Mi ritorni in mente, ep. 48

Dopo un periodo di assenza di ben due mesi torna la mia rubrica a cadenza del tutto casuale. Le uscite in queste settimane sono state numerose e ho dato più spazio alle recensioni. Oggi mi prendo una pausa e ripesco dalla mia memoria una bella canzone country dal sapore d’altri tempi.

High Time è un’accattivante brano country caratterizzato dalla voce irresistibile del cantautore americano Wes Youssi. Insieme alla sua band The County Champs è pronto a travolgesi con la sua musica del suo album Down Low in uscita il prossimo 19 Gennaio. Ecco un’altra data da segnarsi sul calendario. Ecco un’altra uscita per un un 2018 che si preannuncia interessante. Mentre io faccio la mia pausa voi ascoltatevi, se avete due minuti di tempo, questa High Time. Se vi avanza ancora qualche minuto perché non ascoltare anche la sua ballata Crazy Train? Per oggi ho fatto il mio dovere.

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Donna selvaggia

Dopo l’ottimo esordio dello scorso anno intitolato Midwest Farmer’s Daughter (La ragazza di campagna) è tornata qualche settimana fa, una delle più interessanti cantautrici country degli ultimi anni, Margo Price. Questa ragazza incarna un certo revival country che si vuole distinguere dal country commerciale che va per la maggiore. Un ritorno alle sonorità più tradizionali e la volontà di raccontare la vita, sono i semplici ingredienti della musica di Margo Price e di chi come lei vuole far riscoprire la forma più genuina di questo genere musicale. Nel nuovo album All American Made si cercano conferme delle buone impressioni del suo predecessore e se possibile, perché no, avere qualcosa di più.

Margo Price
Margo Price

L’album si apre con la trascinante Don’t Say It. Un country blues scandito dalla voce pulita, ma graffiante allo stesso tempo, della Price. Insieme alla sua band sa come far scaldare il suo pubblico, “Don’t call the preacher when your car won’t start / Don’t call the doctor with a broken heart / Don’t count your money til it hits the bank / Don’t say you love me when you treat me this way“. Weakness è un singolo che funziona, una canzone sincera che ha il pregio di essere orecchiabile. Ma non è solo questo, c’è anche una particolare cura nel cercare e trovare le parole giuste, “I’m running for no reason / I’m running and I’m blue / There’s no better cure for it / Than being next to you / I can’t hide what I am / I guess it’s plain to see / Sometimes my weakness is stronger than me“. Margo Price rallenta un po’ con A Little Pain. Un azzeccato blues accompagnato dalla sua voce energica che ripete una semplice frase: un po’ di dolore non ha mai fatto male a nessuno, “When I come I home, I’ve gotta leave / My reality is only make-believe / Someone said it’s one or the other / But I’m breaking my back and working like a mother / Who’s to say just how it’s done?“. Una lezione di vita con Learning To Lose in compagnia di un veterano del country come Willie Nelson. Non è facile coniugare la voce consumata e ruvida di Nelson con quella più fresca della Price ma in qualche modo ci sono riusciti, “How many trails have I gone down for no reason / Just to learn that I can’t leave myself behind / And the only devil I’ve ever seen was in the mirror / And the only enemy I know is in my mind“. In Pay Gap sotto l’apparenza innocua si cela un attacco alla disparità di trattamento tra uomini e donne sul lavoro. Un testo che solleva l’attenzione su un problema sociale non ancora del tutto risolto, “We are all the same in the eyes of God / But in the eyes of rich white men / No more than a maid to be owned like a dog / A second-class citizen“. Lo smorzato country rock di Nowhere Fast racconta un disperato senso di abbandono, che raggiunge l’apice in un finale musicale di grande impatto. Una Margo Price in gran forma. Da ascoltare, “Maybe I’m to blame for the shape that I’m in / Maybe I’m insane / But I’m leaving you again / Living in the present / Trying to forget the past / I’m going nowhere fast“. Cocaine Cowboys ci mette in guardia da questi individui che non hanno nulla a che fare con i veri cowboys ma si fingono tali e fanno uso di droghe, “Cocaine cowboys, they never get sleep / With their bloodshot eyes, their cigarette teeth / I wish that someone warned me / Stay away from them cocaine cowboys“. Con Wild Women l’attenzione si sposta sulle differenze tra gli artisti e le artiste nel mondo della musica, sulle difficoltà che queste ultime spesso incontrano nella loro carriera, “Wild women they don’t worry / They have no time for the blues / They kill the pain and beat the devil in a hurry / And wild women, no, they don’t worry“. Heart Of America è una canzone biografica carica di immagini familiari di una piccola città nel cuore degli Stati Uniti. Margo Price appare ispirata, accompagnandosi con una musica country dallo stampo tradizionale e nostalgico, “No one moves away with no money / They just do what they can / To live in the heart of America / Getting by on their own two hands / You can pray to anybody’s Jesus / And be a hardworking man / But at the end of the day, if the rain it don’t rain / We just do what we can“. Do Right By Me vira verso ritmi funky. Il ritornello è impreziosito dalla partecipazione del quartetto gospel The McCrary Sisters. Una canzone che parla di onestà e sincerità, due qualità sulle quali misurare il proprio successo nella vita, “Some people climb a ladder till the end up at the bottom / Spending up all their precious time on money, fame, and stardom / All I ever wanted is my own song to sing / If you don’t do right by yourself, do right by me / Do right by me“. L’unica canzone di cui la Price non ne è autrice è Loner. Una commovente ballata sulle difficoltà che una vita carica di aspettative ci costringe ad affrontare. Un’interpretazione intensa che mette in mostra tutte le doti vocali della cantautrice americana, “What’s the matter with being a loner / Even a nobody’s somebody, too / Even the bums on the street are just dreamers / A face in the crowd no different than you / Ooh no different than you / Ooh no different than you“. Si chiude con la title track All American Made. Una panoramica sulle cose belle e meno belle degli Stati Uniti del gli ultimi anni. Una canzone che non risparmia riferimenti a questioni politiche e sociali. Un finale che racchiude il senso dell’album, “And I wonder if the president gets much sleep at night / And if the folks on welfare are making it alright / I’m dreaming of that highway that stretches out of sight / And it’s all American made“.

Con All American Made, Margo Price si riconferma ai vertici, esprimendosi libera e incarnando i difetti e i pregi dell’America di oggi. La sua musica non va alla ricerca di qualcosa di nuovo ma si aggrappa al country più vero, ritornando a parlare alla gente, senza filtri. Margo Price ha in dono una voce che appare innocente ma che sa trasmettere, sotto traccia, un senso di rabbia trascinato dalla volontà di scuotere gli animi di chi ascolta. All American Made è un ottimo album, dove trovare il buon country che si sta risvegliando mosso anche dal momento storico che gli Stati Uniti stanno vivendo. Dove gli artisti hanno il diritto di far sentire la loro voce e prendere posizione, così come non hanno mai fatto negli ultimi anni.

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Spalle al muro

Dopo l’ottimo album From The Stillhouse (Fuori legge), che ho consumato a forza di ascoltarlo, la band canadese Murder Murder è tornata quest’anno con il suo seguito intitolato Wicked Lines & Veins. Questi sei ragazzi dell’Ontario sono pronti a raccontarci storie dove nessuno ha scampo e farci calare in un mondo elettrizzante. Nonostante avessi piena fiducia in questa band, ritenevo difficile bissare le atmosfere così lucide ed evocative di From The Stillhouse senza ripetersi. Invece i Murder Murder hanno saputo fare anche di meglio. Ora non resta che ascoltare il nuovo album e ancora una volta sperare di uscirne vivi.

Murder Murder
Murder Murder

Si comincia con Sharecropper’s Son, storia di un giovane che perde il suo lavoro come mezzadro. Un rabbioso bluegrass dove nel finale, per disperazione, il ragazzo sembra far fare una brutta fine al suo padrone, “A quarter pasture on a rich man’s farm / Turn the rich man’s soil / Six feet deep and six feet long / Turn the rich man’s soil / I turned a rich man’s soil“. La successiva Pale Rider Blues è una cavalcata veloce e senza sosta. Un ritmo sincopato fa da sfondo ad un scarica di parole, veloci come proiettili. I Murder Murder dimostrano di essere in splendida forma, “Mean mister called the marshal and he come for blood / That dirty old marshal, he come for blood / So they dam up creeks, and dry up the floods / ‘Til the hacks and the buggies wade in the mud“. Non possono mancare ballate come The Last Daughter. Una torbida storia di famiglia, che si srotola veloce fino al triste epilogo. I Muder Murder danno alla canzone la giusta tensione, senza fronzoli, “Old Mr. Baer and his mean old mare / And five of his pretty little daughters / Went down to the river while the sun burned high / To fill five barrels full of water“. Un’altra ballata, questa volta disperata e graffiante, è Reesor County Fugitive.  Cinque minuti intensi e un’interpretazione eccezionale dove il racconto prende il sopravvento sulla musica. Da ascoltare, “And if today the good lord’s burning hand / Should take me to the promised land / At least I know I’m going home / Either way I’m going home tonight“. La title track Wiked Lines & Veins è un accattivante blues, un viaggio in un mondo inospitale e spietato. Una delle canzoni più oscure e affascinanti di questo album, “Wicked lines and veins / Mark the north side of the plains / They’ve got nothing left to claim / Not even God, his eternal right“. Un amore al limite raccontato in Goodnight, Irene. Un vero e proprio outlaw country che viaggia sulle ali del banjo e del violino. Nel finale un omaggio al classico omonimo di Lead Belly, “Irene was hard, she packed a knife, / and she swore like a trucker / She ran the scams on all the boys in from the bay / She wore her hair in Monroe curls and boys she was a beauty / I could not look away“. Il singolo I’ve Always Been a Gambler racchiude dentro di sé tutte le caratteristiche di questa band. Un bel country accattivante, carico di immagini. Uno dei pezzi forti dell’album, “I’ve always been a gambler, I always play to win / And I’ll be sure to cut your throat if I see you again / Won’t you lay your money down, / now won’t you make peace with your sins / Cause I can tell that you’ve been ‘round too long“. The Death Of Waylon Green è l’ultimo canto di un condannato a morte. Voce graffiante e melodie rock scorrono come sangue in questa murder ballad, inquieta e vendicativa, “If I could bring that Waylon Green / back to life again / I’d do so just to kill him twice / And then I’d lay my head“. A tutta velocità con Cold Bartender’s Wife. Una spirale di follia e gelosia, nella quale le parole colpiscono veloci come una scarica di pugni. Senza pietà, “She held him up on a cool clear night / And she robbed him of his life / You may pass through town but don’t mess around / With the cold bartender’s wife“. Una donna si fa giustizia da sola in Shaking Off The Dust. I Murder Murder fanno un’altra vittima, raccontando la sua storia con spietata lucidità, “Cars rolling by / Young couples in love / The winds come blowing and they’re kicking up the dust / He wore a tattoo that read “hard as stone” / One day she woke up and found some fire of her own“. Si chiude con una bella ballata country intitolata Abilene. Una triste storia nonché una delle più belle ballate mai scritte da questo gruppo, “Once I had a darling wife / Her name was Abilene / She had hair like ravens’ feathers / And eyes of olive green / If she ever looked at me with sadness / Her sadness I would end / And if she’d cried for nothing / I’d fire into the wind“.

I Murder Murder ti inseguono e ti mettono con le spalle al muro. Con Wicked Lines & Veins si fanno strada a colpi di bajo e violino, colpendo ripetutamente, senza sosta. Che siano veloci cavalcate o lente ballate, i Murder Murder sanno come tenere banco, incantando l’ascoltatore con le loro storie dal finale tutt’altro che lieto. Wicked Lines & Veins è un grande ritorno che prosegue nel solco scavato dal precedente From The Stillhouse ma che è in grado di trascinare, con maggiore convinzione, chi ascolta in uno scenario tormentato e inquieto. Se avete quaranta minuti da concedere ai Murder Murder fatelo. Non ve ne pentirete. E visti i tipi, non lo prenderei solo come un consiglio.

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L’albero del pepe

Tra i tanti ritorni di quest’anno c’è anche quello di Fanny Lumsden con il suo secondo album intitolato Real Class Act. L’alt-country brillante e colorato dell’esodio Small Town Big Shot (Correre con le forbici in mano) è un album che riascolto ancora volentieri. La carismatica simpatia e la sensibilità di questa cantautrice australiana sono contagiose e si trasmettono nelle sue canzoni. Questo secondo album lo attendevo con curiosità, sicuro di trovare ancora la Fanny dell’esordio, tra melodie orecchiabili e ballate country dal sapore un po’ nostalgico.

Fanny Lumsden
Fanny Lumsden

Watershed è una delicata ballata country che riprende là dove era finito l’album d’esordio. Si respira l’atmosfera di una serata all’aperto al termine di una giornata. Fanny Lumsden dimostra di avere una voce davvero melodiosa ed emozionante. Il singolo Roll On è un orecchiabile cavalcata country che avanza a colpi di banjo. Si sente tutta la gioia e l’irrefrenabile voglia di vivere e viaggiare, in questa canzone che rappresenta il cuore pulsante dell’album. La title track Real Class Act vibra della stessa energia. Fanny Lumsden fa centro affidandosi alla sua abilità di cantautrice e a quella della band. Da ascoltare. Elastic Waistband è una che canzone che ricalca le sonorità spensierate dell’esordio. Un mix ben congegnato tra testo e musica che strappa un sorriso confermando la simpatia di questa artista. C’è spazio anche per una ballata come Big Ol’ Dry. Fanny Lumsden è in forma smagliante e particolarmente ispirata. Una delle migliori canzoni dell’album. La successiva Real Man Don’t Cry (War On Pride) abbandona per un attimo le sonorità country per dare spazio ad un pianoforte che fa da sfondo alla voce rassicurante della Lumsden. C’è tanto cuore e si fa sentire. Con Pretty Little Fools si cambia marcia. Fanny viaggia veloce con le parole avvolta dal un ritmo rockeggiante. Impossibile resistere. Lo stesso si potrebbe dire di Peppecorn Tree. La cantautrice australiana è a suo agio e si muove sicura in questo movimentato folk rock, senza rinunciare ad essere orecchiabile e accattivante. Shootin’ The Breeze è un ozioso country blues dalle trame collaudate ma che fa respirare un po’ d’America, anche se ci troviamo dall’altra parte dell’oceano Pacifico. Perfect Mess è una sintesi del mondo di Fanny Lumsden. Un ritornello che si lascia canticchiare e che dimostra tutte le sue capacità di coniugare musica e parole, in una della canzoni più emozionanti. Rain On Your Parade ne è un altro esempio. Qui ha reggere il gioco è la voce della Lumsden, che accelera e rallenta catturando l’attenzione. Un ascolto piacevolmente sorprendente. Chiude Here To Hear che va esplorare qualcosa di più moderno. Un brano dalle atmosfere leggere di un pop etereo ma carico di emozione, che svela tutta l’intensità espressiva della voce di questa artista. Un colpo di coda ad effetto.

Real Class Act riprende l’ottimo lavoro fatto con Small Town Big Shot. Il risultato è più omogeneo e Fanny Lumsden appare più sicura di sé. La collaborazione con il marito Dan Stanley Freeman ha garantito una complicità che si sente in una rinnovata sensibilità ed ispirazione. Questo album mi ha dato l’impressione di trovarmi in fondo ad una giornata di viaggio. Un country adatto al tramonto, da ascoltare la sera quando le emozioni di una giornata intensa vengono a galla, siano esse di gioia, amore o si semplice divertimento. Un country crepuscolare ma tutt’altro che oscuro o triste. Edwina Margaret “Fanny” Lumsden con Real Class Act si rimette in gioco, senza prendersi alcun rischio, facendo sentire i sui fan di nuovo a casa. Anzi, in viaggio.

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Questo vecchio ragazzo

Ai primi ascolti, così come i successivi, sembra di ascoltare un qualche veterano del country. Uno di quei vegliardi che imbracciando una chitarra, dalla qualche strappano qualche nota, evocano con la voce e il canto storie dure e intense. Ma il nome di Colter Wall non lo troverete negli annali del country, non ancora almeno. Perché alla sua giovane età di ventidue anni è ancora al suo album d’esordio. La sua voce però sembra quella di un uomo navigato, che ne a viste talmente tante da non poter fare a meno di metterle in musica. Il suo omonimo album esordio non potevo lasciarmelo scappare, non potevo lasciarmi scappare la nascita di una stella.

Colter Wall
Colter Wall

L’album si apre con la brillante Thirteen Silver Dollars, con la quale Colter Wall subito ci cattura con la sua voce e le sue storie. Si ha subito la sensazione di ascoltare qualcosa di unico, “And then out jumps this old boy / About twice the size of me / He asked me for my name and where I dwell / I just looked him in the eye / And sang ‘Blue Yodel Number 9’ / He didn’t catch the reference, I could tell“. Codeine Dream è una ballata country lenta ed essenziale. Una canzone carica di malinconia, amplificata dalla voce profonda di Wall sorretta quasi esclusivamente da una chitarra, “Every day it seems / My whole damn life’s just a codeine dream / I don’t dream of you / Anymore“. Me And Big Dave è un’altra intesa canzone country. Chi sia Big Dave o cosa rappresenti non è dato sapere, ognuno è libero di interpretarla come vuole, “Me and a big Dave were just trying to stay upright / We were chasing white lines and warping our minds last night / We were killing the time though we sure didn’t know it / Hunting down rhymes with a Kentucky poet / Me and big Dave were just trying to stay alive“. Il pezzo forte dell’album si cela sotto il titolo di Motorcycle. Colter Wall sfodera una ballata country d’altri tempi, che evoca il sogno di avere una moto e viaggiare in libertà. Da ascoltare,   “Well, I figure I’ll buy me a motorcycle / Wrap her pretty little frame around a telephone pole / Ride her off a mountain like a old harlow / Figure I’ll buy me a motorcycle”. Kate McCannon ha tutte le caratteristiche della cosiddette murder ballads. Il protagonista della canzone uccide per gelosia la bella Kate e ricorda l’episodio dalla cella di una prigione, “Well the raven is a wicked bird / His wings are black as sin / And he floats outside my prison window / Mocking those within / And he sings to me real low / It’s hell to where you go / For you did murder Kate McCannon“. In un intermezzo parlato intitolato W.B.’s Talkin, Colter Wall viene presentato da uno speaker radiofonico. Snake Mountain Blues è una cover di una canzone di Townes Van Zandt. Il country blues scorre nelle vene di Wall e arriva a noi attraverso la sua voce, così profonda, così carismatica, “Mr. Ten Dollar Man / Let me tell where you’re bound / Drink your green liquor / Lord, you roll to the ground / Well you come around here / With your money in your hand / Tasting my woman / Well you die where you stand“. La successiva You Look To Yours è una canzone dove il protagonista incontra tre donne in tre città diverse. In tutti i tre i casi è un nulla di fatto, ognuno per la propria strada, “Two folks in our condition / We’ll never leave this bar room with our pride / So go about your earthly mission / Don’t trust no politicians / You look to yours and I will look to mine“. Transcendent Ramblin’ Railroad Blues è una ballata matura ed intensa. Colter Wall esprime tutto il suo talento come cantautore, toccando le corde giuste dell’anima. Impossibile rimanere indifferenti, “So lay me down easy / Lay me down hard / Light my cigarette and make my bed / Somewhere beneath the stars / Don’t look for me in glory / Don’t look for me below / ‘Cause I’ll be riding on that freight / Where the souls of ramblers go“. La successiva Fraulein è un’altra cover interpretata da Bobby Helms nel ’57 ma riproposta in seguito anche da Townes Van Zandt. In coppia con Tyler Childers, Colter Wall ripropone questa triste ballata, “Far across the deep blue water / Lives an old German’s daughter / On the banks of the old river Rhine / There I loved her and left her / Now I can’t forget her / She was my pretty fraulein“. L’album si chiude con Bald Butte, una montagna dell’Oregon, che dà l’ispirazione per questa ballata solitaria e contemplativa, “Well he rode across the Grey Back camp / Up in Cypress Hills / They said they left the US nation / On the day that Richmond fell / They whistled Dixie and set him up a still“.

Colter Wall è un album che ci fa conoscere questo emergente cantautore originario del Canada ma con l’anima che sembra trapiantata da qualche parte oltre confine. Ogni canzone incarna un ideale country che fa della sua forza la semplicità. Una produzione scarna mette al centro la voce unica di Wall, lasciandola libera di esprimersi e trasmettere l’intensità dei testi. Colter Wall fa parte di una nuova ondata di cantautori country che ricerca nella tradizione la nuova strada per un genere, il country, spesso maltrattato e condizionato dalle mode. Un album d’esordio da non lasciarsi scappare, dove si può ascoltare un country puro anche se un po’ retorico, soprattutto a causa delle giovane età di Wall. La sua stella è luminosa e il futuro per lui sembra già scritto.

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Si ricomincia

Finalmente questo blog riprende a pieno regime, tornando a riempirsi di recensioni. Tanta musica è arrivata alle mie orecchie in queste settimane e oggi è il turno di dare spazio e risalto a Jaime Wyatt. Cantautrice americana, segnata da un passato tormentato che ha lasciato qualche traccia nella sua musica, che si presenta con Felony Blues. L’album rappresenta una sorta d’esordio, un nuovo inizio ed è stato pubblicato quest’anno. Dopo aver letto recensioni molto positive ma soprattutto dopo aver ascoltato qualche sua canzone, l’album è finito dritto nella mia collezione. Si tratta di sette canzoni che incarnano tutte le caratteristiche della musica americana con qualche occhiatina al soul, interpretate da un’artista carismatica.

Jaime Wyatt
Jaime Wyatt

L’accattivante country blues di Wishing Well apre l’album, l’energia delle chitarre fa risaltare la voce graffiata della Wyatt. La vibrante interpretazione e il ritornello orecchiabile sono un ottimo biglietto da visita nel suo mondo. Your Loving Saves Me viaggia sulla stessa lunghezza d’onda. Un brano che trasmette gioia e un senso di speranza, con un bel assolo di chitarra sul finale. Una delle mia preferite dell’album che vede anche la partecipazione del cantautore americano Sam Outlaw. Il ritmo rallenta con la poetica From Outer Space. La lontananza di un astronauta è usata come metafora di amore distante. Jaime Wyatt dimostra di trovare la propria dimensione anche in questo genere di ballate. Wasco è un sorprendente country blues che parla di amore sognato dietro alle sbarre. Ispirato dall’esperienza in carcere della Wyatt, un’esperienza che segna molte delle canzoni di questo album. Si continua con la bella Giving Back The Best Of Me. Una struggente ballata personale, sorretta dalla voce della Wyatt che si fa malinconica e sensibile. Una prova di tutto il talento come cantautrice. L’album si riaccende con Stone Hotel un vibrante country ispirato da un’esperienza personale che ha con sé tutte le caratteristiche del cosiddetto outlaw country. Il ritornello è orecchiabile e immediato. Da ascoltare. Chiude Misery And Gin una bella cover del originale di Merle Haggard. Jaime Wyatt non si allontana molto dalla versione originale, rendendo omaggio ad un grande cantautore.

Felony Blues è un album profondamente ispirato dalla vita di Jaime Waytt e porta con sé tutto il dolore ma anche la speranza di una nuova vita. La cantautrice americana si muove bene sia nelle ballate più lente e malinconiche che nelle migliori cavalcate country. C’è sempre sullo sfondo un alone di tristezza, veicolato in primo luogo dalla voce delle Wyatt. Una voce graffiata che la rende carismatica e affascinante. L’unico difetto di questo Felony Blues sta nel fatto che è composto da solo sette canzoni, per una mezz’ora di musica. Tenendo conto di questo sentito, altre tre canzoni sarebbero state il giusto compimento di un album che apre ad un futuro promettente per Jaime Wyatt, non solo a livello musicale ma anche personale.

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Dietro l’angolo

L’estate è sempre un buon momento per fare il pieno di musica. Soprattutto quest’anno che sembra che il mondo discografico non conosca sosta. Tante nuove uscite interessanti e io fatico a stare dietro. Ma alla fine riesco sempre a recuperare e capita che tra album  attesi e conferme, capiti anche qualche piacevole sorpresa. Evolutionary War della cantautrice americana Ruby Force (aka Erin McLaughlin) è una di queste. Attirato come una zanzara dalle luci del country, mi sono subito precipitato sull’album sicuro di quello che ci avrei trovato. Perché questo è un po’ il bello della musica, sentirsi al sicuro in luoghi che già conosci ma dietro ogni angolo si può nascondere ancora una gemma nascosta.

Ruby Force
Ruby Force

Church And State è una meravigliosa ballata nostalgica. La voce della Force è calda e carismatica e va a completare l’atmosfera evocata dalla musica. Un ottimo inizio, una canzone di benvenuto,  che ci fa entrare nel mondo di questa cantautrice, “‘G’s got a songbird wrapped in her heart / With a story that she may never tell / How she fell in love with a boy form the bar / And their love saved his soul from the depths of hell“. Mai una sola parola è così eloquente come Memory. Il peso della memoria, che a volte ci facilità la vita e altre ce la complica. Ruby Forse coglie nel segno, arrivando a toccare le corde giuste, che ognuno ha dentro di noi, più o meno nascoste, “Memory, honestly you’ll break my mind if you take this man / He’s the only thing, memory, that I’ve ever really even had / And you can’t hide my peace when I close these eyes, memory“. Ode To Vic Chesnutt è altrettanto eloquente. Una canzone dedicata al tormentato e compianto cantautore americano suicidatosi il giorno di Natale di otto anni fa. Una canzone carica di conforto e speranza, “I woke up, howling at the dawn / Restless as my wanderin’ eyes awakened / It’s not enough, to make what you want from dreams / Because all such things are likely to be shaken“. Spazio ad una canzone d’amore spensierata e leggera dal titolo Cowboy. Ruby Force ha l’occasione di mettere in mostra un lato più positivo della sua musica, dimostrando di saperci fare, “But he’s my cowboy and I am his girl / We’ve been out across the Great Plains, and all around the world / I’d be a fool to throw him back, even for diamonds or pearls / Cause he’s my cowboy and I am his girl“. Damn Your Love scivola su territori più rock aiutandosi con un ritornello orecchiabile. Una canzone d’amore, un amore apparentemente senza speranza. Una bella canzone, meno scontata di quanto possa apparire, “Damn your love, damn your kisses / I wish I never knew / This ain’t right, I want you to fix it / I want to be by your side“. Con Dancing As I Go, ci addentra ancora di più in un blues rock. La voce della Force danza sulle sferzate delle chitarre, muovendosi sinuosa. Una canzone accattivante, ben fatta e coinvolgente, “Because I’m free, dancing as I go / I’m gonna loose myself in the rhythm of your blues / Yes I’m free, dancing wherever I go / And I won’t look back cause I stole your dancing shoes“. Il ritmo rallenta con Diamonds, una ballata romantica di eccezionale sensibilità. Ruby Force ci mette il cuore, in una delle performance più accorate dell’album. Irresistibile, “If you decide to change your mind / What kind of man would you be / Well you can’t change and I won’t fight / Just believe we’ve got God on our side / We’ve got God on our side“. Plain As Paper è un country orecchiabile e trascinante. Ruby Force se la prende con un ragazzo che si è invaghito di una ragazza insignificante. Tutta la canzone suona come una sorta di rimprovero, “That girl is plain as paper, white as white can be / Her face is dull like the earth and dirt / But you see her and you don’t see me“. Il punto più alto dell’album, a mio parere, si raggiunge con la bella Tender. Su un ritmo pulsante e vivo si snoda un inno all’amore. Con vaghi richiami agli anni ’70, Ruby Force mette tutto al posto giusto, dimostrando tutto il suo talento. Da ascoltare, “Tender is the ghost / The ghost I love the most / Hiding from the sun / Waiting for the night to come / Tender is my heart / I’m screwing up my life / Lord I need to find / Someone who can heal my mind“. Chiude l’album Why Do You Leave che porta la Force verso sonorità meno country per abbracciare il rock, quello delle ballate, dando ampio spazio alla musica, “I know nothin’ lasts forever / That takes me away / I Tried to keep you here forever / That’s why I don’t understand / Why do you leave“.

Evolutionary War è un esordio brillante che ci svela una cantautrice di grande interesse. Ruby Force si dimostra capace di spaziare dalla più delicata canzone sentimentale al rock spensierato. Non mi piace fare paragoni, di solito non ne faccio mai, ma Ruby Force mi ha trasmesso quella sincerità e spontaneità che da sempre ritrovo in Brandi Carlile. Come quest’ultima, Ruby Force è abile nel songwriting, preferendo le parole giuste e la melodia perfetta, ad un uso esibizionistico della voce. Sì, Evolutionary War si piazza tra le più belle sorprese di questo 2017, che si è rivelato più che soddisfacente nonostante siamo ancora a metà.

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