Altri tempi

Le ultime tracce dell’inverno, ormai, ce le stiamo lasciando alle spalle ma c’è ancora qualcosa che è rimasto indietro. Ad esempio Please Be Mine esordio della cantautrice americana Molly Burch, uscito lo scorso febbraio. Ebbene sì, mi sono preso il mio tempo per ascoltarlo come spesso faccio ma in questa occasione la musica di Molly Burch non mi ha agevolato. Il suo stile e la sua proposta musicale escono da questo tempo e ci portano in un passato tanto vicino a noi ma altrettanto lontano per le sue atmosfere. Please Be Mine però mi incuriosiva e non potevo mancare questa uscita, soprattutto dopo aver letto diverse recensioni molto positive ma senza farmi condizionare.

Molly Burch
Molly Burch

Il singolo Downhearted ci fare un balzo indietro del tempo di più di cinquant’anni. La voce della Burch si muove sinuosa tra le note, a volte graffiando ma sempre con eleganza e dolcezza, “I’ve got the moon, the sun, the stars, the night / The sky, the trees / The dark, the light / I’ve got my arms, my legs, my hands, my touch / My eyes, my lips / I guess I don’t need too much“. Segue la bella Wrong For You nella quale la Burch gioca con la voce, seguendo le orme della sua connazionale Angel Olsen. Ne viene fuori una canzone godibilissima che attrae l’ascoltatore verso il resto dell’album, “You told me we would dance the world / You told me we would dance the world alone / That’s just something you say / You said i was the only one / You said i was the only one but I know / You say that to all the girls“. Please Forgive Me è un lento d’altri tempi. Molly Burch sfodera un’interpretazione accorata, nel quale l’uso della voce gioca un ruolo fondamentale, “The day I thought I saw the sun, the sun / And that is where it all begun, begun / It looked so close that I could touch, touch / But then it all got to be too much, too much / Oh, oh“. La suceessiva Try, è un altro pezzo che ricorda gli anni ’50. Tra cori in sottofondo e le chitarre tutto sembra uscire direttamente da una tv in bianco e nero. Una canzone che racchiude tutta l’anima di questo album, “The day I, knew I wanted you was the day we met / And I said, ‘Well I’m you’re little baby, your little baby pet’ / And you liked it, like that / I promise that you liked it, like that“. La triste e malinconica Loneliest Heart rallenta il ritmo e ci cattura con il suo fascino vintage. Molly Burch si dimostra matura soprattutto dal punto di vista vocale e stilistico, “I’ve got a man, he holds it all down / What do I do when he’s not around? / I walk alone, my days are still good / But I think of him the way that I shouldn’t“. Torn To Pieces riprende le atmosfere che hanno caratterizzato questo album finora e le arricchisce ti tinte più luminose. Una canzone che si rivela un piacevole ascolto, crescendo nota dopo nota e rivelandosi anche piuttosto orecchiabile. Fool è un bel brano dal gusto country. Ci sembrerà di conoscere queste canzoni, suonano familiari ma con quella accezione positiva che arriva dalla capacità di trasformarle e rendere personali con attenzioni e cura nei dettagli. Si potrebbe dire la stessa cosa di Not Today altro lento che ricalca schemi ben collaudati ma senza dare quella sensazione spiacevole del “già sentito”. Molly Burch incanta ancora una volta con la sua voce che ondeggia su e giù in modo irresistibile. Please Be Mine è una variazione sul tema. Qui per un attimo si lasciano da parte stili e melodie anni ’50 e s’intravede una Burch sincera e spontanea. Musica essenziale che sostiene la sua voce delicatamente senza appesantire ma lasciandole lo spazio che merita, “I can feel the days grow cold / Boy, I’d love a hand to hold / It’s yours, it’s yours still for me, for me / Though I don’t deserve you babe / But I really like it like that / Would you, would you like it too / You do“. L’album si chiude con I Love You Still. Un finale nello stile della Burch, sintesi di un album legato al passato ma, come si dice in questi casi, con uno sguardo verso il futuro.

Please Be Mine si è rivelato un esordio molto piacevole. Molly Burch si dimostra ricca di idee che prova a mettere in pratica affondandosi a meccanismi ben rodati e sempre affidabili. Le sue atmosfere malinconiche non lasciano molto spazio ad altre sensazioni e questo può rendere l’ascolto non particolarmente immediato. Si rende necessaria, da parte dell’ascoltatore un po’ di pazienza per lasciarsi coinvolgere. Molly Burch può sentirsi soddisfatta di questo Please Be Mine ma non dovrà accontentarsi per non rischiare di rimanere ancorata ad un passato, che sotto questa forma ancora ci appartiene.

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Sulla buona strada

Tra le uscite dello scorso anno che ho mancato di riportare su questo blog per una banale questione di tempo c’è un album intitolato Good. Hayley Reardon, ventenne cantautrice americana agli esordi, è una di quello scoperte che ho fatto attraverso NoiseTrade, un ottimo sito per scoprire nuova musica e sostenere gli artisti. Questo suo album ha fin da subito attirato la mia attenzione, in primo luogo perchè è il suo esordio, e poi perchè il suo stile a cavallo tra pop cantautorale e folk americano è nelle mie corde. Senza pensarci troppo mi sono buttato su Good certo di trovare al suo interno qualcosa di buono, good, appunto. Questo è il risultato.

Hayley Reardon
Hayley Reardon

La title track Good ci introduce nel delicato mondo della Reardon. C’è la tenerezza di un amore giovane e quella traccia di malinconia che dà forma ai sentimenti. Una canzone che mette in luce il suo talento cristallino, “People do crazy things / Try everything / Just to be who they think the should / But you, you do it ‘cause you’re good, good, good / Don’t let nobody tell you you aren’t good / You are good“. La successiva Would You Wait ha tutto il gusto del pop adolescenziale ma con una sensibiltà matura. La voce della Reardon è giovane ancora da scoprire ma le potenzialità ci sono e questa canzone ne dà prova, “I’m begging trying to tell you / That my head is like a city some days / Only when we’re laying in our whispers / Do I start to hear the street noise fade / I could come along fine“. C’è il fascino del folk americano nella bella Ghost. Una delle canzoni più mature dell’album, un’interpretazione intense e delicata allo stesso tempo, “Speak my words under water to make sure you hear / ‘Cause you live underwater on black coffee, burnt fear / And they all say they told me, but nobody told me / I guess you don’t know, don’t know, don’t know / Until you know“. Paper Mache ha quel tocco blues che la rende una delle canzoni più orecchiabili dell’album. Qui la Reardon è a suo agio, giocando con la voce e ammaliando l’ascoltatore. Ben fatto, “When everybody’s taking their hearts out to be framed / Here I am pulling at my edges hoping my name fades / From this paper, paper, paper mache / Leave my paper heart to blame / I’ll build it better when I’m better one day“. Con The Going si ritorna alla semplicità di un pop folk carico di sentimenti. C’è sempre quella malinconia di fondo, un tratto che è caratteristico di quest’artista e di tante altre della sua generazione. Una generazione di talento, “Does it hit you in your bones like seasons / Your finger ache with reasons / Why its getting too still here to breathe when / You’re face to face with your life for a second“. The High Road è destinata a rimanere nella vostra testa per un po’. Il ritmo si alza e la voce della Reardon è irrestibile nel ritornello. Un’ottima prova di songwriting, “At least I only want / What I say I do / I may be last to dance / But hell I’m first to move / And if I ever tried to pull off / All the crazy things you do / I’d want you to skip the high road too“. Segue la triste ballata Fourth Grade, davvero notevole per la dolcezza e sensibilità con la quale è stata scritta e cantata. La voce della Reardon si fa calda e confortante e rende questa canzone una delle migliori di questo album, “I met a girl today in fourth grade / It’s her first year with a locker / And a teacher with a first name / She’s smiling as she tells me / Weekend homework isn’t easy / But she can’t wait to be as old as me“. When I Get To Tennessee è un’altra canzone che con semplicità sa creare la giusta atmosfera un po’ malinconica ma positiva. In queste canzoni viene fuori la giovane età di questa artista ed è un bene, “But every time I get two hundred dollars and a brand new dress / I’m gonna fly you to the city just to catch my breath / It’s gonna be hard not to hold your hand / But we’ve still got a world to share when we can / When we can, when we can, when we can“. Con Count si abbassano le luci e si spande nell’aria una ballata romantica e solitaria. Una canzone che scalda il cuore, “And oh, when you’re looking from the last round / You’re laying with your head down / You’ll say it only mattered cause we made it / It only mattered cause we made it home“. Holes In Your Pocket è sulla stessa lunghezza d’onda della precedente e ancora una volta basta un chitarra per fare una canzone. Canzoni come queste arrivano dritte, lungo strade larghe e pianeggianti, “I could sew the holes in your pockets / I’m only scared of the ones in your hands / How much do you lose when you’re walking / How much more do I not understand / Because I want all of you, all of you, all of you / I want all of you“. Chiude l’album Work More che ne racchiude i suoi aspetti migliori, “A world where we dance like Steinbeck writes / Where the dust lines the floor like lights / Where the songs don’t say get rich or die trying / ‘Cause you build the paper life and the paper still goes flying“.

Hayley Reardon con questo suo Good si presenta come una cantautrice che ama la semplicità nelle sue canzoni. Chitarra e voce sono spesso sufficienti per dare forma a questi brani. Questo è un buon esordio dove ancora si sente quella maracata sensibilità che i giovani cantautori sanno trasmettere attraverso le loro canzoni. Un esordio che mi ha incuriosito e mi ha convinto a mettere Hayley Reardon tra gli artisti da tenere d’occhio per il futuro. Good è un ottimo compagno per i freddi pomeriggi d’inverno e la sera che arriva presto.

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Come piace a me

Prima che quest’anno finisca (come tutti gli altri) c’è spazio ancora per qualche recensione. Tra gli ultimi ascolti c’è l’interessante EP Fly della cantautrice gallese Danielle Lewis pubblicato lo scorso novembre. In realtà mi ero già appuntato il suo nome diverso tempo fa ma solo in occasione di questa nuova uscita, ho voluto approfondire la sua conoscenza. Così ho voluto ascoltare insieme due EP, Fly appunto, e Dreams Grow uscito lo scorso anno. Si tratta quindi di una doppia recensione nella quale ho potuto notare quanto è cresciuta quest’arista in un anno. I due EP insieme contano undici canzoni, un album insomma. Come piace a me.

Danielle Lewis
Danielle Lewis

Dreams Grow si apre con l’omonima canzone dalle atmofere indie pop. Carica di vita e positività, questo brano, rappresenta il volto più pop della Lewis che mette in luce più il suo songwiting che le doti vocali. In canzoni come la successiva I’ll Wait, Danielle sfodera la sua meravigliosa voce. Una voce angelica e cristallina, che viene perfettamente dosata in una canzone folk come questa, “Just like the tide you’d been and gone / Just like the sunset lost in the horizon / As I felt the wind come running round / It took my heart right from the ground“. La bella Dawnsio At Eich Galon è cantata in gallese. L’uso di questa lingua conferisce un tratto particolare a questa canzone, soprattutto per chi come me, non capisce una parola. Ma io sono convito che la musica è in grado abbattere qualsiasi barriera linguistica. Love Live Life mostra ancora tutta la vitalità e gioia di quest’artista. Un ritornello orecchiabile e buoni sentimenti fanno di questa canzone una delle più accessibili di Dreams Growi che si chiude con la straordinara Aros. La scelta di cantare ancora in gallese dà un fascino quasi fiabesco a questa canzone nella quale torna a farsi sentire la voce Lewis in tutto il suo splendore. Davvero un’ottima canzone.
L’EP Fly, comincia con la bella West Coast Sun. Melodie celestiali fanno da contrasto ad un ritornello accattivante. La voce della Lewis è delicata e irresistibile. Una canzone ispirata dalla sua terra. Meravigliosa, da ascoltare, “Looking over New Quay / From the window I grew in / Tracing out a path down to Cardigan Bay / Will you keep me warm, / When I’m back in old South Wales“. Along This Time è una malinconica ballata folk, nella quale Danielle Lewis ci culla con la sua voce. C’è qualcosa di magico nell’aria, l’immagine di una notte d’inverno. A me fa questo effetto al di là del significato della canzone, “Songs fade into sound turn into rain / The sunlight on the ground has washed away / Remember how my laugh would make you smile / The little things we did along the way“. La title track Fly è un canzone intima e sognante. La voce è incantevole e pura, il talento come cantautrice è un dono. Leggera come il vento, questa canzone, scivola via lasciando solo buone sensazioni, “Let this river, lead us where we’ll lay / The tide will take me / Hold me so I’ll stay / It’s almost day / I’ll fly ‘til I find another sky / I’ll fly, remember these wings, I’ll fly high“. Un richiamo all’indie pop ascoltato in precedenza lo troviamo in Belong. In questo caso Danielle Lewis presta più attenzione al testo, lasciando comunque trasportare dai sentimenti, “All the trees they shed their leaves / And every season has it’s way to be / Dancing under the scorching sun / Or getting drenched under the pouring rain“. Anywhere Is Home è un bel pezzo folk dai mille colori. La voce dà forma alla canzone, arricchita da un ritornello orecchiabile. Un’altra dimostrazione di talento della quale esiste anche una versione in gallese intitolata Cartref Yn Mhob Man, “A life is a canvas we can paint what we want / Make it fun, make it happy / Always do what you love / The sky is always blue“. Chiude l’EP la meravigliosa Hiraeth. Nella prima parte c’è solo la voce angelica della Lewis che ammalia e incanta. La seconda parte si trasforma in un folk delicato, essenziale e nostaligico come vuole il titolo. Bellissima, “Ble aeth y golau’r haul / Does dim bywyd yn y ddail / Yn edrych lan i’r awyr lwyd / i dod o hyd i fy ffordd / Mae’n diwrnod hir / Yn fy meddwl i“.

Ascoltare due EP come questi, uno dopo l’altro, dà l’idea di come un’artista, in questo caso Danielle Lewis, possa crescere e migliorare in poco tempo. Dreams Grow è ricco della vitalità e della vocalità di questa artista ma nel più recente Fly si trova quella poesia e fascino che pochi sanno tirare fuori dal nulla come lei. Avere una bella voce non è abbastanza per fare belle canzoni, bisogna saperle scrivere ma soprattutto saper trasmettere quell’emozione, quella sensazione che solo con la musica si può condividere. Danielle Lewis ha tutto questo ma soprattutto sa creare canzoni meravigliose che passano dalla sua voce angelica e pulita.

So di non sapere

Se c’è qualcosa che muove la mia personale ricerca di nuova musica è senza dubbio la curiosità. La maggior parte delle volte però preferisco rifugiarmi in generi e stili che conosco bene, dove trovo, seppur effimere, sicurezza e conforto. Talvolta però mi piace allontanarmi un po’ dalle strade che conosco e la musica di Jeni Magana, cantautrice di Brooklyn, è una di quelle volte nelle quali la deviazione è dolce e indolore. In realtà, il cantautorato femminile è sempre in cima alla lista delle mie preferenze ma questo EP d’esordio intitolato Golden Tongue mi ha affascinato fin dalle prime note di Inches Apart. Spiegarlo è difficile ma come sempre ci proverò.

Magana
Magana

Get It Right apre l’EP, una bella ballata dal sapore rock. La voce della Magana è dolce e amara, che cattura l’attenzione. Affascina per quella sua aura di tristezza che io trovo sempre irresistibile, facendomi tornare alla mente la migliore Angel Olsen, “If you could see what is in my mind / You would change before my eyes / You were red but my gold turned you green / So you stood there lying through your teeth“. Inches Apart è un’altra canzone triste e malinconica. Magana da prova di sensibilità e delicatezza, doti rare e ricercate. La migliore canzone dell’album per intensità, “When I’m cold / And I’m lonely / Hold me in your arms / We’ll grow old / We will only / Be inches apart“. The World Doesn’t Know è un bel pezzo indie rock tormentato. La voce della Magana è questa volta più ruvida e contribuisce, insieme alla chitarra, ha dare tensione al brano, soprattutto nel ritornello, “Because the world doesn’t know what the world doesn’t know / That it lives in my mind and so now I have total control / And nobody’s aware and so they don’t find it strange / Every cell in your body belongs to the thought in my brain“. Chiude la title track Golden Tongue. Questa volta i toni sono più scuri dove voce e musica di fondono, tirando fuori l’anima rock di questa cantautrice. Un finale intenso, carico di rabbia, “You colored my words with your golden tongue / And shifted and blurred what is in my heart / I am not sure why they call it love / Why does it feel like it’s so damn hard“.

Golden Tongue è un interessante EP d’esordio che si distingue da altri per la sua vocazione artistica. Jeni Magana sembra voler mescolare l’astrattezza dell’arte con la più concreta onestà della musica cantautorale. Il risultato è un EP breve ma che può diventare un ottimo biglietto da visita per un’artista che ha tutte le potenzialità per fare bene anche in un album. Arrivato in fondo a questo EP mi rendo conto di non essermi allontanato troppo dalla mia strada sicura. La musica mi chiama. Io rispondo sempre presente.

Luci e ombre

Non perdono tempo le sorelle Jurkiewicz e pubblicano il loro terzo album in quattro anni. Lily e Madeleine hanno infatti dato alla luce, lo scorso Febbraio, Keep It Together, riprendendo là dove avevano finito ma riuscendo ad evolversi ulteriormente verso un pop elegante e disteso. Le due sorelle avevano iniziato proponendo un folk delicato e malinconico, scegliendo poi nell’anno successivo di virare verso sonorità pop. Ero curioso di ascoltare il terzo album delle americane Lily & Madeleine perchè volevo scoprire quale direzione avessero scelto dopo che il singolo indie pop Hourglass mi aveva convinto.

Lily & Madeleine
Lily & Madeleine

L’album si apre con Not Gonna, dove i ritmi lenti e rilassanti fanno da sfondo alle due voci complementari delle sorelle. Un inizio che anticipa le nuove sonorità, catturando fin dalle prima note, “Everyone’s expecting me / To say I’m sorry but I’m not / No I’m not / Keeping quiet it’s easy / And I could try / But I’m not gonna“. La successiva For The Weak è un trascinante rock anni ’60, vecchia scuola dove, sorprendentemente, la voce di Madeleine calza a pennello. Il duo non è nuovo a questo genere di canzoni ma questa ha qualcosa di speciale, “I just want you to tell me now / How this is gonna go / Cause I’m sick of losing sleep / I want you to tell me now / So I just gotta know / Is hoping for the weak“. Westfield è una canzone che io definirei notturna. Luci che brillano nel buio della notte e pulsazioni elettroniche danno nuova linfa alla musica di Lily & Madeleine, “I’m sitting next to you / It’s 2am and you don’t mind / You always keep your cool / And you’re probably staying here / Talk about the next five years / It makes me feel weird“. Altrettanto notturna è Chicago. Le due voci si confondono una con l’altra fino a formare una canzone ipnotica. Un po’ oscura e cupa ma sempre pervasa da un senso di distensione e relax. Il singolo Hourglass è un indie pop frizzante ma non troppo. Il ritonello si accende sulla notte dei precedenti brani, rendendola una delle migliori canzoni dell’album, “Rain falling hard and steady / Don’t stop until I’m ready / This is my hourglass / Let me stay where I am / Seconds pass through my hand / Fall asleep like the sand / And it’s falling“. Hotel Pool è il pezzo più affiscinante per le sue atmosfere calde e rilassanti. Un ondeggiare lento e costante che avvolge e intrappola l’ascoltatore. Una delle canzoni più riuscite del duo americano. Smoke Tricks è fredda e distaccata, sospesa nel vuoto, fumosa. Lily e Madeleine riescoscono ad evocare immagini nitite, attraverso una musica essenziale e l’uso delle voci, “I’m disconnected and frozen / Just like the words I’ve spoken / Rolling up no emotion / I know this won’t change / Talking is your game“. Midwest Kid è un un’altro brano indie pop dalle tinte pastello. Un’eccezione in questo album, più vicina alle sonorità del precedente Fumes così come la successiva Small Talk. Un lento indie rock di chitarre accompagna le due sorelle, sempre perfette, che dovrebbero considerare l’idea di fare più spesso canzoni del genere. Chiude la bella Nothing. Una seconda parte di album in crescendo che restitusice colore alla notte che abbiamo condiviso con queste due cantautrici. Un gran finale, riprova del loro talento.

Keep It Together è decisamente pop dei predecessori ma le due cantautrici americane hanno saputo cambiare ancora pur rimanendo riconoscibili e per certi versi uniche. Non ci sono strappi con il passato, c’è una lenta trasformazione verso un pop delicato e introverso. Incredibile come le Jurkiewicz, così giovani, siano state in grado di realizzare tre ottimi album in un tempo così ristretto. Hanno le idee chiare e lo dimostrano, non si perdono inseguendo il successo immediato ma cercando un compromesso tra ciò che è bello e ciò che piace. Potrei consigliare a Lily e Madeleine di prendersi tutto il tempo di cui hanno bisogno per pensare al prossimo album ma sono convito che loro non si fermeranno, viaggiano veloci nella notte, dove le sue luci e le sue ombre sono state intrappolate nelle canzoni di questo album.

Mi ritorni in mente, ep. 33

Tra le prime novità di questo anno ecco spuntare il nuovo album delle sorelle Lily e Madeleine Jurkiewicz, il terzo in quattro anni. S’intitolerà Keep It Together ed uscirà il 26 Febbraio. Questo album segna anche il passaggio ad una nuova casa discografica e il primo singolo Hourglass sembra indicare la nuova strada intrapresa dalle due giovani cantautrici americane. Un indie pop che lascia intatte le peculiarità del duo ma che sottolinea la rottura con le sonorià folk dell’esordio, per altro già intrapresa nel secondo Fumes. Lily & Madeleine non conoscono sosta e sono già al terzo album nonostante la più grande delle due sorelle, Medeleine, abbia solo 21 anni.

Sono contento del ritorno di Lily & Madeleine soprattutto in un anno, il 2016, che si prevede ricco di uscite interessanti e tanti ritorni. La nuova canzone Hourglass mi piace soprattutto perchè nonostante sia più pop delle precedenti, non è un taglio netto con il passato. Sono curioso di ascoltare il nuovo album Keep It Together in compagnia delle sorelle Jurkiewicz.

Ultimo ma non ultimo il ritorno dei Wintersleep. La band canadese è pronta a tonare con il sesto album a quattro anni di distanza da Hello Hum. Anche loro hanno deciso di cambiare casa discografica abbandonando la major dopo un solo album. Non a caso il nuovo album s’intitola The Great Detachment e uscirà il 4 Marzo. Il primo singolo è Amerika, ispirato dalla poesia America di Walt Whitman, è un ritorno a sonorità rock più pure e scarne. Questo è un grande ritorno, questi sono i Wintersleep. E poi c’è Loel Campbell che anche questa volta picchia duro. Un consiglio se non conoscete i Wintersleep, recuperate la loro discografia prima di ascoltare The Great Detachment. Bentornati…

Conigli, lupi e mentine

A distanza di un anno esatto dal loro album d’esordio, le sorelle Jurkiewicz hanno dato alle stampe il loro secondo lavoro, intitolato Fumes. Solitamente passano almeno due anni tra un album e un altro ma Lily e Madeleine hanno voluto anticipare i tempi. Evidentemente le due cantautrici di Indianapolis non hanno voluto perdere tempo, cavalcando l’ottima accoglienza del primo album. Cosa aspettarsi ad un anno di distanza? Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta da quando, poco più che ragazzine, postarono su Youtube una cover delle First Aid Kit. Lily & Madeleine sostengono che questo album segni il passaggio da essere ragazzine a essere donne. Forse è un po’ presto pensare di aver raggiunto quella maturità alla quale si riferiscono ma fanno intendere di avere le idee chiare.

Lily & Madeleine
Lily & Madeleine

L’album si apre con la canzone che ne dà il titolo, Fumes. Il tempo sembra essersi fermato ai tempi dell’esordio, dico sembra perchè continuando l’ascolto si può apprezzare una maggiore attenzione alla musica che appare più ricca che in passato, “Nothing but fumes / escape my lips / and I haven’t realized / it’s killing you / to watch me burn away / my ashes fly“. Segue a ruota la straordinaria Rabbit. Lily e Madeleine cambiano registro e infilano un indie pop colorato perfettamente nelle loro corde. Non potrete evitare di canticchiarla almeno una volta, “Rabbit, run for it / As your life depends on it / Take all your promises / ‘cause you’re all talk“. La successiva Ride Away, ci riporta a sonorità più vicine a quelle che il duo ci ha abituato ma gli elementi ritmici acquiscono una maggiore importanza nelle loro canzoni senza andare a discapito delle caratteristiche melodie, “Work by the window / seeing the sun dance on the ground / deep in your bones / nobody knows the treasure you’ve found“. Le atmosfere malinconiche vengono portate da Can’t Admit It, una di quelle canzoni che mi fa ricordare il perchè ho amato fin dal primo ascolto Lily & Madeleine. Perchè le loro voci insieme sono impareggiabili, suonano all’unisono. Semplicemente irresistibili, “I’m not so sure I want this anymore / And I’m not so sure I need it / But I’m worried that if I walked out that door / I wouldn’t really leave it“. La sopresa arriva con Cabin Fever (l’unico pezzo non scitto dalle Jurkiewicz). Se Rabbit suonava più pop che rock, questa suona più rock che pop. Un’altra canzone che non mancherete di canticchiare e che scorre via che è un piacere, “Well my fingers are numb and my eyes are twitching / he’s whistling the end in the kitchen / as the telephone jingles and the snow turns to dripping / right in here where everything is slipping“. The Wolf Is Free è stato scelto come primo singolo e subito si è distinto dalle produzioni passate, grazie alle atmosfere eteree e alla musica che è la chiave di questo album, “I’ll put you to sleep, my fingers through your hair / Into your skin they’ll be / The fingersnails deep, and I won’t let you go / You will not bury me“. Hold On To Now è il brano più vicino a quel folk in parte abbandonato da Lily & Madeleine. Un’altra canzone perfetta, sempre piacevole da ascoltare, un altro colpo messo a segno, “Hold onto now / ‘cause everything’s changing soon / I don’t know how / I’m moving away from you“. Lips And Hips non è lontana dalla precedente. Arriverà il giorno che Lily & Madeleine faranno una brutta canzone? Quel giorno per ora è molto lontano, “Though it’s permanent to me, I can see / why lips and hips are all you need / lips and hips are all you need“. Peppermint Candy è l’ennesima sorpresa di questo album. Allegra, da colori pastello, come un caramella alla menta, appunto. Insieme a Rabbit e Cabin Fever chiude il trio di canzoni che rappresentano maggiormente la scelta di adottare sonorità più pop che in passato ma se questo è il risultato, ben venga, “Peppermint candy / And a hand upon my gun / I keep it handy / I’ve never been the kind to run“. Chiude Blue Blades che più l’ascolto e più mi convinco che non suonerebbe male in un album di Lana Del Rey. Forse è l’unico brano di questo Fumes che potrebbe rappresentare quella maturità cercata delle due sorelle. Le atmosefera è quella malinconica di sempre ma i toni sono più scuri e seri che mai. Brave, ancora una volta, “Blue blades sharper than knives beneath my feet / Graze my skin so fine but cut so deep / I am vanishing, I am drifring / You’re so hard to find, you are shape-shifting“.

Se l’esordio di Lily & Madeleine si distingueva per la piacevolezza dell’ascolto, questo Fumes non è da meno, anzi, si arricchisce in molti aspetti a partire dalla musica. In fondo il duo non ha cambiato modo di cantare o di fare canzoni ma è cambiato ciò che sta intorno alle loro voci. Tutto appare più colorato e vario senza che la malinconia dei loro brani subisca contraccolpi. Io non la definirei una svolta pop, è troppo presto per considerarla tale, ma piuttosto un abbandono di alcune sonorità folk che evidententemente cominciavano a stare strette. Se questo è il risultato dopo un anno di lavoro, a fronte della giovanissima età di queste ragazze, sono pronto ad aspettare anche due anni prima di poter ascoltare quello che potrebbe essere l’album della consacrazione definitiva delle sorelle Jurkiewicz.