La zona libera

Nonostante io continui a leggere libri regolarmente, molto meno regolarmente questi trovano spazio su questo blog. Dopo aver terminato le avventure dell’arciere Thomas di Hookton con L’eroe di Poitiers di Bernard Cornwell e attraversato la terra di mezzo con Tolkien e Bilbo ne Lo Hobbit, mi sono infilato nei dedali dei tribunali de Il processo di Kafka. Tre libri molto diversi tra loro ma tutti, per un motivo o per l’altro, mi sono piaciuti. Lo Hobbit mi ha permesso di approfondire la storia e i personaggi dietro a Il Signore degli Anelli tanto da spingermi verso quella che sembra una lettura più difficile de Il Silmarillion. Ma le letture difficili non mi spaventano, anzi mi incuriosiscono. Il processo del buon Kafka lascia un po’ l’amaro in bocca per la sua natura incompiuta ma è così surreale e perfino divertente che merita una seconda lettura.

Ma veniamo al tema della puntata. Finalmente dopo aver lasciato Stephen King un attimo in disparte, sono tornato da lui con un libro che desideravo leggere già da diverso tempo. L’ombra dello scorpione mi ha sempre affascinato a partire dalla trama e i libri belli corposi sono sempre ben accolti. Ma partiamo dal titolo. Dopo aver letto il romanzo non posso credere che i traduttori italiani non abbiano saputo trovare qualcosa di meglio. Certo il titolo originale The Stand era intraducibile ma L’ombra dello scorpione è davvero forzato e anche fuorviante. Di scorpioni ce ne sono ben pochi. A parte questo dettaglio, Stephen King questa volta decide di azzerare, o quasi, l’umanità con un virus influenzale ribattezzato Captain Trips. Per buona parte del romanzo King descrive un mondo che sta candendo a pezzi, nel quale la società di sgretola ad una velocità impressionate. Le autorità minimizzano ma anch’esse vengono spazzate via, lasciando spazio ad una nuova umanità. Ecco che qualcuno se ne approfitta subito, come Randall Flagg (personaggio ricorrente nei romanzi di King anche con nomi diversi) una sorta di signore delle tenebre, Satana in persona o il demone Legione. Flagg è un personaggio ambiguo e inquietante che per buona parte del romanzo si risparmia nelle sue apparizioni. Chi si oppone all’uomo nero è l’anziana Abagail Freemantle chiamata da tutti Mother Abigail. Donna pia, con una grande forza di volontà e saggezza. I personaggi sono destinati a scegliere se stare dalla parte del bene o del male. Tutto qui. King caratterizza i personaggi in modo ossessivo e li rende quasi reali o quantomeno verosimili. Viaggeremo insieme a loro attraversando gli Stati Uniti, soffriremo e gioiremo con loro, che siano cattivi o meno. Ognuno di noi, ne sono convinto, si riconoscerà o almeno proverà simpatia per uno o più personaggi in modo particolare. Il mio è Harold Lauder. Forse l’unico personaggio che è sempre in bilico tra Flagg e Mother Abigail. Per lui ho provato compassione e pietà. A mio parere il personaggio meglio caratterizzato da King, il più umano se vogliamo, anche se un po’ folle. Stephen King oltre a raccontare una storia si cimenta anche in digressioni filosofiche, teologiche e sociali, dimostrando di essere un uomo di cultura o almeno un uomo che si è ben documentato.

Non voglio addentrarmi nella trama e lascio che ve la racconti lo zio Steve, che in questo è nettamente meglio di me. Ma quello che dovete sapere è che ancora una volta che con King quello che conta è il viaggio e non la meta. Ne La Torre Nera mette in guardia il lettore e gli pone una domanda più o meno come questa: sei sicuro di voler sapere come va a finire? Io dico che chi si lamenta del finale de L’ombra dello scorpione ha solo perso tempo a leggere le precedenti novecento pagine. Il finale per me è stato come salutare quel gruppo di amici come Stu, Frannie, Tom, Larry, Nick, Harold compreso. Chiudere il libro e sapere che continueranno a vivere lì dentro, ripetendo la loro storia fintanto che qualcuno abbia la pazienza di leggerla.

Stephen King
Stephen King
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Mezza dozzina

Sei anni. Sono di nuovo qui, su questo blog, dopo sei anni esatti dal primo post. Lo scorso anno è stato un anno nel quale ho ascoltato davvero tanta musica, lasciandomi trasportare dalle sensazioni del momento, senza badare troppo al genere o dalla popolarità dell’artista. È stato anche un anno su Twitter che mi ha permesso di non perdere nessuna nuova uscita e fare nuove conoscenze. Il 2016 però è stato anche l’anno nel quale ho fatto più fatica a tenere aggiornato questo blog. Credo di non aver saltato neanche un weekend, anzi ho pubblicato spesso anche a metà settimana, ma è stato più impegnativo che in passato. Un po’ a causa di qualche impegno di lavoro e a volte anche per una semplice questione di voglia. Ho pensato, ma perchè non ascolto musica semplicemente senza doverne scrivere? Non conosco la risposta ma mi piace farlo e, anche se ci sono momenti nei quali vorrei mollare tutto, ho intenzione di continuare. Ma vediamo un po’ quali sono le curiosità statistiche di questi sei anni.

Il post più visto è La Tartaruga non ci può aiutare, uno dei primi post nel quale scrivevo di It il capolavoro di Stephen King. Buffo come un blog che tratta soprattutto di musica abbia come post più visto uno su un libro! Al secondo posto c’è una recensione recente, Fuori legge, dell’album From The Stillhouse dei Murder Murder. È il post di musica più visto, con grande distacco dal primo in classifica. Il terzo posto spetta a Mal di cuore altra recensione dell’EP Singing & Silence di Rorie, anche questa pubblicata lo scorso anno.
Tra i temini di ricerca più usati per arrivare a questo blog, il più ricercato è “lana del rey“. Seguono “amy macdonald” e “wintersleep hello hum“. Ma la Tartaruga di Stephen King in tutte le sue varianti è la più ricercata.

Ma ci sono alcune ricerche piuttosto divertenti. Qualche esempio? “dove posso scaricare l’ultimo album di amy macdonald 2012” è la classica domada diretta a Mr Google. Non è chiaro avesse intenzioni piratesche o meno. C’è chi è più chiaro in merito: “dove si compra life in a beautiful light“. La curiosa “voglio ascoltare tutte le canzoni che a cantato peter buck“, che oltre a contenere un errore grammaticale, è anche piuttosto vaga. Caro amico, insieme ai R.E.M., Peter Buck non cantava ma da solista ne ha fatto un po’. Quante di preciso non ne ho idea. Ma qualcuno ha ancora dei dubbi, “peter buck canta“. Poi c’è chi cerca canzoni di seconda mano: “aurora aksnes canzone usata“. Quest’altra è un po’ vaga ma efficace, “cantante rossa inglese“. Sarà Florence Welch? Poi c’è l’interessante: “parole che escono da sole“. Non me ne viene in mente nessuna. Tutte in coppia. Una disperata: “believe la cantaurtice di believe“. Mi dispiace ma non la so. Anche io ho fatto una richerca del genere una volta: “quale era la canzone che faceva mmmm mmh mmh“. Questa la so, è Mmm Mmm Mmm Mmm dei Crush Test Dummies. Un po’ confusa la ricerca di: “coeur de pirate la canzone francese con i tatuaggi“. Una canzone con i tatuaggi? Non so come ma anche una ricerca come questa: “come s’intitola la canzone di oggi del stacchetto delle veline” ha portato al mio blog. Non avrà trovato quello che cercava. Il dubbioso: “battute nonsense fanno ridere?“. Dipende, tu ridi? In cerca di conferme chi ha cercato, “l’indie rock sta diventando mainstream“. Problemi con l’inglese: “vorrei ascoltare a month of sathurdei dei r e m” oppure “canzone rem con parole streig wuo oh“, “ho sentito una cazone ritornello fa est see you est see mi” ma peggio chi li ha con l’italiano, “cuando cina avuto 500 milioni di abitanti“. Quest’ultima è una ricerca sensata per il mio blog. Davvero. A voi scoprire il post in cui ne parlo. Una radio con solo Florence + The Machine? Possibile, “in che radio posso ascoltare florence?” ma non a tutti piacerebbe, infatti: “florence welch non mi piace“. Ho letto un paio di libri sui R.E.M. e so quasi tutto su di loro ma questa mi mancava: “rem my losing religion la cantano dei preti“. Addirittura si entra nel mistero, “antichi sacerdoti di culto che cantavano rem my religion“. Qualcuno accusa di plagio Amy Macdonald ma non è sicuro di chi sia la canzone originale, “chi  ha cantato  e suonato per primo ‘life in a beautiful light’ ?“. Ma anche Lovecraft non la racconta giusta: “lovecraft non si è inventato niente“. Qualcun’altro ha le idee ben chiare su cosa cercare: “agnes obel sexy“. Giuro che non so nulla di quello che succede lì dentro: “la camera da letto di miley cyrus“, si insiste: “immagini o famo strano“. Spero sempre che ognuno trovi ciò che cerca, perchè questa è difficile: “per radio circola una canzone tipo scozzese“. Questa poi è ancora più difficile, “ultimamente sento una canzone dei rem“. Fantasie su Lana Del Rey: “lana del rey dorata“, fammi sapere quando trovi qualcosa, anche se ormai lo sanno tutti che “lana del rey rifatta“. Ma soprattutto: “a quanto pagano la lana quest’anno“? Qualcuno chiede una “descrizione oggettiva di dracula“, una fotografia sarebbe l’ideale. Anzi no, i vampiri non vengono nelle foto. Probabilmente la stessa persona ci ha riprovato per un’altra strada: “descrizione oggettiva di un morto“! Questa non l’ho capita: “осенняя фотосессия в парке идеи“. Non è facile ma c’è chi ci riesce: “mi distinguo dalla massa“. “qualcuno conosce la tv marchio obell?“, no mi dispiace. C’è ne anche per Anna Calvi: “anna calvi cosa vuol fare capire con la canzone eliza“, saranno anche affari suoi. Strani personaggi si affacciano in questo blog: “come far venire dal passato. una antenata“. Personaggi anche piuttosto confusi, ““in francese” titolo canzone donna “anno fa” paradise” ma sempre determinati: “canta una canzone in inglese stando seduta“. I London Grammar non piacciono a tutti, c’è chi sa fare di meglio: “la versione bella della canzone hey now dei london grammar“.

Spero abbiate trovato divertente questo “approfondimento” sui termini di ricerca che hanno condotto qui i visitatori in questi sei anni. Per quest’anno prevedo un’interessamento maggiore da parte mia alla musica folk anglosassone e al country americano. Non mancherò le nuove uscite di vecchie conoscenze ma soprattutto non mi darò limiti per quanto rigurda generi e stili. Un altro anno di blog ha inizio e spero, come sempre, di riuscire a tenerlo aggiornato regolarmente. Ne approfitto per condividere il nuovo singolo della band inglese To Kill A King intitolato The Problem Of Evil

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Come la bevanda

Dopo un breve periodo di pausa sono tornato a leggere Stephen King e per farlo ho scelto Il Miglio Verde. Nella mia mente il bel film del 1999 di cui ricordavo poco se non le belle atmosfere anni ’30 e quel gigante nero e buono. Ecco che i protagonisti del romanzo hanno preso, nella mia immaginazione, in tutto e per tutto le sembianze degli attori che li interpretavano nel film. A partire da Paul Edgecombe con il faccione di Tom Hanks, Brutus “Brutal” Howell è la copia di David Morse e il compianto Michael Clarke Duncan è un perfetto John Coffey (Come la bevanda, solo scritto in modo diverso”). Come non dimenticare Doug Hutchison nella parte di Percy Wetmore e il suo acerrimo nemico, Mr.Jingles. Anche se ho vaghi ricordi del film, i suoi attori sono interpreti fedeli dei personaggi del libro di King. Mi piacerebbe ora rivederlo e so che capiterà sicuramente prima o poi che passi in tv.

Il Miglio Verde ha la particolarità di essere stato pensato a puntate, una sfinda per il Re che ha raccolto e ha portato a termine nel migliore dei modi. Il romanzo narra le vicende di Paul Edgecombe che negli anni ’30 lavorava nel braccio della morte del carcere di Cold Mountain, chiamato Miglio Verde a cause del colore del corridoio tra le celle dei condannati. Le premesse sarebbero sufficienti per una storia inquietatante ma King non resite e inserisce particolari sovrannaturali, senza disdegnare quelli macabri. Tutto gira attorno al gigante John Coffey,, accusato di aver ucciso due bambine, e ai suoi poteri. I protagonisti si interrogano sul significato del loro lavoro e sulla reale colpevolezza di Coffey. Troppo buono per essere un assassino e perfino troppo stupido. King ci mostra i condannati come persone, il loro crimine appartiene al passato e il lettore prova una sensazione di pietà per questi personaggi. Un lavoro duro quello di Paul che ricorderà con fatica quei giorni, mettendoli su carta. Infatti King racconta le vicende del Miglio Verde attraverso la mano di un (molto) anziano Paul Edgecombe, che ospite di un ospizio decide di raccontare la sua storia.

Stephen King sa sempre come affrontare i temi più delicati. Sa essere duro e schietto quando serve ma anche dolce e malinconico se necessario. King ci porta indietro nel tempo, ci fa sorgere dubbi, ci disgusta con particolari macabri (l’esecuzione di Eduard Delacroix) e ci affascina (il miracolo di Coffey). Un King in forma, forse un po’ limitato dalla divisione in puntate ma credo che il suo desiderio di riscriverlo per farne un vero romanzo rimarrà tale. Ho finito le parole per elogiare questo scrittore. Se già lo conoscete e lo amate non serve che io lo faccia di nuovo. Se non lo conoscete è il momento di farlo. Mettete da parte preconcetti sul fatto che è un scrittore commerciale o di genere e leggete un suo libro. Il Miglio Verde ad esempio.

Il Miglio Verde

Due piccioni

Era da un po’ di tempo che non pubblicavo qualcosa rigurdo alle mie letture. Non perchè non ho letto nulla ma solo perchè diversi nuovi album usciti quest’anno hanno tenuto impegnato questo blog (e il suo autore) sul fronte musicale. Ma voglio recuperare. Doppia recensione. Una negativa e l’altra positiva. Due libri diversi tra loro in tutto e per tutto. Due recensioni a freddo, gli ho letti mesi fa, ma entrambi hanno lasciato il segno, per due motivi diversi. Ecco perchè ho pensato di unificare le due recensioni. Due piccioni.

Si comincia con quella cattiva che da tempo sostava tra le mie bozze in attesa di questa pubblicazione. Una volta terminato questo romanzo, mi è sorta spontanea una domanda: un libro può davvero far ridere? Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve sembrava poter essere un ottimo esempio di libro divertente, direi comico ma così non è stato, almeno per me. Il bestseller dello svedese Jonas Jonasson è un di quei libri che ti ritrovi sottomano ogni volta che vai in libreria e prima o poi, magari approfittando di uno sconto, finisce che lo compri. Premesso che non vado matto per i libri di questo genere, ero comunque incuriosito. Qualche anno fa lessi Lui è tornato di Timur Vermes anch’esso definito divertente e sì rivelò essere una lettura interessante. Non proprio da morir dal ridere ma divertente sì. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve lo sembrava altrettanto ma invece si è rivelato più noioso del previsto.

Il romanzo racconta di un certo Allan Karlsson che, il giorno del suo centesimo compleanno, decide di scappare dalla casa di riposo nella quale si trova. Da quel momento il poi fa la conoscenza di svariati personaggi che lo accomapagneranno nella sua fuga. La polizia e i giornalisti seguiranno le incredibili tracce che lo strano gruppo si lascerà dietro. Tra un capitolo e l’altro Jonasson racconta la vita di Allan che si fonde con gli avvenimenti storici del ventesimo secolo. Ed è proprio di questi capitoli che è spontaneo rivedere il personaggio di Forrest Gump. Allan è artefice, incosapevolmente, di numerosi fatti che hanno cambiato il corso della storia ma è proprio in qui che Jonasson incespica tra realtà e fantasia. Tutto appare troppo assurdo e alla lunga è una sensazione che stanca il lettore. Tutto può succedere ed è fin troppo scontato che Allan ne esca sempre indenne. La parte ambientata ai nostri giorni è ancora più assurda, alcuni personaggi sono così stupidi da risultare fastidiosi. Il commissario di polizia è sempre un passo indietro e alla fine la fa passare liscia a tutti. Non posso non citare tutti i morti che ci sono in questo libro, che vanno all’altro mondo nei modi più disparati. Lo so, tutto questo dovrebbe essere divertente ma non lo è. I capitoli della vita di Allan, spesso troppo lunghi e raffazonati, rallentano la rocambolesca fuga del centenario. Poi c’è anche il finale che si riduce ad un nulla di fatto.

Hanno realizzato anche un film e forse è più divertente (ne dubito) ma non l’ho visto. Il romanzo mi ha deluso e ho fatto fatica ad arrivare in fondo. Non mi piace lasciare a metà un libro e ho resistito. Forse Jonasson con Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve voleva fare solo un po’ di satirà politica e sociale sul ventesimo e ventunesimo secolo e io non l’ho capita. Sarà che la comicità svedese non è nelle mie corde. Le vicende storiche sono sminuite da battute e situazioni paradossali che si aggrappano con le unghie ai fatti. Lo stile dello scrittore svedese non è così brillante come si vorrebbe per questo genere di libri a mio parere. In definitiva. Il bestseller di Jonasson ha sicuramente divertito tanti lettori ma ne ha annoiati altrettanti e io faccio parte di questi ultimi.

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Meglio dedicarsi a libri migliori, come ad esempio I Pilastri della Terra di Ken Follett. Imponenete romanzo storico pubblicato nel 1989 e considerato un dei capolavori dello scrittore gallese. Essendo ambientato nel medioevo non potevo farmelo mancare nel mio percorso letterario dedicato a questo periodo storico. Se per alcuni i libri che superano le mille pagine sono a tutti gli effetti dei mattoni e quindi da non provare nemmeno a leggere, per me sono motivo di curiosità. Cosa aveva di così interessante Follett da raccontare per riempire mille pagine? L’unico modo per scoprirlo è leggerlo o andare su wikipedia. Io l’ho letto.

I Pilastri della Terra narrano le vicessitudini di diversi personaggi che si scambiano il ruolo di protagonista nell’Inghilterra medievale, esattamente tra il 1120 e 1174. Al centro c’è la costruzione della cattedrale di Kingsbridge e il priore Philp. Si può dire che i personaggi di questo romanzo si possono dividere in due categorie i buoni e i cattivi. I buoni sono guidati dal priore Philip e ne fanno parte Tom il costruttore e la sua famiglia, il suo figlioccio Jack e la bella Aliena. Dall’altra parte il violento William Hamleigh e il perfido vescovo Waleran Bigod e il loro seguito. Alcuni passano da una parte all’altra mossi dall’avidità o solo perchè gli conviene. Per tutta la durata del romanzo queste due fazioni si scontrano tra inganni, vendette e violenze. A volte c’è giustizia, altre volte no. Ma c’è sempre una sorta di giustizia divina che rimette tutto a posto, non senza qualche sacrificio. La fantasia si mescola alla storia, soprattutto nel finale. Mille pagine che volano via senza particolari rallentamenti e non è affatto facile riuscirci ma stiamo parlando pur sempre di Ken Follett. Forse l’unica parte poco convincente è il viaggio di Aliena in Europa alla ricerca di Jack. Mi è parso un po’ troppo semplice. Inghilterra, Spagna e Francia attraversate senza particolari problemi con un neonato al seguito. Da sola. Nel medioevo. L’unica parte che mi ha lasciato un po’ perplesso.

Si tratta del primo romanzo di Ken Follett e devo dire che non ho incontrato particolari difficoltà ad affrontarlo. Un vero autore di bestsellers che sa come tenere incollato il lettore alla storia. I Pilastri della Terra è il primo di quella che dovrebbe essere una trilogia e  il secondo è Mondo Senza Fine. Leggerò anche quest’ultimo ma non subito. Ho altri libri ad attendermi. Stephen King, ad esempio, ma soprattutto ho messo finalmente le mani su una raccolta di tutti (tutti) i racconti di Edgar Allan Poe. Non sopportavo l’idea di averne letti molti ma non tutti. Il Maestro merita un approfondimento. Sto arrivando, caro vecchio Ed.

Lunghi giorni e piacevoli notti

Ho aperto l’ultima porta. Quella in cima alla Torre. Ebbene sì, sono arrivato in fondo alla saga della Torre Nera di Stephen King. L’ultima volta che ne avevo scritto su questo blog ero giunto al quinto libro intitolato, I Lupi Del Calla. Seguono nell’ordine La Canzone Di Susannah e La Torre Nera. Anche se da qui in poi c’è pericolo spoilers, non voglio anticipare nulla della trama e tanto meno del finale ma questo viaggio insieme a Roland, Jake, Eddie, Susannah e Oy è stato straordinario. Perchè come lo stesso King ci ricorda, prima di concludere, che il viaggio è più importante della meta. Infatti l’autore ferma il lettore, avidamente interessato solo al finale, e lo avvisa: il finale non è mai abbastanza bello perchè si tratta pur sempre di un addio. Il finale è senza dubbio originale e risponde a molte domande ma al di là di come va a finire questo viaggio verso la Torre è stato, ancora una volta, straordinario. Affezionarsi ai personaggi creati da King è sempre facile e se poi questi personaggi ci accompagnano per sette libri diventa difficile separsene. Io non so quanti autori possano vantarsi di essere un personaggi di una loro opera ma è sicuro che lo Zio Steve è tra questi. Ha un ruolo importante ed è curioso leggere come descrive sè stesso. King è narratore e personaggio allo stesso tempo, non semplice creatore di una storia. Mescola sapientemente realtà e fantasia mettendo al centro l’incidente che lo ha colpito nel 1999. Se solo King non fosse un autore di romanzi di fantasia, noi ingenui lettori potremmo prendere tutto per vero.

Ho letto qualche critica rigurdo al finale, soprattutto per l’ultimo scontro tra Roland e il Re Rosso. Anche io ho provato un po’ di delusione nel vedere il Re Rosso, tanto pazzo quanto pericoloso, relegato in fondo al romanzo, quasi impotente di fronte a Roland. Così come la fine del mitico Walter O’Dim (aka Randall Flagg aka L’Uomo In Nero) che viene fatto fuori (sempre ammesso che sia morto) “senza se e senza ma” da Mordred. La tal cosa ci fa pensare a quanto possa essere pericoloso il Dan-Tete per il ka-tet di Roland. Ma in realtà la suo ruolo è sì importante ma non così determinante ai fini della storia. Insomma i due supercattivi si sgonfiano un po’ nel finale ma forse il motivo è da cercare in quel bisogno di King di chiudere la saga prima che fosse troppo tardi. Infatti non ha esitato a riaprirla alla prima occasione con La Leggenda Del Vento pubblicato nel 2012. Se c’è una cosa che noi fans del Re sappiamo è che il nostro non è un maestro dei finali e credo che ne sia coscente anche lui. La Torre Nera vuole essere lo scrigno del modo kingniano, fatto dalla sua fantasia e quella di altri ed è dunque ovvio che rispecchi i pregi e difetti di questo autore. Forse a volte in questa serie King ha usato qualche scappatoia o trovata magica per uscire da alcune situazioni complesse ma tutto è perdonato. Non sono d’accordo con chi ritiene che King si sia imbarcato in un impresa più grande di lui. Chi dice queste cose è uno di quei lettori che King ammonisce negli ultimi capitoli, ovvero i lettori avidi di finali.

Conclusa questa serie (mi manca l’approfondimento de La Leggenda Del Vento) posso dire che La Sfera Del Buio è il libro che ricordo meglio e il più appassionante. Nel frattempo sto leggendo a ritmi molto blandi la serie a fumetti in lingua originale, che racconta la storia in ordine cronologico e non seguendo la saga letteraria. Finora ho apprezzato molto la resa grafica e artistica dei racconti di King. Ora potrò dedicarmi ad altre opere del Re, sopratutto L’Ombra Dello Scorpione anche se ho messo gli occhi su altri libri. Prima mi prendo una pausa dai suoi romanzi ma so che non durerà a lungo.

Stephen King
Stephen King

Intermission

A volte mi sono chiesto perchè mi ritrovo sempre a scrivere di musica o di libri su questo blog. Dallo scorso anno sto pensando a qualche nuovo tipo di post. Di cos’altro potrei scrivere? Non mi sono stancato, e nemmeno credo mai mi stancherò, di ascoltare musica e di leggere libri. Non ho iniziato questo blog con lo scopo di scrivere di me stesso ma in questo momento non posso nascondere di farlo. Mi sono trovato a pensare a ciò che mi piace fare e a quello che sono. Mi sono ritrovato davanti a cose diverse tra loro e idee interessanti ma non credo di avere il tempo di pensarci o forse mi manca solo un po’ di voglia. Ho anche pensato ad un blog divertente, po’ cattivo e ironico. Un blog parallelo a questo. Poi ci ho ripensato o forse ho solo messo da parte l’idea. Il fatto è che questo blog è un appuntamento settimanale, praticamente fisso, ormai da più di quattro anni. Non è sempre facile trovare il tempo necessario per scrivere. Questa volta è una di quelle volte che mi sarebbe piaciuto scrivere d’altro. Non ho ancora ascoltato abbastanza il nuovo Tied To The Moon di Rachel Sermanni per farne una recensione e non ho ancora finito l’ultimo libro della Torre Nera di Stephen King. Quindi per il momento non ho nulla di nuovo da scrivere. Ho in lista un paio di album interessanti, uno dei quali recuperato tra quelli pubblicati lo scorso anno. Ogni giorno mi segno qualcosa da ascoltare di nuovo ma ci sono un paio di album che attendo da parecchio tempo. Il nuovo dei Wintersleep dovrebbe venire annunciato questo autunno e nella migliore delle ipotesi, uscire entro l’anno. Il quarto album di Amy Macdonald invece è pronto ma ancora da registrare e la ragazza se la sta prendendo comoda.

Lasciatemi aprire una parentesi a riguardo. Più passa il tempo e più sembra strano che una casa discografica come quella della Macdonald sia disposta ad aspettare quattro anni tra un album e l’altro. Amy è una giovane cantautrice di successo ma non è certo una star. Mi domando se può permettersi una pausa così lunga. Lei si giustifica dicendo che viene da un lungo tour e in questo momento si sta godendo la vita. A chi non piacerebbe prendersi un anno di pausa dal lavoro o dagli studi? Evidentemente lei se lo può permettere. Io resto dell’idea che qualsiasi artista giovane debba sfruttare i primi anni della sua carriera. Un album ogni due anni è una buona media. Prendo sempre come esempio la carriera dei R.E.M. che dal 1982 al 1988 pubblicarono un album all’anno. Poi rallentarono il ritmo arrivando ad una pausa di quattro anni solo tra il 2004 e il 2008 che coincide con il momento più basso della loro parabola. La loro storia si è conclusa con un quindici album pubblicati in trent’anni. Un album ogni due anni. Un’altro esempio viene dalla band britannica Editors che hanno fatto una pausa di quattro anni tra il 2009 e il 2013, durante la quale c’è stato un cambio di formazione. Ma quest’anno, il 2 Ottobre, sono pronti a pubblicare il quinto album In Dream, a distanza di due anni dall’ultimo. Per non citare Laura Marling che a soli venticinque anni ha gia cinque album alle spalle. In sostanza, da fan di Amy quale sono, mi sarebbe piaciuto ascoltare questo quarto lavoro addirittura lo scorso anno, a due anni esatti dall’ultimo Life In A Beautiful Light del 2012. Avevo sperato per questo anno e invece no. Ci sarà da aspettare. Addirittura le registrazioni potrebbero iniziare nei primi mesi del 2016. Questo significherebbe che tra un anno potremmo sperare di ascoltare l’album. E se fosse tutta una montatura? Ne dubito. Ma allora perchè non me la prendo anche con i Wintersleep? Anche loro hanno fatto l’ultimo album nel 2012 e sono lì lì per pubblicarlo nel 2016. Semplicemente il loro caso mi sembra diverso. Hanno un altro pubblico e poi il loro album è praticamente finito. Erano già pronti ad annunciarlo questo inverno, hanno avuto qualche intoppo, tutto qui. Nessuna pausa. Quello che spero è che questa attesa di quattro anni si ben spesa da parte di Amy Macdonald e che non deluda le aspettative di noi fan. Chiusa parentesi.

Quanto scritto qui sopra va inteso coma una sorta di sfogo estivo, nient’altro. Nel frattempo mi troverò altro da ascoltare come ho fatto finora. Nel frattempo devo trovare anche qualche altro argomento per questo blog. Ho dei dubbi che riuscirò a scrivere altro di ugualmente interessante o per meglio dire, che io riesca a scrivere di altro in modo altrettanto interessante. A dire la verità mi piace il basket, più correttamente basketball, o ancora meglio in italiano, pallacanestro. Ormai seguo questo sport da dieci anni ed è l’unico sport che mi piace. Il calcio è semplicemente noioso. Ma riuscirei a scrivere articoli di pallacanestro? No. Non voglio nemmeno farlo. Temo che continuerò a scrivere di musica e libri, per ora. Perchè farlo mi piace e con questo blog mi sono tolto delle piccole soddisfazioni nel corso di questi anni. Intermission significa intervallo. Questo post è una pausa ricreativa, dopotutto siamo ad Agosto e le ferie ci vogliono. Poi si ricomincia. Ho rubato il titolo ad un brano di Cœur de pirate e mi faccio perdonare permettendo a tutti di ascoltarlo qui sotto.

Africa

Eccomi di nuovo ad aver terminato l’ennesimo romanzo di Stephen King. Questa volta è stato il turno di Misery. Un classico del Re. Premetto che non ho mai visto il film tratto dal libro e da quanto ho capito è altrettanto spaventoso. Se capiterà l’occasione, vedrò anche il film. La storia racconta di uno scrittore, tale Paul Sheldon, famoso soprattutto per un serie di romanzi con protagonisti Misery e le sue avventure romantiche. Stanco del personaggio e con il bisogno di scrivere qualcosa di più impegnato, Sheldon decide di far morire Misery nel suo ultimo romanzo Il figlio di Misery. Quanlche tempo dopo però, lo scrittore rimane vittima di un incidente stradale in pieno inverno. A soccorrerlo ci sarà l’ex infermiera Annie Wilkes, una sua adorante fan. Annie si occuperà di Paul con l’intenzione rimettere in sesto le sue gambe dopo l’incidente ma qualcosa cambia dopo che scoprirà che lo scrittore ha ucciso la sua eronia preferita Misery. Annie si rivela una pazza e obbliga Paul Sheldon a scrivere un romanzo solo per lei nel quale far tornare in vita Misery, senza imbrogli.

Queste sono le premesse e raccontare il resto della trama sarebbe troppo per chi non ha letto il libro. Questo romanzo è uno dei più spaventosi di King che abbia mai letto. C’è una tensione costante grazie ad un personaggio imprevedibile come Annie Wilkes che viene spezzata ogni tanto quando King decide di riportare alcune pagine de Il ritorno di Misery il romanzo che Sheldon sta scrivendo per lei. Non nascondo che negli attimi che precedono la resa dei conti tra Annie e Paul sentivo il cuore che batteva più forte. Molto raramente mi è successo con un libro. King ci è riuscito. Non finirò mai di ringraziarlo anche per le sue frasi geniali, i suoi espedienti narrativi che in parte ci vengono rivelati dalle parole del collega protagonista suo malgrado. Inevitabile è infatti cercare in Paul Sheldon l’immagine di Stephen King. Non è un libro lungo, come spesso capita con i romanzi del Re, e non ci sono le classice sue divagazioni. Tutto si concentra sulle brutte avventure di Sheldon e sui suoi pensieri sempre più condizionati dalla convivenza forzata con Annie.

Un romanzo da leggere tutto d’un fiato nel quale non ci sono dei veri e propri colpi di scena, se non nel finale. A tratti crudo e inverosimile ma non impossibile. Finiremo per avere paura di Annie e non la sopporteremo già più passata la metà della storia. Uno dei King migliori privo forse della sua componente più dolce e emotiva ma dannatamente cattivo e ossessivo. Se state cercando di disintossicarvi da King non è questo il libro che dovreste leggere e io non riesco ad uscirne.