Welch la Rossa e la speranza

Il loro ultimo How Big, How Blue, How Beautiful era stato uno dei migliori album del 2015. I Florence + The Machine quest’anno sono tornati con un nuovo lavoro intitolato High As Hope. Niente più bianco e nero in copertina e lo sguardo di Florence Welch è un più sereno ma non troppo. Tutto lascia presagire che le atmosfere di questo album saranno diverse dal suo predecessore. Quarto disco per il gruppo britannico, capitanato da un ormai iconica Florence Welch e da Isabella “Machine” Summers, che ha segnato come pochi altri il panorama musicale degli ultimi dieci anni. Le aspettativa per un nuovo album sono sempre alte quando si parla di questa band e High As Hope non fa eccezione considerando l’ottimo successo del capitolo precedente. Ebbene, non resta che ascoltarlo, sapendo che mi stupirò una volta di più della voce di questa ragazza.

Florence Welch
Florence Welch

Si inizia con la poetica June. Un classico brano dei Florence + The Machine, dove la voce della Welch regge il timone della canzone. Lentamente si sale di tono, sfociando nella consueta epicità della band. Cos’altro chiedere? “I hear your heart beating in your chest / The world slows till there’s nothing left / Skyscrapers look on like great, unblinking giants / In those heavy days in June / When love became an act of defiance“. Il singolo Hunger è funziona come un orologio. Tutto procede nella direzione giusta. Positività e un pizzico di malinconia sono gli ingredienti di questo album e questo brano ne incarna al meglio le caratteristiche, “At seventeen, I started to starve myself / I thought that love was a kind of emptiness / And at least I understood then the hunger I felt / And I didn’t have to call it loneliness“. South London Forever una riflessione sulla vita, potente e lucente. Florence Welch dismette per un attimo i panni di cantautrice poliedrica per rifugiarsi in quelli più intimi e personali. Il risultato è come sempre ottimo, “And we’re just children wanting children of our own / I want a space to watch things grow / But did I dream too big? / Do I have to let it go? / What if one day there is no such thing as snow? / Oh God, what do I know?“. Il brano più interessante, perché differente dal resto dell’album, è senza dubbio Big God. La musica lascia spazio a tutta la forza espressiva della Welch. Tutta la forza e il tormento dell’amore emergono dal suo canto libero. Da ascoltare, “You need a big god / Big enough to hold your love / You need a big god / Big enough to fill you up“. Sky Full Of Song riprende le prime sonorità del gruppo. Melodie sognanti e tristemente dolci prendono forma poco a poco, trasmettendo un senso di beatitudine non affatto facile da evocare, “Grab me by my ankles, I’ve been flying for too long / I couldn’t hide from the thunder in a sky full of song / And I want you so badly but you could be anyone / I couldn’t hide from the thunder in a sky full of song“. La successiva Grace è guidata dal suono di un pianoforte e vede la Welch elevarsi al livello di cantante confidenziale, senza rinunciare alla distintiva potenza della sua voce, “I’m sorry I ruined your birthday you had turned 18 / And the sunshine hit me and I was behaving strangely / All the walls were melting and there were mermaids everywhere / Hearts flew from my hands and I could see people’s feelings“. Patricia ricalca ancora le sonorità del passato della band. Tanta energia e un ritornello orecchiabile, marchio di fabbrica inconfondibile. Florence Welch dimostra di non aver perso affatto lo smalto qualche hanno fa, “Drink too much coffee and think of you often / In a city where reality has long been forgotten / Are you afraid? ‘Cause I’m terrified / But you remind me that it’s such a wonderful thing to love“. 100 Years è un magnetico pezzo pop dove la voce della Welch guida le danze. Il resto della band la segue ma appare evanescente, in secondo piano, come spesso è accaduto in questo album, “Then it’s just too much, I cannot get you close enough / A hundred arms, a hundred years, you can always find me here / And lord, don’t let me break this, let me hold it lightly / Give me arms to pray with instead of ones that hold too tightly“. The End Of Love è una ballata accompagnata dalle note del pianoforte. Il coro nel ritornello è pura energia, esaltazione di un brano pop di razza, “And in a moment of joy and fury I threw myself / In the balcony like my grandmother so many years before me / I’ve always been in love with you / Could you tell it from the moment that I met you?“. La conclusiva No Choir cattura l’attenzione con il suo inizio a cappella per poi lasciarsi andare ad un sound leggero e sognante. Il canto potente della Welch da corpo ad una musica impalpabile, “There will be no grand choirs to sing / No chorus could come in / About two people sitting doing nothing / But I must confess / I did it all for myself / I gathered you here / To hide from some vast unnameable fear“.

Con High As Hope i Florence + The Machine non si prendono il rischio di alzare ulteriormente l’asticella della loro carriera. Danno una mano di colore al suo monocromatico predecessore e rispolverano, in parte, il sound degli esordi. Florence Welch si prende la scena, come sempre, ma questa volta non è lei a prevalere sulla band. Piuttosto è “la macchina” ha fare un passo indietro, lasciando che la carismatica rossa si possa muovere liberamente. High As Hope è in definitiva un album che soddisfa le attese ma che lascia intendere la volontà di non forzare troppo la mano come successe con Ceremonials nel 2011. Florence Welch si riconferma una delle donne più carismatiche e di talento del scena musicale internazionale e questo album dimostra che non ha bisogno di un accompagnamento epico per emergere. High As Hope non ferma i Florence + The Machine e rilancia la sfida per il prossimo futuro.

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Des monstres se cachent

Sono passati tre anni dall’ultimo album, intitolato Roses, della cantautrice canadese Couer de pirate, il primo nel quale c’erano alcuni brani in lingua inglese. Una scelta probabilmente più commerciale che artistica la sua, che non si è ripetuta nel nuovo capitolo della sua discografia, en cas de tempête, ce jardin sera fermé. Béatrice Martin sceglie di cantare nella lingua che preferisce, il francese, con la quale ha dichiarato di avere un feeling maggiore. Si tratta del suo quarto album, uscito a dieci anni di distanza dal suo esordio, fatto di malinconiche ballate pop accompagnate al pianoforte. Questo album arriva dopo importati cambiamenti nella sua vita privata e sentimentale, segnando una tappa importante nella carriere della giovane pop star canadese.

Coeur de pirate
Coeur de pirate

Somnambule ci riporta di indietro ai suoi esordi. Un’eccezionale ballata al pianoforte, personale e triste. La voce emozionante e innocente della Martin, che è sempre un piacere ascoltare, scava profonda nell’animo di chi ascolta, “Et je suis somnambule, mon rêve devient silence et j’erre sans lui / Les doutes d’une incrédule se perdent dans la nuit / Et tout s’est décidé, je ne vis que d’idéaux, de mots cassés / Je tente d’être complétée, d’amour et d’inconnu“. Il singolo Prémonition è un ritorno ad un pop moderno e contemporaneo. Il talento della Martin di creare delle ottime canzoni pop, senza l’aiuto della lingua inglese, è indiscutibile, “Et quand le jour se lève / Je reviens vers toi / ce que je reconnais, ce n’est que vide en moi / d’abus, je vis d’erreurs / tes mots comme une loi / comme une prémonition / on ne changera pas“. La successiva Je Veux Rentrer è un intenso brano pop che fa leva sulla forza delle parole e delle immagini. Béatrice Martin si mette a nudo, svelando così i lati oscuri dell’amore, “Et j’ai voulu crier, m’emporter car je souffre quand tu es en moi / mais le doute se forme, m’emprisonne car je suis censée t’aimer / mais ce que je sais, c’est que je veux rentrer / ce que je sais, c’est que je veux rentrer“. Dans Le Bras De L’autre si ispira alle sonorità tipiche del pop di matrice francese, più vicine a quelle ascoltate nel suo secondo album, “J’étouffe et je sens / Mon corps défaillir / Je sais que la nuit achève notre idylle / Je prends mon courage / Et j’attends de faire / Ce qui reste secret“. In Combustible la cantautrice canadese affronta i suoi demoni in una delle migliori canzoni dell’album. Un pop cantautorale di razza dove un testo ispirato e una musica orecchiabile si fondono alla perfezione, “Mais je t’ai averti, des monstres se cachent / Au fond de mon cœur, qui se mue en moi / Mais libre d’esprit / En secret, je prie / Que mon double enfin ne se libère pas“. Dans La Nuit è un pop elettronico molto più vicino alle produzioni recenti della Martin. Il brano vede anche la partecipazione del rapper canadese LOUD che si inserisce in una strofa, “Les gens tournent autour de moi / Ne m’ont pas vue m’endormir / Au son des basses qui résonnent / Dans mon tout, mon être chavire / Les amours se rencontrent enfin / Alors qu’on me voit souffrir / Je rêve, je m’envole“. Amour D’un Soir ricalca ancora il sound delle ballate pop di Roses. La Martin affronta ancore le pene dell’amore con la consueta sensibilità ed eleganza, senza rinunciare all’orecchiabilità della musica pop, “Mais je te quitterai dans mes rêves / Tu me fais voir que tout s’arrête / Mais c’est ta lourdeur qui m’achève / Et ta passion rappelle la mort / Tu me fatigues, j’en viens à croire / Ce n’est qu’un amour d’un soir“. In Carte Blanche la Martin non risparmia le parole affrontando ancora i tormenti dell’amore. Un brano che richiama il pop anni ’80 e tutt’altro che leggero come può sembrare, “Et j’ai beau rêver, encore espérer / Je sais que je ne te changerai pas, tes conquêtes restent entre nos draps / Et usée, par nos souffles coupés / On n’aura jamais carte blanche et je planifie ma vengeance sur toi / Sur elles mais surtout toi / Oh sur toi, sur elles mais surtout toi“. Malade è un pop oscuro e notturno dove il dolore è il suo filo conduttore. Una delle migliori canzoni dell’album, che ne incarna lo spirito, “Alors j’en deviens malade / Si tu as mal j’aurai mal / Le sol se brisera sous tout ce qui nous reste / Le temps qui veut qu’on se laisse / Alors partage ta douleur / De tes blessures, je saignerai / Si nous devons garder un silence face au danger / Sans toi, je me vois couler“. Per chiudere il cerchio Couer de pirate torna al suo pianoforte De Honte Et De Pardon. Una ballata oscura ed elegante come solo lei sa fare, che vibra di emozioni. Un altro gioiellino di musica e parole, “Et si ce qu’on raconte est vrai, je compterai mes regrets alors que tu défiles / Mon corps de tes mensonges / Tes lèvres quittent les miennes, te rappelles-tu les siennes / Celles qui n’ont jamais pu énoncer ton nom / De honte et de pardon“.

In conclusione, en cas de tempête, ce jardin sera fermé, è l’album nel quale Couer de pirate affronta la tempesta del suo cuore, dando vita a dieci canzoni che sono le più autobiografiche dell’artista. Un album che racchiude dieci anni di canzoni, dove trovano spazio tutte le sonorità pop che hanno caratterizzato la discografia di Béatrice Martin. C’è il pianoforte, le ballate e il pop accattivante ma intelligente. C’è tutto ciò che rappresenta Couer de pirate. Se per alcuni la scelta rinnovata di usare solo la lingua francese può rappresentare un limite, la Martin dimostra ancora una volta che non è così. Il francese le permette di esprimersi al meglio ed renderla riconoscibile in un panorama, come quello del pop internazionale, troppo spesso dominato dalla lingua inglese. Così facendo rinnega in parte la scelta del precedente album, dimostrando allo stesso tempo di tenere più alle emozioni che al facile successo. en cas de tempête, ce jardin sera fermé è l’album più rappresentativo di Couer de pirate, un buon punto di partenza per conoscere la sua musica.

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Tempi bui

Sono passati cinque anni da quando scoprii la musica della band inglese To Kill A King con il loro EP My Crooked Saint. Nel corso degli anni la loro musica è cambiata ma ha mantenuto dei punti fermi. Proprio all’inizio di quest’anno, il gruppo capitanato da Ralph Pelleymounter, ha pubblicato l’album The Spiritual Dark Age, che segue To Kill A King del 2015. Questa band mi incuriosì fin da subito e in tutti questi anni i To Kill A King non hanno mai deluso. Dopo la svolta, meno folk, nel loro secondo album ero curioso di sapere quale strada avessero intrapreso. L’idea alla base dell’album è interessante ma sarà abbastanza? Per scoprirlo non resta che ascoltarlo.

To Kill A King
To Kill A King

Apre l’album la title track Spiritual Dark Age, nella quale ritroviamo i To Kill A King di qualche anno fa. In primo piano sempre la voce inimitabile di Pelleymounter che sciorina parole che si incastrano nella musica, “Oh, forget about love / Not a hand from above / It’s not just some dream / And there’s the rub / Just chemicals that flood brain / They’re writing poetry / About serotonin and dopamine / Welcome to the Spiritual Dark Age“. The Unspeakable Crimes Of Peter Popoff si affida a ritmi funky e bordate rock per raccontare la figura del telepredicatore americano Peter Popoff. Una delle canzoni più orecchiabili e accattivanti dell’album, “He’s like 6 foot tall, his congregation looks so small, oh / See that holy snarl, sweat runs down, his lips are narrow / When you gonna fight that hatred? When you gonna heed the call? / Will you know I’m out of patience? On your feet you know it’s on, oh“. Compassion Is A German Word ricalca le sonorità tipiche della band. Qui i nostri tirano fuori un bel indie rock nel quale immancabilmente spicca la voce di Pelleymounter che ripete ossessivamente la parola compassion, “Don’t be so arrogant / You ain’t no different to anyone I’ve met / We’re all the heroes in our own film / Or maybe the villain in someone else’s / The Ned Flanders to someone’s Homer / The Cobain to someone’s Courtney“. Cherry Blossom Falls gioca sul suono delle parole. Lo hanno fatto spesso in passato i To Kill A King, e lo fanno ancora. Un brano da canticchiare, interrogandosi sul suo significato, “I was in the wicked sea / Drowning not waving if you please / Oh / See how the cherry falls / See how it falls / See how the cherry falls / See how it falls“. La successiva No More Love Songs ci fa scivolare in un indie pop, dove le parole escono una dopo l’altra. Niente più canzoni d’amore, ci promette il buon Ralph, non che la sua band ne abbia fatte molte, “I ain’t gonna write no more love songs / Cause they will stay after you’re long gone / I ain’t gonna write no more love songs / Cause they will stay after you’re long gone / It’s a dangerous game to play“. Tra le canzoni che preferisco c’è la bella Oh, Joy. Un brano oscuro, più sommesso rispetto al resto dell’album. Si percepisce una sorta di tensione, riassunta, in poche parole, nel ritornello, “Oh love / Oh my joy / Hold me close / The dark is pressing in“. Il gruppo sfrutta il momento e rimane nel buio della notte con The Good Old Days. Una canzone che dimostra tutta la maturità artistica del gruppo nel saper dare forma alle emozioni, “The good old days / You forget the jokes but the laughs remain / You never slept but you dreamt you life away / I said your name / Just to feel it on my lips again / To see if it still felt the same“. Con The One With The Jackals tornano agli esordi. Un brano principalmente acustico, carico di immagini, dove le parole scandiscono il tempo. Bella nella sua semplicità, “Never have I seen two filthier jackals / Circling around the corpse not that it matters now / Stretching the coat as they try for size / Claiming the boots that once were mine“. Con I Used To Work Here, Perhaps You Did Too? la band dà un colpo di spugna e passa all’attacco. Un rock che è quasi un rap, un ritornello fulminante. I To Kill A King sono capaci anche di questo, “Now mother Mary, she’s a mother to six / But at this point in the evening she tends to forget it / She’ll lie with anybody but her love loss ex Jimmy ‘the rat’“. My God & Your God è un trascinante indie rock guidato dalle chitarre. Pelleymounter segue il ritmo e si lancia in una delle sue migliori performance, “But my God and your God they don’t get along / As miserable apart as they were as one / Oh, my God and your God they don’t get along / Chasing each other like the moon chase the sun“. Con Bar Fights la band si diverte e fa divertire. Forse il brano più apertamente rock dell’album, “Ham strung / There’s no getting out of here / Oh wait / Shift your grip upon your gun / God damn / Watch your lip that fighting talk / Gold dust / You go big or you go home“. Chiude l’album la ballata And Yet…, riflessione sulla vita e tempo che passa. Si gioca ancora con il suono delle parole, gioco reso più evidente da un finale quantomeno curioso, “Because the weight to make our way / To tick the boxes neatly placed / I call bullshit, you call bullshit / This fleeting wondrous life won’t fit“.

The Spiritual Dark Age riprende là dove il precedente To Kill A King finiva. Il distacco dal folk è avvenuto ma non completamente. Le tracce più acustiche stanno lì a dimostrarlo. Il resto dell’album è un buon mix tra alternative e indie rock che gira attorno alla voce inconfondibile Ralph Pelleymounter. Da non sottovalutare i testi, sempre intelligenti ed originali. Ogni canzone compone una sorta di concept album sui nostri tempi e le loro contraddizioni. The Spiritual Dark Age, insomma, è un album fatto sia di canzoni orecchiabili ma anche di tematiche su cui riflettere.

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Di legno e di pietra

Ci sono alcuni album che durante quest’anno ho ascoltato ma non ne ho scritto su questo blog. Ho dato priorità alle nuove uscite e così gli album usciti negli anni scorsi sono piano piano finiti in fondo alla lista. Prima di chiudere l’anno però mi sembra corretto dare spazio ad uno di questi album, uscito lo scorso anno ma che merita di essere condiviso con voi che state leggendo. Si tratta di Big Deal, terzo album della cantautrice canadese Kelly Sloan. Uscito nel Marzo dello scorso anno, era molto probabilmente finito nel raggio nel mio radar in quell’occasione, ma solo quest’anno l’ho riscoperto e ascoltato. Ed è stata davvero una fortuna.

Kelly Sloan
Kelly Sloan

Love Is Plenty apre l’album con il suo indie pop dalle sonorità americane. La voce della Sloan, calda ed educata, si muove tra le chitarre. Questo è solo l’inizio, un assaggio della varietà di quest’artista, “I am waking to the sun today / I know you’re far away / But do you know / If you’re looking up from where you are / We can’t be very far away“. La title track Big Deal vira verso un indie rock che ricorda quello di Angel Olsen. Una riflessione sulla vita da musicista e cantante, che assume i contorni del sogno tra i riverberi della chitarra, “I’m pretty big in a little town / My Mum’s friends know me / ‘cause I play around / I play the chords and I sing the words / And if they’re lucky I repeat the verse“. La successiva Made Of Wood è un brillante folk rock americano, sorretto dalla melodia tracciata dalla chitarra. Una poesia di immagini frutto del talento della Sloan, “I have come and I will stay / I threw my bones in that lake / And I’ll take my heart and go where I am from / I am made of wood and you are made of stone“. Annie Edson Taylor si ispira alla storia di questa donna che per evitare la miseria decise di compiere un’impresa. Nel 1901 si gettò dalle cascate del Niagara dentro un barile. Il gesto andò a buon fine ma, a causa di un tradimento, non le porto la fama sperata. Kelly Sloan ne fa un indie rock accattivante, “She is taking on water / A sinking family stone / She is going to leave it all / At Niagara Falls / It will all come tumbling down / All she had was gone / So she was going to the falls“. Be The Woman And The Man cambia registro e si porta verso una melodia country. La Sloan si dimostra a suo agio anche in questa ballata malinconica, “And then one day it rained / With the pain of yesterday / For forty nights she stayed / ‘til her dreams did go away / ‘cause a shadow never stays“. Di nuovo un ritorno a qualcosa di più rock con Tracers. Le chitarre suonano un beat anni ’60, la voce della Sloan è ferma ma dolce, “Sleeping in my room at night / Covered in your broken light / You’re a figment of someone passing by / And you’re coming to my door / Oh oh and I try“. Sulla stessa lunghezza d’onda anche To The Water. In primo piano le chitarre, la voce della Sloan è energica, rock. Una delle canzoni più belle dell’album, “Then something starts to take you down / And no one knows what’s going on / You were running / But now you’re crawling on all fours now“. O Brother è una splendida ballata country folk dalle atmosfere oscure. Kelly Sloan fa ancora centro, cambiando ma rimanendo fedele a sé stessa ed esprimendo tutta la sensibilità della sua musica, “Call me a cheater but there was no other way / To win a game no one’s playing / Some of us try and the rest never change / Now or then or whenever“. Your Only Ride è una delle mie preferite. Le parole scorrono veloci, cavalcando una melodia lenta e trascinante. Una canzone intensa e sincera che conquista al primo ascolto, “Then I hear a voice callin’, telling me to shut ‘er down, / Don’t worry about where you are, where you were and where you can’t be now / It’s all in your head and plus, it doesn’t even matter“. L’album si chiude con Turn To Me. Un orecchiabile indie pop, che pesca a piene mani dal cosiddetto french pop. Una canzone luminosa e avvolgente, “Turn to me, turn to me / You don’t know where you’re going / They’ll follow you and take you in / And I’ll live alone forever“.

Big Deal è un album nel quale troverete tutte le sfumature della musica cantautorale americana e le influenze dell’indie pop. Kelly Sloan, pur spostandosi su stili diversi, riesce a mantenere uno stile unico e coerente lungo tutta la durata dell’album. Proprio questa caratteristica è il punto di forza di un album nel quale ogni ascoltatore troverà almeno una canzone di suo gradimento. Personalmente mi piacciono tutte e Big Deal l’ho ascoltato più e più volte, cogliendone ogni volta nuove sfumature. Big Deal non meritava di rimanere in fondo a quella lista. Kelly Sloan si è guadagnata un posto di riguardo nella mia musica.

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Altri tempi

Le ultime tracce dell’inverno, ormai, ce le stiamo lasciando alle spalle ma c’è ancora qualcosa che è rimasto indietro. Ad esempio Please Be Mine esordio della cantautrice americana Molly Burch, uscito lo scorso febbraio. Ebbene sì, mi sono preso il mio tempo per ascoltarlo come spesso faccio ma in questa occasione la musica di Molly Burch non mi ha agevolato. Il suo stile e la sua proposta musicale escono da questo tempo e ci portano in un passato tanto vicino a noi ma altrettanto lontano per le sue atmosfere. Please Be Mine però mi incuriosiva e non potevo mancare questa uscita, soprattutto dopo aver letto diverse recensioni molto positive ma senza farmi condizionare.

Molly Burch
Molly Burch

Il singolo Downhearted ci fare un balzo indietro del tempo di più di cinquant’anni. La voce della Burch si muove sinuosa tra le note, a volte graffiando ma sempre con eleganza e dolcezza, “I’ve got the moon, the sun, the stars, the night / The sky, the trees / The dark, the light / I’ve got my arms, my legs, my hands, my touch / My eyes, my lips / I guess I don’t need too much“. Segue la bella Wrong For You nella quale la Burch gioca con la voce, seguendo le orme della sua connazionale Angel Olsen. Ne viene fuori una canzone godibilissima che attrae l’ascoltatore verso il resto dell’album, “You told me we would dance the world / You told me we would dance the world alone / That’s just something you say / You said i was the only one / You said i was the only one but I know / You say that to all the girls“. Please Forgive Me è un lento d’altri tempi. Molly Burch sfodera un’interpretazione accorata, nel quale l’uso della voce gioca un ruolo fondamentale, “The day I thought I saw the sun, the sun / And that is where it all begun, begun / It looked so close that I could touch, touch / But then it all got to be too much, too much / Oh, oh“. La suceessiva Try, è un altro pezzo che ricorda gli anni ’50. Tra cori in sottofondo e le chitarre tutto sembra uscire direttamente da una tv in bianco e nero. Una canzone che racchiude tutta l’anima di questo album, “The day I, knew I wanted you was the day we met / And I said, ‘Well I’m you’re little baby, your little baby pet’ / And you liked it, like that / I promise that you liked it, like that“. La triste e malinconica Loneliest Heart rallenta il ritmo e ci cattura con il suo fascino vintage. Molly Burch si dimostra matura soprattutto dal punto di vista vocale e stilistico, “I’ve got a man, he holds it all down / What do I do when he’s not around? / I walk alone, my days are still good / But I think of him the way that I shouldn’t“. Torn To Pieces riprende le atmosfere che hanno caratterizzato questo album finora e le arricchisce ti tinte più luminose. Una canzone che si rivela un piacevole ascolto, crescendo nota dopo nota e rivelandosi anche piuttosto orecchiabile. Fool è un bel brano dal gusto country. Ci sembrerà di conoscere queste canzoni, suonano familiari ma con quella accezione positiva che arriva dalla capacità di trasformarle e rendere personali con attenzioni e cura nei dettagli. Si potrebbe dire la stessa cosa di Not Today altro lento che ricalca schemi ben collaudati ma senza dare quella sensazione spiacevole del “già sentito”. Molly Burch incanta ancora una volta con la sua voce che ondeggia su e giù in modo irresistibile. Please Be Mine è una variazione sul tema. Qui per un attimo si lasciano da parte stili e melodie anni ’50 e s’intravede una Burch sincera e spontanea. Musica essenziale che sostiene la sua voce delicatamente senza appesantire ma lasciandole lo spazio che merita, “I can feel the days grow cold / Boy, I’d love a hand to hold / It’s yours, it’s yours still for me, for me / Though I don’t deserve you babe / But I really like it like that / Would you, would you like it too / You do“. L’album si chiude con I Love You Still. Un finale nello stile della Burch, sintesi di un album legato al passato ma, come si dice in questi casi, con uno sguardo verso il futuro.

Please Be Mine si è rivelato un esordio molto piacevole. Molly Burch si dimostra ricca di idee che prova a mettere in pratica affondandosi a meccanismi ben rodati e sempre affidabili. Le sue atmosfere malinconiche non lasciano molto spazio ad altre sensazioni e questo può rendere l’ascolto non particolarmente immediato. Si rende necessaria, da parte dell’ascoltatore un po’ di pazienza per lasciarsi coinvolgere. Molly Burch può sentirsi soddisfatta di questo Please Be Mine ma non dovrà accontentarsi per non rischiare di rimanere ancorata ad un passato, che sotto questa forma ancora ci appartiene.

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Sulla buona strada

Tra le uscite dello scorso anno che ho mancato di riportare su questo blog per una banale questione di tempo c’è un album intitolato Good. Hayley Reardon, ventenne cantautrice americana agli esordi, è una di quello scoperte che ho fatto attraverso NoiseTrade, un ottimo sito per scoprire nuova musica e sostenere gli artisti. Questo suo album ha fin da subito attirato la mia attenzione, in primo luogo perchè è il suo esordio, e poi perchè il suo stile a cavallo tra pop cantautorale e folk americano è nelle mie corde. Senza pensarci troppo mi sono buttato su Good certo di trovare al suo interno qualcosa di buono, good, appunto. Questo è il risultato.

Hayley Reardon
Hayley Reardon

La title track Good ci introduce nel delicato mondo della Reardon. C’è la tenerezza di un amore giovane e quella traccia di malinconia che dà forma ai sentimenti. Una canzone che mette in luce il suo talento cristallino, “People do crazy things / Try everything / Just to be who they think the should / But you, you do it ‘cause you’re good, good, good / Don’t let nobody tell you you aren’t good / You are good“. La successiva Would You Wait ha tutto il gusto del pop adolescenziale ma con una sensibiltà matura. La voce della Reardon è giovane ancora da scoprire ma le potenzialità ci sono e questa canzone ne dà prova, “I’m begging trying to tell you / That my head is like a city some days / Only when we’re laying in our whispers / Do I start to hear the street noise fade / I could come along fine“. C’è il fascino del folk americano nella bella Ghost. Una delle canzoni più mature dell’album, un’interpretazione intense e delicata allo stesso tempo, “Speak my words under water to make sure you hear / ‘Cause you live underwater on black coffee, burnt fear / And they all say they told me, but nobody told me / I guess you don’t know, don’t know, don’t know / Until you know“. Paper Mache ha quel tocco blues che la rende una delle canzoni più orecchiabili dell’album. Qui la Reardon è a suo agio, giocando con la voce e ammaliando l’ascoltatore. Ben fatto, “When everybody’s taking their hearts out to be framed / Here I am pulling at my edges hoping my name fades / From this paper, paper, paper mache / Leave my paper heart to blame / I’ll build it better when I’m better one day“. Con The Going si ritorna alla semplicità di un pop folk carico di sentimenti. C’è sempre quella malinconia di fondo, un tratto che è caratteristico di quest’artista e di tante altre della sua generazione. Una generazione di talento, “Does it hit you in your bones like seasons / Your finger ache with reasons / Why its getting too still here to breathe when / You’re face to face with your life for a second“. The High Road è destinata a rimanere nella vostra testa per un po’. Il ritmo si alza e la voce della Reardon è irrestibile nel ritornello. Un’ottima prova di songwriting, “At least I only want / What I say I do / I may be last to dance / But hell I’m first to move / And if I ever tried to pull off / All the crazy things you do / I’d want you to skip the high road too“. Segue la triste ballata Fourth Grade, davvero notevole per la dolcezza e sensibilità con la quale è stata scritta e cantata. La voce della Reardon si fa calda e confortante e rende questa canzone una delle migliori di questo album, “I met a girl today in fourth grade / It’s her first year with a locker / And a teacher with a first name / She’s smiling as she tells me / Weekend homework isn’t easy / But she can’t wait to be as old as me“. When I Get To Tennessee è un’altra canzone che con semplicità sa creare la giusta atmosfera un po’ malinconica ma positiva. In queste canzoni viene fuori la giovane età di questa artista ed è un bene, “But every time I get two hundred dollars and a brand new dress / I’m gonna fly you to the city just to catch my breath / It’s gonna be hard not to hold your hand / But we’ve still got a world to share when we can / When we can, when we can, when we can“. Con Count si abbassano le luci e si spande nell’aria una ballata romantica e solitaria. Una canzone che scalda il cuore, “And oh, when you’re looking from the last round / You’re laying with your head down / You’ll say it only mattered cause we made it / It only mattered cause we made it home“. Holes In Your Pocket è sulla stessa lunghezza d’onda della precedente e ancora una volta basta un chitarra per fare una canzone. Canzoni come queste arrivano dritte, lungo strade larghe e pianeggianti, “I could sew the holes in your pockets / I’m only scared of the ones in your hands / How much do you lose when you’re walking / How much more do I not understand / Because I want all of you, all of you, all of you / I want all of you“. Chiude l’album Work More che ne racchiude i suoi aspetti migliori, “A world where we dance like Steinbeck writes / Where the dust lines the floor like lights / Where the songs don’t say get rich or die trying / ‘Cause you build the paper life and the paper still goes flying“.

Hayley Reardon con questo suo Good si presenta come una cantautrice che ama la semplicità nelle sue canzoni. Chitarra e voce sono spesso sufficienti per dare forma a questi brani. Questo è un buon esordio dove ancora si sente quella maracata sensibilità che i giovani cantautori sanno trasmettere attraverso le loro canzoni. Un esordio che mi ha incuriosito e mi ha convinto a mettere Hayley Reardon tra gli artisti da tenere d’occhio per il futuro. Good è un ottimo compagno per i freddi pomeriggi d’inverno e la sera che arriva presto.

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Prima che quest’anno finisca (come tutti gli altri) c’è spazio ancora per qualche recensione. Tra gli ultimi ascolti c’è l’interessante EP Fly della cantautrice gallese Danielle Lewis pubblicato lo scorso novembre. In realtà mi ero già appuntato il suo nome diverso tempo fa ma solo in occasione di questa nuova uscita, ho voluto approfondire la sua conoscenza. Così ho voluto ascoltare insieme due EP, Fly appunto, e Dreams Grow uscito lo scorso anno. Si tratta quindi di una doppia recensione nella quale ho potuto notare quanto è cresciuta quest’arista in un anno. I due EP insieme contano undici canzoni, un album insomma. Come piace a me.

Danielle Lewis
Danielle Lewis

Dreams Grow si apre con l’omonima canzone dalle atmofere indie pop. Carica di vita e positività, questo brano, rappresenta il volto più pop della Lewis che mette in luce più il suo songwiting che le doti vocali. In canzoni come la successiva I’ll Wait, Danielle sfodera la sua meravigliosa voce. Una voce angelica e cristallina, che viene perfettamente dosata in una canzone folk come questa, “Just like the tide you’d been and gone / Just like the sunset lost in the horizon / As I felt the wind come running round / It took my heart right from the ground“. La bella Dawnsio At Eich Galon è cantata in gallese. L’uso di questa lingua conferisce un tratto particolare a questa canzone, soprattutto per chi come me, non capisce una parola. Ma io sono convito che la musica è in grado abbattere qualsiasi barriera linguistica. Love Live Life mostra ancora tutta la vitalità e gioia di quest’artista. Un ritornello orecchiabile e buoni sentimenti fanno di questa canzone una delle più accessibili di Dreams Growi che si chiude con la straordinara Aros. La scelta di cantare ancora in gallese dà un fascino quasi fiabesco a questa canzone nella quale torna a farsi sentire la voce Lewis in tutto il suo splendore. Davvero un’ottima canzone.
L’EP Fly, comincia con la bella West Coast Sun. Melodie celestiali fanno da contrasto ad un ritornello accattivante. La voce della Lewis è delicata e irresistibile. Una canzone ispirata dalla sua terra. Meravigliosa, da ascoltare, “Looking over New Quay / From the window I grew in / Tracing out a path down to Cardigan Bay / Will you keep me warm, / When I’m back in old South Wales“. Along This Time è una malinconica ballata folk, nella quale Danielle Lewis ci culla con la sua voce. C’è qualcosa di magico nell’aria, l’immagine di una notte d’inverno. A me fa questo effetto al di là del significato della canzone, “Songs fade into sound turn into rain / The sunlight on the ground has washed away / Remember how my laugh would make you smile / The little things we did along the way“. La title track Fly è un canzone intima e sognante. La voce è incantevole e pura, il talento come cantautrice è un dono. Leggera come il vento, questa canzone, scivola via lasciando solo buone sensazioni, “Let this river, lead us where we’ll lay / The tide will take me / Hold me so I’ll stay / It’s almost day / I’ll fly ‘til I find another sky / I’ll fly, remember these wings, I’ll fly high“. Un richiamo all’indie pop ascoltato in precedenza lo troviamo in Belong. In questo caso Danielle Lewis presta più attenzione al testo, lasciando comunque trasportare dai sentimenti, “All the trees they shed their leaves / And every season has it’s way to be / Dancing under the scorching sun / Or getting drenched under the pouring rain“. Anywhere Is Home è un bel pezzo folk dai mille colori. La voce dà forma alla canzone, arricchita da un ritornello orecchiabile. Un’altra dimostrazione di talento della quale esiste anche una versione in gallese intitolata Cartref Yn Mhob Man, “A life is a canvas we can paint what we want / Make it fun, make it happy / Always do what you love / The sky is always blue“. Chiude l’EP la meravigliosa Hiraeth. Nella prima parte c’è solo la voce angelica della Lewis che ammalia e incanta. La seconda parte si trasforma in un folk delicato, essenziale e nostaligico come vuole il titolo. Bellissima, “Ble aeth y golau’r haul / Does dim bywyd yn y ddail / Yn edrych lan i’r awyr lwyd / i dod o hyd i fy ffordd / Mae’n diwrnod hir / Yn fy meddwl i“.

Ascoltare due EP come questi, uno dopo l’altro, dà l’idea di come un’artista, in questo caso Danielle Lewis, possa crescere e migliorare in poco tempo. Dreams Grow è ricco della vitalità e della vocalità di questa artista ma nel più recente Fly si trova quella poesia e fascino che pochi sanno tirare fuori dal nulla come lei. Avere una bella voce non è abbastanza per fare belle canzoni, bisogna saperle scrivere ma soprattutto saper trasmettere quell’emozione, quella sensazione che solo con la musica si può condividere. Danielle Lewis ha tutto questo ma soprattutto sa creare canzoni meravigliose che passano dalla sua voce angelica e pulita.