Promessa mantenuta

Ho aspettato un anno prima di ascoltare un altro album di Brandi Carlile. A dire la verità non mi sono nemmeno accorto che sia passato un anno. The Firewatcher’s Daughter è finito dritto tra i miei preferiti del 2015 ma la discografia in mio possesso della cantutrice americana non era completa. Sono corso ai ripari, nemmeno tanto in fretta visto che è passato un anno, e ho ascoltato la quarta fatica di Brandi Carlile, Bear Creek del 2012. Per una volta sapevo cosa aspettarmi e sarebbe stata una delusione non trovarci la Carlile di sempre. Ora posso dire di non essere stato deluso.

Brandi Carlile
Brandi Carlile

Brandi Carlile inizia con la bella Hard Way Home che ricalca tutte le sue caratteristiche. Un country folk orecchiabile e trascinante, sorretto dalla voce sempre perfetta della cantautrice. Meglio di così non si può iniziare, “Oooh, follow my tracks / See all the times I should have turned back / Oooh, I wept alone / I know what it means to be on my own / Oooh, the things I have known / Looks like I’m taking the hard way home“. Segue Raise Hell, blues rock vibrante dove trova sfogo tutta l’energia della Carlile, che in questa versione mi piace e saprà ripetersi nell’album successivo, “I found myself an omen and I tattoed on a sign / I set my mind to wandering and I walk a broken line. / You have a mind to keep me quiet / And although you can try, / Better men have hit their knees / And bigger men have died“. Ma le ballate malinconiche non mancano, Save Part Of Yourself ne è la conferma. Ci sono sempre i gemelli Hanseroth ad accompagnarla e ha dare qualcosa di unico e riconoscibile alle sue canzoni, “I remember you and me / Lost and young and dumb and free / And unaware of years to come / Just a whisper in the dark / On the pavement in the park / You taught me how to love someone“. That Wasn’t Me è una ballata soul, profonda ed intensa. La voce della Carlile sa esprimere sfumature senza orpelli, arriva dritta e pulita al cuore. Un po’ graffiata quando vuole ma anche calda e confortante, “Tell me, did I go on a tangent? / Did I lie through my teeth? / Did I cause you to stumble on your feet? / Did I bring shame on my family? / Did it show when I was weak? / Whatever you’ve seen, that wasn’t me / That wasn’t me, oh that wasn’t me“. Una scapagnata folk dalle atmosfere bucoliche e nostalgiche in Keep Your Heart Young. Un ritornello da cantare in coro, una canzone semplice ed efficace. Brava Brandi, “You gotta keep your heart young / Sometimes you don’t die quick / Just like you wished you’d done / The love is a loaded gun / You’ve gotta keep your heart young / You can’t take back what you have done / You gotta keep your heart young“. La successiva 100 è un pulsante pop folk malinconico e romantico. Una delle canzoni più belle della cantautrice americana, “I always think about you / And I have to close my eyes / If I live to be one hundred / Will I ever cross your mind“. Un’altra bella ballata con A Promise To Keep. Brandi tira fuori tutta la sua dolcezza e quella vena di tristezza che tocca le corde giuste. Un altro gioiellino da conservare gelosamente, “I still talk to you in my sleep / I don’t say much cause the hurt runs too deep / I gave you the moon and the stars to keep / but you gave them back to me“. I’ll Still Be There non è da meno, non si può essere giunti a questo punto dell’album e non amare quest’artista, che qui si diverte a giocare con la voce, “It breaks my heart, but now you know / That the broken binds are an open door / And if it all disappears / I promise you I’ll still be there“. Un pianoforte per What Did I Ever Come Here For? che scioglie il cuore. Ho finito le parole, “I knew right then that I’d return / To where I was before / And I was so tired of being away / That I just couldn’t stay anymore / What did I ever come here for?“. Heart’s Content è una canzoncina leggera e un po’ zuccherosa. Riesce tutto alla Carlile, lo ha dimostrato in passato e lo dimostra tuttora, “Here’s you and me / And in between / We draw a line / But we can’t see / Where it’s been / We scratch our heads / And race against / The heart’s content“. Ecco che attacca con Rise Again. Un po’ di rock dal sapore americano non fa mai male, anzi. C’è anche un bell’assolo finale, “Now I’m dreaming to myself / With a tear behind my eye / For a shelter is my mind / In the quiet of the night“. Ma non è finita perchè c’è ancora il bel country di In The Morrow. Le parole scivolano via morbide su una melodia da canticchiare, “In the morrow I’ll be gone / I gave it everything I had for so long / Save your sorrow for your song / Don’t we always find a way to carry on“. Si finisce con l’eterea Just Kids. Quasi sette minuti nei quali si prova a tornare indietro nel tempo a quando eravamo bambini. Quasi ci riesce, “Were we just kids, just starting out / Didn’t we know then love was about / Were we just fooling, playing around / Were we ever gonna get out of this town“.

Brandi Carlile è sempre Brandi Carlile. C’è qualcosa di speciale nella sua musica e nella sua voce che non vorrei cambiasse mai. Questo è forse il suo album più intimo e personale che ho sentito finora. Mi manca solo l’esordio per completare la sua discografia. Ma ora mi voglio godere queste tredici canzoni. Se già conoscete Brandi Carlile allora questo Bear Creek vi piacerà, altrimenti è l’occasione per conoscerla. Scoprirete un’artista unica che migliora con il tempo e non vi deluerà mai.

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Non mi giudicate – 2015

Avanti un altro. Anche quest’anno è diventato vecchio quanto gli altri ed è ora di cambiarlo. Come ogni trecentrosessantacinque giorni ci ritroveremo festeggiare l’arrivo di un anno migliore di questo. O almeno si spera. Il mondo cambia e forse noi non siamo pronti, forse non lo saremo mai. L’importante è cercare di passare il guado e anche questa volta pare che l’abbiamo sfangata. Me lo auguro sia così per tutti voi. Non resta che rimboccarci le maniche e affrontare altri trecentrosessantacinque (anzi trecentrosessantasei questa volta) giorni con rinnovato entusiasmo, come succedeva sempre ad ogni Settembre di fronte al nuovo anno scolastico. Ma basta con questa digressione, meglio voltarsi indietro per l’ultima volta e vedere un po’ cosa ci ha offerto di bello quest’anno di musica. Per la prima volta in questo blog ho deciso di premiare alcuni artisti o album che mi sono particolaremente piaciuti, ispirandomi ai premi NBA. Non mi piace dare voti o fare classifiche ma faccio uno strappo alla regola (“Sono abitudinario, non mi giudicate, siete come me” cit.). Ovviamente per decretare chi è meglio di chi avrei dovuto ascoltare tutta la musica uscita quest’anno, nessuno escluso. Come avrei potuto farlo? A mancare è soprattutto il tempo ma anche la voglia di ascoltare tutto (ma proprio tutto). Dunque la mia è una visione ristretta a ciò che ho voluto e potuto ascoltare dal primo Gennaio a oggi. Chi non è d’accordo… bhè se ne faccia una ragione.

  • Most Valuable Player: Laura Marling
    Quest’anno è iniziato con un grande ritorno. Quello di Laura Marling, sempre meravigliosa nonostante abbia ritoccato il suo sound. Avere venticinque anni e cinque ottimi album alle spalle non è cosa da tutti. Soprattutto essere già diventati così influenti è ancora più raro. La migliore.
    Laura Marling – False Hope
  • Most Valuable Album: How Big How Blue How Beautiful
    I Florence + The Machine quest’anno hanno sfornato un album grandioso. Un grande riscatto, carico di emozioni ed energia. Florence Welch con la sua voce domina incontrastata, inimitabile e unica. Senza dubbio l’album più forte dell’anno, da ascoltare se non l’avete ancora fatto.
    Florence + The Machine – Delilah
  • Best Pop Album: Light Out The Dark
    Il secondo album Gabrielle Aplin è convincente e lancia la giovane cantautrice inglese tra quegli artisti da tenere assolutamente d’occhio in futuro. Anzi forse il futuro è già qui. Io ho avuto la fortuna di scoprirla agli esordi, prima del suo debutto e sono molto contento che abbia trovato la sua strada.
    Gabrielle Aplin – Light Up The Dark
  • Best Folk Album: The Firewatcher’s Daughter
    Forse considerare folk The Firewatcher’s Daughter è riduttivo, lo stesso vale per Brandi Carlile ma dovevo assolutamente inserire la cantautrice americana in questa lista. Brandi Carlile migliora con gli anni e il successo di questo album se lo merita pienamente. Una voce emozionante senza eguali.
    Brandi Carlile – Wherever Is Your Heart
  • Best Singer/Songwriter Album: Tied To The Moon
    Rachel Sermanni è tornata con Tied To The Moon, riconfermandosi come cantautrice di talento e sensibilità. Anche per lei è arrivato il momento di cambiare sound ma lo fa con attenzione senza strappi con il passato. Voce e chitarra acustica è una ricetta semplice ma eccezionale quando si parla di questa giovane cantautrice scozzese.
    Rachel Sermanni – Banks Are Broken
  • Rookie of the Year: Lael Neale
    Tra gli esordi di quest’anno è difficile scegliere quale sia il migliore. Voglio premiare la cantautrice americana Lael Neale che con il suo I’ll Be Your Man ha dimostrato di saper scrivere canzoni magiche ed emozionanti. Spero per lei che in futuro possa avere più visibilità perchè è un’artista che non merita di stare nascosta.
    Lael Neale – To Be Sad
  • Sixth Man of the Year: Kacey Musgraves
    Per sesto uomo si intende colui il quale parte dalla panchina ma dimostra di avere un ruolo importante nella squadra. Kacey Musgraves partiva da un buon album ma niente di eccezionale. L’avevo quasi accantonata quando il suo secondo Pageant Material la eleva a country star. Kacey saprà sicuramente deliziarvi con la sua musica.
    Kacey Musgraves – Are You Sure ft. Willie Nelson
  • Defensive Player of the Year:  The Weather Station
    Ovvero l’artista più “difensivo”. Tamara Lindeman e il suo Loyalty la riconferma come cantautrice intima e familiare. Sempre delicata, non cerca visibilità e successo ma solo un orecchio al quale porgere le sue confidenze. Un piacere ascoltare The Weather Station e lasciarsi abbracciare dalla sua musica.
    The Weather Station – Way It Is, Way It Could Be
  • Most Improved Player: The Staves
    Niente da dire. Le tre sorelle inglesi Staveley-Taylor sotto l’ala di Justin Vernon hanno fatto un album che ruba la scena al buon esordio. If I Was è malinconico ma anche rock, le The Staves non sono mai state così convincenti e abili. Speriamo che in futuro la collaborazione di ripeta perchè abbiamo bisogno di voci come quelle di Jessica, Emlily e Camilla.
    The Staves – Steady
  • Throwback Album of the Year: Blonde
    L’album Blonde della cantautrice canadese Cœur de pirate è del 2011 ma solo quest’anno ho avuto il piacere di ascoltarlo. L’ho ascoltato a ripetizione per settimane, catturato dalla voce dolce e dai testi in francese di Béatrice Martin. Un album pop dal gusto retrò che ha trovato il suo erede (più contemporaneo) in Roses, pubblicato quest’anno.
    Cœur de pirate – Ava
  • Earworm of the Year: Biscuits
    Non avrei voluto che un’artista apparisse in due categorie diverse ma non posso fare a meno di premiare Biscuits di Kacey Musgraves. Mi ha martellato la testa per settimane.“Just hoe your own row and raise your own babies / Smoke your own smoke and grow your own daisies / Mend your own fences and own your own crazy / Mind your own biscuits and life will be gravy / Mind your own biscuits and life will be gravy“.
    Kacey Musgraves – Biscuits
  • Most Valuable Book: Moby Dick
    In questo blog, saltuariamente, scrivo anche di libri. Non tutti quelli che leggo durante l’anno ma quasi. Senza dubbio Moby Dick è il migliore. Un classico, un libro a tutto tondo. Non è una semplice storia, non è un avventura ma un’esperienza come lettore. Un’enciclopedia sulle balene, dialoghi teatrali, scene comiche e drammatiche, digressioni filosofiche. Tutto in un solo libro.

A conti fatti, ho premiato un po’ tutti. Chi è rimasto escluso è solo perchè altrimenti avrei dovuto inventarmi una categoria per ognuno di essi! Sarebbe stato sinceramente un po’ patetico oltre che inutile. Un altro anno è qui davanti, carico di musica nuova e meno nuova da ascoltare e riascoltare. Ci saranno tanti graditi ritorni…

Buon 2016.
Anno bisesto, anno funesto. 😀

Il viaggio, il fiume e la bestia

A volte la curiosità di ascoltare un album è dettata quasi esclusivamente da quello che c’è in copertina. Si dice che non si giudica un libro dalla sua copertina. Ma per la musica è diverso. La copertina è molto legata a quello che ci si può trovare all’interno. Una ragazza bionda con un cappello nero in testa e l’aria triste, indicano quasi certamente che si tratta di una cantautrice. Sullo sfondo un paesaggio brullo e sembra si intraveda anche un sentiero. Quasi sicuramente è una cantautrice folk americana. Fuochino. Holly Arrowsmith è nata in New Mexico ma è cresciuta dall’altra parte del mondo, in Nuova Zelanda, ma ciò non significa che la sua non sia musica di matrice americana. For The Weary Traveller rappresenta in suo album d’esordio, pubblicato nel Luglio di quest’anno, e quella copertina è stata la prima cosa che mi ha convinto ad ascoltarlo. Quello che c’è al di sotto è musica.

Holly Arrowsmith
Holly Arrowsmith

Il viaggio parte con Mouth Of The Morning che fin dalle prime note ci porta là dove ci sono territori sconfinati e solitari. La voce della Arrowsmith appare fragile e sicura allo stesso tempo. La canzone accelera nel finale, una corsa nel deserto, “From the mouth of the morning out poured the dawn / Waking the valley with her silent song / To tell of a mercy that’s new with each morning / And at an uncertain moment day came / And dawn was gone“. Voices Of Youth è ancora più influenzata dal folk americano. Una riflessione sul tempo che passa e sul senso della vita, nascosta sotto una melodia allegra. Una prova di maturità, “And if one man stops and asks ‘Well why? / ‘What’s it all for when I die?’ / The rest all shake their heads and say ‘Don’t speak!’ / ‘Seeking meaning’s for the weak!’ / Well you can call me weak“. Desert Owl è una delle più belle di questo album. Si ha sensazione di viaggiare in quelle terre selvagge, fare i conti con sé stessi. Holly Arrowsmith sfodera tutta la sua voce, non si nasconde, facendoci provare anche qualche brivido, “I walk a lonely road there’s a junction up ahead / I’ve got no job, no home nearly all my money’s spent / I came for a resolution a certain answer clear / But it ain’t what I need and I will not find it here“. Sembra quasi di vederla, lì seduta all’aperto a cantarci questa Canyons, con la chitarra. Non è facile creare immagini così nitide ma sembra che per la Arrowsmith non sia un problema. Lo fa con i suoi testi attenti e mai banali, “But like that stream love wants to grow obstacles clutter its flow / The land turns steep and the sun seems low we’re forced into the canyons throw / The river wants to reverse to clamber uphill to its birth / But it can’t return, so lovers learn / Now that little stream is a deep strong force“. Affascinante e oscura è la successiva Lady Of The Valley. Una personificazione della sua terra, che dimostra ancora quanto lei ne sia legata. Il testo dimostra tutto il talento della ragazza e quasi fa impressione, “There are too many stories of how, greed can kill a man / She told me all her gold is for the fools / For what we see as valuable, it surely is worth nothing / And what we see as nothing / Is more priceless than we’ll know“. Mountain Prayer arricchisce l’album di un’altra perla scura e notturna, un lamento che gioca tutto sull’interpretazione sofferta della Arrowsmith, “As You call, ‘Come home My son My daughter come home / I am slow to anger and abounding in love / I won’t rest, till you’re back in my arms / Please come home’“. La title track è breve ma racchiude in meno di due minuti tutta l’essenza della sua musica, “To find comfort, first you must know sorrow / To know healing, there must be a wound / To find strength you, first of all you must know weakness Oh friend / Without evil, how could we know what’s good?”. Luminosa e malinconica The Beast Called Love, riempie l’aria e racconta l’amore in modo originale e poetico. Questa canzone è la prova che Holly Arrowsmith è un’ottima cantautrice, dando all’amore la forma di una terribile bestia, “I was young, I heard about, a thing called love / So I sailed out, to see what the fuss was about! / Quickly did, the ocean turn, into a fearsome beast / Tossed me in his watery arms, onto a lonely shore / I’d fallen for his charm“. Ancora l’amore protagonista in Love Will Be A River, una bella canzone folk che sale e cresce pian piano. Da ascoltare, “Maybe the more we let out, the stronger it’ll grow / Till all who, fall in its path feel the warmth of its glow / And our love will be a river, flowing out into the sea / Started in the mountains  / Where you washed my feet“. Si chiude con Flinted, una ballata molto bella e malinconica. Il testo è ancora una volta una poesia in musica. Ci ritroveremo a cantarne il ritornello in men che non si dica e a provare un po’ di nostalgia anche noi, “So I wanna know what the seasons know / There’s a time to reap and a time to sow / A time to hold on and a time to let go / Teach me to trust when I don’t see“.

Questo esordio mi ha sorpreso per la maturità espressa da quest’artista. A venticinque anni è giovane ma non più una ragazzina e Holly Arrowsmith dimostra di saper trarre ispirazione dalle sue esperienze di vita. Questa è un segnale che in futuro non potrà fare altro che migliorare, crescendo d’esperienza e sensibilità. Non mi piace fare paragoni tra le cantautrici ma non è possibile negare che la ragazza è molto vicina a Brandi Carlile, soprattutto per l’uso della voce. For The Weary Traveller odora di sabbia del deserto, di polvere. Questo album è come una valigia che ha macinato chilometri. Holly Arrowsmith l’ha aperta per noi e non possiamo che dirle grazie. Perchè in fondo siamo tutti viaggiatori, sempre un po’ stanchi, con la nostra valigia.

Tanta energia, tanto cuore

Tra i ritorni più attesi di questo 2015 c’è sicuramente quello di Brandi Carlile. La cantautrice americana è tornata con il suo quinto album intitolato The Firewatcher’s Daughter. L’album segna il passaggio ad una casa discografica indipendente dettato dalla voglia, dell’artista, di fare qualcosa di diverso di quanto fatto in passato. La quinta fatica di Brandi Carlile è stata registrata live in studio con lo scopo di conservare tutta la genuinità della sua voce e della sua musica. Ho letto recesioni molto positive ma, positiva, è stata anche l’accoglienza del pubblico. The Firewatcher’s Daughter è risultato essere il più grande successo di Brandi Carlile, superando l’ottimo risultato del precedente Bear Creek. Quello che mi aspettavo da questo album era semplicemente ritrovare Brandi Carlile nella sua forma migliore e così è stato.

Brandi Carlile
Brandi Carlile

Wherever Is Your Heart è il miglior inizio che si potesse dare a questo ritorno. Energia e cuore sono le basi di questo album e questa canzone ha tutto. Vi ritroverete a cantare il ritornello in men che non si dica. Brava Brandi, “I think it’s time we found a way back home / You loose so many things you love as you grow / I missed the days when I was just a kid / My fear became my shadow, I swear it did“. Più delicata è The Eye ma l’anima della cantante sembra venir fuori da ogni singola nota, anche grazie alla consueta e preziosa partecipazione dei gemelli Phil e Tim Hanseroth, “I wrapped your love around me like a chain / But I never was afraid that it would die / You can dance in a hurricane / But only if you’re standing in the eye“. The Things I Regret è carica e vibrante. Un’altra bella canzone nella quale si può ritrovare quella Carlile che ci piace tanto, “There’s a hole in my pocket where my dreams fell through, / from a side walk in the city to the avenue. / There’s a leak in my dam ‘bout the size of a pin, / and I can’t quite remember where the water’s getting in“. Quel qualcosa di diverso che voleva fare in questo album è spiegato da Mainstream Kid. Un blues rock che esplode con la voce della Carlile. Una bella prova per lei e il risultato mi piace, “I came to separate the classes / To place the fails above the passes / And there has never been a better time to set the bar beneath the masses / Can I blend in with your kind?“. Più classica Beginning To Feel The Years immersa in un’atmosfera malinconica creata dall’abile voce della Carlile, “And I’m beginning to feel the years / but I’m going to be ok / as long as you’re beside me along the way / Going to make it through the night / and into the morning light“. Probabilmente la più bella di questo album è Wilder (We’re Chained) dedicata al figlio di Tim Hanseroth, Wilder. Un semplice folk dove la voce della Carlile è carica di emozione e il testo gioca con le rime e il suono delle parole. Un piccolo capolavoro, “You came into this world with eyes as clear as water / You didn’t look a thing like your grandmother’s daughter / With a heart so heavy and beating like a drum / Yeah, neither did you look like your grandfather’s son“. Blood Muscle Skin & Bone è un pop rock pulsante con un altro ritornello indimenticabile. Tanta energia e tanto cuore, la ricetta e semplice, “I need somebody strong / For when I’m feeling weak / With an open heart that can listen / For when my soul is too tired to speak“. Un classico pezzo alla Brandi Carilie è I Belong To You che non spicca certo per la sua originalità ma non è quella la sua missione. Una canzone che si ascolta volentieri e nient’altro, “I know I could be spending a little too much time with you / but time and too much don’t belong together like we do / If I had all my yesterdays I’d give ‘em to you too / I belong to you now“. Alibi è un altro bel pezzo pop rock che dimostra tutto il talento della cantautrice americana. Anche questa volta il ritornello funziona, “If you’re good at telling lies / You could be my alibi / And I won’t have to atone for my sins / If you’re good at telling lies / You could be my alibi“. The Stranger At My Door è un folk affascinante e oscuro di ispirazione biblica. Forse la sua canzone più ambiziosa ma sicuramente la più originale dell’album anche grazie alla marcia nel finale, “It’s a good ol’ bedtime story, give you nightmares ‘til you die / And the ones that love to tell it, hide the mischief in their eyes / Condemn their sons to Hades / And Gehenna is full of guys, alive and well / But there ain’t no hell for a firewatcher’s daughter“. Heroes And Song è una di quelle canzoni che solo Brandi Carlile sa fare, “Some rights and some wrongs / Some heroes and songs / Are much better left unsolved / Between fiction and fact / Illusion and pact / Where we’ve been into what we’ve become“. Chiude l’album una bella cover di una bella canzone The Avett Brothers, Murder In The City, “If I get murdered in the city / Don’t go revenging in my name / A person dead from such is plenty / There’s no sense in getting locked away“.

The Firewatcher’s Daughter è un ottimo album. C’è la Brandi Carlile di sempre e quella nuova più rock e divertente. Chissà magari qualcuno si aspettava di più dal suo quinto lavoro ma io lo vedrei piuttosto come un nuovo inizio. Si percepisce in ogni canzone la libertà con la quale è stata scritta e il cuore che ci è stato messo. Un album nel quale viene fuori lo sconfinato talento della cantautrice, spesso sottovalutato anche se qualche volta non sfruttato a pieno. Sono contento del successo che sta avendo, perchè Brandi Carlile se lo merita tutto. Parte del merito va anche ai gemelli Hanseroth, co-autori di numerose delle sue canzoni. The Firewatcher’s Daughter è un album da non perdere.

Tipi tranquilli

Un paio di anni fa scrissi la recensione dell’esordio degli olandesi Mister And Mississippi e quest’anno il gruppo è tornato con un nuovo album intitolato We Only Part To Meet Again. Questa band mi fece una buona impressione ed ero curioso di ascoltare qualche loro nuova canzone. Il folk etereo, dei Mister And Mississippi, si mescola ad un pop dal sapore americano creando un stile piuttosto riconoscibile. La chiave sta sicuramente nella voce di Maxime Barlag, leader femminile del gruppo. In patria hanno ottenuto un discreto successo che non si è propagato di molto al di fuori del confine nazionale. Io arrivai a loro grazie ad una recensione di Ondarock e successivamente non ho smesso di seguirli quando ho intuito che sarebbe uscito il loro secondo album.

Mister And Mississippi
Mister And Mississippi

Apre il singolo Meet Me At The Lighthouse nel quale si riconoscono la dolce voce di Maxime e la musica avvolgente che l’accompagna, “Meet me at the lighthouse / Bye the seaside, when the night falls / I’ll wait there, staring out to sea / Let’s sail away now, disappear with me“. Cambio di passo con In Between. Qui si sente l’influenza americana che la band non nasconde a partire dal nome. Una canzone che cresce con il passare dei minuti, in un incessante scambio di musica e parole, “In drizzling rain / We’ll meet again / Out of thin air / I’ll spell your name / You define yourself / As I ignite myself“. La titletrack We Only Part To Meet Again svela il lato più caldo della voce di Maxime. In assoluto una delle canzoni più belle di questo album, “I see my reflection / Covered in black / As I sit here and wonder / How I want it back / And I try not to miss you / I try to pull through / But everything around me / Reminds me of you / Yes of you“. Where The Wild Things Grow è un vero passo avanti nella loro musica. Misteriosa, oscura ma trafitta da lampi di luce. Una canzone davvero affascinante che rimante purtroppo un caso isolato in questo album, “Brightly coloured flowers / ascend from our garden / You know / that ancient place / where the wild things grow“. Con Nocturnal mi sembra di sentire la voce di Brandi Carlile nella voce di Maxime Barlag. Nonostante ci sia di mezzo un oceano a separarle, non sono mai state così vicine, “I’m numb in my head and my eyes they look red / I smell of smoke, got stains on my shirt / I’m filled with sadness, a slave to my madness / and it seems that the drugs just don’t work“. La successiva The Filthy Youth è molto legata alle sonorità del primo album. Chitarre squillanti e ritmo disteso sono il marchio di fabbrica del gruppo che non manca di farlo notare nella sua canzone più lunga. Mancando di un brano strumentale, presente all’esordio, questa canzone vuole porre rimedio, “Sunny state of mind / Fields of green, we lay between the pines / We carved our names in the trees“. Southern Comfort sembra perfetta per essere ascoltata sulla sabbia di una delle fredde spiagge del nord Europa. Una bella canzone che rischia di passare inosservata ad un primo frettoloso ascolto, “It’s way too hard to keep it in / Let it out and take a stand / I’ll be here to hold your hand / In the end we’re all the same / Soon we’ll be singing a different tune / and this is how it goes“. Shape Shifter è un altro punto a favore della crescita del gruppo. Qui si intravede, più chiaramente, quella che potrebbe essere la strada da seguire in futuro. Soprattutto perchè dimostrano di saperci fare anche con un po’ di rock, “We’re stealing from what we perceive / Consumed by society’s greed / Come to sense, not how or when / Knowledge helps you grow / and though there is not much to say“. In For Us To Remember, Maxime si fa accopagnare dalla voce chitarrista Danny van Tiggele (o almeno credo di tratti di lui). Il risultato è una canzone che si conclude con un epico trionfo da film kolossal. Niente male, “Learn how to breathe / The more I see the less I know / Learn how to breathe / To find means nothing at all“. Chiude A Song For The Quiet Ones, dolce ninnnananna cullata dalla voce di Maxime. Un piccolo gioiellino racchiuso in fondo a questo album, “Please leave the light on / They can bear no more / Sad songs for the quiet ones / Who’ve been ignored“.

Questo è un album che fuziona meglio se ascoltato come sottofondo, un po’ come una colonna sonora. Se ascoltato ponendo l’orecchio a tu per tu con la voce, si rivela un po’ monotono ma comunque coerente. L’esordio spaziava di più alla ricerca di un’identità mente questo We Only Part To Meet Again ne ha una ben definita, a discapito, però, della varietà. Alcune canzoni sono del tutto compatibili al precedente lavoro ed questo può lasciare perplessi. Ci sono anche però molti aspetti positivi a partire dall’inglese. Nel primo album si notava la poca dimestichezza con questa lingua ma stavolta il gruppo è migliorato nei suoi testi spingendosi oltre le frasi fatte. Anche sotto il punto di vista musicale, qualche canzone riserva sorprese. Forse era lecito aspettarsi qualcosa di più dai nuovi Mister And Mississippi ma We Only Part To Meet Again conferma le capacità del gruppo e ne rafforza l’identità e lo stile.

Il tempo di scrivere

Dopo quattro anni sono ancora qui a scrivere su questo blog. Ormai è un’abitudine per me, ogni fine settimana, scrivere un post e pubblicarlo. Qualcuno potrebbe chiedersi quanto tempo ci metto a scrivere, ad esempio, una delle mie recensioni. Ebbene, ci metto il tempo necessario che serve per scriverle. Non ci sono prime versioni, bozze, elaborazione di appunti, se non in qualche raro caso nel quale per un motivo o per l’altro non faccio in tempo a finirla in una sola seduta. Capita che nei periodi di vacanza (d’estate o in questi giorni), dedico più tempo agli articoli e a quello che scrivo ma nel resto dell’anno, quello che esce è quello che leggete. Alla fine rileggo il tutto, notando e correggendo di fatto parte degli errori ortografici e grammaticali. Rileggo troppo velocemente per notarli e rimangono lì, sotto gli occhi dei più attenti. Una volta che ho finito di rileggere ci metto il titolo. Più curioso è, meglio è. Non nascondo che a volte mi trovo a corto di idee e per non impiegare più tempo a pensare al titolo che non a quello che ho impegato per scrivere l’intero post, scrivo la prima cosa banale che mi sovviene. Quando scrivo una recensione ascolto sempre la canzone della quale sto scrivendo nel medesimo istante, senza farlo scriverei molto meno a riguardo e sarei ripetitivo.

Questo blog non ha mai voluto essere un diario ma in qualche modo è finito per scandire le mie settimane. Quattro anni non sono pochi e ogni volta che ci penso mi stupisco sempre di quanto ho scritto. Forse a volte mi dilungo un po’ troppo e ma non posso negare che vedere un bel post lungo mi rende soddisfatto. Mi piace scrivere e spero che nessuno si annoi a leggere. In quattro anni sono cambiate tante cose. Tralasciando vicende personali e globali mi soffermerei su quello che è cambiato tra le pagine di queto blog. Scrivevo, un paio di anni fa, a proposito della musica folk (aprendo una recensione di The Story di Brandi Carlile): “Non sono un fan del folk allo stato puro sia quello straniero che quello nostrano. Ciò che ha di buono la musica folk è quella capacità di farci sentire a casa, qual senso di appartenenza che pochi altri generi musicali sono in grado di dare, a discapito però dell’originalità. Quell’effetto “già sentito” è il cuore e la forza della musica folk senza il quale non avrebbe senso di esistere. Questa caratteristica è sia un pregio che un difetto. Io personalmente lo vedo più come un difetto che agevola la produzione di canzoni. Quel giro di chitarra lì, quella melodia nel ritornello là ed ed ecco la canzoncina folk e popolare che piacerà sicuramente a tutti. Perchè a tutti piace guardare al passato e la musica può farci viaggiare nel tempo. Ma che senso ha, e soprattutto, dove sta la magia nel farlo più e più volte? Portare avanti la tradizione è cosa buona ma approfittarsi di essa per andare sul sicuro è la cosa che mi da più fastidio della musica folk. Questo genere mi piace ma ha volte è troppo ripiegato su sè stesso anche se influenzato da culture diverse. Quando però il folk è ben mescolato con il rock e il pop ne nasce qualcosa che sicuramente è più gradito alle mie orecchie“. Poi senza neanche accorgermene sono stato trascinato dalla musica folk (la decisiva e iniziale spinta me l’ha data Rachel Sermanni), dichiarandomi poco tempo dopo nella recensione dell’EP d’esordio di Lily & Madeleine: “Ormai è ufficiale. Mi sono dato al folk, almeno temporaneamente. In questo periodo, sarà l’estate, mi incuriosisce la musica folk straniera, americana o anglosassone che sia. Sarà forse perchè c’è voglia di vacanza e tranquillità ma il songwriting folk dalle melodie rilassanti è ciò che ultimamente mi fa più piacere ascoltare. Se poi si tratta di musica folk al femminile è meglio“. Cosa è successo? Cosa mi ha convertito? Tante cose. Una su tutte la faccia pulita degli interpreti del folk. Niente a che vedere con quello che passa oggi in tv (ci siamo capiti). Poi ci aggiungerei quelle atmosfere rilassanti e rassicuranti che solo questo genere di musica può dare. Mi ritrovo ad avere meno interesse verso l’indie rock, che resiste tra la mia musica grazie a qualche artista al quale sono particolarmente legato. Qualche new entry c’è stata ultimamente ma non è in quella direzione che mi spingo a cercare. Qualche cosa buona la trovo anche nel pop e nel calderone del cosiddetto mainstream. Però le maggiori soddisfazioni arrivano spesso dal folk e dalle sue trasformazioni. Resto comunque un fan a metà perchè fatico ancora apprezzare buona parte della musica folk. Per non parlare del folk italiano che ha una matrice diversa rispetto a quello inglese o americano. Ma forse queste parole saranno smentite da un post come questo tra qualche anno.

Sono stato lungo anche stavolta ma sono soddisfatto e ho scritto quello che volevo scrivere e anche di più. Buon compleanno blog. Spero di riuscire a tenerti in vita per tanto tempo ancora e il 2015 si prospetta carico di ispirazioni. Si ricomincia, di nuovo. Quanto tempo ci ho messo per scrivere questo post? Il tempo di scriverlo.

Prendere nota

Come prevedibile, il prossimo anno sarà ricco di uscite discografiche che mi interessano particolarmente. Queste ultime settimane sono state ricche di annunci che rigurdano numerosi nuovi album. Mi sono appuntato diverse date sul calendario partendo dagli olandesi Mister And Mississippi che pubblicheranno il loro secondo album, We Only Part To Meet Again, il 30 Gennaio. Seguono a ruota le tre sorelle The Staves con If I Was il 2 Febbraio. Da tenere in considerazione anche l’esordio di Marika Hackman, We Slept At Last, che vedrà la luce il 16, sempre di Febbraio. Questo mese non si chiude senza il tanto atteso album della consacrazione delle cantautrice scozzese Rachel Sermanni. Il suo secondo album si intitolerà Tied To The Moon, in uscita il 23.

Marzo non è da meno. Questa settimana Brandi Carlile ha ufficializzato l’uscita del suo quinto album, intitolato The Firewatcher’s Daughter. Un album registrato il presa diretta, dal sapore sano del rock americano (o almeno così dice chi lo ha già ascoltato), disponibile dal 3 Marzo. Il singolo The Eye è l’ennesima conferma che Brandi non sbaglia un colpo. Giunge inatteso, almeno per me, il nuovo album della regina del folk di nuova generazione, ovvero Laura Marling. Il 23 Marzo è il giorno di Short Movie, quinta fatica della cantautrice inglese anticipata dal singolo omonimo, che segna una nuova strada per la Marling. Il 2015 sarà ricco di nuova musica anche più di quella che mi aspettassi. C’è ancora qualche gruppo/artista che aspetto per il prossimo anno ma adesso so come riempire l’attesa.