Un buco nel petto

Quest’anno mi ero ripromesso di ascoltare qualche cantautore in più rispetto al passato e, se devo essere sincero, ho mantenuto la mia promessa. L’album di cui state per leggere però non è frutto di una ricerca ma del caso che ha voluto che ascoltassi la canzone What We’re Marching Toward. Come mi capita spesso, non ho voluto ascoltare altro di Jeffrey Martin prima di avere fra le mani il suo album One Go Around, uscito lo scorso Ottobre. Questo cantautore americano si è rivelato uno dei migliori artisti che abbia ascoltato quest’anno, una sorpresa vera e propria. Io, che credevo solo di aggiungere un altro cantautore alla mia collezione per mantenere una promessa, ho trovato invece qualcosa di eccezionale.

Jeffrey Martin
Jeffrey Martin

L’iniziale Poor Man è una commovente e triste dichiarazione di un uomo che è, sì povero ma una persona per bene, nonostante tutte le difficoltà della vita. La voce di Martin è toccante e profonda, “Oh Maggie, keep an eye on the water line / The car won’t start and the money never comes in on time / Oh Maggie, keep an eye on the water line / I feel it moving“. Long Gone Now è una canzone sincera su un’amore finito ma che sopravvive ancora nel cuore di un uomo. Ma il tempo passa e tutto finisce, Martin canta trasmettendo un’intensa sensazione di malinconia, “Sometimes I make love to other women / While thinking about you / And I listen to their talking / Like a TV on in the other room“. La successiva Golden Thread lascia da parte per un attimo la malinconia e celebra la bellezza della vita. Jeffrey Martin lo fa con una sensibilità e una poesia straordinarie, riuscendo ancora una volta a toccare nel profondo, “Lay me down and sing to me again / Shut my eyes with a song that will never end / Write it on my mind with that golden thread / There’s somethings you don’t forget“. Billy Burroughs ispira ad una sfortunata vicenda legata allo scrittore William Burroughs. Una delle canzoni più belle e commoventi dell’album. Martin con la sua voce evoca immagini nitide e forti, “I remember where I was when I first read / William Burroughs shot his lover dead / Put a highball glass on top of her head / And missed“. Sad Blue Eyes è una triste ballata, dove Martin mette in risalto tutte il suo talento come cantautore. Parola dopo parole si dispiega davanti a noi l’anima tormentata del protagonista, “He found work at the yard picking apart cars / Out on Springfield and Lariat / He likes a girl with scars on her arms / It proves she ain’t seen what she wants to yet / With her sad blue eyes“. Le commoventi vicende di Caroline in October Dark. Martin si affida quasi esclusivamente all’espressività della sua voce calda, attirando a sé tutta l’attenzione dell’ascoltatore, “Caroline buys a ticket for the last train / Out of Baltimore in the October dark / Smokes a cigarette and throws the pack away / So her daughter would never know / That she smokes / That she smokes / That she smokes“. Nostalgia di casa e tanta voglia di farvi ritorno in Time Away. Una canzone sincera, semplice ma in grado di andare a toccare le corde giuste. Si finisce per rimanerne incantati, “I know that time away is money in the bank / But I would give it all to hear you whispering my name / I’m coming home babe, I’m coming home / I’m coming home babe, I’m coming home“. Thrift Store Dress è una bellissima ballata country. Martin sa cogliere tutte le sfumature di questo genere, sapendo tirare fuori il meglio dall’ispirazione che gli arriva dai grandi cantautori, “Let that old time music burn a hole in my chest / Burn a hole in my chest / See you laying in the grass in that thrift store dress / In that thrift store dress“. La successiva Surprise, AZ è un altro pezzo country dove Martin ci mette tanto cuore, allontanando per un attimo la tristezza. C’è sempre un po’ di malinconia ma quella è nella sua voce, nella sua anima, “And you know about me at only 23 / You saw her come and go / As I went through everything I had / But mother did you see / What was gonna happen / She let me down so far / I never quite made it back“. Una delle canzoni più belle di questo album è sicuramente, What We’re Marching Toward. Tutto il dolore della guerra è riassunto in poche parole. La performance di Jeffrey Martin è straordinaria. Ascoltare per credere, “I saw a man on the news tonight / Crying for his child in the war / He looked at the camera and asked with his eyes / Do we know what we’re marching toward“. Hand On A Gun è una solitaria ballata, una riflessione sul male che ci circonda. Le parole sono dirette e la musica scarna, qui si bada più al contenuto che alla forma, “I didn’t want to believe / That there was such a thing / As a truly evil man / I like to go to sleep / Believing that we all can be redeemed / The devil is in the details / Doesn’t ring true for me / He is sunbathing on the shore“. Chiude l’album la title tack One Go Around, una ballata riflessiva. I pensieri di Martin sono liberi di uscire e diventare musica. Un gran finale, che va chiudere un album altrettanto grande, “Cut down a tree to build a cabin / Dig through the rocks to find a diamond / Work your hands till their bleeding / Then go and rest“.

One Go Around è un album davvero eccezionale. Jeffrey Martin si rivela un cantautore che, oltre ad avere una voce perfetta per fare questo mestiere, ha anche qualcosa dentro che non può non uscire. Ogni canzone è un brivido, un pugno nello stomaco che risveglia emozioni intense e profonde. Questo è uno dei migliori album dell’anno. Una sorpresa, almeno per me. Non potevo mancare di condividere questa scoperta con chiunque abbia voglia di ascoltare una bella canzone. Ancora una volta vi consiglio di ascoltare tutto l’album e non fermarvi alla canzone che trovate qui sotto.

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Buoni consigli

Quando ho ascoltato per la prima volta una canzone di questo duo canadese, mi hanno ricordato le Lily & Madeleine degli inizi. Per questo non ho esitato ad ascoltare il loro nuovo album. Hannah Walker e Jamie Eliot si presentano sotto il nome di Twin Bandit, il loro Full Circle è uscito il mese scorso. Si tratta del loro secondo album e sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla loro musica, che spazia dal country al folk con un approccio alternative fresco e positivo. Full Circle è un album che ho deciso di ascoltare quasi “alla cieca”, spinto dalla curiosità e dalla volontà di ritrovare quelle atmosfere che mi hanno fatto scoprire, più da vicino, il mondo della musica folk.

Twin Bandit
Twin Bandit

Everything Under The Sun apre l’album, introducendoci nelle sue atmosfere delicate guidate dalle voci morbide di queste due ragazze. Un folk americano caratterizzato da una sensibilità pop che porta con sé buone sensazioni. La successiva I Try è cantata a due voci, in perfetta sintonia tra loro. Qui le due ragazze si rifanno alle First Aid Kit, ripiegando però su tonalità più leggere e armoniose. Una canzone ispirata, tra le più belle dell’album. Con Never Quite The Same vira verso un folk più scuro e maturo. Questa è una delle canzoni che preferisco di questo album, per la sua intensità e per le emozioni che riesce ad esprimere. Da ascoltare. Segue Gotta Make Sure che riprende le sonorità più luminose dell’inizio dell’album. Il testo dimostra tutto il talento delle ragazze e il ritornello è semplice e si finisce per canticchiarlo in men che non si dica. Un ottimo lavoro, davvero. Little Big Lies prosegue sulla stessa strada, scegliendo sonorità più country. Le voci delle Twin Bandit cantano all’unisono, strette l’una all’altra in un legame profondo. Hard To Know è una di quelle canzoni che scaldano il cuore, capaci di sorprendere ad ogni ascolto. Una canzone sincera e luminosa, come il resto dell’album, capace di trasportati altrove, un posto sicuro e migliore. So Long è un poetico alternative folk, arricchito da una chitarra graffiante. Le voci delle due ragazze lavorano insieme, in una confortevole armonia. To Stay è tra le migliori canzoni di questo album. Tutto è in precario equilibrio. Voce e musica si sostengono l’una con l’altra, delicate ed eteree. Un ottimo esempio di come nella semplicità spesso si nasconda la bellezza. La successiva Spell It Out è una bella canzone dalle tinte indie pop. Anche questa volta ii ritornello è orecchiabile e l’accompagnamento musicale è molto piacevole. So That’s Just The Way è un gioiellino folk. Una canzone che più di tutte richiama le sonorità delle sorelle Jurkiewicz e le loro atmosfere distese e confortanti. Per chiudere c’è Six Days To Sunday un’evanescente poesia folk, essenziale in ogni suo aspetto. Un buon modo per concludere l’album.

Full Circle si va ad aggiungere alle sorprese di questo 2017 che deve ancora finire. Hannah Walker e Jamie Eliot dimostrano una complicità perfetta, canzone dopo canzone. Un album dove ogni singolo brano trasmette sicurezza e positività. Non c’è volontà di forzare troppo la mano sulla malinconia o su sentimenti contrastanti. Full Circle è un insieme di canzoni fatte per convivere, per essere ascoltate una accanto all’altra. Le Twin Bandit sembrano cantare con il sorriso, appena accennato, di una gioia sincera. Non è facile scegliere quale canzone farvi ascoltare per convincervi che questo Full Circle merita ben più di un passaggio durante la vostra giornata.

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Donna selvaggia

Dopo l’ottimo esordio dello scorso anno intitolato Midwest Farmer’s Daughter (La ragazza di campagna) è tornata qualche settimana fa, una delle più interessanti cantautrici country degli ultimi anni, Margo Price. Questa ragazza incarna un certo revival country che si vuole distinguere dal country commerciale che va per la maggiore. Un ritorno alle sonorità più tradizionali e la volontà di raccontare la vita, sono i semplici ingredienti della musica di Margo Price e di chi come lei vuole far riscoprire la forma più genuina di questo genere musicale. Nel nuovo album All American Made si cercano conferme delle buone impressioni del suo predecessore e se possibile, perché no, avere qualcosa di più.

Margo Price
Margo Price

L’album si apre con la trascinante Don’t Say It. Un country blues scandito dalla voce pulita, ma graffiante allo stesso tempo, della Price. Insieme alla sua band sa come far scaldare il suo pubblico, “Don’t call the preacher when your car won’t start / Don’t call the doctor with a broken heart / Don’t count your money til it hits the bank / Don’t say you love me when you treat me this way“. Weakness è un singolo che funziona, una canzone sincera che ha il pregio di essere orecchiabile. Ma non è solo questo, c’è anche una particolare cura nel cercare e trovare le parole giuste, “I’m running for no reason / I’m running and I’m blue / There’s no better cure for it / Than being next to you / I can’t hide what I am / I guess it’s plain to see / Sometimes my weakness is stronger than me“. Margo Price rallenta un po’ con A Little Pain. Un azzeccato blues accompagnato dalla sua voce energica che ripete una semplice frase: un po’ di dolore non ha mai fatto male a nessuno, “When I come I home, I’ve gotta leave / My reality is only make-believe / Someone said it’s one or the other / But I’m breaking my back and working like a mother / Who’s to say just how it’s done?“. Una lezione di vita con Learning To Lose in compagnia di un veterano del country come Willie Nelson. Non è facile coniugare la voce consumata e ruvida di Nelson con quella più fresca della Price ma in qualche modo ci sono riusciti, “How many trails have I gone down for no reason / Just to learn that I can’t leave myself behind / And the only devil I’ve ever seen was in the mirror / And the only enemy I know is in my mind“. In Pay Gap sotto l’apparenza innocua si cela un attacco alla disparità di trattamento tra uomini e donne sul lavoro. Un testo che solleva l’attenzione su un problema sociale non ancora del tutto risolto, “We are all the same in the eyes of God / But in the eyes of rich white men / No more than a maid to be owned like a dog / A second-class citizen“. Lo smorzato country rock di Nowhere Fast racconta un disperato senso di abbandono, che raggiunge l’apice in un finale musicale di grande impatto. Una Margo Price in gran forma. Da ascoltare, “Maybe I’m to blame for the shape that I’m in / Maybe I’m insane / But I’m leaving you again / Living in the present / Trying to forget the past / I’m going nowhere fast“. Cocaine Cowboys ci mette in guardia da questi individui che non hanno nulla a che fare con i veri cowboys ma si fingono tali e fanno uso di droghe, “Cocaine cowboys, they never get sleep / With their bloodshot eyes, their cigarette teeth / I wish that someone warned me / Stay away from them cocaine cowboys“. Con Wild Women l’attenzione si sposta sulle differenze tra gli artisti e le artiste nel mondo della musica, sulle difficoltà che queste ultime spesso incontrano nella loro carriera, “Wild women they don’t worry / They have no time for the blues / They kill the pain and beat the devil in a hurry / And wild women, no, they don’t worry“. Heart Of America è una canzone biografica carica di immagini familiari di una piccola città nel cuore degli Stati Uniti. Margo Price appare ispirata, accompagnandosi con una musica country dallo stampo tradizionale e nostalgico, “No one moves away with no money / They just do what they can / To live in the heart of America / Getting by on their own two hands / You can pray to anybody’s Jesus / And be a hardworking man / But at the end of the day, if the rain it don’t rain / We just do what we can“. Do Right By Me vira verso ritmi funky. Il ritornello è impreziosito dalla partecipazione del quartetto gospel The McCrary Sisters. Una canzone che parla di onestà e sincerità, due qualità sulle quali misurare il proprio successo nella vita, “Some people climb a ladder till the end up at the bottom / Spending up all their precious time on money, fame, and stardom / All I ever wanted is my own song to sing / If you don’t do right by yourself, do right by me / Do right by me“. L’unica canzone di cui la Price non ne è autrice è Loner. Una commovente ballata sulle difficoltà che una vita carica di aspettative ci costringe ad affrontare. Un’interpretazione intensa che mette in mostra tutte le doti vocali della cantautrice americana, “What’s the matter with being a loner / Even a nobody’s somebody, too / Even the bums on the street are just dreamers / A face in the crowd no different than you / Ooh no different than you / Ooh no different than you“. Si chiude con la title track All American Made. Una panoramica sulle cose belle e meno belle degli Stati Uniti del gli ultimi anni. Una canzone che non risparmia riferimenti a questioni politiche e sociali. Un finale che racchiude il senso dell’album, “And I wonder if the president gets much sleep at night / And if the folks on welfare are making it alright / I’m dreaming of that highway that stretches out of sight / And it’s all American made“.

Con All American Made, Margo Price si riconferma ai vertici, esprimendosi libera e incarnando i difetti e i pregi dell’America di oggi. La sua musica non va alla ricerca di qualcosa di nuovo ma si aggrappa al country più vero, ritornando a parlare alla gente, senza filtri. Margo Price ha in dono una voce che appare innocente ma che sa trasmettere, sotto traccia, un senso di rabbia trascinato dalla volontà di scuotere gli animi di chi ascolta. All American Made è un ottimo album, dove trovare il buon country che si sta risvegliando mosso anche dal momento storico che gli Stati Uniti stanno vivendo. Dove gli artisti hanno il diritto di far sentire la loro voce e prendere posizione, così come non hanno mai fatto negli ultimi anni.

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Senza volto

Quando scopro un nuovo artista, mi piace cercare qualche informazione su di lui. Al giorno d’oggi è piuttosto facile farlo attraverso internet, Wikipedia o i social network. Ma nel caso di Rob Reid è stato praticamente impossibile. Avevo aggiunto il suo EP Paradise alla mia wishlist di Bandcamp e qualche giorno fa è entrato nella mia collezione. Paradise è stato pubblicato l’anno scorso e mi ha subito attirato per il suo bel sound americano. Rob Reid è un cantautore canadese e questo è il suo debutto. Si può scoprire qualcosa in più sul suo sito ufficiale e poco o nulla nella sua pagina Facebook. Non una sua foto o interviste. Interessante di questi tempi, no? Ci sono solo otto canzoni che parlano per lui. Nient’altro.

Si inizia con la rockeggiante Paradise. Le chitarre hanno un suono famigliare, confortevole. La voce di Reid è perfetta per queste canzoni, questo classico rock americano. Un inizio irresistibile che ci spinge a proseguire nell’ascolto di questo EP. Più folk e distesa, la successiva Honest Monday. Come da titolo è una canzone sincera, dall’apparenza spontanea, che si risolve in meno di due minuti. Niente male. Roll On è orecchiabile e solitaria. Rob Reid sembra avere tanto da raccontare e sa farlo con una semplicità e maturità invidiabili. Così come riesce a fare con la successiva Devil’s Shoulder. Un folk americano oscuro e desolato, che cresce tra contaminazioni blues. Nulla di nuovo ma quello che conta è ciò che questa canzone riesce a trasmettere. Lo fa attraverso la via più semplice e sicura. Un’altra ballata country come Erin’s Song (Guiding Light) continua a farci viaggiare in territori conosciuti e famigliari. Rob Reid duetta con una voce femminile che (ahimè) non sono riuscito a scoprire a chi appartiene. Un altro piccolo mistero che si aggiunge al quadro. Don’t Mean To Confuse You, a dispetto del titolo, confonde con le sue chitarre a briglia sciolta. Reid si rivela un rocker abile molto differente da quello ascoltato finora. Il ritmo è tirato e le parole escono veloci come un treno nel deserto. Colpisce nel segno. Dust And Decay è una splendida ballata country malinconica. Lo stile è collaudato ma supportato dalla voce carismatica del cantautore canadese. Ancora la chitarra è protagonista, come potrebbe essere altrimenti? All My Friends è un’altra trasformazione di Reid, che chiude questo suo EP con ironia e ritmo. Un country ballabile da fine serata, un buon modo per salutare gli amici.

Paradise è un bignami del folk rock americano. C’è un po’ di tutto. Rob Reid è un buon ambasciatore in terra canadese del rock a stelle e strisce. La scrittura è matura e fa pensare ad un debutto tardivo. Con queste canzoni forse abbiamo conosciuto Rob più di quanto possa fare una fotografia o un profilo social. In un mondo, anche quello musicale, dove apparire è diventato fondamentale, Rob Reid ha scelto di rimanere in una sorta di anonimato e non mi stupirei affatto se il suo fosse solo un nome d’arte. Paradise, in definitiva è un veloce viaggio nel paese del country, in compagnia di un amico un po’ schivo ma sincero.

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Serenate per sognatori

Quando si tratta di un album di debutto non posso certo lasciarmelo scappare. Soprattutto dopo aver partecipato alla campagna di crowdfunding. Questo metodo di finanziamento si sta diffondendo sempre di più tra gli artisti che non godono di un pubblico vasto e che vogliono continuare a fare ciò che amano senza piegarsi alle leggi del mercato. Emily Mae Winters ha potuto così dare alla luce Siren Serenade, album di debutto che segue l’EP Foreign Waters uscito lo scorso anno. Le premesse di un debutto di tutto rispetto erano racchiuse in quell’EP e nelle canzoni che hanno anticipato l’album, che si è rivelato una piacevole sorpresa.

Emily Mae Winters
Emily Mae Winters

La traccia di apertura è la malinconica Blackberry Lane che ci introduce nelle sonorità folk della Winters. La sua musica è un buon mix tra il folk tradizionale e americano ma con un approccio contemporaneo. Un inizio che affascina e cattura fin dalle prime note. La successiva Anchor è una delle canzoni più emozionanti di questo album. La musica delicata accompagna la meravigliosa voce della Winters. Un crescendo inteso che mostra il lato più folk legato alla tradizione. Fiddlers Green è una canzone popolare irlandese e non nascondo che è tra quelle che più mi ha impressionato in questo album. Non tanto per la canzone in sé, il folk irlandese è sempre benvenuto, ma soprattutto per l’interpretazione della Winters e l’uso che ne fa della voce. Il finale strumentale è pura gioia per le orecchie. La title track Siren Serenade è quella canzone che non ti aspetti. In questo brano vengono fuori le sfumature soul nella voce delle cantautrice inglese. Ritmo e melodia di sole voci si fondono, creando un piccolo gioiellino all’interno di questo album. As If You Read My Mind è una bella ballata pop nella quale spicca il suono del pianoforte. La musica accompagna la voce della Winters, sempre intesa e calda. Una canzone breve che conferma la purezza del talento di questa cantautrice. Hook, Line and Sinker è una canzone orecchiabile che richiama alla tradizione del country americano. Davvero molto bello poter ascoltare canzoni con stili diversi nello stesso album ma tutti accomunati dall’ottimo lavoro della Winters e della sua band. La successiva Miles To Go è carica di speranza e buoni sentimenti. Una canzone che nella quale si assapora il gusto del folk americano, grazie all’immancabile e caratteristica steel guitar. The Star è un affascinante canzone dai tratti misteriosi. La voce della Winters di muove sicura e potente tra gli archi e il pianoforte. In questo album è la canzone più imponente, a tratti epica, che si possa ascoltare. The Pirate Queen è ispirata alla figura della pirata irlandese Anne Bonny. Lo stile della canzone è quello tipico delle canzoni marinaresche, che ci fanno venire voglia di imbarcarsi. I pirati hanno da sempre un fascino del tutto particolare e questa canzone riesce a catturarlo alla perfezione. Down By The Sally Gardens è una canzone ispirata al poema omonimo del poeta irlandese William Butler Yeats. Qui c’è tutta l’atmosfera delle canzoni popolari irlandesi, romantiche e malinconiche. Chiude l’album la teatrale Reprise. Emily Mae Winters esprime al meglio il concetto di folk contemporaneo, con un brano etereo e sognante. La sua voce è morbida quanto basta per dare quel fascino misterioso a tutto il brano.

Siren Serenade è un album di debutto che racchiude tutto il talento di Emily Mae Winters come cantautrice, supportata da musicisti che con il loro accompagnamento lo arricchiscono. Il principale punto di forza di questo album è sicuramente la capacità della Winters di spaziare dal folk irlandese a quello inglese, passando per quello americano. Un viaggio tra stili diversi che permette, a chi ascolta, di trovare in ogni canzone qualcosa di speciale. Alcune canzoni sono più pop e perfino soul, rivelandoci di cosa è capace Emily Mae Winters. Se in un album di cover e inediti fai fatica a distinguere gli uni dagli altri, se non le conosci, allora il gioco è fatto. L’album è già un classico. Ed ecco che Siren Serenade si propone come candidato tra i migliori album di debutto di quest’anno, un album da ascoltare e riascoltare, trovandoci ogni volta un motivo per sorprendersi e sognare.

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I suoi occhi erano blu

Sulla copertina di questo album, in bianco e nero, c’è una baracca di legno abbandonata tanto quanto quelle rotaie che le passano davanti. In mezzo a questo scenario desolato, quasi in disparte, c’è una ragazza con un abito a fiori e un cappello nero in testa. Quella ragazza è Holly Macve, cantautrice di origini irlandesi, e la copertina è dell’album Golden Eagle. Seguivo già da tempo quest’artista nella speranza, come sempre, di poter ascoltare prima o poi, il suo album d’esordio. Eccolo qui, dunque, il momento di ascoltare Golden Eagle. La sua copertina è un po’ lo specchio dell’album e come spesso accade, questa solitaria e desolante immagine conferma la regola.

Holly Macve
Holly Macve

White Bridge apre l’album e la Macve ci accoglie con la sua voce malinconica e calda. Procede lenta ma ipnotica, una litania country folk che sembra venire direttamente oltre oceano, “I’m running I’m running back to the start / To where my heart was pure and innocent / Summer nights spent by the river bank / And no one gives a damn about the little things“. La bella The Corner Of My Mind è una ballata triste, notturna. La voce della Macve è morbida, come svogliata, una sua caratteristica che ci accompagnerà per tutta la durata dell’album, “The birds all flew away from the echo of the gun / Come to me, my dear, for you’re the only one / For you’re the only one / Oh there’s a beast that lives in the corner of my mind / And you are the only one to make his eyes appear kind“. Heartbreak Blues aggiunge un po’ di colore, con i suoi ritmi country blues. La musica è trascinante e ha tutto il buon sapore delle canzoni di una volta. Nostalgica, “Ooh, I’ll never take you to heaven / Ooh, without leaving you in hell / Ooh, every single road that you choose / Is going to end at the heartbreak blues“. La successiva Shell è una delle migliori canzoni dell’album. Una lenta ballata che supera i cinque minuti, nella quale Holly Macve mette in mostra tutta l’espressività della sua voce, dall’apparenza distratta ma sincera. Il ritornello è un gioiellino, “Why do you act like you know me so well / When I don’t even know myself? / Why do you act like you know me so well / When you barely even touched the shell / When you barely even touched the shell“. All Of Its Glory si affida al pianoforte e alla voce suadente della Macve, che in questa occasione ricorda una Lana Del Rey nella sua forma più elegante. Una canzone di un amore tormentato, che incanta e ammalia, “He walked away with his head high / And a smile to shadow his pain / Nothing but the world stands between us / In all of its glory the sun will rise again“. Segue Timbuktu è sulla stessa lunghezza d’onda della precedente ma che si muove nella notte. Un viaggio malinconico, dove i ricordi riaffiorano portando con sé i fantasmi del passato, “I’ve been thinking of the times when I was young and free / Standing steadily on my own two feet / And as the memories turn to dust and settle on the ground / I find comfort in forgetting this heart of mine“. Fear è un bel brano folk, poetico e dolce. Anche in questo caso troviamo quella malinconia che caratterizza tutte le canzoni della Macve. Una delle canzoni più emozionanti dell’album per la sua semplicità e immediatezza, “I saw that summer coming / And watched that summer pass me by / I saw that flower growing / Only to let it wilt and die“. Il singolo No One Has The Answers è un brillante country folk d’altri tempi che ha il sapore dell’estate. Una canzone orecchiabile, un’eccezione dell’album per colori e sonorità ma allo stesso tempo fedele alle atmosfere degli altri brani, “I worked by day and by night I drank / I danced until my mind went blank / And when the morning came to me / I’d only ever do the same“. La title track Golden Eagle è un lento al pianoforte, struggente e interpretato in modo eccellente. Holly Macve si mette alla prova una canzone lunga dove è praticamente sola con la sua voce. Il risultato è notevole, “Fly away golden eagle / Before the cold winter comes / And I’ll be thinking of you / As warm as the heat from the burning sun“. Chiude l’album la bella Sycamore Tree. Un’altra canzone che racchiude il mood dell’album e dà prova delle capacità e del talento di cantautrice della Macve, “Once I met a man / Standing by the river bank / His eyes were blue and his hair was jet black / Falling in love / Was a mystery that I had been known to doubt / A puzzle that no one could ever figure out“.

Golden Eagle è un album che trae a piene mani dal passato e, come succede sovente oggi, riporta ai giorni nostri un po’ delle sue atmosfere. Holly Macve con la sua voce e l’uso che ne fa, dà corpo e anima alle sue canzoni che risultano tutte accomunate da queste caratteristiche. Ed è proprio questo particolare che può rendere difficili i primi ascolti. Lo stile di Holly Macve può risultare un po’ noioso e ripetitivo ad orecchi poco pazienti ma concedendo a questo album più ascolti ripetuti, ecco che rivela un mondo affascinante per la sua malinconia ed oscurità. Holly Macve, dopo l’ascolto di Golden Eagle, ci lascia la sensazione, se non la certezza, di trovarci di fronte ad una cantautrice dal potenziale immenso.

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La ragazza di campagna

Le immancabili classifiche di fine anno sono una buona occasione per dare un’occhiata a quali album ci siamo lasciati scappare. Anche se questo Midwest Farmer’s Daughter della cantautrice country Margo Price era già giunto alle mie orecchie diversi mesi fa, solo di recente ho deciso di approfondire la sua conoscenza. Tra i migliori album del 2016 lei compariva quasi sempre e la mia sensazione di essermi perso qualcosa di veramente buono è cresciuta dentro di me. La mia fame di musica ha fatto il resto. Ecco dunque il tanto apprezzato esordio di Margo Price, che si presenta sotto il segno del country più tradizionale che esista, quasi fuori dal tempo.

Margo Price
Margo Price

Si comincia con la bella Hands Of Time che racconta la storia di una donna in cerca di fortuna, un po’ autobiografica. Una ballata country che suona come un classico, lasciando quel buon sapore in bocca dei bei tempi andati, “Cause all I want to do is make a little cash / Cause I worked all the bad jobs busting my ass / I want to buy back the farm / And bring my mama home some wine / And turn back the clock on the cruel hands of time“. Con About The Find Out si fa spazio il country blues che scorre nelle vene della Price, che mette in mostra il suo talento di cantautrice. Una canzone che attacca i le persone piene di sé con intelligenza e ironia, “Tell me what does your pride taste like honey / Or haven’t you tried it out? / It’s better than the taste of a boot in your face / Without any shadow of a doubt“. Segue Tennessee Song , un inno country che ci tiene incollati all’ascolto. C’è un richiamo al southern rock che fa sempre piacere trovare ed un’interpretazione sempre intensa e sentita, “The future ain’t what it used to be / Let’s go back to Tennessee / Mountain high and valley low / Let’s build down where the waters flow“. C’è anche spazio per ballate malinconiche e solitarie come Since You Put Me Down. Ancora qualche accenno autobiografico che delinea una spiccata sensibilità e attenzione. Una delle migliori canzoni di questo album, “I killed the angel on my shoulder with a handle of tequila / So I wouldn’t have to spend my nights alone, all alone / I killed the angel on my shoulder / Since you left me for another / I’ve been trying to turn this broken heart to stone“. Four Years Of Chances racconta la storia di una donna che abbandona il marito dopo quattro anni di sopportazione. La Price si sente a proprio agio in canzoni come questa e tutto è cosi perfetto e irresistibile, “I gave you four years of chances / To try to be your wife / I cleaned your shirts / And cooked up your supper / But you stayed out late at night / I gave you four years of chances / To try and fill a happy home / But now one more may as well be / A million and one“. This Town Gets Around è un bel country, che racconta proprio come è fare questo genere di musica là a Nashville. Margo Price dà prova di saper esprimere quel sentimento che il country porta con sé, con sincerità ed energia, “I can’t count all the times I’ve been had / Now I know much better than to let that make me mad / I don’t let none of that get me down / From what I’ve found this town gets around“. Con How The Mighty Have Fallen si ritorna verso ballate senza tempo. Una canzone malinconica con una bell’accompagnamento musicale che esalta la performance vocale della Price, “I never meant to keep you / From being you / But I know that’s an easier thing / To say than do / You brushed me off / And said I’d never grow / Now that you’re on your knees / You’re smaller than before“. Spazio anche al country rock con Weekender, storia di ordinaria vita dentro e fuori dal carcere. Margo Price esplora tutte le sfumature del country e delle sue storie con rinnovata energia, “Cause I’m just a weekender / In the Davidson County Jail / And my old man, he ain’t got the cash / To even go my bail / Should have listened to my mama / And quit my life of sin / Before I went backsliding again“. La trascinante Hurtin’ (On The Bottle) segna il punto più alto dell’album. Il primo singolo di questo album è un country rock orecchiabile e accattivante con una Price scatenata. Da ascoltare, “I put a hurtin’ on the bottle / Baby now I’m blind enough to see / I’ve been drinking whiskey like it’s water / But that don’t touch the pain you put on me“. La bella e breve World’s Greatest Loser è un piccolo gioiellino per semplicità e purezza, anche da un punto di vista esclusivamente del testo, “I’m losing weight, I’m losing sleep / And all the things I just can’t keep / I’m losing ground, I’m losing time / But if I lost you I’d lose my mind“. In aggiunta alla tracklist originale c’è Desperate and Depressed che si appoggia quasi esclusivamente sulla voce della Price. Una canzone sulla difficile strada che porta al successo, un’interpretazione intensa e disperata, “Momma never told me / That things would be this way / Daddy tried to warn me / That there’d be hell to pay / But if I can’t find the money / Then I can’t buy the lie / Oh, ten percent of nothing / Ain’t a dime“.

Midwest Farmer’s Daughter sarà anche l’album d’esordio di Margo Price ma ha alle spalle anni di vita vissuta. Il suo country non bada alle mode, anzi, va a cercare qualcosa che con il tempo è andato perduto. Un ritorno alle origini, sempre piacevole da ascoltare interpretato con una forza ed una genuinità rare. Il  mondo di Margo Price è un modo appassionato ma difficile, dove il passato torna nel presente con il suo prezzo da pagare. Questo Midwest Farmer’s Daughter potrebbe già avere un seguito entro l’anno e questa volta non me lo lascerò scappare. Non fatelo nemmeno voi, è un consiglio.

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