Non guardare giù

Questo gruppo di New York mi ha incuriosito subito grazie al suo sound bluegrass che da sempre mi attrae ma che non sono mai riuscito ad esplorare a sufficienza, virando verso qualcosa di più country o folk. Siccome l’estate concede qualche pausa nelle abituali uscite discografiche, è bene impiegare questo tempo scoprendo qualche nuovo artista e, perché no, un genere musicale al quale siamo poco avvezzi. I Damn Tall Buildings sono tre ragazzi e una ragazza al loro secondo album, intitolato Don’t Look Down, uscito lo scorso Giugno. Basso, banjo, violino e chitarra sono più che sufficienti a dare vita al loro bluegrass, dallo stampo classico ma presentato con un piglio giovane e moderno.

Damn Tall Buildings
Damn Tall Buildings

Late July ci introduce all’album. Ritmo trascinante sulle note dell’inconfondibile suono del banjo. Max Capistran e i suoi compagni suonano da anni insieme e la loro intesa si sente, sembrano suonare uno vicino all’altro anche in studio. La successiva I’ll Be Getting By vira verso un country folk veloce ed orecchiabile. Un brano corale dove le voci si uniscono e le musica corre veloce. Bastano un paio di minuti ai Damn Tall Buildings per farsi ricordare. Had Too Much vede al microfono Sasha Dubyk, che con il suo tratto femminile di trascina in un bluegrass vecchio stile, leggero ed incalzante. Canzoni come questa dimostrano la duttilità di questo gruppo, nonché le loro capacità tecniche. Segue Morning Light che non ha intenzione di rallentare il ritmo. Le voci del gruppo si uniscono ancora ma lasciano anche spazio anche alla musica, guidata questa volta dalla melodia blues del violino. Angeline’s Blue Dream inizia con il suono del banjo e apre a scenari di ampio respiro di cui è capace il folk americano. La voce di Sasha Dubyk guida il gruppo con sicurezza e carisma. Una delle canzoni più belle di questo album. Ma tra le mie preferite non posso dimenticare Words To The Song. Un eccezionale esempio dello stile e della musica di questo gruppo. Melodie folk e blues si fondono dando vita ad un altro brano orecchiabile e ben eseguito. Evan corre sui binari di un blues d’altri tempi addolcito ma non troppo dalla voce della Dubyk. Tanta energia in una delle canzoni più oscure di questo album. Loving Or Leaving riaccende la luce e dà vita ad una bella serata bluegrass. Tutto il gruppo appare unito, compatto guidato stavolta da Avery Ballotta, dove il ritmo e la melodia si fondono e si consumano velocemente come una fiamma nel giro di un paio di minuti. Allison è la prima di quelle che si possono definire ballate. La band riprende fiato e lascia l’ascoltatore immerso in una malinconica magia. Nota personale: le note del violino mi hanno fatto salire un brivido lungo la schiena. Chissà perché. River Of Sin è un bluegrass da manuale, essenziale, che gioca sull’intesa del gruppo. I Damn Tall Buildings ci sanno fare, su questo non c’è dubbio. Se avevate paura di annoiarvi ci pensa Green Grass And Wine a riportarvi sui binari giusti. Torna il rimo veloce, torna il banjo a condurre il gioco. C’è poco tempo, poco spazio, bisogna sbrigarsi. Can’s You Hear Me Calling è l’unica cover di questo album. L’originale di Bill Monroe trova nuova vita ed energia ma sopratutto corre più veloce con Sasha Dubyk al comando. Location oltre ad essere l’ultimo brano dell’album è anche il più lungo. Una lenta ballata folk malinconica e bucolica che arricchisce il repertorio del gruppo, questa volta rappresentato da Avery Ballotta.

Don’t Look Down è un album che si lascia apprezzare per la sua capacità di non distrarre l’ascoltatore, grazie ad un ritmo spesso veloce e la verve simpatica del gruppo. L’alternanza delle voci maschili e quella femminile aiuta a dare sempre nuovi sbocchi alla musica dei Damn Tall Buildings, che non si accontentano di fare soltanto bluegrass. Gli strumenti musicali sono pochi, non ci sono effetti speciali o particolari virtuosismi. Qui tutto è semplice, familiare. Una musica genuina che non vuole sorprendere sull’originalità ma sul talento e sulle capacità di un gruppo unito, dove tutti marciano nella stessa direzione. Don’t Look Down è un album da ascoltare e riascoltare per poterne scoprire le sue potenzialità e la personalità del gruppo.

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Una luce in lontananza

Continua la mia ricerca di nuova musica lontano dai generi che ascolto più spesso e tra i nomi che mi ero appuntato in passato c’è quello di Elles Bailey. Questa cantautrice inglese, ma dal cuore evidentemente oltreoceano, era già giunta alle mie orecchie un paio di anni fa con il suo esordio Wildfire, di cui avevo letto recensioni molto positive. Per qualche motivo non ho colto l’occasione di ascoltare quell’album a suo tempo e solo con l’uscita lo scorso Marzo del nuovo Road I Call Home, l’ho aggiunto alla mia collezione. Il suo sound blues non è molto distante da certa musica country che già ascolto ma la sua capacita di mescolare questi due generi con un po’ di soul mi ha incuriosito. Per non parlare poi della sua voce all’apparenza consumata, che in realtà è condizionata dall’aver passato diciassette giorni intubata all’età di tre anni a causa di una polmonite. Elles Bailey dunque è una nuova artista tutta da scoprire, almeno per me, e non resta che iniziare proprio da Road I Call Home.

Elles Bailey
Elles Bailey

Hell Or High Water ci introduce lentamente ma non senza energia, alla musica della Bailey. Le chitarre blues, insieme alla sua voce graffiata sono un biglietto da visita irresistibile per chiunque. Un crescendo che ci dà un assaggio del prosieguo dell’album. La successiva Wild Wild West fin dal titolo tra ispirazione dalle sonorità di un country rock dalle tinte scure. Difficile immaginare la voce della Bailey al di fuori di questo contesto musicale ma tutto è così perfetto che non c’è bisogno di ascoltare altro. Dopo due canzoni dall’anima prevalentemente rock, la bionda Elles ci prova con Deeper, una ballata soul tutta energia e cuore. La sua voce conduce il gioco e dimostra dimestichezza con un modo di cantare spesso abusato ed enfatizzato fino a snaturarlo. Elles Bailey invece non fa niente di tutto questo ed il risultato è eccezionale. What’s The Matter With You è profondamente blues e ne segue i suoi schemi alla perfezione. Lento e pronto esplodere, questo brano farebbe invidia a colleghe ben più in vista di lei. Ancora la voce è protagonista e le chitarre si limitano ad un discreto ma fondamentale accompagnamento. Tra le canzoni che preferisco c’è la bella Medicine Man. Un country blues di mestiere ma dal fascino sempre irresistibile. Qui c’è tutta le passione per questo genere musicale e la cultura che porta con sé. La title track Road I Call Home è un movimentato blues rock che scivola via veloce. Un’interpretazione carica e piena dove Elles Bailey non perde un colpo e fa salire qualche brivido lungo la schiena, complice anche l’eccezionale band alle sue spalle. Foolish Hearts ha tutta l’impostazione di una classica ballata romantica e un po’ malinconica. Il tutto ovviamente profondamente legato ad un sound molto soul nel quale la Bailey sembra trovarsi perfettamente a suo agio. Un ondata di luce e vitalità si fa prepotentemente spazio con la folgorante Help Somebody. La scelta musicale è azzeccatissima. Ricca e trascinante, dove trova lo spazio che merita, il canto della Bailey. Una delle migliori di questo album. Little Piece Of Heaven racchiude meravigliosamente al suo interno un sound anni ’90. Una canzone carica di speranza con una chitarra solare che sostiene la voce della Bailey, più morbida che in precedenza. Si torna ad un country blues con Miss Me When I’m Gone. Questo brano rappresenta al meglio tutte le caratteristiche di questa cantautrice. Ogni cosa è al posto giusto e un assolo di chitarra prima del finale è più che doveroso. Light In The Distance è una splendida ballata dove la voce della Bailey corre sulle note di un pianoforte. Questo genere di ballate sono sempre il modo migliore di chiudere un album e questa non fa eccezione.

Road I Call Home è un album che scorre velocemente, trascinato dalla voce potente ma educata di Elles Bailey. Non ci sono virtuosismi fini a sé stessi o momenti fiacchi, tutto procede per il verso giusto, una tensione costante tiene in piedi l’album. Elles Bailey è la sua band hanno ben chiaro il sound che vogliono dare all’intero lavoro, lo si percepisce traccia dopo traccia. L’energia che questa cantautrice vuole imprimere a Road I Call Home è ben equilibrata tra voce e musica, un po’ di soul, un po’ di rock, un po’ di country e tanto tanto blues. Elles Bailey mi ha avvicinato in maniera pericolosa proprio al blues, per il quale ho sempre nutrito un certa simpatia ma sempre accoppiato con altri stili a me più affini. Questo Road I Call Home potrebbe aprirmi porte verso terre inesplorate ma sicuramente, quello che ha fatto, è sorprendermi e sentirmi in obbligo di recuperare anche il suo esordio. Perché per lei sembra prospettarsi una carriera piuttosto interessante.

 

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Quando il dubbio, il diavolo e l’amore si scontrano

Sono sempre alla ricerca di un album di debutto interessante ma se a questo si aggiunge la voglia di ascoltare del buon country, allora non resta che guardare oltre oceano per vedere cosa offrono da quelle parti. Dall’assolata Florida si fa avanti il nome di Hannah Harber che con la sua band, The Lionhearts, si presenta con Long Time Coming. Sette tracce fatte di quel country che andavo cercando oltre che essere un debutto uscito all’inizio di quest’anno. Questa cantautrice ci ha messo poco a convincermi che meritava ben più di un ascolto.

Hannah Harber
Hannah Harber

Si comincia subito forte con la bella Come Alive. Non c’è tempo per i convenevoli, la Harber e la sua band piazzano un country rock ben tirato e carico. Le chitarre riempiono l’aria e la voce colpisce nei punti giusti, “It’s time to stop that self destruction / Nothing lies like a lonely heart / This is a good love interruption / A lightning bolt across the dark / Come alive, in the light of love“. La successiva Slow Leak, come da titolo rallenta il ritmo, trasformandosi in un rock vagamente blues. La Harber è perfetta e i suoi “cuori di leone” sono trascinanti e capaci di cambiare stile, decisamente rock’n’roll nel finale. Una prova di forza da ascoltare tutta d’un fiato, “There’s a slow leak and I’m losing time / I’m playing hide and seek with my pride / When doubt and the devil and love collide / It’s the great divide“. Sorry Darlin’ è un country collaudato ma che si lascia ascoltare volentieri. Ben supportata dalla band, la Harber accende il brano con la sua voce, più pulita ed educata che in precedenza, “But I don’t miss a thing, I’ve just been drinking / I’m in the mood for reckless and wishful thinking / Maybe I needed reminding just how bad it’s really been / To see how great I’m doing since you left / I’m sorry darlin’“. Non manca in questo album la ballata malinconica, qui con il titolo Hold On You. Hannah Harber però ha l’abilità di non cadere in banalità sentimentali, riuscendo a mantenere un piglio rock non troppo marcato, “I wish I could call you everything under the sun / Wish I could call you the one / The one who would never leave / But now crying is the only thing I know to do / Even still I know it’s true / Crying don’t change a thing“. Oh Papa è un bel country blues oscuro, con riferimenti religiosi. La Harber ci svela così l’altra faccia della sua musica, più dura e misteriosa, “Away with the key to the door of the devil’s den / One foot in the grave, one foot in the garden / We’ve been through hell and here comes the high water / Oh papa, we ain’t going under“. Heartaches è una canzone su un amore che fa soffrire, una ballata forte e sentimentale. Bella la scelta di accompagnare la voce con solo il suono di una chitarra acustica, “My heart aches every day for you / And my soul shakes at the hell you put me through / But I’m growing stronger the longer this takes / But my heart aches“. La title track Long Time Coming è una lunga cavalcata rock che sfiora i sette minuti. Ancora tanto spazio alla musica che arricchisce le melodie country del canto della Harber, “The least, the last, shall be first / And I’m still out of line / I’m speaking fire and getting burned / Until the smokes clears / I’m just blind leading blind“.

Long Time Coming è davvero un ottimo debutto. La scrittura e le atmosfere tipicamente country di Hannah Harber sono supportate dalla band The Lionhearts che ha un orientamento più rock. Un mix che regala all’album quel qualcosa in più che manca spesso ad alcuni album country. Questa cantautrice ha tutto il talento necessario per ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto in questo panorama musicale e Long Time Coming è il suo biglietto da visita. Purtroppo sono solo sette tracce ma sono sicuro si tratti solo di un inizio, e Hannah Harber ha tutto il tempo davanti a sé e, si sa, il buon country migliora con in tempo.

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Bianco avorio

Come già ho anticipato ad inizio anno, mi sono deciso ad esplorare qualche genere musicale un po’ diverso dai soliti, pur non addentrandomi in territori dai quali mi tengo ben lontano esclusivamente per gusti personali. Tra i primi risultati di questo esperimento c’è la cantautrice neozelandese Gin Wigmore. Prima di essere attratto dalla copertina del suo nuovo Ivory, uscito lo scorso anno, non sapevo nulla di lei. Non ho esitato molto a sceglierlo, incuriosito dalla varietà di sound che sembrava offrire e soprattutto da quel disegno in copertina dove i capelli della Wigmore si tramutano in un pullulante groviglio di vermi, fiori, animali morti che assumono a loro volta, le sembianze di un famelico lupo. Una scelta dark, ad opera dell’artista Liam Gerrard, che dà forma alle inquietudini di questo album.

Gin Wigmore
Gin Wigmore

Hallow Fate apre alle sonorità distorte di un rock graffiato dalla voce della Wigmore. Un inizio all’insegna del ritmo e di una tensione che pervade gran parte dell’album che attira subito l’ascoltatore in un mondo oscuro, “No god, can find a piece we lost / Can save us from these storms / In a tea cup that are drowning me / This bed, full of nails and our bones / Is a taste of all the rose / A broken wish that promised me to feel good / It feels good / It feels good to be“. Segue, in un flusso ininterrotto, Odeum, una delle canzoni più sperimentali dell’album. Le distorsioni nella voce e il soffocante tappeto sonoro ne fanno uno dei brani più dark dell’album, “Bow down and hurt / Look what you do / To the woman who loves you / But I keep hoping for the best / To the girls that you tried to fool / It’s not what you say or do / It’s all the many ways that you break us“. Tra le canzoni che preferisco c’è Beatnik Trip, dove i ritmi funky dipanano le nebbie grigie dell’inizio. Qui Gin Wigmore dà prova di saper cambiare mantenendo però un tratto riconoscibile, “I drive deep in the valley so the stars can shine / I was hoping to trip with a friend of mine / But my friend’s in trouble with the boys in blue / A mercurial tribe who decide what’s true“. Dannatamente più rock è Dirty Mercy. Vibrazioni anni ’00 scuotono l’aria, con la voce della Wigmore che scava graffi profondi. Una scarica di adrenalina di pura energia e rabbia, “Feel my wicked ways running through my veins / Take a bitter taste of a shallow grave / I watched you burn, burn, burn / Till the many breaks, and you wash away / Gonna turn, turn, turn / To a ghost of awe, that you left on me“. Cabrona riprende con più convinzione i ritmi funky abbandonati in precedenza. La Wigmore non perde il filo del discorso e continua a giocare a fare la cattiva ragazza, “Bad girl taking back the lead / Yeah I’m a bad girl / Got no room to please / Yeah I’m a bad girl / Leave you just to see how long, how long / How long will it take you to show you need a girl like me / Show you need a girl like me“. Il momento della ballata arriva con Cold Cave. A modo suo, un po’ dark e tormentato, Gin Wigmore confeziona un brano romanticamente triste, dove la sua voce assume contorni più morbidi, “Give me a night where the stars make a blanket / Give me a day drinking naked on the kitchen floor / I want the kind of love that hurts when you take it away from me / I think that now you see / You got that faking look in your pretty blue eyes“. Bad Got Me Good porta il disco su sonorità blues che ben si sposano con la voce unica della Wigmore. Alcuni espedienti vintage sono rinvigoriti dalla sua energia rock graffiante, “I don’t need all the things that you promised to give me / You can keep your broken flowers and the sorry that they came with / ‘Cause the bad got me good, now I’m stronger without you / Come on, give it up boy, you won’t get no tears from me“. Hard Luck è forse una delle canzoni che meglio rappresenta questo album. Un’amore sfortunato è l’ispirazione di questo rock dalle sfumature soul, “Wild love, were you all I need? / If we did this over, would it change who I have to be? / Tell me how to let you go without me letting you down / Feel these wounds with the tears that I’m cry, cry, cry, cry, crying for you“. La successiva Fall Out Of Love continua ad affidarsi alle sonorità soul, sempre sporcate dalle distorsioni e dalla voce della Wigmore. Un brano orecchiabile che ci traghetta verso l’ultima parte dell’album, “I’m black-eyed and blue drinking strawberry wine / (Drunk on that strawberry wine) / I carved out my heart, tried to leave you this time / (Try and I try to leave you) / Am I a fool? / (A fool, a fool for you) / Falling for you / (Every time…)“. Head To Head è in bilico tra una romantica ninnananna e un rabbioso rock. Una delle canzoni più originali di questo album che mostra i due volti della musica della Wigmore, “Oh, let me in, your doors are made for thieves like me / And oh, my skin goes flush when I think of your touch / But hell, it’s cold out and I can’t sleep tonight / But hell, it’s cold out, I need you by my side“. Segue Young Ones che rimescola le carte e si apre con il suono dei synth per esplodere subito in un rock oscuro e spezzato. Gin Wigmore sfodera tutto il suo fascino nella canzone più intensa e lunga dell’album, “Life won’t be what you ask, it’ll bury you slowly to build you again / Fight for all that you have to be the survivor and dream that you had“. Un inno al femminismo quello della conclusiva Girl Gang. La cantautrice neozelandese sconfina nel r’n’b, sapientemente condizionato da un anima rock che difficilmente si lava via. Cattive ragazze riunitevi, “It’s a girl gang / Boy, you wish you could join / It’s a sure thing / We’re taking over the world / It’s a girl gang / Boy, you wish you could join / It’s a sure thing / We’re taking over the world“.

Ivory è il quarto album di Gin Wigmore ma è il primo che ascolto della sua discografia e non posso fare confronti con quanto a fatto in precedenza ma posso dire che mi è piaciuto. Nonostante non rientri nella mia personale comfort zone musicale è bello poter assaggiare qualcosa capace ancora di sorprendermi. Ivory mantiene un sound di fondo ben fermo lungo tutta la sua durata, grazie anche alla voce della Wigmore, ma spazia su più generi musicali, impegnando l’ascoltatore nel tentativo di inquadrarla. Ovviamente tutto ciò è inutile quando si ha a che fare un un’anima rock come Gin e scegliere una sola canzone per convincervi che è vero, non è stato facile.

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Can che abbaia

Joshua Pless “JP” Harris si considera prima di tutto un falegname a cui piace scrivere canzoni country. Ma solo dopo aver esplorato diversi generi musicali, questo cantautore americano originario dell’Alabama, ha trovato nel country e nelle sue variazioni, la sua dimensione ideale. Solo quest’anno, grazie al suo nuovo album Sometimes Dogs Bark At Nothing, ho fatto la sua conoscenza. JP Harris grazie ad una voce ruvida e profonda, mi ha subito incuriosito. Artista genuino, senza fronzoli ma solo un’imponente barba che gli da un’aria sfrontata. Questo è il suo terzo album dove campeggia in copertina il suo ritratto con un occhio nero e due cani in braccio, quasi fosse il ritratto di un principe fuori legge.

JP Harris
JP Harris

L’inizio è esplosivo con la travolgente JP’s Florida Blues #1. Harris va subito al sodo, mettendo le cose in chiaro. Un country blues “on the road” veloce e spensierato, tanto immediato qunanto divertente, “I lost my mind out on the highway / Seeking my inspiration with my nose / These offline situations led to some minor complications / Now I’m sweatin’ ‘em out in this motel room alone“. Subito però trovano spazio anche le ballate come Lady In The Spotlight. La storia di una ragazza in cerca di riscatto e fortuna è affidata alla voce consumata di Harris, “One day you may be the lady in the spotlight / But tonight you’re just some cold heart’s passing flame / Oh I pray that someday you’ll face the bright lights / But tonight you’re just a girl with no last name“. La successiva When I Quit Drinking è un malinconico pezzo country che racconta di come tutto è più chiaro e doloroso quando si smette di bere, “Lord, when I quit drinkin’ / All my mem’ries come back clear / And you’ll find me weepin’ / And sippin’ off a bottle filled with tears / Bar mirror shows me / The old me that had your love back then / When I quit drinkin’ / I start thinkin’ about startin’ up again“. Long Ways Back è una triste ballata piuttosto nostalgica nella scelta musicale. La sua melodia dolce è sporcata dalla voce di JP Harris che vuole essere meno graffiante,”Came for the good times / But never meant to stay / Tried to go home / But got lost along the way / Now it’s a long ways back / From here to yesterday“. La title track Sometime Dogs Bark At Nothing è una riflessione interiore fatta di domande di cui forse non c’è una risposta. E probabilmente è giusto così, “Sometimes dogs bark at nothin’ / Like when little kids start cussin’ / They don’t know why, they just do it ‘cause they can / Sometimes a girl’s heart gets busted / By a boy that she once trusted / Ain’t no reason ‘cept that he was born a man“. Con Hard Road si torna al country, questa volte con chiare influenze outlaw. JP Harris non sbaglia nulla ed ne infila un’altra, “Old Moses stood up on the barroom floor / Just screamin’ and a-shoutin’ with a two-by-four / Such a high holy terror Carolina hadn’t ever seen / Yeah pound-for-pound that boy’s [trouble?] size / You know his money talked but it usually lied / Buddy, it ain’t fair but even bad dogs get their day“. Immancabile la ballata solitaria e nostalgica come I Only Drink Alone. Meglio affondare i propri dispiaceri nell’alcol da soli. Una canzone che vuole semplicemente mettere la cosa in chiaro, “Oh I don’t need no one but me / To reminisce on how things used to be / To revel in this misery and curse this bottle quietly / Oh I only drink alone“. In Runaway, JP Harris affronta sé stesso e ammette di essere sempre in fuga, alla ricerca di qualcosa. Una canzone tra le più belle e personali di questo album, “I was born a runaway / After fourteen years, I did one day / I guess I never had the heart to stay / And do right by my wrongs“. Come vuole la tradizione c’è sempre di mezzo una donna in una buona ballata. Miss Jeanne-Marie è tutto questo. La voce  di JP Harris segue le note di un pianoforte, dimostrando una spiccata sensibilità, “Oh, but Miss Jeanne-Marie / I met you at the wrong time / With my days turned dark by wild nights / And this heart could not be tamed / Oh but don’t get me wrong / You were my fondest lover / If I could live this life all over / Girl, I’d surely change your name“. Chiude l’album il veloce honky-tonk di Jammy’s Dead And Gone. Harris sfodera tutta la sua personalità, incalzando l’ascoltatore con le parole, “You’ve heard this tale a hundred times / But this story’s true to life / Still got the slack action bangin’ in my brain / Well ol’ Jimmy’s dead and gone / But this hobo rambles on / I said you’re goddamn right, wrote another song about a train“.

Da Sometimes Dogs Bark At Nothing non ci si deve aspettare nulla di più di tanto buon country vecchia scuola e ritmi honky-tonk. JP Harris fa tutto in modo impeccabile e si lascia trascinare dal sound rodato della sua musica. Ma le canzoni che compongo questo album sono così vere e dirette che non si può non apprezzarle. Che siano ballate o scatenati pezzi blues, questo cantautore ci mette un pezzo della sua anima. Si respira la polvere di un country che tanti artisti stanno cercando di salvare nella sua semplicità e unicità. JP Harris con Sometimes Dogs Bark At Nothing mi ha convinto, rivelandosi una piccola sorpresa di quest’anno che sta per finire.

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Il peso del mondo

Quando si tratta di cantautori, non so resistere alle voci profonde, baritonali. Come potevo, dunque, non concedere un ascolto a Louis Brennan? Cantautore di origini irlandesi al suo esordio con Dead Capital, Louis Brennan ha impiegato davvero poco per convincermi. Un aspetto da cantautore ribelle che con la sua voce sembra voler esprimere un senso di disagio (ricordando quella di Leonard Cohen). Di solito la mia attenzione ricade più spesso sulle voci femminili ma ultimamente mi capita sempre più spesso di trovare cantautori interessanti che, nonostante la giovane età, raggiungono livelli di espressività davvero notevoli. Insomma, non ho perso tempo e ho fatto mio questo album, addentrandomi nel tormentato animo dei Brennan.

Louis Brennan
Louis Brennan

L’album si apre con Airport Hotel. Subito si percepisce la centralità della voce di Brennan, che cresce di intensità con la canzone. Il testo è schietto, poco spazio ai giochi di parole, l’accompagnamento essenziale ma sorprendente. Da ascoltare, “On the bed at the airport hotel / You were curled up like a question mark / I buttoned my collar / My tie like a noose / As you emptied out the mini bar“. La successiva Bit Part Actor racconta il male di vivere di un uomo che ha perso la voglia di andare avanti. Brennan si dimostra un cantautore sincero, che non si risparmia e mette a nudo la sua anima, “And I am tired of listening / To the sound of your laughter / Let me deliver my lines and leave / Like a bit part actor / Pacing in the wings / Waiting for a cue / But no one ever comes / To usher you in / In the end it is down to you“. The Culture Of Resistance è una canzone sull’apatia che pervade la società moderna. Brennan si rivolge, con fare indifferente, a Jeremy Corbyn, ipotetico destinatario di riflessioni dure e nichiliste. Un testo che non si può fraintendere e nel quale non si intravede nessuna speranza, “Oh Jeremy / Mendacity’s the perfume of your peers / Ideology is bankrupt / It is decades in arrears / And there is no manifesto, no / Just the catalyst of fears / For an imperial monopoly / As it slowly disappears“. La monotonia della vita di tutti i giorni, che va svuotandosi sempre di più è il tema di London. A dispetto di una musica che richiama il classico rock americano, il testo è ancora una volta spietato, “But on the 277 I am starting to cry / With my head in my hands I am wondering why / I get up in the morning go to bed at night / When nothing ever happens in between“. Get On Top è una solitaria ballata dedicata ad un’amante. Qualche riflessione sull’amore e sulla giovinezza alleggeriscono i sentimenti, fin qui disperati, delle canzoni precedenti. Il finale strumentale contribuisce alla causa, “Let’s pretend we’re strangers / Like we just met in a bar / Undressing on the stairs / All tooth and nail and recency / Who cares for common decency / We know who we really are“. Con Silence, Louis Brenann torna a riflettere sulla società di oggi. La vacuità dei social network e l’ipocrisia sembrano invadere ogni aspetto della vita, “And there’s no future here / Amidst the waves of mediocrity / The uniform appearance / Of alternative consumer choice / When I open my mouth / There is only one voice“. Selfish Lover è un’altra cruda riflessione sulla vita. Una vita al limite, tra alcol e droghe, che tentano invano di colmare un vuoto più profondo. Luis Brennan non ci risparmia parole scomode e si esprime senza filtri, “Oh amazing grace / You left the most bitter taste / What a terrible waste / To pray for one that can’t be saved“. The Narrative Of Self Defeat è una bella canzone, un folk americano, che ci mostra un Brennan meno schietto e più poetico. La ricerca delle parole giuste sembra essere in questo caso più centrale che in precedenza, “It’s the oldest conceit / The narrative of self defeat / Washing the feet / Of every Mary you meet / Carrying that cross / A monument to what you’ve lost / C’mon Boss / Why don’t you give me a break?“. La successiva I Walk Away From A Glittering Career è autobiografica e affronta il rifiuto di seguire una carriera luminosa. Brennan ha scelto di rifiutare le opportunità che la vita gli ha offerto, cercando la libertà, “I walked away from a glittering career / Left my bourgeois affectations / On the baggage carousel / Of an Airport / In a distant destination / I wanted very badly to be free / Of the western existential malady“. Home Sweet Home è una malinconica ballata d’altri tempi. Si tratta del brano più luminoso dell’album, non allegro, solo più luminoso. Un coro di voci maschili amplifica il ritornello, quasi un coro di pazzi, “Oh home sweet home / How could you be so cruel / The culture of blame / The patriot game / And old men in cassocks / To keep down the masses / With guilt and and shame“.

Dead Capital non è un album leggero. Louis Brennan prende a molto cuore temi che non lo riguardano direttamente. La politica, la società, le convenzioni si trasformano in preoccupazioni concrete, fino a diventare personali. Li affronta senza peli sulla lingua, in un linguaggio che a volte può apparire sconveniente, eccessivo. Riferimenti espliciti al sesso, alla droga e all’alcol non mancano e scuotono la coscienza. Louis Brennan sembra quel genere di artisti che sentono il peso del mondo sulle loro spalle, un peso troppo grande da affrontare da soli. Scrivere canzoni è un buon modo per condividerlo e alleviare così il proprio fardello. Forse è inutile o forse no. Dead Capital è un album che non guarda all’intrattenimento ma alla trasmissione di un messaggio. Non c’è speranza nelle sue parole ma solo la consapevolezza che resistere è inutile ma bisogna provarci.

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L’albero del pepe

Tra i tanti ritorni di quest’anno c’è anche quello di Fanny Lumsden con il suo secondo album intitolato Real Class Act. L’alt-country brillante e colorato dell’esodio Small Town Big Shot (Correre con le forbici in mano) è un album che riascolto ancora volentieri. La carismatica simpatia e la sensibilità di questa cantautrice australiana sono contagiose e si trasmettono nelle sue canzoni. Questo secondo album lo attendevo con curiosità, sicuro di trovare ancora la Fanny dell’esordio, tra melodie orecchiabili e ballate country dal sapore un po’ nostalgico.

Fanny Lumsden
Fanny Lumsden

Watershed è una delicata ballata country che riprende là dove era finito l’album d’esordio. Si respira l’atmosfera di una serata all’aperto al termine di una giornata. Fanny Lumsden dimostra di avere una voce davvero melodiosa ed emozionante. Il singolo Roll On è un orecchiabile cavalcata country che avanza a colpi di banjo. Si sente tutta la gioia e l’irrefrenabile voglia di vivere e viaggiare, in questa canzone che rappresenta il cuore pulsante dell’album. La title track Real Class Act vibra della stessa energia. Fanny Lumsden fa centro affidandosi alla sua abilità di cantautrice e a quella della band. Da ascoltare. Elastic Waistband è una che canzone che ricalca le sonorità spensierate dell’esordio. Un mix ben congegnato tra testo e musica che strappa un sorriso confermando la simpatia di questa artista. C’è spazio anche per una ballata come Big Ol’ Dry. Fanny Lumsden è in forma smagliante e particolarmente ispirata. Una delle migliori canzoni dell’album. La successiva Real Man Don’t Cry (War On Pride) abbandona per un attimo le sonorità country per dare spazio ad un pianoforte che fa da sfondo alla voce rassicurante della Lumsden. C’è tanto cuore e si fa sentire. Con Pretty Little Fools si cambia marcia. Fanny viaggia veloce con le parole avvolta dal un ritmo rockeggiante. Impossibile resistere. Lo stesso si potrebbe dire di Peppecorn Tree. La cantautrice australiana è a suo agio e si muove sicura in questo movimentato folk rock, senza rinunciare ad essere orecchiabile e accattivante. Shootin’ The Breeze è un ozioso country blues dalle trame collaudate ma che fa respirare un po’ d’America, anche se ci troviamo dall’altra parte dell’oceano Pacifico. Perfect Mess è una sintesi del mondo di Fanny Lumsden. Un ritornello che si lascia canticchiare e che dimostra tutte le sue capacità di coniugare musica e parole, in una della canzoni più emozionanti. Rain On Your Parade ne è un altro esempio. Qui ha reggere il gioco è la voce della Lumsden, che accelera e rallenta catturando l’attenzione. Un ascolto piacevolmente sorprendente. Chiude Here To Hear che va esplorare qualcosa di più moderno. Un brano dalle atmosfere leggere di un pop etereo ma carico di emozione, che svela tutta l’intensità espressiva della voce di questa artista. Un colpo di coda ad effetto.

Real Class Act riprende l’ottimo lavoro fatto con Small Town Big Shot. Il risultato è più omogeneo e Fanny Lumsden appare più sicura di sé. La collaborazione con il marito Dan Stanley Freeman ha garantito una complicità che si sente in una rinnovata sensibilità ed ispirazione. Questo album mi ha dato l’impressione di trovarmi in fondo ad una giornata di viaggio. Un country adatto al tramonto, da ascoltare la sera quando le emozioni di una giornata intensa vengono a galla, siano esse di gioia, amore o si semplice divertimento. Un country crepuscolare ma tutt’altro che oscuro o triste. Edwina Margaret “Fanny” Lumsden con Real Class Act si rimette in gioco, senza prendersi alcun rischio, facendo sentire i sui fan di nuovo a casa. Anzi, in viaggio.

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