Numeri primi

È solo una questione di numeri. The Lingering del 2015 (Tesoro sepolto) era composto da sette tracce e non si poteva considerare un debutto vero e proprio. Non è il caso di The Nordic Mellow, formato da dieci canzoni e uscito quest’anno. Siv Jakobsen, cantautrice norvegese, si può ammirare in un vero album, atteso da me con un certo interesse, dopo le buone impressioni di The Lingering. La sua copertina mostra la neve delle fredde terre nel nord e il vento che le attraversa. Siv Jakobsen era stata in grado di racchiudere nelle sue canzoni queste immagini, attraverso una poesia triste e dolce, pervasa da un senso di malinconia. Per scoprire se la magia si è ripetuta non resta che abbandonarsi all’ascolto di The Nordic Mellow.

Siv Jakobsen
Siv Jakobsen

To Leave You è un bella canzone che vuole trasmettere un senso di solitudine. La voce della Jakobsen è meravigliosamente melodiosa e morbida. Il testo è poetico ed evoca immagini nitide, supportato dagli archi e da suono della chitarra, “I don’t know for who I’m longing / Is it you or your reflection in my mind? / But I know now, what I am hoping for / Building cages ‘round my chest to leave you out / To leave you, to leave“. La successiva Change segue senza soluzione di continuità. Una canzone di amore e odio, un’attesa silenziosa nella quale si cerca cerca un cambiamento. Una canzone breve ma intensa, “Burning in my mouth / Words that can’t escape my tongue / Clogging up my throat, withering my inside / So I am peeling off my skin / And pulling all my seams apart / I am doing all I can to keep my mouth from letting loose on you“. Si cambia ritmo con Shallow Digger. Un’introduzione epica apre la strada alla voce, questa volta più fredda, della Jakobsen. Un testo criptico e ossessivo, da vita ad una delle canzoni più immediate dell’album, “Shallow digger I am hunting gold, want it all, give me more / Shallow digger I am hunting gold, want it all, give me more“. In Crazy, la cantautrice norvegese, canta aprendo il suo cuore. Un’intesa dichiarazione d’amore, segnata dalla necessità di condividerlo attraverso la musica e la poesia, “I’m up and off the wall for you, crazy / Writing songs for you / I’m up and off the wall for you, crazy / ‘Cause I don’t, I don’t, I don’t, I don’t know you“. Quando scrivevo qui sopra delle atmosfere del nord, mi riferivo a quanto si può ascoltare in Blanket. Siv Jakobsen traccia con la sua voce scie di luce nel aria pervasa dal suono degli archi. Da ascoltare, “‘Cause in the mornings, in the evenings I would wait / But my patience would spill on the floors and on the ceilings / Through my mouth as I called for you / I called, called“. In Like I Use To, la voce della Jakobsen resta vellutata ma attraverso il testo, esprime emozioni forti e contrastanti. Una rara abilità che è frutto di un talento sempre in crescita, “So I stick my brain in the sand / Watch me fold, watch me wither / I stick my brain in the sand / Watch me fold, watch me fold, watch me fold“. Not Alone è una struggente poesia in musica. La volontà di restare soli ma di non sentirsi tali. La bellezza della solitudine non è compresa da molti ma sono anche io tra quelli a cui piace stare solo. Ed evidentemente è così anche per Siv, “I’m not cold, I feel it all / But I am bold, I take control / ‘Cause life is short / And love is rare“. Si accende di vita Berry & Whythe. Una canzone che mette il luce un lato più positivo e meno solitario ma ugualmente poetico, “On my bed we lived alone / Under my sheets you’d hide and I just lie there / Waiting on you to come back / But you made a a big black hole to bathe in through the night / With me at your side“. We Are Not In Love ha un titolo eloquente. Un amore che non è amore, una canzone profondamente malinconica e forte, “There’s an outline on your chest / From my fingernails from every time you’ve left / Every day and night for a year / I waited for you, dear / I could feel it in my bones / But my heart is made from stubbornness and hope“. Space è l’ultima canzone di questo album. Siv Jakobsen canta sulle note di un pianoforte, esplorando nuove vie, dando più spazio alla musica e usando la voce come uno strumento musicale, “In the night by your side on the bed / We are mighty, we are lust we are, we are light / Bring me in on your skin, trace me down“.

The Nordic Mellow è un eccezionale esordio, naturale seguito del suo predecessore. Siv Jakobsen incanta dalla prima all’ultima nota, calcando spesso le orme di Laura Marling. Come quest’ultima, si affida ad un accompagnamento musicale ben collaudato ma di sicuro effetto. La costante presenza degli archi dà maggiore profondità alle canzoni, a scapito della varietà di esse ma questo non è per forza un difetto. L’album infatti appare coeso, uniforme ma ad un ascolto superficiale e distratto potrebbe apparire monotono. Non fermarsi alle apparenze è la prima regola da seguire per non abbandonare un album. Siv Jakobsen ha anche il pregio di non dilungarsi troppo, contenendo la maggior parte delle sue canzoni intorno ai tre minuti, sottolineando così la loro natura sfuggente ed eterea.

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Stato di grazia

Ogni due anni ritorna Laura Marling con un nuovo album. Ogni due anni io fatico ad immaginare come possa questa ragazza tirare fuori un altro capolavoro. Il sesto album della fortunata carriera della cantautrice inglese si intitola Semper Femina ed è stato pubblicato lo scorso marzo. Dopo l’ottimo Short Movie (Divina) del 2015 che segnava in qualche modo un punto di svolta per la Marling, quest’ultima era chiamata a confermarsi sullo stesso livello anche quest’anno. Ma lo sconfinato talento di questa cantautrice gli impedisce di commettere passi falsi e le premesse, ovvero i diversi singoli pubblicati, hanno rivelato che Semper Femina poteva essere un album di rara bellezza. Non resta dunque che fare silenzio, chiudere gli occhi e abbandonarsi alla voce e alla musica di Laura Marling.

Laura Marling
Laura Marling

L’album si apre con la seducente Soothing. Una Marling delicata ma allo stesso tempo forte e matura. Una canzone che colpisce subito per la sua intensità mai ostentata, amplificata da una doppia linea di basso di grande impatto, “Oh, my hopeless wanderer / You can’t come in / You don’t live here anymore / Oh, some creepy conjurer / Who touched the rim / Whose hands are in the door“. The Valley è una delle migliori canzoni dell’album. Laura Marling mette in musica la femminilità che vuole esprimere in queste canzoni. Il suono della chitarra e l’angelico accompagnamento di archi si fondono in un momento di estasi musicale. Da ascoltare, “She sings in the valley in the morning / Many a morning I have woke / Longing to ask her what she’s mourning / Course I know it can’t be spoke“. Con Wild Fire, la Marling si abbandona ad un flusso di coscienza che si traduce in una di quelle canzoni parlate a lei tanto care. Ci sono anche delle inedite tracce soul nella voce, che arricchiscono il brano, “She keeps a pen behind her ear / Because she’s got something she really really needs to say / She puts it in a notepad / She’s gonna write a book someday“. Don’t Pass Me By mostra il lato più elettrico ma anche più triste della Marling. La sua voce non è mai stata così cupa, danzando su una melodia affascinate e ricca di dettagli. La cantautrice inglese dimostra di essere in splendida forma, ancora una volta, “You see my oldest friend / Tell her that I’m gone again / You take my old guitar / One that I once said was ours / Don’t be blue“. Always This Way è una canzone che sotto una melodia folk, nasconde uno dei testi più personali mai scritti dalla Marling. La semplicità è la bellezza di questa canzone che è davvero un gioiellino, resa ancor più commovente dalla straordinaria performance della sua interprete, “25 years, nothing to show for it / Nothing of any weight / 25 more, will I never learn from it / Never learn from my mistakes. La successiva Wild Once è un ritorno al passato. Laura Marling fa un passo indietro e sembra tornare alle origini, alla ricerca di una sicurezza forse perduta. Non si può fare a meno di ascoltare attentamente, come incantati di fronte al suo talento, “The martyr who feels the fire / And the child who knows his name / They remember that there’s something wild / And it’s something you can’t explain / Oh it’s something you can’t explain“. Si prosegue con Next Time che va ancora a toccare il tema dell’insicurezza e del tempo. La Marling fa i conti con sé stessa, rendendoci partecipi di questo suo stato d’animo. Noi non possiamo che ringraziare e sentire quel brivido lungo la schiena che solo canzoni come questa sanno dare, “I can no longer close my eyes / While the world around me dies / At the hands of folks like me / It seems they fail to see / There may never / Next time be“. Nouel è una bellissima ballata folk che nasconde al suo interno, il titolo dell’album. Una canzone che vale la pena di ascoltare solo per la straordinaria interpretazione della Marling. Accorata e disperata ma sempre delicata e impeccabile come di consueto. Impossibile rimanere indifferenti, “Oh Nouel, you must know me well / And I didn’t even show you the scar / Fickle, unchangeable / Semper femina“. La chitarra elettrica di Nothing, Not Nearly chiude l’album. Un invadente riff fa da ritornello ma è quasi magico, un alieno in mezzo alla purezza dell’album. Un finale intenso che scrolla via la malinconia accumulata fin qui, “The only thing I learnt in a year / Where I didn’t smile once, not really / Nothing matters more than love, no / Nothing, no, not nothing no, not nearly / We’ve not got long, you know / To bask in the afterglow / Once it’s gone it’s gone“.

Semper Femina è un album che riporta Laura Marling ad una sorta di purezza originale. La libertà e la sicurezza espresse nel precedente Short Movie sembra messe in discussione, perfino rinnegate. La Marling è in uno stato di grazia, dove tutto le riesce bene. Tutto impeccabile e pulito. Forse troppo. Il talento di questa cantautrice si rivela ad ogni album, quasi ingombrante. Un talento che a soli ventisette anni l’ha portata ad essere considerata una delle più grandi cantautrici degli ultimi dieci anni. Consiglio vivamente Semper Femina, perché al di là di ogni genere o preferenze musicali, è un album da ascoltare. Nessuno, almeno mi auguro, potrà rimanere indifferente di fronte a quello che si potrebbe già considerare l’album dell’anno. Ogni canzone merita di essere ascoltata e io ho scelto di farvi ascoltare The Valley solo perché dovevo scegliere. Il video è diretto dalla stessa Marling e che insieme a Soothing e Next Time compone una trilogia.

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Una creatura sconosciuta

Ci sono poche certezze nella vita. Una di queste potrebbe essere Laura Marling. Il suo ultimo album, Short Movie, è dello scorso anno ed è finito dritto tra i miei preferiti ma ho alcuni arretrati da recuperare. Qualcuno potrebbe chiedersi: ma perchè non ti ascolti subito tutti gli album invece di aspettare un anno tra un album e l’altro? Quattro anni, per l’esattezza. Quattro anni per ascoltare quattro album. Il motivo è che mi piace dedicare del tempo alla musica e ascoltare un’intera discografia in un sol boccone mi toglie l’appetito. E poi non faccio apposta ad aspettare un anno. Succede e basta. Fu così che nel 2013 iniziai il mio viaggio alla scoperta di Laura Marling, giunto oggi al suo terzo capitolo, ovvero A Creature I Don’t Know del 2011.

Laura Marling
Laura Marling

Si comincia con la travolgente The Muse. Su un sottofondo dai ritmi jazz, la Marling trova vie di fuga da un folk che gli va un po’ stretto. La cantautrice inglese scioglie il ghiaccio e richiama a sè l’attenzione, “He wrote me a letter / Saying he would love me better / When my poor sons begetter the rules / Spoke of love like hunger / He at once was younger, younger, ever younger, in my hunger for a muse“. Un ritono alle origini con la poetica I Was Just A Card. Una Marling in gran forma che mette in scena tutto il suo talento nell’interpretazione e nella scrittura. Affascinante, “I was just a card, caught up in the stars, / Looking down to Mars. / You know, you know / I know, I know something / About you that you don’t want me to know“. Don’t Ask me Why rientra nei rangi delle sue malinconiche ballate. La voce tira i fili di una trama leggera ma intensa. L’ennesimo gioiellino di quest’artista straordinaria. Da ascoltare, “I took the wind from the sea / I took the blood from an arrow / I took the wisdom of spring / And I was thrown and blown and tossed and turned until / Time found its hand and called an end“. Segue a ruota la bella Salinas. Un crescendo di parole e musica nel quale la nostra Laura si muove sicura. Un’altra canzone forte, dai tratti epici, sporcata dalle chitarre elettriche, “I am from Salinas / Where the women go forever / And they never ever stop to ask why / My mother was a saviour / Of six foot of bad behaviour / Long blonde curly hair down to her thigh“. Riflessiva e interiore, The Beast, che finisce però per esplodere, quasi fosse un destino inevitabile. Oscura e senza scampo, una fuga in un bosco di notte. Da brividi, “I suggest that you be grateful / That it’s your blood on my hands / And assume yourself weaker, the fall of man / And look out for the beast / Tonight he lies with me / Tonight he lies with me / And here comes the beast“. Si può stare tranquilli con Night After Night. Laura sembra sussurrarci all’orecchio una confidenza. Siamo tu per tu con lei, una voce in splendida forma e una chitarra. Non serve altro, “Dear lover forsaken / Our love is taken away / You were my speaker / My innocence keeper / I don’t / Night after night, day after day / Would you watch my body weaken, / My mind drift away?“. My Friends è una altra canzone nel perfetto stile Marling. Un finale luminoso e ricco di archi, spazza via i nuvoloni neri che si sono formati sulle nostre teste con le canzoni precedenti, “I’m full of guilt / I am full of guilt / You’re very tall, you’re very handsome / You have it all, your skin smells like man“. La buona Laura ci ricasca con una ballata solitaria e malinconica ma è con canzoni come queste che ci si innamora di lei. Dimostra di aver talento da vendere e, cara Laura, lo sappiamo bene che ne hai, “The first deal’s the hardest I’m sure / Where our shadows come to the shore / Know that it’s you and I till the end / And all I want from life is to / Hold your hand“. Sophia inizia come le altre. Un po’ triste, un po’ malinconica, un po’ così. Poi i ritmi si alzano, risplendono i colori portati dalle chitarre e le parole escono a raffica. Un colpo di coda inatteso e piacevole, “Sometimes I sit, sometimes I stare / Sometimes they look and sometimes I don’t care / Rarely I weep, sometimes I must / I’m wounded by dust“. Un finale migliore ci non poteva essere. All My Rage è un folk trascinante e corale, nel quale risplende la personalità della sua interprente e autrice. Un brano liberatorio, “Now all my rage been gone / Now all my rage been gone / I’d leave my rage to the sea and the sun / I’d leave my rage to the sea and the sun“.

A Creature I Don’t Know è un album nel quale si intravede la Laura Marling che verrà. Un album intenso ma spesso introverso. La cantautrice inglese ha sempre quell’espressione un po’ imbronciata che non a tutti può piacere ma la sua musica va oltre ogni giudizio personale. Forse solo tra un anno mi ritroverò ad ascoltare il successivo Once I Was An Eagle, cosiderato il suo capolavoro. Non oso immaginare cosa ci troverò dentro, considerato cosa c’è in A Creature I Don’t Know. Vorrei ascoltarlo subito ma non voglio rovinare l’attesa. Ma non c’è attesa più piacevole se si ascolta Laura Marling. Fatelo anche voi, se non l’avete ancora fatto. È più di un consiglio.

Non mi giudicate – 2015

Avanti un altro. Anche quest’anno è diventato vecchio quanto gli altri ed è ora di cambiarlo. Come ogni trecentrosessantacinque giorni ci ritroveremo festeggiare l’arrivo di un anno migliore di questo. O almeno si spera. Il mondo cambia e forse noi non siamo pronti, forse non lo saremo mai. L’importante è cercare di passare il guado e anche questa volta pare che l’abbiamo sfangata. Me lo auguro sia così per tutti voi. Non resta che rimboccarci le maniche e affrontare altri trecentrosessantacinque (anzi trecentrosessantasei questa volta) giorni con rinnovato entusiasmo, come succedeva sempre ad ogni Settembre di fronte al nuovo anno scolastico. Ma basta con questa digressione, meglio voltarsi indietro per l’ultima volta e vedere un po’ cosa ci ha offerto di bello quest’anno di musica. Per la prima volta in questo blog ho deciso di premiare alcuni artisti o album che mi sono particolaremente piaciuti, ispirandomi ai premi NBA. Non mi piace dare voti o fare classifiche ma faccio uno strappo alla regola (“Sono abitudinario, non mi giudicate, siete come me” cit.). Ovviamente per decretare chi è meglio di chi avrei dovuto ascoltare tutta la musica uscita quest’anno, nessuno escluso. Come avrei potuto farlo? A mancare è soprattutto il tempo ma anche la voglia di ascoltare tutto (ma proprio tutto). Dunque la mia è una visione ristretta a ciò che ho voluto e potuto ascoltare dal primo Gennaio a oggi. Chi non è d’accordo… bhè se ne faccia una ragione.

  • Most Valuable Player: Laura Marling
    Quest’anno è iniziato con un grande ritorno. Quello di Laura Marling, sempre meravigliosa nonostante abbia ritoccato il suo sound. Avere venticinque anni e cinque ottimi album alle spalle non è cosa da tutti. Soprattutto essere già diventati così influenti è ancora più raro. La migliore.
    Laura Marling – False Hope
  • Most Valuable Album: How Big How Blue How Beautiful
    I Florence + The Machine quest’anno hanno sfornato un album grandioso. Un grande riscatto, carico di emozioni ed energia. Florence Welch con la sua voce domina incontrastata, inimitabile e unica. Senza dubbio l’album più forte dell’anno, da ascoltare se non l’avete ancora fatto.
    Florence + The Machine – Delilah
  • Best Pop Album: Light Out The Dark
    Il secondo album Gabrielle Aplin è convincente e lancia la giovane cantautrice inglese tra quegli artisti da tenere assolutamente d’occhio in futuro. Anzi forse il futuro è già qui. Io ho avuto la fortuna di scoprirla agli esordi, prima del suo debutto e sono molto contento che abbia trovato la sua strada.
    Gabrielle Aplin – Light Up The Dark
  • Best Folk Album: The Firewatcher’s Daughter
    Forse considerare folk The Firewatcher’s Daughter è riduttivo, lo stesso vale per Brandi Carlile ma dovevo assolutamente inserire la cantautrice americana in questa lista. Brandi Carlile migliora con gli anni e il successo di questo album se lo merita pienamente. Una voce emozionante senza eguali.
    Brandi Carlile – Wherever Is Your Heart
  • Best Singer/Songwriter Album: Tied To The Moon
    Rachel Sermanni è tornata con Tied To The Moon, riconfermandosi come cantautrice di talento e sensibilità. Anche per lei è arrivato il momento di cambiare sound ma lo fa con attenzione senza strappi con il passato. Voce e chitarra acustica è una ricetta semplice ma eccezionale quando si parla di questa giovane cantautrice scozzese.
    Rachel Sermanni – Banks Are Broken
  • Rookie of the Year: Lael Neale
    Tra gli esordi di quest’anno è difficile scegliere quale sia il migliore. Voglio premiare la cantautrice americana Lael Neale che con il suo I’ll Be Your Man ha dimostrato di saper scrivere canzoni magiche ed emozionanti. Spero per lei che in futuro possa avere più visibilità perchè è un’artista che non merita di stare nascosta.
    Lael Neale – To Be Sad
  • Sixth Man of the Year: Kacey Musgraves
    Per sesto uomo si intende colui il quale parte dalla panchina ma dimostra di avere un ruolo importante nella squadra. Kacey Musgraves partiva da un buon album ma niente di eccezionale. L’avevo quasi accantonata quando il suo secondo Pageant Material la eleva a country star. Kacey saprà sicuramente deliziarvi con la sua musica.
    Kacey Musgraves – Are You Sure ft. Willie Nelson
  • Defensive Player of the Year:  The Weather Station
    Ovvero l’artista più “difensivo”. Tamara Lindeman e il suo Loyalty la riconferma come cantautrice intima e familiare. Sempre delicata, non cerca visibilità e successo ma solo un orecchio al quale porgere le sue confidenze. Un piacere ascoltare The Weather Station e lasciarsi abbracciare dalla sua musica.
    The Weather Station – Way It Is, Way It Could Be
  • Most Improved Player: The Staves
    Niente da dire. Le tre sorelle inglesi Staveley-Taylor sotto l’ala di Justin Vernon hanno fatto un album che ruba la scena al buon esordio. If I Was è malinconico ma anche rock, le The Staves non sono mai state così convincenti e abili. Speriamo che in futuro la collaborazione di ripeta perchè abbiamo bisogno di voci come quelle di Jessica, Emlily e Camilla.
    The Staves – Steady
  • Throwback Album of the Year: Blonde
    L’album Blonde della cantautrice canadese Cœur de pirate è del 2011 ma solo quest’anno ho avuto il piacere di ascoltarlo. L’ho ascoltato a ripetizione per settimane, catturato dalla voce dolce e dai testi in francese di Béatrice Martin. Un album pop dal gusto retrò che ha trovato il suo erede (più contemporaneo) in Roses, pubblicato quest’anno.
    Cœur de pirate – Ava
  • Earworm of the Year: Biscuits
    Non avrei voluto che un’artista apparisse in due categorie diverse ma non posso fare a meno di premiare Biscuits di Kacey Musgraves. Mi ha martellato la testa per settimane.“Just hoe your own row and raise your own babies / Smoke your own smoke and grow your own daisies / Mend your own fences and own your own crazy / Mind your own biscuits and life will be gravy / Mind your own biscuits and life will be gravy“.
    Kacey Musgraves – Biscuits
  • Most Valuable Book: Moby Dick
    In questo blog, saltuariamente, scrivo anche di libri. Non tutti quelli che leggo durante l’anno ma quasi. Senza dubbio Moby Dick è il migliore. Un classico, un libro a tutto tondo. Non è una semplice storia, non è un avventura ma un’esperienza come lettore. Un’enciclopedia sulle balene, dialoghi teatrali, scene comiche e drammatiche, digressioni filosofiche. Tutto in un solo libro.

A conti fatti, ho premiato un po’ tutti. Chi è rimasto escluso è solo perchè altrimenti avrei dovuto inventarmi una categoria per ognuno di essi! Sarebbe stato sinceramente un po’ patetico oltre che inutile. Un altro anno è qui davanti, carico di musica nuova e meno nuova da ascoltare e riascoltare. Ci saranno tanti graditi ritorni…

Buon 2016.
Anno bisesto, anno funesto. 😀

Intermission

A volte mi sono chiesto perchè mi ritrovo sempre a scrivere di musica o di libri su questo blog. Dallo scorso anno sto pensando a qualche nuovo tipo di post. Di cos’altro potrei scrivere? Non mi sono stancato, e nemmeno credo mai mi stancherò, di ascoltare musica e di leggere libri. Non ho iniziato questo blog con lo scopo di scrivere di me stesso ma in questo momento non posso nascondere di farlo. Mi sono trovato a pensare a ciò che mi piace fare e a quello che sono. Mi sono ritrovato davanti a cose diverse tra loro e idee interessanti ma non credo di avere il tempo di pensarci o forse mi manca solo un po’ di voglia. Ho anche pensato ad un blog divertente, po’ cattivo e ironico. Un blog parallelo a questo. Poi ci ho ripensato o forse ho solo messo da parte l’idea. Il fatto è che questo blog è un appuntamento settimanale, praticamente fisso, ormai da più di quattro anni. Non è sempre facile trovare il tempo necessario per scrivere. Questa volta è una di quelle volte che mi sarebbe piaciuto scrivere d’altro. Non ho ancora ascoltato abbastanza il nuovo Tied To The Moon di Rachel Sermanni per farne una recensione e non ho ancora finito l’ultimo libro della Torre Nera di Stephen King. Quindi per il momento non ho nulla di nuovo da scrivere. Ho in lista un paio di album interessanti, uno dei quali recuperato tra quelli pubblicati lo scorso anno. Ogni giorno mi segno qualcosa da ascoltare di nuovo ma ci sono un paio di album che attendo da parecchio tempo. Il nuovo dei Wintersleep dovrebbe venire annunciato questo autunno e nella migliore delle ipotesi, uscire entro l’anno. Il quarto album di Amy Macdonald invece è pronto ma ancora da registrare e la ragazza se la sta prendendo comoda.

Lasciatemi aprire una parentesi a riguardo. Più passa il tempo e più sembra strano che una casa discografica come quella della Macdonald sia disposta ad aspettare quattro anni tra un album e l’altro. Amy è una giovane cantautrice di successo ma non è certo una star. Mi domando se può permettersi una pausa così lunga. Lei si giustifica dicendo che viene da un lungo tour e in questo momento si sta godendo la vita. A chi non piacerebbe prendersi un anno di pausa dal lavoro o dagli studi? Evidentemente lei se lo può permettere. Io resto dell’idea che qualsiasi artista giovane debba sfruttare i primi anni della sua carriera. Un album ogni due anni è una buona media. Prendo sempre come esempio la carriera dei R.E.M. che dal 1982 al 1988 pubblicarono un album all’anno. Poi rallentarono il ritmo arrivando ad una pausa di quattro anni solo tra il 2004 e il 2008 che coincide con il momento più basso della loro parabola. La loro storia si è conclusa con un quindici album pubblicati in trent’anni. Un album ogni due anni. Un’altro esempio viene dalla band britannica Editors che hanno fatto una pausa di quattro anni tra il 2009 e il 2013, durante la quale c’è stato un cambio di formazione. Ma quest’anno, il 2 Ottobre, sono pronti a pubblicare il quinto album In Dream, a distanza di due anni dall’ultimo. Per non citare Laura Marling che a soli venticinque anni ha gia cinque album alle spalle. In sostanza, da fan di Amy quale sono, mi sarebbe piaciuto ascoltare questo quarto lavoro addirittura lo scorso anno, a due anni esatti dall’ultimo Life In A Beautiful Light del 2012. Avevo sperato per questo anno e invece no. Ci sarà da aspettare. Addirittura le registrazioni potrebbero iniziare nei primi mesi del 2016. Questo significherebbe che tra un anno potremmo sperare di ascoltare l’album. E se fosse tutta una montatura? Ne dubito. Ma allora perchè non me la prendo anche con i Wintersleep? Anche loro hanno fatto l’ultimo album nel 2012 e sono lì lì per pubblicarlo nel 2016. Semplicemente il loro caso mi sembra diverso. Hanno un altro pubblico e poi il loro album è praticamente finito. Erano già pronti ad annunciarlo questo inverno, hanno avuto qualche intoppo, tutto qui. Nessuna pausa. Quello che spero è che questa attesa di quattro anni si ben spesa da parte di Amy Macdonald e che non deluda le aspettative di noi fan. Chiusa parentesi.

Quanto scritto qui sopra va inteso coma una sorta di sfogo estivo, nient’altro. Nel frattempo mi troverò altro da ascoltare come ho fatto finora. Nel frattempo devo trovare anche qualche altro argomento per questo blog. Ho dei dubbi che riuscirò a scrivere altro di ugualmente interessante o per meglio dire, che io riesca a scrivere di altro in modo altrettanto interessante. A dire la verità mi piace il basket, più correttamente basketball, o ancora meglio in italiano, pallacanestro. Ormai seguo questo sport da dieci anni ed è l’unico sport che mi piace. Il calcio è semplicemente noioso. Ma riuscirei a scrivere articoli di pallacanestro? No. Non voglio nemmeno farlo. Temo che continuerò a scrivere di musica e libri, per ora. Perchè farlo mi piace e con questo blog mi sono tolto delle piccole soddisfazioni nel corso di questi anni. Intermission significa intervallo. Questo post è una pausa ricreativa, dopotutto siamo ad Agosto e le ferie ci vogliono. Poi si ricomincia. Ho rubato il titolo ad un brano di Cœur de pirate e mi faccio perdonare permettendo a tutti di ascoltarlo qui sotto.

Divina

A soli venticinque anni, Laura Marling, ha pubblicato lo scorso mese il suo quinto album a due anni da Once I Was An Eagle. Personalmente in questi ultimi due anni ho ascoltato solo il primo e il secondo disco della sua produzione ma non ho potuto farmi scappare questa nuova uscita, Short Movie. Ascoltandolo ho avuto conferma di quanto avevo letto a riguardo ma mi sono comunque fatto una mia idea. Sicuramente Laura Marling non si può più considerare una giovane promessa, giovane lo è ancora ma ora è un’artista affermata e influente che può permettersi di fare qualsiasi cosa, come ad esempio abbandonare la chitarra acustica per una elettrica. Perchè è quello che ha fatto in questo Short Movie, frutto di un anno passato negli Stati Uniti, alla ricerca di nuova ispirazione (e di una nuova capigliatura). Le sonorità americane si sentono eccome e anche il suo accento british è più sfumato che in passato. Dopo quattro album che l’hanno issata a reginetta del folk, la Marling ha deciso di provare qualcosa di diverso affidandosi esclusivamente al suo immenso talento.

Laura Marling
Laura Marling

Apre l’album la lunga cavalcata di Warrior nella quale ritroviamo la Marling che conosciamo. Oscura e poetica, sicura di sè. Un po’ di America inizia a sentirsi ma è solo lo sfondo di una delle canzoni più affascinanti e misteriose di questo album, “Is this my warrior? / I am found / I’m just a horse with no name / Where are my other beasts who think the same? / I’m just a horse on the moor / Where is the warrior I’ve been looking for?“. La nuova Laura si presenta con False Hope. Chitarra elettrica e anima rock sono i fondamenti di questo album e questa canzone ne è la più rappresentativa. La sensazione è che acustica o no Laura Marling ci sa fare sempre e comunque, “We stay in the apartment on the upper west side / And my worst problem is I don’t sleep at night / Woman downstairs just lost her mind, / And I don’t care how, I surely don’t care why / Why I know false hope / Why I know false hope“. I Feel Your Love è un’altra perla della Marling questa volta acustica. La sua voce ci trascina in un tormentato amore invitandoci all’ascolto, “Keep your love around me / Keep your love around me so I can get along / An electric fence, a silent defense to you all / Let the river answer / Let the river answer so I can get along / What’s going on? What’s going on?“. Dolce e amorevole al successiva Walk Alone, che si rifà alla tradizione americana, mettendo in mostra una Marling inedita e particolarmente ispirata, “Baby, I was born to love / I was born to love / I was put upon this earth / I was doing fine without it / Now I can’t walk alone / I can’t walk alone“. Consigli di vita in Strange, in un parlato ipnotico e sincero. Un po’ sbruffona e saccente la Marling di questa canzone ma sono entrambe sue caratteristiche che possano piacere o no, “I can offer you so little help but just accept the hands that you’ve been dealt / and your best to be a good man. / Do you know how hard that is? / Yes I know how strange life can be“. Un piccolo sfogo personale in Don’t Let Me Bring You Down. La ragazza ci tiene a sottolineare che ora è una donna con tutto ciò che ne consegue, con un rock ancora una volta dal retrogusto USA. Ci hai convinto, Laura, “You had it on me once before, I only just got through it / Please don’t let me bring you down / Did you think I was fucking around? / I’m a woman now, can you believe?“. Voce calda che si trasforma in un nostalgico abbraccio in Easy. Una Marling in splendida forma che non si smentisce mai e che ascolteresti all’infinito, sprofondando nella sua voce unica e magnetica, “When we were young / When we were young we belonged to someone and that was easy / Well you cant be lost if you’re not on your own / Well you can’t be found if you’re not all alone / Well you cant be lost if you’re not on your own / Well you can’t be found if you’re not all alone“. La cantilenante Gurdjieffs’s Daughter è una delle più belle e interssanti di questo album. Un brano affascinante per l’aura misteriosa che l’avvolge e per il ritmo trascinante inseguito dalla Marling. Un altro indizio della nuova forma della cantatutrice inglese, “If they adorn themselves with crystals / to make them look sharp / Sleep with their hand on a pistol, / they’re afraid of the dark / Well if it wakes you, / which it has to be known to, / don’t be alarmed / Darkness can’t do you harm“. Sulla stessa lunghezza d’onda c’è Divine ma questa volta Laura è più dolce e fraterna. La prima parola che mi viene in mente è incantevole. Sì, proprio incantevole, “Now forget what you’re owed / That you’re tired, time’s getting on. / So lay down your load / you’re fine I’m yours and you’re mine / It’s divine“. How Can I sembra dedicata alla sua esperienza negli Stati Uniti. Quando tornerà a Londra sentirà la nostalgia di L.A., “How can I live without you? / How can I live? / I’m going back East where I belong / Where I belong / But how will I live without you? / How can I live? / How can I live without you? / How can I live?“. Howl è buia e selvaggia, dove sono riconoscibili le influenze del folk americano come non mai. Un altro pezzo che conferma la volontà della Marling di sperimentare nuovi territori e sonorità, “Sun kicks the moon off the mountain / That is my cue to leave / The long tears of women are silent, so they won’t wake those who sleep / So they don’t wake those who sleep / Howl at the moon“. La titletrack Short Movie è una riflessione sulla sua vita e la sua carriera, una canzone diretta e sincera, una confidenza che ha riservato per chi ascolta. Non ha caso è  stata scelta come primo singolo, “I got up in the world today, wondered who it was I could save / Who do you think you are? / Just a girl that can play guitar / I think I could get away with saying only half what I say / No I can’t give you up / No I’m not gonna stop / They know, but they’ll never know why“. Chiude Worship Me che è racchiusa tutta nel suo titolo. Un’altra bella canzone e accettiamo il consiglio Laura: ti adoriamo, “Sit down and worship me / Devote your life to peace / Sit down and worship me / Devote your life to peace, and breathe“.

Cos’altro aggiungere? Questo album parla da solo. Non avendo ancora ascoltato il precedente Once I Was An Eagle non posso dire se sia meglio oppure no. Ho letto opinioni contrastanti a riguardo. Io posso dire che questo è davvero un bell’album, nel quale trova (l’ennesima) conferma lo smisurato talento di Laura Marling. Non ha più bisogno di convincere nessuno ormai. Lei è Laura Marling e basta, ogni paragone ormai è superfluo. Arrivare a tanto a venticinque anni è raro, perciò, se vi posso dare un consiglio, ascoltate un suo album. Non necessariamente questo, che è diverso dai precedenti, ma una qualsiasi di questi cinque. Non farlo significherebbe perdersi una delle artiste più talentuose ed emozionanti degli ultimi anni. In Short Movie troverete una Marling diversa nella forma ma non nella sostanza, all’apice della sua carriera o forse no. Il futuro potrebbe riservare ancora piacevoli sorprese

Prendere nota

Come prevedibile, il prossimo anno sarà ricco di uscite discografiche che mi interessano particolarmente. Queste ultime settimane sono state ricche di annunci che rigurdano numerosi nuovi album. Mi sono appuntato diverse date sul calendario partendo dagli olandesi Mister And Mississippi che pubblicheranno il loro secondo album, We Only Part To Meet Again, il 30 Gennaio. Seguono a ruota le tre sorelle The Staves con If I Was il 2 Febbraio. Da tenere in considerazione anche l’esordio di Marika Hackman, We Slept At Last, che vedrà la luce il 16, sempre di Febbraio. Questo mese non si chiude senza il tanto atteso album della consacrazione delle cantautrice scozzese Rachel Sermanni. Il suo secondo album si intitolerà Tied To The Moon, in uscita il 23.

Marzo non è da meno. Questa settimana Brandi Carlile ha ufficializzato l’uscita del suo quinto album, intitolato The Firewatcher’s Daughter. Un album registrato il presa diretta, dal sapore sano del rock americano (o almeno così dice chi lo ha già ascoltato), disponibile dal 3 Marzo. Il singolo The Eye è l’ennesima conferma che Brandi non sbaglia un colpo. Giunge inatteso, almeno per me, il nuovo album della regina del folk di nuova generazione, ovvero Laura Marling. Il 23 Marzo è il giorno di Short Movie, quinta fatica della cantautrice inglese anticipata dal singolo omonimo, che segna una nuova strada per la Marling. Il 2015 sarà ricco di nuova musica anche più di quella che mi aspettassi. C’è ancora qualche gruppo/artista che aspetto per il prossimo anno ma adesso so come riempire l’attesa.