Mi ritorni in mente, ep. 22

Curioso come Marika Hackman ritorni sempre, prima o poi, a farsi spazio tra i miei ascolti. Più volte, leggendo qualche sito e blog qua e là, il suo nome saltava fuori. Qualche volta pensavo “non male!”, un’altra “non fa per me” e poi “ripensandoci…”. Ed eccomi ancora qui, di fronte alla musica della Hackman. Questa volta si tratta del singolo Drown del suo album d’esordio “We Slept At Last” previsto per il 16 di Febbraio del prossimo anno. Sembra che con questa canzone Marika mi abbia convinto più di altre volte. A dire la verità non ho mai ascoltato uno dei numerosi EP che questa canturtice inglese ha pubblicato nel corso degli ultimi anni. Questo singolo ha tutte le caratteristiche che ho sempre associato alla Hackman, un folk moderno e estremamente cupo, forse un po’ troppo scuro per i miei gusti, ma sono pronto a tutto.

Intanto ci sono altre uscite che mi sono segnato sul calendario oltre a questa. Da tempo tenevo sotto contollo la pagina Facebook della band olandese Mister And Mississippi ma proprio quando ho mollato il colpo, ecco che mi sono perso l’annuncio dell’usicta del nuovo album. Si intitolerà We Only Part To Meet Again e uscirà il 30 Gennaio. Sul sito ufficiale si può ascoltare qualche assaggio delle nuove canzoni. Presto per giudicare ma sembra in linea con quanto fatto ascoltare con il precendete album omonimo del gruppo. Poco dopo, il 2 Febbraio, è il turno delle The Staves. Dopo aver ascoltato l’EP Blood I Bled sono molto fiducioso riguardo al nuovo If I Was e mi sembra che aver collaborato con il buon Justin Vernon abbia fatto bene alle tre sorelle Staveley-Taylors. Anche i canadesi Wintersleep e Coeur De Pirate sono a buon punto con il nuovo album. Anche Agnes Obel ha iniziato a lavorare al terzo album ma è presto per fare previsioni. Intanto mi lascio convincere da Drown di Marika Hackman e chissà se si aggiungerà anche lei alla mia musica del 2015.

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Conigli, lupi e mentine

A distanza di un anno esatto dal loro album d’esordio, le sorelle Jurkiewicz hanno dato alle stampe il loro secondo lavoro, intitolato Fumes. Solitamente passano almeno due anni tra un album e un altro ma Lily e Madeleine hanno voluto anticipare i tempi. Evidentemente le due cantautrici di Indianapolis non hanno voluto perdere tempo, cavalcando l’ottima accoglienza del primo album. Cosa aspettarsi ad un anno di distanza? Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta da quando, poco più che ragazzine, postarono su Youtube una cover delle First Aid Kit. Lily & Madeleine sostengono che questo album segni il passaggio da essere ragazzine a essere donne. Forse è un po’ presto pensare di aver raggiunto quella maturità alla quale si riferiscono ma fanno intendere di avere le idee chiare.

Lily & Madeleine
Lily & Madeleine

L’album si apre con la canzone che ne dà il titolo, Fumes. Il tempo sembra essersi fermato ai tempi dell’esordio, dico sembra perchè continuando l’ascolto si può apprezzare una maggiore attenzione alla musica che appare più ricca che in passato, “Nothing but fumes / escape my lips / and I haven’t realized / it’s killing you / to watch me burn away / my ashes fly“. Segue a ruota la straordinaria Rabbit. Lily e Madeleine cambiano registro e infilano un indie pop colorato perfettamente nelle loro corde. Non potrete evitare di canticchiarla almeno una volta, “Rabbit, run for it / As your life depends on it / Take all your promises / ‘cause you’re all talk“. La successiva Ride Away, ci riporta a sonorità più vicine a quelle che il duo ci ha abituato ma gli elementi ritmici acquiscono una maggiore importanza nelle loro canzoni senza andare a discapito delle caratteristiche melodie, “Work by the window / seeing the sun dance on the ground / deep in your bones / nobody knows the treasure you’ve found“. Le atmosfere malinconiche vengono portate da Can’t Admit It, una di quelle canzoni che mi fa ricordare il perchè ho amato fin dal primo ascolto Lily & Madeleine. Perchè le loro voci insieme sono impareggiabili, suonano all’unisono. Semplicemente irresistibili, “I’m not so sure I want this anymore / And I’m not so sure I need it / But I’m worried that if I walked out that door / I wouldn’t really leave it“. La sopresa arriva con Cabin Fever (l’unico pezzo non scitto dalle Jurkiewicz). Se Rabbit suonava più pop che rock, questa suona più rock che pop. Un’altra canzone che non mancherete di canticchiare e che scorre via che è un piacere, “Well my fingers are numb and my eyes are twitching / he’s whistling the end in the kitchen / as the telephone jingles and the snow turns to dripping / right in here where everything is slipping“. The Wolf Is Free è stato scelto come primo singolo e subito si è distinto dalle produzioni passate, grazie alle atmosfere eteree e alla musica che è la chiave di questo album, “I’ll put you to sleep, my fingers through your hair / Into your skin they’ll be / The fingersnails deep, and I won’t let you go / You will not bury me“. Hold On To Now è il brano più vicino a quel folk in parte abbandonato da Lily & Madeleine. Un’altra canzone perfetta, sempre piacevole da ascoltare, un altro colpo messo a segno, “Hold onto now / ‘cause everything’s changing soon / I don’t know how / I’m moving away from you“. Lips And Hips non è lontana dalla precedente. Arriverà il giorno che Lily & Madeleine faranno una brutta canzone? Quel giorno per ora è molto lontano, “Though it’s permanent to me, I can see / why lips and hips are all you need / lips and hips are all you need“. Peppermint Candy è l’ennesima sorpresa di questo album. Allegra, da colori pastello, come un caramella alla menta, appunto. Insieme a Rabbit e Cabin Fever chiude il trio di canzoni che rappresentano maggiormente la scelta di adottare sonorità più pop che in passato ma se questo è il risultato, ben venga, “Peppermint candy / And a hand upon my gun / I keep it handy / I’ve never been the kind to run“. Chiude Blue Blades che più l’ascolto e più mi convinco che non suonerebbe male in un album di Lana Del Rey. Forse è l’unico brano di questo Fumes che potrebbe rappresentare quella maturità cercata delle due sorelle. Le atmosefera è quella malinconica di sempre ma i toni sono più scuri e seri che mai. Brave, ancora una volta, “Blue blades sharper than knives beneath my feet / Graze my skin so fine but cut so deep / I am vanishing, I am drifring / You’re so hard to find, you are shape-shifting“.

Se l’esordio di Lily & Madeleine si distingueva per la piacevolezza dell’ascolto, questo Fumes non è da meno, anzi, si arricchisce in molti aspetti a partire dalla musica. In fondo il duo non ha cambiato modo di cantare o di fare canzoni ma è cambiato ciò che sta intorno alle loro voci. Tutto appare più colorato e vario senza che la malinconia dei loro brani subisca contraccolpi. Io non la definirei una svolta pop, è troppo presto per considerarla tale, ma piuttosto un abbandono di alcune sonorità folk che evidententemente cominciavano a stare strette. Se questo è il risultato dopo un anno di lavoro, a fronte della giovanissima età di queste ragazze, sono pronto ad aspettare anche due anni prima di poter ascoltare quello che potrebbe essere l’album della consacrazione definitiva delle sorelle Jurkiewicz.

Uscita, inseguito da un orso

Circa un anno fa venni a conoscenza di un gruppo inglese che si fa chiamare To Kill A King. Questo gruppo lo scorso Ottobre ha pubblicato un nuovo EP intitolato Exit, Pursued By A Bear (una citazione shakespeariana). Come è naturale aspettarsi questo EP dovrebbe anticipare il nuovo album che molto probabilmente vedrà la luce il prossimo anno. I To Kill A King sono state una delle scoperte più piacevoli dello di quello appena passato. Se dopo l’ascolto di Cannibals With Cutlery, l’album d’esordio, si potevano inquadrare in un folk rock orchestrale con elementi tipici dell’indie rock questo EP rimescola gli ingredienti del gruppo arricchendo la loro musica con nuove soluzioni (una su tutte una riconoscibile batteria elettronica).

To Kill A King
To Kill A King

Il nuovo corso dei To Kill A King si intravede fin dalla canzone di apertura, Oh, My Love. Inconfondibile la voce del leader Ralph Pelleymounter che si fa drammatica con non mai. Inizialmente questa canzone non mi aveva convinto appieno ma nel contesto del EP ci sta alla perfezione, “Oh my love / We’re destined to demise“. Con la successiva Breath si torna ad ascoltare i To Kill A King così come gli avevamo lasciati dopo l’esordio. Questo EP vuole dimostare che il gruppo non rinnega il suo passato ma conferma la volontà di arricchire le loro sonorità e ispirazioni, “If you hold on too tight, then you will lose sight“. The Constant Changing State Of Us (Gold) è una di quelle canzoni che cerchi di inquadrare in un particolare genere o stile senza riuscirci. Pelleymounter inizia parlando, poi man mano che la canzone va avanti, la musica cresce in un’esplosione corale che farà cantare le platee che il gruppo avrà di fronte. Inevitabile partecipare al ritornello. Ma è la successiva Love Is Coal a valere l’intero EP. Tre canzoni, ben distinte, in una. Probabilmente senza la voce ipnotica di Ralph Pelleymounter non si otterebbe lo straordinario espressività di questa canzone. Il ritornello è qualcosa di magico, lo ascolaterei in continuazione, “We’re two miners /  Love is not like diamonds / Love is coal to keep you warm“. So My Friends Want To Marry è un’altra canzone nel loro inconfondibile stile. I To Kill A King arrivano in fondo a questo EP senza sbagliare un colpo, “I hope you find some peace / Whatever the hell that means“.

Se questo è solo un assaggio di quello che ci aspetta nel nuovo album non si può che esserne contenti. Il secondo album di questa band potrebbe essere superiore al precendente. I To Kill A King sembrano aver raggiunto quella maturità che all’esordio si poteva intravedere, frutto della lunga gavetta che questi ragazzi hanno alle spalle. Ora non resta che aspettare e io non vedo l’ora.

Ragazza dal Nord

Monica Heldal è una giovane cantautrice norvegese originaria di Bergen. Nonostante le sue origini nordiche, la Heldal si ispira alla tradizione americana e al folk anglosassone, cantando non in norvegese ma in inglese. Fin da subito sono rimasto colpito dalla sua particolare voce e, come è noto ormai, ho un debole per le voci caratteristiche e riconoscibili, siano esse femminili o maschili. Da più parti ho letto giudizi positivi sul suo album d’esordio Boy From The North pubblicato lo scorso anno e non ho potuto esimermi dall’ascoltarlo. Anche questa volta mi sono buttato direttamente sull’album subito dopo aver ascoltato il singolo omonimo Boy From The North. Finora non ho mai avuto particolari delusioni facendo così e non è successo nemmeno questa volta.

Monica Heldal
Monica Heldal

Boy From The North apre l’album nel migliore del modi. Subito si notano i tratti tipici della tradizione americana ma è la voce della Heldal a catturare subito l’attenzione e a dare corpo alla canzone, “And I know you came with the travelling show / you started out too young / You can find me back where we used to meet / Now hear me call / from the hall“. Conman Coming apre ad un blues rock convincente che ci fa intravedere una maturità per nulla scontata. Un brano perfetto per la colonna sonora di un film western, “There’s a conman coming / there’s a conman coming / there’s a conman coming down the old railroad“. La successiva Silly Willy è la canzone più orecchiabile dell’album e anche la più immediata anche grazie alla dolcezza che la voce di Monica Heldal sa esprimere, “Silly Willy made a bad choice / he didn’t think twice / Silly Willy made a bad choice / he made a choice on the rolling dice“. Fightin’ Son conferma ancora la passione della cantautrice per la canzone made in USA. Questo brano in particolare si distingue per i suoi tratti scuri e dalla magia che trasmette l’incomparabile voce della Heldal. Una delle canzoni più belle dell’album, “Fightin’ son / with your sword and shield / Fightin’ son / running through the fields to get back home“. Follow You Anywhere è il pezzo più folk delle dieci. Leggera e malinconica, forse un po’ scontata ma molto piacevole da ascoltare, “I guess there’s no place for us now / but I’ll go with you anywhere if you’ll allow me / this town has started to look down upon us now / cause baby you’re no good“. Tape 03 continua sulla stessa strada, con la counseta dolcezza della voce che accompagna una musica altrettanto tale, “And in bad and stone cold weather / My love I’ll shoot for my escape / No fear I’ll piece you together / With thick and black duck tape“. Più seria e rock I Don’t Mind arricchita da un finale quasi esclusivamente musicale che mette in mostra le doti della ragazza e della sua band, “And I don’t mind, I don’t mind / cause in time when the winds howling high / my valentine begins to cry, begins to cry“. Die For You è una canzone che prende spunto da più parti. Un po’ country, un po’ irish folk e tutto funziona alla perfeziona facendone una delle canzoni più belle di questo album nonchè una delle canzoni più originali, “What are those beautiful memories meant to define / that my life was silver and your life was gold / and my life was silver that’s what I’ve been told“. In Flight non ha nulla da invidiare alla precedente anche ad un piglio più pop rock e dallo stile meno marcato, “When the carnival leaves this small town / And everyone’s waving goodbye / Asking you, tell me of the things that you’ve seen / Oh now tell me the stories from places you’ve been“. Chiude Boy From The North un brano dal titolo The Road Not Taken. Un’altra bella canzone che regge per tutti i suoi sei minuti e che dimostra la straordinaria maturità di questa artista nonostante la sua giovane età, “Did you cry like I cried my love / Did you laugh like I do when it’s on time / Did you feel alone but made the best of it / just like I try to do / Still I got hope of how happiness can be“.

Un album incredibilmente piacevole da ascoltare e sorprendente per i ventitre anni della sua autrice. Ai primi ascolti ho temuto che quelle influenze americane così marcate per un’artista europea risultassero un po’ artefatte e cercate, invece appiono naturali e ispirate. Non mi sorprende che la Heldal abbia scelto la lingua inglese per le sue canzoni e non credo si tratti solo di motivi commerciali ma anche dalla necessità di rendere al meglio in questo genere musicale. Forse sarebbe bello sentirla cantare in norvegese ma non credo ci proverà mai. Interessante anche notare la propensione per gli artisti del nord Europa di farsi interpreti delle sonorità nord americane, mi vengono in mente gli svedesi Holmes o le First Aid Kit su tutti. Spesso succede anche il contrario. Monica Heldal si aggiunge a quegli artisti che portano un po’ di USA nel vecchio continente.

Battaglie, cavalieri e spade

Diversi anni fa acquistai un libro di Bernard Cornwell intitolato Il Cavaliere Nero non sapendo che si trattava del secondo volume di una serie di libri con protagonista l’arciere inglese Thomas di Hookton. Ultimamente avevo voglia di leggere qualche bel romanzo ambientato nel Medioevo, pieno di battaglie, cavalieri e spade. Ecco quindi che ritrovai Il Cavaliere Nero nella mia libreria e pensai che sarebbe stato bello rileggerlo anche perchè non mi ricordavo assolutamente nulla di questo libro. Però non potevo leggere di nuovo il secondo libro della serie senza aver letto il primo. Ecco che, il fatto di non ricordarmi la trama, mi ha permesso di ricominciare la storia di Thomas di Hookton da zero. Il primo libro s’intitola L’Arciere Del Re. Il titolo in italiano appare un po’ banale in confronto al più evocativo Harlequin originale. L’autore è il già citato Bernard Cornwell inglese e maestro dei romanzi storici d’avventura. I suoi libri più conosciuti sono quelli con protagonista Richard Sharpe ambientati tra fine del ‘700 e l’inizio del ‘800. La serie che si apre con L’Arciere Del Re è ambientata nel 1300 e racconta le avventure del giovane Thomas di Hookton alla ricerca del Santo Graal.

Se volevo battaglie, cavalieri e spade ho avuto tutto e anche di più. Cornwell descrive le battaglie in modo preciso e crudo, sembra quasi di vederle. Scordatevi cavalieri dalle armature luccicanti su maestosi destrieri che cavalcano compatti incontro a epiche battaglie. Qui si fa sul serio. La prima cosa che viene in mente è: massacro. Sì, le battaglie con spade, lance e archi erano dei veri e propri massacri. Cornwell non tralascia particolari macabri e tutto così appare più vero. Ti fa pensare a quanto fosse dura la vita in quegli anni soprattutto per i soldati. Ti fa pensare a questi uomini che hanno sacrificato la loro vita per il loro popolo dedicandola alla guerra e scrivendo la storia. Cornwell spiega che, a parte un paio di fatti più o meno insignificanti che si è inventato per il romanzo, tutte le battaglie tra francesi e inglesi raccontate e vissute da Thomas sono avvenute veramente in Francia poco prima della Guerra dei Cent’anni. Perfino l’ultima epica battaglia, la battaglia di Crécy, raccontata nel libro è accaduta realmente. Eppure sembra una trovata letteraria, un finale perfetto ed invece è un terribile fatto storico che forse per a causa della sua distanza storica non ci sembra niente di così terribile. Ma Cornwell con la sua capacità di trascinarti dentro quell’inferno ti fa capire che le guerre erano brutte ieri come oggi.

Sono contento di aver ritrovato Bernard Cornwell e di avere già pronto Il Cavaliere Nero perchè voglio tornare del 1300 e conoscere le sorti di Thomas di Hookton, che non è il classico eroe senza macchia e senza paura ma un personaggio più complesso e umano. Certo L’Arciere Del Re rimane pur sempre un romanzo d’avventura ed è quindi lecito non aspettarsi chissà quale profondità nella psicologia dei personaggi ma è il bello di questi libri. In definitiva un romanzo che si fa leggere volentieri e ci fa assaporare più da vicino un periodo storico che di solito si conosce solo per come ce lo raccontano i libri di scuola. Bernard Cornwell ci garantisce una lettura di qualità ma allo stesso tempo appassionante e sorprendente. Da leggere se volete battaglie, cavalieri e spade.