Senza volto

Quando scopro un nuovo artista, mi piace cercare qualche informazione su di lui. Al giorno d’oggi è piuttosto facile farlo attraverso internet, Wikipedia o i social network. Ma nel caso di Rob Reid è stato praticamente impossibile. Avevo aggiunto il suo EP Paradise alla mia wishlist di Bandcamp e qualche giorno fa è entrato nella mia collezione. Paradise è stato pubblicato l’anno scorso e mi ha subito attirato per il suo bel sound americano. Rob Reid è un cantautore canadese e questo è il suo debutto. Si può scoprire qualcosa in più sul suo sito ufficiale e poco o nulla nella sua pagina Facebook. Non una sua foto o interviste. Interessante di questi tempi, no? Ci sono solo otto canzoni che parlano per lui. Nient’altro.

Si inizia con la rockeggiante Paradise. Le chitarre hanno un suono famigliare, confortevole. La voce di Reid è perfetta per queste canzoni, questo classico rock americano. Un inizio irresistibile che ci spinge a proseguire nell’ascolto di questo EP. Più folk e distesa, la successiva Honest Monday. Come da titolo è una canzone sincera, dall’apparenza spontanea, che si risolve in meno di due minuti. Niente male. Roll On è orecchiabile e solitaria. Rob Reid sembra avere tanto da raccontare e sa farlo con una semplicità e maturità invidiabili. Così come riesce a fare con la successiva Devil’s Shoulder. Un folk americano oscuro e desolato, che cresce tra contaminazioni blues. Nulla di nuovo ma quello che conta è ciò che questa canzone riesce a trasmettere. Lo fa attraverso la via più semplice e sicura. Un’altra ballata country come Erin’s Song (Guiding Light) continua a farci viaggiare in territori conosciuti e famigliari. Rob Reid duetta con una voce femminile che (ahimè) non sono riuscito a scoprire a chi appartiene. Un altro piccolo mistero che si aggiunge al quadro. Don’t Mean To Confuse You, a dispetto del titolo, confonde con le sue chitarre a briglia sciolta. Reid si rivela un rocker abile molto differente da quello ascoltato finora. Il ritmo è tirato e le parole escono veloci come un treno nel deserto. Colpisce nel segno. Dust And Decay è una splendida ballata country malinconica. Lo stile è collaudato ma supportato dalla voce carismatica del cantautore canadese. Ancora la chitarra è protagonista, come potrebbe essere altrimenti? All My Friends è un’altra trasformazione di Reid, che chiude questo suo EP con ironia e ritmo. Un country ballabile da fine serata, un buon modo per salutare gli amici.

Paradise è un bignami del folk rock americano. C’è un po’ di tutto. Rob Reid è un buon ambasciatore in terra canadese del rock a stelle e strisce. La scrittura è matura e fa pensare ad un debutto tardivo. Con queste canzoni forse abbiamo conosciuto Rob più di quanto possa fare una fotografia o un profilo social. In un mondo, anche quello musicale, dove apparire è diventato fondamentale, Rob Reid ha scelto di rimanere in una sorta di anonimato e non mi stupirei affatto se il suo fosse solo un nome d’arte. Paradise, in definitiva è un veloce viaggio nel paese del country, in compagnia di un amico un po’ schivo ma sincero.

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Serenate per sognatori

Quando si tratta di un album di debutto non posso certo lasciarmelo scappare. Soprattutto dopo aver partecipato alla campagna di crowdfunding. Questo metodo di finanziamento si sta diffondendo sempre di più tra gli artisti che non godono di un pubblico vasto e che vogliono continuare a fare ciò che amano senza piegarsi alle leggi del mercato. Emily Mae Winters ha potuto così dare alla luce Siren Serenade, album di debutto che segue l’EP Foreign Waters uscito lo scorso anno. Le premesse di un debutto di tutto rispetto erano racchiuse in quell’EP e nelle canzoni che hanno anticipato l’album, che si è rivelato una piacevole sorpresa.

Emily Mae Winters
Emily Mae Winters

La traccia di apertura è la malinconica Blackberry Lane che ci introduce nelle sonorità folk della Winters. La sua musica è un buon mix tra il folk tradizionale e americano ma con un approccio contemporaneo. Un inizio che affascina e cattura fin dalle prime note. La successiva Anchor è una delle canzoni più emozionanti di questo album. La musica delicata accompagna la meravigliosa voce della Winters. Un crescendo inteso che mostra il lato più folk legato alla tradizione. Fiddlers Green è una canzone popolare irlandese e non nascondo che è tra quelle che più mi ha impressionato in questo album. Non tanto per la canzone in sé, il folk irlandese è sempre benvenuto, ma soprattutto per l’interpretazione della Winters e l’uso che ne fa della voce. Il finale strumentale è pura gioia per le orecchie. La title track Siren Serenade è quella canzone che non ti aspetti. In questo brano vengono fuori le sfumature soul nella voce delle cantautrice inglese. Ritmo e melodia di sole voci si fondono, creando un piccolo gioiellino all’interno di questo album. As If You Read My Mind è una bella ballata pop nella quale spicca il suono del pianoforte. La musica accompagna la voce della Winters, sempre intesa e calda. Una canzone breve che conferma la purezza del talento di questa cantautrice. Hook, Line and Sinker è una canzone orecchiabile che richiama alla tradizione del country americano. Davvero molto bello poter ascoltare canzoni con stili diversi nello stesso album ma tutti accomunati dall’ottimo lavoro della Winters e della sua band. La successiva Miles To Go è carica di speranza e buoni sentimenti. Una canzone che nella quale si assapora il gusto del folk americano, grazie all’immancabile e caratteristica steel guitar. The Star è un affascinante canzone dai tratti misteriosi. La voce della Winters di muove sicura e potente tra gli archi e il pianoforte. In questo album è la canzone più imponente, a tratti epica, che si possa ascoltare. The Pirate Queen è ispirata alla figura della pirata irlandese Anne Bonny. Lo stile della canzone è quello tipico delle canzoni marinaresche, che ci fanno venire voglia di imbarcarsi. I pirati hanno da sempre un fascino del tutto particolare e questa canzone riesce a catturarlo alla perfezione. Down By The Sally Gardens è una canzone ispirata al poema omonimo del poeta irlandese William Butler Yeats. Qui c’è tutta l’atmosfera delle canzoni popolari irlandesi, romantiche e malinconiche. Chiude l’album la teatrale Reprise. Emily Mae Winters esprime al meglio il concetto di folk contemporaneo, con un brano etereo e sognante. La sua voce è morbida quanto basta per dare quel fascino misterioso a tutto il brano.

Siren Serenade è un album di debutto che racchiude tutto il talento di Emily Mae Winters come cantautrice, supportata da musicisti che con il loro accompagnamento lo arricchiscono. Il principale punto di forza di questo album è sicuramente la capacità della Winters di spaziare dal folk irlandese a quello inglese, passando per quello americano. Un viaggio tra stili diversi che permette, a chi ascolta, di trovare in ogni canzone qualcosa di speciale. Alcune canzoni sono più pop e perfino soul, rivelandoci di cosa è capace Emily Mae Winters. Se in un album di cover e inediti fai fatica a distinguere gli uni dagli altri, se non le conosci, allora il gioco è fatto. L’album è già un classico. Ed ecco che Siren Serenade si propone come candidato tra i migliori album di debutto di quest’anno, un album da ascoltare e riascoltare, trovandoci ogni volta un motivo per sorprendersi e sognare.

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I suoi occhi erano blu

Sulla copertina di questo album, in bianco e nero, c’è una baracca di legno abbandonata tanto quanto quelle rotaie che le passano davanti. In mezzo a questo scenario desolato, quasi in disparte, c’è una ragazza con un abito a fiori e un cappello nero in testa. Quella ragazza è Holly Macve, cantautrice di origini irlandesi, e la copertina è dell’album Golden Eagle. Seguivo già da tempo quest’artista nella speranza, come sempre, di poter ascoltare prima o poi, il suo album d’esordio. Eccolo qui, dunque, il momento di ascoltare Golden Eagle. La sua copertina è un po’ lo specchio dell’album e come spesso accade, questa solitaria e desolante immagine conferma la regola.

Holly Macve
Holly Macve

White Bridge apre l’album e la Macve ci accoglie con la sua voce malinconica e calda. Procede lenta ma ipnotica, una litania country folk che sembra venire direttamente oltre oceano, “I’m running I’m running back to the start / To where my heart was pure and innocent / Summer nights spent by the river bank / And no one gives a damn about the little things“. La bella The Corner Of My Mind è una ballata triste, notturna. La voce della Macve è morbida, come svogliata, una sua caratteristica che ci accompagnerà per tutta la durata dell’album, “The birds all flew away from the echo of the gun / Come to me, my dear, for you’re the only one / For you’re the only one / Oh there’s a beast that lives in the corner of my mind / And you are the only one to make his eyes appear kind“. Heartbreak Blues aggiunge un po’ di colore, con i suoi ritmi country blues. La musica è trascinante e ha tutto il buon sapore delle canzoni di una volta. Nostalgica, “Ooh, I’ll never take you to heaven / Ooh, without leaving you in hell / Ooh, every single road that you choose / Is going to end at the heartbreak blues“. La successiva Shell è una delle migliori canzoni dell’album. Una lenta ballata che supera i cinque minuti, nella quale Holly Macve mette in mostra tutta l’espressività della sua voce, dall’apparenza distratta ma sincera. Il ritornello è un gioiellino, “Why do you act like you know me so well / When I don’t even know myself? / Why do you act like you know me so well / When you barely even touched the shell / When you barely even touched the shell“. All Of Its Glory si affida al pianoforte e alla voce suadente della Macve, che in questa occasione ricorda una Lana Del Rey nella sua forma più elegante. Una canzone di un amore tormentato, che incanta e ammalia, “He walked away with his head high / And a smile to shadow his pain / Nothing but the world stands between us / In all of its glory the sun will rise again“. Segue Timbuktu è sulla stessa lunghezza d’onda della precedente ma che si muove nella notte. Un viaggio malinconico, dove i ricordi riaffiorano portando con sé i fantasmi del passato, “I’ve been thinking of the times when I was young and free / Standing steadily on my own two feet / And as the memories turn to dust and settle on the ground / I find comfort in forgetting this heart of mine“. Fear è un bel brano folk, poetico e dolce. Anche in questo caso troviamo quella malinconia che caratterizza tutte le canzoni della Macve. Una delle canzoni più emozionanti dell’album per la sua semplicità e immediatezza, “I saw that summer coming / And watched that summer pass me by / I saw that flower growing / Only to let it wilt and die“. Il singolo No One Has The Answers è un brillante country folk d’altri tempi che ha il sapore dell’estate. Una canzone orecchiabile, un’eccezione dell’album per colori e sonorità ma allo stesso tempo fedele alle atmosfere degli altri brani, “I worked by day and by night I drank / I danced until my mind went blank / And when the morning came to me / I’d only ever do the same“. La title track Golden Eagle è un lento al pianoforte, struggente e interpretato in modo eccellente. Holly Macve si mette alla prova una canzone lunga dove è praticamente sola con la sua voce. Il risultato è notevole, “Fly away golden eagle / Before the cold winter comes / And I’ll be thinking of you / As warm as the heat from the burning sun“. Chiude l’album la bella Sycamore Tree. Un’altra canzone che racchiude il mood dell’album e dà prova delle capacità e del talento di cantautrice della Macve, “Once I met a man / Standing by the river bank / His eyes were blue and his hair was jet black / Falling in love / Was a mystery that I had been known to doubt / A puzzle that no one could ever figure out“.

Golden Eagle è un album che trae a piene mani dal passato e, come succede sovente oggi, riporta ai giorni nostri un po’ delle sue atmosfere. Holly Macve con la sua voce e l’uso che ne fa, dà corpo e anima alle sue canzoni che risultano tutte accomunate da queste caratteristiche. Ed è proprio questo particolare che può rendere difficili i primi ascolti. Lo stile di Holly Macve può risultare un po’ noioso e ripetitivo ad orecchi poco pazienti ma concedendo a questo album più ascolti ripetuti, ecco che rivela un mondo affascinante per la sua malinconia ed oscurità. Holly Macve, dopo l’ascolto di Golden Eagle, ci lascia la sensazione, se non la certezza, di trovarci di fronte ad una cantautrice dal potenziale immenso.

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La ragazza di campagna

Le immancabili classifiche di fine anno sono una buona occasione per dare un’occhiata a quali album ci siamo lasciati scappare. Anche se questo Midwest Farmer’s Daughter della cantautrice country Margo Price era già giunto alle mie orecchie diversi mesi fa, solo di recente ho deciso di approfondire la sua conoscenza. Tra i migliori album del 2016 lei compariva quasi sempre e la mia sensazione di essermi perso qualcosa di veramente buono è cresciuta dentro di me. La mia fame di musica ha fatto il resto. Ecco dunque il tanto apprezzato esordio di Margo Price, che si presenta sotto il segno del country più tradizionale che esista, quasi fuori dal tempo.

Margo Price
Margo Price

Si comincia con la bella Hands Of Time che racconta la storia di una donna in cerca di fortuna, un po’ autobiografica. Una ballata country che suona come un classico, lasciando quel buon sapore in bocca dei bei tempi andati, “Cause all I want to do is make a little cash / Cause I worked all the bad jobs busting my ass / I want to buy back the farm / And bring my mama home some wine / And turn back the clock on the cruel hands of time“. Con About The Find Out si fa spazio il country blues che scorre nelle vene della Price, che mette in mostra il suo talento di cantautrice. Una canzone che attacca i le persone piene di sé con intelligenza e ironia, “Tell me what does your pride taste like honey / Or haven’t you tried it out? / It’s better than the taste of a boot in your face / Without any shadow of a doubt“. Segue Tennessee Song , un inno country che ci tiene incollati all’ascolto. C’è un richiamo al southern rock che fa sempre piacere trovare ed un’interpretazione sempre intensa e sentita, “The future ain’t what it used to be / Let’s go back to Tennessee / Mountain high and valley low / Let’s build down where the waters flow“. C’è anche spazio per ballate malinconiche e solitarie come Since You Put Me Down. Ancora qualche accenno autobiografico che delinea una spiccata sensibilità e attenzione. Una delle migliori canzoni di questo album, “I killed the angel on my shoulder with a handle of tequila / So I wouldn’t have to spend my nights alone, all alone / I killed the angel on my shoulder / Since you left me for another / I’ve been trying to turn this broken heart to stone“. Four Years Of Chances racconta la storia di una donna che abbandona il marito dopo quattro anni di sopportazione. La Price si sente a proprio agio in canzoni come questa e tutto è cosi perfetto e irresistibile, “I gave you four years of chances / To try to be your wife / I cleaned your shirts / And cooked up your supper / But you stayed out late at night / I gave you four years of chances / To try and fill a happy home / But now one more may as well be / A million and one“. This Town Gets Around è un bel country, che racconta proprio come è fare questo genere di musica là a Nashville. Margo Price dà prova di saper esprimere quel sentimento che il country porta con sé, con sincerità ed energia, “I can’t count all the times I’ve been had / Now I know much better than to let that make me mad / I don’t let none of that get me down / From what I’ve found this town gets around“. Con How The Mighty Have Fallen si ritorna verso ballate senza tempo. Una canzone malinconica con una bell’accompagnamento musicale che esalta la performance vocale della Price, “I never meant to keep you / From being you / But I know that’s an easier thing / To say than do / You brushed me off / And said I’d never grow / Now that you’re on your knees / You’re smaller than before“. Spazio anche al country rock con Weekender, storia di ordinaria vita dentro e fuori dal carcere. Margo Price esplora tutte le sfumature del country e delle sue storie con rinnovata energia, “Cause I’m just a weekender / In the Davidson County Jail / And my old man, he ain’t got the cash / To even go my bail / Should have listened to my mama / And quit my life of sin / Before I went backsliding again“. La trascinante Hurtin’ (On The Bottle) segna il punto più alto dell’album. Il primo singolo di questo album è un country rock orecchiabile e accattivante con una Price scatenata. Da ascoltare, “I put a hurtin’ on the bottle / Baby now I’m blind enough to see / I’ve been drinking whiskey like it’s water / But that don’t touch the pain you put on me“. La bella e breve World’s Greatest Loser è un piccolo gioiellino per semplicità e purezza, anche da un punto di vista esclusivamente del testo, “I’m losing weight, I’m losing sleep / And all the things I just can’t keep / I’m losing ground, I’m losing time / But if I lost you I’d lose my mind“. In aggiunta alla tracklist originale c’è Desperate and Depressed che si appoggia quasi esclusivamente sulla voce della Price. Una canzone sulla difficile strada che porta al successo, un’interpretazione intensa e disperata, “Momma never told me / That things would be this way / Daddy tried to warn me / That there’d be hell to pay / But if I can’t find the money / Then I can’t buy the lie / Oh, ten percent of nothing / Ain’t a dime“.

Midwest Farmer’s Daughter sarà anche l’album d’esordio di Margo Price ma ha alle spalle anni di vita vissuta. Il suo country non bada alle mode, anzi, va a cercare qualcosa che con il tempo è andato perduto. Un ritorno alle origini, sempre piacevole da ascoltare interpretato con una forza ed una genuinità rare. Il  mondo di Margo Price è un modo appassionato ma difficile, dove il passato torna nel presente con il suo prezzo da pagare. Questo Midwest Farmer’s Daughter potrebbe già avere un seguito entro l’anno e questa volta non me lo lascerò scappare. Non fatelo nemmeno voi, è un consiglio.

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Correre con le forbici in mano

Edwina Margaret “Fanny” Lumsden è una cantautrice australiana che, insieme alla sua band The Thrillseekers, ha pubblicato il suo album d’esordio intitolato Small Town Big Shot. I modi simpatici di Fanny Lumsden e la sua musica mi hanno subito conquistato. Un country dal sapore australiano che diverte ed emoziona, è alla base di questo album. Un country fresco e irresistibile. Ancora una volta è capitato che sia bastato il singolo Soapbox per farmi desiderare l’intero album. Al suo interno ho trovato tutto quello che mi aspettavo ci fosse dietro il sorriso contagioso di Fanny Lumsden, che mi ha accompagnato in queste settimane d’autunno e di lavoro.

Fanny Lumsden
Fanny Lumsden

Una delle migliori canzoni dell’album, Bravest Of Hearts, dà il via. Fanny Lumsden ci porta nella sua famiglia, nei colori della sua terra. Una canzone sincera che arriva dritto al cuore, grazie all’immediatezza della musica country e alla voce dolce della Lumsden. Soapbox è un brillante brano non a caso è stato scelto come singolo. Luminosa e accattivante, questa canzone vi ritroverete a fischiettarla in men che non si dica. Da ascoltare. Con la title track Small Town Big Shot si entra nella parte più malinconica e romantica dell’album. Qui Fanny Lumsden mette in mostra tutto il suo talento come cantautrice, scrivedo una ballata country a colpo sicuro. Si può dire lo stesso della bella Land Of Gold. Qui si sente il sorriso e la gioia di quest’artista. Non è facile trasmettere queste sensazioni, se non con la sincerità che a Fanny Lumsden sembra non mancare. Weatherman è spensierata, carica dei colori del buon country illuminato dal caldo sole dell’Australia. Ancora una volta il ritornello è irresistibile e intelligente. Totem Tennis continua sulla stessa lunghezza d’onda. Fanny Lumsden è regina della scena, servedosi di un carisma che non gli manca. Il gruppo che l’accompagna è allo stesso modo protagonista con un country rock trascinante. Rattle & Your Roll ci riporta alle sonorità più tranquille ma carica di sentimento. Una delle canzoni più belle dell’album che mostra un volto meno spersierato di questa cantautrice ma ugualmente efficace. Una delle canzoni più originali e brillanti dell’album è senza dubbio Sea Elephant School. Una canzone che fa subito presa grazie alla musica coinvolgente, al ritmo e la voce energica della Lumsden. Sicuramente da considerare tra le migliori di questo album. C’è spazio per il romanticismo con I Choose You che va sul sicuro. Fanny Lumsden e la sua band ci mettono tanto cuore e si sente. La voce si fa dolce, la musica evocativa. Tutto pefetto, insomma. Bastards esplora ancora il lato più sentimentale di questo album. Un’interpretazione intensa e sentita che spicca su tutte le altre canzoni. Chiude l’album la bella Sunstate che ci fa assaporare del buon country che nasce al di là del Pacifico ma non ha confini. L’ultima traccia riassume bene tutte le sfumature di questo album e la versatilità della voce della Lumsden.

C’è qualcosa in questo Small Town Big Shot, difficile da spiegare, che ti fa compredere che non stai ascoltando un’artista americana. Sembra che, in quelche modo, Fanny Lumsden e la sua band riescano a portare un pò di Australia nella loro musica country. Un album d’esordio che ha alle spalle anni di lavoro e si sente davvero, perchè Small Town Big Shot è un album solido, senza troppe sbavature. Fanny Lumsden è una carismatica frontwoman che fa della sua simpatia e sincerità i suoi punti di forza. Un album che mi sento di consigliare a chi vuole ascoltare qualcosa di leggero ma intelligente e onesto. Un’altra piccola sorpresa di questo anno che sta per finire. L’ennesima prova che c’è sempre qualcosa di nuovo da ascoltare e da scoprire.

Al momento giusto

Inesorabilmente ci stiamo avvicinando alla fine dell’anno, già si sentono le prime avvisaglie dell’inverno. In autunno le giornate si accorciano e favoriscono l’insorgere di malattie come la nostalgia e la malinconia. Per chi come me ne soffre tutto l’anno, non solo d’inverno, non esiste una cura definitiva. Si possono alleviare i sintomi con la musica e Courtney Marie Andrews è un’ottima medicina. Questa cantautrice americana, nonostante i suoi venticinque anni, ha già alle spalle ben sei album e questo Honest Life, pubblicato quest’anno, è il settimo. Mi sono bastate due sue canzoni per capire che la musica di Courtney Marie Andrews faceva per me e le ottime recensioni che l’accompagnavano hanno fatto il resto.

Courtney Marie Andrews
Courtney Marie Andrews

Si comincia con Rookie Dreaming dalla quale emerge tutta le sensibilità della Andrews. Forte è l’influenza del folk americano ma altrettanto forte è l’espressività che hanno le sue canzoni, “I was on the hunt for visions out of reach / All those daydreaming mornings / All the wishful goodnight thinking / I have steared through every dark alley / In hopes of a light at the end I could see“. La successiva Not The End è una bella canzone d’amore che va a colpo sicuro, toccando le corde giuste. L’interpretazione della Andrews è sempre pulita e precisa ma, allo stesso tempo, emozionata ed emozionante, “So many nights we’d spent / In our little basement room / A part of you became a part of me then / And I know you feel it to / I’m so far away now / In this empty hotel room / Trying to dream up every memory / So I can feel closer to you“. Il singolo Irene è il fiore all’occhiello dell’album. Questa canzone mi ha portato verso quest’artista e dentro questo album. Orecchiabile e intelligente, che mette in luce tutto il talento della Andrews, “Fare well, Irene / Where your dreams are bound and / I just can’t tell / But we both know, Irene / They won’t come true at the bottom of a well“. How Quickly Your Heart Mends è un ottimo country folk che si porta dietro con sé tutta la malinconia di questo genere musicale. Una delle migliori canzoni dell’album, senza dubbio. Da ascoltare, “The jukebox is playing a sad country song / For all the ugly Americans / Now I feel like one of them / Dancing alone and broken by the freedom“. Let The Good One Go è una triste ballata di pianoforte. Qui gioca un ruolo fondamentale la voce della Andrews, che sfodera una performance intesa e toccante, “Where are you tonight? / Do you think of me when you close your eyes? / Do you wake up and reach for me / By your side? / They say good things never die / Well if that’s true our loves still alive / If that’s true it’s safe to say / It will never die“. Segue la titletrack Honest Life, una riflessione sulla vita che segna il punto più alto dell’album nel quale si scorge tutta la maturità di questa cantautrice. Davvero una bella canzone sotto ogni aspetto, soprattutto per il testo, “All I’ve ever needed is a little time to grow / A little time to understand that things that I know / So that I can listen to you lovingly / Instead of getting up to go / Some people take a little more time to grow“. Anche Table For One ha un ruolo centrale in questo album. Qui la solitudine e la malinconia sono evocate con sapienza e attenzione, un talento raro e prezioso. Courtney Marie fa un lavoro eccezionale sul testo e la musica, raccontando le sue esperienze di vita, “Cause i’m a little bit lonely / A little bit stoned / And I’m ready to go home / You don’t want to be like me / This life it ain’t free / Always chained to when I leave“. Put The Fire Out è un altra canzone che vi farà saltare sulla sedia. C’è tutto il buono delle ballate americane, tutto il buono delle cose belle, “A few more hours feels like forever / Here’s my chance I want to get better / I want to pick up the phone and return your calls / Tell you how much I love you all“. La successiva 15 Highway Lines affronta il tema del viaggio che tanto è caro ai cantautori di ogni generazione. La Andrews non sbaglia un colpo, confermandosi particolarmente ispirata, “You were my only friend / Time has taught there is no way to bend / It to back when I knew you then / To you all the love I send / From this long mile from this passenger bed“. Prima di finire però c’è ancora una sorpresa. L’ultima Only In My Mind è un’eccezionale ballata al pianoforte che non esito a definire strappalacrime. Un’interpretazione straordinaria ed un testo poetico e profondo. La canzone più emozionante dell’album senza dubbio, “In my mind love was easy / A dreamy happy ending / Full of passion never fleeting / Full of feeling and surprise / In my mind love was unchanging / Every demand was worth meeting / Every bad day worth defeating / Love made every wrong seem right“.

Honest Life è l’ennesima sorpresa di quest’anno. Courtney Marie Andrews si aggiudica un posto d’onore tra la mia musica e mi costringe ad approfondire la sua conoscenza completando la sua discografia. Ma come sempre, per il momento voglio godermi Honest Life. Un album che consiglio vivamente a chi vuole ascoltare del buon folk americano, dal gusto classico ma sempre attuale. Chi soffre di nostalgia o di malinconia o di tutte due le cose assieme, troverà un po’ di conforto in queste canzoni ma sopratutto scoprirà un’artista che non si nasconde. Mette a nudo la sua anima, riusciendo in un’impresa che pochi sanno portare a temine con constanza e sincerità.

Fuori legge

Definiscono la loro musica come bloodgrass, una musica dalla quale nessuno esce vivo. Interessante, mi sono detto, quando per la prima volta ho letto di questo gruppo. I Murder Murder sono sei ragazzi canadesi che si presentano con ballate che spaziano dal country al bluegrass, riuscendo subito ad accendere la curiosità con il loro gusto retrò e tradizionale ma fuori legge e un po’ cattive. In men che non si dica ci ritroviamo immersi nelle foreste dell’Ontario, tra risse da bar, storie sfortunate, di gelosia e tradimenti. Il tutto raccolto nel loro secondo album, pubblicato nel 2015 e intitolato From The Stillhouse.

Murder Murder
Murder Murder

Si parte con l’incalzante Sweet Revenge, una stroria di vendetta a bordo di un treno nero che viaggia senza sosta. Un brano che evoca immagini nitide dei paesaggi western di frontiera, “I dream I am flying out through the pines / Through to the Devil’s mouth / There’s some folks down there, they gotta pay for their sins / Eye for an eye, blood for blood / Sweet revenge“. Where The Water Runs Black è una straordinaria ballata guidata da un violino e accompaganta da un’immancabilie banjo. Una voce tagliente e carismatica ci racconta una stroria di tradimento. Una delle migliori canzoni dell’album che trova la sua perfezione nella sua tradizionalità e melodie famigliari, “And if you wanted I could take you / I walked that road ‘til the water runs black / I loved that woman but she left me lonely / She broke my heart, lord, she never turned back“. Si nasconde una storia di violenza sotto il titolo di Evil Wind. Facile lasciarsi ingannare dalle melodie gioiose ma è solo un’apparenza. I Murder Murder sono divertenti e spietati, “Well now I can’t remember / what was going through my head / My blood turned to fire / And my face turned red / And I flew into that room / Like a moth to a torch / An evil wind, an evil wind is gonna blow“. Duck Cove è una triste ballata che mette in luce tutto il talento di questa band, in grado di raccontare storie e mettendole in musica. Tutto suona tradizionale tuttavia allo stesso tempo c’è qualcosa di nuovo nel loro modo di porsi, “I never felt so low, / I looked through the port hole / And I saw the drop boat / headed for Duck Cove / The thought of my lover / out with another / Somebody else than the / one who has loved him“. Una storia di riscatto nella bella Movin On, una delle canzoni più positive dell’album. I Murder Murder spingono sempre sul pedale dell’acceleratore, sono un treno in corsa tra le foreste dell’Ontario, “I got friends in Brown and Hardy / And a brother down in Carling / I got family up north in Sudbury / Everybody knows / that I can’t set foot back in Mowat / There’s folks there’d like / to get their hands on me“. When The Lord Calls Your Name è una ballata lenta e strappalacrime. I Murder Murder propongono una canzone dal sapore vintage con una grinta e intensità di grande impatto, “So gather the angels, / and sing us a prayer / When his sights are upon you, / you can’t hide anywhere / Now accept and rejoice him, / not with pride, not with shame / And you’ll know my intentions, / when the lord calls your name“. The Last Gunfighter Ballad è la cover di un classico country scritto da Marty Robbins. La versione dei Murder Murder è più brillante e scanzonata dell’originale, “Stand in the street at the turn of a joke / Oh, the smell of the black powder smoke / And the stand in the street / at the turn of a joke“. Tanto breve quanto bella, Half Hitch Knot. Irresistibile ballata up tempo, dove le parole escono veloci, scappa anche qualche parolaccia. Cattivi ragazzi, “You’re a polite motherfucker / with your hands tied up / Like a barnyard pig just about to get stuck / The knife’s coming down if you like it or not / You won’t never get out of my half hitch knot“. La successiva Alberta Oil è una classica murder ballad, veloce e senza respiro. Ancora una volta i Murder Murder sono irresistibili in tutto e per tutto, “He was buried with his passport / in a black Alberta ditch / His life was cut far too short / by a cold Alberta bitch / We all knew what had happened / and it gave us all a fright / He was buried with his passport that night“. Bridge County ’41 è una bella ballata blues. Senza dubbio una delle canzone più intense di questo album, storia di un contrabbandiere, fuori legge come questo gruppo, “The law found me in the middle of the night / When I’s lyin’ on my back / in the pale moonlight / Couldn’t tell if I was dead or alive / Until they caught that little hint of blood / in my eye“. Chiude l’album un’altra ballata intitolata Jon & Mary. C’è poco altro che posso aggiungere arrivati alla fine di queste undici canzoni, se non avvisarvi che la tentazione di ricominciare dall’inizio è forte, “I parted with things / that I never though I’d sell. / It’s got to where I barely recognize myself. / The boy I was is gone, / it’s written on my face. / All the time that he spent dying, / her beauty never waned“.

Questo From The Stillhouse ci porta altrove, velocemente come un treno a vapore. I Murder Muder sembrano venire dal passato, ci riempiono le orecchie di buona musica, dal sapore d’altri tempi, sporca e impolverata. Hanno la faccia da duri come gli eroi dei film western ma un animo buono. Una particolarità di questo gruppo è che non hanno un vero proprio frontman ma si alternano al microfono dando ad ogni brano un’impronta personale e diversa. Qui sotto trovere una versione live di Bridge County ’41 ma non posso fare a meno di consigliarvi di ascoltare l’album completo, se volete essere anche voi per un attimo dei fuori legge, sporchi e impolverati.