La dolce malia delle sere d’agosto

Lana Del Rey me la fatta di nuovo. Ogni volta penso che Elizabeth Woolridge Grant si tradirà, precipiterà in un pop da classifica insipido ma di successo. Il nuovo Lust For Life già si presentava bene in tal senso, vedendo la collaborazione di personaggi come The Weeknd, A$AP Rocky e Playboi Carti. Poi mi è bastata Love è mi sono sciolto. Lana Del Rey è tornata, mi sono detto, e io ci sono cascato un’altra volta. Ormai vittima del suo incantesimo, mi sono buttato anche su Lust For Life come ho fatto per i suoi precedenti album sperando, in un certo senso, di trovare un qualche motivo per puntare il dito contro di lei e finalmente liberarmi della sua malia. Pensate forse che ci sia riuscito?

Lana Del Rey
Lana Del Rey

Love apre l’album riportandoci a quella epicità rilassata dei suoi esordi. Quella cupezza di allora è lasciata da parte, si percepisce un’aura di speranza, di riscossa. Un ritornello magnifico su una musica “scenografica”. Una delle migliori di questo album, anzi una delle migliori canzoni di Lana Del Rey, “You get ready, you get all dressed up / To go nowhere in particular / Back to work or the coffee shop / Doesn’t matter ‘cause it’s enough / To be young and in love / To be young and in love“. Segue la title track Lust For Life che riprende il filone svogliato e depresso tanto caro alla cantautrice americana. Voce suadente e melodiosa che ben si accompagna a quella di The Weeknd. Contaminazioni hip-hop che richiamano le sonorità del primo Born To Die, “Take off, take off / Take off all of your clothes / They say only the good die young / That just ain’t right / ‘Cause we’re having too much fun / Too much fun tonight, yeah“. 13 Beaches è la classica canzone pigra e malinconica della Del Rey ma quanto ci piace! Il ritornello si accende ma la velocità è sempre quella: bassa. Siamo al sicuro, “It took thirteen beaches to find one empty / But finally it’s mine / With dripping peaches / I’m camera ready / Almost all the time“. Con Cherry si rispolverano le atmosfere vintage. Un bianco e nero, affascinante anche se consunto. Lana del Rey sfodera l’arma della sua voce calda, sensuale e non concede la grazia a nessuno, anche a costo di stenderlo con qualche parola di troppo, “Darlin’, darlin’, darlin’ / I fall to pieces when I’m with you, I fall to pieces / My cherries and wine, rosemary and thyme / And all of my peaches (are ruined)“. Meno di tre minuti per assaporare quel gioiellino chiamato White Mustang. Voce trascinata, parole smorzate. Sembra di essere in una giornata afosa, quando qualsiasi cosa è troppo. Come il ritornello cantato in quel modo. Non infierire Lana, “The day I saw your white Mustang / Your white Mustang / The day I saw your white Mustang / Your white Mustang“. Summer Bummer è il più influenzato dall’hip-hop di A$AP Rocky e Playboi Carti. Non sono un fan di questi duetti e ne farei volentieri a meno, ma Lizzy salva tutto senza troppo sforzo, “Hip-hop in the summer / Don’t be a bummer, babe / Be my undercover lover, babe / High tops in the summer / Don’t be a bummer, babe / Be my undercover lover, babe, mmm“. Groupie Love è malinconica quanto basta, con una Lana Del Rey sempre seducente, accompagnata dalle rime di A$AP Rocky. Questo duetto lo preferisco al precedente ma forse queste due canzoni sono le più deboli dell’album, “You’re in the bar, playing guitar / I’m trying not to let the crowd next to me / It’s so hard sometimes with the star / When you have to share him with everybody / You’re in the club, living it up“. Si torna su binari a me più congeniali con In My Feelings. Si torna ad una Lana Del Rey quasi rock, avviluppata dalle spire dei synth, trovando una via di fuga nel ritornello, “‘Cause you got me in my feelings (got me feeling so much right now) / Talking in my sleep again (I’m making love songs all night) / Drown out all our screaming (Got me feeling so crazy right now)“. Con Coachella – Woodstock In My Mind, Lana Del Rey rispolvera le atmosfere sognanti e malinconiche, di grande impatto. Un inno ai grandi festival musicali all’aperto che ogni anno richiamano migliaia di persone, “‘Cause what about all these children / And what about all their parents / And what about about all their crowns they wear / In hair so long like mine / And what about all their wishes / Wrapped up like garland roses / Round their little heads / I said a prayer for a third time“. Una semplice chitarra apre God Bless America – And All The Beautiful Women In It, una delle canzone più ispirate dell’album. Un ritornello che rimane in testa, cantato con quel modo svogliato e profondo ma incredibilmente efficace, tipico della Del Rey, “God bless America / And all the beautiful women in it / God bless America / And all the beautiful women in it, may you / Stand proud and strong / Like Lady Liberty shining all night long / God bless America“. Anche When The World Was At War We Kept Dancing ci fa ascoltare una Lana Del Rey in splendida forma, molto vicina all’ultimo album. Più fredda e distaccata, ma sempre affascinate come solo lei sa essere, “No, it’s only the beginning / If we hold on to hope / We’ll have a happy ending / When the world was at war before / We just kept dancing / When the world was at war before / We just kept dancing“. Beautiful People Beautiful Problems vede la partecipazione della cantautrice americana Stevie Nicks, un duetto riuscito per una delle canzoni più belle di questo album. La voce melliflua della della Del Rey contrasta con quella più ruvida della Nicks creando il giusto mix, “Blue is the color on the shirt of the man I love / He’s hard at work, hard to the touch / But warm is the body of the girl from the land he loves / My heart is soft, my past is rough“. Ma forse il cuore caldo e pulsante di questo album risiede nella bella Tomorrow Never Came. Anche questa volta un duetto perfetto ed emozionante con Sean Lennon, “I waited for you / In the spot you said to wait / In the city, on a park bench / In the middle of the pouring rain / ‘Cause I adored you / I just wanted things to be the same / You said to meet me out there tomorrow / But tomorrow never came / Tomorrow never came“. La successiva Heroin ripropone una Lana distante ma capace di evocare atmosfere mistiche e fumose. Nulla di nuovo sotto il sole di questa calda estate, “Topanga is hot tonight, the city by the bay / Has movie stars and liquor stores and soft decay / The rumbling from distant shores sends me to sleep / But the facts of life, can sometimes make it hard to dream“. Un pianoforte per Change. Una Lana Del Rey che vuole lanciare un messaggio di speranza, di cambiamento appunto. Una ballata poetica di rara sensibilità, “Every time that we run / We don’t know what it’s from / Now we finally slow down / We feel close to it / There’s a change gonna come / I don’t know where or when / But whenever it does / We’ll be here for it“. Get Free chiude l’album, facendoci riassaporare per l’ultima volta quel gusto vintage tanto cara alla nostra, in una della canzoni più personali e intime. Il suo modern manifesto, “Sometimes it feels like I’ve got a war in my mind / I want to get off but I keep riding the ride / I never really noticed that I had to decide / To play someone’s game or live my own life / And now I do / I want to move / Out of the black / Into the blue“.

Lust For Life è per Lana Del Rey un ritorno alle sonorità di Born To Die ma sapientemente arricchito dalle esperienze successive e dalla volontà, sempre maggiore, di essere una cantautrice piuttosto che una pop star. Tutto comincia con un sorriso in copertina, sullo sfondo (molto probabilmente) lo stesso pick-up che appare nel primo album. Poi vengono le canzoni e si nota un cambiamento nell’approccio, c’è un messaggio di fondo. Un messaggio che le nuove generazioni sanno tirare fuori da quella apparente evanescenza nella voce della Del Rey. Lust For Life è forse il miglior album di quest’artista per completezza ed ispirazione. Un album afoso, caldo e svogliato ma dal quale escono folate di una fresca brezza di speranza. Lana Del Rey è stata un’ottima compagna di quest’estate, senza bisogno di tormentoni o hit passeggere. E la risposta è: no, non sono riuscito a liberarmi dalla sua maila neanche stavolta.

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Mezza dozzina

Sei anni. Sono di nuovo qui, su questo blog, dopo sei anni esatti dal primo post. Lo scorso anno è stato un anno nel quale ho ascoltato davvero tanta musica, lasciandomi trasportare dalle sensazioni del momento, senza badare troppo al genere o dalla popolarità dell’artista. È stato anche un anno su Twitter che mi ha permesso di non perdere nessuna nuova uscita e fare nuove conoscenze. Il 2016 però è stato anche l’anno nel quale ho fatto più fatica a tenere aggiornato questo blog. Credo di non aver saltato neanche un weekend, anzi ho pubblicato spesso anche a metà settimana, ma è stato più impegnativo che in passato. Un po’ a causa di qualche impegno di lavoro e a volte anche per una semplice questione di voglia. Ho pensato, ma perchè non ascolto musica semplicemente senza doverne scrivere? Non conosco la risposta ma mi piace farlo e, anche se ci sono momenti nei quali vorrei mollare tutto, ho intenzione di continuare. Ma vediamo un po’ quali sono le curiosità statistiche di questi sei anni.

Il post più visto è La Tartaruga non ci può aiutare, uno dei primi post nel quale scrivevo di It il capolavoro di Stephen King. Buffo come un blog che tratta soprattutto di musica abbia come post più visto uno su un libro! Al secondo posto c’è una recensione recente, Fuori legge, dell’album From The Stillhouse dei Murder Murder. È il post di musica più visto, con grande distacco dal primo in classifica. Il terzo posto spetta a Mal di cuore altra recensione dell’EP Singing & Silence di Rorie, anche questa pubblicata lo scorso anno.
Tra i temini di ricerca più usati per arrivare a questo blog, il più ricercato è “lana del rey“. Seguono “amy macdonald” e “wintersleep hello hum“. Ma la Tartaruga di Stephen King in tutte le sue varianti è la più ricercata.

Ma ci sono alcune ricerche piuttosto divertenti. Qualche esempio? “dove posso scaricare l’ultimo album di amy macdonald 2012” è la classica domada diretta a Mr Google. Non è chiaro avesse intenzioni piratesche o meno. C’è chi è più chiaro in merito: “dove si compra life in a beautiful light“. La curiosa “voglio ascoltare tutte le canzoni che a cantato peter buck“, che oltre a contenere un errore grammaticale, è anche piuttosto vaga. Caro amico, insieme ai R.E.M., Peter Buck non cantava ma da solista ne ha fatto un po’. Quante di preciso non ne ho idea. Ma qualcuno ha ancora dei dubbi, “peter buck canta“. Poi c’è chi cerca canzoni di seconda mano: “aurora aksnes canzone usata“. Quest’altra è un po’ vaga ma efficace, “cantante rossa inglese“. Sarà Florence Welch? Poi c’è l’interessante: “parole che escono da sole“. Non me ne viene in mente nessuna. Tutte in coppia. Una disperata: “believe la cantaurtice di believe“. Mi dispiace ma non la so. Anche io ho fatto una richerca del genere una volta: “quale era la canzone che faceva mmmm mmh mmh“. Questa la so, è Mmm Mmm Mmm Mmm dei Crush Test Dummies. Un po’ confusa la ricerca di: “coeur de pirate la canzone francese con i tatuaggi“. Una canzone con i tatuaggi? Non so come ma anche una ricerca come questa: “come s’intitola la canzone di oggi del stacchetto delle veline” ha portato al mio blog. Non avrà trovato quello che cercava. Il dubbioso: “battute nonsense fanno ridere?“. Dipende, tu ridi? In cerca di conferme chi ha cercato, “l’indie rock sta diventando mainstream“. Problemi con l’inglese: “vorrei ascoltare a month of sathurdei dei r e m” oppure “canzone rem con parole streig wuo oh“, “ho sentito una cazone ritornello fa est see you est see mi” ma peggio chi li ha con l’italiano, “cuando cina avuto 500 milioni di abitanti“. Quest’ultima è una ricerca sensata per il mio blog. Davvero. A voi scoprire il post in cui ne parlo. Una radio con solo Florence + The Machine? Possibile, “in che radio posso ascoltare florence?” ma non a tutti piacerebbe, infatti: “florence welch non mi piace“. Ho letto un paio di libri sui R.E.M. e so quasi tutto su di loro ma questa mi mancava: “rem my losing religion la cantano dei preti“. Addirittura si entra nel mistero, “antichi sacerdoti di culto che cantavano rem my religion“. Qualcuno accusa di plagio Amy Macdonald ma non è sicuro di chi sia la canzone originale, “chi  ha cantato  e suonato per primo ‘life in a beautiful light’ ?“. Ma anche Lovecraft non la racconta giusta: “lovecraft non si è inventato niente“. Qualcun’altro ha le idee ben chiare su cosa cercare: “agnes obel sexy“. Giuro che non so nulla di quello che succede lì dentro: “la camera da letto di miley cyrus“, si insiste: “immagini o famo strano“. Spero sempre che ognuno trovi ciò che cerca, perchè questa è difficile: “per radio circola una canzone tipo scozzese“. Questa poi è ancora più difficile, “ultimamente sento una canzone dei rem“. Fantasie su Lana Del Rey: “lana del rey dorata“, fammi sapere quando trovi qualcosa, anche se ormai lo sanno tutti che “lana del rey rifatta“. Ma soprattutto: “a quanto pagano la lana quest’anno“? Qualcuno chiede una “descrizione oggettiva di dracula“, una fotografia sarebbe l’ideale. Anzi no, i vampiri non vengono nelle foto. Probabilmente la stessa persona ci ha riprovato per un’altra strada: “descrizione oggettiva di un morto“! Questa non l’ho capita: “осенняя фотосессия в парке идеи“. Non è facile ma c’è chi ci riesce: “mi distinguo dalla massa“. “qualcuno conosce la tv marchio obell?“, no mi dispiace. C’è ne anche per Anna Calvi: “anna calvi cosa vuol fare capire con la canzone eliza“, saranno anche affari suoi. Strani personaggi si affacciano in questo blog: “come far venire dal passato. una antenata“. Personaggi anche piuttosto confusi, ““in francese” titolo canzone donna “anno fa” paradise” ma sempre determinati: “canta una canzone in inglese stando seduta“. I London Grammar non piacciono a tutti, c’è chi sa fare di meglio: “la versione bella della canzone hey now dei london grammar“.

Spero abbiate trovato divertente questo “approfondimento” sui termini di ricerca che hanno condotto qui i visitatori in questi sei anni. Per quest’anno prevedo un’interessamento maggiore da parte mia alla musica folk anglosassone e al country americano. Non mancherò le nuove uscite di vecchie conoscenze ma soprattutto non mi darò limiti per quanto rigurda generi e stili. Un altro anno di blog ha inizio e spero, come sempre, di riuscire a tenerlo aggiornato regolarmente. Ne approfitto per condividere il nuovo singolo della band inglese To Kill A King intitolato The Problem Of Evil

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Regina nel suo regno

Dopo poco più di un anno dall’ottimo Ultraviolence, Lana Del Rey è tornata con il nuovo album Honeymoon. Non mi ripeterò riguardo a ciò che penso di lei, questo blog parla per me, ma Elizabeth Woolridge Grant resta ancora un personaggio interessante. Il precedente Ultraviolence sorprese per la direzione intrapresa dalla Del Rey che scelse di essere più cantautrice e meno pop star. Le voci che volevano Honeymoon un ritorno alle sonorità dell’esordio, Born To Die, facevano presagire ad un ripensamento. Quando mi trovo davanti ad un nuovo album di Lana Del Rey sono sempre nel dubbio se sto per ascoltare un possibile prodotto pop commerciale o un album di vere canzoni. Questa volta è successo di nuovo ma il buon lavoro fatto nel precedente album mi ha convinto che ne avrei trovato uno vero. E poi ammetto di avere qualche problema a resistere al suo fascino. Ecco dunque che tra le mani mi ritrovo questo Honeymoon, terzo album di Elizabeth Woolridge Grant, più conosciuta come Lana Del Rey.

Lana Del Rey
Lana Del Rey

Si inizia con la titletrack Honeymoon che riprende il filo, là, dove ci eravamo lasciati con Lana. Voce suadente e atmosfere decadenti. Gli archi arieggiano la stanza fumosa nella quale ci ha portato e la sua voce è irresistibile. Una delle migliori di questo album, “We both know the history of violence that surrounds you / But I’m not scared, there’s nothing to lose now that I’ve found you / And we could cruise to the news / Pico Boulevard in your used little bullet car if we choose“. Music To Watch Boys To è un ritorno al passato, quello più pop e ruffiano. La canzone in sé non è granchè ma la Del Rey salva tutto con il suo modo di cantare un po’ così, “Pink flamingos always fascinated me / I know what only the girls know / Hoes with lies akin to me / I, I see you’re going / So I play my music, watch you leave“. Terrence Loves You è vagamente jazz e vintage con un richiamo a Space Oddity di David Bowie. Qui sentiamo Lana che sfodera tutta la sua voce. Queste sono le canzoni dove da il meglio di sé e sono molto piacevoli da ascoltare, “Well I lost myself when I lost you / But I still got jazz when I’ve got the blues / I lost myself and I lost you too / And I still get trashed, honey, when I hear your tunes“. Avanti con God Knows I Tried, una riflessione sull’essere una celebrità. Una Lana Del Rey sincera e spontanea che non si nasconde. Un’altra bella canzone, “Put on that Hotel California / Dance around like I’m insane / I feel free when I see no one / And nobody knows my name / God knows I live / God knows I died / God knows I begged / Begged, borrowed and cried“. High By The Beach è il singolone di punta dell’album e forse l’unico che si presta al ruolo. Lana sa come si fa a fare un singolo e non lo nasconde, soprattutto confezionando un curioso video. C’è di meglio in questo album ma anche questa è Lana, “The truth is I never / Bought into your bullshit / When you would pay tribute to me / Cause I know that / All I wanted to do is get high by the beach / Get high baby, baby, bye, bye“. Con Freak ci invita in California con fare suadente. Il ritornello funziona a dovere, lento e orecchiabile. Nel finale si riaccende la voce della Del Rey e a quel punto sarete già in California, “Baby, if you wanna leave / Come to California / Be a freak like me, too / Screw your anonymity / Loving me is all you need to feel / Like I do“. Segue a ruota la raffinata Art Deco. Lana Del Rey torna elegante, senza rinuciare al suo modo molle e sensuale di cantare. Una delle canzoni più affascinanti dell’album che richiamano le atmosfere scure e cupe degli esordi, “You’re so Art Deco, out on the floor / Shining like gun metal, cold and unsure / Baby, you’re so ghetto / You’re looking to score / When they all say hello / You try to ignore them / Cause you want more (why?)“. L’intermezzo Burnt Norton è una poesia di T.S. Eliot recitata da Lana Del Rey, nient’altro, “Time present and time past / Are both perhaps present in time future / And time future contained in time past / If all time is eternally present / All time is unredeemable“. Una disperata Del Rey declama il suo tormentato amore in Religion. Un’altra canzone che rimarca il suo stile unico e inimitabile, a chi piace, allora gli piacerà anche questa canzone ma altimenti non sarà questa a farvi cambiare opinione, “Cause you’re my religion / You’re how I’m living / When all my friends say I should take some space / Well I can’t envision, that for a minute / When I’m down on my knees, you’re how I pray / Hallelujah, I need your love“. Omaggio all’Italia e al suo fidanzato italiano in Salvatore. Lana Del Rey ci mette qualche parolina in italiano con un immancabile accento americano. Quello che ne esce è una canzone molto melodiosa che si può fischiettare. Un amore di un’estate, con tanto di gelato, “Catch me if you can / Working on my tan / Salvatore / Dying by the hand / Of a foreign man / Happily / Calling out my name / In the summer rain / Ciao amore / Salvatore can wait / Now it’s time to eat / Soft ice cream“. A partire dal titolo The Blackest Day è una canzone disperata e triste, che si potrebbe paragonare a Dark Paradise della stessa Del Rey ma più curata nei dettagli. Qui la voce tocca picchi altissimi e altri bassissimi creando un’atmosfera distorta e confusa. Da ascoltare, “Because I’m going deeper and deeper / Harder and harder / Getting darker and darker / Looking for love / In all the wrong places / Oh my God / In all the wrong places / Oh my God“. La successiva 24 è un ritorno alle sonorità retrò che caratterizzano la produzione più recente. Ancora una volta Lana Del Rey sorprende per la facilità con la quale si cala nel ruolo di femme fatale solo con la voce. Un canzone che ha un fascino intramontabile, che può piacere a tutti, “There’s only 24 hours in a day / And half as many ways for you to lie to me, my little love / There’s only 24 hours in a day / And half of those, you lay awake / With thoughts of murder and carnage“. Con Swan Song ci invita a seguirla, ci ammalia con la sua voce. Sempre oscura, come solo lei sa essere, e seducente, “Put your white tennis shoes on and follow me / Why work so hard when you could just be free? / You got your moment now, you got your legacy / Let’s leave the world for the ones who change everything / Nothing could stop the two of us / Let’s just get lost, that’s what we want“. Chiude l’album la sua personalissima versione del classico Don’t Let Me Be Misunderstood, chiaro esempio di come lo stile di Lana Del Rey possa adattarsi a qualsiasi canzone, “But I’m just a soul whose intentions are good / Oh Lord, please don’t let me be misunderstood“.

Con questo album Lana Del Rey riconferma l’intenzione di non voler essere un pop star ma mantenere il suo status di cantautrice, acquisito con il precedente Ultraviolence. Honeymoon non è un album che ti cattura al primo ascolto, soprattutto per chi non ha conosciuto Lana nei due precedenti. Le atmosfere sono volutamente noiose e dilatate, non a tutti possono piacere. Deve anche piacere il personaggio Lana Del Rey sotto il quale si cela l’ancor più misteriosa Elizabeth Woolridge Grant che però sembra avere sempre più spazio nelle sue canzoni. Insomma, la vera anima di Lana-Elizabeth viene fuori poco a poco. Honeymoon ci rende coscenti che Lana Del Rey si sta innalzando a icona dei nostri tempi, grazie alla sua unicità e personalità. Una regina incontrastata di un regno da lei stessa creato, dove ad oggi, non c’è nessuna rivale che possa insidiarne il trono.

Mi ritorni in mente, ep. 29

Succede tutte le volte. Tutte le volte che leggo di Lana Del Rey spero che le nuove canzoni siano diverse dalle precedenti. Una svolta hip-hop, dance o cosa qualsiasi cosa gli salti in testa. Così potrò dedicarmi ad ascoltare qualcosa di più serio e abbandonare definitivamente Lana Del Rey. Avrei un buon motivo per farlo. Ogni volta che la sento penso: “Ti stanno ingannando. Ti confenzionano una ragazza con le labbra gonfiate, dal fare lascivo e tu ci caschi”. Lo so ma se scegliessi cosa ascoltare solo dall’avvenenza della sua interprete, ascolterei Katy Perry dalla mattina alla sera. Ma non lo faccio e non riuscirei a farlo. Per curiosità ho provato ascoltare un suo album per intero ma alla terza canzone ho cominciato a fare zapping, come si fa con i canali della televisione. Con Lana Del Rey è andata diversamente. Ho iniziato ad ascoltarla per curiosità e tuttora l’ascolto per lo stesso motivo. Sono convinto che Lana Del Rey sia un personaggio interpretato da Elizabeth Woolridge Grant. A pensarci bene sembra quasi una giustificazione la mia. Non dovrei giustificarmi della musica che ascolto. Lana mi fa fare anche questo, soprattutto dopo l’ultimo album Ultraviolence che non ha fatto altro che rafforzare la sua posizione.

Da un po’ si vocifera di un nuovo album per lei. Fino a qualche giorno fa ho sperato in quella svolta, così da voltarmi dall’altra parte e dire: “Eccola. Lo sapevo. Questa roba non fa per me. Addio Lizzy”. Davanti a me la prima anticipazione del nuovo album, Honeymoon. Sentivo che sarebbe stata la volta buona. Ma ecco Lana Del Rey che ritorna ammaliante come sempre. Nessuna svolta. Niente di niente. Anzi, è sempre meglio. Maledizione…

Conigli, lupi e mentine

A distanza di un anno esatto dal loro album d’esordio, le sorelle Jurkiewicz hanno dato alle stampe il loro secondo lavoro, intitolato Fumes. Solitamente passano almeno due anni tra un album e un altro ma Lily e Madeleine hanno voluto anticipare i tempi. Evidentemente le due cantautrici di Indianapolis non hanno voluto perdere tempo, cavalcando l’ottima accoglienza del primo album. Cosa aspettarsi ad un anno di distanza? Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta da quando, poco più che ragazzine, postarono su Youtube una cover delle First Aid Kit. Lily & Madeleine sostengono che questo album segni il passaggio da essere ragazzine a essere donne. Forse è un po’ presto pensare di aver raggiunto quella maturità alla quale si riferiscono ma fanno intendere di avere le idee chiare.

Lily & Madeleine
Lily & Madeleine

L’album si apre con la canzone che ne dà il titolo, Fumes. Il tempo sembra essersi fermato ai tempi dell’esordio, dico sembra perchè continuando l’ascolto si può apprezzare una maggiore attenzione alla musica che appare più ricca che in passato, “Nothing but fumes / escape my lips / and I haven’t realized / it’s killing you / to watch me burn away / my ashes fly“. Segue a ruota la straordinaria Rabbit. Lily e Madeleine cambiano registro e infilano un indie pop colorato perfettamente nelle loro corde. Non potrete evitare di canticchiarla almeno una volta, “Rabbit, run for it / As your life depends on it / Take all your promises / ‘cause you’re all talk“. La successiva Ride Away, ci riporta a sonorità più vicine a quelle che il duo ci ha abituato ma gli elementi ritmici acquiscono una maggiore importanza nelle loro canzoni senza andare a discapito delle caratteristiche melodie, “Work by the window / seeing the sun dance on the ground / deep in your bones / nobody knows the treasure you’ve found“. Le atmosfere malinconiche vengono portate da Can’t Admit It, una di quelle canzoni che mi fa ricordare il perchè ho amato fin dal primo ascolto Lily & Madeleine. Perchè le loro voci insieme sono impareggiabili, suonano all’unisono. Semplicemente irresistibili, “I’m not so sure I want this anymore / And I’m not so sure I need it / But I’m worried that if I walked out that door / I wouldn’t really leave it“. La sopresa arriva con Cabin Fever (l’unico pezzo non scitto dalle Jurkiewicz). Se Rabbit suonava più pop che rock, questa suona più rock che pop. Un’altra canzone che non mancherete di canticchiare e che scorre via che è un piacere, “Well my fingers are numb and my eyes are twitching / he’s whistling the end in the kitchen / as the telephone jingles and the snow turns to dripping / right in here where everything is slipping“. The Wolf Is Free è stato scelto come primo singolo e subito si è distinto dalle produzioni passate, grazie alle atmosfere eteree e alla musica che è la chiave di questo album, “I’ll put you to sleep, my fingers through your hair / Into your skin they’ll be / The fingersnails deep, and I won’t let you go / You will not bury me“. Hold On To Now è il brano più vicino a quel folk in parte abbandonato da Lily & Madeleine. Un’altra canzone perfetta, sempre piacevole da ascoltare, un altro colpo messo a segno, “Hold onto now / ‘cause everything’s changing soon / I don’t know how / I’m moving away from you“. Lips And Hips non è lontana dalla precedente. Arriverà il giorno che Lily & Madeleine faranno una brutta canzone? Quel giorno per ora è molto lontano, “Though it’s permanent to me, I can see / why lips and hips are all you need / lips and hips are all you need“. Peppermint Candy è l’ennesima sorpresa di questo album. Allegra, da colori pastello, come un caramella alla menta, appunto. Insieme a Rabbit e Cabin Fever chiude il trio di canzoni che rappresentano maggiormente la scelta di adottare sonorità più pop che in passato ma se questo è il risultato, ben venga, “Peppermint candy / And a hand upon my gun / I keep it handy / I’ve never been the kind to run“. Chiude Blue Blades che più l’ascolto e più mi convinco che non suonerebbe male in un album di Lana Del Rey. Forse è l’unico brano di questo Fumes che potrebbe rappresentare quella maturità cercata delle due sorelle. Le atmosefera è quella malinconica di sempre ma i toni sono più scuri e seri che mai. Brave, ancora una volta, “Blue blades sharper than knives beneath my feet / Graze my skin so fine but cut so deep / I am vanishing, I am drifring / You’re so hard to find, you are shape-shifting“.

Se l’esordio di Lily & Madeleine si distingueva per la piacevolezza dell’ascolto, questo Fumes non è da meno, anzi, si arricchisce in molti aspetti a partire dalla musica. In fondo il duo non ha cambiato modo di cantare o di fare canzoni ma è cambiato ciò che sta intorno alle loro voci. Tutto appare più colorato e vario senza che la malinconia dei loro brani subisca contraccolpi. Io non la definirei una svolta pop, è troppo presto per considerarla tale, ma piuttosto un abbandono di alcune sonorità folk che evidententemente cominciavano a stare strette. Se questo è il risultato dopo un anno di lavoro, a fronte della giovanissima età di queste ragazze, sono pronto ad aspettare anche due anni prima di poter ascoltare quello che potrebbe essere l’album della consacrazione definitiva delle sorelle Jurkiewicz.

Mondo crudele

Non mi considero un suo fan ma è successo che nell’inverno a cavallo tra il 2012 e l’anno successivo ho ascoltato con curiosità il fenomeno Lana Del Rey (Million Dollar Bad Girl). Fu la prima volta che scrissi una recensione così come faccio tuttora, con un’introduzione, la recensione track-by-track con citazioni dai testi e infine alcune considerazioni personali. Devo ammettere che è una delle recensioni più lunghe che ho scritto finora. Forse questa sarà più lunga ma non posso saperlo dato che non l’ho ancora scritta. Se vi interessa sapere cosa pensavo allora di Lana Del Rey potete leggerlo al link qui sopra e sappiate che la mia opinione è essenzialmente la stessa. Come ho scritto precedentemente, non sono un fan di Elizabeth Woolridge Grant ma ascoltare la sua musica è comuque interessante. Il personaggio è innegabilmente affascinante e resta un personaggio. Forse è proprio questo che mi piace di Lana Del Rey. Sembra quasi che Elizabeth Grant stia a Lana Del Rey con Charlie Chaplin stava a Charlot. I due si confondo e sembrano la stessa cosa ma non lo sono. Questo nuovo album di Lana Del Rey intitolato Ultraviolence pubblicato lo scorso Giugno non ha catturato subito la mia attenzione, così quando mi sono trovato a corto di musica per l’estate, ho ripiegato di nuovo sulla cara vecchia Lana.

Lana Del Rey
Lana Del Rey

Si comincia con Cruel World che eredita le sonorità del precente Born To Die con quelche sfumatura più rock. Una dichiarazione d’amore di una bad girl, cos’altro aspettarsi, cantata con il solito tono lascivo che la caratterizza, “Got my little red party dress on / Everybody knows that I’m amazing / I’m crazy“. La successiva è la title-track Ultraviolence. Atmosfere ammaglianti e oscure, fumose. Lana canta quasi sottovoce senza, forse, convincere più di tanto o almeno non tanto da giustificare il fatto che il suo titolo sia anche quello dell’album, “I can hear sirens, sirens / He hit me and it felt like a kiss / I can hear violins, violins / Give me all of that ultraviolence“. Quasi una canzone d’altri tempi Shades Of Cool, voce suadente e melodiosa. Questa è una Lana Del Rey che mi piace, vintage e tutto sommato unica di questi tempi, “My baby lives in shades of blue / Blue eyes and jazz and attitude / He lives in California too / He drives a chevy Malibu“. La vera novità, nonchè il brano più orecchiabile è sicuramente Brooklyn Baby. Voce distorta e una chitarra inedita creano una delle canzoni più belle di questo album, “My boyfriend’s in the band / He plays guitar while I sing Lou Reed / I’ve got feathers in my hair / I get down to Beat poetry“. West Coast è la canzone scelta come primo singolo e forse un po’ debole per il suo scopo. La canzone scivola via come solo Lana Del Rey riesce a fare con i suoi modi lascivi e distratti, “You’re feelin’ hot at the show, I’m feelin’ hot to the touch / You say you’ll miss me the most, I say I’ll miss you so much“. Qualcosa di più convicente lo si può trovare in Sad Girl nella quale Elisabeth ritorna nei territori del precente album rispolverando, in modo più convinto di quanto fatto finora, la voce da ragazzina, “He’s got the fire and he walks with fame / He’s got the fire and he talks with fame / His Bonnie on the side, Bonnie on the side / Makes me so sad, girl“. Pretty When You Cry è quasi una supplica, la voce più sporca ma in sostanza è la Lana Del Rey di sempre. Niente di memorabile ma si lascia ascoltare grazie ad un finale rock che risolleva un po’ gli animi, “All the pretty stars shine for you, my love / Am I the girl that you dream of? / All those little times you said that I’m your girl“. Voce profonda e scura per Money Power Glory che compone una canzone dai toni epici già visti nell’edizione Paradise di Born To Die. Convince soprattutto per il ritornello martellante e quella voce (ah quella voce!), “You talk lots about God / Freedom comes from the call / But that’s not what this bitch wants / No what I want at all“. A partire dal titolo Fucked My Way Up To The Top non promette niente di particolarmente ispirato. Infatti questa, a mio parere è una delle canzoni più vuote dell’album nonchè una delle più banali. Ma anche questa è Lana Del Rey, prendere o lasciare, “Lay me down tonight in my linen and curls / Lay me down tonight, Riviera girls / I fucked my way up to the top / This is my show“. In Old Money trovo la Lana che mi piace. Probabilmente questa è una della sue canzoni più emozionanti. Un sapore ancora una volta d’altri tempi, una bella prova che questa cantante sa fare meglio di quanto sentito nella traccia precente, “Blue hydrangea, cold cash divine / Cashmere, cologne and white sunshine / Red racing cars, sunset and vine / The kids were young and pretty“. Ancora indietro nel tempo con The Other Woman, più evidente di prima. Un’altra bella canzone, una di quelle che la Del Rey dovrebbe fare più spesso, “The other woman finds time to manicure her nails / The other woman is perfect where her rival fails / And she’s never seen with pin curls in her hair anywhere“. Qui finisce la versione non deluxe dell’album. Le altre non le ho ascolatate. Lo farò magari su Spotify, prossimamente.

Come ho letto da più parti, e sono d’accordo, questo è l’album con il quale Lana Del Rey tenta la trasformazione da pop star (sempre ammesso chelo sia mai stata) a cantautrice. Una trasformazione non ancora completa ma direi che è sulla strada buona. C’è sopratutto una cosa della quale sono contento. Scrissi nella recensione di Born To Die: “Se non accetta compremessi con l’hip-hop, che ormai invade il mercato discografico, e il suo mondo dorato, Lana Del Rey portebbe rappresentare una delle novità discografiche pronte a far discutere i critici più rigidi e a far impazzire quelli più curiosi“. Detto, fatto. Lana Del Rey non si è piegata al facile hip-hop, come dimostra questo Ultraviolence, mi fa piacere e so di averci visto giusto. Le possibilità sono due: Lana Del Rey ha letto questo mio blog oppure è una coincidenza. Direi una coincidenza! Rispetto al predecessore questo album manca di singoloni e pezzi da novanta ma tutto sommato è un buon album che mette in evidenza una Lana più profonda e personale e un po’ meno personaggio, senza esagerare.

Mi ritorni in mente, ep. 19

Un anno e più è passato dall’uscita dell’album d’esordio di Gabrielle Aplin. Ascolto ancora oggi English Rain con piacere e devo ammettere che mi piace più di allora. Una canzone però si ripropone spesso nella mia testa e questa canzone è Take Me Away, bonus track dell’album in questione. Trovo che questo brano sia uno dei migliori della giovane cantautrice inglese. Una canzone semplice e sincera, riproposta di recente da questo video realizzato durante le registrazioni dell’album d’esordio. Spero che la Aplin torni il prossimo anno con un nuovo album. Il 2015 si prospetta ricco di nuove uscite per me, anche perchè questo si è rivelato un po’ magro.

Anche se a dire il vero un’uscita che mi riguardava c’è stata. Si tratta di Ultraviolence di Lana Del Rey, artista della quale avevo già scritto su questo blog nel Gennaio dello scorso anno. Non mi era affatto dispiaciuta, l’ho sempre considerata “a simple prop to occupy my time” (cit.) e niente di più. Questo suo secondo album non è che lo attendessi con la bava alla bocca e infatti mi sono deciso solo ora ad ascoltarlo. L’estate non ha portato novità particolarmente interessanti e allora rieccoci con Lana Del Rey. In aggiunta già, che c’ero, mi sono impossessato di Birthdays di Keaton Henson, Magnolia EP di Wilsen e Native Dreamer Kin delle Joseph. Tutti ascolti “alla cieca” e vada come vada. Questa estate ho dovuto riempirla con un po’ di nuova musica e mi dedicherò all’ascolto di questi album non prima di passare per i Patch & The Giant, Bille Marten e Laura Marling. Così mi preparo per le nuove uscite dell’autunno (forse qualcosa anche in Agosto e Settembre potrebbe arrivare), per il quale, voci di corridoio, è previsto il nuovo di Florence + The Machine. Vabbè, ora non pensiamoci, mi sono fatto una bella scorta per le prossime settimane. Ora però faccio un passo indietro e ritorno ad ascoltare Gabrielle Aplin.

Take me away from the demons in my brain
Take me out to the world
Take me out into the day
And let me find
My peace of mind