Circolo virtuoso

Lucy Rose è una di quelle artiste al quale sono particolarmente legato. Lei è stata una delle prima cantautrici dalle quali sono partito alla scoperta di tutto un mondo musicale fino ad allora a me ignoto. Il primo album Like I Used To del 2012 (Timidi esordi) mi aveva fatto scoprire un’artista di sicuro interesse per gli anni a venire. Dopo tre anni uscì Work It Out (Fino alla fine) che mi lascio un po’ perplesso soprattutto dal punto di vista della produzione. Mi auguravo un ritorno alle origini per Lucy Rose. Ebbene dopo un tour in Sud America organizzato dagli stessi fan, dopo aver viaggiato a lungo loro ospite, la cantautrice inglese ha riscoperto il piacere di scrivere canzoni e di cantare. Rigenerata e sull’onda delle emozioni ha visto la luce il nuovo Something’s Changing. Nel titolo è riassunta l’anima di questo ritorno che personalmente attendevo con curiosità.

Lucy Rose
Lucy Rose

La prima traccia Intro apre l’album con un delicato arpeggio e la voce delicata della Rose. Il primo segno che qualcosa sta cambiando, “It’s just a song but, without it / Would I’ve told you this? / I’m crazy without you, I’m crazy with you / This is bliss“. La successiva Is This Called Home è una canzone che conforta e scalda il cuore. L’accompagnamento orchestrale è azzeccato e si sposa perfettamente con la voce della Rose. Una delizia per le orecchie, “Now my head is sore / When no one’s around / To help me feel you / Am I monster? / Did I deserve all of those words? / ‘Cause I still believe“. Strangest Of Ways si snoda sulla melodia di una chitarra, per poi crescere nel ritmo. Una canzone che richiama l’esordio del 2012, “Who’d have thought it, who’d have thought it? / I could be yours when I’ve never been mine / Who’d have thought it, who’d have thought it? / This is the place for me and my bones“. Una delle canzoni che preferisco è sicuramente Floral Dresses. Con la partecipazione delle The Staves è preziosissima, Lucy Rose ritrova la sua forma migliore. Una poesia in musica che fa della sua semplicità il suo punto di forza, “I don’t wanna wear your floral dresses / And my lips won’t be coloured / I don’t want your diamond necklace / Your disapproval cuts through“. Sulle note di un pianoforte, prende forma Second Chance che si sviluppa in un trascinante pop delicato ma potente. Un’altra dimostrazione di talento e mestiere, che era mancato alla Rose in altre occasioni, “Morning came / And it left me with a bitter taste / Of a mould I don’t fit / But with many others we commit / Heaven knows this is real“. Love Song è una delle canzoni più belle di questo album. Un accompagnamento ricco ma non eccessivo, illumina questa canzone di una luce particolare, sbocciando nel finale in un cambio di marcia, “I found peace in a world so cruel / You made me believe in something anew / You’re my beginning, you’re my life till the end / I’d never let you walk on by“. Non smette di sorprendere Lucy Rose che infila un’altra canzone come Soak It Up che vede la partecipazione di Elena Tonra (Daughter). Una canzone viva e carica di speranza, “You’re lying in bed / Please open those weary eyes / It’s lying ahead / I’m just on the other side, woah-oh, woah-oh / It’s you, it’s all for something / And it’s you that could make it, make it happen“. Ispirata alla figura della mitologia greca che personifica il destino, Moirai è un meraviglioso esempio di cantautorato pop britannico. Tra le note del pianoforte e l’accompagnamento orchestrale, Lucy Rose trova la sua dimensione, “But Moirai, you let me down, you let me down / You let my love walk away without a fight / And the house is cold and the sheets so clean and I’m figuring out / When Moirai, you let me down, you let me down“. No Good At All è un richiamo agli anni ’70 ma anche all’ultimo album della cantautrice inglese. Una canzone che ha tutto il gusto del buon pop del passato ma rinfrescato dalla sua ritrovata creatività, “Hey baby, won’t you let me come and kiss you / All night long, all night long / Don’t worry, I won’t tell nobody / That you are the one until dawn“. La canzone più intima dell’album è Find Myself, e anche una delle più belle della Rose. Un accompagnamento musicale perfetto per la sua semplicità e resa, “A life changed in an instant / And here we are drinking / I wish I had some way to make it more than just okay / Forsake it / It’s times like these I wonder / ‘What the hell is going on?’“. Nell’ultima canzone, I Can’t Change It At AllLucy Rose si lascia andare in un meraviglioso crescendo orchestrale. Una canzone un po’ malinconica ma che racchiude lo spirito dell’album e il suo intento, “I can hear you calling me / I can hear you from across this open sea / I can hear your voice as it is calling me / Calling for somebody to help you be free / But it’s not me“.

Something’s Changing segna un ritorno importante soprattutto per Lucy Rose. Una ritrovata ispirazione traspare in ogni singolo brano, illuminato dalla sua voce delicata. L’esperienza in Sud America ha plasmato questo album dalla prima all’ultima nota, dando vita a canzoni ispirate. Lucy Rose riparte da zero o quasi, una dichiarazione d’amore verso i fan, che da semplici ascoltatori, sono diventanti amici anche se a volte lontani. La musica ha avvicinato questi due mondi, generando a sua volta altra musica che, come nel caso di Something’s Changing. Un circolo virtuoso che mantiene in vita la musica. Questo è quello che dovrebbero fare i cantautori e Lucy Rose lo ha capito, sperimentandolo in prima persona. Bentornata Lucy.

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La dolce malia delle sere d’agosto

Lana Del Rey me la fatta di nuovo. Ogni volta penso che Elizabeth Woolridge Grant si tradirà, precipiterà in un pop da classifica insipido ma di successo. Il nuovo Lust For Life già si presentava bene in tal senso, vedendo la collaborazione di personaggi come The Weeknd, A$AP Rocky e Playboi Carti. Poi mi è bastata Love è mi sono sciolto. Lana Del Rey è tornata, mi sono detto, e io ci sono cascato un’altra volta. Ormai vittima del suo incantesimo, mi sono buttato anche su Lust For Life come ho fatto per i suoi precedenti album sperando, in un certo senso, di trovare un qualche motivo per puntare il dito contro di lei e finalmente liberarmi della sua malia. Pensate forse che ci sia riuscito?

Lana Del Rey
Lana Del Rey

Love apre l’album riportandoci a quella epicità rilassata dei suoi esordi. Quella cupezza di allora è lasciata da parte, si percepisce un’aura di speranza, di riscossa. Un ritornello magnifico su una musica “scenografica”. Una delle migliori di questo album, anzi una delle migliori canzoni di Lana Del Rey, “You get ready, you get all dressed up / To go nowhere in particular / Back to work or the coffee shop / Doesn’t matter ‘cause it’s enough / To be young and in love / To be young and in love“. Segue la title track Lust For Life che riprende il filone svogliato e depresso tanto caro alla cantautrice americana. Voce suadente e melodiosa che ben si accompagna a quella di The Weeknd. Contaminazioni hip-hop che richiamano le sonorità del primo Born To Die, “Take off, take off / Take off all of your clothes / They say only the good die young / That just ain’t right / ‘Cause we’re having too much fun / Too much fun tonight, yeah“. 13 Beaches è la classica canzone pigra e malinconica della Del Rey ma quanto ci piace! Il ritornello si accende ma la velocità è sempre quella: bassa. Siamo al sicuro, “It took thirteen beaches to find one empty / But finally it’s mine / With dripping peaches / I’m camera ready / Almost all the time“. Con Cherry si rispolverano le atmosfere vintage. Un bianco e nero, affascinante anche se consunto. Lana del Rey sfodera l’arma della sua voce calda, sensuale e non concede la grazia a nessuno, anche a costo di stenderlo con qualche parola di troppo, “Darlin’, darlin’, darlin’ / I fall to pieces when I’m with you, I fall to pieces / My cherries and wine, rosemary and thyme / And all of my peaches (are ruined)“. Meno di tre minuti per assaporare quel gioiellino chiamato White Mustang. Voce trascinata, parole smorzate. Sembra di essere in una giornata afosa, quando qualsiasi cosa è troppo. Come il ritornello cantato in quel modo. Non infierire Lana, “The day I saw your white Mustang / Your white Mustang / The day I saw your white Mustang / Your white Mustang“. Summer Bummer è il più influenzato dall’hip-hop di A$AP Rocky e Playboi Carti. Non sono un fan di questi duetti e ne farei volentieri a meno, ma Lizzy salva tutto senza troppo sforzo, “Hip-hop in the summer / Don’t be a bummer, babe / Be my undercover lover, babe / High tops in the summer / Don’t be a bummer, babe / Be my undercover lover, babe, mmm“. Groupie Love è malinconica quanto basta, con una Lana Del Rey sempre seducente, accompagnata dalle rime di A$AP Rocky. Questo duetto lo preferisco al precedente ma forse queste due canzoni sono le più deboli dell’album, “You’re in the bar, playing guitar / I’m trying not to let the crowd next to me / It’s so hard sometimes with the star / When you have to share him with everybody / You’re in the club, living it up“. Si torna su binari a me più congeniali con In My Feelings. Si torna ad una Lana Del Rey quasi rock, avviluppata dalle spire dei synth, trovando una via di fuga nel ritornello, “‘Cause you got me in my feelings (got me feeling so much right now) / Talking in my sleep again (I’m making love songs all night) / Drown out all our screaming (Got me feeling so crazy right now)“. Con Coachella – Woodstock In My Mind, Lana Del Rey rispolvera le atmosfere sognanti e malinconiche, di grande impatto. Un inno ai grandi festival musicali all’aperto che ogni anno richiamano migliaia di persone, “‘Cause what about all these children / And what about all their parents / And what about about all their crowns they wear / In hair so long like mine / And what about all their wishes / Wrapped up like garland roses / Round their little heads / I said a prayer for a third time“. Una semplice chitarra apre God Bless America – And All The Beautiful Women In It, una delle canzone più ispirate dell’album. Un ritornello che rimane in testa, cantato con quel modo svogliato e profondo ma incredibilmente efficace, tipico della Del Rey, “God bless America / And all the beautiful women in it / God bless America / And all the beautiful women in it, may you / Stand proud and strong / Like Lady Liberty shining all night long / God bless America“. Anche When The World Was At War We Kept Dancing ci fa ascoltare una Lana Del Rey in splendida forma, molto vicina all’ultimo album. Più fredda e distaccata, ma sempre affascinate come solo lei sa essere, “No, it’s only the beginning / If we hold on to hope / We’ll have a happy ending / When the world was at war before / We just kept dancing / When the world was at war before / We just kept dancing“. Beautiful People Beautiful Problems vede la partecipazione della cantautrice americana Stevie Nicks, un duetto riuscito per una delle canzoni più belle di questo album. La voce melliflua della della Del Rey contrasta con quella più ruvida della Nicks creando il giusto mix, “Blue is the color on the shirt of the man I love / He’s hard at work, hard to the touch / But warm is the body of the girl from the land he loves / My heart is soft, my past is rough“. Ma forse il cuore caldo e pulsante di questo album risiede nella bella Tomorrow Never Came. Anche questa volta un duetto perfetto ed emozionante con Sean Lennon, “I waited for you / In the spot you said to wait / In the city, on a park bench / In the middle of the pouring rain / ‘Cause I adored you / I just wanted things to be the same / You said to meet me out there tomorrow / But tomorrow never came / Tomorrow never came“. La successiva Heroin ripropone una Lana distante ma capace di evocare atmosfere mistiche e fumose. Nulla di nuovo sotto il sole di questa calda estate, “Topanga is hot tonight, the city by the bay / Has movie stars and liquor stores and soft decay / The rumbling from distant shores sends me to sleep / But the facts of life, can sometimes make it hard to dream“. Un pianoforte per Change. Una Lana Del Rey che vuole lanciare un messaggio di speranza, di cambiamento appunto. Una ballata poetica di rara sensibilità, “Every time that we run / We don’t know what it’s from / Now we finally slow down / We feel close to it / There’s a change gonna come / I don’t know where or when / But whenever it does / We’ll be here for it“. Get Free chiude l’album, facendoci riassaporare per l’ultima volta quel gusto vintage tanto cara alla nostra, in una della canzoni più personali e intime. Il suo modern manifesto, “Sometimes it feels like I’ve got a war in my mind / I want to get off but I keep riding the ride / I never really noticed that I had to decide / To play someone’s game or live my own life / And now I do / I want to move / Out of the black / Into the blue“.

Lust For Life è per Lana Del Rey un ritorno alle sonorità di Born To Die ma sapientemente arricchito dalle esperienze successive e dalla volontà, sempre maggiore, di essere una cantautrice piuttosto che una pop star. Tutto comincia con un sorriso in copertina, sullo sfondo (molto probabilmente) lo stesso pick-up che appare nel primo album. Poi vengono le canzoni e si nota un cambiamento nell’approccio, c’è un messaggio di fondo. Un messaggio che le nuove generazioni sanno tirare fuori da quella apparente evanescenza nella voce della Del Rey. Lust For Life è forse il miglior album di quest’artista per completezza ed ispirazione. Un album afoso, caldo e svogliato ma dal quale escono folate di una fresca brezza di speranza. Lana Del Rey è stata un’ottima compagna di quest’estate, senza bisogno di tormentoni o hit passeggere. E la risposta è: no, non sono riuscito a liberarmi dalla sua maila neanche stavolta.

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Il numero perfetto (Trecento)

Sono passati quasi quattro anni esatti da quando per la prima volta ascoltai i London Grammar, poco prima del loro esordio intitolato If You Wait (Ancora un attimo). I tre ragazzi inglesi, Hannah Reid, Dot Major e Dan Rothman, si sono presi tutto il tempo necessario per realizzare il loro secondo album, uscito lo scorso mese e intitolato Truth Is A Beautiful Thing. Non posso nascondere che il ritorno del London Grammar era uno dei più attesi dell’anno, perché l’eccezionale esordio ha alzato l’asticella delle aspettative. C’era anche la curiosità di scoprire se il gruppo avrebbe intrapreso la via di un pop più commerciale o sarebbe rimasto in un contesto alternative, confermando così le sensazioni di If You Wait. La verità è una cosa bella e per scoprirla basta ascoltare il nuovo album del talentuoso trio inglese.

London Grammar
London Grammar

Rooting For You ci accoglie nel nuovo album facendoci scivolare dolcemente sulla voce della Reid. La musica è essenziale e maestosità del canto è la chiave della canzone. Impossibile rimanere indifferenti di fronte ad un talento così cristallino, “It is only, you are the only thing I’ve ever truly known / So, I hesitate, if I can act the same for you / And my darlin’, I’ll be rooting for you / And my darlin’, I’ll be rooting for you“. La successiva Big Picture è un altro brillante brano in perfetto stile London Grammar. Spruzzate di elettronica centellinate e ben dosate sono un tappeto rosso per Hannah Reid. Una delle canzoni più accattivanti e immediate dell’album, “Only now do I see the big picture / But I swear that these scars are fine / Only you could have hurt me in this perfect way tonight / I might be blind, but you’ve told me the difference / Between mistakes and what you just meant for me“. Anche Wild Eyed viaggia sullo stesso binario. Questa volta le sonorità sono più distese e rarefatte, con consistenti echi dell’esordio. Si tratta di uno dei brani di questo album più vicini a quelli del precedente If You Wait, “Sun suffocate the atmosphere / But I’m safe with you far away from you / Another fire through another open door / It’s what I’m living for”. Oh Woman Oh Man è probabilmente la canzone più rappresentativa del nuovo corso della band. C’è sempre la Reid al centro e la musica le gira intorno, un impatto quasi cinematografico, dinamico. Una grande prova corale che forma una delle migliori canzoni di questo album, “Oh woman, oh man / Choose a path for a child / Great mirrored plans / Oh woman, oh man / Take a devil by the hands through / Yellow sands“. Questo aspetto quasi teatrale delle nuove canzoni trova il suo apice in Hell To The Liars. La voce soave della Reid dà il via ad un crescendo sempre più inteso e magnificente. La musica è essenziale ma ben studiata. Da ascoltare, “Those who are born with love / Here’s to you trying / And I’m no better than those I judge / With all my suffering“. Potrebbe essere una potenziale hit, Everyone Else, con il suo ritornello orecchiabile e il beat in sottofondo. La velocità dei Londo Grammar e lenta ma costante, una sorta di moto perpetuo, “I’m flying away from fire / And I’m running from the known / I see the most beautiful colors here / In a terrifying storm“. No Believer si srotola su pulsazioni elettroniche new wave. Hannah Reid tiene le redini della canzone, muovendosi tra distorsioni della voce che, di fatto, ne fanno una delle più innovative per il gruppo, “All that we are, all that we need / They’re different things / Oh, maybe what we are and what we need / They’re different things“. La successiva Bones Of Ribbon è una lenta cavalcata, malinconica ricamata sulla voce inimitabile della bionda leader. Una canzone che cresce pian piano, quasi ipnotica, “They found me there in the sands / Bones of ribbon in my hand / Whites went blue, and then went yellow / And your feet don’t stop me now / Feet don’t stop me now“. Who Am I non può fare a meno della voce della Reid. Si finisce per rimanerne incantati. I rintocchi di Rothman e Major l’accompagnano sempre con discrezione, arricchendo e amplificando il suo talento, “All my love in the dark / Be close but miles apart / And I am trying my best / To fit in with the rest“. Leave The War With Me ritorna sulle sonorità del primo album, puntando sul ritmo e le atmosfere notturne. Tutto si incastra alla perfezione, ogni dettaglio è curato, “Fair trials, they don’t exist my friend / Only a circus in my mind / Judgement’s gone and there’s no love again / But it’s my way ‘till the end of time“. Chiude la title track Truth Is A Beautiful Thing che è un po’ il manifesto dell’album. Un pianoforte apre la strada alla Reid che con voce calda sembra volerci confortare. Sempre in controllo, sempre perfetta con sfumature soul più accentuate, “Hold your heart, hold your hand / Would be to me, the greatest thing / To hold your heart, to hold your hand / Would be to me, the bravest thing“. La versione deluxe si arricchisce di altri brani inediti (Control e What A Day su tutte), alcune demo e una cover live di Bitter Sweet Symphony, un classico dei The Verve.

I London Grammar con Truth Is A Beautiful Thing non si prendono il rischio, né la responsabilità di cambiare ma affrontano l’atteso ritorno nel migliore dei modi. La voce di Hannah Reid viene sfruttata al meglio, in tutte le sue sfumature, riuscendo così a toccare le corde giuste anche dei cuori più duri, facendo salire più di un brivido lungo la schiena. Tutte le canzoni vanno oltre i quattro minuti di durata, denotando così la volontà di dare una connotazione epica, cinematografica alla loro musica. La velocità è costante, i colori sono quelli della notte. Tutto è pulito e perfetto. Chi avrebbe voluto ascoltare qualcosa di diverso dal loro esordio, potrebbe rimanere deluso ma chi voleva semplicemente tornare ad ascoltare i London Grammar ne rimarrà nuovamente affascinato. Non c’è più nessun dubbio ora che questi tre ragazzi siano una delle band più interessanti e di talento degli ultimi anni.

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Visioni cosmiche

Lasciai questa band olandese alle prese con un folk etereo, dalle contaminazioni americane, circa due anni fa e ora li ritrovo un po’ cambiati. I Mister And Mississippi sono tornati quest’anno con il loro terzo album, intitolato Mirage. La copertina spaziale e vagamente psichedelica, lasciava intravedere una svolta piuttosto decisa verso sonorità lontane dal folk degli esordi. I primi singoli, non hanno fatto altro che confermare questa mia sensazione. Quando c’è da esplorare un mondo nuovo, anzi qui si parla di spazio interstellare, io non mi tiro indietro. Mirage mi incuriosiva e non vedevo l’ora di ascoltarlo. Maxime Barlag e soci mi hanno colto impreparato ma non significa che sia un male. Affatto.

Mister And Mississippi
Mister And Mississippi

L’album si apre con la contagiosa Wolfpack. La voce della Barlag è distorta e aleggia tra linee di basso ed eco elettronici. Subito si delinea il nuovo corso della band, che tra i synth, trova una forma nuova e convincente. Anche la successiva Lush Looms fa leva sul ritmo e sulla voce morbida ma vagamente fredda della Barlag. Il ritornello è orecchiabile e richiama alla memoria un sound anni ’90. Il revival di questo decennio un po’ dimenticato sembra cominciato davvero. La successiva The Repetition Of Being Alone è più vicina alle produzioni precedenti del gruppo. A mio parere una delle migliori canzoni dell’album che dimostra l’abilità della band nello scrivere canzoni. La titletrack Mirage si apre con un muro di chitarre distorte, spezzato dalla voce sognante ed eterea della Barlag. Il sound è una sorta di rock psichedelico lanciato verso un futuro fantascientifico. Ed è proprio questa l’anima dell’album. Il singolo HAL9000 è un accattivante brano, facile da ricordare. Il titolo è ispirata al celebre supercomputer della navicella Discovery del film di Kubrick 2001: Odissea nello spazio. Una canzone davvero ben fatta. La successiva Pulsar sembra uscita da un album degli Editors. Suoni elettronici e futuristici danno forma alle nuove sonorità new wave dei Mister And Mississippi. Una canzone che di fatto non decolla mai, viaggiando a velocità costante nello spazio. Con i suoi cinque minuti e mezzo, Vices/Virtues è il tentativo di produrre un brano dai tratti epici, alleggerito dal ritornello. La band in questo brano riesce a coniugare al meglio il suo passato e il suo presente, arricchendosi di dettagli musicali. Interstellar Love Part I è un breve intro musicale ad Interstellar Love Part II che rappresenta il cuore pulsante dell’album. Sonorità anni ’80 per una delle canzoni più mature e ispirate di questo album. L’artificiosità dei suoni e il finale sperimentale meritano un’attenzione particolare. Da ascoltare. Replicants è un finale etereo, vibrante che ripropone i tratti caratteristici del gruppo ma sotto una forma più moderna e più coraggiosa. Un brano segna la fine di un viaggio nel buio dello spazio infinito.

I Mister And Mississippi con Mirage, riescono nella non facile impresa di cambiare, anche piuttosto radicalmente, senza perdere la loro identità. La forza di questo album sta nella coesione tra le singole tracce che lo compongono. Tutto riconduce ad immagini di stelle lontane e pianeti sconosciuti. Che siano dentro di noi o al di fuori, questo sta all’ascoltatore decidere. Quella figura astratta in copertina è la perfetta sintesi di un album che ha tolto i Mister And Mississippi dalle pericolose sabbie mobili del pop folk, lanciandoli in orbita, tra new wave e revival anni ’80. Guidati dalla carismatica Maxime Barlag, sempre più protagonista, il gruppo olandese riesce a sorprendere e a spazzare via un po’ della polvere che si era formata sull’ultimo album.

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Sotto lo stesso cielo

Questa non è una recensione come le altre. Ho atteso questo momento per cinque anni, tanto è il tempo passato da Life In A Beautiful Light, terzo album della cantautrice scozzese Amy Macdonald. La scorsa settimana è uscito Under Stars, il suo nuovo album dopo un’interminabile attesa. Se ho iniziato ad ascoltare musica così tanto come in questi anni lo devo, in qualche modo, al lei. Se questo blog è andato avanti per tutti questo tempo, lo devo a questi cinque anni passati ad aspettare questo album. Per ingannare l’attesa ho ascoltato altro ma non ho mai dimenticato Amy Macdonald. In cinque anni sono cambiate parecchie cose ma neanche poi tante. Mi ricordo quando ascoltavo Life In A Beautiful Light in treno, di ritorno dai primi giorni di lavoro, in una calda estate. Il lavoro è lo stesso e il treno anche. Io e Amy siamo più vecchi di cinque anni. Questo Under Stars si è fatto attendere ma alla fine è arrivato. La domanda che è naturale porsi è: ne è valsa la pena? Per scoprirlo non resta che ascoltarlo. Nella versione deluxe naturalmente.

Amy Macdonald
Amy Macdonald

Il singolo Dream On apre l’album e ritroviamo subito il pop rock accattivante e orecchiabile della Amy di sempre. Un ritornello che è finito per girarmi in testa per settimane e continuerà a farlo, un buon segno ma sopratutto un buon inizio, “Live on and dream on / I’m on top of the world and I’m on the right track / I’m on top of the world and I won’t look back“. La title track Under Stars è un trascinante pop che ci ricorda che siamo tutti sotto lo stesso cielo, nonostante le distanze. Una delle mie preferite di questo album e sono tante, “In life you gotta find your feet / In life you gotta dare to dream / Don’t worry / We still love you / You still feel it even when we’re miles apart / You’re living under Stars and Stripes“. Con Automatic, Amy Macdonald condivide con noi le emozioni di viaggiare per i mondo con sincerità e semplicità. Qui, come in altri brani, si sente tutta l’influenza di Bruce “The Boss” Springsteen, “Feeling sadness, feeling shame / I’ve taken the easy way out over and over again / Open road, I’m coming home / I’m free to live, I’m free to roam“. La successiva Down By The Water ci fa ascoltare una Macdonald inedita quasi soul. A sottolinearlo c’è la partecipazione della cantate soul Juliet Roberts. Uno dei suoi brani più toccanti e in questo album non il solo, “I tried to call you but you didn’t hear / Darkened feeling what you’re doing here / Where’s your baby? Where’s your girl? / Out in the water, out in the world“. Segue la bellissima Leap Of Faith dove tutto è perfetto. Melodia, ritmo ed un’interpretazione carica di energia. Mi piace cercare canzoni che rappresentano al meglio un album, ecco, questa potrebbe essere una di quelle, “I don’t know, if it’s Yes or No from me, but / All You do is hold me back / Standing on the water’s edge / Dreaming of a better place / I’d feel the air again / I’d feel the air again“. Amy Macdonald con Never To Late mette a segno un colpo basso per i nostri deboli cuori. Senza dubbio una delle sue canzoni più emozionanti. Un canzone di speranza e conforto, una di quelle canzoni che ti portano altrove, “Ain’t no use in sitting around / Waiting for the world to change / Never too late to stand your ground / Do what it takes to make them proud / And never too late the change your mind / The book has not been written / The page is blank, the scene is set / Let’s start at the beginning“. Si ritorna al pop rock con Rise & Fall. Ispirata al personaggio di Frank Underwood, questa canzone sarà in grado si scaldare il pubblico durante i concerti. Amy sa bene come si fa, “Everything must come to an end / Don’t rely on the trust of men / Remember how it used to be? / People helping those in need“. Un po’ di USA nella successiva Feed My Fire, una canzone d’amore come sempre carica di energia e buoni sentimenti, convogliati dalla voce inimitabile della Macdonald, “Picking up the pieces of the heart you left behind / Put me back together this new love I’ve found / Basking in the glory, masking out the pain / These memories in my head will never be the same again“. The Contender è un altro bel pezzo pop rock con un ritornello che ti fa venire voglia di correre. Una canzone che trasuda libertà e sacrificio, una Amy Macdonald in gran forma, “And I’ve got the scars to prove I’ve been there / I’ve got the marks from when I tried / I’ve covered miles and miles to get here / Only for you to cast me aside“. Prepare To Fall è, secondo me, la canzone che più rappresenta la crescita di quest’artista. Una canzone matura, quel genere di canzone mi sarebbe piaciuto trovare nel nuovo album ed eccola qui. Mi piace. Tutto qui, “Come rain, come shine / You’re happy all the time / Your dreams they didn’t come true / What the hell happened to you / Are you waiting for the call / I guess they didn’t get through it all / Be like me / Prepare to fall / Prepare to fall“.  Chiude l’album la splendida ballata From The Ashes, riflessione su tempo che passa e l’incertezza del futuro. Un bel modo per salutarsi, ancora una volta, “All my hopes and memories are blowing in the wind / I started off with nothing and I’m back her once again / The little things in life are free / The simple things like you and me / And like love, like love, like love, like love“. Prima dei titoli di coda c’è ancora qualche canzone riproposta in versione acustica e una bella (e immancabile) cover di I’m On Fire, del mitico Boss.

Under Stars arriva dopo anni passati ad ascoltare le nuova canzoni dai video di qualche concerto in giro per l’Europa. Ora trovo quelle canzoni sotto un unico nome, tutte insieme, nella loro forma migliore. Sotto quel sorriso e i suoi occhi azzurri (e qualche tatuaggio in più) ho trovato una Amy Macdonald ispirata e con tanta voglia di fare bene. Non esiste un album più bello dell’altro ma Under Stars è sicuramente quello nel quale le canzoni vanno ad incastrasti una con l’altra, c’è maggiore coesione tra loro che in passato. Si tratta del primo album dove Amy Macdonald a non ha scritto tutte le canzoni da sola e questo ha reso più ricca la tavolozza di colori a sua disposizione. Under Stars andrà a ripetizione per il resto dell’anno e oltre. Spero solo che il prossimo album non si faccia attendere come questo. Ma per ora mi godo il ritorno di un’artista alla quale sono legato particolarmente. Mi sono posto una domanda all’inizio di questo post e la risposta è una sola: sì.

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Sulla buona strada

Tra le uscite dello scorso anno che ho mancato di riportare su questo blog per una banale questione di tempo c’è un album intitolato Good. Hayley Reardon, ventenne cantautrice americana agli esordi, è una di quello scoperte che ho fatto attraverso NoiseTrade, un ottimo sito per scoprire nuova musica e sostenere gli artisti. Questo suo album ha fin da subito attirato la mia attenzione, in primo luogo perchè è il suo esordio, e poi perchè il suo stile a cavallo tra pop cantautorale e folk americano è nelle mie corde. Senza pensarci troppo mi sono buttato su Good certo di trovare al suo interno qualcosa di buono, good, appunto. Questo è il risultato.

Hayley Reardon
Hayley Reardon

La title track Good ci introduce nel delicato mondo della Reardon. C’è la tenerezza di un amore giovane e quella traccia di malinconia che dà forma ai sentimenti. Una canzone che mette in luce il suo talento cristallino, “People do crazy things / Try everything / Just to be who they think the should / But you, you do it ‘cause you’re good, good, good / Don’t let nobody tell you you aren’t good / You are good“. La successiva Would You Wait ha tutto il gusto del pop adolescenziale ma con una sensibiltà matura. La voce della Reardon è giovane ancora da scoprire ma le potenzialità ci sono e questa canzone ne dà prova, “I’m begging trying to tell you / That my head is like a city some days / Only when we’re laying in our whispers / Do I start to hear the street noise fade / I could come along fine“. C’è il fascino del folk americano nella bella Ghost. Una delle canzoni più mature dell’album, un’interpretazione intense e delicata allo stesso tempo, “Speak my words under water to make sure you hear / ‘Cause you live underwater on black coffee, burnt fear / And they all say they told me, but nobody told me / I guess you don’t know, don’t know, don’t know / Until you know“. Paper Mache ha quel tocco blues che la rende una delle canzoni più orecchiabili dell’album. Qui la Reardon è a suo agio, giocando con la voce e ammaliando l’ascoltatore. Ben fatto, “When everybody’s taking their hearts out to be framed / Here I am pulling at my edges hoping my name fades / From this paper, paper, paper mache / Leave my paper heart to blame / I’ll build it better when I’m better one day“. Con The Going si ritorna alla semplicità di un pop folk carico di sentimenti. C’è sempre quella malinconia di fondo, un tratto che è caratteristico di quest’artista e di tante altre della sua generazione. Una generazione di talento, “Does it hit you in your bones like seasons / Your finger ache with reasons / Why its getting too still here to breathe when / You’re face to face with your life for a second“. The High Road è destinata a rimanere nella vostra testa per un po’. Il ritmo si alza e la voce della Reardon è irrestibile nel ritornello. Un’ottima prova di songwriting, “At least I only want / What I say I do / I may be last to dance / But hell I’m first to move / And if I ever tried to pull off / All the crazy things you do / I’d want you to skip the high road too“. Segue la triste ballata Fourth Grade, davvero notevole per la dolcezza e sensibilità con la quale è stata scritta e cantata. La voce della Reardon si fa calda e confortante e rende questa canzone una delle migliori di questo album, “I met a girl today in fourth grade / It’s her first year with a locker / And a teacher with a first name / She’s smiling as she tells me / Weekend homework isn’t easy / But she can’t wait to be as old as me“. When I Get To Tennessee è un’altra canzone che con semplicità sa creare la giusta atmosfera un po’ malinconica ma positiva. In queste canzoni viene fuori la giovane età di questa artista ed è un bene, “But every time I get two hundred dollars and a brand new dress / I’m gonna fly you to the city just to catch my breath / It’s gonna be hard not to hold your hand / But we’ve still got a world to share when we can / When we can, when we can, when we can“. Con Count si abbassano le luci e si spande nell’aria una ballata romantica e solitaria. Una canzone che scalda il cuore, “And oh, when you’re looking from the last round / You’re laying with your head down / You’ll say it only mattered cause we made it / It only mattered cause we made it home“. Holes In Your Pocket è sulla stessa lunghezza d’onda della precedente e ancora una volta basta un chitarra per fare una canzone. Canzoni come queste arrivano dritte, lungo strade larghe e pianeggianti, “I could sew the holes in your pockets / I’m only scared of the ones in your hands / How much do you lose when you’re walking / How much more do I not understand / Because I want all of you, all of you, all of you / I want all of you“. Chiude l’album Work More che ne racchiude i suoi aspetti migliori, “A world where we dance like Steinbeck writes / Where the dust lines the floor like lights / Where the songs don’t say get rich or die trying / ‘Cause you build the paper life and the paper still goes flying“.

Hayley Reardon con questo suo Good si presenta come una cantautrice che ama la semplicità nelle sue canzoni. Chitarra e voce sono spesso sufficienti per dare forma a questi brani. Questo è un buon esordio dove ancora si sente quella maracata sensibilità che i giovani cantautori sanno trasmettere attraverso le loro canzoni. Un esordio che mi ha incuriosito e mi ha convinto a mettere Hayley Reardon tra gli artisti da tenere d’occhio per il futuro. Good è un ottimo compagno per i freddi pomeriggi d’inverno e la sera che arriva presto.

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Caramelle gommose

Quando pensi che un’artista che segui abbia trovato la sua strada, ecco che questa si trasforma e cambia. Se nell’ultimo Light Up The Dark del 2015 vincevano sui colori il bianco e il nero, nel nuovo EP intitolato Miss You sono proprio i colori a prendersi una rivincita. Gabrielle Aplin è una giovane cantautrice inglese che seguo fin dai suoi esordi e al termine dello scorso anno ha pubblicato un nuovo EP che potrebbe significare un nuovo inizio per lei. La scelta di fare un EP di tre inediti (più una versione acustica) potrebbe servire a sondare il terreno per un futuro album che strizza l’occhio ad un pop mainstream. Questa svolta, anche se per ora limitata a questo Miss You, mi ha fatto inizialmente storcere il naso ma io non volto le spalle ad un’artista così facilmente. Gabrielle Aplin non fa eccezione.

Gabrielle Aplin
Gabrielle Aplin

La title track Miss You simboleggia questa svolta pop. Niente più chitarre, nè pianoforte ma si vive a colpi di beat. La Aplin non perde il piglio da cantautrice e in questa forma appare più accattivante anche se forse meno originale. Resta comunque un brano più che piacevole da ascoltare, “So what were we thinking? / You got me cab and we said we were done / And I thought I was fine / But the days were so long and they rolled into one / And I, I couldn’t believe you were taking it in your stride / Then you tell me that you miss me and I’m like“. La successiva Night Bus è un pulsante pop dalle atmosfere notturne. La voce della Aplin si sposa bene con le nuove sonorità, trovando i suoi spazi senza che sia assorbita troppo dalla musica. In questo caso si intravedono degli ottimi spunti per il futuro, “Suddenly I know / That I’m on my way home / To you for the last time / It’s not what you wanted / But I know you got this / And you’re gonna be fine“. Il terzo inedito è Run For Cover. Delicata e sognante, ha inizio soft ma la canzone cresce lentamente. Il ritornello è orecchiabile e la produzione non eccessiva. Qui i fan di vecchia data troveranno una Gabrielle più vicina alle ultime sue creazioni, “I’ve already packed my promises / They’re waiting by the door / The house is burning / Better run for cover / Run for cover“. Chiude l’EP un riproposizione di Miss You suonata al pianoforte. La canzone c’è e questo fa ben sperare.

Miss You è forse un EP che lascia aperto qualche interrogativo ma la sua ridotta durata lo fanno scivolare via senza intoppi. Gabrielle Aplin prova qualcosa di diverso, e le riconosco il coraggio, ma forse questa scelta la avvicina troppo a qualcosa di “già sentito” che se da un lato funziona dall’altro allontana chi vorrebbe un pop più cantautorale e genuino. Apprezzo la scelta di pubblicare Miss You prima di un eventuale terzo album che, se dovesse proseguire su questa strada, sarebbe una svolta importante ma non necessariamente sbagliata o vincolante. In definitiva Miss You si lascia ascoltare e toglie quello sfizio, quel bisogno di pop quasi fosse una caramella.

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