a Road I Call Home è ben equilibrata tra voce e musica, un po’ di soul, un po’ di rock, un po’ di country e tanto tanto blues. Elles Bailey mi ha avvicinato in maniera pericolosa proprio al blues, per il quale ho sempre nutrito un certa simpatia ma sempre accoppiato con altri stili a me più affini. Questo Road I Call Home potrebbe aprirmi porte verso terre inesplorate ma sicuramente, quello che ha fatto, è sorprendermi e sentirmi in obbligo di recuperare anche il suo esordio. Perché per lei sembra prospettarsi una carriera piuttosto interessante.

 

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Quando il dubbio, il diavolo e l’amore si scontrano

Sono sempre alla ricerca di un album di debutto interessante ma se a questo si aggiunge la voglia di ascoltare del buon country, allora non resta che guardare oltre oceano per vedere cosa offrono da quelle parti. Dall’assolata Florida si fa avanti il nome di Hannah Harber che con la sua band, The Lionhearts, si presenta con Long Time Coming. Sette tracce fatte di quel country che andavo cercando oltre che essere un debutto uscito all’inizio di quest’anno. Questa cantautrice ci ha messo poco a convincermi che meritava ben più di un ascolto.

Hannah Harber
Hannah Harber

Si comincia subito forte con la bella Come Alive. Non c’è tempo per i convenevoli, la Harber e la sua band piazzano un country rock ben tirato e carico. Le chitarre riempiono l’aria e la voce colpisce nei punti giusti, “It’s time to stop that self destruction / Nothing lies like a lonely heart / This is a good love interruption / A lightning bolt across the dark / Come alive, in the light of love“. La successiva Slow Leak, come da titolo rallenta il ritmo, trasformandosi in un rock vagamente blues. La Harber è perfetta e i suoi “cuori di leone” sono trascinanti e capaci di cambiare stile, decisamente rock’n’roll nel finale. Una prova di forza da ascoltare tutta d’un fiato, “There’s a slow leak and I’m losing time / I’m playing hide and seek with my pride / When doubt and the devil and love collide / It’s the great divide“. Sorry Darlin’ è un country collaudato ma che si lascia ascoltare volentieri. Ben supportata dalla band, la Harber accende il brano con la sua voce, più pulita ed educata che in precedenza, “But I don’t miss a thing, I’ve just been drinking / I’m in the mood for reckless and wishful thinking / Maybe I needed reminding just how bad it’s really been / To see how great I’m doing since you left / I’m sorry darlin’“. Non manca in questo album la ballata malinconica, qui con il titolo Hold On You. Hannah Harber però ha l’abilità di non cadere in banalità sentimentali, riuscendo a mantenere un piglio rock non troppo marcato, “I wish I could call you everything under the sun / Wish I could call you the one / The one who would never leave / But now crying is the only thing I know to do / Even still I know it’s true / Crying don’t change a thing“. Oh Papa è un bel country blues oscuro, con riferimenti religiosi. La Harber ci svela così l’altra faccia della sua musica, più dura e misteriosa, “Away with the key to the door of the devil’s den / One foot in the grave, one foot in the garden / We’ve been through hell and here comes the high water / Oh papa, we ain’t going under“. Heartaches è una canzone su un amore che fa soffrire, una ballata forte e sentimentale. Bella la scelta di accompagnare la voce con solo il suono di una chitarra acustica, “My heart aches every day for you / And my soul shakes at the hell you put me through / But I’m growing stronger the longer this takes / But my heart aches“. La title track Long Time Coming è una lunga cavalcata rock che sfiora i sette minuti. Ancora tanto spazio alla musica che arricchisce le melodie country del canto della Harber, “The least, the last, shall be first / And I’m still out of line / I’m speaking fire and getting burned / Until the smokes clears / I’m just blind leading blind“.

Long Time Coming è davvero un ottimo debutto. La scrittura e le atmosfere tipicamente country di Hannah Harber sono supportate dalla band The Lionhearts che ha un orientamento più rock. Un mix che regala all’album quel qualcosa in più che manca spesso ad alcuni album country. Questa cantautrice ha tutto il talento necessario per ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto in questo panorama musicale e Long Time Coming è il suo biglietto da visita. Purtroppo sono solo sette tracce ma sono sicuro si tratti solo di un inizio, e Hannah Harber ha tutto il tempo davanti a sé e, si sa, il buon country migliora con in tempo.

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Il cielo è in fiamme

Tra le uscite di quest’estate, che ormai si prepara a lasciare il posto all’autunno, c’è ne stata un che ha catturato la mia attenzione anche grazie ad alcune recensioni positive. I mesi più caldi dell’anno non sono certo il periodo più prolifico in termini di nuove uscite e quindi trovare un album nuovo sotto l’ombrellone è sempre un piacere. Uscito lo scorso luglio, And The Sky Caught Fire della cantautrice americana Nichole Wagner, faceva proprio in caso mio. Sonorità che viaggiano dal country all’americana e un po’ di folk a stelle e strisce sono più che sufficienti per premere play e godersi in tutta tranquillità un debutto interessante.

Nichole Wagner
Nichole Wagner

Winner Take All apre l’album facendo subito presa con le consolidate trame del folk americano. Parole, immagini e una storia da raccontare, su un sottofondo blues che tocca le corde giuste, “I watched you roll another cigarette / You just laughed, said they hadn’t killed you yet / Here we are, with the night closing in / On a place we could have called home / Way back when“. Sfumature country rock con l’esplosiva Dynamite. Una canzone dove la vita, il lavoro e la terra danno forma all’uomo che ne resta legato per sempre. Nichole Wagner dimostra talento nella scrittura, accompagnandola con una musica accattivante, “Initiate. Detonate. Blow it up. Walk away. / It’s easier to just cut and run / But I’m my mother’s only son / I got dynamite in my blood / I got dynamite in my blood“. Le ballate non mancano e Yellow Butterfly è una di queste. Un brano delicato che svela una Wagner più intima e sentimentale. Un’ottima interpretazione ed un accompagnamento essenziale e moderno, “I wish that I could hold you and keep you safe / But I might crush you and then you couldn’t fly away / My yellow butterfly“. A partire dal titolo, Rules Of Baseball, rivela un testo curioso ed originale. Un’amore finito, paragonato ad una partita persa di baseball. Un punto di vista interessante, spiegato in un trascinante ritmo country, “And I’d explain the rules of baseball / But we both know you don’t care / Add it to the list of all the things we don’t share / Days are getting shorter, the summer is almost through / The most important rule of baseball: / There’s no crying when you lose“. The Last Time sprofonda invece in un’atmosfera più scura e triste. Una chitarra appena accennata accompagna la voce della Wagner, che rivela un’altra sua sfumatura. Un procedere lento che sfocia in un finale rock liberatorio, “I feel storm clouds forming, the air is heavy / There’s your eyes / Lightning flashed, your words are thunder / No surprise / I sip my coffee in the empty silence / It’s hard to breathe / Keep my fear from raining down / Until you leave“. This Kind Of Love è un brillante country dallo stampo classico. Un’altra storia d’amore finita, un altro dolore da affrontare ma la vita va avanti, sembra volerci dire Nichole, “Maybe this is over / No hanging on to the past / Maybe this kind of love, no it wasn’t meant to last / We should have seen it coming / Now the die is cast / Maybe this kind of love wasn’t meant to last“. La successiva Let Me Know mette da parte la tristezza per lasciare spazio ai buoni sentimenti. Una canzone luminosa e orecchiabile, con un testo leggero ma non banale, “Painted you from memory, your blue eyes shining like the sea / When the light hits your face just right / And in your hair a touch of grey just like the sky was that day / The first time, we said goodbye“. Fires Of Pompeii (We Should Walk Away) è una canzone d’amore, che vede la partecipazione di Rod Picott. Un country elegante e notturno a due voci che segna uno dei punti più alti di questo album, “There’s a million reasons this should work / Unless we’re buried in ashes / You’re not him and I can’t replace her / There’s a likelihood we’ll both get hurt / There’s a likelihood we’ll both get burned / We should walk away / We should walk away“. Reconsider Me è una cover dell’originale di Warren Zevon del 1987. Una bella ballata d’amore in una versione più country di quella di Zevon, “When you’re all alone / And you need someone / Telephone, I’ll come running / Reconsider me / Reconsider me / If the past / Still makes you doubt / Darlin’, that was then / And this is now / Reconsider me / Reconsider me“. L’album si conclude con Spark & Gasoline, un’altra canzone che parla d’amore, questa volta volta non c’è traccia di tristezza e tutto va per il verso giusto, “You and me babe, we’ll continue to sing / Our songs are different but they mean the same thing / We never thought we could go this far / Sometimes love is just a shooting star“.

And The Sky Caught Fire è un album di debutto che nasconde al suo interno canzoni che offrono spunti interessanti. Nichole Wagner si distingue per il suo songwriting onesto e poco ruffiano. L’impressione è che questa cantautrice dia importanza alle parole più di alcune sue colleghe, e questo fa ben sperare per il suo futuro. And The Sky Caught Fire ha superato le mie personali aspettative, soprattutto dopo ripetuti ascolti. Nessun brano è così orecchiabile da stancare né troppo difficile da ricordare, e questo dà all’album la caratteristica di essere, in qualche modo, sempre nuovo ad ogni ascolto ma con qualcosa di famigliare nelle sue note. Sì, è questo che mi piace di questo genere di musica. Sai sempre cosa aspettarti ma ti sorprende ogni volta e non sai perché.

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