Cuore solitario

Un paio di anni fa è passato da queste parti un album davvero eccezionale, intitolato Honest Life della cantautrice americana Courtney Marie Andrews. Quell’album è finito dritto tra i migliori del 2016 e ancora oggi lo ascolto più che volentieri. A soli ventisette anni, quest’anno ha pubblicato il suo settimo album, May Your Kindness Remain. Non ho avuto bisogno di singoli o preview varie per decidere cosa fare. Non ho esitato ad ascoltare questo album nonostante abbia letto recensioni discordanti in merito. Ma in genere non mi lascio condizionare, soprattutto se si tratta di un artista che già conosco, e quindi ecco qui May Your Kindness Remain tutto da scoprire canzone dopo canzone.

Courtney Marie Andrews
Courtney Marie Andrews

La titletrack May Your Kindness Remain apre l’album. Un organo in sottofondo lascia spazio alla voce melodiosa e potente della Andrews. Una riflessione sulla ricchezza dei sentimenti e non dei beni materiali con un piglio più soul che in passato, “And if your money runs out / And your good looks fade / May your kindness remain / Oh, may your kindness remain“. La successiva Lift My Lonely From My Heart torna ad affrontare il tema della solitudine, da sempre caro alla Andrews. Una canzone che ricalca gli schemi più classici del country ma che gode della sua emozionante voce, “When morning comes, whistling comes a bluebird / While I try to find a will to wake / My loneliness, it blurs the days together / My loneliness, it pushes you away“. Two Cold Nights In Buffalo è un country on the road che richiama le sonorità del precedente album. Una carrellata di immagini di un America che si allontana da quel sogno che si è costruita, “Snowy prison out on Main Street, heaters hang from the cells / A bum searches for shelter, so cold he dreams of hell / It’s that American Dream dying, I hear the whispers of each ghost / Of a wealthy man who once died in downtown Buffalo“. Rough Around The Edges è una ballata solitaria alla quale la Andrews non è nuova e accetta di guardarsi dentro e confidarsi a chi l’ascolta. La sua voce è veicolo di sentimenti ed emozioni come poche sanno fare, “Curtains closed so I can sleep in late / Nothin’ on the TV, but it always plays / Dirty dishes, buds in the ash try / Don’t feel like pickin’ up the damn phone today“. Border vede la cantautrice americana alle prese con un country blues rilassato ma ruvido. Non è un cambio di ritmo ma solo una variazione sul tema principale dell’album, peraltro ben riuscita, “There is always a reason / A story to tell / But you cannot measure a man until you’ve been down the deepest well“. Si ritorna alle ballate con Took You Up. Un piano forte e delle chitarre distorte accompagnano il canto della Andrews. Ancora la malinconia e la solitudine sono al centro di una canzone, sono parte di lei, “Good friends, good company / In every corner of this country / But none of them quite get me / The way you get me / Long drives through the countryside / Cheap motels, diners, and dice / Callin’ numbers on the billboard signs / See who picks up on the other line“. This House è ancora una ballata che si ispira agli scorci che una casa può offrire. Immagini confortanti, forse imperfette ma sincere evocate da un testo poetico, “The faucet might leak, the staircase might creak / The heater takes a while to kick in / But there’s a whole lot of laughter and love / This house, this house is our home“. Ancora la gentilezza in Kindness Of Strangers un vibrante soul dal animo country. Cercare di essere sempre gentili non è affatto facile e Courtney Marie Andrews lo sa bene, “People come and people go / And some will make their mark / Like an iron to the bowl / A cymbal in your heart / And the ones that stick around / Are the hardest ones to find / And if you can’t find the closest / You need the kindness to survive“. I’ve Hurt Worse è una deliziosa poesia in musica sulle difficoltà dell’amore. Poche frasi che si ripetono, dove ritornello e strofe quasi si confondo ma che danno la misura del talento della Andrews, “I like when I have to call you a second time / It keeps me wondering if you are mine / Mother says we love who we think we deserve / But I’ve hurt worse, I’ve hurt worse“. L’ultimo brano dal titolo Long Road Back To Home è una lunga ballata notturna. Lo stile è quello tipico di questa cantautrice ma con ancora sfumature soul che toccano, delicatamente, le corde giuste del cuore, “Call me when you get to Austin / When you’re fillin’ up at that Chevron station / Get yourself a coffee and power through / It’s a long, long road back to you“.

Riguardo a May Your Kindness Remain ho letto che il suo punto debole è la poca varietà nelle tonalità ed è vero ma solo ad un ascolto superficiale. Ad ogni ascolto emerge sempre qualcosa di nuovo, nuove sfumature e sensazioni. Le tematiche ricorrenti, come la solitudine, non offrono molti colori alla sua tavolozza ma Courtney Marie Andrews se li fa bastare, sfruttando il suo talento. Chi lo definisce monocorde non ha compreso, o semplicemente non può comprendere, quel sentimento di fondo che pervade l’album, il quale lascia spazio a poco altro. May Your Kindness Remain è un album mosso profondamente dai sentimenti dove l’attenzione non si concentra sulla canzone fine a sé stessa ma sulla volontà di trasmettere un brivido di empatia che un ascolto affrettato non può provocare. In conclusione Courtney Marie Andrews ci regala un album meno immediato del precedente ma ancora più profondo e personale.

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Quando la pioggia non cade

Solo guardando la copertina di By The Way, I Forgive You si può intuire molto del nuovo album di Brandi Carlile. Il suo volto in primo piano, dipinto dall’amico Scott Avett, emerge dal buio alle sue spalle. Per la prima volta la copertina di album della cantautrice americana è così oscura e personale. Il suo sesto album si presenta, fin dal primo sguardo, come qualcosa di diverso. Dopo l’album di transizione del 2015, intitolato The Firewatcher’s Daughter, Brandi Carlile è tornata quest’anno con un album importante che potrebbe segnare una tappa, ma anche un traguardo, della sua carriera che la vede sul palco da più di dieci anni.

Brandi Carlile
Brandi Carlile

Every Time I Hear That Song ci riporta alle toccanti canzoni che rendono quest’artista speciale e unica. Si sente fin da subito un piglio più maturo, come se qualcosa fosse scattato dentro di lei, rompendo qualsiasi barriera tra la sua musica e la sua anima, “By the way, I forgive you / After all, maybe I should thank you / For giving me what I’ve found / Cause without you around / I’ve been doing just fine / Except for any time I hear that song“. Il singolo The Joke amplifica questa sensazione, grazie al suo inizio dimesso. La musica e la voce crescono insieme fino ad esplodere in un finale epico. Un testo bellissimo che ci invita a non arrenderci di fronte alle ingiustizie della società di oggi, “Let ‘em laugh while they can / Let ‘em spin, let ‘em scatter in the wind / I have been to the movies, I’ve seen how it ends / And the joke’s on them“. Con Hold Out Your Hand, si passa ad un folk rock che oscilla tra momenti veloci e tirati ad altri più distesi e liberatori. Una Carlile inedita, carica di energia, che sporca la sua voce per tirare fuori quel qualcosa in più, “When the rain don’t fall and the river don’t run / And the wind takes orders from the blazing sun / The devil don’t break with a fiery snake / And you handled about goddamn much as you can take / The devil don’t take a break“. La successiva è una dolce canzone dedicata alla figlia Evangeline, intitolata The Mother. Brandi Carlile sfodera tutta sua sensibilità per esprimere la gioia di essere madre e vedere la propria vita stravolta mentre il mondo intorno al loro continua ad essere quello di sempre, “She’s fair and she is quiet, Lord, she doesn’t look like me / She made me love the morning, she’s a holiday at sea / The New York streets are as busy as they always used to be / But I am the mother of Evangeline“. La successiva Whatever You Do rappresenta bene il filo conduttore di questo album. Una canzone sulle difficoltà della vita e dell’amore, cantata con quella voce emozionante alla quale non si può rimanere indifferenti, “There’s a road left behind me that I would rather not speak of / And a hard one ahead of me too / I love you, whatever you do / But I got a life to live too“. Fulton County Jane Doe è dedicata ad una donna senza nome trovata agonizzate ad Atlanta e morta pochi giorni dopo in ospedale. Dal 1988 questa donna è rimasta senza nome, “We came into this life with nothing / And all we’re taking is a name / That’s why I’ve written you this song / This is for Fulton County Jane“. Sugartooth racconta la triste storia di un ragazzo consumato dalla droga, nella quale cerca di affogare il proprio incomprensibile dolore. Una delle migliori canzoni che Brandi Carlile abbia mai scritto (con la complicità dei fratelli Hanseroth) sia dal punto di vista del testo che della musica. Da ascoltare, “He wanted to be a better man / But life kicked him down like an old tin can / He would give you the shirt on his back / If not for a sugartooth“. Most Of All ritorna sulle sonorità più care alla Carlile. Racconta attraverso ricordi e sensazioni tutto ciò che di bello lega una famiglia nel corso del tempo, facendolo sempre con la straordinaria sensibilità che la contraddistingue, “I haven’t seen my father in some time / But his face is always staring back at me / His heavy hands hang at the ends of my arms / And my colors change like the sea“. Brandi Carlile non è mai rimasta indifferente alle emozioni che il tempo che passa lascia dietro di sé e Harder To Forgive ne è un altro esempio. Ancora una canzone splendida, interpretata magnificamente, “I love the songs I hated when I was young / Because they take me back where I come from / When every broken heart seemed like the end / When everyone was someone different then“. Perfetta conclusione di questo album, la bella Party Of One. Sopra un pianoforte si poggia la voce della Carlile, che appare stanca ma ancora viva. Una canzone intensa e riflessiva, “Oh your constant overthinking and your secretive drinking / Are making you more and more alone / And girl, you can slam the door behind you / It ain’t ever gonna close / Because when you’re home, you’re already home“.

Quello che ha fatto Brandi Carlile in questo By The Way, I Forgive You è non assecondare la volontà di ricondurre la sua musica ad un genere o stile. Alla cantautrice americana, per la verità, le sono sempre andate strette le etichette ma in qualche modo ricadeva sempre all’interno di qualche definizione vicina al country. In questo album invece ha fatto tabula rasa di qualsiasi legame ai generi musicali a lei associati, anche affidandosi spesso ad accompagnamenti orchestrali. Ha ripreso il controllo della sua musica, sostenuta sempre dai gemelli Hanseroth, e così facendo ha rinvigorito sé stessa e il suo essere cantautrice. L’album è carico di temi maturi e malinconici. Non c’è posto in By The Way, I Forgive You per una gioia spensierata ma solo per gratitudine e speranza. Non si tratta di un album “triste” ma semplicemente di un album che va ad esplorare le difficoltà della vita e le piccole grandi emozioni che sa riservare.

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Uno più uno fa due

Il nome di Nikki Lane mi era già stato consigliato tempo fa e lo scorso anno ho colto l’occasione di avere il suo secondo album All Or Nothin’, del 2014, gratuitamente in occasione della pubblicazione del singolo Highway Queen che anticipava l’album omonimo. Qualche ripetuto ascolto di All Or Nothin’ mi avevano dato una buona impressione di questa cantautrice americana ma per qualche motivo ho rimandato l’ascolto dell’album Highway Queen fino a poco tempo fa. Citato spesso come uno dei migliori album country del 2017, non poteva mancare alla mia collezione anche se con un anno di ritardo.

Nikki Lane
Nikki Lane

Si comincia con la roboante 700,000 Rednecks. La voce ruvida della Lane è la prima cosa che si nota nelle sue canzoni. Lo stile ‘sporco e cattivo’ sono nel DNA di quest’artista che ne ha fatto il suo marchio di fabbrica, “Seven hundred thousand rednecks / That’s what it takes to get to the top / Seven hundred thousand rednecks / No, there ain’t no one gonna make me stop“. La title track Highway Queen è un accattivante country rock che vuole essere un inno alla forza delle donne. Questa è una delle migliori canzoni di questo album, una canzone tesa e carica di sana rabbia, “Sixty thousand miles of blacktop / Countless broken hearts between / Winding lines of white that don’t stop / Livin’ the life of the Highway Queen“. In Lay Down viene fuori l’anima outlaw della Lane. Nella sua voce ci sono le sfumature di chi ne ha viste tante. Che sia vero o no, mi piace pensare che sia così, “I heard the news / They laid him in a black suit with flowers all around / The town is filled with strangers that love him still / They’ve come to see his burial ground“. Jackpot è una canzone irresistibile. Un orecchiabile country si srotola davanti a noi, esplodendo in un ritornello di pura energia. In un attimo saremo catapultati nelle stranianti luci di Las Vegas, “Viva Las Vegas, Atlantic City rendez-vous / Weekend in Reno, late night casino / I’ll go anywhere with you / Rollin’ down the Mississippi / Livin’ us a riverboat dream / Playin’ the wildcard, life ain’t been too hard / Since you ran away with me“. C’è spazio anche per le ballate nella musica di Nikki Lane. Ne è un esempio Companion. Anche le ragazze cattive hanno un cuore e cercano la loro metà, “Cause I’m gonna run when you call / And I won’t rest ‘til I fall / From the top of the hill to the bottom of a canyon / I wanna be your companion“. Ma è tempo di riprendere con il country vibrante di Big Mouth. La nostra ragazza non le manda certo a dire e il suo stile è irresistibile. Una delle migliori canzoni dell’album. Da ascoltare, “Oh, is this really small town? / Is that what we’re talking about? / Is that where this is coming from or is it just your big mouth?“. Quando il ritmo rallenta, viene fuori il lato più sentimentale della Lane come nel caso di Foolish Heart. Un brano che si allontana dalle sonorità country in senso stretto per abbracciare un rock classico e tipicamente americano, “Foolish heart, don’t let me down / Leave me broken in this town / Cause I’ve been gettin’ on just fine / Got no need to lose my mind“. Due cuori distanti sono l’ispirazione per Send The Sun. Una ballata country malinconica ma allo stesso tempo una delle più luminose dell’album, “Well, the night’s gone and oh, it’s hard to know what to say / You call me on the telephone, say you miss me most today / We’ll I’ll see you soon / Darlin’, we’re staring at the same moon“. Nikki Lane si spinge in territori più blues con Muddy Waters. Punto di forza sempre la sua voce ruvida ma calda che da ad ogni brano un sound unico ed inimitabile, “So tear your heart out, throw it all away / Cause it don’t matter, don’t matter what you say / Cause love’s for nothing, and pain is free / Give it away for something; give it away to me“. L’ultima canzone Forever Lasts Forever, una triste canzone d’amore. Un’interpretazione accorata ed intensa, che svela una volta per tutte il lato romantico di questa cantautrice, “And anyone could try to say we didn’t keep the vows we made / But they’d be lying / Cause we said ‘til death do us part and it was true / Cause my heart feels like it’s dying“.

Non saprei dire se Nikki Lane (al secolo Nicole Lane Frady) è un personaggio o è un’autentica ragazza country cresciuta troppo in fretta ma la definizione ‘First Lady of Outlaw Country’ le calza a pennello. Highway Queen è un album godibile dalla prima all’ultima nota dove l’energia del rock e i sentimenti del country si mescolano in un equilibrio che mantiene l’album in tensione costante. Indubbiamente gran parte del merito risiede nella voce all’apparenza consumata di questa cantautrice che è il veicolo di ciò che non si può cantare, non si può esprimere attraverso le parole. Sì, Highway Queen è un ottimo album country, il naturale seguito di All Or Nothin’, il terzo della carriera di una cantautrice tutta da scoprire.

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Non mi giudicate – 2017

L’ultimo giorno è arrivato e come sono solito fare da tre anni, pubblico una lista dei migliori album di questo 2017 appena finito. Se devo essere sincero, questa volta ho fatto davvero fatica a scegliere. Non perché è stato un anno povero di buona musica, al contrario, ho dovuto “sacrificare” qualcuno che ha comunque trovato spazio per una menzione d’onore dopo gli album e gli artisti premiati. Per chi volesse avere una panoramica più completa di tutti i nuovi album che ho ascoltato quest’anno può trovarli tutti qui: 2017. In realtà, ci sono altri album che non hanno avuto spazio su questo blog, forse lo troveranno in futuro o forse no.

  • Most Valuable Player: Amy Macdonald
    Lasciatemi cominciare con il ritorno di Amy Macdonald e il suo nuovo Under Stars a cinque anni di distanza dall’ultimo album. Un ritorno che attendevo da tempo e non poteva mancare in questa rassegna di fine anno. Bentornata.
    Amy Macdonald – Down By The Water
  • Most Valuable Album: Semper Femina
    Laura Marling è sempre Laura Marling. Il suo Semper Femina è la dimostrazione che la Marling non può sbagliare, è più forte di lei. Ogni due anni lei ritorna e ci fa sentire di cosa è capace. Inimitabile.
    Laura Marling – Nouel
  • Best Pop Album: Lust For Life
    Non passano molti album pop da queste parti ma ogni volta che c’è Lana Del Rey non posso tirarmi indietro. Lust For Life è uno dei migliori della Del Rey che è riuscita a non cadere nella tentazione di essere una qualunque pop star. Stregata.
    Lana Del Rey – White Mustang
  • Best Folk Album: The Fairest Flower of Womankind
    La bravura di Lindsay Straw e la sua ricerca per questa sorta di concept album sono eccezionali. Un album folk nel vero senso del termine che mi ha fatto avvicinare come non mai alla canzone tradizionale d’oltre Manica. Appassionante.
    Lindsay Straw – Maid on the Shore
  • Best Country Album: All American Made
    Il secondo album di Margo Price la riconferma come una delle migliori cantautrici country in circolazione con uno stile inconfondibile. Non mancano le tematiche impegnate oltre alle storie di vita americana. Imperdibile.
    Margo Price – A Little Pain
  • Best Singer/Songwriter Album: The Weather Station
    Determinato e convincete il ritorno di Tamara Lindeman, sempre più a sua agio lontano delle sonorità folk. Il suo album omonimo è un flusso di coscienza ininterrotto nel quale viene a galla tutta la sua personalità. Profondo.
    The Weather Station – Kept It All to Myself
  • Rookie of the Year: Colter Wall
    Scelta difficilissima quest’anno. Voglio puntare sulla voce incredibile del giovane Colter Wall. Le sue ballate country tristi e nostalgiche sono da brividi. Serve solo un’ulteriore conferma e poi è fatta. Irreale.
    Colter Wall – Me and Big Dave
  • Sixth Man of the Year: Jeffrey Martin
    Forse la sorpresa più piacevole di quest’anno. Questo cantautore americano sforna un album eccellente. In One Go Around ogni canzone è un piccolo gioiello, una poesia che non risparmia temi importanti. Intenso.
    Jeffrey Martin – Poor Man
  • Defensive Player of the Year:  London Grammar
    Il trio inglese ritorna in scena con una album che riconferma tutto il loro talento. Con Truth Is A Beautiful Thing non rischiano ma vanno a rafforzare la loro influenza electropop lontano dalle classifiche. Notturni.
    London Grammar – Non Believer
  • Most Improved Player: Lucy Rose
    Con il suo nuovo Something’s Changing la cantautrice inglese Lucy Rose, si rialza dalle paludi in un insidioso pop che rischiava di andargli stretto. Un ritorno dove il cuore e le emozioni prendono il sopravvento. Sensibile.
    Lucy Rose – End Up Here
  • Throwback Album of the Year: New City Blues
    L’esordio di Aubrie Sellers è un album che ascolto sempre volentieri. Il country blues di questa figlia d’arte è orecchiabile e piacevole da ascoltare. Un’artista da tenere d’occhio il prossimo anno. Affascinante.
    Aubrie Sellers – Sit Here And Cry
  • Earworm of the Year: Church And State
    Non è stato l’anno dei ritornelli, almeno per me, ma non in questo post poteva mancare Evolutionary War, esordio di Ruby Force. La sua Church And State è una delle sue canzoni che preferisco e che mi capita spesso di canticchiare. Sorprendente.
    Ruby Force – Church and State
  • Best Extended Play: South Texas Suite
    Non potevo nemmeno escludere Whitney Rose. Il suo EP South Texas Suite ha anticipato il suo nuovo album Rule 62. Il fronte canadese del country avanza sempre di più e alla guida c’è anche lei. Brillante.
    Whitney Rose – Bluebonnets For My Baby
  • Most Valuable Book: Storia di re Artù e dei suoi cavalieri
    L’opera che raccoglie le avventure di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda mi ha fatto conoscere meglio i suoi personaggi. Scritto dal misterioso Thomas Malory e pubblicato nel 1485, questo libro è stato appassionante anche se non sempre di facile lettura.

Questi album hanno passato una “lunga” selezione ma non potevano mancare altre uscite, che ho escluso solo perché i posti erano limitati. Partendo dagli esordi folk di Emily Mae Winters (Siren Serenade), Rosie Hood (The Beautiful & The Actual) e dei Patch & The Giant (All That We Had, We Stole). Mi sento di consigliare a chi ha un’anima più country, due cantautrici come Jade Jackson (Gilded) e Jaime Wyatt (Felony Blues). Per chi preferisce un cantautorato più moderno e alternativo c’è Aldous Harding (Party). Chi invece preferisce qualcosa di più spensierato ci sono i Murder Murder (Wicked Lines & Veins). Questo 2017 è stato un album ricco di soddisfazioni e nuove scoperte. Spero che il prossimo si ancora così, se non migliore.

Buon 2018 a chi piace ascoltare musica e a chi no…

best-of-2017

Mi ritorni in mente, ep. 48

Dopo un periodo di assenza di ben due mesi torna la mia rubrica a cadenza del tutto casuale. Le uscite in queste settimane sono state numerose e ho dato più spazio alle recensioni. Oggi mi prendo una pausa e ripesco dalla mia memoria una bella canzone country dal sapore d’altri tempi.

High Time è un’accattivante brano country caratterizzato dalla voce irresistibile del cantautore americano Wes Youssi. Insieme alla sua band The County Champs è pronto a travolgesi con la sua musica del suo album Down Low in uscita il prossimo 19 Gennaio. Ecco un’altra data da segnarsi sul calendario. Ecco un’altra uscita per un un 2018 che si preannuncia interessante. Mentre io faccio la mia pausa voi ascoltatevi, se avete due minuti di tempo, questa High Time. Se vi avanza ancora qualche minuto perché non ascoltare anche la sua ballata Crazy Train? Per oggi ho fatto il mio dovere.

Donna selvaggia

Dopo l’ottimo esordio dello scorso anno intitolato Midwest Farmer’s Daughter (La ragazza di campagna) è tornata qualche settimana fa, una delle più interessanti cantautrici country degli ultimi anni, Margo Price. Questa ragazza incarna un certo revival country che si vuole distinguere dal country commerciale che va per la maggiore. Un ritorno alle sonorità più tradizionali e la volontà di raccontare la vita, sono i semplici ingredienti della musica di Margo Price e di chi come lei vuole far riscoprire la forma più genuina di questo genere musicale. Nel nuovo album All American Made si cercano conferme delle buone impressioni del suo predecessore e se possibile, perché no, avere qualcosa di più.

Margo Price
Margo Price

L’album si apre con la trascinante Don’t Say It. Un country blues scandito dalla voce pulita, ma graffiante allo stesso tempo, della Price. Insieme alla sua band sa come far scaldare il suo pubblico, “Don’t call the preacher when your car won’t start / Don’t call the doctor with a broken heart / Don’t count your money til it hits the bank / Don’t say you love me when you treat me this way“. Weakness è un singolo che funziona, una canzone sincera che ha il pregio di essere orecchiabile. Ma non è solo questo, c’è anche una particolare cura nel cercare e trovare le parole giuste, “I’m running for no reason / I’m running and I’m blue / There’s no better cure for it / Than being next to you / I can’t hide what I am / I guess it’s plain to see / Sometimes my weakness is stronger than me“. Margo Price rallenta un po’ con A Little Pain. Un azzeccato blues accompagnato dalla sua voce energica che ripete una semplice frase: un po’ di dolore non ha mai fatto male a nessuno, “When I come I home, I’ve gotta leave / My reality is only make-believe / Someone said it’s one or the other / But I’m breaking my back and working like a mother / Who’s to say just how it’s done?“. Una lezione di vita con Learning To Lose in compagnia di un veterano del country come Willie Nelson. Non è facile coniugare la voce consumata e ruvida di Nelson con quella più fresca della Price ma in qualche modo ci sono riusciti, “How many trails have I gone down for no reason / Just to learn that I can’t leave myself behind / And the only devil I’ve ever seen was in the mirror / And the only enemy I know is in my mind“. In Pay Gap sotto l’apparenza innocua si cela un attacco alla disparità di trattamento tra uomini e donne sul lavoro. Un testo che solleva l’attenzione su un problema sociale non ancora del tutto risolto, “We are all the same in the eyes of God / But in the eyes of rich white men / No more than a maid to be owned like a dog / A second-class citizen“. Lo smorzato country rock di Nowhere Fast racconta un disperato senso di abbandono, che raggiunge l’apice in un finale musicale di grande impatto. Una Margo Price in gran forma. Da ascoltare, “Maybe I’m to blame for the shape that I’m in / Maybe I’m insane / But I’m leaving you again / Living in the present / Trying to forget the past / I’m going nowhere fast“. Cocaine Cowboys ci mette in guardia da questi individui che non hanno nulla a che fare con i veri cowboys ma si fingono tali e fanno uso di droghe, “Cocaine cowboys, they never get sleep / With their bloodshot eyes, their cigarette teeth / I wish that someone warned me / Stay away from them cocaine cowboys“. Con Wild Women l’attenzione si sposta sulle differenze tra gli artisti e le artiste nel mondo della musica, sulle difficoltà che queste ultime spesso incontrano nella loro carriera, “Wild women they don’t worry / They have no time for the blues / They kill the pain and beat the devil in a hurry / And wild women, no, they don’t worry“. Heart Of America è una canzone biografica carica di immagini familiari di una piccola città nel cuore degli Stati Uniti. Margo Price appare ispirata, accompagnandosi con una musica country dallo stampo tradizionale e nostalgico, “No one moves away with no money / They just do what they can / To live in the heart of America / Getting by on their own two hands / You can pray to anybody’s Jesus / And be a hardworking man / But at the end of the day, if the rain it don’t rain / We just do what we can“. Do Right By Me vira verso ritmi funky. Il ritornello è impreziosito dalla partecipazione del quartetto gospel The McCrary Sisters. Una canzone che parla di onestà e sincerità, due qualità sulle quali misurare il proprio successo nella vita, “Some people climb a ladder till the end up at the bottom / Spending up all their precious time on money, fame, and stardom / All I ever wanted is my own song to sing / If you don’t do right by yourself, do right by me / Do right by me“. L’unica canzone di cui la Price non ne è autrice è Loner. Una commovente ballata sulle difficoltà che una vita carica di aspettative ci costringe ad affrontare. Un’interpretazione intensa che mette in mostra tutte le doti vocali della cantautrice americana, “What’s the matter with being a loner / Even a nobody’s somebody, too / Even the bums on the street are just dreamers / A face in the crowd no different than you / Ooh no different than you / Ooh no different than you“. Si chiude con la title track All American Made. Una panoramica sulle cose belle e meno belle degli Stati Uniti del gli ultimi anni. Una canzone che non risparmia riferimenti a questioni politiche e sociali. Un finale che racchiude il senso dell’album, “And I wonder if the president gets much sleep at night / And if the folks on welfare are making it alright / I’m dreaming of that highway that stretches out of sight / And it’s all American made“.

Con All American Made, Margo Price si riconferma ai vertici, esprimendosi libera e incarnando i difetti e i pregi dell’America di oggi. La sua musica non va alla ricerca di qualcosa di nuovo ma si aggrappa al country più vero, ritornando a parlare alla gente, senza filtri. Margo Price ha in dono una voce che appare innocente ma che sa trasmettere, sotto traccia, un senso di rabbia trascinato dalla volontà di scuotere gli animi di chi ascolta. All American Made è un ottimo album, dove trovare il buon country che si sta risvegliando mosso anche dal momento storico che gli Stati Uniti stanno vivendo. Dove gli artisti hanno il diritto di far sentire la loro voce e prendere posizione, così come non hanno mai fatto negli ultimi anni.

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Spalle al muro

Dopo l’ottimo album From The Stillhouse (Fuori legge), che ho consumato a forza di ascoltarlo, la band canadese Murder Murder è tornata quest’anno con il suo seguito intitolato Wicked Lines & Veins. Questi sei ragazzi dell’Ontario sono pronti a raccontarci storie dove nessuno ha scampo e farci calare in un mondo elettrizzante. Nonostante avessi piena fiducia in questa band, ritenevo difficile bissare le atmosfere così lucide ed evocative di From The Stillhouse senza ripetersi. Invece i Murder Murder hanno saputo fare anche di meglio. Ora non resta che ascoltare il nuovo album e ancora una volta sperare di uscirne vivi.

Murder Murder
Murder Murder

Si comincia con Sharecropper’s Son, storia di un giovane che perde il suo lavoro come mezzadro. Un rabbioso bluegrass dove nel finale, per disperazione, il ragazzo sembra far fare una brutta fine al suo padrone, “A quarter pasture on a rich man’s farm / Turn the rich man’s soil / Six feet deep and six feet long / Turn the rich man’s soil / I turned a rich man’s soil“. La successiva Pale Rider Blues è una cavalcata veloce e senza sosta. Un ritmo sincopato fa da sfondo ad un scarica di parole, veloci come proiettili. I Murder Murder dimostrano di essere in splendida forma, “Mean mister called the marshal and he come for blood / That dirty old marshal, he come for blood / So they dam up creeks, and dry up the floods / ‘Til the hacks and the buggies wade in the mud“. Non possono mancare ballate come The Last Daughter. Una torbida storia di famiglia, che si srotola veloce fino al triste epilogo. I Muder Murder danno alla canzone la giusta tensione, senza fronzoli, “Old Mr. Baer and his mean old mare / And five of his pretty little daughters / Went down to the river while the sun burned high / To fill five barrels full of water“. Un’altra ballata, questa volta disperata e graffiante, è Reesor County Fugitive.  Cinque minuti intensi e un’interpretazione eccezionale dove il racconto prende il sopravvento sulla musica. Da ascoltare, “And if today the good lord’s burning hand / Should take me to the promised land / At least I know I’m going home / Either way I’m going home tonight“. La title track Wiked Lines & Veins è un accattivante blues, un viaggio in un mondo inospitale e spietato. Una delle canzoni più oscure e affascinanti di questo album, “Wicked lines and veins / Mark the north side of the plains / They’ve got nothing left to claim / Not even God, his eternal right“. Un amore al limite raccontato in Goodnight, Irene. Un vero e proprio outlaw country che viaggia sulle ali del banjo e del violino. Nel finale un omaggio al classico omonimo di Lead Belly, “Irene was hard, she packed a knife, / and she swore like a trucker / She ran the scams on all the boys in from the bay / She wore her hair in Monroe curls and boys she was a beauty / I could not look away“. Il singolo I’ve Always Been a Gambler racchiude dentro di sé tutte le caratteristiche di questa band. Un bel country accattivante, carico di immagini. Uno dei pezzi forti dell’album, “I’ve always been a gambler, I always play to win / And I’ll be sure to cut your throat if I see you again / Won’t you lay your money down, / now won’t you make peace with your sins / Cause I can tell that you’ve been ‘round too long“. The Death Of Waylon Green è l’ultimo canto di un condannato a morte. Voce graffiante e melodie rock scorrono come sangue in questa murder ballad, inquieta e vendicativa, “If I could bring that Waylon Green / back to life again / I’d do so just to kill him twice / And then I’d lay my head“. A tutta velocità con Cold Bartender’s Wife. Una spirale di follia e gelosia, nella quale le parole colpiscono veloci come una scarica di pugni. Senza pietà, “She held him up on a cool clear night / And she robbed him of his life / You may pass through town but don’t mess around / With the cold bartender’s wife“. Una donna si fa giustizia da sola in Shaking Off The Dust. I Murder Murder fanno un’altra vittima, raccontando la sua storia con spietata lucidità, “Cars rolling by / Young couples in love / The winds come blowing and they’re kicking up the dust / He wore a tattoo that read “hard as stone” / One day she woke up and found some fire of her own“. Si chiude con una bella ballata country intitolata Abilene. Una triste storia nonché una delle più belle ballate mai scritte da questo gruppo, “Once I had a darling wife / Her name was Abilene / She had hair like ravens’ feathers / And eyes of olive green / If she ever looked at me with sadness / Her sadness I would end / And if she’d cried for nothing / I’d fire into the wind“.

I Murder Murder ti inseguono e ti mettono con le spalle al muro. Con Wicked Lines & Veins si fanno strada a colpi di bajo e violino, colpendo ripetutamente, senza sosta. Che siano veloci cavalcate o lente ballate, i Murder Murder sanno come tenere banco, incantando l’ascoltatore con le loro storie dal finale tutt’altro che lieto. Wicked Lines & Veins è un grande ritorno che prosegue nel solco scavato dal precedente From The Stillhouse ma che è in grado di trascinare, con maggiore convinzione, chi ascolta in uno scenario tormentato e inquieto. Se avete quaranta minuti da concedere ai Murder Murder fatelo. Non ve ne pentirete. E visti i tipi, non lo prenderei solo come un consiglio.

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