Vicolo cieco

Scoperta grazie ad un bel post del blog Unreliablehero intolato Non dopo mezzanotte, Daphne du Maurier mi ha subito incuriosito. Sopratutto se si considera che alcune opere di questa scrittrice inglese sono state più volte riprese al cinema dal Alfred Hitchcock. Così, mosso dalla voglia di conoscere questa autrice, mi sono messo alla ricerca di una raccolta di racconti. Non trovando la stessa della recensione, ho scelto Gli uccelli e altri racconti edita da Il Saggiatore, che ne contiene sei.

Il primo fra questi è Gli uccelli che ha ispirato il film omonimo di Hitchcock. La storia e l’ambientazione del racconto sono totalmente differenti dal film, ma l’idea alla base è la stessa. Migliaia, forse milioni, di uccelli di qualsiasi specie, mossi da un’apparentemente immotivata frenesia, si scagliano contro gli uomini. Il protagonista avverte i percolo e prova in tutti i modi di proteggere la sua famiglia. Questi uccelli, di solito sfuggenti e persino innocui, diventano una minaccia, piccoli kamikaze fuori controllo che assediano la casa del protagonista. Una situazione senza uscita, nel quale il lettore brama di arrivare in fondo e scoprire come andrà a finire.
Monte Verità è il racconto più lungo ma ahimè il meno convincente. Lo stile della du Maurier è sempre elegante e ricercato che non si perde in fiumi di parole. In questo racconto però la storia è tirata un po’ troppo per le lunghe, cercando, a mio parere, di ricalcare lo stile onirico e misterioso di H.P. Lovecraft. L’ambientazione è suggestiva, così come i personaggi ma il finale rompe un po’ l’incantesimo già fragile del resto della storia.
L’ossessione di un uomo rimasto vedovo è il tema centrale de Il melo. Il protagonista è continuamente irritato, disgustato da qualsiasi cosa abbia a che fare con questo melo. Nonostante l’autrice né il protagonista mettano le cose nero su bianco, è chiaro al lettore che questo melo rappresenta l’incarnazione, vera o supposta che sia, della moglie defunta. Un racconto che tiene incollati al libro perché anche in questa occasione sembra non esserci una via d’uscita.
Il piccolo fotografo è il racconto che ho divorato più velocemente. L’ambientazione è quella di una vacanza estiva, nella quale una marchesa annoiata è alla ricerca di un’avventura sentimentale. Le cose presto si mettono male e ancora una volta Daphne du Maurier infila i suoi personaggi in situazioni spinose. Il suo stile pulito e poco descrittivo permettono una lettura gradevole che ci fa respirare quella atmosfera di noia che accompagna, in alcuni momenti, le vacanze più lunghe.
Baciami ancora, sconosciuto è, all’apparenza, una tenera storia d’amore, un colpo di fulmine. Il finale rivela però una terribile verità. Daphne du Maurier è abilissima a creare un’atmosfera romantica nella notte inglese. Il punto di vista è quello del ragazzo, timido ma risoluto, che assapora per una notte l’illusione del vero amore.
Il Vecchio è il racconto con il finale più sorprendente. Daphne du Maurier ci inganna con maestria fino all’ultima riga. Ho dovuto rileggere un paio di volte le ultime righe per comprendere quanto avevo effettivamente letto in precedenza. Un gioiellino.

Daphne du Maurier è forse un’autrice un po’ dimenticata ma della quale voglio approfondire la sua conoscenza. Le situazioni senza scampo, i finali mozzafiato sono le principali caratteristiche di questi racconti. Tutti sono accompagnati dallo stile elegante e pulito della sua autrice. Un libro che si legge senza troppo impegno ma che lascia dietro si sé una sensazione di inquietudine e incompiutezza. Rebecca, la prima moglie, Taverna alla Giamaica e Mia cugina Rachele sono solo alcuni titoli che vorrei leggere e lo farò sicuramente dopo aver smaltito la coda di libri che si è accumulata.

Daphne du Maurier
Daphne du Maurier
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Notizie false

Dopo aver letto Il nome della rosa (Penitenziagite) poco più di un anno fa, avevo comprato Il cimitero di Praga pochi mesi prima della scomparsa di Umberto Eco. Ho scelto questo libro approfittando di un’offerta senza sapere di cosa si trattava. Rimasto per diverso tempo nella mia libreria, solo il mese scorso l’ho aperto, addentrandomi nel diario delle avventure di Simone Simonini. Eco ricostruisce la sua vita attraverso tre punti di vista differenti. C’è un Narratore che dà una collocazione alle vicende del diario di Simonini e cerca di mettere un po’ ordine nei momenti meno chiari della narrazione. C’è poi il diario, tenuto da un anziano Simonini che ripercorre la sua esistenza cercando di recuperare la memoria degli ultimi giorni. Ogni tanto si intromette in questo diario tale abate Dalla Piccola, che si rivelerà fin da subito essere una seconda personalità dello stesso Simonini. La trama va avanti tra flashback e le ricostruzioni del Narratore in un vortice di eventi non sempre semplici da seguire. Il risultato è un viaggio nella storia d’Italia e d’Europa tra il 1830 e il 1898.

Simonini è un falsario, che svolge il suo lavoro al sicuro nella sua attività di antiquario di copertura. Eco muove Simonini tra i principali eventi storici dell’epoca partecipando anche alla spedizione dei Mille. Il personaggio di Simonini è un antieroe senza scrupoli disposto ad uccidere o a far uccidere per soldi, ed è uno dei pochi personaggi di fantasia che compaiono nel libro. Gli altri sono tutti realmente esistiti ed è proprio questo che rende questo romanzo incredibile. Il romanzo affronta con una sottile ironia l’ascesa degli ideali antisemiti che hanno caratterizzato la prima metà del novecento. Simonini si impegna per diffondere l’odio verso gli ebrei, costruendo ad arte falsi che li mettono in cattiva luce. Il suo grande progetto è la descrizione di una riunione tra potenti ebrei che smaschererebbe il loro progetto di conquista del mondo. Il suo sogno si realizza in quello che oggi conosciamo come i Protocolli dei Savi Di Sion. Un documento sul quale si baseranno i principi dell’ideologia nazista. Eco crea il personaggio di Simonini come fosse il deus ex machina di tutto il falso di quegli anni. Il contorno è composto da personaggi reali, che davvero anno falsificato e inventato qualsiasi cosa pur di cavalcare il nemico del momento, fosse la Chiesa, i massoni, gli ebrei o i comunisti, plasmando il corso della storia.

Il cimitero di Praga è una lettura a tratti divertente e satirica, nella quale alcuni lettori malpensanti potrebbero rimanere disgustati dall’odio antisemita che pervade ogni pagina. Io al contrario l’ho trovato un libro che vuole smascherare le false credenze, alimentate da uomini senza scrupoli, mossi dal denaro e dal potere. Si può rivedere in questo romanzo l’odio che oggi si sta diffondendo verso la cultura mussulmana. Eco vuole metterci in guardia, per evitare che la storia si ripeta. Perché oggi si fa un gran parlare delle cosiddette fake news che altro non sono che false notizie messe in giro da megalomani e malintenzionati. Nel ottocento si diffondevano attraverso riviste sovversive o clandestine, oggi tutto avviene più velocemente e semplicemente attraverso i social network. Il cimitero di Praga è un libro perfetto per il momento storico che stiamo vivendo, un viaggio in un periodo storico confuso che mette in dubbio la storia che conosciamo, quella italiana ed europea. Se il lettore ha la pazienza di mantenere il filo narrativo tracciato dalle tre voci del romanzo, scoprirà una lettura molto interessante, perfino divertente, ed illuminante di uno dei più grandi scrittori italiani.

Umberto Eco
Umberto Eco

La zona libera

Nonostante io continui a leggere libri regolarmente, molto meno regolarmente questi trovano spazio su questo blog. Dopo aver terminato le avventure dell’arciere Thomas di Hookton con L’eroe di Poitiers di Bernard Cornwell e attraversato la terra di mezzo con Tolkien e Bilbo ne Lo Hobbit, mi sono infilato nei dedali dei tribunali de Il processo di Kafka. Tre libri molto diversi tra loro ma tutti, per un motivo o per l’altro, mi sono piaciuti. Lo Hobbit mi ha permesso di approfondire la storia e i personaggi dietro a Il Signore degli Anelli tanto da spingermi verso quella che sembra una lettura più difficile de Il Silmarillion. Ma le letture difficili non mi spaventano, anzi mi incuriosiscono. Il processo del buon Kafka lascia un po’ l’amaro in bocca per la sua natura incompiuta ma è così surreale e perfino divertente che merita una seconda lettura.

Ma veniamo al tema della puntata. Finalmente dopo aver lasciato Stephen King un attimo in disparte, sono tornato da lui con un libro che desideravo leggere già da diverso tempo. L’ombra dello scorpione mi ha sempre affascinato a partire dalla trama e i libri belli corposi sono sempre ben accolti. Ma partiamo dal titolo. Dopo aver letto il romanzo non posso credere che i traduttori italiani non abbiano saputo trovare qualcosa di meglio. Certo il titolo originale The Stand era intraducibile ma L’ombra dello scorpione è davvero forzato e anche fuorviante. Di scorpioni ce ne sono ben pochi. A parte questo dettaglio, Stephen King questa volta decide di azzerare, o quasi, l’umanità con un virus influenzale ribattezzato Captain Trips. Per buona parte del romanzo King descrive un mondo che sta candendo a pezzi, nel quale la società di sgretola ad una velocità impressionate. Le autorità minimizzano ma anch’esse vengono spazzate via, lasciando spazio ad una nuova umanità. Ecco che qualcuno se ne approfitta subito, come Randall Flagg (personaggio ricorrente nei romanzi di King anche con nomi diversi) una sorta di signore delle tenebre, Satana in persona o il demone Legione. Flagg è un personaggio ambiguo e inquietante che per buona parte del romanzo si risparmia nelle sue apparizioni. Chi si oppone all’uomo nero è l’anziana Abagail Freemantle chiamata da tutti Mother Abigail. Donna pia, con una grande forza di volontà e saggezza. I personaggi sono destinati a scegliere se stare dalla parte del bene o del male. Tutto qui. King caratterizza i personaggi in modo ossessivo e li rende quasi reali o quantomeno verosimili. Viaggeremo insieme a loro attraversando gli Stati Uniti, soffriremo e gioiremo con loro, che siano cattivi o meno. Ognuno di noi, ne sono convinto, si riconoscerà o almeno proverà simpatia per uno o più personaggi in modo particolare. Il mio è Harold Lauder. Forse l’unico personaggio che è sempre in bilico tra Flagg e Mother Abigail. Per lui ho provato compassione e pietà. A mio parere il personaggio meglio caratterizzato da King, il più umano se vogliamo, anche se un po’ folle. Stephen King oltre a raccontare una storia si cimenta anche in digressioni filosofiche, teologiche e sociali, dimostrando di essere un uomo di cultura o almeno un uomo che si è ben documentato.

Non voglio addentrarmi nella trama e lascio che ve la racconti lo zio Steve, che in questo è nettamente meglio di me. Ma quello che dovete sapere è che ancora una volta che con King quello che conta è il viaggio e non la meta. Ne La Torre Nera mette in guardia il lettore e gli pone una domanda più o meno come questa: sei sicuro di voler sapere come va a finire? Io dico che chi si lamenta del finale de L’ombra dello scorpione ha solo perso tempo a leggere le precedenti novecento pagine. Il finale per me è stato come salutare quel gruppo di amici come Stu, Frannie, Tom, Larry, Nick, Harold compreso. Chiudere il libro e sapere che continueranno a vivere lì dentro, ripetendo la loro storia fintanto che qualcuno abbia la pazienza di leggerla.

Stephen King
Stephen King

Come la bevanda

Dopo un breve periodo di pausa sono tornato a leggere Stephen King e per farlo ho scelto Il Miglio Verde. Nella mia mente il bel film del 1999 di cui ricordavo poco se non le belle atmosfere anni ’30 e quel gigante nero e buono. Ecco che i protagonisti del romanzo hanno preso, nella mia immaginazione, in tutto e per tutto le sembianze degli attori che li interpretavano nel film. A partire da Paul Edgecombe con il faccione di Tom Hanks, Brutus “Brutal” Howell è la copia di David Morse e il compianto Michael Clarke Duncan è un perfetto John Coffey (Come la bevanda, solo scritto in modo diverso”). Come non dimenticare Doug Hutchison nella parte di Percy Wetmore e il suo acerrimo nemico, Mr.Jingles. Anche se ho vaghi ricordi del film, i suoi attori sono interpreti fedeli dei personaggi del libro di King. Mi piacerebbe ora rivederlo e so che capiterà sicuramente prima o poi che passi in tv.

Il Miglio Verde ha la particolarità di essere stato pensato a puntate, una sfinda per il Re che ha raccolto e ha portato a termine nel migliore dei modi. Il romanzo narra le vicende di Paul Edgecombe che negli anni ’30 lavorava nel braccio della morte del carcere di Cold Mountain, chiamato Miglio Verde a cause del colore del corridoio tra le celle dei condannati. Le premesse sarebbero sufficienti per una storia inquietatante ma King non resite e inserisce particolari sovrannaturali, senza disdegnare quelli macabri. Tutto gira attorno al gigante John Coffey,, accusato di aver ucciso due bambine, e ai suoi poteri. I protagonisti si interrogano sul significato del loro lavoro e sulla reale colpevolezza di Coffey. Troppo buono per essere un assassino e perfino troppo stupido. King ci mostra i condannati come persone, il loro crimine appartiene al passato e il lettore prova una sensazione di pietà per questi personaggi. Un lavoro duro quello di Paul che ricorderà con fatica quei giorni, mettendoli su carta. Infatti King racconta le vicende del Miglio Verde attraverso la mano di un (molto) anziano Paul Edgecombe, che ospite di un ospizio decide di raccontare la sua storia.

Stephen King sa sempre come affrontare i temi più delicati. Sa essere duro e schietto quando serve ma anche dolce e malinconico se necessario. King ci porta indietro nel tempo, ci fa sorgere dubbi, ci disgusta con particolari macabri (l’esecuzione di Eduard Delacroix) e ci affascina (il miracolo di Coffey). Un King in forma, forse un po’ limitato dalla divisione in puntate ma credo che il suo desiderio di riscriverlo per farne un vero romanzo rimarrà tale. Ho finito le parole per elogiare questo scrittore. Se già lo conoscete e lo amate non serve che io lo faccia di nuovo. Se non lo conoscete è il momento di farlo. Mettete da parte preconcetti sul fatto che è un scrittore commerciale o di genere e leggete un suo libro. Il Miglio Verde ad esempio.

Il Miglio Verde

Due piccioni

Era da un po’ di tempo che non pubblicavo qualcosa rigurdo alle mie letture. Non perchè non ho letto nulla ma solo perchè diversi nuovi album usciti quest’anno hanno tenuto impegnato questo blog (e il suo autore) sul fronte musicale. Ma voglio recuperare. Doppia recensione. Una negativa e l’altra positiva. Due libri diversi tra loro in tutto e per tutto. Due recensioni a freddo, gli ho letti mesi fa, ma entrambi hanno lasciato il segno, per due motivi diversi. Ecco perchè ho pensato di unificare le due recensioni. Due piccioni.

Si comincia con quella cattiva che da tempo sostava tra le mie bozze in attesa di questa pubblicazione. Una volta terminato questo romanzo, mi è sorta spontanea una domanda: un libro può davvero far ridere? Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve sembrava poter essere un ottimo esempio di libro divertente, direi comico ma così non è stato, almeno per me. Il bestseller dello svedese Jonas Jonasson è un di quei libri che ti ritrovi sottomano ogni volta che vai in libreria e prima o poi, magari approfittando di uno sconto, finisce che lo compri. Premesso che non vado matto per i libri di questo genere, ero comunque incuriosito. Qualche anno fa lessi Lui è tornato di Timur Vermes anch’esso definito divertente e sì rivelò essere una lettura interessante. Non proprio da morir dal ridere ma divertente sì. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve lo sembrava altrettanto ma invece si è rivelato più noioso del previsto.

Il romanzo racconta di un certo Allan Karlsson che, il giorno del suo centesimo compleanno, decide di scappare dalla casa di riposo nella quale si trova. Da quel momento il poi fa la conoscenza di svariati personaggi che lo accomapagneranno nella sua fuga. La polizia e i giornalisti seguiranno le incredibili tracce che lo strano gruppo si lascerà dietro. Tra un capitolo e l’altro Jonasson racconta la vita di Allan che si fonde con gli avvenimenti storici del ventesimo secolo. Ed è proprio di questi capitoli che è spontaneo rivedere il personaggio di Forrest Gump. Allan è artefice, incosapevolmente, di numerosi fatti che hanno cambiato il corso della storia ma è proprio in qui che Jonasson incespica tra realtà e fantasia. Tutto appare troppo assurdo e alla lunga è una sensazione che stanca il lettore. Tutto può succedere ed è fin troppo scontato che Allan ne esca sempre indenne. La parte ambientata ai nostri giorni è ancora più assurda, alcuni personaggi sono così stupidi da risultare fastidiosi. Il commissario di polizia è sempre un passo indietro e alla fine la fa passare liscia a tutti. Non posso non citare tutti i morti che ci sono in questo libro, che vanno all’altro mondo nei modi più disparati. Lo so, tutto questo dovrebbe essere divertente ma non lo è. I capitoli della vita di Allan, spesso troppo lunghi e raffazonati, rallentano la rocambolesca fuga del centenario. Poi c’è anche il finale che si riduce ad un nulla di fatto.

Hanno realizzato anche un film e forse è più divertente (ne dubito) ma non l’ho visto. Il romanzo mi ha deluso e ho fatto fatica ad arrivare in fondo. Non mi piace lasciare a metà un libro e ho resistito. Forse Jonasson con Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve voleva fare solo un po’ di satirà politica e sociale sul ventesimo e ventunesimo secolo e io non l’ho capita. Sarà che la comicità svedese non è nelle mie corde. Le vicende storiche sono sminuite da battute e situazioni paradossali che si aggrappano con le unghie ai fatti. Lo stile dello scrittore svedese non è così brillante come si vorrebbe per questo genere di libri a mio parere. In definitiva. Il bestseller di Jonasson ha sicuramente divertito tanti lettori ma ne ha annoiati altrettanti e io faccio parte di questi ultimi.

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Meglio dedicarsi a libri migliori, come ad esempio I Pilastri della Terra di Ken Follett. Imponenete romanzo storico pubblicato nel 1989 e considerato un dei capolavori dello scrittore gallese. Essendo ambientato nel medioevo non potevo farmelo mancare nel mio percorso letterario dedicato a questo periodo storico. Se per alcuni i libri che superano le mille pagine sono a tutti gli effetti dei mattoni e quindi da non provare nemmeno a leggere, per me sono motivo di curiosità. Cosa aveva di così interessante Follett da raccontare per riempire mille pagine? L’unico modo per scoprirlo è leggerlo o andare su wikipedia. Io l’ho letto.

I Pilastri della Terra narrano le vicessitudini di diversi personaggi che si scambiano il ruolo di protagonista nell’Inghilterra medievale, esattamente tra il 1120 e 1174. Al centro c’è la costruzione della cattedrale di Kingsbridge e il priore Philp. Si può dire che i personaggi di questo romanzo si possono dividere in due categorie i buoni e i cattivi. I buoni sono guidati dal priore Philip e ne fanno parte Tom il costruttore e la sua famiglia, il suo figlioccio Jack e la bella Aliena. Dall’altra parte il violento William Hamleigh e il perfido vescovo Waleran Bigod e il loro seguito. Alcuni passano da una parte all’altra mossi dall’avidità o solo perchè gli conviene. Per tutta la durata del romanzo queste due fazioni si scontrano tra inganni, vendette e violenze. A volte c’è giustizia, altre volte no. Ma c’è sempre una sorta di giustizia divina che rimette tutto a posto, non senza qualche sacrificio. La fantasia si mescola alla storia, soprattutto nel finale. Mille pagine che volano via senza particolari rallentamenti e non è affatto facile riuscirci ma stiamo parlando pur sempre di Ken Follett. Forse l’unica parte poco convincente è il viaggio di Aliena in Europa alla ricerca di Jack. Mi è parso un po’ troppo semplice. Inghilterra, Spagna e Francia attraversate senza particolari problemi con un neonato al seguito. Da sola. Nel medioevo. L’unica parte che mi ha lasciato un po’ perplesso.

Si tratta del primo romanzo di Ken Follett e devo dire che non ho incontrato particolari difficoltà ad affrontarlo. Un vero autore di bestsellers che sa come tenere incollato il lettore alla storia. I Pilastri della Terra è il primo di quella che dovrebbe essere una trilogia e  il secondo è Mondo Senza Fine. Leggerò anche quest’ultimo ma non subito. Ho altri libri ad attendermi. Stephen King, ad esempio, ma soprattutto ho messo finalmente le mani su una raccolta di tutti (tutti) i racconti di Edgar Allan Poe. Non sopportavo l’idea di averne letti molti ma non tutti. Il Maestro merita un approfondimento. Sto arrivando, caro vecchio Ed.

Penitenziagite

Non potevo mancare di leggere un classico moderno come questo se volevo continuare il mio viaggio alla scoperta dei romanzi storici medievali. Sto parlando de Il nome della rosa del nostro Umberto Eco. Non ero sicuro di cosa aspettarmi da questo libro. Anni fa avevo visto il film con Sean Connery ma ricordavo poco o nulla della trama. Quale occasione migliore per leggere il romanzo? Sapevo che si poteva considerare un giallo, ambientato nel Medioevo, in un monastero italiano. Un frate straniero deve indagare su una serie di omicidi misteriosi. Tutto qui, non sapevo nient’altro. Il nome della rosa è stato pubblicato nel 1980 ed è stato il primo romanzo di Eco. Il frate straniero si chiama Guglielmo da Baskerville, francescano ed ex inquisitore di origini inglesi, una sorta di Sherlock Holmes con il saio. Ad accompagnarlo c’è il novizio benedettino Adso da Melk, nonchè autore del resoconto dei fatti raccontati nel libro. Tutto è scritto in prima persona da Adso che in età avanzata trova il coraggio di raccontare i terribili eventi avvenuti nell’inverno del 1327 in un imprecisato monastero benedettino del nord italia. Eco finge di ritrovare il manoscritto dopo una lunga ricerca.

Umbero Eco è Umberto Eco e non poteva limitarsi a scrivere un semplice romanzo giallo. In realtà tolte le digressioni sulla storia, sulla letteratura, sull’arte e quant’altro, si arriva ad avere un thriller storico di tutto rispetto e dal ritmo serrato. Con ciò non voglio dire che il resto è da buttare, anzi. Eco mi ha incantato raccontando la storia medievale, la società di allora e la vita monacale, mesoclando realtà e finzione. C’è spazio anche per scambi di battute divertenti tra Guglielmo e Adso ma non solo. Al centro del romanzo giallo c’è la serie di omicidi dei quali sono vittime gli stessi monaci benedettini. Un giallo dalla struttura classica della “stanza chiusa” ovvero una situazione nella quale i personaggi sono all’interno di un gruppo ristretto e chiuso. L’assassino è tra di loro non c’è dubbio. C’è anche un romanzo storico sovrapposto a questo. Racconta l’incontro-scontro tra i sostenitori del papa “avignonense” Giovanni XII e quelli dell’imperatore Ludovico. Con tanto vicendevoli accuse di eresia, di gran moda all’epoca. Una buona occasione per ripassare un po’ di storia. Poi c’è un terzo libro, più frammentario, nel quale Eco racconta attraverso citazioni e disquisizioni varie, l’avanzata della ragione sulla fede. C’è chi vede quattro, addirittura cinque, piani di lettura differenti. Insomma Il nome della rosa non è un semplice romanzo giallo ambientato nel Medioevo.

Al termine del libro c’è un appendice intitolata Postille al Nome della rosa nella quale Eco spiega la genesi del romanzo, compresa qualche lezione di letteratura al volo. In un ulteriore appendice l’autore ammette alcuni errori storici poi corretti nelle edizioni successive alla prima. Con Il nome della rosa ho avuto il piacere di leggere mio primo libro di Umberto Eco, scoprendo uno dei più importanti personaggi della letteratura italiana. Il romanzo, nonostante le numerose digressioni, l’ho letto tutto d’un fiato come un vero giallo. Ho già pronto nella libreria Il cimitero di Praga. Scusa Umberto se ho commesso qualche errore grammaticale nello scrivere questo post. So che sei uno che ci tiene ma non l’ho fatto apposta. Scusi anche se le do del tu, sarebbe meglio darle del lei…

Il romanzo infinito

Ho terminato con La spada e il calice la trilogia dello scrittore Bernard Cornwell. I tre libri raccontano la storia dell’arciere inglese Thomas di Hookton che va alla ricerca del Santo Graal, dopo la morte del padre (un prete) che dichiarava di possederlo. L’avventura si svolge nei primi anni della cosiddetta Guerra dei Cent’anni, nella metà del XIV secolo. Bernard Cornwell è considerato un maestro dei romanzi storici d’avventura e non è difficile capirne perchè. Anche in quest’ultimo capitolo, Cornwell, ci porta nello spietato mondo medievale tra eresie, perstilenze e battaglie. In particolare La spada e il calice rispetto ai precedenti, si concentra maggiormente sulla narrazione delle vicende romanzate e non si sofferma troppo sulle battaglie storiche. Per poter arrivare al dunque, l’autore, si inventa località e castelli pur rimanendo credibile nei dettagli. Le lunghe e appassionanti battaglie che caratterizzavano i due capitoli precedenti, lasciano il posto ad un ritmo più serrato dell’avventura che vedrà Thomas accusato di eresia, da qui il titolo originale Heretic. Io non sono in grado di dire quanto Cornwell sia fedele ai fatti storici e alla vita di allora ma è lui stesso ad informarci, alla fine dei suoi romanzi, cosa è vero e cosa no. Ciò che è sicuro, è che questo autore ha riacceso il mio interesse verso la storia medievale e ai romanzi ambientati in questo affascinante periodo storico. Non è un caso che infatti sono già su un altro romanzo storico, Il nome della rosa, del nostro Umberto Eco.

La spada e il calice riserva, come naturale che sia, un colpo di scena finale mitigato però se siete stati dei lettori attenti. Forse con questo trucco l’autore ha voluto sottolineare ciò che si dice riguardo al Santo Graal, ovvero che solo chi sa riconoscerlo potrà trovarlo. Il particolare non mi è sfuggito nel corso del secondo libro e mi sembrava strano che il nostro eroe inglese non se ne fosse accorto. Nel terzo libro abbiamo conferma che non se ne era accorto affatto. Qui sta la capacità di Cornwell di creare personaggi che credono di essere i migliori ma in fondo sono come tutti gli altri, con le loro contraddizioni. Più volte Thomas accusa i suoi nemici di essere spietati e senza Dio per le barbarie che compiono senza rendersi conto che lui stesso ha commesso le stesse violenze. Almeno finché un vecchio abate non glielo fa notare.

In conclusione questa trilogia composta da L’arciere del re, Il cavaliere nero e infine da La spada e il calice è stata appassionante ma soprattutto istruttiva. Ci insegna che gli uomini medievali non erano tanto diversi da noi ma solo un po’ più ignoranti e superstiziosi. Forse anche oggi lo siamo ma non ce ne rendiamo conto, così come non se ne rendevano conto allora. Ci insegna che le guerre sono terribili e ingiuste ma in grado di cambiare la storia, non tanto per il loro esito ma quanto per i loro effetti collaterali. Ci insegna che l’odio vicendevole tra Scozia e l’Inghilterra non è rimasto fermo là nel lontano 1300 ma è arrivato fino a noi come testimonia la voglia di indipendenza scozzese. La storia è il romanzo più bello e doloroso che non sarà mai scritto perchè è impossibile farlo. Autori come Bernard Cornwell ci provano e ci consegnano ogni volta un pezzettino di questo infinito romanzo.

Bernard Cornwell
Bernard Cornwell