Mi ritorni in mente, ep. 2

Non so per quale motivo mi è tornata in mente questa canzone. Sarà a causa della neve o delle elezioni? Il Paese è ad una svolta oppure no? Non credo cambierà mai niente in meglio se non hai scelta quando devi votare. Perfino chi appare diverso, sotto sotto, ha i suoi appoggi altolocati ben nascosti per non dare nell’occhio e vanificare quella parvenza di lista civica che tanto convince. Un pò come sceglire tra il Partito o Emmanuel Goldstein, il suo nemico. Per chi avrà letto 1984 di Orwell avrà già capito di cosa parlo. Goldstein è il Partito stesso, è una sua creatura nella quale i potenziali dissidenti si identificano così facendo aderiscono a “La Fratellanza”. In questo modo al Partito, al Grande Fratello non scappa nessuno ed elimina i dissidenti senza il minimo sforzo. Siamo arrivati a questo? Spero di no ma Orwell ci ha visto lungo in molte cose. E poi ci si mette anche il papa che con le sue dimissioni ha risvegliato la spinosa questione del rapporto tra potere e spirito. Sia che si parli di politica o di papa si parla sempre di potere e uomini. La storia ci insegna…bla bla…

Ma a parte tutto questo, di cui probabilmente non so nemmeno di cosa sto parlando, in tutta questa apprensione e gelide nevicate annunciate come eventi epocali si è rifatta viva una canzoncina. Non sono un appassionato di country o musica folk in generale ma qualche tempo fa ho avuto modo di ascoltare Turpentine di Brandi Carlile, cantautrice americana. La sua voce inconfondibile un po’ nasale e graffiante rende perfettamente in canzoni tipicamente americane. Ho provato ad ascoltare altre sue canzoni ma sincermente mi hanno lasciato un po’ indifferente. Non fa per me insomma ma Turpentine è l’eccezione. Una canzone sul tempo che passa, sulla fine dell’infanzia e i problemi che si porta dietro. Malinconica e nostalogica questa è Turpentine. Non so che cosa c’entra con quanto scritto sopra ma infondo cosa importa, “These days we go to waste like wine / That’s turned to turpentine”.

Annunci

Vedo rosso

Mi chiedo, praticamente ogni settimana, quale novità potrei ascoltare. Internet ti propone un’infinità di nuove uscite ogni giorno e basterebbe solo scegliere. Ascolto su youtube un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Questo no, questo “che roba è !?”, questo “è da tenere in considerazione”, ecc. Poi, capita a volte che mi arrendo e mi dico “sarà per un’altra volta” e scorro distrattamente la mia collezione. Lì tra tutto il resto, campeggia da un po’ di tempo una copertina tendente al rosso di un album che ho abbandonato dopo un fugace tentativo di ascolto. Sarà stata colpa del caldo di questa estate se Anna Calvi proprio non mi era piaciuta. Fatto sta che l’oscurità e la nebbia dell’inverno mi hanno permesso di apprezzare meglio questa cantautrice inglese. L’album con in copertina le sue labbra rosse e la camicia dello stesso colore è tornato a suonare in questo grigio inverno. Nonostante sia stato pubblicato nel 2011 mi sono convinto ad ascoltarlo solo lo scorso anno dopo aver letto numerose recensioni positive. Più che positive. Voti pieni e definizioni del tipo “album perfetto” si potevano leggere ovunque. Inizialmente avevo persino pensato che finalmente una cantautrice italiana era entrata meritatamente nel panorama indie-rock che conta. Invece no, a dispetto del nome di evidenti origini italiane, Anna Calvi, come detto in precedenza è inglese. Lo so, bisognerebbe cercare e ascoltare più spesso della buona musica italiana ma proprio non riesco a trovare nulla. “La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia” diceva Beethoven, ebbene l’Italia musicale non mi ha ancora rivelato nulla o comuque mi ha dato molto meno della musica internazionale. A parte tutto, questa volta tocca ad Anna Calvi provare a rivelare qualcosa attraverso la sua musica e quella chitarra elettrica troppo grande per lei.

Anna Calvi
Anna Calvi

Tutto comincia con la strumentale Rider To The Sea dove la chitarra della Calvi ci mette subito sui giusti binari che ci condurranno fino all’anima di questo album, attraverso melodie e assoli che fanno tornare alla mente le gloriose colonne sonore degli “spaghetti western”. La successiva No More Words ci introduce nel aspetto sensuale delle sue canzoni, testo sussurrato e musica cadenzata e a tratti distorta in un crescendo si suoni,“Hold me down and hold me close tonight / Feel you warm, I feel you by my side / Oh, my love”. A seguire la splendida e passionale Desire, punto nevralgico dell’opera. Batteria martellante, scariche di chitarre e voce ferma e calda sono gli ingredienti perfettamente mixati che rendono la ricetta Anna Calvi particolarmente gradevole. L’effetto bello e dannato è garantito ma Anna è in grado di rendere il tutto elegante senza mai scadere nel banale, “God know it’s just the devil in me / The devil that’s taking my hand to the fire”. La successiva Suzanne And I si può considerare la sorella minore della precedente, nella quale si possono ritrovare le stesse atmosfere anche se questa volta si gioca sulla presunta ambiguità del testo, “Suzanne and I / Never will we be apart / But we hold, hold, hold it down”. A questo punto dell’album appare chiaro quale sia lo stile e quali siano le intenzioni della cantautrice inglese. Ad addolcire un po’, ma non troppo, l’atmosfera ci pensa First We Kiss uno dei pezzi più pop dell’album, nel quale la protagonista è in trepidante attesa del bacio perfetto, “My heart beats against the wardrobe / I hear the closing door / Beats against the window / Tell me how long, tell me how long / Feel it come from nowhere / Taking over me”. Se pensate che Anna Calvi si sia addolcita troppo e vorreste qualcosa di più spinto, eccovi accontentati. The Devil spezza in due l’album ed in preda ad un’estasi di chitarre e rumori di ogni genere la ragazza sembra invocare il diavolo o confessare di essere caduta in tentazione nonostante gli sforzi. La voce della Calvi è potente e intrigante come non mai, profonda e teatrale chiude ripetendo per l’ennesima volta The devil / The devil / The devil / The devil will come”. Sarebbe perfetta come ultima traccia ma Anna ci riserva ancora altre sorprese. Il singolo di punta dell’album lo troviamo in Blackout che compone un terzetto insieme alle già  citate Desire e Suzanne And I. Gli ingredienti sono gli stessi ma questa volta mescolati in modo che risultino più accessibili ad un orecchio poco avvezzo all’indie rock, il tutto che si rispecchia nel ritorenello, “Blackout. / I’ve gotta know where you’re from, / What you’re trying to tell me, I don’t know”. I’ll Be Your Man è l’altro brano più pop ma il ritornello conserva ancora un’anima rock che non tradisce. Nei brani precedenti, soprattutto in The Devil, Anna prova a cimentarsi in qualcosa di vagamente ipnotico. Il tentativo meglio riuscito è Morning Light dove la sua voce diventa profonda e ci trascina in un’atmosfera fumosa e affascinante. Se già vi mancano le sonorità da kolossal western, Anna Calvi vi accontenta in extremis. Love Won’t Be Leaving probabilmente, chiude in cerchio, con Rider To The Sea citando ancora quel desiderio che permea l’album, “My desire is so strong / My desire is so strong /Sometimes I see faces / When I’m so alone”.

Anna Calvi è un album solido che nonostante la voce teatrale e la chitarra elettrica non ripiega mai su banali canzoni epiche o assoli dissennati, di cui personalmente non sono fan. Gli eccessi, in questo modo di fare musica e di interpretarla, sono sempre dietro l’angolo ma la Calvi riesce a tenere sotto controllo la situazione. Una delle cose che saltano all’orecchio immediatamente ascoltando questo album d’esordio è la densa atmosfera di passione e desiderio che non sfocia mai nel volgare perchè sapientemente mascherata dal personaggio elegante ma allo stesso tempo “cattivo” della sua interprete. Se c’è un colore che può riassumere l’album è proprio il rosso. Colore della passione, del sangue ma anche del demonio. Un colore che rappresenta anche l’amore, la rabbia, in una parola rappresenta la pienezza della vita. Anna Calvi ha fatto centro ed è pronta a ripetersi entro l’anno. Chissà se cambierà colore o indosserà ancora la sua camicetta rossa. Per ora vedo e sento rosso. Ho fatto bene a ritirare fuori Anna Calvi, che mi serva di lezione per quando mi fermerò di fronte al primo album che mi mette in difficoltà. Sì, perchè questo è il genere di canzoni che apprezzi all’improvviso senza sapere bene come e quando siano arrivate e se provi ad ascoltarele distrattamente non ricambiano mai. Significa che non te le sei meritate. Io non me le ero meritate quest’estate ma ora penso di sì. O almeno spero.