Le ultime luci della sera

Ora che le giornate estive sono più lunghe e la sera scende lentamente è bene accompagnarla con della musica appropriata. Arriva giusto in tempo tra nella mia collezione un album uscito lo scorso Aprile. El Coyote è l’album omonimo di una band canadese capitanata da tre ragazze, Angela Desveaux, Katie Moore e Michelle Tompkins. La scorsa settimana ho pubblicato la recensione dell’ultimo album di Erin Rae ed è proprio lei che ho risentito nelle canzoni di El Coyote. Fin dalle prime note ho capito che questo era uno di quegli album che avrebbe necessitato qualche ascolto in più del normale per essere apprezzato al meglio. A mio parere questo è un pregio per un album, sempre.

El Coyote
El Coyote

L’album si apre con la bella Come Around che subito ci porta nelle rilassanti atmosfere della loro musica. Un mix di voci e un accompagnamento essenziale ma ricco sono la ricetta di questo gruppo, “But you’re always going and darling you don’t stop. / We all need some time and a moment to figure it out. / Getting lost in a daydream. Awake and wandering around / See I know you’ll come around when you want to“. Tra le mie preferite c’è sicuramente Only Temporary, una riflessione sulla precarietà della vita e sulle cose belle che ci riserva. Tutto è così leggero e confortevole, ogni nota e ogni parola sono al posto giusto, “They’ll be no talk of wasted time, / no talk behind our backs, / The plans we had and lovers at hand, a place they’ll all soon have. / It’s only part of living life, / And soon you’ll be freed of, / The good, the bad, the nothing at all, / Embrace the ones you love, / ‘cause they’re only temporary too“. Vale lo stesso per la successiva By The Gate. Una triste canzone d’amore che affonda a piene mani nella tradizione americana, deliziandoci con la sua delicatezza, “How long must I wait, how long til I hear back from you? / Too late to save face, in their whispers I hear the word “fool.” / Days flow, the rains fall, can’t make out one drop from another / Oh as I wait for my falsehearted lover“. Lighten Up Diane è un invito ha prenderla alla leggera. Una ballata dalle distese sonorità country che ci culla dolcemente con l’intento di scacciare qualche pensiero di troppo, “Lighten up you say. Have a drink on me, / Come on, lighten up Diane. / And as the jukebox plays and the lovers sway / It’s here I realize you don’t give a damn“. Another Day è ancora una riflessione sulla vita e sul tempo che passa. El Coyote mantengono lo stesso passo, come in una lenta danza che allevia il peso di un’altra giornata, “Another day later / Of a life to refine / To all that is real / Leave the lusting behind / And soon we will find / A beauty so rare / A truth that is learned / Oh, it’s just another day“. La successiva Tip Jar alza il ritmo ed è ancora un invito a godersi la vita. Queste ragazze e la loro band fanno un ottimo lavoro e sfornano una delle canzoni più orecchiabili di questo album, “But if I don’t wake up tomorrow promise me that you’ll / Go collect my last paycheque, get it signed over to you / Empty out the tip jar, tie one on real wide / Drink to life and living, like it’s your last night alive“. Time Will Tell è un’incantevole ballata country che evoca un’atmosfera fraterna e l’amore per le piccole cose della vita. Dopotutto è il tema ricorrente di questo album, “Round tables and table wine / Fiery faces on a starry night / The break of laughter on the long drive / There’s always someone there to remind“. Leaving Thunder è ancora una ballata in perfetto stile americano ma con un sottile fascino pop. Come nelle altre canzoni, le belle melodie e le voci si confermano il punto di forza di questa band, “Thought I found a place / A place where everything was so right / A quick escape from routine life / Thought I found the man / The one who’d make everything right / So I could slow down my stride“. In Satellite Lost ritroviamo la serenità della sera, in una ballata solitaria e malinconica. Un gioiellino per purezza e semplicità, “You’re no alone, not in the dark, / glossy smiles reflect a glow. / That’s how you know it’ll be all right, / cause we’re all lost in the night“. L’album termina con Begin Again che vira verso un sommesso folk rock che invita a ricominciare a vivere. Riassumendo, di fatto, il messaggio dell’intero album, che spegne così le ultime luci della sera, “Let your life do the leading / Give your memories away / Let the loss go on teaching you / Now’s the time to be in / Let’s begin again“.

Queste tre artiste hanno fatto bene a riunirsi per dare vita al progetto El Coyote. L’album è da ascoltare tutto d’un fiato mentre si ozia piacevolmente. Lasciarsi trasportare dalle melodie delle chitarre acustiche e dalle irresistibili pennellate del suono di una pedal steel, è quanto serve per godersi appieno le sue canzoni. Questa band ha fatto un album nel quale non ci sono particolari cambi di ritmo o velocità ma dove tutto procede serenamente e in modo prevedibile. Sì, è un album prevedibile ma proprio per questo rassicurante o, per meglio dire, confortevole. Insomma qualche che sia stata la vostra giornata, entusiasmante, noiosa o pesante, è bene passare dalle parti di El Coyote per passare anche solo pochi minuti in piacevole compagnia.

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Nel grande schema

Il suo precedente album intitolato Soon Enough del 2015, mi ha accompagnato per diversi mesi con il suo sound americano sempre elegante e rassicurante. Erin Rae con la sua angelica voce è in grado di dare vita ad atmosfere eteree e sognanti, poggiate su emozioni più che concrete. Il nuovo album Putting On Airs pone la cantautrice americana verso una nuova direzione, iniziando dalla piccola ma significativa scelta di pubblicarlo sotto il nome di Erin Rae, rimuovendo quello della sua band The Meanwhiles. Che ci sia sotto la volontà di esprimere una musica più personale? Per scoprirlo non resta che ascoltare Putting On Airs.

Erin Rae
Erin Rae

Si inizia con Grand Scheme nella quale si intravede una nuova vena psych-rock, addolcita dalla voce morbida della Rae. Il grande schema di cui tutti facciamo parte è alla base di questa canzone che funziona un po’ con un’introduzione. La title track Putting On Airs si rifà ad un sound più vicino al classico folk americano. Un richiamo all’album d’esordio con contaminazioni anni ’60. Uno dei migliori brani dell’album. Si continua con la bella Bad Mind. Una canzone molto personale che si affida ad un accompagnamento essenziale per trasmettere un messaggio di accettazione della propria sessualità. La successiva Can’t Cut Loose è una canzone di più ampio respiro che si affida a sonorità indie, sempre smussate dalla voce inconfondibile della Rae. Il perfetto esempio della nuova direzione musicale intrapresa. Love Like Before è un’orecchiabile canzone dai ritmi del sud degli Stati Uniti. Erin Rea riesce sempre con la voce ad attirare l’attenzione ma senza mai prendere il sopravvento sulla musica, in questo caso piuttosto curata. June Bug è una canzone più marcatemene folk. Un folk moderno, contemporaneo, più vicino a quello europeo piuttosto che a quello americano. Mississipi Queen è una delle canzoni che preferisco di questo album. Un folk cantautorale, lento ma accattivante. Un accompagnamento ricco accende di colori questa canzone. Da ascoltare. Il vibrante indie rock di Like The First Time spezza la serenità apparente dell’album. Di fatto Erin Rae si accoda alla nuova ondata di cantautrici che si affida al suono della chitarra elettrica per esprimersi in nuove forme. The Real Thing invece è uno sguardo al passato. La cantautrice americana torna alle atmosfere dell’esordio cercando maggiore profondità musicale ed espressività. Anchor Me Down si fa strada con un accompagnamento sognante, dove la voce della Rae si muove sempre con eleganza e delicatezza. Un gioiellino di poesia e musica. Wild Blue Wind è un potente folk rock abbastanza inedito per la Rea. Tutto funziona a dovere, c’è il ritmo, c’è la melodia. Un brillante esempio della versatilità di questa artista che riesce a variare di genere senza snaturare la sua musica. Chiude l’album la breve Pretend. Una canzone semplice e melodica, che poggia sulla voce della Rae che vola leggere su un tappeto di suoni e sulla chitarra acustica.

Rispetto al suo predecessore, questo Putting On Airs vede Erin Rae alle prese con sé stessa più che in passato. Il risultato è un lento, ma progressivo, distaccamento dal folk americano e un avvicinamento ad un cantautorato folk più moderno e sperimentale. La ricerca di una maggiore espressività della cantautrice americana va oltre gli stili musicali, andando alla ricerca delle nuove forme del folk. Putting On Airs rappresenta, molto probabilmente, quello che viene definito un album di transizione. La strada tracciata con l’album dell’esordio prosegue ma la destinazione sembra essere differente. Erin Rae non vuole essere un’interprete di un genere musicale ma un’artista più completa che in questo album prova a staccarsi , senza strappi, alla tradizionale sound di Nashville.

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La strada verso casa

Il nome di Dori Freeman non mi era di certo nuovo ma fino ad ora non avevo mai approfondito la conoscenza della sua musica. Questa cantautrice americana ha all’attivo due album, il primo del 2016 che porta il suo nome e il secondo uscito lo scorso anno, intitolato Letter Never Read. Sono partito da quest’ultimo per scoprire Dori Freeman e il suo country cantautorale che va ad unirsi all’ondata revival di questi anni. Come ho scritto in precedenza, il suo nome si ripresentava spesso durante le mie ricerche e non ho voluto rimandare ulteriormente l’ascolto di questo album, spinto anche dall’ottima impressione dei primi ascolti.

Dori Freeman
Dori Freeman

Si comincia con la bella If I Could Make You My Own. Una canzone d’amore, inteso nel suo senso più ampio. La voce della Freeman è pulita e toccante, va a completare un accompagnamento country nella sua forma più classica, “Oh the rivers and seas may churn / Oh the flowers and leaves may turn / I need never to grieve and yearn / If I could make you my own“. La successiva Just Say It Now continua sulla stessa strada, svelandoci l’animo più dolce di questa cantautrice. Le bastano poche parole per riuscire ad esprimere anche il sentimento più profondo, “I wish my little heart had not been born so blue / I’m so much older for the things its put me through / And now I’m cryin’ on a big ol’ empty floor / And, yes, you wanted me, but I wanted you more“. Lovers On The Run si porta verso melodia più orecchiabili. Un’altra canzone d’amore delicata, che trova la sua forza in un accompagnamento essenziale ma efficacie. Da ascoltare, “Well I’ve listened to excuses and I’ve watched ‘em walk away / It’s only after holding me they say they cannot stay / I’ve spent many an hour writin’ letters never read / I’ve stared away the ceilings of a thousand lonesome beds“. Con Cold Waves, la Freeman ci propone una delle canzoni più tristi dell’album. In brani come questo si percepisce meglio la sua capacità di sposare il country con un cantautorato moderno e femminile, dimostrando così il suo talento, “The morning comes in fast, at least my dreams are done / There’s somethin’ livin’ in and weighin’ down my lungs / There’s something bitter and it’s tyin’ up my tongue / My body’s restless but I’ve got nowhere to run“. Seque una delle canzoni più curiose, Ern And Zorry’s Sneakin’ Bitin’ Dog. Interamente cantata senza alcun accompagnamento musicale, racconta di un ragazzo che deve affrontare ogni volta che torna a casa un terribile cane. Non teme nulla, a parte questo cucciolo per niente innocuo, “I learned the mud-holes and the ditches / The shortcuts and the fences / I could even cross old Elk Fork on a log / But what I always feared the most, more than ol’ dark holler’s ghost / Was Ern and Zorry’s sneakin’ bitin’ dog“. Un banjo accompagna Over There. Dori Freeman dimostra ancora di saper tenere le redini di una canzone anche solo con la voce e senza fare uso di virtuosismi. Davvero notevole, “Over there, over there / I’m gonna wear that starry crown over there / Well I got no skillet and I got no lid / And the ash cake tastes like shortnin’ break / And I’m gonna wear that starry crown over there“. I Want Too See The Bright Lights Tonight è una cover dell’originale di Richard Thompson. Un inno alla voglia di una serata senza pensieri dopo una settimana di duro lavoro. Tutto è perfetto, semplice ed evocativo, senza sbavature, “Meet me at the station, don’t be late / I need to spend some money and it just won’t wait / Take me to the dance and hold me tight / I want to see the bright lights tonight“. Turtle Dove è una triste canzone d’amore che esalta il lato dolce e sensibile della musica della Freeman. Anche questa volta si fa leva sulla semplicità e sull’essenziale, lasciando più spazio alle parole e ai sentimenti, “I never meant to fall in love / Come as the fated turtle dove / Plant her kiss upon my lips to stay / You are the one I’ve fallen for / Hard as I try I can’t ignore / Surely I know my heart is bound to pay“. That’s All Right è ancora una canzone malinconica, dove si riesce a cogliere tutta l’intensità dei sentimenti. La voce della Freeman si fa meno luminosa che in precedenza, dando più profondità al canto, “And every time / You held me down / You looked at me / Just like the devil had been found / But in your eyes / You knew it too / That it was only your reflection scaring you“. Chiude l’album la bella Yonder Comes As Sucker, cover dell’originale di Jim Reeves. Una versione spogliata di ogni accompagnamento, ad eccezione di un rullio di tamburi, “Railroad steamboat river and cannal yonder comes a sucker and he’s got my girl / And she’s gone gone gone gone and she’s gone gone gone / And I’ll bid her my last farewell“.

In questo Letter Never Read la parola d’ordine è semplicità. Dori Freeman va alla ricerca di un country essenziale, dove prevalgono le parole sulla musica. La sua voce pulita e dall’apparenza innocente contrasta con i sentimenti espressi nelle sue canzoni. Le cover presenti sono riproposte in una forma più semplice ma rispettosa. Dori Freeman è una cantautrice che definirla country significa dare un limite alla sua musica. Il suo approccio è più moderno di quanto possa apparire ma non per questo slegato dalla tradizione americana. Letter Never Read è un ottimo album, nel quale trovare il gusto semplice delle canzoni tradizionali con un’attenzione particolare ai testi piuttosto che ad una ricerca musicale.

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L’anello mancante

La scorsa settimana ho acquistato qualche album per rimpinguare la mia collezione dopo un periodo di magra. Sono solito a non soppesare troppo un album prima di acquistarlo. Un veloce ascolto ad un paio di canzoni mi basta per decidere. Capita talvolta di non riporre particolari speranze in un album come nel caso di My Love, She’s In America, salvo poi rimanerne sorpresi fin dal primo ascolto. Il primo album degli Stillwater Hobos, band americana ma con il cuore legato al folk irlandese, risale al 2014 e da allora non ho trovato tracce di attività recenti. Sarebbe un peccato sapere che questo gruppo si sia già sciolto perché queste dodici canzoni, tra cover e originali, formano insieme un gioiellino folk, in bilico tra le due sponde dell’oceano Atlantico.

The Stillwater Hobos
The Stillwater Hobos

Si comincia con The Hills Of Connemara, cover dell’originale scritta dal compositore irlandese Sean McCarthy. Subito si viene trascinati dal suono del banjo, delle chitarre e del violino, in una melodia tipicamente irlandese ma con un piglio country, “Keep your eyes well-peeled today / The excise men, they’re on their way / Searching for the mountain tay / In the Hills of Connemara“. The Night Visiting Song una bella versione di una canzone dei The Dubliners. Una triste canzone d’amore proposta in una versione più country e accattivante ma ugualmente emozionante, “Wake up wake up love it is thine own true lover / Wake up wake up love and let me in / For I am tired love and oh so weary / And more than near drenched to the skin“. My Love, She’s In America è una splendida ballata country. Atmosfere solitarie e notturne pervadono il testo fatto di immagini vivide e poetiche. La prima delle canzoni originali di questo album, dimostra tutto il talento di questo gruppo, “When your true love’s gone to run like an engine / After nine young women with no faces their own / And in America she spins like a dancer / With barrel straps and some shoes made of stone“. La successiva French Broad River è una spensierata ballata folk con un ritornello da canticchiare. Gli Stillwater Hobos fanno sembrare una canzone originale come questa, un vecchio classico, “Well I’ll swim the french broad river / And become a little thinner / When I lay me down to dinner / At Dixie’s house to dine. / Well I’ll order in the brandy / And wine and summer shandy / A stronger braver man I’ll be / For thee and me and mine“. Il brano più sorprendente è senza dubbio Roarin’ Mary. Una tipica drinking song scandita dalle note del banjo. Qui la band americana si diverte e fa divertire, “Oh Roarin’ Mary I beg your pardon / Over by the hills near Craggie Garden / There never was a skite like Dick McSherry / And never was a girl like Roarin’ Mary!“. Ancora una canzone dei The Dubliners intitolata Carrikfergus. La malinconia, tipica del gruppo irlandese, viene riproposta in tutto il suo triste splendore. Un’interpretazione di tutto rispetto, “I wish I was in Carrickfergus / Only for a night in Ballygrand / I would swim over the deepest ocean / Only for a night in Ballygrand / But the sea is wide and I cannot swim over / And neither have I the wings to fly / I wish I had a handsome boatman / To ferry me over my love and I“. The Ballad Of Bonny & Clyde è un travolgente ballata country che racconta la movimentata vita della nota coppia di fuorilegge americani, “So when you leave your house shut the garden gate / Tell your mother and your father not to stay up late / We’re gonna fight for our freedom right down to the day we die“. The Girls In Old Ireland è un’altra canzone originale, una ballata che si rifà a quelle irlandesi. Gli Stillwater Hobos continuano così ad sottolineare il loro amore per le melodie della vecchia Irlanda, “Sure the Girls in Old Ireland they come to me / Let their bloody kings and clubs be their melodies / A whiskey-fog still burning in my memory / Scattered all along the grass“. Saint Therese è una delle canzoni più belle di questo album. Poetica e gioiosa, sintetizza bene l’anima di questo gruppo, trasmettendo tutta l’energia di questi ragazzi, “Bring me a rose, St. Therese, St. Therese / Would you bring me a rose St. Therese / All the little flowers are covered and blessed / Would you bring me a rose St. Therese“. Midnight Moonlight è una cover dell’originale di Peter Rowan. Gli Stillwater Hobos ne fanno una bella versione, affidandosi agli strumenti musicali che sempre li accompagnano in questo album, “If you ever feel sorrow for things you might have done / With no hope for tomorrow and the setting of the sun / And the ocean is howling of things that might have been / And that last good morning sunrise will be the brightest you’ve ever
 seen“. Segue un ballata country intitolata Love In A Watercan. Una spensierata canzone dove si celebra più il bere che l’amore, “This is a love song / To whom that I don’t know / I took me to a woman’s house / Where wine and water flow / I love a girl like a watershed / But she sure don’t love me / She’s got a sullen crawfish head / All full of old whiskey“. L’album termina con The Ballad Of St. Anne’s Reel, cover di una canzone di David Mallett. Una gioiosa ballata, guidata da una bella melodia di violino, che è poi anche il tema portante del testo della canzone, “He said there’s magic in the fiddlers and there’s magic in this town / There’s magic in the dancers’ feet and the way they put them down / People smiling everywhere, boots and fiddles, locks of hair, / And laughter oh blue suits and Easter gowns“.

My Love, She’s In America è un ottimo esordio dove gli Stillwater Hobos si confrontano con artisti che li hanno preceduti e allo stesso tempo presentano i loro inediti. La particolarità di questo album è quella di mescolare, con successo, una musica country folk con la tradizione irlandese. In realtà la prima è figlia della seconda, e queste canzoni sono un tentativo di trovare quell’anello mancante nell’evoluzione dei due generi. Là dove il violino cavalca le melodie delle ballate irlandesi, ci pensa il banjo a dare un tratto più americano. My Love, She’s In America è un album nel quale è difficile scegliere la canzone migliore. Tutte sono spinte da un energia genuina che deriva dalla passione per la musica di questi ragazzi. Spero che l’avventura degli Stillwater Hobos non si sia fermata a questo album e che il futuro ci riservi altre sorprese come questa.

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Mi ritorni in mente, ep. 51

Questo album l’ho ascoltato per la prima volta la scorsa estate ma finora non aveva trovato spazio su questo blog. Nelle mie scorribande su Bandcamp sono stato attratto dalla sua copertina, sulla quale il cranio di un cervo giace nelle acque di qualche torrente. Quando ho ascoltato la prima canzone ho subito riconosciuto una voce famigliare. Si trattava infatti di un componente della band canadese Murder Murder, ovvero Barry Miles.

Questo album intitolato Whatever In Creation risale al 2016 raccoglie nove canzoni squisitamente dal sapore americano. Sonorità bluegrass e splendide ballate malinconiche sono il piatto forte in casa Miles. Da non perdere canzoni come Vermillion Gold e Shine Over The Mill. Da sottolineare anche la presenza di Where The Water Runs Black successivamente riproposta in un’altra versione con in Murder Murder. Un album on the road e nostalgico come testimoniano canzoni come Trouble On The Mainline e Albuquerque. Un album da non lasciarsi scappare per gli appassionati del genere e non.

Quando la pioggia non cade

Solo guardando la copertina di By The Way, I Forgive You si può intuire molto del nuovo album di Brandi Carlile. Il suo volto in primo piano, dipinto dall’amico Scott Avett, emerge dal buio alle sue spalle. Per la prima volta la copertina di album della cantautrice americana è così oscura e personale. Il suo sesto album si presenta, fin dal primo sguardo, come qualcosa di diverso. Dopo l’album di transizione del 2015, intitolato The Firewatcher’s Daughter, Brandi Carlile è tornata quest’anno con un album importante che potrebbe segnare una tappa, ma anche un traguardo, della sua carriera che la vede sul palco da più di dieci anni.

Brandi Carlile
Brandi Carlile

Every Time I Hear That Song ci riporta alle toccanti canzoni che rendono quest’artista speciale e unica. Si sente fin da subito un piglio più maturo, come se qualcosa fosse scattato dentro di lei, rompendo qualsiasi barriera tra la sua musica e la sua anima, “By the way, I forgive you / After all, maybe I should thank you / For giving me what I’ve found / Cause without you around / I’ve been doing just fine / Except for any time I hear that song“. Il singolo The Joke amplifica questa sensazione, grazie al suo inizio dimesso. La musica e la voce crescono insieme fino ad esplodere in un finale epico. Un testo bellissimo che ci invita a non arrenderci di fronte alle ingiustizie della società di oggi, “Let ‘em laugh while they can / Let ‘em spin, let ‘em scatter in the wind / I have been to the movies, I’ve seen how it ends / And the joke’s on them“. Con Hold Out Your Hand, si passa ad un folk rock che oscilla tra momenti veloci e tirati ad altri più distesi e liberatori. Una Carlile inedita, carica di energia, che sporca la sua voce per tirare fuori quel qualcosa in più, “When the rain don’t fall and the river don’t run / And the wind takes orders from the blazing sun / The devil don’t break with a fiery snake / And you handled about goddamn much as you can take / The devil don’t take a break“. La successiva è una dolce canzone dedicata alla figlia Evangeline, intitolata The Mother. Brandi Carlile sfodera tutta sua sensibilità per esprimere la gioia di essere madre e vedere la propria vita stravolta mentre il mondo intorno al loro continua ad essere quello di sempre, “She’s fair and she is quiet, Lord, she doesn’t look like me / She made me love the morning, she’s a holiday at sea / The New York streets are as busy as they always used to be / But I am the mother of Evangeline“. La successiva Whatever You Do rappresenta bene il filo conduttore di questo album. Una canzone sulle difficoltà della vita e dell’amore, cantata con quella voce emozionante alla quale non si può rimanere indifferenti, “There’s a road left behind me that I would rather not speak of / And a hard one ahead of me too / I love you, whatever you do / But I got a life to live too“. Fulton County Jane Doe è dedicata ad una donna senza nome trovata agonizzate ad Atlanta e morta pochi giorni dopo in ospedale. Dal 1988 questa donna è rimasta senza nome, “We came into this life with nothing / And all we’re taking is a name / That’s why I’ve written you this song / This is for Fulton County Jane“. Sugartooth racconta la triste storia di un ragazzo consumato dalla droga, nella quale cerca di affogare il proprio incomprensibile dolore. Una delle migliori canzoni che Brandi Carlile abbia mai scritto (con la complicità dei fratelli Hanseroth) sia dal punto di vista del testo che della musica. Da ascoltare, “He wanted to be a better man / But life kicked him down like an old tin can / He would give you the shirt on his back / If not for a sugartooth“. Most Of All ritorna sulle sonorità più care alla Carlile. Racconta attraverso ricordi e sensazioni tutto ciò che di bello lega una famiglia nel corso del tempo, facendolo sempre con la straordinaria sensibilità che la contraddistingue, “I haven’t seen my father in some time / But his face is always staring back at me / His heavy hands hang at the ends of my arms / And my colors change like the sea“. Brandi Carlile non è mai rimasta indifferente alle emozioni che il tempo che passa lascia dietro di sé e Harder To Forgive ne è un altro esempio. Ancora una canzone splendida, interpretata magnificamente, “I love the songs I hated when I was young / Because they take me back where I come from / When every broken heart seemed like the end / When everyone was someone different then“. Perfetta conclusione di questo album, la bella Party Of One. Sopra un pianoforte si poggia la voce della Carlile, che appare stanca ma ancora viva. Una canzone intensa e riflessiva, “Oh your constant overthinking and your secretive drinking / Are making you more and more alone / And girl, you can slam the door behind you / It ain’t ever gonna close / Because when you’re home, you’re already home“.

Quello che ha fatto Brandi Carlile in questo By The Way, I Forgive You è non assecondare la volontà di ricondurre la sua musica ad un genere o stile. Alla cantautrice americana, per la verità, le sono sempre andate strette le etichette ma in qualche modo ricadeva sempre all’interno di qualche definizione vicina al country. In questo album invece ha fatto tabula rasa di qualsiasi legame ai generi musicali a lei associati, anche affidandosi spesso ad accompagnamenti orchestrali. Ha ripreso il controllo della sua musica, sostenuta sempre dai gemelli Hanseroth, e così facendo ha rinvigorito sé stessa e il suo essere cantautrice. L’album è carico di temi maturi e malinconici. Non c’è posto in By The Way, I Forgive You per una gioia spensierata ma solo per gratitudine e speranza. Non si tratta di un album “triste” ma semplicemente di un album che va ad esplorare le difficoltà della vita e le piccole grandi emozioni che sa riservare.

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Due cuori ribelli

Sono passati otto anni dall’esordio delle First Aid Kit, intitolato The Big Black And The Blue. Il successo lo hanno trovato però due anni dopo con The Lion’s Roar segnando, di fatto, una pietra miliare nel panorama folk di nuova generazione. Le sorelle Söderberg, Johanna e Klara, originarie della Svezia, hanno dato nuova linfa al country folk americano nella Vecchia Europa, spingendo altri giovani artisti a seguire le loro orme. A quattro anni di distanza dall’ultimo Stay Gold, che le vedeva alle prese con un sound più pop, le First Aid Kit hanno pubblicato lo scorso mese il nuovo album, intitolato Ruins. Un atteso e gradito ritorno che si preannunciava come decisivo per la crescita delle due sorelle e così è stato.

First Aid Kit
First Aid Kit

L’album inizia con Rebel Heart, un brano che ricalca lo stile unico delle First Aid Kit ma che allo stesso tempo introduce nuovi elementi nella loro musica. Unica costante l’inimitabile voce di Klara, “I don’t know what it is that makes me run / That makes me wanna shatter everything that I’ve done / Why do I keep dreaming of you? / Why do I keep dreaming of you? / Is it all because of my rebel heart?“. Il singolo It’s A Shame è una colorata cavalcata folk pop. Le due sorelle cantano all’unisono, dando vita ad una delle canzoni più godibili di questo album. Una riflessione sulla vita e sul passato, nella quale si intravede la sopraggiunta maturità del duo, “Tell me it’s okay / To live life this way / Sometimes I want you to stay / I know it’s a shame / Shame / Shame“. Spazio al romanticismo con la bella Fireworks. Johanna e Klara si alternano nel canto, intessendo un lento d’altri tempi. Una canzone malinconica e disperata, realizzata splendidamente, “I could have sworn, I saw fireworks / From your house, last night / As the lights flickered and they failed / I had it all figured out“. Con Postcard, le First Aid Kit ritornano al loro primo amore, il country folk. Un brano c’è cattura per la sua leggerezza e sincerità, con quella vena triste che dà quel qualcosa in più, “I wasn’t looking for trouble but trouble came / I wasn’t looking to change, I’ll never be the same / But that’s not what you make it, baby“. La ballata To Live A Life esprime tutta la forza della loro musica. Per quasi tutta la sua durata è accompagnata da una chitarra acustica che priva il brano di qualsiasi distrazione, lasciando spazio alla voce magnetica di Klara, “Well I’m just like my mother / We both love to run / Chase impossible things / Or unreachable dreams / Lie awake in the night / Thinking this can’t be right / But there is no other way / To live a life alone / I’m alone now“. My Wild Sweet Love le sorelle Söderberg ripropongono le trame delle loro canzoni migliori. Lo fanno senza ripetersi, forti di essere oramai una certezza è non più delle esordienti, “Will I know what this all means / When we’re a hazy memory / With all the colors of a dream / My wild sweet love / My wild sweet love“. Distant Star è un altro pezzo folk pop nelle loro corde. C’è come un scambio di luce ed oscurità nelle melodie di questa canzone, oltre alla consueta sintonia tra le due sorelle, “You’re a distant star / My darling you’re so far away / You were never meant to stay / I reached out to see / If you’re still here with me / Maybe we could have made it easy / Could we“. La title track Ruins è un brano sulle difficoltà dell’amore. Una canzone dalle melodie morbide e tristi nella quale si mescolano le due voci, “Ruins / All the things we built assured that they would last / Ending months ticket stubs, and written notes and photographs / Where are you and here somewhere I cannot go / I’m sorry / I am / But I don’t take it back“. Hem Of Her Dress è una canzone scritta di getto, ispirata dalla musica dei Neutral Milk Hotel. Le First Aid Kit sono riuscite a coglierne la spontaneità, tratto distintivo della band di Jeff Mangum, “So I am incomplete / So loud, and so discreet / You tried to pinpoint me / I guess that was your mistake / Too much whiskey / Too much honey, too much wine / I learned some things never heal with time“. Nothing Has To Be True chiude l’album con le consuete atmosfere accorate e intense. Una ballata rock, impreziosita dalle voci delle sorelle. Un testo maturo, una riflessione sulla vita, “Now I feel so far away / From the person I once was / I thought love was enough / You can tell yourself so many things / And nothing has to be true“.

Ruins è un album che guarda al futuro ma che lascia anche spazio al passato della band. Un album nel quale le due sorelle Söderberg si dimostrano donne, nei testi più maturi e nelle scelte musicali. Per questo album si sono circondati da musicisti del calibro di Peter Buck (R.E.M), Glen Kotche (Wilco), McKenzie Smith (Midlake) ed Eli Moore (LAKE). La voce di Klara appare più libera, meno rigida che in passato, meno in contrasto con quella della sorella Johanna. Ruins vede le First Aid Kit allontanarsi e riavvicinarsi, come un pianeta intorno al suo sole, al folk americano degli esordi. Nuove soluzioni musicali le spingono in territori più pop ma le melodie e l’anima di queste due ragazze resta legata al country. Ruins si candida come uno dei migliori di quest’anno, consigliato anche a chi non conosce ancora questo duo svedese.

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