Si ricomincia

Finalmente questo blog riprende a pieno regime, tornando a riempirsi di recensioni. Tanta musica è arrivata alle mie orecchie in queste settimane e oggi è il turno di dare spazio e risalto a Jaime Wyatt. Cantautrice americana, segnata da un passato tormentato che ha lasciato qualche traccia nella sua musica, che si presenta con Felony Blues. L’album rappresenta una sorta d’esordio, un nuovo inizio ed è stato pubblicato quest’anno. Dopo aver letto recensioni molto positive ma soprattutto dopo aver ascoltato qualche sua canzone, l’album è finito dritto nella mia collezione. Si tratta di sette canzoni che incarnano tutte le caratteristiche della musica americana con qualche occhiatina al soul, interpretate da un’artista carismatica.

Jaime Wyatt
Jaime Wyatt

L’accattivante country blues di Wishing Well apre l’album, l’energia delle chitarre fa risaltare la voce graffiata della Wyatt. La vibrante interpretazione e il ritornello orecchiabile sono un ottimo biglietto da visita nel suo mondo. Your Loving Saves Me viaggia sulla stessa lunghezza d’onda. Un brano che trasmette gioia e un senso di speranza, con un bel assolo di chitarra sul finale. Una delle mia preferite dell’album che vede anche la partecipazione del cantautore americano Sam Outlaw. Il ritmo rallenta con la poetica From Outer Space. La lontananza di un astronauta è usata come metafora di amore distante. Jaime Wyatt dimostra di trovare la propria dimensione anche in questo genere di ballate. Wasco è un sorprendente country blues che parla di amore sognato dietro alle sbarre. Ispirato dall’esperienza in carcere della Wyatt, un’esperienza che segna molte delle canzoni di questo album. Si continua con la bella Giving Back The Best Of Me. Una struggente ballata personale, sorretta dalla voce della Wyatt che si fa malinconica e sensibile. Una prova di tutto il talento come cantautrice. L’album si riaccende con Stone Hotel un vibrante country ispirato da un’esperienza personale che ha con sé tutte le caratteristiche del cosiddetto outlaw country. Il ritornello è orecchiabile e immediato. Da ascoltare. Chiude Misery And Gin una bella cover del originale di Merle Haggard. Jaime Wyatt non si allontana molto dalla versione originale, rendendo omaggio ad un grande cantautore.

Felony Blues è un album profondamente ispirato dalla vita di Jaime Waytt e porta con sé tutto il dolore ma anche la speranza di una nuova vita. La cantautrice americana si muove bene sia nelle ballate più lente e malinconiche che nelle migliori cavalcate country. C’è sempre sullo sfondo un alone di tristezza, veicolato in primo luogo dalla voce delle Wyatt. Una voce graffiata che la rende carismatica e affascinante. L’unico difetto di questo Felony Blues sta nel fatto che è composto da solo sette canzoni, per una mezz’ora di musica. Tenendo conto di questo sentito, altre tre canzoni sarebbero state il giusto compimento di un album che apre ad un futuro promettente per Jaime Wyatt, non solo a livello musicale ma anche personale.

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Dietro l’angolo

L’estate è sempre un buon momento per fare il pieno di musica. Soprattutto quest’anno che sembra che il mondo discografico non conosca sosta. Tante nuove uscite interessanti e io fatico a stare dietro. Ma alla fine riesco sempre a recuperare e capita che tra album  attesi e conferme, capiti anche qualche piacevole sorpresa. Evolutionary War della cantautrice americana Ruby Force (aka Erin McLaughlin) è una di queste. Attirato come una zanzara dalle luci del country, mi sono subito precipitato sull’album sicuro di quello che ci avrei trovato. Perché questo è un po’ il bello della musica, sentirsi al sicuro in luoghi che già conosci ma dietro ogni angolo si può nascondere ancora una gemma nascosta.

Ruby Force
Ruby Force

Church And State è una meravigliosa ballata nostalgica. La voce della Force è calda e carismatica e va a completare l’atmosfera evocata dalla musica. Un ottimo inizio, una canzone di benvenuto,  che ci fa entrare nel mondo di questa cantautrice, “‘G’s got a songbird wrapped in her heart / With a story that she may never tell / How she fell in love with a boy form the bar / And their love saved his soul from the depths of hell“. Mai una sola parola è così eloquente come Memory. Il peso della memoria, che a volte ci facilità la vita e altre ce la complica. Ruby Forse coglie nel segno, arrivando a toccare le corde giuste, che ognuno ha dentro di noi, più o meno nascoste, “Memory, honestly you’ll break my mind if you take this man / He’s the only thing, memory, that I’ve ever really even had / And you can’t hide my peace when I close these eyes, memory“. Ode To Vic Chesnutt è altrettanto eloquente. Una canzone dedicata al tormentato e compianto cantautore americano suicidatosi il giorno di Natale di otto anni fa. Una canzone carica di conforto e speranza, “I woke up, howling at the dawn / Restless as my wanderin’ eyes awakened / It’s not enough, to make what you want from dreams / Because all such things are likely to be shaken“. Spazio ad una canzone d’amore spensierata e leggera dal titolo Cowboy. Ruby Force ha l’occasione di mettere in mostra un lato più positivo della sua musica, dimostrando di saperci fare, “But he’s my cowboy and I am his girl / We’ve been out across the Great Plains, and all around the world / I’d be a fool to throw him back, even for diamonds or pearls / Cause he’s my cowboy and I am his girl“. Damn Your Love scivola su territori più rock aiutandosi con un ritornello orecchiabile. Una canzone d’amore, un amore apparentemente senza speranza. Una bella canzone, meno scontata di quanto possa apparire, “Damn your love, damn your kisses / I wish I never knew / This ain’t right, I want you to fix it / I want to be by your side“. Con Dancing As I Go, ci addentra ancora di più in un blues rock. La voce della Force danza sulle sferzate delle chitarre, muovendosi sinuosa. Una canzone accattivante, ben fatta e coinvolgente, “Because I’m free, dancing as I go / I’m gonna loose myself in the rhythm of your blues / Yes I’m free, dancing wherever I go / And I won’t look back cause I stole your dancing shoes“. Il ritmo rallenta con Diamonds, una ballata romantica di eccezionale sensibilità. Ruby Force ci mette il cuore, in una delle performance più accorate dell’album. Irresistibile, “If you decide to change your mind / What kind of man would you be / Well you can’t change and I won’t fight / Just believe we’ve got God on our side / We’ve got God on our side“. Plain As Paper è un country orecchiabile e trascinante. Ruby Force se la prende con un ragazzo che si è invaghito di una ragazza insignificante. Tutta la canzone suona come una sorta di rimprovero, “That girl is plain as paper, white as white can be / Her face is dull like the earth and dirt / But you see her and you don’t see me“. Il punto più alto dell’album, a mio parere, si raggiunge con la bella Tender. Su un ritmo pulsante e vivo si snoda un inno all’amore. Con vaghi richiami agli anni ’70, Ruby Force mette tutto al posto giusto, dimostrando tutto il suo talento. Da ascoltare, “Tender is the ghost / The ghost I love the most / Hiding from the sun / Waiting for the night to come / Tender is my heart / I’m screwing up my life / Lord I need to find / Someone who can heal my mind“. Chiude l’album Why Do You Leave che porta la Force verso sonorità meno country per abbracciare il rock, quello delle ballate, dando ampio spazio alla musica, “I know nothin’ lasts forever / That takes me away / I Tried to keep you here forever / That’s why I don’t understand / Why do you leave“.

Evolutionary War è un esordio brillante che ci svela una cantautrice di grande interesse. Ruby Force si dimostra capace di spaziare dalla più delicata canzone sentimentale al rock spensierato. Non mi piace fare paragoni, di solito non ne faccio mai, ma Ruby Force mi ha trasmesso quella sincerità e spontaneità che da sempre ritrovo in Brandi Carlile. Come quest’ultima, Ruby Force è abile nel songwriting, preferendo le parole giuste e la melodia perfetta, ad un uso esibizionistico della voce. Sì, Evolutionary War si piazza tra le più belle sorprese di questo 2017, che si è rivelato più che soddisfacente nonostante siamo ancora a metà.

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Senza volto

Quando scopro un nuovo artista, mi piace cercare qualche informazione su di lui. Al giorno d’oggi è piuttosto facile farlo attraverso internet, Wikipedia o i social network. Ma nel caso di Rob Reid è stato praticamente impossibile. Avevo aggiunto il suo EP Paradise alla mia wishlist di Bandcamp e qualche giorno fa è entrato nella mia collezione. Paradise è stato pubblicato l’anno scorso e mi ha subito attirato per il suo bel sound americano. Rob Reid è un cantautore canadese e questo è il suo debutto. Si può scoprire qualcosa in più sul suo sito ufficiale e poco o nulla nella sua pagina Facebook. Non una sua foto o interviste. Interessante di questi tempi, no? Ci sono solo otto canzoni che parlano per lui. Nient’altro.

Si inizia con la rockeggiante Paradise. Le chitarre hanno un suono famigliare, confortevole. La voce di Reid è perfetta per queste canzoni, questo classico rock americano. Un inizio irresistibile che ci spinge a proseguire nell’ascolto di questo EP. Più folk e distesa, la successiva Honest Monday. Come da titolo è una canzone sincera, dall’apparenza spontanea, che si risolve in meno di due minuti. Niente male. Roll On è orecchiabile e solitaria. Rob Reid sembra avere tanto da raccontare e sa farlo con una semplicità e maturità invidiabili. Così come riesce a fare con la successiva Devil’s Shoulder. Un folk americano oscuro e desolato, che cresce tra contaminazioni blues. Nulla di nuovo ma quello che conta è ciò che questa canzone riesce a trasmettere. Lo fa attraverso la via più semplice e sicura. Un’altra ballata country come Erin’s Song (Guiding Light) continua a farci viaggiare in territori conosciuti e famigliari. Rob Reid duetta con una voce femminile che (ahimè) non sono riuscito a scoprire a chi appartiene. Un altro piccolo mistero che si aggiunge al quadro. Don’t Mean To Confuse You, a dispetto del titolo, confonde con le sue chitarre a briglia sciolta. Reid si rivela un rocker abile molto differente da quello ascoltato finora. Il ritmo è tirato e le parole escono veloci come un treno nel deserto. Colpisce nel segno. Dust And Decay è una splendida ballata country malinconica. Lo stile è collaudato ma supportato dalla voce carismatica del cantautore canadese. Ancora la chitarra è protagonista, come potrebbe essere altrimenti? All My Friends è un’altra trasformazione di Reid, che chiude questo suo EP con ironia e ritmo. Un country ballabile da fine serata, un buon modo per salutare gli amici.

Paradise è un bignami del folk rock americano. C’è un po’ di tutto. Rob Reid è un buon ambasciatore in terra canadese del rock a stelle e strisce. La scrittura è matura e fa pensare ad un debutto tardivo. Con queste canzoni forse abbiamo conosciuto Rob più di quanto possa fare una fotografia o un profilo social. In un mondo, anche quello musicale, dove apparire è diventato fondamentale, Rob Reid ha scelto di rimanere in una sorta di anonimato e non mi stupirei affatto se il suo fosse solo un nome d’arte. Paradise, in definitiva è un veloce viaggio nel paese del country, in compagnia di un amico un po’ schivo ma sincero.

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I suoi occhi erano blu

Sulla copertina di questo album, in bianco e nero, c’è una baracca di legno abbandonata tanto quanto quelle rotaie che le passano davanti. In mezzo a questo scenario desolato, quasi in disparte, c’è una ragazza con un abito a fiori e un cappello nero in testa. Quella ragazza è Holly Macve, cantautrice di origini irlandesi, e la copertina è dell’album Golden Eagle. Seguivo già da tempo quest’artista nella speranza, come sempre, di poter ascoltare prima o poi, il suo album d’esordio. Eccolo qui, dunque, il momento di ascoltare Golden Eagle. La sua copertina è un po’ lo specchio dell’album e come spesso accade, questa solitaria e desolante immagine conferma la regola.

Holly Macve
Holly Macve

White Bridge apre l’album e la Macve ci accoglie con la sua voce malinconica e calda. Procede lenta ma ipnotica, una litania country folk che sembra venire direttamente oltre oceano, “I’m running I’m running back to the start / To where my heart was pure and innocent / Summer nights spent by the river bank / And no one gives a damn about the little things“. La bella The Corner Of My Mind è una ballata triste, notturna. La voce della Macve è morbida, come svogliata, una sua caratteristica che ci accompagnerà per tutta la durata dell’album, “The birds all flew away from the echo of the gun / Come to me, my dear, for you’re the only one / For you’re the only one / Oh there’s a beast that lives in the corner of my mind / And you are the only one to make his eyes appear kind“. Heartbreak Blues aggiunge un po’ di colore, con i suoi ritmi country blues. La musica è trascinante e ha tutto il buon sapore delle canzoni di una volta. Nostalgica, “Ooh, I’ll never take you to heaven / Ooh, without leaving you in hell / Ooh, every single road that you choose / Is going to end at the heartbreak blues“. La successiva Shell è una delle migliori canzoni dell’album. Una lenta ballata che supera i cinque minuti, nella quale Holly Macve mette in mostra tutta l’espressività della sua voce, dall’apparenza distratta ma sincera. Il ritornello è un gioiellino, “Why do you act like you know me so well / When I don’t even know myself? / Why do you act like you know me so well / When you barely even touched the shell / When you barely even touched the shell“. All Of Its Glory si affida al pianoforte e alla voce suadente della Macve, che in questa occasione ricorda una Lana Del Rey nella sua forma più elegante. Una canzone di un amore tormentato, che incanta e ammalia, “He walked away with his head high / And a smile to shadow his pain / Nothing but the world stands between us / In all of its glory the sun will rise again“. Segue Timbuktu è sulla stessa lunghezza d’onda della precedente ma che si muove nella notte. Un viaggio malinconico, dove i ricordi riaffiorano portando con sé i fantasmi del passato, “I’ve been thinking of the times when I was young and free / Standing steadily on my own two feet / And as the memories turn to dust and settle on the ground / I find comfort in forgetting this heart of mine“. Fear è un bel brano folk, poetico e dolce. Anche in questo caso troviamo quella malinconia che caratterizza tutte le canzoni della Macve. Una delle canzoni più emozionanti dell’album per la sua semplicità e immediatezza, “I saw that summer coming / And watched that summer pass me by / I saw that flower growing / Only to let it wilt and die“. Il singolo No One Has The Answers è un brillante country folk d’altri tempi che ha il sapore dell’estate. Una canzone orecchiabile, un’eccezione dell’album per colori e sonorità ma allo stesso tempo fedele alle atmosfere degli altri brani, “I worked by day and by night I drank / I danced until my mind went blank / And when the morning came to me / I’d only ever do the same“. La title track Golden Eagle è un lento al pianoforte, struggente e interpretato in modo eccellente. Holly Macve si mette alla prova una canzone lunga dove è praticamente sola con la sua voce. Il risultato è notevole, “Fly away golden eagle / Before the cold winter comes / And I’ll be thinking of you / As warm as the heat from the burning sun“. Chiude l’album la bella Sycamore Tree. Un’altra canzone che racchiude il mood dell’album e dà prova delle capacità e del talento di cantautrice della Macve, “Once I met a man / Standing by the river bank / His eyes were blue and his hair was jet black / Falling in love / Was a mystery that I had been known to doubt / A puzzle that no one could ever figure out“.

Golden Eagle è un album che trae a piene mani dal passato e, come succede sovente oggi, riporta ai giorni nostri un po’ delle sue atmosfere. Holly Macve con la sua voce e l’uso che ne fa, dà corpo e anima alle sue canzoni che risultano tutte accomunate da queste caratteristiche. Ed è proprio questo particolare che può rendere difficili i primi ascolti. Lo stile di Holly Macve può risultare un po’ noioso e ripetitivo ad orecchi poco pazienti ma concedendo a questo album più ascolti ripetuti, ecco che rivela un mondo affascinante per la sua malinconia ed oscurità. Holly Macve, dopo l’ascolto di Golden Eagle, ci lascia la sensazione, se non la certezza, di trovarci di fronte ad una cantautrice dal potenziale immenso.

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Vivere uccide

Questo album è uscito circa un anno fa ma solo in queste settimane ho scelto di ascoltarlo per intero, dopo qualche assaggio qua e là. New City Blues segna l’esordio della cantautrice americana e figlia d’arte Aubrie Sellers. Basta qualche ascolto di alcune sue canzoni per rimanere attratti dal suo mix country rock e blues carico di energia e sentimento. Fin da subito si intuisce che le premesse per un album da ascoltare a rotazione ci sono tutte. Cercavo un album che vibrasse di chitarre rock e Aubrie Sellers è arrivata nel momento giusto, con il suo stile un po’ dark e misterioso.

Aubrie Sellers
Aubrie Sellers

Si parte bene con la trascinante Light Of Day. La voce della Sellers è affascinate e dà alla canzone quel qualcosa in più, muovendosi tra il ritmo della batteria e le chitarre. Un inizio rock che ci attrae verso il resto dell’album, “Running out of time / Running out of gas / Lucky as a mirror with a broken glass / Now I know what they mean when they say / Sure gets dark before the light of day“. L’irresistibile blues rock di Sit Here And Cry è un singolo perfetto. Orecchiabile e accattivante, una canzone bella energica ha tutto il sapore del buon rock a stelle e strisce. Aubrie Seller dimostra di saperci fare, “Better tell the boss I can’t come in / At least not until you love me again / Mommy’s gonna get a little bit tired / But it’s okay, it’s alright / It don’t take a whole lot of cash / To sit here and cry til you come back“. La successiva Paper Doll è un vibrante rock, che anche se non brilla di originalità e comunque ben confezionato. La Sellers ci mette tanta buona energia e il resto della band la segue in un’esplosione di chitarre, “All you are is a paper doll / Cardboard cutout / Just like all the rest of them / That don’t know how to stand out / From that one-trick crowd / Oh you’re just a paper doll, doll / Dressing up / Go put on your cheap makeup“. L’altra faccia della Sellers, più country e malinconica inizia a venire fuori con Losing Ground. La sua voce è dolce e ferma, la musica è perfetta, ogni cosa è al suo posto. Da ascoltare, “Guess you could say I’m getting used to it / One day I’m fine the next I’m in a ditch / But I’m not crazy / I’m just losing ground“. Magazines è una brillante e ironica canzone sulle notizie sensazionali delle riviste. Un bel ritmo e la consueta orecchiabilità, rendono questo brano uno dei più piacevoli da ascoltare di questo esordio, “How to lose twenty-five pounds today / How to make a million the easy way / Forty-five is the new eighteen / Read all about it in a magazine“. Segue il pop rock incalzante di Dreaming in The Day che si illumina con la voce della Sellers. Una canzone spensierata e sognante come da titolo che anche questa volta fa centro, “Last night, no it didn’t stop with the sunshine / Find myself sitting at a green light / My mind and that song play / Got me dreaming in the day / Dreaming in the day“. Liar Liar è una delle canzoni che preferisco di questo album. Oscura e affascinante con un traccia di rabbia. La voce della Sellers è conturbante e dà alla canzone una sfumatura particolare, “Liar, liar / Womanizer / Bargain bin / Romanticizer / Spin your web just like a spider does / Pants on fire / Flames get higher / Liar, liar“. Il lato più dolce e romantico viene fuori con Humming Song, che conferma il talento di questa cantautrice, capace di plasmare il suo stile in differenti canzoni, “You’d like to send her a letter but you know better / So you just flow without / I pick up up and read em when you’re not home / Singing“. Si ritorna al blues rock con Just To Be With You. Di nuovo le chitarre reclamano il loro spazio e Aubrie le insegue. Canzoni come questa sono l’anima dell’album e sono sempre interpretate con una carica giusta e coinvolgente, “I was walking by brand new dealer lots / So i hopped in a car and I wired it hot / I’m running 90 and if I get caught guess / I’ll tell the judge that I did it all just to be with you / Just to be with you just to be with you“. Aubrie Seller tira il freno a mano con la ballata rock People Talking. Una bella melodia ed un altrettanto bel ritornello si uniscono a creare una canzone davvero piacevole da ascoltare, “People talking never make a sound / My ears only burn when they’re not around / Go on believing what am I to do / It’s only people talking it’s not true“. La successiva Something Special è la più romantica dell’album. La voce della Sellers si fa dolce ed elegante come mai prima. Un testo che evoca immagini semplici ma che trasmettono serenità e amore. Ben fatto, “We could go down to the lake / Throw off our shoes / Jump into the water like there’s nothing to lose / Sky don’t get no bluer, love don’t get no truer than this / Then you could wrap me in a blanket / And steal a kiss“. Loveless Rolling Stone torna alle chitarre rock che caratterizzano questo album. Aubrie Sellers ancora una volta, insieme alla sua band, fa un ottimo lavoro confezionando un brano davvero molto buono, “I still taste the sweetness of your kiss / Like honeysuckle on a springtime vine / It’s true that you still have me / The road reminds me all the time / That once / I even called you mine“. Si prosegue con Like The Rain che ricalca le melodie più morbide del country americano. Sonorità malinconiche e una voce delicata, ci cullano tra le loro braccia sicure. Niente di più, niente di meno, “He’s like the rain / A beautiful storm that washes me away / And I could move on / But I just sit and wait for better weather / When everybody says he’ll never change / ‘Cause he’s like the rain“. Si chiude con Living Is Killing Me, country rock tirato e travolgente. Aubrie Sellers finisce così come aveva aperto questo album e confermando, una volta di più, di avere un’anima rock, “Walking home the street is broken / Clouds of smoke leaving me choking / Oh saint people please save a place for me / Cause living is killing me / Living is killing me“. Si aggiungono come bonus tracks la dolce e malinconica In My Room dei Beach Boys e un’altra bella cover, The Way I Feel Inside degli The Zombies.

New City Blues è a tutti gli effetti un buon esordio, che mescola sonorità rock, country e blues riuscendo ad alternare momenti di energia e di rabbia, ad altri più dolci e riflessivi. Aubrie Sellers prova a dare uno stile tutto suo alle canzoni e a volte di riesce soprattutto grazie alla sua voce, altre volte meno ma in esordio tutto è perdonato. New City Blues è un album da ascoltare magari in viaggio, in grado di ricaricare quelle batterie che ognuno ha dentro. Aubrie Sellers è sicuramente un’artista da seguire in futuro che ha nelle sfumature blues della sua voce il suo segreto e la sua forza.

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La ragazza di campagna

Le immancabili classifiche di fine anno sono una buona occasione per dare un’occhiata a quali album ci siamo lasciati scappare. Anche se questo Midwest Farmer’s Daughter della cantautrice country Margo Price era già giunto alle mie orecchie diversi mesi fa, solo di recente ho deciso di approfondire la sua conoscenza. Tra i migliori album del 2016 lei compariva quasi sempre e la mia sensazione di essermi perso qualcosa di veramente buono è cresciuta dentro di me. La mia fame di musica ha fatto il resto. Ecco dunque il tanto apprezzato esordio di Margo Price, che si presenta sotto il segno del country più tradizionale che esista, quasi fuori dal tempo.

Margo Price
Margo Price

Si comincia con la bella Hands Of Time che racconta la storia di una donna in cerca di fortuna, un po’ autobiografica. Una ballata country che suona come un classico, lasciando quel buon sapore in bocca dei bei tempi andati, “Cause all I want to do is make a little cash / Cause I worked all the bad jobs busting my ass / I want to buy back the farm / And bring my mama home some wine / And turn back the clock on the cruel hands of time“. Con About The Find Out si fa spazio il country blues che scorre nelle vene della Price, che mette in mostra il suo talento di cantautrice. Una canzone che attacca i le persone piene di sé con intelligenza e ironia, “Tell me what does your pride taste like honey / Or haven’t you tried it out? / It’s better than the taste of a boot in your face / Without any shadow of a doubt“. Segue Tennessee Song , un inno country che ci tiene incollati all’ascolto. C’è un richiamo al southern rock che fa sempre piacere trovare ed un’interpretazione sempre intensa e sentita, “The future ain’t what it used to be / Let’s go back to Tennessee / Mountain high and valley low / Let’s build down where the waters flow“. C’è anche spazio per ballate malinconiche e solitarie come Since You Put Me Down. Ancora qualche accenno autobiografico che delinea una spiccata sensibilità e attenzione. Una delle migliori canzoni di questo album, “I killed the angel on my shoulder with a handle of tequila / So I wouldn’t have to spend my nights alone, all alone / I killed the angel on my shoulder / Since you left me for another / I’ve been trying to turn this broken heart to stone“. Four Years Of Chances racconta la storia di una donna che abbandona il marito dopo quattro anni di sopportazione. La Price si sente a proprio agio in canzoni come questa e tutto è cosi perfetto e irresistibile, “I gave you four years of chances / To try to be your wife / I cleaned your shirts / And cooked up your supper / But you stayed out late at night / I gave you four years of chances / To try and fill a happy home / But now one more may as well be / A million and one“. This Town Gets Around è un bel country, che racconta proprio come è fare questo genere di musica là a Nashville. Margo Price dà prova di saper esprimere quel sentimento che il country porta con sé, con sincerità ed energia, “I can’t count all the times I’ve been had / Now I know much better than to let that make me mad / I don’t let none of that get me down / From what I’ve found this town gets around“. Con How The Mighty Have Fallen si ritorna verso ballate senza tempo. Una canzone malinconica con una bell’accompagnamento musicale che esalta la performance vocale della Price, “I never meant to keep you / From being you / But I know that’s an easier thing / To say than do / You brushed me off / And said I’d never grow / Now that you’re on your knees / You’re smaller than before“. Spazio anche al country rock con Weekender, storia di ordinaria vita dentro e fuori dal carcere. Margo Price esplora tutte le sfumature del country e delle sue storie con rinnovata energia, “Cause I’m just a weekender / In the Davidson County Jail / And my old man, he ain’t got the cash / To even go my bail / Should have listened to my mama / And quit my life of sin / Before I went backsliding again“. La trascinante Hurtin’ (On The Bottle) segna il punto più alto dell’album. Il primo singolo di questo album è un country rock orecchiabile e accattivante con una Price scatenata. Da ascoltare, “I put a hurtin’ on the bottle / Baby now I’m blind enough to see / I’ve been drinking whiskey like it’s water / But that don’t touch the pain you put on me“. La bella e breve World’s Greatest Loser è un piccolo gioiellino per semplicità e purezza, anche da un punto di vista esclusivamente del testo, “I’m losing weight, I’m losing sleep / And all the things I just can’t keep / I’m losing ground, I’m losing time / But if I lost you I’d lose my mind“. In aggiunta alla tracklist originale c’è Desperate and Depressed che si appoggia quasi esclusivamente sulla voce della Price. Una canzone sulla difficile strada che porta al successo, un’interpretazione intensa e disperata, “Momma never told me / That things would be this way / Daddy tried to warn me / That there’d be hell to pay / But if I can’t find the money / Then I can’t buy the lie / Oh, ten percent of nothing / Ain’t a dime“.

Midwest Farmer’s Daughter sarà anche l’album d’esordio di Margo Price ma ha alle spalle anni di vita vissuta. Il suo country non bada alle mode, anzi, va a cercare qualcosa che con il tempo è andato perduto. Un ritorno alle origini, sempre piacevole da ascoltare interpretato con una forza ed una genuinità rare. Il  mondo di Margo Price è un modo appassionato ma difficile, dove il passato torna nel presente con il suo prezzo da pagare. Questo Midwest Farmer’s Daughter potrebbe già avere un seguito entro l’anno e questa volta non me lo lascerò scappare. Non fatelo nemmeno voi, è un consiglio.

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