Il numero perfetto (Trecento)

Sono passati quasi quattro anni esatti da quando per la prima volta ascoltai i London Grammar, poco prima del loro esordio intitolato If You Wait (Ancora un attimo). I tre ragazzi inglesi, Hannah Reid, Dot Major e Dan Rothman, si sono presi tutto il tempo necessario per realizzare il loro secondo album, uscito lo scorso mese e intitolato Truth Is A Beautiful Thing. Non posso nascondere che il ritorno del London Grammar era uno dei più attesi dell’anno, perché l’eccezionale esordio ha alzato l’asticella delle aspettative. C’era anche la curiosità di scoprire se il gruppo avrebbe intrapreso la via di un pop più commerciale o sarebbe rimasto in un contesto alternative, confermando così le sensazioni di If You Wait. La verità è una cosa bella e per scoprirla basta ascoltare il nuovo album del talentuoso trio inglese.

London Grammar
London Grammar

Rooting For You ci accoglie nel nuovo album facendoci scivolare dolcemente sulla voce della Reid. La musica è essenziale e maestosità del canto è la chiave della canzone. Impossibile rimanere indifferenti di fronte ad un talento così cristallino, “It is only, you are the only thing I’ve ever truly known / So, I hesitate, if I can act the same for you / And my darlin’, I’ll be rooting for you / And my darlin’, I’ll be rooting for you“. La successiva Big Picture è un altro brillante brano in perfetto stile London Grammar. Spruzzate di elettronica centellinate e ben dosate sono un tappeto rosso per Hannah Reid. Una delle canzoni più accattivanti e immediate dell’album, “Only now do I see the big picture / But I swear that these scars are fine / Only you could have hurt me in this perfect way tonight / I might be blind, but you’ve told me the difference / Between mistakes and what you just meant for me“. Anche Wild Eyed viaggia sullo stesso binario. Questa volta le sonorità sono più distese e rarefatte, con consistenti echi dell’esordio. Si tratta di uno dei brani di questo album più vicini a quelli del precedente If You Wait, “Sun suffocate the atmosphere / But I’m safe with you far away from you / Another fire through another open door / It’s what I’m living for”. Oh Woman Oh Man è probabilmente la canzone più rappresentativa del nuovo corso della band. C’è sempre la Reid al centro e la musica le gira intorno, un impatto quasi cinematografico, dinamico. Una grande prova corale che forma una delle migliori canzoni di questo album, “Oh woman, oh man / Choose a path for a child / Great mirrored plans / Oh woman, oh man / Take a devil by the hands through / Yellow sands“. Questo aspetto quasi teatrale delle nuove canzoni trova il suo apice in Hell To The Liars. La voce soave della Reid dà il via ad un crescendo sempre più inteso e magnificente. La musica è essenziale ma ben studiata. Da ascoltare, “Those who are born with love / Here’s to you trying / And I’m no better than those I judge / With all my suffering“. Potrebbe essere una potenziale hit, Everyone Else, con il suo ritornello orecchiabile e il beat in sottofondo. La velocità dei Londo Grammar e lenta ma costante, una sorta di moto perpetuo, “I’m flying away from fire / And I’m running from the known / I see the most beautiful colors here / In a terrifying storm“. No Believer si srotola su pulsazioni elettroniche new wave. Hannah Reid tiene le redini della canzone, muovendosi tra distorsioni della voce che, di fatto, ne fanno una delle più innovative per il gruppo, “All that we are, all that we need / They’re different things / Oh, maybe what we are and what we need / They’re different things“. La successiva Bones Of Ribbon è una lenta cavalcata, malinconica ricamata sulla voce inimitabile della bionda leader. Una canzone che cresce pian piano, quasi ipnotica, “They found me there in the sands / Bones of ribbon in my hand / Whites went blue, and then went yellow / And your feet don’t stop me now / Feet don’t stop me now“. Who Am I non può fare a meno della voce della Reid. Si finisce per rimanerne incantati. I rintocchi di Rothman e Major l’accompagnano sempre con discrezione, arricchendo e amplificando il suo talento, “All my love in the dark / Be close but miles apart / And I am trying my best / To fit in with the rest“. Leave The War With Me ritorna sulle sonorità del primo album, puntando sul ritmo e le atmosfere notturne. Tutto si incastra alla perfezione, ogni dettaglio è curato, “Fair trials, they don’t exist my friend / Only a circus in my mind / Judgement’s gone and there’s no love again / But it’s my way ‘till the end of time“. Chiude la title track Truth Is A Beautiful Thing che è un po’ il manifesto dell’album. Un pianoforte apre la strada alla Reid che con voce calda sembra volerci confortare. Sempre in controllo, sempre perfetta con sfumature soul più accentuate, “Hold your heart, hold your hand / Would be to me, the greatest thing / To hold your heart, to hold your hand / Would be to me, the bravest thing“. La versione deluxe si arricchisce di altri brani inediti (Control e What A Day su tutte), alcune demo e una cover live di Bitter Sweet Symphony, un classico dei The Verve.

I London Grammar con Truth Is A Beautiful Thing non si prendono il rischio, né la responsabilità di cambiare ma affrontano l’atteso ritorno nel migliore dei modi. La voce di Hannah Reid viene sfruttata al meglio, in tutte le sue sfumature, riuscendo così a toccare le corde giuste anche dei cuori più duri, facendo salire più di un brivido lungo la schiena. Tutte le canzoni vanno oltre i quattro minuti di durata, denotando così la volontà di dare una connotazione epica, cinematografica alla loro musica. La velocità è costante, i colori sono quelli della notte. Tutto è pulito e perfetto. Chi avrebbe voluto ascoltare qualcosa di diverso dal loro esordio, potrebbe rimanere deluso ma chi voleva semplicemente tornare ad ascoltare i London Grammar ne rimarrà nuovamente affascinato. Non c’è più nessun dubbio ora che questi tre ragazzi siano una delle band più interessanti e di talento degli ultimi anni.

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Visioni cosmiche

Lasciai questa band olandese alle prese con un folk etereo, dalle contaminazioni americane, circa due anni fa e ora li ritrovo un po’ cambiati. I Mister And Mississippi sono tornati quest’anno con il loro terzo album, intitolato Mirage. La copertina spaziale e vagamente psichedelica, lasciava intravedere una svolta piuttosto decisa verso sonorità lontane dal folk degli esordi. I primi singoli, non hanno fatto altro che confermare questa mia sensazione. Quando c’è da esplorare un mondo nuovo, anzi qui si parla di spazio interstellare, io non mi tiro indietro. Mirage mi incuriosiva e non vedevo l’ora di ascoltarlo. Maxime Barlag e soci mi hanno colto impreparato ma non significa che sia un male. Affatto.

Mister And Mississippi
Mister And Mississippi

L’album si apre con la contagiosa Wolfpack. La voce della Barlag è distorta e aleggia tra linee di basso ed eco elettronici. Subito si delinea il nuovo corso della band, che tra i synth, trova una forma nuova e convincente. Anche la successiva Lush Looms fa leva sul ritmo e sulla voce morbida ma vagamente fredda della Barlag. Il ritornello è orecchiabile e richiama alla memoria un sound anni ’90. Il revival di questo decennio un po’ dimenticato sembra cominciato davvero. La successiva The Repetition Of Being Alone è più vicina alle produzioni precedenti del gruppo. A mio parere una delle migliori canzoni dell’album che dimostra l’abilità della band nello scrivere canzoni. La titletrack Mirage si apre con un muro di chitarre distorte, spezzato dalla voce sognante ed eterea della Barlag. Il sound è una sorta di rock psichedelico lanciato verso un futuro fantascientifico. Ed è proprio questa l’anima dell’album. Il singolo HAL9000 è un accattivante brano, facile da ricordare. Il titolo è ispirata al celebre supercomputer della navicella Discovery del film di Kubrick 2001: Odissea nello spazio. Una canzone davvero ben fatta. La successiva Pulsar sembra uscita da un album degli Editors. Suoni elettronici e futuristici danno forma alle nuove sonorità new wave dei Mister And Mississippi. Una canzone che di fatto non decolla mai, viaggiando a velocità costante nello spazio. Con i suoi cinque minuti e mezzo, Vices/Virtues è il tentativo di produrre un brano dai tratti epici, alleggerito dal ritornello. La band in questo brano riesce a coniugare al meglio il suo passato e il suo presente, arricchendosi di dettagli musicali. Interstellar Love Part I è un breve intro musicale ad Interstellar Love Part II che rappresenta il cuore pulsante dell’album. Sonorità anni ’80 per una delle canzoni più mature e ispirate di questo album. L’artificiosità dei suoni e il finale sperimentale meritano un’attenzione particolare. Da ascoltare. Replicants è un finale etereo, vibrante che ripropone i tratti caratteristici del gruppo ma sotto una forma più moderna e più coraggiosa. Un brano segna la fine di un viaggio nel buio dello spazio infinito.

I Mister And Mississippi con Mirage, riescono nella non facile impresa di cambiare, anche piuttosto radicalmente, senza perdere la loro identità. La forza di questo album sta nella coesione tra le singole tracce che lo compongono. Tutto riconduce ad immagini di stelle lontane e pianeti sconosciuti. Che siano dentro di noi o al di fuori, questo sta all’ascoltatore decidere. Quella figura astratta in copertina è la perfetta sintesi di un album che ha tolto i Mister And Mississippi dalle pericolose sabbie mobili del pop folk, lanciandoli in orbita, tra new wave e revival anni ’80. Guidati dalla carismatica Maxime Barlag, sempre più protagonista, il gruppo olandese riesce a sorprendere e a spazzare via un po’ della polvere che si era formata sull’ultimo album.

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Sotto lo stesso cielo

Questa non è una recensione come le altre. Ho atteso questo momento per cinque anni, tanto è il tempo passato da Life In A Beautiful Light, terzo album della cantautrice scozzese Amy Macdonald. La scorsa settimana è uscito Under Stars, il suo nuovo album dopo un’interminabile attesa. Se ho iniziato ad ascoltare musica così tanto come in questi anni lo devo, in qualche modo, al lei. Se questo blog è andato avanti per tutti questo tempo, lo devo a questi cinque anni passati ad aspettare questo album. Per ingannare l’attesa ho ascoltato altro ma non ho mai dimenticato Amy Macdonald. In cinque anni sono cambiate parecchie cose ma neanche poi tante. Mi ricordo quando ascoltavo Life In A Beautiful Light in treno, di ritorno dai primi giorni di lavoro, in una calda estate. Il lavoro è lo stesso e il treno anche. Io e Amy siamo più vecchi di cinque anni. Questo Under Stars si è fatto attendere ma alla fine è arrivato. La domanda che è naturale porsi è: ne è valsa la pena? Per scoprirlo non resta che ascoltarlo. Nella versione deluxe naturalmente.

Amy Macdonald
Amy Macdonald

Il singolo Dream On apre l’album e ritroviamo subito il pop rock accattivante e orecchiabile della Amy di sempre. Un ritornello che è finito per girarmi in testa per settimane e continuerà a farlo, un buon segno ma sopratutto un buon inizio, “Live on and dream on / I’m on top of the world and I’m on the right track / I’m on top of the world and I won’t look back“. La title track Under Stars è un trascinante pop che ci ricorda che siamo tutti sotto lo stesso cielo, nonostante le distanze. Una delle mie preferite di questo album e sono tante, “In life you gotta find your feet / In life you gotta dare to dream / Don’t worry / We still love you / You still feel it even when we’re miles apart / You’re living under Stars and Stripes“. Con Automatic, Amy Macdonald condivide con noi le emozioni di viaggiare per i mondo con sincerità e semplicità. Qui, come in altri brani, si sente tutta l’influenza di Bruce “The Boss” Springsteen, “Feeling sadness, feeling shame / I’ve taken the easy way out over and over again / Open road, I’m coming home / I’m free to live, I’m free to roam“. La successiva Down By The Water ci fa ascoltare una Macdonald inedita quasi soul. A sottolinearlo c’è la partecipazione della cantate soul Juliet Roberts. Uno dei suoi brani più toccanti e in questo album non il solo, “I tried to call you but you didn’t hear / Darkened feeling what you’re doing here / Where’s your baby? Where’s your girl? / Out in the water, out in the world“. Segue la bellissima Leap Of Faith dove tutto è perfetto. Melodia, ritmo ed un’interpretazione carica di energia. Mi piace cercare canzoni che rappresentano al meglio un album, ecco, questa potrebbe essere una di quelle, “I don’t know, if it’s Yes or No from me, but / All You do is hold me back / Standing on the water’s edge / Dreaming of a better place / I’d feel the air again / I’d feel the air again“. Amy Macdonald con Never To Late mette a segno un colpo basso per i nostri deboli cuori. Senza dubbio una delle sue canzoni più emozionanti. Un canzone di speranza e conforto, una di quelle canzoni che ti portano altrove, “Ain’t no use in sitting around / Waiting for the world to change / Never too late to stand your ground / Do what it takes to make them proud / And never too late the change your mind / The book has not been written / The page is blank, the scene is set / Let’s start at the beginning“. Si ritorna al pop rock con Rise & Fall. Ispirata al personaggio di Frank Underwood, questa canzone sarà in grado si scaldare il pubblico durante i concerti. Amy sa bene come si fa, “Everything must come to an end / Don’t rely on the trust of men / Remember how it used to be? / People helping those in need“. Un po’ di USA nella successiva Feed My Fire, una canzone d’amore come sempre carica di energia e buoni sentimenti, convogliati dalla voce inimitabile della Macdonald, “Picking up the pieces of the heart you left behind / Put me back together this new love I’ve found / Basking in the glory, masking out the pain / These memories in my head will never be the same again“. The Contender è un altro bel pezzo pop rock con un ritornello che ti fa venire voglia di correre. Una canzone che trasuda libertà e sacrificio, una Amy Macdonald in gran forma, “And I’ve got the scars to prove I’ve been there / I’ve got the marks from when I tried / I’ve covered miles and miles to get here / Only for you to cast me aside“. Prepare To Fall è, secondo me, la canzone che più rappresenta la crescita di quest’artista. Una canzone matura, quel genere di canzone mi sarebbe piaciuto trovare nel nuovo album ed eccola qui. Mi piace. Tutto qui, “Come rain, come shine / You’re happy all the time / Your dreams they didn’t come true / What the hell happened to you / Are you waiting for the call / I guess they didn’t get through it all / Be like me / Prepare to fall / Prepare to fall“.  Chiude l’album la splendida ballata From The Ashes, riflessione su tempo che passa e l’incertezza del futuro. Un bel modo per salutarsi, ancora una volta, “All my hopes and memories are blowing in the wind / I started off with nothing and I’m back her once again / The little things in life are free / The simple things like you and me / And like love, like love, like love, like love“. Prima dei titoli di coda c’è ancora qualche canzone riproposta in versione acustica e una bella (e immancabile) cover di I’m On Fire, del mitico Boss.

Under Stars arriva dopo anni passati ad ascoltare le nuova canzoni dai video di qualche concerto in giro per l’Europa. Ora trovo quelle canzoni sotto un unico nome, tutte insieme, nella loro forma migliore. Sotto quel sorriso e i suoi occhi azzurri (e qualche tatuaggio in più) ho trovato una Amy Macdonald ispirata e con tanta voglia di fare bene. Non esiste un album più bello dell’altro ma Under Stars è sicuramente quello nel quale le canzoni vanno ad incastrasti una con l’altra, c’è maggiore coesione tra loro che in passato. Si tratta del primo album dove Amy Macdonald a non ha scritto tutte le canzoni da sola e questo ha reso più ricca la tavolozza di colori a sua disposizione. Under Stars andrà a ripetizione per il resto dell’anno e oltre. Spero solo che il prossimo album non si faccia attendere come questo. Ma per ora mi godo il ritorno di un’artista alla quale sono legato particolarmente. Mi sono posto una domanda all’inizio di questo post e la risposta è una sola: sì.

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Sulla buona strada

Tra le uscite dello scorso anno che ho mancato di riportare su questo blog per una banale questione di tempo c’è un album intitolato Good. Hayley Reardon, ventenne cantautrice americana agli esordi, è una di quello scoperte che ho fatto attraverso NoiseTrade, un ottimo sito per scoprire nuova musica e sostenere gli artisti. Questo suo album ha fin da subito attirato la mia attenzione, in primo luogo perchè è il suo esordio, e poi perchè il suo stile a cavallo tra pop cantautorale e folk americano è nelle mie corde. Senza pensarci troppo mi sono buttato su Good certo di trovare al suo interno qualcosa di buono, good, appunto. Questo è il risultato.

Hayley Reardon
Hayley Reardon

La title track Good ci introduce nel delicato mondo della Reardon. C’è la tenerezza di un amore giovane e quella traccia di malinconia che dà forma ai sentimenti. Una canzone che mette in luce il suo talento cristallino, “People do crazy things / Try everything / Just to be who they think the should / But you, you do it ‘cause you’re good, good, good / Don’t let nobody tell you you aren’t good / You are good“. La successiva Would You Wait ha tutto il gusto del pop adolescenziale ma con una sensibiltà matura. La voce della Reardon è giovane ancora da scoprire ma le potenzialità ci sono e questa canzone ne dà prova, “I’m begging trying to tell you / That my head is like a city some days / Only when we’re laying in our whispers / Do I start to hear the street noise fade / I could come along fine“. C’è il fascino del folk americano nella bella Ghost. Una delle canzoni più mature dell’album, un’interpretazione intense e delicata allo stesso tempo, “Speak my words under water to make sure you hear / ‘Cause you live underwater on black coffee, burnt fear / And they all say they told me, but nobody told me / I guess you don’t know, don’t know, don’t know / Until you know“. Paper Mache ha quel tocco blues che la rende una delle canzoni più orecchiabili dell’album. Qui la Reardon è a suo agio, giocando con la voce e ammaliando l’ascoltatore. Ben fatto, “When everybody’s taking their hearts out to be framed / Here I am pulling at my edges hoping my name fades / From this paper, paper, paper mache / Leave my paper heart to blame / I’ll build it better when I’m better one day“. Con The Going si ritorna alla semplicità di un pop folk carico di sentimenti. C’è sempre quella malinconia di fondo, un tratto che è caratteristico di quest’artista e di tante altre della sua generazione. Una generazione di talento, “Does it hit you in your bones like seasons / Your finger ache with reasons / Why its getting too still here to breathe when / You’re face to face with your life for a second“. The High Road è destinata a rimanere nella vostra testa per un po’. Il ritmo si alza e la voce della Reardon è irrestibile nel ritornello. Un’ottima prova di songwriting, “At least I only want / What I say I do / I may be last to dance / But hell I’m first to move / And if I ever tried to pull off / All the crazy things you do / I’d want you to skip the high road too“. Segue la triste ballata Fourth Grade, davvero notevole per la dolcezza e sensibilità con la quale è stata scritta e cantata. La voce della Reardon si fa calda e confortante e rende questa canzone una delle migliori di questo album, “I met a girl today in fourth grade / It’s her first year with a locker / And a teacher with a first name / She’s smiling as she tells me / Weekend homework isn’t easy / But she can’t wait to be as old as me“. When I Get To Tennessee è un’altra canzone che con semplicità sa creare la giusta atmosfera un po’ malinconica ma positiva. In queste canzoni viene fuori la giovane età di questa artista ed è un bene, “But every time I get two hundred dollars and a brand new dress / I’m gonna fly you to the city just to catch my breath / It’s gonna be hard not to hold your hand / But we’ve still got a world to share when we can / When we can, when we can, when we can“. Con Count si abbassano le luci e si spande nell’aria una ballata romantica e solitaria. Una canzone che scalda il cuore, “And oh, when you’re looking from the last round / You’re laying with your head down / You’ll say it only mattered cause we made it / It only mattered cause we made it home“. Holes In Your Pocket è sulla stessa lunghezza d’onda della precedente e ancora una volta basta un chitarra per fare una canzone. Canzoni come queste arrivano dritte, lungo strade larghe e pianeggianti, “I could sew the holes in your pockets / I’m only scared of the ones in your hands / How much do you lose when you’re walking / How much more do I not understand / Because I want all of you, all of you, all of you / I want all of you“. Chiude l’album Work More che ne racchiude i suoi aspetti migliori, “A world where we dance like Steinbeck writes / Where the dust lines the floor like lights / Where the songs don’t say get rich or die trying / ‘Cause you build the paper life and the paper still goes flying“.

Hayley Reardon con questo suo Good si presenta come una cantautrice che ama la semplicità nelle sue canzoni. Chitarra e voce sono spesso sufficienti per dare forma a questi brani. Questo è un buon esordio dove ancora si sente quella maracata sensibilità che i giovani cantautori sanno trasmettere attraverso le loro canzoni. Un esordio che mi ha incuriosito e mi ha convinto a mettere Hayley Reardon tra gli artisti da tenere d’occhio per il futuro. Good è un ottimo compagno per i freddi pomeriggi d’inverno e la sera che arriva presto.

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Caramelle gommose

Quando pensi che un’artista che segui abbia trovato la sua strada, ecco che questa si trasforma e cambia. Se nell’ultimo Light Up The Dark del 2015 vincevano sui colori il bianco e il nero, nel nuovo EP intitolato Miss You sono proprio i colori a prendersi una rivincita. Gabrielle Aplin è una giovane cantautrice inglese che seguo fin dai suoi esordi e al termine dello scorso anno ha pubblicato un nuovo EP che potrebbe significare un nuovo inizio per lei. La scelta di fare un EP di tre inediti (più una versione acustica) potrebbe servire a sondare il terreno per un futuro album che strizza l’occhio ad un pop mainstream. Questa svolta, anche se per ora limitata a questo Miss You, mi ha fatto inizialmente storcere il naso ma io non volto le spalle ad un’artista così facilmente. Gabrielle Aplin non fa eccezione.

Gabrielle Aplin
Gabrielle Aplin

La title track Miss You simboleggia questa svolta pop. Niente più chitarre, nè pianoforte ma si vive a colpi di beat. La Aplin non perde il piglio da cantautrice e in questa forma appare più accattivante anche se forse meno originale. Resta comunque un brano più che piacevole da ascoltare, “So what were we thinking? / You got me cab and we said we were done / And I thought I was fine / But the days were so long and they rolled into one / And I, I couldn’t believe you were taking it in your stride / Then you tell me that you miss me and I’m like“. La successiva Night Bus è un pulsante pop dalle atmosfere notturne. La voce della Aplin si sposa bene con le nuove sonorità, trovando i suoi spazi senza che sia assorbita troppo dalla musica. In questo caso si intravedono degli ottimi spunti per il futuro, “Suddenly I know / That I’m on my way home / To you for the last time / It’s not what you wanted / But I know you got this / And you’re gonna be fine“. Il terzo inedito è Run For Cover. Delicata e sognante, ha inizio soft ma la canzone cresce lentamente. Il ritornello è orecchiabile e la produzione non eccessiva. Qui i fan di vecchia data troveranno una Gabrielle più vicina alle ultime sue creazioni, “I’ve already packed my promises / They’re waiting by the door / The house is burning / Better run for cover / Run for cover“. Chiude l’EP un riproposizione di Miss You suonata al pianoforte. La canzone c’è e questo fa ben sperare.

Miss You è forse un EP che lascia aperto qualche interrogativo ma la sua ridotta durata lo fanno scivolare via senza intoppi. Gabrielle Aplin prova qualcosa di diverso, e le riconosco il coraggio, ma forse questa scelta la avvicina troppo a qualcosa di “già sentito” che se da un lato funziona dall’altro allontana chi vorrebbe un pop più cantautorale e genuino. Apprezzo la scelta di pubblicare Miss You prima di un eventuale terzo album che, se dovesse proseguire su questa strada, sarebbe una svolta importante ma non necessariamente sbagliata o vincolante. In definitiva Miss You si lascia ascoltare e toglie quello sfizio, quel bisogno di pop quasi fosse una caramella.

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Un Natale con i fiocchi

È la vigilia di Natale ed è anche sabato. Di solito il fine settimana è destinato ad una recensione ma questo non è un fine settimana come gli altri. Quest’anno posso unire il Natale alla musica e questo è possibile sono se si tratta di musica natalizia. Come rimanere indifferenti di fronte alle nostalgiche e zuccherose canzoni di Natale? Come esserlo se a cantarle è una come Kacey Musgraves? Sì, quest’anno la cantautrice americana ha pubblicato A Very Kacey Christmas, un album di Natale con tanti classici e quattro inediti. L’album di canzoni di Natale è una tappa forzata per ogni artista di successo e non sempre il risultato è all’altezza ma Kacey Musgraves… bhè ascoltare per credere.

Kacey Musgraves
Kacey Musgraves

Si comincia con Have Yourself A Merry Little Christmas che subito ci porta nell’atmosfera natalzia. Calda e confortante, la voce della Musgraves è suadente al punto giusto. Un inizio con i fiocchi, “Through the years, we all will be together if the fates allow / So hang a shining star upon the highest bough / And have yourself a merry little Christmas now“. Un classico che più classico non si può come Let It Snow non può certo mancare. Impreziosito dal Trio Lescano… ops intedevo le The Quebe Sisters. Una canzone che fa subito Natale, “Oh, the fire is slowly dying / And, my dear, we’re still goodbye-ing / But as long as you love me so / Let it snow, jet it snow, let it snow“. Christmas Don’t Be Late ha i tratti delle belle canzoni di una volta. Tutto è fatto con gusto e attenzione, Kacey Musgraves si rivela essere un’artista versatile e brava, “Want a plane that loops the loop / And I still want a hula-hoop / I can hardly stand the wait / Please, Christmas, don’t be late / I can hardly stand the wait / Please, Christmas, don’t be late“. Il primo inedito è A Willie Nice Christmas, cantata insieme a quella vecchia roccia di Willie Nelson. Un Natale alternativo, una canzone simpatica che spazza via la nostaligia che questa festa porta con sè, “Don’t get caught up in the hustle and the bustle / This time of year ain’t supposed to be so stressful / Here’s to easily silent nights and finding your own paradise / ‘Cause whatever family, might call your own“. C’è anche Feliz Navidad di José Feliciano. Una bella versione arricchita dai cori e dalla voce elegante della Musgraves. Davvero bella, “Feliz navidad, feliz navidad / Feliz navidad, prospero año y felicidad / Feliz navidad, feliz navidad / Feliz navidad, prospero año y felicidad“. Un’altro inedito con Christmas Makes Me Cry. Qui la malinconia sale alle stelle. Coglie tutti gli aspetti del Natale che ogni anno si ripete e ogni anno pensiamo a quanto era bello quando eravamo bambini, “It’s the ones we miss, no one to kiss under the mistletoe / Another year gone by, just one more that I, I couldn’t make it home / And I know that they say, “Have a happy holiday” / And every year, I swear I sincerely try / Oh, but Christmas, it always makes me cry / Always“. Anche Present Without A Bow è un inedito dal piglio pop. Vede la collaborazione di Leon Bridges. Un bel duetto che porta una storia d’amore sotto l’albero. Un pezzo romantico e nostalgico, “There’s no red and white stripes on a candy cane / And Silent Night just wouldn’t sound the same / Where’d the magic go? / All I know is me without you is like a present without a bow“. Un’altro classico come Mele Kalikimaka riaccende la speranza di un Natale sereno. Kacey Musgraves ci porta alle Hawaii con la consueta dolcezza e spensieratezza, con un tocco vintage, “Mele Kalikimaka is the thing to say / On a bright Hawaiian Christmas Day / That’s the island greeting that we send to you / From the land where palm trees sway“. Vale il prezzo del biglietto la divertente I Want Hippopotamus For Christmas. Un classico interpretato dalla Musgraves con innocenza, sembra cantare con un bel sorriso e fa sorridere anche chi ascolta. La canzone di per sè è già irresistibile ma con la sua voce e la reintrepetzione country lo è ancora di più. Da ascoltare, “I want a hippopotamus for Christmas / Only a hippopotamus will do / No crocodiles or rhinoceroses / I only like hippopotamuses / And hippopotamuses like me, too“. Un altro classico per bambini è Rudolph the Red-Nosed Reindeer. Come in precedenza, l’interpretazione della Musgraves è perfetta. Tutto molto natalizio, “Rudolph, the Red-Nosed Reindeer had a very shiny nose / Well, and if you ever saw it, you would even say it glowed / (Like a light bulb)“. Ribbons And Bows è un inedito nel quale l’amore trionfa. Carica di buoni sentimenti come vuole il Natale, questa canzone è orecchiabile quanto basta per essere cantata in coro, “Don’t need ribbons and bows to cure my woes / No, I just need your love / Expensive rings or diamond things / No, I just need your love“. Chiude l’album What Are You Doing New Year’s Eve?, lento romantico e strappalacrime. Kacey Musgraves ne dà un interpretazione elegante con un sensibilità d’altri tempi, “Wonder whose arms will hold you good and tight / When it’s exactly 12 o’clock midnight / Welcoming in the New Year, New Year’s Eve“.

Gli album con le canzoni di Natale hanno da sempre avuto un significato più commerciale che artistico. Questo non fa eccezione. Lo ascolterete per qualche settimana per poi riporlo nel cassetto fino all’anno prossimo. A Very Kacey Christmas però non è eccessivamente melenso e ruffiano, la brava Kacey dimostra tutto il suo talento, reinterpretando i classici con grande rispetto e classe. Purchè non diventi un appuntamento fisso ogni anno, questo album è un’ottima colonna sonora per le feste da ascoltare e riascoltare prima che finiscano. Un album da condividere con parenti e amici, in perfetta sintonia con il Natale.

Mi ritorni in mente, ep. 41

Tra i primi articoli di questo blog compare un post che raccontava la mia scoperta della cantautrice scozzese Amy Macdonald nel 2011. Quel momento ha rappresentato un punto di svolta nella mia ricerca musicale essendo stata la prima donna ad aggiungersi alla mia musica preferita. Da quel momento ho iniziato il mio consumo di musica che chi legge questo blog ben conosce. Il primo This Is The Life non restò a lungo da solo e qualche settimana dopo ascoltai A Curious Thing. L’anno successivo Amy Macdonald pubblica Life In A Beautiful Light e io prontamente l’ho ascoltato e recensito. Dal quel momento è iniziata l’attesa per il quarto album. Ci sono voluti quattro anni per poter tornare ad ascoltare Amy Macdonald con una nuova canzone.

Ecco dunque che questa settimana ha annunciato Under Stars, il nuovo album che sarà pubblicato il 17 Febbraio dell’anno prossimo, a cinque anni di distanza dall’ultimo Life In A Beautiful Light. L’annuncio è accompagnato da una versione acustica di Down By The Water. Per quello che ho potuto ascoltare dalle registrazioni live di questi anni e da questo nuovo brano, mi sembra di notare la un maggiore maturità con la quale la Macdonald affronta questo ritorno. Down By The Water mi piace e sono convinto che questo album possa essere un passo in avanti per una delle artiste per le quali da sempre ho un debole. Bentornata cara Amy, spero che Under Stars questi cinque anni di attesa li valga tutti. Sono sicuro di sì.