La dolce malia delle sere d’agosto

Lana Del Rey me la fatta di nuovo. Ogni volta penso che Elizabeth Woolridge Grant si tradirà, precipiterà in un pop da classifica insipido ma di successo. Il nuovo Lust For Life già si presentava bene in tal senso, vedendo la collaborazione di personaggi come The Weeknd, A$AP Rocky e Playboi Carti. Poi mi è bastata Love è mi sono sciolto. Lana Del Rey è tornata, mi sono detto, e io ci sono cascato un’altra volta. Ormai vittima del suo incantesimo, mi sono buttato anche su Lust For Life come ho fatto per i suoi precedenti album sperando, in un certo senso, di trovare un qualche motivo per puntare il dito contro di lei e finalmente liberarmi della sua malia. Pensate forse che ci sia riuscito?

Lana Del Rey
Lana Del Rey

Love apre l’album riportandoci a quella epicità rilassata dei suoi esordi. Quella cupezza di allora è lasciata da parte, si percepisce un’aura di speranza, di riscossa. Un ritornello magnifico su una musica “scenografica”. Una delle migliori di questo album, anzi una delle migliori canzoni di Lana Del Rey, “You get ready, you get all dressed up / To go nowhere in particular / Back to work or the coffee shop / Doesn’t matter ‘cause it’s enough / To be young and in love / To be young and in love“. Segue la title track Lust For Life che riprende il filone svogliato e depresso tanto caro alla cantautrice americana. Voce suadente e melodiosa che ben si accompagna a quella di The Weeknd. Contaminazioni hip-hop che richiamano le sonorità del primo Born To Die, “Take off, take off / Take off all of your clothes / They say only the good die young / That just ain’t right / ‘Cause we’re having too much fun / Too much fun tonight, yeah“. 13 Beaches è la classica canzone pigra e malinconica della Del Rey ma quanto ci piace! Il ritornello si accende ma la velocità è sempre quella: bassa. Siamo al sicuro, “It took thirteen beaches to find one empty / But finally it’s mine / With dripping peaches / I’m camera ready / Almost all the time“. Con Cherry si rispolverano le atmosfere vintage. Un bianco e nero, affascinante anche se consunto. Lana del Rey sfodera l’arma della sua voce calda, sensuale e non concede la grazia a nessuno, anche a costo di stenderlo con qualche parola di troppo, “Darlin’, darlin’, darlin’ / I fall to pieces when I’m with you, I fall to pieces / My cherries and wine, rosemary and thyme / And all of my peaches (are ruined)“. Meno di tre minuti per assaporare quel gioiellino chiamato White Mustang. Voce trascinata, parole smorzate. Sembra di essere in una giornata afosa, quando qualsiasi cosa è troppo. Come il ritornello cantato in quel modo. Non infierire Lana, “The day I saw your white Mustang / Your white Mustang / The day I saw your white Mustang / Your white Mustang“. Summer Bummer è il più influenzato dall’hip-hop di A$AP Rocky e Playboi Carti. Non sono un fan di questi duetti e ne farei volentieri a meno, ma Lizzy salva tutto senza troppo sforzo, “Hip-hop in the summer / Don’t be a bummer, babe / Be my undercover lover, babe / High tops in the summer / Don’t be a bummer, babe / Be my undercover lover, babe, mmm“. Groupie Love è malinconica quanto basta, con una Lana Del Rey sempre seducente, accompagnata dalle rime di A$AP Rocky. Questo duetto lo preferisco al precedente ma forse queste due canzoni sono le più deboli dell’album, “You’re in the bar, playing guitar / I’m trying not to let the crowd next to me / It’s so hard sometimes with the star / When you have to share him with everybody / You’re in the club, living it up“. Si torna su binari a me più congeniali con In My Feelings. Si torna ad una Lana Del Rey quasi rock, avviluppata dalle spire dei synth, trovando una via di fuga nel ritornello, “‘Cause you got me in my feelings (got me feeling so much right now) / Talking in my sleep again (I’m making love songs all night) / Drown out all our screaming (Got me feeling so crazy right now)“. Con Coachella – Woodstock In My Mind, Lana Del Rey rispolvera le atmosfere sognanti e malinconiche, di grande impatto. Un inno ai grandi festival musicali all’aperto che ogni anno richiamano migliaia di persone, “‘Cause what about all these children / And what about all their parents / And what about about all their crowns they wear / In hair so long like mine / And what about all their wishes / Wrapped up like garland roses / Round their little heads / I said a prayer for a third time“. Una semplice chitarra apre God Bless America – And All The Beautiful Women In It, una delle canzone più ispirate dell’album. Un ritornello che rimane in testa, cantato con quel modo svogliato e profondo ma incredibilmente efficace, tipico della Del Rey, “God bless America / And all the beautiful women in it / God bless America / And all the beautiful women in it, may you / Stand proud and strong / Like Lady Liberty shining all night long / God bless America“. Anche When The World Was At War We Kept Dancing ci fa ascoltare una Lana Del Rey in splendida forma, molto vicina all’ultimo album. Più fredda e distaccata, ma sempre affascinate come solo lei sa essere, “No, it’s only the beginning / If we hold on to hope / We’ll have a happy ending / When the world was at war before / We just kept dancing / When the world was at war before / We just kept dancing“. Beautiful People Beautiful Problems vede la partecipazione della cantautrice americana Stevie Nicks, un duetto riuscito per una delle canzoni più belle di questo album. La voce melliflua della della Del Rey contrasta con quella più ruvida della Nicks creando il giusto mix, “Blue is the color on the shirt of the man I love / He’s hard at work, hard to the touch / But warm is the body of the girl from the land he loves / My heart is soft, my past is rough“. Ma forse il cuore caldo e pulsante di questo album risiede nella bella Tomorrow Never Came. Anche questa volta un duetto perfetto ed emozionante con Sean Lennon, “I waited for you / In the spot you said to wait / In the city, on a park bench / In the middle of the pouring rain / ‘Cause I adored you / I just wanted things to be the same / You said to meet me out there tomorrow / But tomorrow never came / Tomorrow never came“. La successiva Heroin ripropone una Lana distante ma capace di evocare atmosfere mistiche e fumose. Nulla di nuovo sotto il sole di questa calda estate, “Topanga is hot tonight, the city by the bay / Has movie stars and liquor stores and soft decay / The rumbling from distant shores sends me to sleep / But the facts of life, can sometimes make it hard to dream“. Un pianoforte per Change. Una Lana Del Rey che vuole lanciare un messaggio di speranza, di cambiamento appunto. Una ballata poetica di rara sensibilità, “Every time that we run / We don’t know what it’s from / Now we finally slow down / We feel close to it / There’s a change gonna come / I don’t know where or when / But whenever it does / We’ll be here for it“. Get Free chiude l’album, facendoci riassaporare per l’ultima volta quel gusto vintage tanto cara alla nostra, in una della canzoni più personali e intime. Il suo modern manifesto, “Sometimes it feels like I’ve got a war in my mind / I want to get off but I keep riding the ride / I never really noticed that I had to decide / To play someone’s game or live my own life / And now I do / I want to move / Out of the black / Into the blue“.

Lust For Life è per Lana Del Rey un ritorno alle sonorità di Born To Die ma sapientemente arricchito dalle esperienze successive e dalla volontà, sempre maggiore, di essere una cantautrice piuttosto che una pop star. Tutto comincia con un sorriso in copertina, sullo sfondo (molto probabilmente) lo stesso pick-up che appare nel primo album. Poi vengono le canzoni e si nota un cambiamento nell’approccio, c’è un messaggio di fondo. Un messaggio che le nuove generazioni sanno tirare fuori da quella apparente evanescenza nella voce della Del Rey. Lust For Life è forse il miglior album di quest’artista per completezza ed ispirazione. Un album afoso, caldo e svogliato ma dal quale escono folate di una fresca brezza di speranza. Lana Del Rey è stata un’ottima compagna di quest’estate, senza bisogno di tormentoni o hit passeggere. E la risposta è: no, non sono riuscito a liberarmi dalla sua maila neanche stavolta.

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Si ricomincia

Finalmente questo blog riprende a pieno regime, tornando a riempirsi di recensioni. Tanta musica è arrivata alle mie orecchie in queste settimane e oggi è il turno di dare spazio e risalto a Jaime Wyatt. Cantautrice americana, segnata da un passato tormentato che ha lasciato qualche traccia nella sua musica, che si presenta con Felony Blues. L’album rappresenta una sorta d’esordio, un nuovo inizio ed è stato pubblicato quest’anno. Dopo aver letto recensioni molto positive ma soprattutto dopo aver ascoltato qualche sua canzone, l’album è finito dritto nella mia collezione. Si tratta di sette canzoni che incarnano tutte le caratteristiche della musica americana con qualche occhiatina al soul, interpretate da un’artista carismatica.

Jaime Wyatt
Jaime Wyatt

L’accattivante country blues di Wishing Well apre l’album, l’energia delle chitarre fa risaltare la voce graffiata della Wyatt. La vibrante interpretazione e il ritornello orecchiabile sono un ottimo biglietto da visita nel suo mondo. Your Loving Saves Me viaggia sulla stessa lunghezza d’onda. Un brano che trasmette gioia e un senso di speranza, con un bel assolo di chitarra sul finale. Una delle mia preferite dell’album che vede anche la partecipazione del cantautore americano Sam Outlaw. Il ritmo rallenta con la poetica From Outer Space. La lontananza di un astronauta è usata come metafora di amore distante. Jaime Wyatt dimostra di trovare la propria dimensione anche in questo genere di ballate. Wasco è un sorprendente country blues che parla di amore sognato dietro alle sbarre. Ispirato dall’esperienza in carcere della Wyatt, un’esperienza che segna molte delle canzoni di questo album. Si continua con la bella Giving Back The Best Of Me. Una struggente ballata personale, sorretta dalla voce della Wyatt che si fa malinconica e sensibile. Una prova di tutto il talento come cantautrice. L’album si riaccende con Stone Hotel un vibrante country ispirato da un’esperienza personale che ha con sé tutte le caratteristiche del cosiddetto outlaw country. Il ritornello è orecchiabile e immediato. Da ascoltare. Chiude Misery And Gin una bella cover del originale di Merle Haggard. Jaime Wyatt non si allontana molto dalla versione originale, rendendo omaggio ad un grande cantautore.

Felony Blues è un album profondamente ispirato dalla vita di Jaime Waytt e porta con sé tutto il dolore ma anche la speranza di una nuova vita. La cantautrice americana si muove bene sia nelle ballate più lente e malinconiche che nelle migliori cavalcate country. C’è sempre sullo sfondo un alone di tristezza, veicolato in primo luogo dalla voce delle Wyatt. Una voce graffiata che la rende carismatica e affascinante. L’unico difetto di questo Felony Blues sta nel fatto che è composto da solo sette canzoni, per una mezz’ora di musica. Tenendo conto di questo sentito, altre tre canzoni sarebbero state il giusto compimento di un album che apre ad un futuro promettente per Jaime Wyatt, non solo a livello musicale ma anche personale.

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Inchiostro

Questa estate ho avuto il tempo di tornare a fare qualcosa che mi è sempre piaciuto: disegnare. Anni fa avevo già postato qualcosa su questo blog riguardo al disegno, Una matita e un post-it, ma poi non ho più fatto nulla. Quando disegno mi piace essere solo, sentirmi libero di disegnare ciò che voglio senza nessuno che ti osserva. Quando si è bambini disegnare è considerato quasi un gioco ma quando si cresce si trova sempre meno tempo per farlo. Ma non è sempre una questione di tempo, almeno per me, è sopratutto la possibilità di restare soli e lasciarsi trasportare per qualche ora dalla frenesia di far correre la matita o la penna sulla carta che spesso non si concretizza. Non ho mai fatto corsi di disegno a mano libera, sono un autodidatta e so che questo è un dono, che però non ho mai coltivato abbastanza.

Ecco che quest’anno, complice una settimana di vacanza solitaria, ho riscoperto il gusto di disegnare. Ho preso un vecchio album da disegno, nel quale c’erano un paio di vecchi disegni a matita ma anche molti fogli bianchi e ho cominciato. Avevo una matita spuntata, nessun temperino e nessuna gomma. Non mi restava che una comunissima penna nera a punta fine. Quello che vedrete qui sotto è fatto a completamente a penna (ad eccezione del “piede”, che avevo abbozzato con la matita spuntata). La penna era nuova e dopo sei giorni avevo praticamente finito l’inchiostro. Ho disegnato per quasi tre volte al giorno, un disegno dopo l’altro con la musica in sottofondo. Mi sono ispirato a varie fotografie, copertine di album ma qualcosa è anche frutto della mia fantasia. Il risultato sono 80 disegni che troverete nella galleria qui sotto. Altrettanti schizzi e prove ma anche errori sono finti nel cestino. Quello che vedrete nella gallery non è perfetto ma qualcosa di buono c’è. Mi accorgevo di migliorare giorno per giorno. Ora che le vacanze sono finite temo che mi fermerò di nuovo ma, credetemi, non ho mai disegnato così tanto in vita mia. Perciò farò in modo di non smettere completamente anche se non potrò farlo tre volte al giorno. Condivido con voi questi miei lavori. Spero vi piacciano come è piaciuto realizzarli. QUI per vedere la gallery su Flickr o cliccando l’immagine qui sotto.

Disegni 08/17

Mi ritorni in mente, ep. 46

È tempo di vacanze e tutti i miei buoni propositi di scrivere una recensione cadono nel vuoto e si sciolgono nel caldo d’agosto. Le vacanze sono vacanze dopotutto e anche questo blog, o meglio il suo autore, si prendono una pausa. Ma questo è il momento più adatto per affondare le mani negli album che ho accumulato in queste settimane e prepararmi per i per i prossimi post in vista di un autunno ricco di nuova musica. Quando arrivano le vacanze mi viene sempre in mente una vecchia canzone dei R.E.M., Permanent Vacation. Una canzone che risale ai primissimi esordi del gruppo americano, non certo una delle migliori ma è una di quelle rarità sempre interessanti. Quale occasione migliore per ascoltarla ancora una volta e cantarla durante queste vacanze?

I’m on a permanent vacation
Nothing left to move
I want a revelation
Nothing left to prove
I could take it with me
Leave you all behind
I got some kind of feeling
Burnin’ on my mind

Sleeping late in the morning
Stay out all night long
Every day is like the one before
I’m going wrong

Vicolo cieco

Scoperta grazie ad un bel post del blog Unreliablehero intolato Non dopo mezzanotte, Daphne du Maurier mi ha subito incuriosito. Sopratutto se si considera che alcune opere di questa scrittrice inglese sono state più volte riprese al cinema dal Alfred Hitchcock. Così, mosso dalla voglia di conoscere questa autrice, mi sono messo alla ricerca di una raccolta di racconti. Non trovando la stessa della recensione, ho scelto Gli uccelli e altri racconti edita da Il Saggiatore, che ne contiene sei.

Il primo fra questi è Gli uccelli che ha ispirato il film omonimo di Hitchcock. La storia e l’ambientazione del racconto sono totalmente differenti dal film, ma l’idea alla base è la stessa. Migliaia, forse milioni, di uccelli di qualsiasi specie, mossi da un’apparentemente immotivata frenesia, si scagliano contro gli uomini. Il protagonista avverte i percolo e prova in tutti i modi di proteggere la sua famiglia. Questi uccelli, di solito sfuggenti e persino innocui, diventano una minaccia, piccoli kamikaze fuori controllo che assediano la casa del protagonista. Una situazione senza uscita, nel quale il lettore brama di arrivare in fondo e scoprire come andrà a finire.
Monte Verità è il racconto più lungo ma ahimè il meno convincente. Lo stile della du Maurier è sempre elegante e ricercato che non si perde in fiumi di parole. In questo racconto però la storia è tirata un po’ troppo per le lunghe, cercando, a mio parere, di ricalcare lo stile onirico e misterioso di H.P. Lovecraft. L’ambientazione è suggestiva, così come i personaggi ma il finale rompe un po’ l’incantesimo già fragile del resto della storia.
L’ossessione di un uomo rimasto vedovo è il tema centrale de Il melo. Il protagonista è continuamente irritato, disgustato da qualsiasi cosa abbia a che fare con questo melo. Nonostante l’autrice né il protagonista mettano le cose nero su bianco, è chiaro al lettore che questo melo rappresenta l’incarnazione, vera o supposta che sia, della moglie defunta. Un racconto che tiene incollati al libro perché anche in questa occasione sembra non esserci una via d’uscita.
Il piccolo fotografo è il racconto che ho divorato più velocemente. L’ambientazione è quella di una vacanza estiva, nella quale una marchesa annoiata è alla ricerca di un’avventura sentimentale. Le cose presto si mettono male e ancora una volta Daphne du Maurier infila i suoi personaggi in situazioni spinose. Il suo stile pulito e poco descrittivo permettono una lettura gradevole che ci fa respirare quella atmosfera di noia che accompagna, in alcuni momenti, le vacanze più lunghe.
Baciami ancora, sconosciuto è, all’apparenza, una tenera storia d’amore, un colpo di fulmine. Il finale rivela però una terribile verità. Daphne du Maurier è abilissima a creare un’atmosfera romantica nella notte inglese. Il punto di vista è quello del ragazzo, timido ma risoluto, che assapora per una notte l’illusione del vero amore.
Il Vecchio è il racconto con il finale più sorprendente. Daphne du Maurier ci inganna con maestria fino all’ultima riga. Ho dovuto rileggere un paio di volte le ultime righe per comprendere quanto avevo effettivamente letto in precedenza. Un gioiellino.

Daphne du Maurier è forse un’autrice un po’ dimenticata ma della quale voglio approfondire la sua conoscenza. Le situazioni senza scampo, i finali mozzafiato sono le principali caratteristiche di questi racconti. Tutti sono accompagnati dallo stile elegante e pulito della sua autrice. Un libro che si legge senza troppo impegno ma che lascia dietro si sé una sensazione di inquietudine e incompiutezza. Rebecca, la prima moglie, Taverna alla Giamaica e Mia cugina Rachele sono solo alcuni titoli che vorrei leggere e lo farò sicuramente dopo aver smaltito la coda di libri che si è accumulata.

Daphne du Maurier
Daphne du Maurier