Mi ritorni in mente, ep. 45

Questa rubrica si sta trasformando in un buon modo per farvi conoscere qualche uscita dello scorso anno e che non ho riportato in questo blog. La musica e gli artisti sono per me un po’ come le ciliegie, una tira l’altra e più ascolto, esploro e conosco e più mi ritrovo sommerso da titoli, nomi, album ecc. La cosa mi piace e le nuove uscite scandiscono le mie settimane. E poi ci sono giornate come oggi che mi dedico a qualche acquisto (sì, io gli album li compro ancora) e così finisco per aggiungere altra musica più o meno nuova alla mia collezione. Gli album e le canzoni passano uno dopo l’altro nelle mie orecchie e spesso più velocemente di quanto riesca a scriverne su questo blog. Ma non voglio lasciare indietro nessuno e questa è una buona occasione per recuperare senza troppo impegno.

Attratto fin da subito dal singolo Desdemona non ho potuto resistere ad continuare l’ascolto delle canzoni della giovane cantautrice americana Andrea von Kampen. Il suo EP intitolato per l’appunto Desdemona è una raccolta di cinque canzoni dalle sonorità folk americane sulle quali spicca la title track. Si passa dalla più fresca e spensierata Two Stupid Kids alla ballate romantiche come Let Me Down Easy. Voce morbida e un’ottima abilità nello scrivere canzoni, come dimostrato in Dink’s Song, sono le caratteristiche principali, nonché i punti di forza, di Andrea von Kampen. Non mi resta che aspettare il suo album d’esordio, la forma sotto la quale preferisco ascoltare un nuovo artista.

Crocevia

C’è ancora tempo per scoprire musica nuova andandola a cercare tra gli album dell’anno passato. Io ascolto e mi segno, metto in wishlist, qualsiasi cosa mi incuriosisca. Poi quando è il momento vado a recuperare qualche album tra questi. Bound è stato pubblicato lo scorso novembre ed è il frutto della collaborazione di due artiste di stanza a Glasgow, Jenn Butterwoth e Laura-Beth Salter. Entrambe attive da tempo nella scena folk britannica, hanno deciso di unire le forze e le capacità in questo progetto. Jenn alla chitarra e Laura-Beth al mandolino, formano una coppia dalle caratteristiche interessanti che, fin dalle prime note di questo album di esordio insieme, invoglia all’ascolto e alla scoperta della loro musica.

Jenn & Laura-Beth
Jenn & Laura-Beth

Si comincia con Let The Sun Shine Down On Me / Than Hall’s e si tratta di riarrangiamento di una classico di Jean Ritchie ma con la musica originale della Salter. Il mandolino ha un suono unico e riconoscibile che dà sempre nuova vita alle canzoni quando è ben sfruttato, come in questo caso. Lo stesso vale per la strumentale Shine. Un brano luminoso e carico di buone sensazioni. Un perfetto sottofondo per questa primavera che volge all’estate, che ha il potere che scacciare i pensieri. Da ascoltare. The Braver One richiama le sonorità di un folk più contemporaneo e carico di significato. Chitarra e mandolino si mescolano alla perfezione creando un’atmosfera scura e forte. La successiva Wings On My Heels è una cover di una canzone di Boo Hewerdine. Una bella canzone dai tratti pop allietati dalla voce cristallina della Butterworth. La strumentale 1,2,3,4 / Joseph Salter’s è un altro brano strumentale diviso in due parti, la prima scritta dalla Butterwoth e la seconda dalla Salter. Entrambe orecchiabili, che traggono ispirazione dalla tradizione ma con un interessante piglio moderno, veloce e tirato. Una delle canzoni che preferisco di questo album è sicuramente The Great Divide. Si tratta di un cover della cantautrice americana Kate Wolf, cantata dalla Salter e sempre accompagnata dalla chitarra acustica e dal mandolino, i due strumenti musicali caratteristici del duo. Rispetto al brano originale, questo accompagnamento, dà alla canzone un impronta più british e meno americana ma sua la purezza e la poesia si conservano intatte. Apple At The Crossroads / Elzwick’s Farewell è uno brano strumentale composto in due parti, la prima è del musicista scozzese Calum MacCrimmon, la seconda è una musica tradizionale. Segue a ruota, If I Had A Lover / The Belle Of The Ball, una canzone del cantautore scozzese Bert Jansch, arricchita dalla musica originale della Butterworth. Un’ottima reinterpretazione che esprime al meglio il talento di queste due ragazze, unite dalla passione per la musica. There Is A Time è anche questa una cover di un classico dei The Dillards, band bluegrass americana. Jenn & Laura-Beth rallentano il ritmo e la portano nei territori del folk dall’altra parte dell’oceano. Quasi un’altra canzone, rinata sotto una nuova forma. Hasse’s A / 32 Bars Of Filth è un altro brano strumentale, sempre in due parti. La prima degli svedesi Väsen e a seguire un pezzo scritto da Luke Plumb dei Shooglenifty. Chiude l’album Come To Jesus, cover della cantautrice americana Mindy Smith. Le sonorità country dell’originale vengono rimpiazzate da quelle più folk del duo. Il risultato però è un buon mix tra le due, dimostrando ancora una volta la bravura di queste due artiste.

Bound è lo straordinario prodotto della collaborazione tra due artiste che propongono una serie di canzoni completamente rivisitate, intervallate da brani strumentali originali e non. Ogni scelta di questo album, dimostra la grande ricerca musicale che questo duo ha saputo fare in Bound. Jenn Butterwoth e Laura-Beth Salter hanno dato alla luce un coinvolgente viaggio nella musica folk, mescolando con attenzione modernità e tradizione. Una collaborazione, questa, che spero non rimanga isolata, non solo per il piacere di ascoltare la loro musica ma anche per scoprire nuovi artisti e nuove canzoni, come è successo con questo album.

 

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Senza volto

Quando scopro un nuovo artista, mi piace cercare qualche informazione su di lui. Al giorno d’oggi è piuttosto facile farlo attraverso internet, Wikipedia o i social network. Ma nel caso di Rob Reid è stato praticamente impossibile. Avevo aggiunto il suo EP Paradise alla mia wishlist di Bandcamp e qualche giorno fa è entrato nella mia collezione. Paradise è stato pubblicato l’anno scorso e mi ha subito attirato per il suo bel sound americano. Rob Reid è un cantautore canadese e questo è il suo debutto. Si può scoprire qualcosa in più sul suo sito ufficiale e poco o nulla nella sua pagina Facebook. Non una sua foto o interviste. Interessante di questi tempi, no? Ci sono solo otto canzoni che parlano per lui. Nient’altro.

Si inizia con la rockeggiante Paradise. Le chitarre hanno un suono famigliare, confortevole. La voce di Reid è perfetta per queste canzoni, questo classico rock americano. Un inizio irresistibile che ci spinge a proseguire nell’ascolto di questo EP. Più folk e distesa, la successiva Honest Monday. Come da titolo è una canzone sincera, dall’apparenza spontanea, che si risolve in meno di due minuti. Niente male. Roll On è orecchiabile e solitaria. Rob Reid sembra avere tanto da raccontare e sa farlo con una semplicità e maturità invidiabili. Così come riesce a fare con la successiva Devil’s Shoulder. Un folk americano oscuro e desolato, che cresce tra contaminazioni blues. Nulla di nuovo ma quello che conta è ciò che questa canzone riesce a trasmettere. Lo fa attraverso la via più semplice e sicura. Un’altra ballata country come Erin’s Song (Guiding Light) continua a farci viaggiare in territori conosciuti e famigliari. Rob Reid duetta con una voce femminile che (ahimè) non sono riuscito a scoprire a chi appartiene. Un altro piccolo mistero che si aggiunge al quadro. Don’t Mean To Confuse You, a dispetto del titolo, confonde con le sue chitarre a briglia sciolta. Reid si rivela un rocker abile molto differente da quello ascoltato finora. Il ritmo è tirato e le parole escono veloci come un treno nel deserto. Colpisce nel segno. Dust And Decay è una splendida ballata country malinconica. Lo stile è collaudato ma supportato dalla voce carismatica del cantautore canadese. Ancora la chitarra è protagonista, come potrebbe essere altrimenti? All My Friends è un’altra trasformazione di Reid, che chiude questo suo EP con ironia e ritmo. Un country ballabile da fine serata, un buon modo per salutare gli amici.

Paradise è un bignami del folk rock americano. C’è un po’ di tutto. Rob Reid è un buon ambasciatore in terra canadese del rock a stelle e strisce. La scrittura è matura e fa pensare ad un debutto tardivo. Con queste canzoni forse abbiamo conosciuto Rob più di quanto possa fare una fotografia o un profilo social. In un mondo, anche quello musicale, dove apparire è diventato fondamentale, Rob Reid ha scelto di rimanere in una sorta di anonimato e non mi stupirei affatto se il suo fosse solo un nome d’arte. Paradise, in definitiva è un veloce viaggio nel paese del country, in compagnia di un amico un po’ schivo ma sincero.

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Vivere uccide

Questo album è uscito circa un anno fa ma solo in queste settimane ho scelto di ascoltarlo per intero, dopo qualche assaggio qua e là. New City Blues segna l’esordio della cantautrice americana e figlia d’arte Aubrie Sellers. Basta qualche ascolto di alcune sue canzoni per rimanere attratti dal suo mix country rock e blues carico di energia e sentimento. Fin da subito si intuisce che le premesse per un album da ascoltare a rotazione ci sono tutte. Cercavo un album che vibrasse di chitarre rock e Aubrie Sellers è arrivata nel momento giusto, con il suo stile un po’ dark e misterioso.

Aubrie Sellers
Aubrie Sellers

Si parte bene con la trascinante Light Of Day. La voce della Sellers è affascinate e dà alla canzone quel qualcosa in più, muovendosi tra il ritmo della batteria e le chitarre. Un inizio rock che ci attrae verso il resto dell’album, “Running out of time / Running out of gas / Lucky as a mirror with a broken glass / Now I know what they mean when they say / Sure gets dark before the light of day“. L’irresistibile blues rock di Sit Here And Cry è un singolo perfetto. Orecchiabile e accattivante, una canzone bella energica ha tutto il sapore del buon rock a stelle e strisce. Aubrie Seller dimostra di saperci fare, “Better tell the boss I can’t come in / At least not until you love me again / Mommy’s gonna get a little bit tired / But it’s okay, it’s alright / It don’t take a whole lot of cash / To sit here and cry til you come back“. La successiva Paper Doll è un vibrante rock, che anche se non brilla di originalità e comunque ben confezionato. La Sellers ci mette tanta buona energia e il resto della band la segue in un’esplosione di chitarre, “All you are is a paper doll / Cardboard cutout / Just like all the rest of them / That don’t know how to stand out / From that one-trick crowd / Oh you’re just a paper doll, doll / Dressing up / Go put on your cheap makeup“. L’altra faccia della Sellers, più country e malinconica inizia a venire fuori con Losing Ground. La sua voce è dolce e ferma, la musica è perfetta, ogni cosa è al suo posto. Da ascoltare, “Guess you could say I’m getting used to it / One day I’m fine the next I’m in a ditch / But I’m not crazy / I’m just losing ground“. Magazines è una brillante e ironica canzone sulle notizie sensazionali delle riviste. Un bel ritmo e la consueta orecchiabilità, rendono questo brano uno dei più piacevoli da ascoltare di questo esordio, “How to lose twenty-five pounds today / How to make a million the easy way / Forty-five is the new eighteen / Read all about it in a magazine“. Segue il pop rock incalzante di Dreaming in The Day che si illumina con la voce della Sellers. Una canzone spensierata e sognante come da titolo che anche questa volta fa centro, “Last night, no it didn’t stop with the sunshine / Find myself sitting at a green light / My mind and that song play / Got me dreaming in the day / Dreaming in the day“. Liar Liar è una delle canzoni che preferisco di questo album. Oscura e affascinante con un traccia di rabbia. La voce della Sellers è conturbante e dà alla canzone una sfumatura particolare, “Liar, liar / Womanizer / Bargain bin / Romanticizer / Spin your web just like a spider does / Pants on fire / Flames get higher / Liar, liar“. Il lato più dolce e romantico viene fuori con Humming Song, che conferma il talento di questa cantautrice, capace di plasmare il suo stile in differenti canzoni, “You’d like to send her a letter but you know better / So you just flow without / I pick up up and read em when you’re not home / Singing“. Si ritorna al blues rock con Just To Be With You. Di nuovo le chitarre reclamano il loro spazio e Aubrie le insegue. Canzoni come questa sono l’anima dell’album e sono sempre interpretate con una carica giusta e coinvolgente, “I was walking by brand new dealer lots / So i hopped in a car and I wired it hot / I’m running 90 and if I get caught guess / I’ll tell the judge that I did it all just to be with you / Just to be with you just to be with you“. Aubrie Seller tira il freno a mano con la ballata rock People Talking. Una bella melodia ed un altrettanto bel ritornello si uniscono a creare una canzone davvero piacevole da ascoltare, “People talking never make a sound / My ears only burn when they’re not around / Go on believing what am I to do / It’s only people talking it’s not true“. La successiva Something Special è la più romantica dell’album. La voce della Sellers si fa dolce ed elegante come mai prima. Un testo che evoca immagini semplici ma che trasmettono serenità e amore. Ben fatto, “We could go down to the lake / Throw off our shoes / Jump into the water like there’s nothing to lose / Sky don’t get no bluer, love don’t get no truer than this / Then you could wrap me in a blanket / And steal a kiss“. Loveless Rolling Stone torna alle chitarre rock che caratterizzano questo album. Aubrie Sellers ancora una volta, insieme alla sua band, fa un ottimo lavoro confezionando un brano davvero molto buono, “I still taste the sweetness of your kiss / Like honeysuckle on a springtime vine / It’s true that you still have me / The road reminds me all the time / That once / I even called you mine“. Si prosegue con Like The Rain che ricalca le melodie più morbide del country americano. Sonorità malinconiche e una voce delicata, ci cullano tra le loro braccia sicure. Niente di più, niente di meno, “He’s like the rain / A beautiful storm that washes me away / And I could move on / But I just sit and wait for better weather / When everybody says he’ll never change / ‘Cause he’s like the rain“. Si chiude con Living Is Killing Me, country rock tirato e travolgente. Aubrie Sellers finisce così come aveva aperto questo album e confermando, una volta di più, di avere un’anima rock, “Walking home the street is broken / Clouds of smoke leaving me choking / Oh saint people please save a place for me / Cause living is killing me / Living is killing me“. Si aggiungono come bonus tracks la dolce e malinconica In My Room dei Beach Boys e un’altra bella cover, The Way I Feel Inside degli The Zombies.

New City Blues è a tutti gli effetti un buon esordio, che mescola sonorità rock, country e blues riuscendo ad alternare momenti di energia e di rabbia, ad altri più dolci e riflessivi. Aubrie Sellers prova a dare uno stile tutto suo alle canzoni e a volte di riesce soprattutto grazie alla sua voce, altre volte meno ma in esordio tutto è perdonato. New City Blues è un album da ascoltare magari in viaggio, in grado di ricaricare quelle batterie che ognuno ha dentro. Aubrie Sellers è sicuramente un’artista da seguire in futuro che ha nelle sfumature blues della sua voce il suo segreto e la sua forza.

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Come ladri nella notte

Dietro il nome Folk Is People si nasconde la cantautrice americana Stacey Bennett e il suo gruppo che mi hanno incuriosito, tempo fa, con la canzone Crocodile. Un folk rock irresistibile e carico di energia. Io, come al solito, non riesco a limitarmi ad una sola canzone e fortunatamente i Folk Is People hanno pubblicato lo scorso anno il loro album d’esordio intitolato The Devil Always Comes. Non potevo lasciarmi scappare l’occasione di ascoltare questo album considerando il fatto che contiene tutti gli ingredienti che preferisco: una cantautrice, folk rock, indie rock, una manciata di USA e il caro vecchio banjo.

Stacey Bennett
Stacey Bennett

Ed è proprio Crocodile ad aprire l’album. Un travolgente mix di ritmo e melodia guidato dalla voce della Bennett. Un concentrato di energia alla quale è impossibile rimanere indifferenti. Una delle migliori canzoni dell’album, “With shovel and brick / You tore into sarcophagus and pulled me to my feet / The connotation lies within frame of mind / You sent your spell, broke me from my hell / And stole me into paradise“. La successiva Pyramids è un bel pezzo indie rock di forte impatto che mette in mostra tutta la capacità di songwriting della Bennett. Il ritornello è orecchiabile e accattivante, cosa chiedere di meglio? “All your thoughts were pyramids / And all your friends were pharmacists / Like what was never is…but it’s now / Of dial tones, a reluctant past those ghosts keep calling back / And you’re anchored now without slack and sinking“. Bury Me In Viriginia cavalca le origini americane del gruppo. Perfetto come singolo, trascinante e facile da canticchiare. L’ultimo desiderio di una cantautrice in un brano tutt’altro che triste, “I don’t want to but when I die bury me in Virginia / When I’m gone and it all goes black / Sing my songs like they were meant for you / They were meant for you!“. In Bloodletting sente un banjo che detta il ritmo di un folk rock irresistibile. Tre minuti che incredibilmente sembrano durare meno, sarà la musica, sarà il canto, chissà, “I feel the sidewalk pushing against my feet / I count to ten and start again trying not to think / Of the mattress we shared on your apartment floor / Where I closed my eyes and realized / Baby, I loved you more“. Savoiur ha un testo originale, cantato dalla Bennett con bravura e carisma. Parole semplici e dirette, che colpiscono come una pistola. Da ascoltare, “I don’t need a savior cuz I’ve got a gun / And I don’t wanna think of all the bad things I’ve done / Like when I do, it’s what I do that’s nothing to you / So I’ll sit upon this shelf cuz I got nothing to prove, do you?“. La title track The Devil Always Come è una ballata che rallenta la marcia iniziata dalle canzoni precedenti. Stacey Bennett dimostra di avere una lato più sensibile e folk nel quale può continuare ad esprimersi con la consueta energia, “I was a child, I was free / And I fought to believe that we are infinite / But we aren’t all poets / We are all lies / And the devil always comes to my side“. Lo stesso si può dire della bella City In The Window dove si sente la sintonia tra Stacey Bennett, autrice di tutti le canzoni, e la sua band. Un’altra canzone orecchiabile ma tutt’altro che banale, “Your heart moves in two directions / Your eyes always on the moon / Your life spills in one dimension / But the city in the window never changes shape“. Con Oh! Nola si ritorna al rock tirato, sorretto dalle chitarre che nel finale rallenta trovando il suo compimento. Una canzone di un amore disperato, “We fled into the bars under blood moonAnd hash tagged scars / Enraged by politics, the placement of planes, their intersections / I opened my eyes, “Baby I’m in love with you!” / My head on your chest, the air mattress, this spinning room / Oh! Nola don’t break me now“. Ancora più rock con Tidal Wave. Da fan dei R.E.M., quale sono, non ho potuto fare a meno di notare l’influenza che questo gruppo può aver avuto in questa canzone. Si sente l’impronta del southern rock degli inizi di Stipe e soci, “Forged in my new skin / I begin pretend sunken eyes like ships forgotten amidst the sea as it spits and sways / Of kerosene, a sick machine, a wakeup call that ends in dream“. All The Tiny Parts è una dimostrazione di talento da parte della Bennett che incastra alla perfezione musica e parole. Un altro punto a suo favore, “So call the cops if you want to but don’t believe in accidents / You’re not sick and you’re not dying / Leave the light on, don’t go back to bed / Solace they scream, make me believe / I walked on fire for you / So let me be, should I concede? / I sank the line for you“. Chiude la splendida ballata The Siren Song. La voce della Bennett si rivela versatile e, come ho già scritto, carismatica. Anche il testo di questo brano è carico di immagini vivide condensate in poco più di due minuti, “The sirens sing a song of sex / A tale of death, port wine pouring from her decks / With gunpowder, a coward’s hex / Burn the wench, she’s derelict!“.

The Devil Always Comes si è rivelato una sorpresa al di sopra delle mie aspettative. Stacey Bennett esprime una maturità invidiabile per un esordio ed è ben supportata dalla sua band. Folk Is People è un progetto interessante sopratutto perché con questo album dimostra di saper affrontare tutte le sfumature della musica folk e rock americana. La lunghezza di una album può dire tutto e niente di sé ma in questo caso, i suoi trenta minuti abbondanti significano solo una cosa: idee chiare e la volontà di essere diretti e sinceri. E non si può negare che i Folk Is People ci siano riusciti.

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Nel giardino segreto

Da tempo seguivo con interesse la musica di Amy Goddard, cantautrice gallese, che mi ha catturato grazie al suo folk delicato, d’altri tempi. Il suo secondo album intitolato Secret Garden è stato pubblicato lo scorso anno e raccoglie quattordici canzoni di rara bellezza e sensibilità. La mia scoperta del mondo del folk oramai prosegue senza sosta e ogni volta mi avvicino sempre di più alla sua forma più pura e incontaminata. Il folk anglosassone mi affascina perché evoca luoghi e storie che da sempre attirano la mia attenzione. Amy Goddard riesce, con la sua musica, a fare questa magia. Perché, in fondo, di magia si tratta.

Amy Goddard
Amy Goddard

Words Of Sweet Music apre l’album e raccoglie le caratteristiche di questa cantautrice. La chitarra tesse la trama della melodia e la voce completa l’opera. Amy Goddard ha una voce delicata, quasi sussurrata. Un piacere ascoltarla. Anche la successiva Alright Again ha le stesse caratteristiche ma un piglio più disteso anche se affronta il tema della depressione. Il canto della Goddard è davvero incantevole e irresistibile. Una delle migliori canzoni dell’album. La title track Secret Garden ha un fascino del tutto particolare. Il suono gentile della chitarra e la voce della Goddard si uniscono dando vita ad una canzone straordinariamente vivida ed emozionante. La successiva Gladdie è ispirata dalle lettere inviate dalla trincea alla bisnonna di Amy. Una canzone sospesa nel tempo, dal buon sapore delle cose buone del passato, “Gladdie I’m longing to see you, / And to hold your small hand close in mine. / Gladdie I just can’t wait to see you. / Keep the home fires burning and bright, / Keep them burning by day and by night“. Segue New Day che ci culla con la sua melodia incantevole e la voce che va completare la magia. Un’altra canzone di straordinaria sensibilità, frutto del talento di questa ragazza. Jessie’s Song è una ballata folk ispirata dalla una frase di Emily Dickinson, “I cani sono migliori degli esseri umani perché sanno ma non dicono”. Una canzone carica di gioia e serenità. Una canzone nel perfetto stile di questa cantautrice. Con The Highwayman si cambia registro. L’atmosfera è più cupa e triste ma riserva quel fascino indescrivibile, se non attraverso la musica e le parole come poesia. Si tratta infatti di un adattamento del poema omonimo di Alfred Noyes. The Rhythm Of The Road ha il potere di portati altrove. Poche canzoni ci riescono ma questa è sicuramente una di queste. Amy Goddard dà dimostrazione del suo talento. La successiva Miner’s Lullaby è una cover di una canzone del cantautore americano Bruce ‘Utah’ Phillips. Non nascondo che è una delle canzoni che preferisco di questo album, “Husband, sleep, lay your head back and dream / A slow fallen leaf borne down to the stream / Then carried away on the wings of morphine / Homeward far over the sea“. Stargazing è un altro piccolo gioiellino di questa cantautrice. Una canzone delicata e sognante che vuole esprime tutta la bellezza della natura. The Maiden’s Leap è un bel brano folk ispirato ad una leggenda legata al castello di Perthshire. Ascoltare canzoni folk legate alle leggende e alla tradizione ha sempre un significato speciale. Nella bella Near The Sea si sente quella particolare caratteristica calmante del mare, in questo caso dell’oceano. Amy Goddard riesce a cogliere al meglio questa sensazione, trasformandola in musica. Così come in Light Beyond The Clouds che conferma tutta la sensibilità di questa artista. Chiude l’album la cover della celebre Dancing In The Dark di Bruce Springsteen nello stile della Goddard. Una bella cover di un’altrettanto bella canzone.

Amy Goddard in questo Secret Garden ci porta per quasi un’ora in questo giardino segreto dove lo scorrere del tempo sembra essersi fermato. Dove la musica folk è legata al passato quanto al presente, perché è senza tempo. La chitarra di Amy è la sua compagna fedele dalla quale escono melodie cariche di fascino e significato. Secret Garden è un album da ascoltare per intero, sgombrando la mente e lasciandosi trasportare. Il ritratto che ne esce è quello di una cantautrice ancora in grado di sorprendersi e di apprezzare le piccole cose. Per chi come me ama la tranquillità e la solitudine, questo album rappresenta una perfetta colonna sonora.

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La lista dei desideri

Nelle mie frequenti scorribande su Bandcamp finisco sempre per mettere in wishlist tutto ciò che ad un primo ascolto mi incuriosisce. Succede così che mi ritrovo 150 album in questa sconfinata lista dei desideri. Quando voglio ascoltare qualcosa di nuovo non resta che pescare qualcosa da lì. Così è successo per questo EP intitolato Beginnings della cantautrice scozzese Hannah Rarity. Mi è bastato ascoltare una bella rivisitazione di Miller Tea My Trade che sono subito stato abbagliato dalla voce di quest’artista che è finita dritta in quella vasta wishlist. In questi anni non sono tanti quelli che sono usciti dalla lista, Hannah e il suo sorriso ce l’hanno fatta.

Hannah Rarity
Hannah Rarity

Si comincia con Anna’s Lullaby, canzone originale che, come da titolo, è una ninnananna. La voce melodiosa della Rarity è pura e deliziosa. Una di quelle canzoni perfette da ascoltare in assoluto silenzio, al buio, magari proprio prima di dormire, “Me oh my, I love you so, / Hurts my heart to leave you, / Though I know come the morning light, / We’ll be back together“. La successiva Erin Go Bragh è una canzone tradizionale irlandese. Il folk anglosassone ha un fascino tutto suo e in questa canzone c’è quello che intendo. Non chiedo altro, “My name’s Duncan Campbell from the shire of Argyll / I’ve travelled this country the many’s the mile / I’ve travelled through Ireland, Scotland and all / And the name I go under’s bold Erin-go-bragh“. Where Are You Tonight (I Wonder)? è una bella versione di una canzone di Andy M Stewart, cantautore scozzese recentemente scomparso. Ho ascoltato anche la versione originale. Bello scoprire e conoscere nuova musica anche attraverso le cover, “I look through my window at a world filled with strangers / The face in my mirror is the one face I know / You have taken all that’s in me, so my heart is in no danger / My heart is in no danger, but I’d still like to know“.  Miller Tea My Trade merita ben più di un ascolto. Bellissimo l’accompagnamento musicale che si sposa perfettamente con la straordinaria voce della Rarity. Queste canzoni ti fanno viaggiare nel tempo, o forse succede solo a me. Comunque sia non importa, a me piace, “I am a miller tae my trade, and that sae weel ye ken, O, / I am a miller tae my trade, and that sae weel ye ken, O. / I am a miller tae my trade, aye, and mony a sack o’ meal I’ve made / And mony a lassie I hae laid at the back o’ the sacks o’ meal, O“. Con Stevenson’s si possono apprezzare ancora meglio le doti vocali della Rarity. Un piacevole ascolto, puro e cristallino, “I will grow you a garden, plant it with seeds, / We’ll bask in its colour and banish all weeds, / And when summer is over and winter is here, / By the warm fireside I’ll be waiting, my dear“. Chiude l’EP un’altra cover di un classico come Pretty Saro con quella purezza e delicatezza che sono le buone canzoni folk sanno trasmettere, “If I were a merchant and could write a fine hand, / I’d write my love a letter that she’d understand, / I’d write it by a river where the waters o’erflow, / And I’d dream of Pretty Saro wherever I go“.

Beginnings è un EP che si poggia sulla voce di Hannah Rarity e mi fa avvicinare ancora di più a quel folk che negli ultimi anni mi sta affascinando sempre di più. È un genere che ha il potere di portarti altrove, in qualche remoto angolino della storia, come sanno fare i buoni libri. Questo EP di sei canzoni da un assaggio del talento di quest’artista che continuerò a seguire, anche solo per poter, ancora una volta, tornare indietro nel tempo, fosse solo anche per pochi minuti. Intanto se avete tre minuti da spendere, fatelo con questa bella versione di Miller Tea My Trade.

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