Salsedine

Dopo l’ottimo esordio del 2013 intitolato Lay Your Dark Low, la band folk scozzese Salt House è tornata quest’anno con il nuovo album Undersong. Qualche cambio nella formazione con Siobhan Miller che lascia il posto a Jenny Sturgeon e l’addio di Euan Burton. Rimangono al loro posto il cantautore Ewan MacPherson e la violinista Lauren MacColl che vanno così a completare il trio. Anche se Lay Your Dark Low non compare tra le pagine di questo blog è un album che lo scorso anno ho riascoltato più volte, soprattutto durante qualche bella passeggiata. La presenza di Jenny Sturgeon, già apprezzata nel suo album d’esordio da solista, mi ha impedito di lasciarmi scappare questo Undersong.

Salt House
Salt House

L’album si apre con Old Shoes, che ci introduce con delicatezza nelle atmosfere dell’album. Accompagnati della voce della Sturgeon e dal violino della MacColl, scivoliamo negli affascinanti paesaggi scozzesi. Turn Ye To Me è una canzone tradizionale, riproposta con un piglio moderno. L’accompagnamento musicale è sempre essenziale ma incredibilmente efficacie ed evocativo, “Cold is the stormwind that ruffles the breast / But warm are the downy plumes lining its nest / Cold blows the storm there / And soft falls the snow / Horo, Mhairi dhu, turn ye to me“. La successiva Lay Your Dark Low ha curiosamente lo stesso titolo dell’album precedente. Questa volta è MacPherson ha cantare una sua canzone, con voce calma e rassicurante. Una delle migliori  dell’album, da ascoltare. The Sister’s Revenge riprende una canzone tradizionale proposta in una nuova veste musicale. Le due voce della Sturgeon e di MacPherson si uniscono in un coro davvero ben riuscito, che racconta la storia di due sorelle che vogliono vendicare la morte del loro padre. Segue la splendida Charmer, caratterizzata dal suono particolare della shruti box. Non si può fare a meno di rimanere incantati da questo suono, arricchito anche da quello del violino della MacColl. Tra le canzoni più affascinanti di questo album non può mancare questa, ispirata ad una canzone del bardo Robert Burns. Staring At Stars richiama le sonorità dell’esordio della Sturgeon anche se la canzone è stata scritta da MacPherson. Ancora una volta l’unione delle due voci è perfetta e amplifica le sensazioni della canzone. La successiva The Road Not Taken prende in prestito le parole da una poesia di Robert Frost arricchendola con un accompagnamento musicale moderno e oscuro. Un’ode all’indecisione trasformata in una bella canzone folk, “Two roads diverged in a yellow wood, / And sorry I could not travel both / And be one traveler, long I stood / And looked down one as far as I could / To where it bent in the undergrowth“. MacPherson torna a cantare in I Sowed Some Seeds reinterpretando una canzone medievale. Un’altra bella canzone che racconta una storia d’amore, di abbandono da parte di un uomo che deve far fronte alle sue responsabilità. Slow Fields Of Home è ancora nelle mani di MacPherson. La sua voce si muove agilmente tra le note della melodia, in equilibrio tra tradizione e modernità. Chiude l’album la title track Undersong. Un finale che raccoglie quanto di buono sentito finora, dove melodia e ritmo si fondono. Le tre voci si uniscono, quasi a voler esprimere, anche attraverso i loro strumenti, il loro lavoro di squadra.

Chiudete tre musicisti e cantautori scozzesi in una chiesa abbandonata sulla piccola isola di Berensay, nelle Isole Ebridi e otterrete Undersong. Così ha preso forma questo album interamente realizzato da questi tre artisti, senza la partecipazione di altri musicisti. Salt House si conferma un progetto interessante dove la tradizione, non solo nei brani ma anche negli strumenti, si avvicina alla modernità portando con sé il fascino e la bellezza che la caratterizza. L’alternarsi delle voci, le melodie degli archi e l’uso di strumenti non convenzionali sono tutti ingredienti di un album che ci fa respirare la brezza delle coste scozzesi. Per convincervi che è vero, voi che leggete, vi basterà ascoltare (e vedere) Charmer qui sotto e tutto quello che ho scritto (qui sopra) saranno solo parole.

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Due cuori ribelli

Sono passati otto anni dall’esordio delle First Aid Kit, intitolato The Big Black And The Blue. Il successo lo hanno trovato però due anni dopo con The Lion’s Roar segnando, di fatto, una pietra miliare nel panorama folk di nuova generazione. Le sorelle Söderberg, Johanna e Klara, originarie della Svezia, hanno dato nuova linfa al country folk americano nella Vecchia Europa, spingendo altri giovani artisti a seguire le loro orme. A quattro anni di distanza dall’ultimo Stay Gold, che le vedeva alle prese con un sound più pop, le First Aid Kit hanno pubblicato lo scorso mese il nuovo album, intitolato Ruins. Un atteso e gradito ritorno che si preannunciava come decisivo per la crescita delle due sorelle e così è stato.

First Aid Kit
First Aid Kit

L’album inizia con Rebel Heart, un brano che ricalca lo stile unico delle First Aid Kit ma che allo stesso tempo introduce nuovi elementi nella loro musica. Unica costante l’inimitabile voce di Klara, “I don’t know what it is that makes me run / That makes me wanna shatter everything that I’ve done / Why do I keep dreaming of you? / Why do I keep dreaming of you? / Is it all because of my rebel heart?“. Il singolo It’s A Shame è una colorata cavalcata folk pop. Le due sorelle cantano all’unisono, dando vita ad una delle canzoni più godibili di questo album. Una riflessione sulla vita e sul passato, nella quale si intravede la sopraggiunta maturità del duo, “Tell me it’s okay / To live life this way / Sometimes I want you to stay / I know it’s a shame / Shame / Shame“. Spazio al romanticismo con la bella Fireworks. Johanna e Klara si alternano nel canto, intessendo un lento d’altri tempi. Una canzone malinconica e disperata, realizzata splendidamente, “I could have sworn, I saw fireworks / From your house, last night / As the lights flickered and they failed / I had it all figured out“. Con Postcard, le First Aid Kit ritornano al loro primo amore, il country folk. Un brano c’è cattura per la sua leggerezza e sincerità, con quella vena triste che dà quel qualcosa in più, “I wasn’t looking for trouble but trouble came / I wasn’t looking to change, I’ll never be the same / But that’s not what you make it, baby“. La ballata To Live A Life esprime tutta la forza della loro musica. Per quasi tutta la sua durata è accompagnata da una chitarra acustica che priva il brano di qualsiasi distrazione, lasciando spazio alla voce magnetica di Klara, “Well I’m just like my mother / We both love to run / Chase impossible things / Or unreachable dreams / Lie awake in the night / Thinking this can’t be right / But there is no other way / To live a life alone / I’m alone now“. My Wild Sweet Love le sorelle Söderberg ripropongono le trame delle loro canzoni migliori. Lo fanno senza ripetersi, forti di essere oramai una certezza è non più delle esordienti, “Will I know what this all means / When we’re a hazy memory / With all the colors of a dream / My wild sweet love / My wild sweet love“. Distant Star è un altro pezzo folk pop nelle loro corde. C’è come un scambio di luce ed oscurità nelle melodie di questa canzone, oltre alla consueta sintonia tra le due sorelle, “You’re a distant star / My darling you’re so far away / You were never meant to stay / I reached out to see / If you’re still here with me / Maybe we could have made it easy / Could we“. La title track Ruins è un brano sulle difficoltà dell’amore. Una canzone dalle melodie morbide e tristi nella quale si mescolano le due voci, “Ruins / All the things we built assured that they would last / Ending months ticket stubs, and written notes and photographs / Where are you and here somewhere I cannot go / I’m sorry / I am / But I don’t take it back“. Hem Of Her Dress è una canzone scritta di getto, ispirata dalla musica dei Neutral Milk Hotel. Le First Aid Kit sono riuscite a coglierne la spontaneità, tratto distintivo della band di Jeff Mangum, “So I am incomplete / So loud, and so discreet / You tried to pinpoint me / I guess that was your mistake / Too much whiskey / Too much honey, too much wine / I learned some things never heal with time“. Nothing Has To Be True chiude l’album con le consuete atmosfere accorate e intense. Una ballata rock, impreziosita dalle voci delle sorelle. Un testo maturo, una riflessione sulla vita, “Now I feel so far away / From the person I once was / I thought love was enough / You can tell yourself so many things / And nothing has to be true“.

Ruins è un album che guarda al futuro ma che lascia anche spazio al passato della band. Un album nel quale le due sorelle Söderberg si dimostrano donne, nei testi più maturi e nelle scelte musicali. Per questo album si sono circondati da musicisti del calibro di Peter Buck (R.E.M), Glen Kotche (Wilco), McKenzie Smith (Midlake) ed Eli Moore (LAKE). La voce di Klara appare più libera, meno rigida che in passato, meno in contrasto con quella della sorella Johanna. Ruins vede le First Aid Kit allontanarsi e riavvicinarsi, come un pianeta intorno al suo sole, al folk americano degli esordi. Nuove soluzioni musicali le spingono in territori più pop ma le melodie e l’anima di queste due ragazze resta legata al country. Ruins si candida come uno dei migliori di quest’anno, consigliato anche a chi non conosce ancora questo duo svedese.

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Come un treno

Qualche tempo fa il singolo High Time mi era fin da subito entrato in testa, facendo diventare questo Down Low uno degli album più attesi del mese di gennaio. Il debutto del cantautore americano Wes Youssi e la sua band The County Champs, lasciava presagire, ancor prima di ascoltarlo, di essere ricco di canzoni country. Un album che ripropone un country tradizionale, vecchia scuola, che ci trascina in paesaggi americani dove sfrecciamo enormi treni e le vecchie Cadillac viaggiano lungo strade deserte, passando davanti a tavole calde e fast food. Ma basta una manciata di canzoni a far pensare a tutto questo? Io credo proprio di sì.

Wes Youssi and The County Champs
Wes Youssi and The County Champs

Si comincia subito forte con Ready To Run. La voce di Wes Youssi è perfetta per questo genere di musica. Ruvida quanto basta, non è la voce di un ragazzino, è la voce di un uomo che ha qualcosa da raccontare. Segue la bella Cadillac Man, un rockabilly d’altri tempi. Youssi e la sua band fanno di tutti per farci ballare. Un balzo indietro nel tempo ma con una nuova energia. C’è posto anche per le ballate come Crazy Train. Il treno è usato come metafora di un amore che va avanti nonostante le difficoltà. Una canzone che svela l’altra faccia di questo album, quella meno spensierata, “So let’s save them troubles for tomorrow night / stay out late, drink some red wine, / leave our worries on paper dishes / and settle the score when the morning dew wakes us“. Ma è tempo di tornare in pista con Southbound Train. Sì, ancora un treno, ancora un country trascinante dal ritmo contagioso. Lo stesso vale per High Time. Era da tempo che non sentivo una canzone così orecchiabile che rimanesse in testa per settimane. Semplicemente irresistibile, merita un ascolto, “Think maybe it’s…. High time, I get some attention / They say the squeaky wheel is the one that gets mended / Facing…hard times, I can’t explain / A million little fires, running wild in my brain / and I’m so tired…can’t hear myself thinking / I’ll work this thing out lord, shouting & a’singing“. Con Some Of What We Used To Do si ritorna nei territori del country. C’è la voglia di rallentare, di prendersi il tempo per tornare ad essere romantici. Vivere lenti in mondo che va sempre più veloce. Green Dream contiene chiari riferimenti alla marijuana, tema non infrequente nelle canzoni country. Il buon Willie Nelson ne sa qualcosa. I Ain’t A Quitter è un’altra ballata country che scorre via, tra ritmi lenti e melodie di chitarra. Wes Youssi è nato per fare questa musica, la sua voce lo dimostra. La title track Down Low è un viaggio di bar in bar, annegando i pensieri nel whiskey. La triste ballata Everything’s Blue si trascina lenta lenta dove tutto è triste. Tra suoni di lap steel malinconici e violini, si muove la voce di Wes Youssi con una vena ancora più malinconica. Tra le mie preferite c’è sicuramente l’irresistibile Into A Bottle. Dimenticare una donna non è facile ma l’alcol può aiutare. Un trascinante honky-tonk tirato e orecchiabile. Volevate una prova del talento di questo cantautore e della sua band? Eccovi accontentati. Se non è abbastanza Champ Boogie rincara la dose. Una doppietta di canzoni che spazza via qualsiasi traccia di malinconia vi sia rimasta dalle canzoni precedenti, peccato solo che chiudano l’album.

Down Low ripercorre i più classici degli schemi del country e di tutte le sue derivazioni. Si mantiene strettamente legato alla tradizione degli anni ’60 e ’70 trasportando questa musica in una società diversa da quella di allora. Qui si tratta di tornare a qualcosa che forse non si è perso del tutto e artisti come Wes Youssi sanno cogliere e mettere in musica. Se cercate qualcosa di nuovo da ascoltare allora Down Low non fa per voi. Ma se solo per un attimo volete assaporare il gusto del buon country di una volta questo è il momento. Se ci fossero ancora i jukebox, Wes Youssi e i suoi The County Champs, non sfigurerebbero affatto. I tempi sono cambiati ma la musica sa continuare per la sua strada. Come un treno.

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Tempi bui

Sono passati cinque anni da quando scoprii la musica della band inglese To Kill A King con il loro EP My Crooked Saint. Nel corso degli anni la loro musica è cambiata ma ha mantenuto dei punti fermi. Proprio all’inizio di quest’anno, il gruppo capitanato da Ralph Pelleymounter, ha pubblicato l’album The Spiritual Dark Age, che segue To Kill A King del 2015. Questa band mi incuriosì fin da subito e in tutti questi anni i To Kill A King non hanno mai deluso. Dopo la svolta, meno folk, nel loro secondo album ero curioso di sapere quale strada avessero intrapreso. L’idea alla base dell’album è interessante ma sarà abbastanza? Per scoprirlo non resta che ascoltarlo.

To Kill A King
To Kill A King

Apre l’album la title track Spiritual Dark Age, nella quale ritroviamo i To Kill A King di qualche anno fa. In primo piano sempre la voce inimitabile di Pelleymounter che sciorina parole che si incastrano nella musica, “Oh, forget about love / Not a hand from above / It’s not just some dream / And there’s the rub / Just chemicals that flood brain / They’re writing poetry / About serotonin and dopamine / Welcome to the Spiritual Dark Age“. The Unspeakable Crimes Of Peter Popoff si affida a ritmi funky e bordate rock per raccontare la figura del telepredicatore americano Peter Popoff. Una delle canzoni più orecchiabili e accattivanti dell’album, “He’s like 6 foot tall, his congregation looks so small, oh / See that holy snarl, sweat runs down, his lips are narrow / When you gonna fight that hatred? When you gonna heed the call? / Will you know I’m out of patience? On your feet you know it’s on, oh“. Compassion Is A German Word ricalca le sonorità tipiche della band. Qui i nostri tirano fuori un bel indie rock nel quale immancabilmente spicca la voce di Pelleymounter che ripete ossessivamente la parola compassion, “Don’t be so arrogant / You ain’t no different to anyone I’ve met / We’re all the heroes in our own film / Or maybe the villain in someone else’s / The Ned Flanders to someone’s Homer / The Cobain to someone’s Courtney“. Cherry Blossom Falls gioca sul suono delle parole. Lo hanno fatto spesso in passato i To Kill A King, e lo fanno ancora. Un brano da canticchiare, interrogandosi sul suo significato, “I was in the wicked sea / Drowning not waving if you please / Oh / See how the cherry falls / See how it falls / See how the cherry falls / See how it falls“. La successiva No More Love Songs ci fa scivolare in un indie pop, dove le parole escono una dopo l’altra. Niente più canzoni d’amore, ci promette il buon Ralph, non che la sua band ne abbia fatte molte, “I ain’t gonna write no more love songs / Cause they will stay after you’re long gone / I ain’t gonna write no more love songs / Cause they will stay after you’re long gone / It’s a dangerous game to play“. Tra le canzoni che preferisco c’è la bella Oh, Joy. Un brano oscuro, più sommesso rispetto al resto dell’album. Si percepisce una sorta di tensione, riassunta, in poche parole, nel ritornello, “Oh love / Oh my joy / Hold me close / The dark is pressing in“. Il gruppo sfrutta il momento e rimane nel buio della notte con The Good Old Days. Una canzone che dimostra tutta la maturità artistica del gruppo nel saper dare forma alle emozioni, “The good old days / You forget the jokes but the laughs remain / You never slept but you dreamt you life away / I said your name / Just to feel it on my lips again / To see if it still felt the same“. Con The One With The Jackals tornano agli esordi. Un brano principalmente acustico, carico di immagini, dove le parole scandiscono il tempo. Bella nella sua semplicità, “Never have I seen two filthier jackals / Circling around the corpse not that it matters now / Stretching the coat as they try for size / Claiming the boots that once were mine“. Con I Used To Work Here, Perhaps You Did Too? la band dà un colpo di spugna e passa all’attacco. Un rock che è quasi un rap, un ritornello fulminante. I To Kill A King sono capaci anche di questo, “Now mother Mary, she’s a mother to six / But at this point in the evening she tends to forget it / She’ll lie with anybody but her love loss ex Jimmy ‘the rat’“. My God & Your God è un trascinante indie rock guidato dalle chitarre. Pelleymounter segue il ritmo e si lancia in una delle sue migliori performance, “But my God and your God they don’t get along / As miserable apart as they were as one / Oh, my God and your God they don’t get along / Chasing each other like the moon chase the sun“. Con Bar Fights la band si diverte e fa divertire. Forse il brano più apertamente rock dell’album, “Ham strung / There’s no getting out of here / Oh wait / Shift your grip upon your gun / God damn / Watch your lip that fighting talk / Gold dust / You go big or you go home“. Chiude l’album la ballata And Yet…, riflessione sulla vita e tempo che passa. Si gioca ancora con il suono delle parole, gioco reso più evidente da un finale quantomeno curioso, “Because the weight to make our way / To tick the boxes neatly placed / I call bullshit, you call bullshit / This fleeting wondrous life won’t fit“.

The Spiritual Dark Age riprende là dove il precedente To Kill A King finiva. Il distacco dal folk è avvenuto ma non completamente. Le tracce più acustiche stanno lì a dimostrarlo. Il resto dell’album è un buon mix tra alternative e indie rock che gira attorno alla voce inconfondibile Ralph Pelleymounter. Da non sottovalutare i testi, sempre intelligenti ed originali. Ogni canzone compone una sorta di concept album sui nostri tempi e le loro contraddizioni. The Spiritual Dark Age, insomma, è un album fatto sia di canzoni orecchiabili ma anche di tematiche su cui riflettere.

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Uno più uno fa due

Il nome di Nikki Lane mi era già stato consigliato tempo fa e lo scorso anno ho colto l’occasione di avere il suo secondo album All Or Nothin’, del 2014, gratuitamente in occasione della pubblicazione del singolo Highway Queen che anticipava l’album omonimo. Qualche ripetuto ascolto di All Or Nothin’ mi avevano dato una buona impressione di questa cantautrice americana ma per qualche motivo ho rimandato l’ascolto dell’album Highway Queen fino a poco tempo fa. Citato spesso come uno dei migliori album country del 2017, non poteva mancare alla mia collezione anche se con un anno di ritardo.

Nikki Lane
Nikki Lane

Si comincia con la roboante 700,000 Rednecks. La voce ruvida della Lane è la prima cosa che si nota nelle sue canzoni. Lo stile ‘sporco e cattivo’ sono nel DNA di quest’artista che ne ha fatto il suo marchio di fabbrica, “Seven hundred thousand rednecks / That’s what it takes to get to the top / Seven hundred thousand rednecks / No, there ain’t no one gonna make me stop“. La title track Highway Queen è un accattivante country rock che vuole essere un inno alla forza delle donne. Questa è una delle migliori canzoni di questo album, una canzone tesa e carica di sana rabbia, “Sixty thousand miles of blacktop / Countless broken hearts between / Winding lines of white that don’t stop / Livin’ the life of the Highway Queen“. In Lay Down viene fuori l’anima outlaw della Lane. Nella sua voce ci sono le sfumature di chi ne ha viste tante. Che sia vero o no, mi piace pensare che sia così, “I heard the news / They laid him in a black suit with flowers all around / The town is filled with strangers that love him still / They’ve come to see his burial ground“. Jackpot è una canzone irresistibile. Un orecchiabile country si srotola davanti a noi, esplodendo in un ritornello di pura energia. In un attimo saremo catapultati nelle stranianti luci di Las Vegas, “Viva Las Vegas, Atlantic City rendez-vous / Weekend in Reno, late night casino / I’ll go anywhere with you / Rollin’ down the Mississippi / Livin’ us a riverboat dream / Playin’ the wildcard, life ain’t been too hard / Since you ran away with me“. C’è spazio anche per le ballate nella musica di Nikki Lane. Ne è un esempio Companion. Anche le ragazze cattive hanno un cuore e cercano la loro metà, “Cause I’m gonna run when you call / And I won’t rest ‘til I fall / From the top of the hill to the bottom of a canyon / I wanna be your companion“. Ma è tempo di riprendere con il country vibrante di Big Mouth. La nostra ragazza non le manda certo a dire e il suo stile è irresistibile. Una delle migliori canzoni dell’album. Da ascoltare, “Oh, is this really small town? / Is that what we’re talking about? / Is that where this is coming from or is it just your big mouth?“. Quando il ritmo rallenta, viene fuori il lato più sentimentale della Lane come nel caso di Foolish Heart. Un brano che si allontana dalle sonorità country in senso stretto per abbracciare un rock classico e tipicamente americano, “Foolish heart, don’t let me down / Leave me broken in this town / Cause I’ve been gettin’ on just fine / Got no need to lose my mind“. Due cuori distanti sono l’ispirazione per Send The Sun. Una ballata country malinconica ma allo stesso tempo una delle più luminose dell’album, “Well, the night’s gone and oh, it’s hard to know what to say / You call me on the telephone, say you miss me most today / We’ll I’ll see you soon / Darlin’, we’re staring at the same moon“. Nikki Lane si spinge in territori più blues con Muddy Waters. Punto di forza sempre la sua voce ruvida ma calda che da ad ogni brano un sound unico ed inimitabile, “So tear your heart out, throw it all away / Cause it don’t matter, don’t matter what you say / Cause love’s for nothing, and pain is free / Give it away for something; give it away to me“. L’ultima canzone Forever Lasts Forever, una triste canzone d’amore. Un’interpretazione accorata ed intensa, che svela una volta per tutte il lato romantico di questa cantautrice, “And anyone could try to say we didn’t keep the vows we made / But they’d be lying / Cause we said ‘til death do us part and it was true / Cause my heart feels like it’s dying“.

Non saprei dire se Nikki Lane (al secolo Nicole Lane Frady) è un personaggio o è un’autentica ragazza country cresciuta troppo in fretta ma la definizione ‘First Lady of Outlaw Country’ le calza a pennello. Highway Queen è un album godibile dalla prima all’ultima nota dove l’energia del rock e i sentimenti del country si mescolano in un equilibrio che mantiene l’album in tensione costante. Indubbiamente gran parte del merito risiede nella voce all’apparenza consumata di questa cantautrice che è il veicolo di ciò che non si può cantare, non si può esprimere attraverso le parole. Sì, Highway Queen è un ottimo album country, il naturale seguito di All Or Nothin’, il terzo della carriera di una cantautrice tutta da scoprire.

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Una buona occasione

Prima che il nuovo anno, con le sue novità musicali, prenda il sopravvento su questo blog mi sembra giusto recuperare qualche uscita dello scorso anno che ho mancato di recensire. Tra queste c’è l’album Strata della cantante scozzese Siobhan Miller. Un album dalle tinte del folk tradizionale, rese ancora più magiche dalla sua voce morbida. Strata è suo secondo album da solista. In precedenza è stata la voce del gruppo Salt House nel album di debutto Lay Your Dark Low (anche questo è un album che ho ascoltato lo scorso anno) per poi essere sostituita da Jenny Sturgeon (al debutto solista con From The Skein) nel nuovo Undersong in uscita questo mese. Ebbene come avrete notato la musica chiama altra musica e Strata è arrivato così.

Siobhan Miller
Siobhan Miller

Si comincia con Banks Of Newfoundland brano tradizionale che racconta del lunghi viaggi in nave per raggiungere l’isola di Terranova. Una ballata dai tratti epici che ci fa subito innamorare della voce della Miller, “So we’ll rub her round and scrub her round / With holystone and sand, / And say farewell to the Virgin Rocks / On the Banks of the Newfoundland“. La successiva What You Do With What You’ve Got è una cover dell’originale di Si Kahn. Un canzone che invita a lottare per ciò che è giusto e sentirsi responsabili, “What’s the use of two good legs if you only run away / What’s the use of the finest voice if you’ve nothing good to say / What good is strength and muscle if you only push and shove / And what’s the use of two good ears if you can’t hear those you love“. One Too Many Mornings è un’altra cover questa volta di un brano di Bob Dylan, trasformata dalla Miller in una melodiosa ballata molto lontana dal country folk della coppia Cash-Dylan ma è stato fatto davvero un ottimo lavoro, “Down the street the dogs are barkin’ / And the day is a-gettin’ dark / As the night comes in a-fallin’ / The dogs’ll lose their bark / An’ the silent night will shatter / From the sounds inside my mind / Yes, I’m one too many mornings / And a thousand miles behind“. Pound A Week Rise canzone folk sul lavoro in miniera scritta dal cantautore scozzese Ed Pickford. Molto bella la versione riarrangiata di Siobhan Miller, “So it’s down you go, down below Jack / Where you never see the skies / And you’re working in you’re dungeon / For you’re pound a week rise“. The Unquiet Grave è una triste e malinconica ballata tradizionale. Una canzone poetica dove la voce della Miller è dolce e morbida. Una delle più belle dell’album, “I’ll do as much for my true love / As any young girl may, / I’ll sit and mourn all on his grave / For twelve months and a day“. Tra le mie preferite c’è sicuramente Thanksgiving Eve di Bob Franke. Un testo che loda la vita. Un’interpretazione eccezionale. Tutto perfetto dalla musica alla voce. Da ascoltare, “It’s so easy to dream of the days gone by / So hard to think of the times to come / And the grace to accept every moment as a gift / Is a gift that is given to some“. The Sun Shines High un altra ballata folk tradizionale che mette in mostra tutta la delicatezza e la melodia che c’è nella voce della Miller, “Oh, the sun shines high on yonder hill, / And low in yonder town / In the place where my love Johnny dwells, / The sun goes never down“. The Month Of January pesca ancora dalla tradizione, facendo affidamento sulle voce e provando qualcosa di originale per l’accompagnamento. La storia di una donna abbandonata nella neve di un freddo Gennaio, “For the taller that the palm tree grows, oh, the sweeter is the bark, / And the fairer that a young man speaks, oh, the falser is his heart. / Oh, he’ll kiss you and embrace you till he thinks he has you won; / Then he’ll go away and leave you all for some other one“. La successiva False, False è ancora una canzone tradizionale, sempre reinterpretata dalla Miller in un stile riconoscibile ed affascinante, “False, false, have you been to me, my love; / How often have you changed your mind. / But since you’ve laid your love on another fair one, / I’m afraid you’re no more mine“. Un altro classico è Bonny Light Horseman. Un amore che finisce a causa delle guerre napoleoniche. Una bella versione che si affida alla voce della Miller per rendere al meglio oltre ad un magnifico accompagnamento, “Oh, when Boney commanded all his troops for to stand, / He’s levelled his cannon all over the land, / He’s levelled his cannon for the victory to gain, / And he slew my light horseman from the wars coming home“. Per chiudere l’album ci si affida un pezzo forte come The Ramblin’ Rover di Andy M. Stewart. Una bella versione che la rende ancora più orecchiabile e piacevole da ascoltare e canticchiare, “Oh, there’re sober men in plenty, / And drunkards barely twenty, / There are men of over ninety / That have never yet kissed a girl. / But gie me a ramblin’ rover, / And fae Orkney down to Dover. / We will roam the country over / And together we’ll face the world“.

Strata di Siobhan Miller è un album composto da belle canzoni cantate e riarrangiate nel migliore dei modi. Se ci si vuole avvicinare al folk tradizione d’oltremanica questa è una buona occasione. L’approccio di Siobhan Miller ha dato nuova forza ai brani che ha reinterpretato, conservandone però intatta la poesia e il fascino. Strata è un’altra delle mie scoperte dello scorso anno che non potevo non condividere su questo blog. Un album da ascoltare tutto d’un fiato che ci permette di scoprire nuove canzoni e una cantante di sicuro talento.

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Bosco incantato

Sul finire dello scorso anno, un po’ a sorpresa, è uscito il terzo album delle The Staves, in collaborazione con yMusic, intitolato The Way Is Read. Le tre sorelle Staveley-Taylor hanno scelto questo sestetto di musica classica di New York su consiglio di Justin Vernon. L’originalità dei musicisti di yMusic e le voci delle The Staves ha prodotto un album che esce dai consueti schemi del trio inglesee dà vita più ad un progetto a sé stante che ad un vero e proprio terzo album. The Way Is Read ha catturato così la mia attenzione, consapevole di ascoltare qualcosa di diverso dal solito e più classico.

The Staves & yMusic
The Staves & yMusic

L’album si apre con Hopeless, dove le voci delle tre sorelle si uniscono nella consueta armonia, introducendoci nelle atmosfere dell’album. Per chi non le conoscesse queste sono le The Staves, “I’m hopeless in the morning / And helpless in the night / I’m hopeless in the morning / And helpless in the night“. Con la successiva Take Me Home facciamo la conoscenza degli yMusic. In un rincorrersi di archi e fiati si sprofonda in una sorta di bosco incantato. Musica e voci si fondono in un inseguimento senza sosta, dalle immagini nitide ed evocative, “If only I was younger, / wouldn’t be so old / If you should find me out / there could you take me home / Could you take me home, / could you take me home / Could you take me home“. C’è tutta la poesia delle The Staves in Trouble In My Mind. Qui la presenza yMusic appare più defilata ma non meno importante all’interno del brano. Un canzone di rara bellezza e purezza, “And you know it when it / Holds you under a wave / Cold and dying Moving in reverse, / slow motion I feel it, / t’s in my skin, / oh it’s in the heart of me“. Segue una versione breve di una composizione musicale già pubblicata da yMusic, intitolata Blanded Stance. Atmosfere rarefatte ed eteree che ci accompagnano al brano successivo. In All My Life prendono il sopravvento gli archi, che introducono il canto delle The Staves. Qui si ha una profonda fusione tra musica classica e un canto moderno, generando un brano originale e artistico, “Oh my life / Never seen the way in the light / Never known the heaven in night / Or the sound of the Northern Lights“. Lo stesso vale per Silent Side. Qui però la presenza di yMusic si limita ad accompagnare le tre voci delle The Staves che propongono un brano perfettamente nel loro stile impeccabile, “Only to go hungry, / only to go spare Starter poet, / looking for somewhere / I can feel you now, / you’re back it makes me weak / I could lay you down, / lay you down to sleep“. Con Year Of The Dog, gli yMusic reinterpretano una canzone di Sufjan Stevens. L’elettronica del cantautore americano lascia il posto ai fiati e archi del sestetto e le tre sorelle arricchiscono il tutto con le loro voci. Courting Is A Pleasure è fondata sull’armonia delle voci, inframezzate da straordinarie melodie di archi. Una delle canzoni più poetiche e magiche dell’album, “Never marry a fair young maid / With a dark and a roving eye / Just you kiss her / and you embrace her / Never tell her the reasons why“. All The Times You Prayed ci riporta alle sonorità più folk degli esordi delle The Staves. Il canto va ad unirsi alla musica classica della band. Ancora una canzone delicata e poetica, “Here again but who / to sing to now / You’re so far away / Tell me all the times you prayed / Tell me all the times you prayed“. La bella Appetite ha un piglio più pop ed è una delle più orecchiabili dell’album. Una canzone che va idealmente a legarsi alla precedente, quasi ne fosse una continuazione, “I’ve got an appetite / (I’ve got an appetite) / Keeps me up in the night / (Tell me all the times you prayed) / I can never leave alone“. Si prosegue sulla stessa onda con Spring Of Thyme. Archi e fiati tratteggiano lo sfondo sul quale aleggiano le tre voci delle sorelle, “Once I had a sprig of thyme / It grew both night and day / ‘Till a false young man came / a’courting to me / And he stole all my thyme away“. La conclusiva The Way Is Read è un coinvolgente brano, che chiude in corsa così come la prima traccia apriva questo album, “I see you in the silence / Sailors on a frozen sea / Heaven’s arms to sunder me / Falling on the night / Sailors on a frozen sea / Away, away, away / Under the starry sight / Under the wayward night / Under the Northern Lights“.

La collaborazione tra le The Staves e yMusic ha dato vita ad un album particolare e interessante. Un album dove folk e musica classica si uniscono, trovando i giusti appigli attraverso le voci delle sorelle Staveley-Taylor. The Way Is Read è per certi versi un album ambizioso che non merita ascolti distratti e questo è raro oggigiorno. Ogni canzone al suo interno è come una storia sola, e alcune di esse contengono riferimenti alle altre. I testi sono sfuggenti e affascinanti ma qui è la musica a fare la differenza. Il sestetto yMusic ha un’impronta capace di dare magia alle canzoni, come le scenografie su un palcoscenico. The Way Is Read non è un album convenzionale ma saprà affascinarvi come pochi altri.

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