Un po’ di tempo insieme

Ormai l’estate sembra essere arrivata e già si sente il bisogno di prendersi qualche giorno di ferie ma, almeno per me, c’è ancora da aspettare. Sono finiti i bei tempi della scuola, ahimè. Ma c’è sempre la possibilità di prendersi un momento di pausa se vogliamo, allora perchè non farlo ascoltando un po’ di musica? In queste ultime settimane mi sono dedicato a diversi album ed EP ma il tempo per scrivere su questo blog è quello che è, quindi mi sono dato delle priorità. Questa volta è il turno di Between River And Railway, album d’esordio solista per la cantautrice scozzese Claire Hastings, composto da brani tradizionali e originali. Fin dal primo ascolto rimarrete affascinati dalle atmosfere folk di questo album davvero sorprendente.

Claire Hastings
Claire Hastings

The House At Rosehill è l’ottimo brano di apertura. La Hastings ci cattura subito con la sua voce e il forte accento scozzese. Una canzone dai toni familiari e un pizzico di nostalgia, il tutto accompagnato dalla melodia dell’ukulele, “My great grandfather he worked on the land / Between river and railway with horse and by hand / A son and a grandson were eager to follow / They all called it home for a life of tomorrows / I remember it still, the house at Rosehill“. Segue la ballata folk The Bothy Lads nella quale rieccheggia un violino che ci trasporta là nelle lontane terre scozzesi. Potere della musica, “For they’re awfy lads the bothy lads / Gin they get what they’re seekin / They’ll pack a kist an they’ll gang an enlist / An’ leave the lassies greetin“. C’è spazio anche per canzoni più tristi, come Son Of No One che prova ad allontanarsi dalle caratteristiche del folk tradizionale a favore di un piglio più vicino al folk di nuova generazione. Un’ottima prova, “I am the son of no one / There are others just the same / Past memories are tainted / By poverty and pain / No loved ones for to speak of / Only shadows that remain / Still I’m waiting for that knock upon my door“. Con I Missed The Boat, Claire Hastings torna alla tradizione con un vago retrogusto indie pop. Un canzoncina orecchiabile, semplice che si lascia ascoltare volentieri, “I’m stuck stood where I stand / I’m stuck stood where I stand / Will need to find another way / Or I’m on dry land another day / I missed the boat today / / I missed the boat today / I missed the boat today“. Vera propria poesia in musica quella di The Posie. Il testo infatti è del poeta settecentesco Robert Burns ed è stato scritto in lingua scots. Il resto lo mette il talento della Hastings, “O love will venture in where it daurna weel be seen, / O love will venture in where wisdom aince has been; / But I will down yon river rove, amang the woods sae green, / And a’ to pu’ a posie to my ain dear May“. Una bella e ricca versione della ballata Let Ramesky Go. Un’omaggio alla tradizione di grande impatto, “There was a lad in Glesga town, Ramensky was his name / Johnny didnae know it then but he was set for fame / He did a wee bit job or two he blew them open wide / But they caught him and they tried him / And they bunged him right inside“. Anche questa When A Knight Won His Spurs è una versione rivisitata di una canzone tradizionale. Claire Hastings soffia via la polvere degli anni e dà qualcosa in più dell’originale, “When a knight won his spurs, in the stories of old, / He was gentle and brave, he was gallant and bold / With a shield on his arm and a lance in his hand, / For God and for valour he rode through the land“. Un altro classico è Annie Laurie riproposto con l’immancabile ukulele. Ancora una volta è tutto perfetto e la poesia dell’originale è mantenuta intatta, “Maxwellton braes are bonnie, / Where early fa’s the dew, / And ‘twas there that Annie Laurie / Gave me her promise true. / Gave me her promise true, / Which ne’er forgot will be, / And for bonnie Annie Laurie / I’d lay me doun and dee“. Con The Gretna Girls, ancora una volta Claire Hastings prova a proporre qualcosa dal sapore più pop con ottimi risultati, “Lodgins we did share, in the hostels firm friendships they were founded / But for a’ the times o’ joy the 12 hour shifts were there tae keep us lassies grounded / For country and for king, ammunition we would bring / Here come the Gretna girls!“. Chiude l’album la poetica ballata, Come Spend A While Wi’ Me. Suona come un invito. Accetto l’invito Claire, “Come spend a while wi’ me / For your ay’ guid company / Aye an’ wha kens when we’ll meet again / An’ wha kens whaur we’ll be / We’ll lift oor hearts an’ sing / While the pipes an’ fiddles ring / And we’ll lift oor heels tae the jigs an’ reels / Come spend a while wi’ me“.

Alla fine di Between River And Railway avremo imparato anche noi un pò di lingua scots. Claire Hastings ci fa fare un viaggio in Scozia tra tradizione e nuove generazioni. È sempre bello vedere i giovani portare avanti le tradizioni delle loro terra. Ma al di là di questo, Between River And Railway è l’esodio di un’artista, il cui talento, è già stato riconosciuto ma che ora tutti possono ammirare raccolto in questo album. Sono rimasto piacevolmente sorpreso da questa scoperta e, come sempre faccio, mi auguro di poter ascoltare in futuro nuove canzoni come queste e ogni giorno scoprire che ascoltare un buon album è, per me, il miglior modo di prendermi una pausa.

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In fondo al pozzo

Ci sono canzoni o interi album in grado di isolarci, anche solo per un’attimo, dalla realtà che ci circonda. Forse è proprio questo il motivo che ascoltare musica è un piacere. Basta anche una sola canzone per riuscire a scappare lontano, percorrendo chilometri o attraversando l’oceano. C’è chi accorcia le distanze, portando un po’ di USA qui in Europa. Uno di questi nomi, che ho scoperto solo di recente, è quello di Janne Hea, cantautrice country fok norvegese e il suo album d’esordio Wishing Well del 2014. Una sola canzone intitolata Olso, è bastata per rapirmi e portarmi lontano. Curiosamente, senza che fosse mia intenzione, questo è il mio terzo post consecutivo che riguarda una cantautrice norvegese. Sara un caso?

Janne Hea
Janne Hea

Apre l’album la bella Katie, ballata country folk di forte impatto. Subito si fa strada la voce calda della Hea, impossibile rimanere indifferenti. Non poteva esserci inizio migliore di questo, “I grew up in this little town / In the outskirts of Oslo / Grab my little chicken legs around / And nearly on at the age of three / I met the girl who’s the world to me / we were meant to be my sweet Katie“. La title track Wishing Well è un’altra straordinaria ballata dove anche la musica che accompagna la voce è stata curata nei dettagli. Janne Hea mette in mostra il talento suo e della sua band, “I hear an echo of a whisper in the street / and the voice is softly calling out my name / and it is making me yearn for younger days / finding my way through this god damn maze“. La cupa Dust fa leva sulla voce, che risuona solitaria nel deserto. Sembra di vedere la polvere alzarsi nell’aria e disperdersi. Janne Hea fa ancora centro e non resta che ascoltare. Segue la bella Father dedicata al padre dal quale ha ereditato al passione per la musica. Testo semplice ma sincero che arriva dritto al cuore. Un canzone da ascoltare e riascoltare, “My father and me / It’s a quiet conversation / In the pretty melody / My father and me / Two strangers out of tune / In their insecurity“. Un’altra bellissima ballata è senza dubbio Dogwood. Traspare dalla parole e dalla musica un senso di abbandono e libertà. Una libertà selvaggia, un richiamo irresistibile, “I’ve been sleeping at the station / I’ve been sleeping here again / I can still hear the whistles from those passing trains / My mama told me / I could come on back home / But I feel better sleeping out here in the rain“. Più oscura è Time ma la calda voce delle Hea rischiara l’animo. Anche questa volta bastano pochi ingredienti che tutto gira alla perfezione. L’effetto nostalgia è assicurato. La malinconia invece è la protagonista della bella Oslo. Janne Hea sembra tirare fuori ballate senza sosta, una migliore dell’altra, tutte straordinarie nel loro stile classico e semplice. Si chiude con Wrong questo viaggio che ci riconduce in quei territori nei quali solo la musica ci sa portare. Un vero peccato che questa sia l’ultima canzone ma basta ricominciare per tornare indietro là dove abbiamo iniziato.

Tutto il fascino di questo Wishing Well sta nella voce della sua interprete e autrice Janne Hea. Una voce calda che ha un effetto calmante, come una voce materna. Un album immediato, non tanto perchè orecchiabile, ma piuttosto perchè è impostato su un country folk classico e immortale. Tutte le canzoni meritano un ascolto, nessuna esclusa. Tutte vi porteranno altrove, là dove tutto gira per il verso giusto o per lo meno c’è qualcuno come Jenne Hea che ve lo fa credere.

Tesoro sepolto

Ecco un’altra delle uscite dello scorso anno che mi sono lasciato scappare. The Lingering della cantautrice norvegese Siv Jakobsen, in realtà, non mi era sfuggito al radar ma l’avevo accantonato in vista di ascolti futuri. Recentemente l’ho recuperato, un po’ alla cieca, memore delle buone impressioni che avevo avuto a rigurdo. Mi aspettavo un album un po’ sonnolento e cupo ed invece Siv Jakobsen si rivela essere una sorpendente cantautrice dal piglio pop, mai troppo brioso o banale, un po’ feddo forse ma eccezionalmente delicato ed toccante. Un album breve senza orpelli che nasconde una curiosa cover.

Siv Jakobsen
Siv Jakobsen

Dark apre l’album, introducendoci nel mondo scuro e denso della cantautrice norvegese. La sua voce fredda contrasta con gli archi e il pianoforte. Rimarremo incantati dalla magia di questa canzone, “Someone told me there is light at the end of every tunnel / Said there’s a light there waiting for me / But I don’t believe it, not now, not ever / It’s always dark when I go home / I am the dark one in my bloodline / I fear my shadow like a beast“. La successiva How We Used To Love batte sullo stesso tasto. Una tristezza profonda pervade la voce e il testo ma la musica riesce a dare una speranza. La Jakobesen dimostra un incredibile talento mosso da una forte ispirazione, “I’m afraid for our future / I’m afraid it won’t last / ‘Cause you’ve got too many scars to hide / And I haven’t got enough to understand why / Why are you always so sad / Why are you always so / Why are you always so sad? / How we used to love / How we used to love“. Fix You è illuminata dal ritornello, dove la voce delle Jakobesen vibra di emozione e fa salire qualche brivido lungo la schiena. Ancora una canzone delicata, preziosamente triste e malinconica. Un mix fatale, “Every word you say / Poison in my blood / But there’s a fire in my veins / When you say you’ll stay / With your hands on my chest / Your lips on my neck / And you say “I’m broken” / “Oh baby, I’m broken” / ch: I can’t fix you / But I want to try / I can’t fix you“. A sorpresa c’è una cover, quasi irriconoscibile se non fosse per il testo. Il suo titolo è Toxic, proprio quella di Britney Spears ma rallentata, svuotata di ogni orpello e ritmo. Una curiosa scelta ma che dimostra le capacita di questa cantautrice, “With a taste of your lips / I’m on a ride / You’re toxic I’m slipping under / With a taste of a poison paradise / I’m addicted to you / Don’t you know that you’re toxic / And I love what you do / Don’t you know that you’re toxic“. Una ballata smorzata dalla voce della Jakobsen si nasconde sotto il titolo di Buried In Treasure. Una delle canzoni più tristi e cupe dell’album ma in grado di evocare atmosfere difficili da descrivere. Meglio ascoltare, “His fingers are trembling through dresses and skirts / Searching through mountains of sweaters and shirts / For a sign or the smell of her smile / To keep them together, to keep her alive / So he won’t remember the day when she died / As his heart oh it travels back in time“. La successiva Caroline è invece più dolce e luminosa delle precedenti, dove trova spazio il lato più melodioso della voce della Jakobsen. Un raggio di sole tra la nebbia di una fredda giornata del nord, “Caroline’s reflection doesn’t match it’s mate / Blinks in vain, because the image stays the same / The mirror’s careless to the hollow gaze / Staring blankly without a trace of hope to lean on“. Bullet ha un’anima solitaria ma cresce piano piano, racchiudendo quella magia che questo album nasconde. Un’incantesimo che termina qui ma torna quando vuole, “You’re like a bullet in my chest / Your aim is perfect / Every time I lay myself down for you / I paint a circle on my chest / To make it easier for you to aim just right“.

The Lingering non arriva nemmeno a mezz’ora di durata ma riesce a portare l’ascoltatore in un mondo incantato, triste ma dolce. Siv Jakobsen ci delizia con la sua voce, sostenuta da immancabili archi che amplificano il fascino e la delicatezza delle sue canzoni. Vi innamorete in fretta di Siv, basta poco. Un peccato aver lasciato da parte questo album per così tanto tempo. Sono contento però di aver recuperato questo piccolo tesoro. Un album da ascoltare da soli, in tutta tranquillità, per cogliere ogni nota, ogni singola sfumatura.

Come la bevanda

Dopo un breve periodo di pausa sono tornato a leggere Stephen King e per farlo ho scelto Il Miglio Verde. Nella mia mente il bel film del 1999 di cui ricordavo poco se non le belle atmosfere anni ’30 e quel gigante nero e buono. Ecco che i protagonisti del romanzo hanno preso, nella mia immaginazione, in tutto e per tutto le sembianze degli attori che li interpretavano nel film. A partire da Paul Edgecombe con il faccione di Tom Hanks, Brutus “Brutal” Howell è la copia di David Morse e il compianto Michael Clarke Duncan è un perfetto John Coffey (Come la bevanda, solo scritto in modo diverso”). Come non dimenticare Doug Hutchison nella parte di Percy Wetmore e il suo acerrimo nemico, Mr.Jingles. Anche se ho vaghi ricordi del film, i suoi attori sono interpreti fedeli dei personaggi del libro di King. Mi piacerebbe ora rivederlo e so che capiterà sicuramente prima o poi che passi in tv.

Il Miglio Verde ha la particolarità di essere stato pensato a puntate, una sfinda per il Re che ha raccolto e ha portato a termine nel migliore dei modi. Il romanzo narra le vicende di Paul Edgecombe che negli anni ’30 lavorava nel braccio della morte del carcere di Cold Mountain, chiamato Miglio Verde a cause del colore del corridoio tra le celle dei condannati. Le premesse sarebbero sufficienti per una storia inquietatante ma King non resite e inserisce particolari sovrannaturali, senza disdegnare quelli macabri. Tutto gira attorno al gigante John Coffey,, accusato di aver ucciso due bambine, e ai suoi poteri. I protagonisti si interrogano sul significato del loro lavoro e sulla reale colpevolezza di Coffey. Troppo buono per essere un assassino e perfino troppo stupido. King ci mostra i condannati come persone, il loro crimine appartiene al passato e il lettore prova una sensazione di pietà per questi personaggi. Un lavoro duro quello di Paul che ricorderà con fatica quei giorni, mettendoli su carta. Infatti King racconta le vicende del Miglio Verde attraverso la mano di un (molto) anziano Paul Edgecombe, che ospite di un ospizio decide di raccontare la sua storia.

Stephen King sa sempre come affrontare i temi più delicati. Sa essere duro e schietto quando serve ma anche dolce e malinconico se necessario. King ci porta indietro nel tempo, ci fa sorgere dubbi, ci disgusta con particolari macabri (l’esecuzione di Eduard Delacroix) e ci affascina (il miracolo di Coffey). Un King in forma, forse un po’ limitato dalla divisione in puntate ma credo che il suo desiderio di riscriverlo per farne un vero romanzo rimarrà tale. Ho finito le parole per elogiare questo scrittore. Se già lo conoscete e lo amate non serve che io lo faccia di nuovo. Se non lo conoscete è il momento di farlo. Mettete da parte preconcetti sul fatto che è un scrittore commerciale o di genere e leggete un suo libro. Il Miglio Verde ad esempio.

Il Miglio Verde