In fondo al pozzo

Ci sono canzoni o interi album in grado di isolarci, anche solo per un’attimo, dalla realtà che ci circonda. Forse è proprio questo il motivo che ascoltare musica è un piacere. Basta anche una sola canzone per riuscire a scappare lontano, percorrendo chilometri o attraversando l’oceano. C’è chi accorcia le distanze, portando un po’ di USA qui in Europa. Uno di questi nomi, che ho scoperto solo di recente, è quello di Janne Hea, cantautrice country fok norvegese e il suo album d’esordio Wishing Well del 2014. Una sola canzone intitolata Olso, è bastata per rapirmi e portarmi lontano. Curiosamente, senza che fosse mia intenzione, questo è il mio terzo post consecutivo che riguarda una cantautrice norvegese. Sara un caso?

Janne Hea
Janne Hea

Apre l’album la bella Katie, ballata country folk di forte impatto. Subito si fa strada la voce calda della Hea, impossibile rimanere indifferenti. Non poteva esserci inizio migliore di questo, “I grew up in this little town / In the outskirts of Oslo / Grab my little chicken legs around / And nearly on at the age of three / I met the girl who’s the world to me / we were meant to be my sweet Katie“. La title track Wishing Well è un’altra straordinaria ballata dove anche la musica che accompagna la voce è stata curata nei dettagli. Janne Hea mette in mostra il talento suo e della sua band, “I hear an echo of a whisper in the street / and the voice is softly calling out my name / and it is making me yearn for younger days / finding my way through this god damn maze“. La cupa Dust fa leva sulla voce, che risuona solitaria nel deserto. Sembra di vedere la polvere alzarsi nell’aria e disperdersi. Janne Hea fa ancora centro e non resta che ascoltare. Segue la bella Father dedicata al padre dal quale ha ereditato al passione per la musica. Testo semplice ma sincero che arriva dritto al cuore. Un canzone da ascoltare e riascoltare, “My father and me / It’s a quiet conversation / In the pretty melody / My father and me / Two strangers out of tune / In their insecurity“. Un’altra bellissima ballata è senza dubbio Dogwood. Traspare dalla parole e dalla musica un senso di abbandono e libertà. Una libertà selvaggia, un richiamo irresistibile, “I’ve been sleeping at the station / I’ve been sleeping here again / I can still hear the whistles from those passing trains / My mama told me / I could come on back home / But I feel better sleeping out here in the rain“. Più oscura è Time ma la calda voce delle Hea rischiara l’animo. Anche questa volta bastano pochi ingredienti che tutto gira alla perfezione. L’effetto nostalgia è assicurato. La malinconia invece è la protagonista della bella Oslo. Janne Hea sembra tirare fuori ballate senza sosta, una migliore dell’altra, tutte straordinarie nel loro stile classico e semplice. Si chiude con Wrong questo viaggio che ci riconduce in quei territori nei quali solo la musica ci sa portare. Un vero peccato che questa sia l’ultima canzone ma basta ricominciare per tornare indietro là dove abbiamo iniziato.

Tutto il fascino di questo Wishing Well sta nella voce della sua interprete e autrice Janne Hea. Una voce calda che ha un effetto calmante, come una voce materna. Un album immediato, non tanto perchè orecchiabile, ma piuttosto perchè è impostato su un country folk classico e immortale. Tutte le canzoni meritano un ascolto, nessuna esclusa. Tutte vi porteranno altrove, là dove tutto gira per il verso giusto o per lo meno c’è qualcuno come Jenne Hea che ve lo fa credere.

Terre lontane

Sotto il nome di Bear’s Den si nascondono tre barbuti ragazzotti londinesi. Nonostante il loro album d’esordio Islands risale allo scorso Ottobre solo questa estate ho ceduto al suo ascolto. Ho sempre tentennato di fronte a loro, con il dubbio di trovarmi davanti a qualcosa di simile ai Mumford & Sons. Quest’ultimi hanno tutte le carte in regola per far breccia nell’olimpo della mia musica ma per un motivo o per l’altro non sono mai riuscito a digerirli del tutto. Ecco spiegato perchè i Bear’s Den se ne sono stati li a decantare per qualche mese. L’estate è un buon momento per buttarsi e Islands è finito tra i miei “dischi dell’estate”. Agape è la canzone che mi ha riportato sulle loro tracce ma l’ascolto dell’album ha rivelato altre ottime canzoni. Sono partito un po’ prevenuto nell’ascoltare Islands ma i tre ragazzi hanno saputo convincermi canzone dopo canzone.

Bear's Den
Bear’s Den

Si parte proprio con Agape, accorata canzone d’amore che fa sussultare anche gli animi più freddi. Andrew Davie, Kevin Jones e Joey Haynes creano sapientemente un’atmosfera pop-rock che si fa subito amare. Finirete per tenere il tempo canticchiando il ritornello, “For I’m so scared of losing you / and I don’t know what I can do about it / About it / So tell me how long love before you go / and leave me here on my own / I know it / I don’t want to know who I am without you“. The Love We Stole è un pop folk corale e di sicuro effetto. I Bear’s Den vanno sul sicuro premendo forse troppo sul tasto del effetto epico ma è solo questione di gusti, “Hey love can’t you hear me calling / Hey love, things keep falling / Hey love can’t you hear me calling / Hey love, things keep falling / The love that we stole / The love that we stole“. Above The Clouds Of Pompeii è il singolo di punta e lo è per una buona ragione. Una dolce ballata malinconica da sapore folk che i tre sanno caratterizzare con un tratto unico. Questa volta è tutto perfetto e non c’è nulla da segnalare, “We built our home out on the slopes / Pompeii beneath, she lay above / How she haunted our home / How she haunted our home“. La successiva Isaac è una solitaria ballata per banjo. Qui può saltar fuori qualche paragone con i primi Mumford & Sons ma per qualche ragione continuo a preferire i Bear’s Den. L’interpretazione è intima e la musica essenziale quanto basta per rendere questa canzone una bella canzone, “Isaac will you never learn / That a father’s love must be earned / Or your mother need not learn / Isaac I have never seen you look so afraid / With your head pressed so hard against the stone“. Sempre a segno anche con la malinconica Think Of England. Ha l’odore della carta di un vecchio libro rimasto per decenni in soffitta, per intenderci. Forse un con una musica più scarna ci averebbe guadagnato ma è bella anche così com’è, “You’re not drinking as much as you used to / I’m same old, same old / And all those fires that died in our bedroom / I was out fetching wood / Do you lie back and think of England / Do you lie back“. Magdalene è perfetta sotto ogni aspetto. Semplice, un bel testo e con un ritornello da canticchiare. Non si può chiedere di meglio, l’interpretazione cresce secondo dopo secondo e ci trascina via, “So sing a song, for the daughters of Magdalene / All smothered neath the white linen / If Mary knew how she was being used, / So misconstrued, how you were being used“. When You Break vira verso qualcosa di più moderno e meno folk. Il risultato è che la canzone stenta a decollare. I tre ragazzi forse cercavano qualcosa che però sembra non abbiano trovato. Un mezzo passaggio a vuoto spalmato per quasi cinque minuti, “Tell me another beautiful lie / Tell me everything I want to hear / Won’t you lay here by my side? / I want to fuck away all my fear“. I Bear’s Den si rimettono subito in carreggiata con la bella Stubborn Beast. Questa canzone ha il marchio di fabbrica del gruppo, ritmo e melodia fuse insieme per ricercare quella frase o ritornello che si pianta in testa, “But those letters / They’re all strewn across your bedroom floor / Such beautiful words / But you just can’t remember who they’re for / By your window there’s a picture filled with strangers / Always looking down on you“. L’altro singolo Elysium è un’altra bella canzone. Da canzoni come questa si comprende il talento di questa band e il perchè il loro esordio non è passato inosservato, “Oh but your eyes are wider than mine / And help me to sleep / I just hope that age does not erase / All that you see / Don’t let bitterness become you / Your only hopes are all within you“. Chiude Bad Blood, ballata solitaria che regala qualche brivido. Un bel modo per concludere e congedarci da questo tra ragazzi che per tre quarti d’ora ci hanno portato su altre isole, lontano da qui, “Forgive me for I am not acting myself / But these bees in my breath have to come out / Well you give me no reason to doubt your word / But I still somehow still have my reasons / And I’m sorry I don’t mean to scare you at all / I’m just trying to drain all this bad blood / All this bad blood“.

La prima cosa che si può notare ascoltando per la prima volta questo album è quanto sia facile ricordare alcune parti delle sue canzoni. C’è sempre qualche passaggio, non necessariamente il ritornello, che batte in testa per giorni. La capacità di scrivere canzoni dei Bear’s Den è da invidiare soprattutto per i loro testi mai banali e le melodie. Non sempre però riescono a resistere alla tentazione di portare tutto ad un livello superiore, raggiungere quell’epicità tanto agognata da parecchi artisti. Per raggiungerla non basta però alzare i decibel e infarcire la canzone con archi e fiati ma serve innanzi tutto avere una buona canzone. I Bear’s Den lo sanno bene ed è per questo che non ci hanno provato spesso. Questo Islands non mi fa gridare al miracolo come sembrava facessero alcune recensioni ma è un ottimo esordio, la nascita di una band che deve forse ancora trovare la sua strada ma che potrebbe trovare quella giusta.

Il lato positivo

Questo album è rimasto per un po’ in lista d’attesa dopo che lo scorso Aprile avevo postato su questo blog la recensione di The Lion’s Roar. Pochi mesi dopo le svedesi First Aid Kit hanno dato alla luce il loro terzo album, intolato Stay Gold. Non ho voluto bruciare i tempi e ho atteso un po’ prima di concedere un ascolto al recente lavoro delle sorelle Söderberg. In questo anno intercorso tra i due miei ascolti, ho letto qualche recesione di Stay Gold, senza trovarene nessuna particolarmente negativa. Come ho già avuto modo di scrivere tempo fa, non do molto peso alle recesioni che vogliono fare una fredda disamina tecnica dell’album piuttosto che illustrarne i contenuti e le atmosfere. Ho notato, nelle prime, la particolare sottolineatura del loro passaggio ad una major discografica, quasi fosse un peccato. Se le recesioni comunque sono positive un ascolto sono disposto a concederlo sempre soprattutto quando si tratta di un duo come le First Aid Kit

First Aid Kit
First Aid Kit

Si comincia con My Silver Lining che è la dimostrazione che le due ragazze ricominciano là dove avevano finito, ovvero dal country folk americano. Ritroviamo anche la voce squillante e inconfondibile di Klara, accompagnata dalla sorella Johanna. Nulla sembra essere cambiato, “I hear a voice calling / Calling out for me / These shackles I’ve made in an attempt to be free / Be it for reason, be it for love / I won’t take the easy road“. La successiva Master Pretender è il primo passo verso un pop folk accattivante che caratterizzerà il corso dell’album. Una canzone tra le più belle che si fa ricordare per il suo ritornello e per la musica trascinante, “I always thought that you’d be here / But shit gets fucked up and people just disappear / So honey, now, don’t be mad / Time has told me it can’t be that bad  / And if it is, well, big goddamn but I’ll stick around“. La titletrack Stay Gold funziona come singolo ma forse è un po’ debole per dare il suo nome all’album, che contiene brani che le sono sicuramente superiori, “What if to love and be loved is not enough? / What if I fall and can’t bear to get up? / Oh, I wish, for once, we could stay gold / We could stay gold“. Cedar Lane è una bella ballata in perfetto stile Fist Aid Kit. Le due voci si mescolano alla perfezione cullandoci in melodie luminose e sognanti, “Now I see us walking down Cedar Lane / Slow in the sunshine fast in the rain / Time moved so swiftly all of those days / I still remember how you used to say / Something good will come out of this“. La successiva Shattered & Hollow si affida alla straordinaria voce di Klara, tutto gira intorno a lei. Questa canzone potrebbe essere perfetta per Florence Welch, soprattutto nel ritornello, “We are going to get out of here / Run from all the fears / Follow what we once held dear / When will we get out of here?“. The Bell è il brano che preferisco di tutto l’album nonostante non sia oggettivamente tra i migliori. Il finale è così intenso e magico che strappa un brivido, “I tried hard to be brave / I tried hard not to be afraid / But trying wasn’t enough / I’m sorry, I’m sorry / Can you hear the bell? / Can you hear the bell? / The bell, the bell“. Waitress Song rappresenta forse più di altre il segno dell’avvenuta maturazione artistica delle due sorelle. Una canzone che è quasi un racconto di una donna che cambia vita, “I could move to a small town / And become a waitress / Say my name was Stacy / And I was figuring things out“. Si potrebbe dire altrettanto di Fleeting One. Incredibile come le sorelle Söderberg abbiano sempre un asso nella manica, uno dopo l’altro, “I don’t know where I’m going / But no one is coming with me / I won’t give up chasing love, son / Here I go, look at me run / Here I go / Look at me run / Here I go / Look at me run“. Heaven Knows ha un inizio pacato ma poi esplode in un acceso country folk che ricorda King Of The World dal loro precedente album. Serviva un po’ di gioia sincera. Una bella canzone che fa sorridere, perchè le First Aid Kit sanno fare anche questo, “But heaven knows, knows / That you’re lying / As far as heaven goes, heaven goes / I just stopped trying“. A Long Time Ago chiude l’album nei migliore dei modi. Un’altra splendida ballata, solitaria e malinconica canzone d’amore, “I could’ve been / So many things / But it would never be enough for you / I was the one / You counted on / But I was never the one for you / Now I know / I lost you a long time ago“.

Mentre il precedente The Lion’s Roar aveva picchi altissimi e alcuni pezzi poco convincenti, questo Stay Gold distribuisce meglio la qualità su tutti i suoi brani. Non c’è una canzone che fa gridare al miracolo ed è difficile scegliere quale sia la migliore. Quello che è sicuro è che le First Aid Kit hanno creato un naturale seguito al loro secondo album, seppur rinunciando spesso a quelle sonorità folk americane che le hanno caratterizzate. Rispetto al passato c’è più pop ma di quello buono, che dimostra che Klara e Johanna hanno talento da vendere. Credevo che sarebbe stato un album spartiacque della loro carriera ma in realtà non lo è. Si tratta di una conferma che, personalmente, mi ha convinto di più di The Lion’s Roar. Un album molto bello e vario da non farsi scappare, adatto a chi vuole conoscere le First Aid Kit per la prima volta.

Nessun testimone

Angel Olsen è uno di quei nomi che prima o poi mi ritrovo davanti mentre cerco qualcosa da ascoltare. Recentemente ha dato alle stampe la versione deluxe del suo secondo album, intitolato Burn Your Fire For No Witness. Questo album è stato da molti riconosciuto come uno dei migliori del 2014 nonostante qualche perplessità di alcuni. Data l’insistenza con la quale Angel Olsen appariva ovunque mi sono deciso di ascoltare questo Burn Your Fire For No Witness approfittando, appunto, della versione deluxe. La svolta decisiva c’è stata, quando ho ascoltato il singolo Windows che traghettava la nuova veste dell’album. Non nego che qualche perplessità l’ho avuta anche io prima di ascoltarlo ma questo genere di cose, nel mio caso, tendono a dissolversi abbastanza velocemente.

Angel Olsen
Angel Olsen

Unfucktheworld ci introduce nelle atmosfere affascinanti e un po’ lacrimose della musica della Olsen. La sua voce distorta ci accopagnerà per quasi tutto l’album, “I wanted nothing but for this to be the end / For this to never be a tied and empty hand / If all the trouble in my heart would only mend / I lost my dream I lost my reason all again“. Forgiven/Forgotten cambia subito registro. Un punk-rock addolcito dalla voce della cantautrice che con due canzoni in poco più di quattro minuti ci spiega quali saranno le due facce di quest’opera, “All is forgiven / Always you are forgiven / If there’s one thing I fear / If there’s one thing I fear / It’s knowing you round / So close but not here“. La successiva Hi-Five è uno dei singoli di punta. Un canzone dal sapore anni ’70, che può confondere ai primi ascolti ma si rivela essere uno dei brani più orecchiabili, “I feel so lonesome, I could cry / But instead of that time / Sitting lonely with somebody, lonely dude / Well, there’s nothing in the world I’d rather do“. I veri pezzi da novanta cominciano con White Fire. Triste, lenta e profondamente malinconica, questa canzone si insinua nei più profondi anfratti della nonstra memoria e ne estrae senzazioni che possono essere constrastanti. Ascoltata al momento giusto è da brividi, “Everything is tragic / It all just falls apart / But when I look into your eyes / It pieces up my heart“. High & Wild ci riporta sulla terra, in un turbinio di chitarre e parole. La Olsen cuce tutto alla perfezione e non si può fare altro che rimanere incantati ad ascoltarla, “I wait for this to pass / For us to both say at last / On this dark and narrow path / The sun is shining and we remember what it is we’re living for / I’m neither innocent or wise when you look me in the eyes / You might as well be blind“. Il tempo di riprendersi e infila un altro gran pezzo come Lights Out. Vi verrà spontaneo canticchiarlo. La sua spontaneità e apparente linearità sono il segreto di questa bella canzone che mette in mostra anche le doti da chitarrista della Olsen, “If you don’t believe me you can go ahead and laugh / If you’ve got a sense of humor you’re not so bad / No one’s gonna hear it the same as it’s said / No one’s gonna listen to it straight from your head“. Stars è l’emblema di quelle atmosfere lacrimose citate in precedenza. Il ritornello è uno dei più belli dell’album sempre sorretto dalle sempre presenti chitarre, “To scream the animals to scream the earth / To scream the stars out of our universe / To scream at all back into nothingness / To scream the feeling til there’s nothing left / To scream the feeling til there’s nothing left“. Cantilenante e affascinante la successiva Iota. Una canzone dalle atmosfere vintage che sembrano uscire da un vecchio giradischi impolverato. Più si va avanti in questo album e più ci si sorprende della sua varietà, “If only all our dreams were coming true / Maybe there’d be some time for me and you / If only all the world could sing along / In perfect rhythm to the perfect song“. Dance Slow Decades non è da meno, crescendo istante dopo istante, “I can see you dancing / If you’d just take the step / You might still have it in you / Give yourself the benefit / And dance slow decades / Toward the sun / Even when you’re the only one“. Chiude l’album, in versione standard, la lunga Enemy. Una solitaria Olsen sembra sussurrarci nell’orecchio la sua canzone e ancora una volta non si può fare a meno di restarne rapiti, “Sometimes our enemies / Are closer than we think / Sometimes the ones we trust / May have to give up listening“. La prima delle tracce bonus è la straordinaria Windows. La voce della Olsen è a tratti vicina e lontana, una voce in cerca di redenzione, “Won’t you open a window sometime / What’s so wrong with the light / What’s so wrong with the light / Wind in your hair, sun in your eyes / Light / Light“. Si aggiungono White Water, che riporta la Olsen verso il rock sentito all’inizio di questo album, e la dolce ma pur sempre lacrimosa All Right Now. Segue Only With You d’altri tempi e May As Well che propone un inedito folk cantautorale di tutto rispetto. La Olsen ci prova anche con il country di Endless Road, trasformandosi per l’ennesima volta in questo album e portando a termine la missione.

Quello che questo album dimostra è la quasi assenza di limiti di Angel Olsen di scrivere musica. Spazia da un genere all’altro senza apparente difficoltà. Un album frutto di un lavoro intenso ma breve che si rispecchia nella sua coerenza. Tale coerenza non è scontata data la varietà di generi e stili che formano questo Burn Your Fire For No Witness. Non è facile, se non impossibile inquadrare Angel Olsen come artista. A volte è l’immagine della cantautrice acqua e sapone, un’altra quella della rocker depressa e altre ancora quella di un’interprete nostalgica. Un album vario che rende al massimo se ascoltato per intero piuttosto che facendolo separatamente canzone per canzone. Forse non a tutti può piacere la varieta di musica che Angel Olsen propone ma personalmente io lo ritengo un valore aggiunto e questo album si è rivelato al di sopra di ogni mia aspettativa.

Taxi notturno

All’incirca un anno fa ascoltai il primo album degli Augustines, Rise Ye Sunken Ships del 2011, quando già era stato pubblicato il secondo intitolato Augustines. Anche in quell’occasione non mancai di sottolineare le curiosità rigurdanti il loro nome. Infatti il loro primo album fu pubblicato con sotto il nome We Are Augustines, scelto per evitare l’omonimia con un’altra band, e conteneva il brano Augustine. Poi il gruppo a deciso di prendere il nome Augustines e pubblicare l’album Augustines. Curioso, no? Ed eccomi ad aver ascoltato proprio questo album dopo le ottime impressioni del precedente. Le sfide per Billy McCarthy e compagni non mancavano. Rise Ye Sunken Ships era carico di rabbia ed energia, due fattori che non è facile replicare due volte allo stesso modo. Ci saranno riusciti? La risposta è in questo album.

Augustines
Augustines

L’inizio è affidato a Intro (I Touch Imaginary Hands) che ci conduce dolcemente (e brevemente) nel ruvido mondo degli Augustines, “Slumped in a taxi cab / Never heard a word that driver said / Cause things only sink in so deeply and it’s too late“. Con la successiva Cruel City si inizia a fare sul serio. Ritmata, energica rappresenta bene lo stile di questo gruppo che non rinuncia mai alla ricerca della melodia anche nei brani più rock. La voce di Billy McCarthy gioca sempre un ruolo fondamentale e in questa canzone non fa eccezione, “C’mon now cruel city with money eyes / C’mon now cruel city don’t turn away / C’mon now cruel city with money eyes / C’mon now cruel city hey / Goodbye now cruel city hey“. Sembra uscire dal precedente album, Nothing To Lose But Your Head, gli ingredienti restano gli stessi, forse anche troppo, “Have you ever lost someone / Screamed Holy Mary down the hall / Or cried against a steering wheel / And hated every mirror you ever saw, / Have you reached out in a cold cold night, / Waved goodbye into headlights, or known you were wrong your whole life“. Segue Weary Eyes, pop rock americano di ampio respiro dalle atmosfere malinconiche. Una bella canzone che si fa apprezzare col tempo, “Cold sneaks into your bones when winter comes to break your heart, / And all the tree lined streets don’t mean anything when your world is freezing and covered in ice weary eyes“. Don’t You Look Back è ancora un’altra canzone piena di energia e sana rabbia. Gli Augustins si riconoscono da canzoni come questa, “We go up then down again / This’ll be the end / Up then down again / They’ll all drink themselves to death / Then we go up then down again / They won’t see my face again / I’m gonna get on out / Alright“. Walkabout è una lunga ballata, triste ma con un briciolo di speranza. Uno dei testi più belli mai scritti dal gruppo, “Into the arms of the sea / Where my tired head carried me / I walked out into the breeze / To be quiet with the storms inside“. La successiva Kid You’re On Your Own riprende curiosamente un frase dell’intro. Forse ha sottolineare che l’album è un viaggio in città con un taxi, un viaggio carico di pensieri, “Dashboard Jesus in a taxi cab / Never heard a word the driver said / Your in the backseat hanging on by a thread / The sun goes down but don’t come back up again“. This Ain’t Me è forse la canzone di questo album che arriva più tardi. Ai primi ascolti scappa via senza troppo rumore poi cresce rimanendo in testa, “They always leave just as fast as they came, / I always shot em just as fast as I’d aim / Sometimes people just fade on / I tried to fix us but I just got stuck / I can change I can change I can change“. Now You Are Free è un esempio di quella strana voglia degli americani di trasformare una canzone in un inno. Il risultato non è male anche se un po’ scontato, “Stay help take these shadows off me / Stay here all night / Nothing’s easy or comes soft ya know / When something’s gone that’s / So phenomenal / If I’m wrong then it’s alright“. The Avenue è un’altra bella ballata perfetta per una passeggiata notturna in città, “I wanna ride / Down the avenue / With nothing to hide / With nothing to prove / I’m through“. Highway 1 Interlude è un brano strumentale che ci accompagna verso la fine dell’album, verso Hold Onto Anything. L’ultima non poteva che essere una sorta di marcia in quello stile Augustines che ormani abbiamo imparato a riconoscere, “In my mind, it’s still summertime / With fireflies and endless skies / I’m afraid that I / I’ll wait there / I’ll wait there the rest of my life“.

Gli Augustines non sono certo un band alle prime armi. McCarthy e Sanderson suonavano sotto il nome di Pela prima di fondare questo gruppo e si sente nell’impronta che sanno dare alle loro canzoni. Rispetto al primo album è inevitabilmente andato perso quel bisogno di sfogare la rabbia covata dopo tristi eventi. L’energia è stata quindi concentrata per rappresentare un disagio, un’alienazione frutto delle moderne metropoli. La voce unica e l’interpretazione di McCarthy sono i mezzo perfetto per passare il messaggio. Il rock degli Augustines è un rock metropolitano, notturno, a volte pessimista ma mai senza speranza. Un buon album da ascoltare senza nessuna pretesa, forse a tratti un po’ eccessivo ma comunque genuino e sincero.

Mi ritorni in mente, ep. 23

Tra gli album più belli di questo anno che sta per finire, non può mancare May di Broken Twin (aka Majke Voss Romme). La cantautrice danese ha pubblicato questo disco d’esordio questa primavera e non sono mancati giudizi positivi da più parti, compreso me. Il punto di forza dell’album sta sicuramente nella voce della sua interprete che sa, come poche, fa trasparire emozioni intense. Spesso mi viene voglia di riascoltare May perchè è come se ti guardasse dentro. Scava fino in fondo, dove è più buio.

Non a caso, dunque, scelgo No Darkness per chiudere l’anno di questa rubrica. Un canzone che, nonostante sembri cupa e senza speranze, in realtà parla di primavera e rinascita. Un buon auspicio per il nuovo anno, insomma. Questa è No Darkness, questa è Broken Twin. Se non avete ancora ascoltato l’album May, fatelo. Non è troppo tardi.

Today I’ll cut the flowers
I will walk for hours
I will breathe in all that grows
Now that spring is coming
And the sun will shine
I will look up when it shows
And there will be no darkness
There will be no darkness

Tempo al tempo

Questa estate ho avuto il piacere di ascoltare, finalmente per intero, il secondo album della cantautrice canadese Tamara Lindeman, che si esibisce sotto il nome di The Weather Station. L’album si intitolava All Of It Was Mine, datato 2011. Questo Ottobre l’artista ha pubblicato un EP, intitolato What Am I Going To Do With Everything I Know, composto da sei nuove canzoni che anticipa il nuovo album del prossimo anno. Ascoltare The Weather Station richiede la disponibilità da parte dell’ascoltatore di lasciarsi trasportare dalle parole della Lindeman, capaci di creare immagini famigliari e trasmettere emozioni genuine. Poco è cambiato rispetto a qualche anno fa ma quel poco è abbastanza per rendersi conto di essere di fronte ad un’artista che ha qualcosa di speciale.

Tamara Lindeman
Tamara Lindeman

Don’t Understand richiama le sonorità dell’ultimo album, un folk sussurrato preda di mille pensieri. Una canzone magica come tutte le cazoni della Lindeman, “I looked down at my hands lined with nothing but the ways I had moved. And in waking and in sleeping everything irretrievably new – and I go out for meals, and I meet up for coffee. Could be how it feels, irreversibly free“. La successiva What Am I Going To Do (With Everything I Know) si riaccende di quella poesia, guidata da una chitarra sempre poco invadente. L’autrice sembra chiedere il permesso per poter cantare, quasi non volesse essere di disturbo. Nient’affatto, Tammy, “What am I going to do with everything I know? When I set it out in letters, work in my fingers, and now I don’t remember what I touched. Oh, I would throw out all the water for want of a cup – as though it didn’t matter if it can’t be drunk“. Seemed True è un altra canzone dal perfetto stile The Weather Station ma non si può fare a meno di rimanerne rapiti un’altra volta. Anche se ripetuto in più di un’occasione l’incantesimo, voce e chitarra, sortisce sempre lo stesso effetto. La Lindeman ha creato un so piccolo mondo, un suo stile personale e questa canzone ne è l’ennesima dimostrazione, “In your youth, you wanted to know only the truth. And so, you were so confused how so much escaped you. Left with so little, you felt like you’d been robbed, I sat down beside you so lost“. Comincia con Soft Spoken Man la seconda parte dell’EP che rappresenta meglio quel poco di cambiamento  che c’è stato nelle canzoni. Una canzone che fa respirare a pieni polmoni, delicata e malinconica, “One in the well never minds the water, for it’s clear and still. In time, light can come to be a stranger, and it takes will. Always will. Such a soft spoken man. I had to do most of the talking“. Il bello deve ancora arrivare. La canzone migliore è Time. Una Lindeman inedita rispetto a quanto fatto sentire finora. Indescrivibile, semplicemente da ascoltare, “You don’t care, no, it’s not your way, you smile and you make a joke, and I don’t know when to laugh, or think, or ask – Is it all on the line? It is all in my mind? I said “this is love, we’ll go through all the stages.You said my love! This song! Do you hear all the changes!“. Chiude Almost Careless, un altro gioiello. Le parole scorrono via come musica, un brivido condesato in poco più di due minuti, “Every day a shaken image, every day a mirrored surface of our love and darkness and happiness. “What if we get married?” I said it almost careless, as though it was nothing to me“.

Bello ritrovare The Weather Station così come l’avevo lasciati (o lasciata) questa estate. L’unico vero cambio degno di nota è l’abbandono del classico suono del banjo a favore di un’altrettanto classica chitarra. Nient’altro sembra essere cambiato. Perchè mai dovrebbe cambiare qualcosa che è quasi perfetto e poi c’è Time. Vale l’intero EP. Come scrivo sempre, se questo è solo un assaggio del futuro album… ma diamo tempo al tempo. Non vi consiglio di ascoltare questo What Am I Going To Do With Everything I Know ma di ascoltare The Weather Station in generale per scoprire cosa ha di speciale.