Al momento giusto

Inesorabilmente ci stiamo avvicinando alla fine dell’anno, già si sentono le prime avvisaglie dell’inverno. In autunno le giornate si accorciano e favoriscono l’insorgere di malattie come la nostalgia e la malinconia. Per chi come me ne soffre tutto l’anno, non solo d’inverno, non esiste una cura definitiva. Si possono alleviare i sintomi con la musica e Courtney Marie Andrews è un’ottima medicina. Questa cantautrice americana, nonostante i suoi venticinque anni, ha già alle spalle ben sei album e questo Honest Life, pubblicato quest’anno, è il settimo. Mi sono bastate due sue canzoni per capire che la musica di Courtney Marie Andrews faceva per me e le ottime recensioni che l’accompagnavano hanno fatto il resto.

Courtney Marie Andrews
Courtney Marie Andrews

Si comincia con Rookie Dreaming dalla quale emerge tutta le sensibilità della Andrews. Forte è l’influenza del folk americano ma altrettanto forte è l’espressività che hanno le sue canzoni, “I was on the hunt for visions out of reach / All those daydreaming mornings / All the wishful goodnight thinking / I have steared through every dark alley / In hopes of a light at the end I could see“. La successiva Not The End è una bella canzone d’amore che va a colpo sicuro, toccando le corde giuste. L’interpretazione della Andrews è sempre pulita e precisa ma, allo stesso tempo, emozionata ed emozionante, “So many nights we’d spent / In our little basement room / A part of you became a part of me then / And I know you feel it to / I’m so far away now / In this empty hotel room / Trying to dream up every memory / So I can feel closer to you“. Il singolo Irene è il fiore all’occhiello dell’album. Questa canzone mi ha portato verso quest’artista e dentro questo album. Orecchiabile e intelligente, che mette in luce tutto il talento della Andrews, “Fare well, Irene / Where your dreams are bound and / I just can’t tell / But we both know, Irene / They won’t come true at the bottom of a well“. How Quickly Your Heart Mends è un ottimo country folk che si porta dietro con sé tutta la malinconia di questo genere musicale. Una delle migliori canzoni dell’album, senza dubbio. Da ascoltare, “The jukebox is playing a sad country song / For all the ugly Americans / Now I feel like one of them / Dancing alone and broken by the freedom“. Let The Good One Go è una triste ballata di pianoforte. Qui gioca un ruolo fondamentale la voce della Andrews, che sfodera una performance intesa e toccante, “Where are you tonight? / Do you think of me when you close your eyes? / Do you wake up and reach for me / By your side? / They say good things never die / Well if that’s true our loves still alive / If that’s true it’s safe to say / It will never die“. Segue la titletrack Honest Life, una riflessione sulla vita che segna il punto più alto dell’album nel quale si scorge tutta la maturità di questa cantautrice. Davvero una bella canzone sotto ogni aspetto, soprattutto per il testo, “All I’ve ever needed is a little time to grow / A little time to understand that things that I know / So that I can listen to you lovingly / Instead of getting up to go / Some people take a little more time to grow“. Anche Table For One ha un ruolo centrale in questo album. Qui la solitudine e la malinconia sono evocate con sapienza e attenzione, un talento raro e prezioso. Courtney Marie fa un lavoro eccezionale sul testo e la musica, raccontando le sue esperienze di vita, “Cause i’m a little bit lonely / A little bit stoned / And I’m ready to go home / You don’t want to be like me / This life it ain’t free / Always chained to when I leave“. Put The Fire Out è un altra canzone che vi farà saltare sulla sedia. C’è tutto il buono delle ballate americane, tutto il buono delle cose belle, “A few more hours feels like forever / Here’s my chance I want to get better / I want to pick up the phone and return your calls / Tell you how much I love you all“. La successiva 15 Highway Lines affronta il tema del viaggio che tanto è caro ai cantautori di ogni generazione. La Andrews non sbaglia un colpo, confermandosi particolarmente ispirata, “You were my only friend / Time has taught there is no way to bend / It to back when I knew you then / To you all the love I send / From this long mile from this passenger bed“. Prima di finire però c’è ancora una sorpresa. L’ultima Only In My Mind è un’eccezionale ballata al pianoforte che non esito a definire strappalacrime. Un’interpretazione straordinaria ed un testo poetico e profondo. La canzone più emozionante dell’album senza dubbio, “In my mind love was easy / A dreamy happy ending / Full of passion never fleeting / Full of feeling and surprise / In my mind love was unchanging / Every demand was worth meeting / Every bad day worth defeating / Love made every wrong seem right“.

Honest Life è l’ennesima sorpresa di quest’anno. Courtney Marie Andrews si aggiudica un posto d’onore tra la mia musica e mi costringe ad approfondire la sua conoscenza completando la sua discografia. Ma come sempre, per il momento voglio godermi Honest Life. Un album che consiglio vivamente a chi vuole ascoltare del buon folk americano, dal gusto classico ma sempre attuale. Chi soffre di nostalgia o di malinconia o di tutte due le cose assieme, troverà un po’ di conforto in queste canzoni ma sopratutto scoprirà un’artista che non si nasconde. Mette a nudo la sua anima, riusciendo in un’impresa che pochi sanno portare a temine con constanza e sincerità.

Fuori legge

Definiscono la loro musica come bloodgrass, una musica dalla quale nessuno esce vivo. Interessante, mi sono detto, quando per la prima volta ho letto di questo gruppo. I Murder Murder sono sei ragazzi canadesi che si presentano con ballate che spaziano dal country al bluegrass, riuscendo subito ad accendere la curiosità con il loro gusto retrò e tradizionale ma fuori legge e un po’ cattive. In men che non si dica ci ritroviamo immersi nelle foreste dell’Ontario, tra risse da bar, storie sfortunate, di gelosia e tradimenti. Il tutto raccolto nel loro secondo album, pubblicato nel 2015 e intitolato From The Stillhouse.

Murder Murder
Murder Murder

Si parte con l’incalzante Sweet Revenge, una stroria di vendetta a bordo di un treno nero che viaggia senza sosta. Un brano che evoca immagini nitide dei paesaggi western di frontiera, “I dream I am flying out through the pines / Through to the Devil’s mouth / There’s some folks down there, they gotta pay for their sins / Eye for an eye, blood for blood / Sweet revenge“. Where The Water Runs Black è una straordinaria ballata guidata da un violino e accompaganta da un’immancabilie banjo. Una voce tagliente e carismatica ci racconta una stroria di tradimento. Una delle migliori canzoni dell’album che trova la sua perfezione nella sua tradizionalità e melodie famigliari, “And if you wanted I could take you / I walked that road ‘til the water runs black / I loved that woman but she left me lonely / She broke my heart, lord, she never turned back“. Si nasconde una storia di violenza sotto il titolo di Evil Wind. Facile lasciarsi ingannare dalle melodie gioiose ma è solo un’apparenza. I Murder Murder sono divertenti e spietati, “Well now I can’t remember / what was going through my head / My blood turned to fire / And my face turned red / And I flew into that room / Like a moth to a torch / An evil wind, an evil wind is gonna blow“. Duck Cove è una triste ballata che mette in luce tutto il talento di questa band, in grado di raccontare storie e mettendole in musica. Tutto suona tradizionale tuttavia allo stesso tempo c’è qualcosa di nuovo nel loro modo di porsi, “I never felt so low, / I looked through the port hole / And I saw the drop boat / headed for Duck Cove / The thought of my lover / out with another / Somebody else than the / one who has loved him“. Una storia di riscatto nella bella Movin On, una delle canzoni più positive dell’album. I Murder Murder spingono sempre sul pedale dell’acceleratore, sono un treno in corsa tra le foreste dell’Ontario, “I got friends in Brown and Hardy / And a brother down in Carling / I got family up north in Sudbury / Everybody knows / that I can’t set foot back in Mowat / There’s folks there’d like / to get their hands on me“. When The Lord Calls Your Name è una ballata lenta e strappalacrime. I Murder Murder propongono una canzone dal sapore vintage con una grinta e intensità di grande impatto, “So gather the angels, / and sing us a prayer / When his sights are upon you, / you can’t hide anywhere / Now accept and rejoice him, / not with pride, not with shame / And you’ll know my intentions, / when the lord calls your name“. The Last Gunfighter Ballad è la cover di un classico country scritto da Marty Robbins. La versione dei Murder Murder è più brillante e scanzonata dell’originale, “Stand in the street at the turn of a joke / Oh, the smell of the black powder smoke / And the stand in the street / at the turn of a joke“. Tanto breve quanto bella, Half Hitch Knot. Irresistibile ballata up tempo, dove le parole escono veloci, scappa anche qualche parolaccia. Cattivi ragazzi, “You’re a polite motherfucker / with your hands tied up / Like a barnyard pig just about to get stuck / The knife’s coming down if you like it or not / You won’t never get out of my half hitch knot“. La successiva Alberta Oil è una classica murder ballad, veloce e senza respiro. Ancora una volta i Murder Murder sono irresistibili in tutto e per tutto, “He was buried with his passport / in a black Alberta ditch / His life was cut far too short / by a cold Alberta bitch / We all knew what had happened / and it gave us all a fright / He was buried with his passport that night“. Bridge County ’41 è una bella ballata blues. Senza dubbio una delle canzone più intense di questo album, storia di un contrabbandiere, fuori legge come questo gruppo, “The law found me in the middle of the night / When I’s lyin’ on my back / in the pale moonlight / Couldn’t tell if I was dead or alive / Until they caught that little hint of blood / in my eye“. Chiude l’album un’altra ballata intitolata Jon & Mary. C’è poco altro che posso aggiungere arrivati alla fine di queste undici canzoni, se non avvisarvi che la tentazione di ricominciare dall’inizio è forte, “I parted with things / that I never though I’d sell. / It’s got to where I barely recognize myself. / The boy I was is gone, / it’s written on my face. / All the time that he spent dying, / her beauty never waned“.

Questo From The Stillhouse ci porta altrove, velocemente come un treno a vapore. I Murder Muder sembrano venire dal passato, ci riempiono le orecchie di buona musica, dal sapore d’altri tempi, sporca e impolverata. Hanno la faccia da duri come gli eroi dei film western ma un animo buono. Una particolarità di questo gruppo è che non hanno un vero proprio frontman ma si alternano al microfono dando ad ogni brano un’impronta personale e diversa. Qui sotto trovere una versione live di Bridge County ’41 ma non posso fare a meno di consigliarvi di ascoltare l’album completo, se volete essere anche voi per un attimo dei fuori legge, sporchi e impolverati.

La direzione del vento (Duecento)

Lo scorso Ottobre riportai su questo blog l’interessante scoperta di una band inglese che si fa chiamare Millbrook. Sotto questo nome si celano tre ragazzi di Birmingham che hanno pubblicato il loro primo album, Millbrook, appunto. In quell’occasione mi soffermai sulle somiglianze tra lo stile degli americani R.E.M. e il loro singolo Real Time. Incuriosito, ho deciso di ascoltare per intero questo esordio, dove ho potuto trovare conferma delle mie impressioni. Nonostante Birmingham, Eddie Barber, Rohan Simmons e Tom Naqvi, sembrano provenire direttamente dal Nuovo Mondo. Il folk americano influenza questo esordio e getta le fondamenta per futuri sviluppi della loro musica.

Millbrook
Millbrook

Wandering è l’inizio scoppiettante che vede la partecipazione preziosa di Milo Sadler al sax. Un blues rock si diffonde nell’aria e non si può che apprezzare la classicità di brani come questo. La voce di Eddie Barber non prende mai il sopravvento e si integra perfettamente nella canzone. Non si può fare a meno di continuare con il brano successivo. We Are Bold è una delle migliori dell’album. La chitarra in stile Peter Buck/Byrds traccia la melodia e la voce di Barber non manca di sollevare qualche brivido. Questa canzone mette in mostra tutto il talento di questa giovane band. Where The Rhythm Winds ricalca la celeberrima melodia di Sweet Home Alabama. Gli animi sono più quieti ma trovano spazio sferzate più rock, in contrasto con la voce sommessa di Barber. Un’altra bella canzone che suona come un classico e dà spazio agli assoli di chiarra. Anche The Sweet Divine è qualcosa di già sentito ma questi tre ragazzi ci sanno fare e quindi lasciamoli fare. Southern rock è la parola d’ordine in questi casi. Ancora un assolo di chitarra dà aria alla canzone, a dimostrazione delle buone intenzioni di questi tre ragazzi. Nothing To Sing è più folk e introversa. Il ritmo rallenta e si intravede il sole del mattino tra le note, un velo di malinconia la ricopre. Un bella canzone, non c’è dubbio. Sulla scia di quest’ultima c’è Eastbound, con la sua melodia e la voce di Barber che si fa più morbida. L’armonica conferisce ancora di più “americanità” alla canzone, un tratto ormai caratteristico della band inglese. Poi c’è Real Time, la canzone più vicina allo stile dei primi R.E.M. che abbia mai sentito (Stipe e soci esclusi). Mi ha fatto saltare sulla sedia quando lo sentita per la prima volta. Non è un tributo, non fanno il verso alla band di Athens ma è una canzone spontanea e altrettanto spontaneamente ne è influenzata. Da mettere tra le migliori dell’album solo per questo motivo. Something Strange è funky ma i tre ragazzi non rinunciano alle trame del folk americano. Ancora una volta i Millbrook ci mettono qualche assolo qua e là, dimostrando di essere preparati. When The Sun Hangs Around è una straordinaria ballata, semplice ma non banale. Tutta l’abilità nello scrivere le canzoni viene fuori qui, in questi quattro minuti abbondanti, nei quali realizziamo che siamo di fronte ad un esordio di tutto rispetto. A chiuderlo c’è Voyager, lunga cavalcata di oltre cinque minuti. I Millbrook reggono fino alla fine, come poche altre band della loro esperienza sanno fare. Qualche chitarra distorta in più e l’effetto è epico ma sapientemente smorzato dalla voce di Barber. Ormai non c’è più da sorpendersi.

I Millbrook sfoderano una prova maiuscola e mettono alla luce un esordio eccezionale. Il gruppo inglese parte da delle basi solide, quelle della musica americana per costruirsi un futuro che appare luminoso. La band non ha nascosto di essere ambiziosa e si stente in ogni singolo brano. Non si tratta di musica innovativa ma, come è naturale che sia, i Millbrook si ispirano ai loro modelli artistici che hanno fatto grande il folk americano (Neil Young in primis). Così facendo pongono solide fondamenta sulle quali costruire un futuro nel quale posso esprimersi in canzoni più personali e meno legate al passato. Non gli manca nulla, nemmeno il talento. Questo esordio è un tesoro nascosto che spero sia il trampolino di lancio per tre ragazzi inglesi con gli USA nel cuore.

Eclissi personale

Lo scorso anno, dopo un tira e molla, presi la decisione di ascoltare il secondo album della cantautrice canadese Tamara Lindeman e del suo progetto che porta avanti sotto il nome di The Weather Station. L’album che ascoltai era All Of It Was Mine del 2011. Rimasi così affascinato dalla voce sommessa e dai testi semplici e poetici della Lindeman che lo scorso autunno non mi sono lasciato scappare What Am I Going To Do With Everything I Know, una via di mezzo tra un EP e un album. In quel momento ho avuto la conferma di quanto fosse speciale The Weather Station e quanto ancora poteva regalarci questa straordinaria artista. La notizia dell’uscita del terzo album intitolato Loyalty era una di quelle da segnarsi sul calendario. Eccolo dunque questo Loyalty che si presenta con in copertina Tamara Lindeman rivolta di spalle che guarda all’orizzonte, quasi a volersi nascondere e a lasciare spazio alla sua musica, la sua voce e i suoi testi.

Tamara Lindeman
Tamara Lindeman

L’album si apre con Way It Is, Way It Could Be. Una canzone capace di riscaldare una fredda giornata d’inverno, la voce della Lindeman scivola via impalpabile tra le morbide melodie di questo brano, “You looked small in your coat, one hand up on the window, / so long now you’d been lost in thought. / No snow on the road – we’d been lucky, / and it looked like we would be well past Orléans / and past Montmagny, the road giving way to river / the frozen Saint Lawrence white and blue“. La titletrack Loyalty è straordinariamente intima e profonda, tutte caratteristiche peculiari della musica dei The Weather Station. Non si può fare a meno di rimanere incantati ad ascoltare, “There’s a loneliness – I don’t lose sight of it. / Like a high distant satellite, / one side in shadow, one in light. / But I didn’t mind to be alone that night, in a city / I’d never seen – all these skyscrapers pooling on a prairie“. Floodplain è più solare, una boccata d’aria fresca. Si sente anche il ritmo di una batteria, come un cuore che batte. Un altro brano molto bello, “Could it really be so effortless, / all in my sight, many hillsides – / green and black and distant, and rivers serpentine, glinting“. Shy Woman è uno dei momenti più alti di questo album. Atmosfere familiari e rassicuranti, abbracciate della voce sempre sotto traccia della Lindeman. Un piccolo gioiellino anche, e soprattutto, per il testo, “Ice on the trees since New Year’s Eve, / coming down in white sheets. / All white power lines, / swaying high and heavy. / You were staring out, your eyes real straight – / like nothing touches you these days“. Con Personal Eclipse si torna a sentire con più forza i The Weather Station del precedente album, più lenti e acustici. Una canzone nostalgica, un diario di un viaggio negli Stati Uniti, “I remember the smoky cups of coffee at the continental divide, / mesas rose up there beside me. I felt like I’d arrived. / I walked on the streets of California in the wail of car alarms. / Men would shout out to me passing, a stranger with crossed arms“. Life’s Work è tra le più belle di questo album. Tamara sembra parlare a tu per tu con l’ascoltatore accompagnata da una melodia sognante nella quale si districa un testo più criptico rispetto ai brani precendenti, “I listened; I always did listen to you. / Singing all the way through – / your life’s work: passion, caution, timing“. Like Sisters è in assoluto la canzone che preferisco tra quelle di questa straordinaria artista. La capacità della Lindeman di scrivere testi chiari e semplici ma estremamente poetici, qui è nella sua migliore espressione. Dalla sua voce traspare un’emozione che non è facile veder emergere con questa forza in questa cantautrice. Un piccolo capolavoro, il cuore di questo album, “When she moved out, sometimes he’d call me; / I never should have answered. / Sometimes you give, you’re giving all you have, / and sometimes you’re the taker..“. I Mined è delicata e evanescente. Una canzone folk nella quale la Lindeman prova a giocare con la voce ma sempre moderatamente, come di consueto, “All through the night and down in your eyes, / I mined and mined and mined. / Given time, what I looked for I would find; / I was right, I was right, I was right“. Tapes è un blues che rappresenta un’eccezione. Poche parole e un canto melodioso si trascinano meravigliosamente per più di quattro minuti, “Years ago, walking alone, / you sang ‘Oh.’ / In your high strange voice, / your feet scuffing along the pavement. / Trying to sing what you meant, / late at night – it was too important“. I Could Only Stand By è l’ennesima bella canzone, dal sapore americano. Ancora una volta Tamara ci incanta e ci rapisce nel suo mondo intimo e familiare di sempre, “I stood beside you, thin as a kite, wincing in the wind’s cool bite. / Telling me you’ll never get nothing right. / Laughing as you said it, in the low sunlight – / so brief in November, and impossibly bright“. Chiude l’album la breve At Full Height e qui mi fermerei con le parole. Non si poteva chiudere meglio questo album e io non vorrei rovinare il finale, “Like air so cold it hurts to breathe it. / And the colour comes to my face. / And I don’t tell my mother, I don’t tell my sister, / something so tender I’d rather not speak it, / even when I know it – that he’s mine“.

Loyalty non è un album da ascoltare più e più volte fino a consumarlo ma è un album da ascoltare quando se ne sente il bisogno. Qualcosa di fragile e prezioso che non vorremmo sciupare. Ogni ascolto è un passo verso l’anima di Tamara Lindeman, sembra di vedere quello che vede lei, quello che sente. I suoi testi non sono frasi fatte o volutamente criptici ma sono semplici, con parole ed espressioni di uso comune. Vuole parlarci a tu per tu ma senza impressionarci o sorprenderci. La sua musica è come un diario, intimo e volte prevedibile ma fatto di piccole gioie e momenti tristi. La sua voce sembra nascondesi meno all’ascolto rispetto al passato ma non prende mai il sopravvento, non focalizza l’attenzione. The Weather Station prova con questo album ad avere più visibilità al di fuori dal Canada e spero la possa avere, perchè meriterebbe di più. Tamara Lindeman si conferma una cantautrice unica nel suo genere dalla delicatezza e sensibilità, nonchè talento, eccezionali.

Ragazza dal Nord

Monica Heldal è una giovane cantautrice norvegese originaria di Bergen. Nonostante le sue origini nordiche, la Heldal si ispira alla tradizione americana e al folk anglosassone, cantando non in norvegese ma in inglese. Fin da subito sono rimasto colpito dalla sua particolare voce e, come è noto ormai, ho un debole per le voci caratteristiche e riconoscibili, siano esse femminili o maschili. Da più parti ho letto giudizi positivi sul suo album d’esordio Boy From The North pubblicato lo scorso anno e non ho potuto esimermi dall’ascoltarlo. Anche questa volta mi sono buttato direttamente sull’album subito dopo aver ascoltato il singolo omonimo Boy From The North. Finora non ho mai avuto particolari delusioni facendo così e non è successo nemmeno questa volta.

Monica Heldal
Monica Heldal

Boy From The North apre l’album nel migliore del modi. Subito si notano i tratti tipici della tradizione americana ma è la voce della Heldal a catturare subito l’attenzione e a dare corpo alla canzone, “And I know you came with the travelling show / you started out too young / You can find me back where we used to meet / Now hear me call / from the hall“. Conman Coming apre ad un blues rock convincente che ci fa intravedere una maturità per nulla scontata. Un brano perfetto per la colonna sonora di un film western, “There’s a conman coming / there’s a conman coming / there’s a conman coming down the old railroad“. La successiva Silly Willy è la canzone più orecchiabile dell’album e anche la più immediata anche grazie alla dolcezza che la voce di Monica Heldal sa esprimere, “Silly Willy made a bad choice / he didn’t think twice / Silly Willy made a bad choice / he made a choice on the rolling dice“. Fightin’ Son conferma ancora la passione della cantautrice per la canzone made in USA. Questo brano in particolare si distingue per i suoi tratti scuri e dalla magia che trasmette l’incomparabile voce della Heldal. Una delle canzoni più belle dell’album, “Fightin’ son / with your sword and shield / Fightin’ son / running through the fields to get back home“. Follow You Anywhere è il pezzo più folk delle dieci. Leggera e malinconica, forse un po’ scontata ma molto piacevole da ascoltare, “I guess there’s no place for us now / but I’ll go with you anywhere if you’ll allow me / this town has started to look down upon us now / cause baby you’re no good“. Tape 03 continua sulla stessa strada, con la counseta dolcezza della voce che accompagna una musica altrettanto tale, “And in bad and stone cold weather / My love I’ll shoot for my escape / No fear I’ll piece you together / With thick and black duck tape“. Più seria e rock I Don’t Mind arricchita da un finale quasi esclusivamente musicale che mette in mostra le doti della ragazza e della sua band, “And I don’t mind, I don’t mind / cause in time when the winds howling high / my valentine begins to cry, begins to cry“. Die For You è una canzone che prende spunto da più parti. Un po’ country, un po’ irish folk e tutto funziona alla perfeziona facendone una delle canzoni più belle di questo album nonchè una delle canzoni più originali, “What are those beautiful memories meant to define / that my life was silver and your life was gold / and my life was silver that’s what I’ve been told“. In Flight non ha nulla da invidiare alla precedente anche ad un piglio più pop rock e dallo stile meno marcato, “When the carnival leaves this small town / And everyone’s waving goodbye / Asking you, tell me of the things that you’ve seen / Oh now tell me the stories from places you’ve been“. Chiude Boy From The North un brano dal titolo The Road Not Taken. Un’altra bella canzone che regge per tutti i suoi sei minuti e che dimostra la straordinaria maturità di questa artista nonostante la sua giovane età, “Did you cry like I cried my love / Did you laugh like I do when it’s on time / Did you feel alone but made the best of it / just like I try to do / Still I got hope of how happiness can be“.

Un album incredibilmente piacevole da ascoltare e sorprendente per i ventitre anni della sua autrice. Ai primi ascolti ho temuto che quelle influenze americane così marcate per un’artista europea risultassero un po’ artefatte e cercate, invece appiono naturali e ispirate. Non mi sorprende che la Heldal abbia scelto la lingua inglese per le sue canzoni e non credo si tratti solo di motivi commerciali ma anche dalla necessità di rendere al meglio in questo genere musicale. Forse sarebbe bello sentirla cantare in norvegese ma non credo ci proverà mai. Interessante anche notare la propensione per gli artisti del nord Europa di farsi interpreti delle sonorità nord americane, mi vengono in mente gli svedesi Holmes o le First Aid Kit su tutti. Spesso succede anche il contrario. Monica Heldal si aggiunge a quegli artisti che portano un po’ di USA nel vecchio continente.

Achillea e menta

Prima di scrivere questo post non ero a conoscenza di un fatto. Era da diverso tempo che volevo acquistare e ascoltare l’album di The Weather Station, All Of It Was Mine. Insieme agli album degli Holmes, è sempre stato nella mia wishlist di Bandcamp. Solo di recente ho ascotato per intero questo album della cantautrice canadese Tamara Lindeman senza sapere una cosa. Tamara Lindeman non è solo una cantautrice ma anche un’attrice. Ha recitato in film di successo (ad esempio Shall We Dance?) e io semplicemente non lo sapevo. Per me è sempre stata la ragazza con i capelli biondi sulla copertina dell’album. Oggi cercando qualche informazione in più su di lei per questo post ho scoperto dell’altra occupazione. Bisogna aggiungere che Tamara Lindeman è però conosciuta nel mondo del cinema con il nome di Tamara Hope, la tal cosa all’inizio mi ha creato un po’ di confusione. Devo essere sincero che ho guardato un po’ di sue foto perchè non riuscivo a capire se fosse la stessa persona. Poi mi sono convinto anche grazie all’aiuto di Wikipedia. Ma a parte questo, io mi sono limitato ad ascoltare l’album.

Tamara Lindeman
Tamara Lindeman

Apre la bellissima Everything I Saw, un classico folk americano che scivola via sulle parole della Lindeman, un canto quasi onomatopeico che rende incredibilmente viva la canzone, “I dug up shattered glass and forgotten plastic trucks and coiled faded twine / and all of it is mine. / My buckling plaster walls, cracks snake and wind, all of it is mine“. Come So Easy è un altro gioiellino folk, delicato e poetico nel quale la cantautrice gioca con la voce. Sembra quasi di vedere un’oziosa giornata di primavera, “Just cause it came so easy like quiet evenings in my kitchen / Just cause it came so easy like little breezes of indecision / Line of ants came crawling through the cracks there in my tiles / Sat there and I watched them as they pillaged in single file“. La successiva Traveller non ci porta lontano ma la voce è più calda e accogliente, quasi magica, “I felt just like a traveler as I went walking up my street/ Every building so familiar but it’s like I never seen em.  There’s the same rows of houses, row on row / I felt just like a stranger as I set my key in the door, and lingered“. Trying sembra essere una una ricerca o meglio, un’attesa, dell’ispirazione, di qualcosa in più, qualcosa di speciale, “Then I’d forget – or have I already forgotten – all that I love as all the strings that pull me start to tauten / I am trying – for what – I can’t place. I am trying for some kind of grace“. Un vago blues-folk per Chip On My Sholder che arriva e se ne va dolcemente anche grazie ad un songwriting efficace e genuino, “Oh I spoke to my sisters and the child of a friend but no promises could I keep / Stay always emboldened and don’t reach for that crown but it’s a want that goes down so deep“. Know It To See It trasforma la voce della Lindeman in una della canzoni più oscure dell’album, un viaggio, una fuga per le strade blues USA, “It’s not love, it’s not cause of love.  It’s not a blessing or a curse, I don’t know what it is.  But I know it to see it, and I know it when I don’t see it.  And I don’t see it in you“. In Yarrow And Mint c’è l’estate. Un estate in mezzo alla natura, una bella estate, “What are you looking for? / Something you never even seen / Better to know all those weeds that ever will grow beneath your feet“. Running Around Asking è il bisogno di trovare una risposta a una domanda, della quale già conosciamo quale sarà, “I went running around asking everybody I know / I already asked my mother and the woman who lives next door / I’ve been running around asking for so long.  I wanted to ask my grandmother, but I couldn’t get past the weather“. Sulla stessa strada, Nobody, che ci fa sentire un po’ di chitarre senza stravolgere nulla, “But you could find yourself down by a lake / About as wide and still as you can take.  With a gladness you just can’t shake / Down by that cold, clear lake“. L’album si chiude con If I’ve Been Fooled che chiude anche un ideale trittico aperto da Running Around Asking, una canzone malinconica e solitaria, “And what if I been fooled? By a story, or a song, or by a memory remembered wrong / It’s gonna take so long to unravel the con, and by then I know that you’ll be gone“.

All Of It Was Mine è un album pieno di immagini famigliari. Un stanza, una cucina e le erbacce che crescono in giardino. Un album che si fa apprezzare subito se siamo disposti ad aprire la nostra mente ai ricordi che suscita. Un album delicato, spesso quasi sussurrato e dall’incedere lento. Un album che ho aspettato di ascoltare per troppo tempo. Ogni giorno è sempre più bello riascoltarlo. Leggetevi i testi per sono davvero belli, dipingono delle scene davvero uniche. Un bell’album, nient’altro da aggiungere.